Coast Day in Sardegna

 

Coast Day 2018 ad Arborea, per promuovere un uso sostenibile delle risorse costiere

Promosso da Medsea nell’ambito del progetto Maristanis, sarà un evento di respiro internazionale finalizzato alla tutela e al rilancio anche in chiave economica delle zone umide della Sardegna.

Il Golfo di Oristano e la Penisola del Sinis saranno il cuore pulsante dell’edizione 2018 del Coast Day, a cura di Medsea nell’ambito del progetto Maristanis. Quest’anno la sede internazionale ospitante sarà Spalato mentre in Sardegna l’evento, dedicato alla valorizzazione delle zone umide costiere, si svolgerà ad Arborea. All’iniziativa aderisconoi comuni di Arborea, Arbus, Cabras, Cuglieri, Guspini, Narbolia, Nurachi, Oristano, Palmas Arborea, Riola Sardo, San Vero Milis, Santa Giusta, Terralba.

Per due giorni, il 29 e il 30 settembre prossimi, le attività e gli eventi di Coast Day saranno finalizzati alla promozione di un progetto di sviluppo sostenibile del territorio, che risponde a due esigenze altrettanto importanti: la necessità di tutela degli ecosistemi delle zone umide e l’importanza della loro fruizione in termini di aggregazione e sviluppo di sistemi economici sostenibili. In programma incontri, dibattiti, mostre, degustazioni, visite guidate.

Quest’anno il Coast Day ospiterà il Pecha Kucha (si pronuncia “peciàkcia” e vuol dire “chiacchierata” in giapponese): si tratta di un format di presentazione che permette di esporre la propria idea, in questo caso legata al tema delle coste o delle zone umide, in modo rapido e immediato. Durante una Pecha Kucha Night ogni partecipante ha a disposizione 20 immagini e 20 secondi per ogni immagine: 20X20, per un totale di 6 minuti e 40 secondi. Un software gestisce la sequenza delle immagini senza la possibilità di bloccarla. Un ‘concorso di idee’ al quale possono partecipare designer, architetti, esperti di sostenibilità, amanti della green economy, fotografi, ma anche artisti, operatori culturali, artigiani.

Si parte sabato 29 settembre, alle 16.00, allo spazio Ex-GIL di Arborea con un talk pubblico dal titolo LA COSTA CHE VORREI / nelle nostre biografie c’è di mezzo il mare, in cui scrittori, architetti, registi, sociologi, scrittori e giornalisti si confronteranno sul tema della tutela e della valorizzazione del paesaggio costiero, e proseguirà subito dopo, dalle 20.00, con la PECHAKUCHA NIGHT (PKN), serata dedicata alla presentazione dinamica e informale di progetti innovativi.

*Nella foto S’ena Arrubia – Arborea (di Gianfranco Mattu).

Intervista la baritono Vincenzo Neri

LOHENGRIN, IL BARITONO VINCENZO NERI: L’OPERA È GIOIA DI STARE SUL PALCO. L’INTERVISTA

Lohengrin” è un’opera da cui emerge tutta la potenza della musica di Wagner: operazione perfettamente riuscita all’Opera di Gent con la direzione musicale del Maestro Alejo Pérez e del regista David Alden. Dopo la prima di giovedì scorso, le rappresentazioni continueranno fino al 28 settembre e dal 3 al 23 ottobre ad Anversa.
Le magnifiche scene di 
Paul Steinberg, la bravura del coro diretto da Jan Schweiger non hanno affatto impedito agli artisti di tirar fuori la loro forte personalità. Nel ruolo del titolo, il tenore serbo Zoran Todorovich ha dato vita a un personaggio credibile, così come il basso-baritono americano Craig Colclough ha dato vita a un ottimo Telramund. Il soprano lettone Liene Kinča e il soprano svedese Iréne Theorin hanno esibito oltre a una grande maestria vocale un’eccellente capacità attoriale che gli spettatori hanno potuto percepire soprattutto quando le due donne, Elsa e Ortrud si affrontano. C’è anche un po’ di Italia in questa produzione di Lohengrin: stiamo parlando del bravissimo baritono Vincenzo Neri: ci  parla del ruolo che interpreta, del suo percorso, di sé. L’intervista.

Interpreto Heerrufer – ci dice – un ruolo che annuncia il re, organizza un poco la scena. Dice quello che viene fatto e prepara il pubblico e poi nel secondo atto spiega come si evolve la situazione. Non è fisso come personaggio e lo si può interpretare in tante maniere e, per il regista David Alden, è una persona cattiva, che non si spaventa. Lui nella storia mantiene la sua posizione da trent’anni, già col re precedente: insomma, non muore mai. 

Come giudichi questo ruolo?

È una parte che mi piace molto interpretare: quest’opera dura quattro ore e mezza e io sono il primo a cantare, è davvero emozionante condividere la scena con ottanta persone.

Parlaci di te: sei italiano? 

Mio padre è italiano, mia madre è tedesca. Io sono nato ad Amburgo, dunque sono italiano e tedesco. 

Quando è cominciata in te la passione per l’opera?

Mio padre aveva dei dischi a casa e ascoltava sempre la musica e così pure io da piccolo: il cd di “Don Giovanni” e anche “Il flauto magico”. A quattro anni già le conoscevo a memoria; poi da bambino ho cominciato a cantare come soprano. Una cosa particolare è che dodici anni fa ho interpretato la parte da bambino ne “Il flauto magico” insieme a Thorsten Grümbel, che qui fa la parte del re e ci siamo ritrovati dopo tanti anni. 

Ti sei formato in Germania?

Ho studiato con il maestro Binge a Lubecca. Si comincia ad amare l’opera, però, in famiglia.

Quando questa passione è diventata un mestiere, sono cambiate in te le aspettative?

Sì e no. Per me non mi sento che lavoro: certo, a volte ci sono giorni e serate in cui avverti particolarmente la stanchezza, ma per la maggior parte è gioia di stare sul palco.

I prossimi impegni?

Prossimamente sarò Marcello ne “La Bohème” poi Danilo ne “La vedova allegra”, poi “Hänsel e Gretel” in cui impersonerò il padre.  

Ti torna utile nell’opera conoscere l’italiano e il tedesco?

Sì, certamente. 

Mi sembra che pochi italiani cantino in tedesco…

Sì, però la maggior parte delle opere è in italiano.

La tua opera preferita?

“Don Giovanni”: in “Lohengrin” le parti più belle sono i duetti – fra Telramund e Ortrud e poi fra Elsa e Lohengrin – e mi piace riascoltarle sempre. Però, devo ammettere che neanche la mia parte è male (ride, ndr). Giovanni Zambito.

 

A SCUOLA, SEMPRE – di Mario Setta

 

A SCUOLA, SEMPRE

di Mario Setta

Nel racconto biblico contenuto nella Genesi, Dio mostra all’uomo le cose create “per vedere come le avrebbe chiamate”. Perché dare il nome era il segno della superiorità di Adamo sul creato. E l’uomo si realizza solo se pone in atto tutte le sue capacità intellettive. Dalla nascita alla morte. Un eterno scolaro.

Per questo l’argomento scuola è stato e continuerà ad essere tra i più dibattuti. Perché nella scuola sono riposte le speranze di ogni società. La formazione culturale si colloca tra i primi posti nella classifica dei valori. Perché “comprendere” significa in qualche modo appropriarsi delle cose. Questo, l’obiettivo della scuola.

In greco “skolé” da cui “skolàzein” significa stare in ozio, riposarsi, avere tempo di occuparsi di qualcosa per divertimento, ricreazione mentale. Nella condizione di assoluto riposo, nella contemplazione della realtà circostante si sviluppa la capacità di meravigliarsi (“thaumazein”) di fronte alla bellezza (o allo scempio) della natura. Così nacque e rinasce la filosofia, madre e figlia primogenita della scuola.

La scuola è cultura, apprendimento, vita, anche se l’istituzione ha cercato di appropriarsene. Forse per questo, Ivan Illich, anni fa ma sempre attuale, ha lanciato l’appello “descolarizzare la società”. Un’analisi, che pone in rilievo come la scuola istituzionale sia spesso a servizio della manipolazione della cultura. Già nella prefazione al libro “Descolarizzare la società” (1971), Illich scriveva: “All’attuale ricerca di nuovi imbuti didattici si deve sostituire quella del loro contrario istituzionale: trame, tessuti didattici che diano a ognuno maggiori possibilità di trasformare ogni momento della propria vita in un momento di apprendimento, di partecipazione e di interessamento”. In sintesi: l’apprendimento come essenza di vita e la vita come continuo apprendimento. Purtroppo, sembrano attuali le parole del poeta indiano Tagore: “La scuola mi appariva come una prigione dello spirito, buona solo a produrre pappagalli ammaestrati”.

Una scuola che voglia essere tale deve spalancare al mondo porte e finestre. Identificarsi e aprirsi alla società. Karl Popper, il filosofo della “società aperta”, ha esposto la dialettica tra due modelli di scuola: quella di Talete e quella di Pitagora. Le primissime scuole. La scuola di Talete era scuola aperta. Scuola di libertà. Talete, infatti, incoraggiava la critica nei suoi confronti, tanto che gli allievi potevano liberamente sostenere idee diverse dalle sue.

Nella scuola di Pitagora, invece, prevaleva l’insegnamento fondato sull’autorità indiscussa del maestro, venerato come un dio, discendente da Apollo, dotato di poteri taumaturgici. A lui si alludeva come all’autòs efe (ipse dixit) e chi pensava diversamente veniva dichiarato eretico, espulso, perfino assassinato. Come, si racconta, sia accaduto a Ippaso di Metaponto che, divulgando la scoperta degli incommensurabili (√2), minava tutta l’impalcatura dell’ arché di Pitagora.

In Italia, da decenni si parla e si cerca di realizzare l’autonomia della scuola. “Non dovrebbe esistere un governo della scuola, ma l’autogoverno delle scuole”, aveva dichiarato Sabino Cassese nella Conferenza Nazionale sulla scuola negli anni ’90 del secolo trascorso. Ma, con l’accentuazione della figura del preside-manager e la nascita del “dirigente scolastico”, responsabile di vari istituti, l’aspetto formativo ne ha risentito in modo penalizzante. Il preside-dirigente, spesso impreparato nelle materie di insegnamento, è diventato una trottola in corsa da un plesso scolastico all’altro, da una realtà all’altra. Nessun uomo e quindi nessun preside può essere talmente carismatico ed enciclopedico da risolvere ogni problema. E sono loro le vittime sacrificali di un simile sistema.

Purtroppo, la mancata approvazione della figura del preside elettivo “con funzioni di coordinamento e di animazione”, sottoposto ad un giudizio di controllo dagli organi collegiali, durante la discussione della legge-delega nel 1973, con la netta avversione da parte dei conservatori, ha privilegiato il percorso normativo unidirezionale a quello collegiale. Col risultato che la scuola appare sempre più come fabbrica che come comunità. E gli insegnanti più come dipendenti che come collaboratori. Può essere curioso ricordare che in una Circolare Ministeriale del 1923 è scritto: “Alla missione di preside ogni insegnante deve aspirare come a fastigio o coronamento della propria carriera didattica”. Non dovrebbe essere strano, quindi, in periodo di crisi e di volontariato, che docenti pensionati in condizioni di buona salute fisica e mentale, fossero chiamati a svolgere l’incarico gratuito e temporaneo di preside.

Oggi, invece, è in atto una ovattata conflittualità tra vertici scolastici. Una competizione tra istituti e poli scolastici sia in visibilità e sia per accaparramento di iscritti. Basta assistere ai vari “Open Day” che presentano i vari POF (Piano di Offerta Formativa). La scuola alla pari d’un’agenzia pubblicitaria.

Anche la cosiddetta riforma della “buona scuola” pur presentandosi in tono dimesso, aprendo e coinvolgendo il pubblico alla discussione: “Perché per fare la Buona scuola non basta solo un governo. Ci vuole un Paese intero”, non ha conseguito obiettivi positivi, ma ha spesso peggiorato la situazione. C’è bisogno di uno scossone morale e culturale. Una scuola che educhi e informi, che scopra e stimoli capacità e talenti. Compito che non spetta solo alla scuola, ma a tutta la società. Secondo l’invito del grande pedagogista Paulo Freire “Nessuno si libera da solo. Nessuno libera l’altro. Ci liberiamo insieme”.

Il festival ‘L’Eredità delle donne’ vi da appuntamento al 2019

Il Festival L’Eredità delle donne

vi da appuntamento al 2019

 

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Il Festival l’Eredità delle Donne chiude con successo,

Firenze pronta a una nuova edizione.

 

 

Grande successo per i tre giorni del festival L’Eredità delle donne, che ha trasformato Firenze nella capitale dell’empowerment femminile. Tanta la partecipazione al ricco programma degli eventi, e dalla città è arrivata una forte richiesta di continuare questo percorso, per cui già si pensa a una prossima edizione nel 2019.

 

Il festival, dedicato al contributo femminile al progresso dell’umanità che ha visto oltre 100 appuntamenti e un ricco calendario Off, è stato promosso e sostenuto da Fondazione CR Firenze e da Elastica, da cui nasce l’idea, con la direzione artistica di Serena Dandini.

 

Credo che la risposta che la città di Firenze ha dato a questo festival e ai tantissimi appuntamenti nel programma sia qualcosa di davvero emozionante – ha detto ieri sera in un cinema Odeon tutto esaurito Cristina Giachi, vice sindaca del Comune di Firenze -. Questi tre giorni, che hanno celebrato il patrimonio che le donne ci hanno lasciato e continuano a lasciare alla nostra cultura, ci hanno fatto respirare un’aria bellissima. Per questo voglio già annunciare che faremo di tutto perché l’anno prossimo ci sia una nuova edizione dell’Eredità delle donne. È un festival che abbiamo fortemente voluto, che abbiamo inserito nel calendario dell’Estate Fiorentina, e faremo di tutto ora per averlo di nuovo”.

 

Ringrazio il nostro cda e tutta la Fondazione – ha dichiarato a sua volta la Vice Presidente Donatella Carmi – per avere creduto in questa manifestazione. Siamo felicissimi della risposta della città ad una proposta culturale di alto livello che conferma che il territorio ha apprezzato il nuovo modello di Fondazione come laboratorio di idee e di progetti oltre che baluardo di valori universali’’.

 

Ieri sera al Cinema Teatro Odeon, per l’ultima serata da lei ideata e condotta, Serena Dandini ha ringraziato così la città di Firenze. “Sono veramente felice: quella che all’inizio sembrava una follia, è stata una esperienza emozionantissima – ha esordito -. Firenze è stata una città accogliente, che ci ha mostrato un affetto straordinario. La cosa più bella è stata la risposta della città: tutti gli appuntamenti sono stati sold out e 137 gli eventi che sono arrivati da blasonate istituzioni culturali a privati cittadini per contribuire al programma off. Ecco, proprio questo volevamo: che non fosse un festival calato d’alto, ma che attingesse da Firenze e dai fiorentini per parlare a tutto il Paese e oltre. Per tre giorni, donne di ogni talento hanno allegramente invaso la città. Su tutte, mi piacere ricordare Franca Valeri che, alla bella età di 98 anni, è venuta qui per onorare il festival e per regalarci allegria, ristate, buonumore, professionismo, perle d’intelligenza. Mi ha chiamato dopo l’incontro per dirmi che l’applauso che ha ricevuto da Firenze insieme alle chiavi della città è stato un meraviglioso regalo”.

 

 

INFORMAZIONI UTILI

 

La manifestazione è stata promossa da Fondazione CR Firenze e da Elastica, con il patrocinio del Ministero dei Beni e elle attività Culturali, del Comune di Firenze e di Estate Fiorentina 2018, con la partnership di Gucci e con il contributo di Poste Italiane, Intesa Sanpaolo e Banca CR FirenzePitti Immagine, “Tuscany, la bellezza della carta”, un marchio di Cartiere Carrara, in collaborazione con Publiacqua SpA, con la sponsorship tecnica di Unicoop Firenze, in gemellaggio con HF Ile-de-France e con l’Associazione MèMO, il blog a cura di Fenysia – Scuola dei linguaggi della cultura e con la media partnership di RAI Radio 2.

 

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IL 28 SETTEMBRE A L’AQUILA LA PRESENTAZIONE DI “ANTOLOGIA SOMMERSA”, IL NUOVO LIBRO DI GIANFRANCO GIUSTIZIERI SULLA SCRITTRICE LAUDOMIA BONANNI

 

 

IL 28 SETTEMBRE LA PRESENTAZIONE DI ANTOLOGIA SOMMERSA,

IL NUOVO LIBRO DI GIANFRANCO GIUSTIZIERI SULLA SCRITTRICE LAUDOMIA BONANNI

L’AQUILA – Venerdì 28 settembre, ore 17, presso Auditorium “E. Sericchi” – BPER, Via Pescara 2, L’Aquila, verrà presentato il nuovo libro di Gianfranco Giustizieri Antologia sommersa sulla scrittrice aquilana Laudomia Bonanni.

L’autore, in questo ultimo lavoro, apre l’ampio capitolo del binomio scrittore/giornalista nel quale la scrittrice abruzzese è collocata e rivela la scrittura meno conosciuta dell’articolista di terza pagina nei quotidiani più diffusi in Italia e dell’autrice di racconti nelle riviste letterarie più prestigiose.

Sono 1232 titoli emersi, tra un intreccio continuo di sviluppo creativo e realtà fisiche, rintracciati nella stampa italiana e oggetto di un itinerario riflessivo secondo le tematiche raccolte in oltre quaranta anni di scrittura.

Il libro verrà presentato dalla giornalista Maria Rosaria La Morgia e dallo scrittore Renato Minore con letture di Eva Martelli e intermezzi musicali del Porta Napoli Ensemble. Conduzione di Walter Capezzali. Interverranno Raffaele Marola, Presidente Premio L’Aquila – BPER e Stefania Pezzopane, Presidente di Giuria del Premio stesso.

Qui di seguito si riporta, per chi abbia interesse, la Prefazione al volume di Maria Rosaria La Morgia.

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Il ‘900 di Laudomia

Era il maggio del 1948 quando “gli Amici della Domenica”, riuniti in casa Bellonci a Roma, scelsero una sconosciuta scrittrice aquilana, Laudomia Bonanni, come vincitrice di un nuovo premio letterario. A farla prevalere su altri autori furono due racconti raccolti sotto il titolo “Il Fosso”. E il fosso non era solo l’orto immondezzaio coltivato dalla poverissima Colomba protagonista del primo racconto ma anche la metafora della vita dove “non si entra: si cade” ricorda Pietro Zullino, giornalista e scrittore, amico e artefice della riscoperta della scrittrice aquilana dopo la sua morte, mettendo in relazione il fosso, dal quale è possibile risalire, con il muro di Sartre in un saggio dedicato alla filosofia bonanniana. Il 1948 è anche l’anno nel quale Natalia Ginzburg scrisse un articolo dove parlava della “cattiva abitudine” delle donne di cascare ogni tanto in un pozzo, “di affogarci dentro di annaspare per tornare a galla”.

Parole che provocarono la risposta di un’altra grande scrittrice, Alba de Céspedes, che nella caduta non vedeva una debolezza ma la capacità di entrare in contatto con la debolezza, la melanconia, i sogni per trarne forza. E sembra di intravedere quello che accade a un altro personaggio bonanniano, la partigiana Rossa, nel romanzo pubblicato postumo La Rappresaglia: “Domani sarà finito tutto per me. Per me sola. Quando appena cominciava. Proprio adesso che stare al mondo mi piaceva. Mi stava piacendo enormemente, con passione, ti dico. Ero uscita dal fosso e so che tutti possono uscirne e volevo aiutare tutti a uscirne. Colpisce l’assonanza di pensieri con Laudomia che conobbe e fu amica di Alba de Céspedes tanto da ospitarla a L’Aquila come testimoniano alcune lettere. Probabilmente nel 1948 non si conoscevano: Laudomia aveva 41 anni ed era estranea al mondo letterario pur avendo esordito giovanissima, nel 1927, con un volumetto di novelle.

Insegnante elementare e consulente presso il Tribunale Minorile dell’Aquila, scriveva moltissimo: racconti e articoli per giornali. Lo aveva fatto negli anni del fascismo, al quale aderì convintamente, lo fece dopo quando ne prese le distanze. Rileggendo le diverse stagioni della sua lunga e intensa vita nelle cronache, negli elzeviri che ci ha lasciato possiamo meglio capire la donna e la scrittrice. A frugare nel baule della memoria è stato ancora una volta Gianfranco Giustizieri, che dopo numerosi saggi dedicati a Laudomia Bonanni ha deciso di affrontare un lavoro non facile di catalogazione e rilettura che ha racchiuso in Antologia Sommersa, aggiungendo un sottotitolo: emozioni, appunti, note, sottolineature, scoperte, interviste, elzeviri e racconti con Laudomia Bonanni e inventariazione di 1232 collaborazioni su giornali e riviste. Il prologo dà conto dell’incontro tra la scrittrice e lo studioso: “nessuna reale fisicità per una concreta conoscenza, nessuna stretta di mano”. Tutto iniziò nel 1975 tra le pagine di un libro, L’ Imputata, prima lettura bonanniana, per arrivare a conclusione tra i fogli, centinaia, di diversi giornali. Prima di analizzarli e riproporli Giustizieri ripercorre la vita della scrittrice aggiungendo e riapprofondendo alcuni momenti dei quali aveva già parlato nei precedenti saggi scritti dopo la morte di Laudomia a Roma, nel 2002: “morì dimenticata e solissima, anche se fino alla fine solida e serena” scrisse Sandra Petrignani, autrice di una bellissima intervista pubblicata nel libro Le signore della scrittura.

Corriere d’Abruzzo” e “Il Popolo d’Abruzzo” sono i primi giornali sui quali appare il nome di Laudomia Bonanni – Caione che ben presto cominciò a firmare articoli anche sulla stampa nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale e a partire dal 1948 cresce il numero delle collaborazioni, ma è “Il Giornale d’ Italia” a raccogliere il maggior numero di elzeviri. I temi sono diversi: molti nascono dall’esperienza di insegnante e di esperta del Tribunale dei minori, altri riguardano la guerra e le macerie morali e materiali lasciate nei paesi. Come nota Gianfranco Giustizieri: “Nel complesso sistema di scrittura breve non segnato da nessuna linea di demarcazione in cui gli elzeviri s’intrecciano secondo l’ispirazione, il raccordo con la memoria, i personaggi conosciuti, l’anticipo di libri e il loro seguito, la scuola, i tribunali dei minori, l’affermazione della donna, la guerra, le riflessioni sulla società e i costumi, non potevano mancare i luoghi”. Nel suo taccuino di viaggio troviamo non solo L’Aquila delle radici, l’Abruzzo della costa o la Roma che l’ha accolta. C’è Milano che oscilla “con tanta commovente baldanza fra il materiale e lo spirituale”, la città che “s’illumina da terra, perché le pietre del lastricato, sotto l’acqua – e alla fine ci si accorge – si fanno rosse e gialle con vivo caldo splendore”. Ci sono la Sicilia e la Calabria, l’Emilia e la Toscana, fuori confine c’è l’amata Parigi.

Sorprendente è l’intervista a Giorgio La Pira che conclude una trilogia di articoli dedicati alla Firenze amministrata dal sindaco ex deputato dell’Assemblea Costituente, uomo dalla forte spiritualità: “Non soppesa, non ha esitazioni, sa benissimo ciò che vuole e lo dice di colpo. Per poi allargare il discorso, al suo modo irriproducibile, esortando infine alla preghiera, quasi un invito a tornare all’unica lingua comune, in cui ci si possa finalmente intendere appieno”, poi la domanda non premeditata e presa alla lontana: “Perché non s’è fatto prete?” e la considerazione di aver durante il colloquio cercato di cogliere il personaggio nella sua “singolare personalità umana” che è poi ciò che sta a cuore a Laudomia acuta osservatrice della realtà e dei suoi cambiamenti. Eccola, alla fine della sua collaborazione con Il Giornale d’Italia, scrivere di Roma nel luglio del 1976 dopo aver incontrato tre turisti americani, un po’ ebbri, in carrozzella: “Non è la prima volta – ma mai con tanta vivezza: complice la notte – che ci capita di fantasticare sulla Roma di secoli e millenni addietro. Lastricata e acciottolata”.

Dai rumori immaginati a quelli reali e la presa d’atto di un tempo nuovo che, scrive, qualcuno definisce nuovo Medioevo: “Dunque aria ammorbata, scarichi tossici nelle acque, cibi con veleni di concimazione, e di conservazione, Aggiungervi che a un certo punto ve ne sarà penuria. Che mancherà – preconizzano – l’acqua e l’elettricità, che si esauriranno le riserve del sottosuolo, le scorte di materie prime” per arrivare alla conclusione che “Sicché avremo un fatal duemila fasullo come il risibile anno Mille. E perdureremo, è pacifico, negli errori. Ma anche, ancora a lungo nell’esistenza. La cara vita. Tanto vero che ciascun essere umano, in fondo, non crede neppure alla propria fine.” Tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80 collabora anche con “Il Gazzettino” di Venezia dove prevale la tematica ecologica affrontata pure in altri quotidiani: il cemento che avanza, il verde che scompare, “questo popolatissimo nostro mondo che scansa, respinge la natura per farsi posto. Un posto raramente al sole” (Gli orti manomessi, Il Gazzettino, 21 settembre 1974).

Prima di chiudere, nel 1984, con il mondo dell’editoria e con la società letteraria Laudomia Bonanni scrive ancora alcuni elzeviri, per lo più si tratta di articoli già apparsi negli anni precedenti: “cambiano i titoli, ma il contenuto rimane” nota Giustizieri arrivato alla fine del suo viaggio tra le carte nascoste in un baule metaforico nel quale ha frugato con tenacia e tenerezza. La precisione dei dettagli in Antologia sommersa lontana resta lontana dall’analisi erudita, piuttosto rappresenta l’indicazione affettuosa di un percorso di lettura o rilettura di una scrittrice che raccontando il suo tempo parla anche al nostro.

Maria Rosaria La Morgia

Goffredo Palmerini in Michigan, missione nell’area di Detroit

 

 

23 settembre 2018

GOFFREDO PALMERINI IN MICHIGAN, MISSIONE NELL’AREA DI DETROIT

L’AQUILA – Dal 26 settembre al 18 ottobre 2018 un intenso programma d’incontri con le comunità italiane in Michigan attende Goffredo Palmerini, infaticabile ambasciatore d’Abruzzo nel mondo. Nell’area metropolitana di Detroit è molto significativa anche la presenza degli abruzzesi, organizzati in diversi Club e nella Federazione Abruzzese del Michigan (FADM) assai feconda di iniziative sociali e culturali. Palmerini, per alcuni anni membro onorario del Board of Directors della FADM, ha collaborato con tutti i presidenti della Federazione che si sono succeduti (Natalino Bucciarelli, Rinaldo Rotellini, Gino Di Carlo, Anthony Fioritto, Enzo Paglia) e con tutti gli esponenti della medesima alternatisi in seno al Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM), quali Marco D’Aristotile, Gino Di Carlo e l’attuale componente in carica Enzo Paglia, che peraltro da diversi anni è alla guida della FADM.

Dopo l’ultima missione, realizzata nel 2010 in occasione d’una fortunata tournée negli States del Gruppo musicale aquilano Deltensemble, Palmerini torna a Detroit in visita alla comunità italiana, e abruzzese in particolare. Molto atteso il suo arrivo, non appena la notizia è giunta al Presidente della Federazione Enzo Paglia. Palmerini sarà infatti ospite delle manifestazioni del Columbus Day, approntate da un Comitato rappresentativo delle diverse espressioni sociali e culturali della Comunità italiana in Michigan per celebrare nel nome di Cristoforo Colombo l’orgoglio italiano per il contributo reso agli States dai nostri emigrati. Palmerini parteciperà alla Parata del Columbus Day, in programma sabato 6 ottobre a Clinton Township, città residenziale dove sorge l’ampia e bella struttura dell’Italian American Cultural Society (IACS), ente di promozione della cultura italiana e di importanti iniziative solidali della nostra comunità nell’area di Detroit. Ma parteciperà pure alle programmate altre iniziative del Columbus Day, il 30 settembre, il 3 e il 7 ottobre. Successivamente avrà altri impegni, tra i quali una visita alla Wayne State University, che ogni anno tiene una Summer School a Gagliano Aterno in collaborazione con l’Università dell’Aquila, la visita di saluto al Console d’Italia a Detroit, Maria Manca, e un ulteriore incontro con la FADM, dove terrà una conversazione su temi sociali e culturali che riguardano L’Aquila e la ricostruzione dopo il sisma del 2009 e l’Abruzzo. Occasione, quest’ultima, anche per un’anteprima del suo nuovo libro Grand Tour, a volo d’Aquila”, l’ottavo, d’imminente pubblicazione per le Edizioni One Group.

Un importante evento, inoltre, caratterizzerà quest’anno le Celebrazioni del Columbus Day, di forte significato e di legittimo orgoglio per la comunità abruzzese nello Stato del Michigan: saranno infatti conferiti, per il 2018, ad Enzo Paglia e Sandra Di Natale Tornberg i riconoscimenti di Uomo dell’Anno (Man of the Year) e Donna dell’Anno (Woman of the Year), due insigni abruzzesi. L’onorificenza sottolinea infatti il ruolo rilevante e il prestigio che i due nostri corregionali hanno in seno alla comunità italiana. Enzo Paglia, laurea presso la Central Michigan University, ha lavorato 36 anni nel settore commerciale di Crysler, ora FCA dopo l’acquisto da parte di FIAT. Uomo di punta nella comunità italiana, attualmente vice Presidente dell’IACS, Enzo Paglia è un eccellente operatore culturale in eventi di rilievo, musicali teatrali letterari e cinematografici – grande la sua passione per la settima arte, per la quale ogni anno promuove Rassegne del Cinema italiano. Sandra Di Natale Tornberg, nata a Detroit ma di origini marsicane, una laurea in Lingue e un master in Scienze della Formazione presso la Michigan University, ha lavorato per oltre trent’anni alla General Motors nel settore commerciale. Impegnata nell’associazionismo e nella promozione della lingua e della cultura italiana, è stata la prima donna ad assurgere alla presidenza dell’Italian American Cultural Society, guidando l’ente per 2 anni con eccellenti risultati. Nel Consiglio di Amministrazione di IACS per otto anni, è da sempre un’esponente di punta nella Federazione Abruzzese, occupandosi di formazione e cultura.

Infine, qualche annotazione su Detroit, chiamata the Motor City, la città dove nonostante la crisi degli anni recenti, l’industria automobilistica la fa da padrone con le più grandi marche. Proprio per questa rilevante presenza industriale, Detroit e l’hinterland sono stati luoghi dove nel secolo scorso l’emigrazione italiana ha puntato molto ed è stata notevole, negli anni del possente sviluppo dell’automotive. Numerosa la presenza anche di emigrati abruzzesi, particolarmente consistente specie nella provenienza peligna e subequana (Pacentro, Sulmona e Pratola, in primis). A Detroit, arrivata negli anni d’oro a quasi a 2 milioni di abitanti, avevano i loro stabilimenti e le sedi direzionali le più importanti marche d’auto – Ford, General Motors, Crysler, Chevrolet, Cadillac, Lincoln, Dodge, ed altre ancora –. Forte, dunque, fu la richiesta di manodopera dall’estero e dal sud degli States. Entrato in crisi il comparto industriale dell’auto, con la globalizzazione dei mercati e le delocalizzazioni e per la forte competizione dall’estremo Oriente, specialmente da Giappone e Sud Corea, Detroit ha visto più che dimezzare la sua popolazione (ora 700mila abitanti e 4milioni circa nell’area metropolitana), con buona parte della città periferica deserta e in degrado, per l’abbandono degli abitanti. Peraltro anche una grave crisi economica ha colpito negli anni scorsi il Comune di Detroit, andato in default. Ora, però, la città sta pian piano rinascendo, anche nelle iniziative culturali e artistiche, specie nel campo della produzione musicale, e il downtown offre una varietà di belle architetture. Una buona mano alla rinascita la sta dando anche la nuova stagione di FCA (Fiat Crysler Automobiles), avviata grazie all’opera di Sergio Marchionne, manager di grande valore, di origine abruzzese, recentemente scomparso.

Opera di Bruxelles, Castellucci rifà “Il Flauto Magico” di Mozart. La recensione

Opera Bruxelles, Castellucci rifà “Il Flauto Magico” di Mozart. La recensione

Via i preconcetti, via tutti quelle rappresentazioni viste e ascoltate nelle nostre vite precedenti: Il Flauto Magico di Mozart è stato riscritto, reinventato, personalizzato. Lo scorso 18 settembre alla Monnaie di Bruxelles ha avuto luogo un evento, probabilmente il primo grande avvenimento sociale della stagione. Alla prima dell’opera del compositore austriaco la regia del nostro Romeo Castellucci ha stupito tutti: spazzando ogni certezza, sconvolgendo canoni, rielaborando contenuti, sorprendendo il pubblico. Molti in sala, diciamocelo pure, presenti proprio perché una “première” socialmente imperdibile, non hanno saputo trovare una ragione e una logica nella messa in scena concepita dall’artista.

Nel primo atto tutto sembrava amalgamato: l’orchestra (egregiamente direttamente dal M° Antonello Manacorda, che ben si è saputo inserire nei silenzi e e nelle interruzioni della musica per dare spazio alla narrazione), la scenografia, gli artisti (cantanti, danzatori, figuranti, coro). Ogni elemento era fuso in un insieme che in un primo momento sembrava sminuire la portata e il contributo di ciascuno, ma che alla fine si è rivelato funzionale e perfettamente coerente con ‘l’ovattata giostra’ creata da Castellucci.

I colori tenui, la scena leggera, i costumi, le nuvole e le piume che sembravano di panna montata o di zucchero filato hanno fornito allo spettatore l’atsmofera di una storia dai contorni molto labili, a cavallo fra il reale e l’irreale. Da qui, dunque, l’ardita scelta della soppressione di dialoghi del libretto che aiutano a dare un contorno e un’introduzione ai personaggi che qui perdono una precisa connotazione e che è difficile distinguere: necessario, quindi, conoscere benissimo l’opera mozartiana per intuire i momenti che non hanno trovato spazio.

La seconda parte dello spettacolo cambia e sciocca ancora di più e l’etereo lascia spazio alla realtà: vengono narrate, dai protagonisti stessi, storie di donne e uomini condannati alla cecità o deturpati da incendi. Impossibile non ascoltarli: ma anche qui la scelta ha suscitato non poche perplessità forse perché un po’ troppo allungata, forse perché è un’altra cosa, un altro spettacolo.

Uno sguardo quello di Romeo Castellucci che preferisce guardare alla realtà vera degli individui. Una scelta coraggiosa da parte della Monnaie che ha aperto la stagione con una sfida di cui intuiva approccio e rischio.

Un’esperienza senza dubbio unica che si può vivere a Bruxelles fino al 4 ottobre 2018.

Giovanni Zambito

 

Invito – Marcello Mariani Forme dal Terremoto – Roma – Accademia di Belle Arti

Marcello Mariani (L’Aquila 1938-2017),
artista astratto di caratura internazionale, è diventato il simbolo dell’anima ferita ma indomita dell’Aquila dopo il devastante terremoto del 2009, dell’arte che non si arrende di fronte all’orrore per continuare a generare bellezza, ricucendo le fratture e suturando le ferite. Dopo aver perso studio e abitazione nel rovinoso sisma, lo si vedeva camminare in silenzio nella periferia dell’Aquila deturpata, lungo strade deserte di quartieri evacuati. E all’improvviso capitava di vederlo chinarsi per raccogliere polvere e frammenti di cemento, pezzi di intonaco frantumato, cornici salvate dal disastro. Li usava per creare nuove e bellissime opere astratte in cui c’è, anche fisicamente, tutta quell’apocalisse. Ma soprattutto in quei quadri, tutti del 2009, ed ora esposti all’Accademia di Belle Arti di Roma, si respira un senso di rinascita e di speranza, espresse anche dai colori leggeri, ariosi, mediterranei. In qualche modo, la ricostruzione della città è cominciata proprio da qui, da queste opere in cui l’artista rimette insieme i pezzi di quello che è andato distrutto per ridargli un senso ed una prospettiva volta verso l’avvenire. Lo si vede bene, tra i lavori in mostra, in un’opera di per sé unica nel suo farsi evidente e dichiarato “manifesto” della speranza che L’Aquila, pur ferita, fragile e lacerata, possa riprendere presto il volo. E ciò si lega anche alla costante riflessione dell’artista sul rapporto tra frammentazione caotica ed aspirazione alla totalità.

L’omaggio a Mariani presentato all’Accademia di Belle Arti di Roma, insieme alla mostra che gli verrà dedicata dal 1 ottobre nel Complesso del Vittoriano e promossa dalla Regione Abruzzo, apre idealmente la strada alla ricorrenza del decennale del terremoto, nella primavera dell’anno prossimo. In un legame indissolubile fra l’artista e la sua città natale, i “muri” da lui dipinti sono stati anche di buon auspicio e quasi di stimolo ideale per la rinascita di uno dei simboli della città, la cinta muraria trecentesca, oggi in gran parte restaurata dopo il terremoto del 2009. Insieme ad una quindicina di opere, tutte realizzate nel 2009, verranno esposti tre grandi quadri degli anni successivi che testimonieranno le stratificazioni di memorie, di segni, di voci, di storie dimenticate che animano i “palinsesti” dipinti da Mariani. E, quasi a colmare la perdita di ciò che è andato distrutto nel terremoto, saranno presentati alcuni straordinari scatti di Gianni Berengo Gardin, insigne maestro della fotografia italiana oltre che amico dell’artista, col suo reportage realizzato prima del sisma e dedicato a Mariani, al suo studio e ai suoi prediletti luoghi aquilani.

La mostra di Mariani presentata all’Accademia, presieduta da Mario Alì e diretta da Tiziana D’Acchille, si lega anche al profondo rispetto che l’artista nutriva per questa istituzione, soprattutto per il messaggio creativo ed etico trasmesso ai più giovani, per quel senso di memoria in divenire espresso anche dalle sue opere post-terremoto. E questo legame ideale troverà compimento anche nella donazione, da parte degli eredi, di un’opera dell’artista all’Accademia e nell’organizzazione di un laboratorio sulla pittura di Mariani aperto agli studenti e tenuto da due docenti dell’Accademia, Maria Teresa Padula e Vincenzo Scolamiero.

 

Gabriele Simongini

Ritrovarsi – Carla

 

Ritrovarsi

Carla

di Marlisa Albamonte

E’ stato presentato a Cosenza, nella suggestiva cornice dell’Area Archeologica della Biblioteca Nazionale di Cosenza, Ritrovarsi Carla (The Writer), un appassionante romanzo di Marlisa Albamonte.

Sono intervenuti all’iniziativa, moderata dallo scrivente: Rita Fiordalisi, direttore Biblioteca Nazionale di Cosenza; Maria Francesca Corigliano, assessore regionale alla Cultura; Maria Cristina Parise Martirano, presidente Società Dante Alighieri di Cosenza; Antonello Grosso La Valle, presidente Provinciale UNPLI (Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia), Concetta Grosso, presidente provinciale CIF (Centro italiano femminile) e l’autrice del volume.

Ritrovarsi Carla è un volume delicato e coinvolgente. Marlisa Albamonte in linea con i precedenti lavori (L’ho fatto per amore – Giulia; Il lilla bianco – Liliana e Partire per ricominciare – Isabella) racconta fatti, vicende e sentimenti di una figura femminile con uno scritto scorrevole e denso di umanità.

Cosenza, 20 settembre 2019

SILVIO RUBENS VIVONE

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Ritrovarsi

Carla

di Marlisa Albamonte

Il cantante Angelo Seretti conclude la tournée estiva tra le miss

 

Il cantante Angelo Seretti conclude la tournée estiva tra le miss.

Angelo Seretti il cantante friulano che si esibisce cantando in 5 lingue conclude la stagione estiva con una serata di musica e spettacolo tra le Miss.
Il concorso ”Miss Blumare” premia da sempre il talento e la bellezza delle ragazze in tutt’Italia.
Sia l’anno scorso che quest’anno il cantante Angelo Seretti è stato scelto per intrattenere con le sue canzoni il folto pubblico accorso per molte tappe della gara di fascino.
Grazie alla sua voce e la spigliatezza che lo contraddistinguono Angelo si è subito fatto amare dalle persone presenti nelle piazze.Si conferma cosi un vero showman in grado di intrattenere il pubblico in modo piacevole e completo.
Proprio pochi giorni fa a Cornedo Vicentino insieme alle miss del concorso,si è cosi conclusa la tournée estiva del cantante.Inizia per lui ora una serie di date tra cui sono previste anche diverse aperture di concerto al collega ed amico Bobby Solo.
Angelo Seretti sta inoltre ultimando alcune nuove canzoni. Verranno registrate al   ”Master Studio” di Massimo Passon con sede a Udine.E’infatti fra i migliori studi di registrazione che abbiamo in Italia. Si parla anche di molti brani inediti scritti insieme ad altri grandi nomi della canzone Italiana.
I nuovi brani saranno poi inviati a varie radio in tutto il mondo. Angelo Seretti è infatti riuscito più volte ad entrare nella classifica delle radio nazionali.  Non solo, visto che le sue canzoni sono anche state e sono tutt’ora trasmesse anche all’estero. Infatti è entrato addirittura nella TOP 20 della classifica Euro Indie Music. Un’impresa piuttosto difficile visto che Angelo non ha alcun produttore con ampio budget o manager alle spalle. Da anni infatti ha preferito  la non certo facile strada dell’autoproduzione.
Vi invitiamo a seguire Angelo sui vari social network, li troverete tutte le informazioni che lo riguardano.Inoltre potete anche ascoltare la sua musica sul web.
Fred Di Tonno New Music.