A LETIZIA AIROS IL PREMIO INTERNAZIONALE DI GIORNALISMO “GAETANO SCARDOCCHIA” 2018 – La giornalista dirige a New York il Network i-Italy, un esempio di nuovi linguaggi nella comunicazione

 

Medaglia del Presidente della Repubblica

A Letizia Airos il Premio internazionale di Giornalismo “Gaetano Scardocchia” 2018

La giornalista dirige a New York il Network i-Italy, un esempio di nuovi linguaggi nella comunicazione

di Goffredo Palmerini

TORINO – Letizia Airos, direttore a New York del Network i-Italy, è la vincitrice della IV edizione del Premio internazionale di Giornalismo “Gaetano Scardocchia”, riservato alla stampa italiana all’estero. Così ha deciso la Giuria, composta dai dai giornalisti prof. Giuseppe Di Claudio (presidente), dr. Cecilia Cotti e dr. Stefano Sabatino. E’ stata selezionata, dopo un attento esame della stampa scritta e radiotelevisiva, tra i giornalisti che comunicano l’Italia nel mondo attraverso le testate in lingua italiana all’estero. Dopo Madrid e Berlino, due capitali che hanno ospitato rispettivamente la prima e la seconda edizione nel 2009 e 2011, e Ostana (Cuneo) nel 2017, sarà ancora questo magnifico borgo occitano ad ospitare anche la quarta edizione del Premio.

Ostana, uno dei Borghi più belli d’Italia alle pendici del Monviso, sarà la suggestiva cornice dell’evento, che si svolgerà il 25 e 26 agosto 2018: un appuntamento di grande rilievo culturale dove si farà memoria di Gaetano Scardocchia (Campobasso, 1937 – New York, 1993), una delle più prestigiose firme del giornalismo internazionale. Partito dal piccolo Molise, riuscì a conquistare le vette della stampa internazionale meritandosi stima, prestigio e riconoscimenti, mai perdendo tuttavia la semplicità delle sue origini, l’amore per la terra natale, l’orgoglio delle radici. Gaetano Scardocchia è stato infatti inviato e corrispondente dall’estero di grandi quotidiani, come il Giorno, Corriere della Sera, la Repubblica e appunto La Stampa, di cui fu direttore dal 1986 al 1990. Con la semplicità, il rigore e l’autorevolezza che ne scolpivano i tratti del giornalista di razza, un italiano nel mondo, Scardocchia ha avuto lo sguardo aperto sulla vita reale, trasferendo fatti e sensazioni nei suoi articoli, scritti da ogni latitudine.

Il Premio internazionale di Giornalismo “Gaetano Scardocchia”, con il riconoscimento del Presidente della Repubblica che ha conferito la sua Medaglia – e l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo, ha il patrocinio del Consiglio Regionale del Piemonte, della Regione Abruzzo, del Consiglio Regionale del Molise, del Comune di Ostana, della Famiglia Abruzzese e Molisana del Piemonte e Valle d’Aosta, del Monviso Institute e dell’Associazione Bouligar di Ostana. Oltre al sostegno della Municipalità di Ostana e del Centro Studi Terra Molisana, che organizza l’evento, hanno dato supporto il pregiato il Pastificio “La Molisana” e la Società agricola Vinica di Ripalimosani, in Molise, con la fornitura dei loro prodotti.

Sabato 25 agosto, alle ore 10, unitamente alla cerimonia di consegna del Premio a Letizia Airos – l’artistica Targa bronzea realizzata dalla millenaria Fonderia pontificia Marinelli di Agnone -, si svolgerà in Piazza de “La Vilo” di Ostana il Convegno “Dalle Alpi alla Patagonia, per un Turismo sostenibile e delle Radici, del quale saranno relatori Giacomo Lombardo, sindaco di Ostana, Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, Letizia Airos, giornalista e direttore i-Italy di New York, Enrica Alberti, Associazione culturale Bouligar, Luciano Mucciante, sindaco di Castel del Monte (L’Aquila) e Lucia Masciotra, sindaco di Vastogirardi (Isernia). Giuseppe Di Claudio, presidente del Centro Studi Terra Molisana, coordinerà e concluderà i lavori. Il Convegno sarà aperto dai saluti dei Consigli Regionali di Piemonte, Abruzzo, Molise, e del presidente della Famiglia Abruzzese e Molisana in Piemonte e Valle d’Aosta, Carlo Di Giambattista.

Proprio per i temi del Convegno – Emigrazione e Turismo sostenibile, con particolare riguardo al Turismo delle Radici – la scelta della sede per la 4^ edizione del Premio ha privilegiato ancora il borgo di Ostana, piccolo incantevole Comune composto di borghi sparsi, con le tipiche architetture, in posizione panoramica sul versante soleggiato della Valle del Po, con splendida vista sul gruppo del Monviso. Il Convegno proporrà dunque un utile confronto di esperienze tra i borghi di Ostana, Castel del Monte e Vastogirardi, tutti riconosciuti nel Club dei Borghi più belli d’Italia. Da alcuni anni il Comune di Ostana, infatti, porta avanti un coraggioso progetto di valorizzazione del turismo sostenibile, di ricerca delle colture tipiche, di ripopolazione dei borghi, con un forte impegno culturale sulle tradizioni e sull’antica lingua occitana. Il modo più semplice per conoscere questo angolo alpino di Occitania è fare il giro delle borgate, che nel secolo scorso furono prosciugate dall’emigrazione, seguendo il tracciato dei tratturi utilizzati dal bestiame per raggiungere i pascoli alti e per il ritorno serale. Il panorama, salendo di quota, si fa sempre più spettacolare e mozza il fiato: tutta la catena alpina con il Monviso, il Rosa e il Cervino, si dispiega davanti agli occhi, tra i cangianti colori della natura.

Qualche annotazione biografica, infine, sulla vincitrice della IV edizione del Premio. Letizia Airos è pseudonimo di Anna Letizia Soria. Giornalista, direttore responsabile e fondatore del network multimediale “i-Italy” di New York, Letizia Airos è nata a Roma, ma di origine abruzzese – il padre Nicola Soria, magistrato e presidente della Corte dei Conti, era nato a Vasto. A Roma ha frequentato la Facoltà di Sociologia all’Università La Sapienza prima di trasferirsi all’estero, dove vive dall’età di 23 anni. Dal 1993 vive e lavora negli Stati Uniti, collaborando con diverse testate, sia italiane che statunitensi. Nel 2008 ha fondato a New York la testata i-Italy (www.i-Italy.org) inizialmente solo online. Sotto la sua direzione i-Italy è cresciuta fino a diventare il più grande network multimediale in lingua inglese dedicato all’Italia negli Stati Uniti. Il network comprende oggi un programma televisivo settimanale, in onda sul canale ufficiale della città di New York (NYC Life – Channel 25), una rivista bimestrale a stampa distribuita in 6 maggiori città americane (New York, Washington, Boston, Miami, Los Angeles, San Francisco, e prossimamente a Chicago), e un portale web con un raggio d’azione molto ampio sui social media. Cuore della mission di Letizia, tramite l’utilizzo delle più avanzate tecnologie dell’informazione e della comunicazione, è quello di presentare agli americani “italofili” una visione a 360 gradi dell’Italia, libera da stereotipi e luoghi comuni.

E’ un impegno, questo, che la porta anche a svolgere un attento lavoro di mediazione culturale. Tra i suoi libri ricordiamo “L’America da vicino, l’Italia da lontano” (Edizioni Scientifiche Italiane) e “Guido: Italian/American Youth and Identity Politics” (Bordighera Press) co-curato con Ottorino Cappelli. Autrice di numerosi servizi e reportage negli Stati Uniti, ha realizzato inchieste su temi cruciali legati all’emigrazione italiana, soprattutto sulle realtà giovanili. Come direttore ed executive producer dell’unità video-Tv di i-Italy Network, ha prodotto e curato la regia di diversi corti, spot informativi e pubblicitari, e documentari sulla realtà italiana a New York e negli Stati Uniti. Tra questi una serie di documentari dedicata al rapporto tra le nuove e vecchie generazioni italo-americane intitolata “Nonni e Nipoti dell’America Italiana”. Letizia Airos è anche attiva nel campo delle attività di promozione e delle pubbliche relazione per istituzioni, enti culturali e imprese italiane a New York. Il network si distingue particolarmente per il suo linguaggio innovativo, attento alle nuove generazioni sulle quali risulta molto penetrante. I principali giornali italiani hanno analizzato le performance del network, riferendone in servizi molto curati e con giudizi assai lusinghieri (Corriere della Sera, La Stampa, America Oggi, ed altri). Nel 2010 Anna Letizia Soria è stata insignita dal Presidente della Repubblica dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia.

L’AUTORE ABRUZZESE PEPPE MILLANTA CON UN LIBRO PER TORNARE A SOGNARE – Il suo romanzo “Vinpeel degli orizzonti” è finalista al Premio John Fante Opera Prima 2018

 

L’autore abruzzese Peppe Millanta con un libro per tornare a sognare

Il suo romanzo Vinpeel degli orizzonti” è finalista al Premio John Fante Opera Prima

di Patrizia Angelozzi

Vinpeel degli orizzonti” è il romanzo edito da Neo Edizioni, casa editrice per metà abruzzese e metà campana che negli anni si è distinta per scelte editoriali accurate, con autori candidati al Premio Strega e altri importanti riconoscimenti. L’autore Peppe Millanta, abruzzese, sta ricevendo grande consenso di pubblico e critica con la sua opera prima.


Vinpeel degli orizzonti: un libro pieno di luce, un romanzo intriso di poesia, che ai sogni e all’immaginazione ruba la scintilla. Un cartello sbiadito con su scritto “Benvenuti a Dinterbild”. Un pugno di case gettate alla rinfusa intorno a una locanda. Una comunità che pare sospesa nel tempo. Una strada da cui non arriva più nessuno, e nessuno ricorda più dove porti. E gli occhi di Vinpeel, l’unico ragazzino di questa bizzarra comunità, che una notte, scrutando l’orizzonte, si convince che al di là di questo mondo esitante ci sia qualcos’altro.


Peppe Millanta, al suo esordio, crea un mondo che tutti vorremmo abitare e che forse, in cuor nostro, già abitiamo. Racconta del ragazzino che abita dentro ognuno di noi. C’è la sua vita confinata in un luogo che sembra appartenere a un sogno, c’è suo padre con cui parla solo attraverso l’aiuto del mare, ci sono amici che hanno la consistenza di nuvole e bizzarri personaggi. Ma su tutto c’è la sua voglia di scoprire, di spingersi oltre ciò che gli è dato conoscere.


In soli quattro mesi dall’uscita editoriale del romanzo
Vinpeel degli orizzonti, sono oltre 80 le tappe che lo hanno visto protagonista su tutto il territorio nazionale e ospite nei grandi Festival della letteratura, con numerosi riconoscimenti e premi. Abruzzo, Lombardia, Book Pride Milano, Salone internazionale del libro di Torino, Bologna, Venezia, Varese, Nocera Inferiore, Napoli, Roma, Palermo, Salerno, Isernia, Isole Tremiti, Pescara, Festival delle letterature Salerno, Urbino, Tropea, Palermo e moltissimi altri luoghi.

Questi i Premi e riconoscimenti raccolti finora per l’opera: vincitore (1° classificato) del Premio Alda Merini, del Premio Quercia in favola (per i diritti dell’infanzia), del Premio La Pania, del Premio Borgo Albori 2018 per la narrativa; 2° classificato al Premio Nero su Bianco; Menzione speciale al Premio Città di Grottammare. Inoltre, il suo romanzo è Opera selezionata al Premio Grotte della Gurfa, e Opera finalista al Premio San Salvo e al Premio Carlo Piaggia. Infine, Vinpeel degli orizzonti è nella terna dei finalisti del Premio Letterario John Fante Opera Prima 2018, il cui vincitore si conoscerà nel corso del Festival “Il dio di mio padre”, in programma a Torricella Peligna (Chieti) dal 24 al 26 agosto prossimi.

Peppe Millanta – una laurea in Giurisprudenza alla “Sapienza” di Roma, due anni di Specializzazione e un’Abilitazione all’esercizio della professione forense – si è diplomato in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico. Vincitore di numerosi premi di narrativa e di teatro, nel 2013 fonda la “Peppe Millanta & Balkan Bistrò”, band di world music con cui si esibisce in tutta Italia. Nel 2017 fonda a Pescara la “Scuola Macondo – l’Officina delle Storie” dedicata alle arti narrative.

Scrittore, sceneggiatore, musicista, insomma artista dal multiforme ingegno, nella sua biografia semiseria, tra l’altro, afferma che in totale si è innamorato una sola volta. Ha avuto due cani. Ha fissato il mare almeno una volta al giorno. Ha pianificato nove viaggi che poi non ha fatto. Ha tirato a far tardi molte più volte del dovuto. Gli sono volati via dalle mani sei palloncini. Ha una fobia, otto libri che rileggerebbe all’infinito e quattro persone che vorrebbe prima o poi rincontrare. Vinpeel degli orizzonti è il suo primo romanzo.

http://www.peppemillanta.it/

Fiuggi, va in scena il Canzoniere Anticolano, domenica 19 agosto

 

Fiuggi, domenica 19 agosto va in scena il Canzoniere Anticolano

FIUGGI – Dopo il battesimo del palcoscenico, l’estate passata a FiuggiPlateaEuropa e il successo riscosso alla sala Margana di Roma nel dicembre scorso, i cantori fiuggini del “Canzoniere Anticolano” tornano a grande richiesta ad esibirsi a Fiuggi, domenica 19 agosto (Giardino dell’Excelsior, Bar DueP, Via Ernesta Besso, 9. Fiuggi Città). La serata intitolata “NoveVolte Cento” è un collage di canti popolari assemblati daPino Pelloni a raccontare il nostro Novecento e organizzati dalla solerzia di Sonia Principia della Art and Passion. Dalle strofe ereditate dal Risorgimento alla prima Guerra mondiale, dai canti di lotta e di protesta a quelli d’amore, di lavoro e di emigrazione in una narrazione corale a raccontare la storia delle nostre genti.

Il canto popolare (stornelli, ninne nanne, serenate) espressione di cultura delle classi subalterne, di cui testimonia i sentimenti, le aspirazioni e le lotte, in Italia era legato alle culture regionali e sottoregionali ed a quella civiltà prevalentemente agricola rintracciabile nel nostro paese prima che iniziasse il processo di industrializzazione. Un patrimonio melodico e di poesia tramandato per via orale attraverso generazioni di famiglie e arrivato ai cantori fiuggini che tengono da sempre alta la bandiera di questa tradizione che viene da lontano e che restituisce dignità alla “lingua del popolo”, esaltandone la sua cultura e la sua storia. Questa tradizione del canto corale, gelosamente conservata e tramandata da alcune famiglie fiuggine (Incocciati, Principia, Meloni,) pur avendo subìto nel corso degli anni contaminazioni sonore e linguistiche, riesce ancora a coniugarsi con la creazione collettiva, tanto che lo storico sociale Pino Pelloni ha deciso il suo recupero e la sua valorizzazione. Si tratta di un patrimonio culturale di inestimabile valore riproposto nel segno della tradizione e della cultura popolare come accade da secoli per l’Agonia cantata il venerdì Santo e del Pianto della Madonna nella processione del Cristo morto. Come accade, ogni domenica delle Palme e da oltre un decennio, con la rievocazione storica della Passione di Cristo mutuata da quella storica degli anni’70 ideata da Erio Alessandri.

Fanno parte del “Canzoniere Anticolano”: Romano Incocciati (alla fisarmonica); cantori: Gino Principia, Luciano Meloni, Filippo Severa, Angelo Girolami, Claudio Merletti, Sandro Tucciarelli, Antonio Ambrosetti, Mario Severa, Daniele Ambrosetti, Roberto Girolami, Giovan Battista Ambrosi, Attilio Cardinali, Massimo Ludovici, Giuseppe Incocciati, Gino Incocciati, ndrea onorati, Roberta Terrinoni, Luisa Latini, Adele Ludovivi, Paola Cinetri, Sandra Scardella, Orietta Motta, Gabriella Terrinoni, Sonia Principia. Collaborazione tecnica ed iconografica di MediaEventi.

(com.unica/18 agosto 2018)

Festival “Nell’Aterno scorre Musica” XII ed., 1° appuntamento – 21 AGO 2018 DE SICA/FELLINI IN MUSICA – EMICICLO AQ

 

 

Nell’Aterno scorre Musica XII edizione, evento inaugurale con Girotto, Di Sabatino e Cavuti interpreti delle melodie dei maestri Cicognini e Rota”

Il prossimo 21 agosto, alle ore 21.00, nello splendido scenario del Palazzo dell’Emiciclo all’Aquila (sede del Consiglio Regionale), si apre, con lo spettacolo musicale “Fellini/De Sica in musica”, la dodicesima edizione del Festival “Nell’Aterno scorre Musica”, con l’ideazione e la direzione artistica della pianista aquilana Sara Cecala.

Ospitare come evento inaugurale del Festival – commenta Sara Cecala – tre big del jazz italiano, e non solo, come Javier Girotto, Paolo Di Sabatino e Davide Cavuti mi riempie di gioia ed entusiasmo, anche e soprattutto per l’amicizia che mi lega da tempo a questi straordinari musicisti, tre uomini di grande sensibilità umana oltre che artistica.

Lo spettacolo è un cine-concerto ideato da Davide Cavuti, autore di un lavoro encomiabile di riscoperta del compositore abruzzese di musiche da film, spesso ingiustamente trascurato, Alessandro Cicognini (Pescara, 25 gennaio 1906Roma, 9 novembre 1995) che come il grande Nino Rota, ha composto le più intense melodie per le pellicole di illustri cineasti quali Vittorio De Sica e Federico Fellini. Spartiti che hanno impreziosito la cinematografia italiana, da “Sciuscià” (film del 1946) a “Ladri di biciclette”, entrambi Premi Oscar diretti da De Sica, passando per “Peccato che sia una canaglia” (1954) di Alessandro Blasetti (con la Loren nazionale) e “Miracolo a Milano”, capolavori del neorealismo italiano divenuti tali anche grazie alla bravura del nostro Cicognini, senza tralasciare le colonne sonore di altri celebri film, curati anch’essi dal maestro, ed interpretati da Totò tra cui “La banda degli onesti, “Siamo uomini o caporali” e “Totò, Peppino e i fuorilegge”. E poi “La dolce vita di Fellini”, “8 e ½” e “I Vitelloni”, solo per menzionarne alcuni, dove i temi di Nino Rota, altro illustre autore che verrà eseguito durante lo spettacolo, restano pietre miliari della storia della musica e del cinema di tutti i tempi”.

Gli artisti proporranno, inoltre, un omaggio all’indimenticabile scrittore, sceneggiatore e drammaturgo felliniano Ennio Flaiano. Ci sarà spazio per godere di un repertorio appassionato e originale, reso unico dal talento del trio, e condito con un po’di “a m’arcord”!

In autunno – prosegue il direttore Cecala – è in programma il secondo appuntamento della Rassegna dal titolo “La Terra è di chi la suona” con la chitarrista e cantautrice sansalvese Lara Molino, spettacolo tratto dal suo nuovo lavoro discografico Fòrte e gendìle”, prodotto dal violinista e song writer Michele Gazich che raccoglie dieci brani folk, quasi tutti scritti da Lara insieme al padre e poeta Michele Molino, e molto altro è in cantiere!

Anche questa edizione – chiude Sara Cecala – che predilige ospitare le migliori espressioni artistiche regionali, e sono tante, di pregio e variegate, prende il via grazie al sostegno della Fondazione Carispaq con la quale è in itinere un altro progetto, ritengo di rilievo per la città dell’Aquila, un reading di musica e teatro, prodotto in collaborazione col T.S.A., ideato e scritto da me, con la partecipazione di Giampiero Mancini, straordinario attore pescarese del teatro e del piccolo schermo, ispirato al libro del giornalista (e scrittore) Angelo De Nicola sul “Principe del Foro”, l’avv. don Attilio Maria Cecchini, nostro illustre concittadino”.

L’appuntamento, ad ingresso gratuito, è patrocinato e realizzato in collaborazione con il Consiglio regionale dell’Abruzzo.

Per info: ass.operaprima@gmail.com – 329.3637552

LA STORIA DI NAVELLI NELLA STORIA DELL’ITALIA MERIDIONALE – Annotazioni sul volume “Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi” di Antonio Galeota

 

LA STORIA DI NAVELLI NELLA STORIA DELL’ITALIA MERIDIONALE

Annotazioni sul volume “Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi” di Antonio Galeota

di Giuseppe Lalli

L’AQUILA – Il 13 agosto scorso, nell’Aula consiliare del Comune di Navelli, con vista sull’antico stupendo borgo, si è svolta la presentazione del volume “Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi”, scritto da Antonio Galeota. Come tutte le opere originali, il libro sfugge ad una precisa classificazione di genere. Si tratta di un lungo racconto scritto sotto forma di saggio storico-politico; ma potrebbe essere anche l’abbozzo di una storia sociale dell’Italia meridionale. Lo scritto è percorso da cima a fondo da un vivo senso della giustizia e da un’esigenza di verità. In esso convivono passione civile e rigore storiografico, direi – tanto per entrare in argomento – nella migliore tradizione della cultura meridionale. In più di una pagina, ho avuto l’impressione di rileggere il Francesco De Sanctis di “Un viaggio elettorale”.

La trattazione è densa, ricca di notizie e di argomenti. Ci s’imparano molte cose. Io vi ho imparato ad apprezzare la figura di Giuseppe Garibaldi, sulla quale non avevo mai riflettuto a fondo. L’autore ce lo presenta come un personaggio di spessore a tutto tondo: non solo il grande condottiero e stratega militare che tutti abbiamo conosciuto nei libri di storia, ma anche l’uomo che pensa in maniera politica, che è disposto ad accantonare il suo repubblicanesimo e il suo radicalismo sociale convinto com’è che l’unità politica della nostra penisola si sarebbe potuta realizzare solo sotto l’egida del Piemonte di Cavour e dei Savoia. Un’altra cosa che ho appreso, nel capitolo dedicato all’emigrazione, quando si riferisce del terribile episodio avvenuto a New Orleans dell’uccisione per linciaggio di alcuni italiani (tra cui il navellese Loreto Còmitis), imputati dell’uccisione di un rappresentante delle forze dell’ordine ed assolti, è quanto, in molti momenti della sua storia, la società americana sia stata percorsa da sentimenti di odio razziale ed etnico, di cui i primi emigrati italiani fecero le spese.

La copertina del libro è assai didascalica. Sotto, sulla falsa riga di un celebre dipinto, “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo, sono raffigurate tutte quelle figure sociali, a partire da una coppia con bambino in braccio, che da sempre tirano la carretta, quelli, appunto, che hanno sempre dato. C’è il contadino, il medico, l’operaio, il carabiniere, insomma quelli che producono vera ricchezza, finanziaria e soprattutto morale. Si tratta, tutto sommato, come nel quadro di Pelizza da Volpedo, di una forza tranquilla. Sopra, invece, è raffigurata tutta quella borghesia che soprattutto nel meridione è vissuta all’ombra della rendita di posizione o, addirittura, ai limiti della legalità.

Goffredo Palmerini, nella prefazione al libro, a proposito di quella ricca articolazione di fatti locali e vicende nazionali che è uno dei tratti caratteristici del libro, evoca appropriatamente la lezione di un grande storico francese, Jaques Le Goff, autore per il quale, nella ricerca storica, fatti come la lingua, le tradizioni, i racconti, i monumenti, insomma tutto ciò che è parte viva di una memoria collettiva, ha la stessa dignità di fonte del documento scritto. A me la lettura del libro ha evocato un altro grande esponente di quella corrente storiografica che va sotto il nome di “Scuola delle Annales “, e cioè Fernand Braudel, che parla di correnti che si muovono nel sottosuolo della storia, processi di lunga durata, che agiscono sotto la superficie della politica e che da questa superficie sono toccate solo parzialmente. Sono quei piani bassi della società, su cui Antonio Galeota, in questo suo libro, getta i riflettori: quei piani abitati, appunto, da quelli che hanno sempre pagato, quelli che, alla fine, fanno la storia vera.

Una delle principali chiavi di lettura di questo saggio, che consta di otto capitoli, va ricercata a mio parere nel capitolo secondo, quello dedicato al brigantaggio e alle politiche dell’Italia postunitaria. E’ qui infatti che l’autore crede di rintracciare le radici di quella “questione meridionale” che appare tuttora non risolta. Il fenomeno del brigantaggio meridionale postunitario è, a mio avviso, esemplare di quella visione di lunga gittata di cui si parlava, perché ripropone temi che vanno al di là della stessa vicenda politica dalla quale prese le mosse. I libri di storia “ufficiale” hanno operato, su questo tema, o una rimozione, o, a mio parere, una interpretazione quasi sempre parziale. C’è una storiografia di ispirazione marxista che ha voluto vedere nel brigantaggio una rivoluzione in anticipo, una rivolta sociale che reclamava una dottrina e una guida politica. Da parte liberale, invece, si è preferito spesso sottolineare la strumentalizzazione politica operata dalle vecchie classi dirigenti spodestate: un incidente di percorso.

Nel libro c’è un approccio corretto. Si sottolinea la partecipazione contadina al movimento e si dice che si trattò di una vera e propria guerra civile, combattuta anche “da centinaia di donne in servizio armato permanente”. Si chiarisce che il brigantaggio era sì antiunitario e filoborbonico, ma non per deliberata scelta politica, ma come inevitabile risposta ad un profondo malessere sociale. Una secolare esperienza e un istinto atavico induceva i braccianti e i contadini poveri a diffidare dei cambiamenti, e a vedere nelle stesse richieste costituzionali solo la possibilità data a quella nascente borghesia agraria piccola e grande presente nei municipi e sempre pronta a cambiare cavallo, di accaparrarsi le terre, ed eliminare quelle concessioni, come i diritti di uso civico (pascolo, legnatico, seconda raccolta) che gli aristocratici riconoscevano per antica consuetudine.

I fatti, come si dimostra nel libro, daranno ragione ai contadini: niente più concessioni e, in cambio, tasse e servizio militare obbligatorio. Ma Galeota accenna, sia pure fugacemente, ad una spiegazione più profonda, che richiama quelle correnti sotterranee a cui si accennava. Per paradossale che possa apparire, le plebi meridionali percepiscono il regime borbonico come più equo, e più in sintonia con quel sentimento religioso radicato in quel mondo. Agisce insomma l’autorità di una tradizione secolare, aspetto su cui non si è abbastanza riflettuto. Non si tratta certo di alimentare sentimenti neoborbonici, che sono del tutto estranei, credo, all’autore, ma di aderire, come si diceva, ad un’esigenza di verità.

Se è vero che il processo di unificazione era scritto nel destino della nostra penisola (come aveva capito già Napoleone Bonaparte) e se è altrettanto vero che, in quel contesto determinato, esso poteva essere portato a termine solo dal Piemonte di Cavour e dei Savoia (come era convinto Giuseppe Garibaldi), questo non significa – sembra dire Galeota – che non si potesse agire in maniera diversa. L’alternativa alla famigerata legge che porta il nome di un deputato aquilano, la legge Pica del 1863, che dava all’esercito piemontese i poteri più arbitrari nella repressione del brigantaggio, era attuare “politiche giuste ed equanimi”. Galeota non manca di richiamare il quadro normativo entro il quale si consumò la grande ingiustizia. Un provvedimento a firma del Luogotenente Farini (che nel dicembre del 1862 diventerà Presidente del Consiglio), istituiva, per ogni provincia, dei commissari governativi che avrebbero dovuto provvedere alla ripartizione dei terreni del demanio pubblico, quel demanio pubblico dove erano state “accantonate” provvisoriamente le terre degli antichi feudi baronali soppressi nel 1806 da Giuseppe Bonaparte (provvedimento che i Borbone avevano mantenuto), appezzamenti che assai spesso venivano affittati ai contadini a prezzi calmierati. In ossequio a quanto stabiliva il decreto, i commissari agirono di concerto con la amministrazioni comunali. Ma finì per prevalere il criterio di assegnare le terre non ai senza-terra, ma a chi già di fatto le possedeva, vale a dire a quei proprietari che da sempre agivano all’interno dei consigli comunali.

Più tardi, in occasione della alienazione delle terre confiscate agli ordini religiosi (la cosiddetta “mano morta”) e trasferite al Demanio dello Stato nel 1862, si dispose che esse potessero essere acquistate solo da chi vantava crediti nei confronti dello Stato. Ma chi poteva vantare crediti nei confronti della Pubblica Amministrazione se non quelli che Galeota definisce “i soliti noti”? Non erano mancate voci di dissenso, come quella di un magistrato aquilano, Pasquale Carli, che a proposito delle suddette terre ecclesiastiche, aveva proposto, sul modello di quanto era avvenuto in Toscana e in Umbria, di assegnarle: prima, al demanio dei Comuni; e di ripartirle poi tra i contadini poveri, conservando inoltre i diritti di uso civico, “ In tal modo – scriveva saggiamente il Carli in un editoriale del 19 gennaio 1861 pubblicato su un giornale edito all’Aquila – non solo verrebbe tolta la causa o il pretesto alla sedizione, ma si trasferirebbero gli avversari della libertà in ardenti partigiani di essa “ .

Nel libro non si esita a sfatare anche un altro luogo comune, quello di uno Stato borbonico, al tempo della spedizione garibaldina, opprimente e retrogrado. L’autore ci mostra, dati alla mano, una realtà alquanto diversa. C’era sì un piano di infrastrutture appena abbozzato e decisamente insufficiente, ma era in corso un apprezzabile impulso allo sviluppo industriale in vari settori. Le condizioni sociali negli ultimi anni erano migliorate. Si cita uno studio del 1900 di Francesco Saverio Nitti nel quale lo statista lucano aveva rilevato che, al momento dell’unificazione, l’Italia meridionale vantava “un grande demanio, una grande ricchezza monetaria, un credito pubblico solidissimo”, ereditati dal nuovo Stato e messo a frutto non certo a vantaggio di chi li aveva prodotti e conservati.

Avviene in quegli anni, da parte delle classi dirigenti – scrive con documentata argomentazione Galeota – la deliberata scelta di favorire il solo sviluppo industriale del Nord. A ciò concorse una politica di agevolazioni fiscali e, più tardi, di protezionismo doganale, che dal punto di vista della produzione industriale, finì per trasformare il meridione – è questa l’amara conclusione dell’autore – in una sorta di colonia interna, sul modello di quanto farà l’Inghilterra con le sue colonie “esterne” (tesi certo forte e discutibile, ma niente affatto isolata nel panorama culturale italiano). Guido Dorso, forse il più appassionato e penetrante tra i meridionalisti, nel libro “La rivoluzione meridionale” del 1925, si esprime in termini assai simili. A ciò concorse anche – aggiunge Galeota – un ceto politico meridionale più attento a curare i propri orticelli locali e clientelari che a farsi portavoce di riforme strutturali a beneficio delle genti meridionali. Si manifesta qui quel costume, tipico di una certa tendenza meridionale, di coltivare virtù private e pubblici vizi, da cui nascerebbero quello scarso senso dello Stato di cui tanto si è parlato ai nostri giorni.

L’autore documenta, in altra parte del libro laddove la storia si confonde con l’attualità politica, che in termini di investimenti statali e di spesa pubblica, il divario favorevole al Nord non si è mai attenuato, a dispetto di tutta quella propaganda contro il presunto assistenzialismo meridionale. Alla denuncia del passato, recente e meno, l’autore fa seguire una serie di indicazioni. Ne parla nel capitolo 7, dall’eloquente titolo “Puntare sul meridione “. Tra le tante proposte, due meritano a mio avviso particolare attenzione. La prima, di carattere generale, è quella rivolta alla politica nazionale: si tratta di vincere le resistenze dell’Unione Europea per poter modificare una legge che, mentre permette che lo Stato finanzi, tramite una società pubblica, la Simest, con capitali della Cassa Depositi e Prestiti, la delocalizzazione delle nostre industrie in altri paesi a basso costo del lavoro, vieta che questo avvenga a favore delle due regioni del Sud che presentano redditi pro-capite molto al di sotto della media Europea. La seconda indicazione degna di attenzione riguarda direttamente il nostro territorio. Si tratterebbe, da un lato, di tornare alla cultura dell’artigianato finalizzato ai prodotti ad alto contenuto tecnico ed estetico; dall’altro di dare impulso ad un settore terziario al servizio di quel turismo che nella nostra regione sta conoscendo una fase di ripresa, in un territorio come il nostro disseminato di borghi stupendi come Navelli, con una discreta capacità ricettiva e un alto grado di attrazione.

L’autore di questo libro, come si evince fin dalle prime pagine, è un meridionalista convinto, un meridionalista però che ama analizzare la realtà nei suoi aspetti quantitativi, cercando i rimedi, piuttosto che attenersi alla sola teoria. C’è poi un’altra faccia del libro di Antonio Galeota, non meno importante, quella in cui descrive quel microcosmo sociale che è stata la Navelli dei primi decenni del secolo scorso. Vi dedica un capitolo specifico – “Tra le due guerre mondiali “ -, ma Navelli sta sullo sfondo di tutto il lungo racconto. Sembra quasi che l’autore abbia voluto saldare con questo borgo un debito sentimentale, in pagine dove spesso il dato storico e lo slancio poetico si fondono. Viene in mente quel nostro grande conterraneo, Benedetto Croce, che in appendice alla sua “Storia del regno di Napoli”, scritta nel 1924, riproduce due precedenti scritti dedicati a due paeselli d’Abruzzo, Montenerodomo e Pescasseroli, che sono i paesi d’origine rispettivamente della famiglia del padre e di quella della madre. E’ certamente un omaggio ai sentimenti e alle radici, ma risponde anche ad una esigenza intellettuale del filosofo, quella di “vedere in miniatura i tratti medesimi della storia generale”, come egli stesso scrive.

Antonio Galeota, crociano di fatto, fa una cosa analoga con Navelli. Con una differenza, mi permetto di osservare: che Benedetto Croce non potette avvalersi, nella sua ricerca su Montenerodomo e Pescasseroli, di un archivio ordinato come quello di Navelli. Antonio, come Don Benedetto, ci ricorda che siamo sempre figli, oltre che dei tempi, anche dei luoghi, come ha ricordato a noi aquilani, di dentro e fuori le mura, anche quella tremenda notte del 6 aprile di nove anni fa. Antonio ha scritto un libro pedagogico, di educazione civile, cosa tanto più importante in questi nostri giorni di confusione civile e morale. Mi viene da pensare, in conclusione, a quante volte abbiamo sentito, fin dai banchi di scuola, quel vecchio adagio secondo cui “la storia è maestra di vita”. Ebbene, se è vero che la storia è maestra di vita, è altrettanto vero che questa maestra, assai spesso, ha avuto scolari distratti. Antonio Galeota non sembra essere stato uno scolaro distratto. Ha scritto un libro in ottimo italiano, condito di ironia, punteggiato di espressioni dialettali caustiche ed efficaci. E queste sono ragioni in più per leggerlo, rispetto a quelle dianzi illustrate.

Tortoreto. Il rione Terranuova vince il XVIII Palio del Barone 2018. Palio del Duca di Ascoli vince il premio Gabriele Di Davide

 

LE FOTO POSSO ESSERE USATE LIBERAMENTE PER GLI USI EDITORIALI

COMUNICATO STAMPA

XVIII PALIO DEL BARONE – 2018 – Grande evento Città di Tortoreto (TE)

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Il rione Terranova si aggiudica il XVIII Palio del Barone 2018

1° Premio speciale “Gabriele Di Davide” al Palio del Duca di Ascoli

Bagno di folla alla presenza di tutti i sindaci della Val Vibrata

TORTORETO (Teramo) – Con una sfida sul filo del rasoio, con conseguente spareggio, per aggiudicarsi il 18° Drappo della vittoria del Palio del Barone (realizzato dall’artista senese, Caterina Moscadelli), il rione “Terranova”, con l’emblema del Corvo con i colori bianco-verde, ha trionfato conquistando il Drappo (ad oggi 10 ne ha vinti) che conserverà fino alla prossima sfida del 16 agosto 2019. Amaro in bocca per l’altro rione, “Terravecchia”, con simbolo la Tortora con i colori bianco-azzurro, che poteva ambire al pareggio dei titoli, vista la classifica favorevole.

La serata era iniziata con l’avvertimento, tra la popolazione locale e i numerosi turisti, della scossa di terremoto di magnitudo 5.2 in Molise delle 20:19, quando gli stessi residenti, si sono riversati in strada. Nonostante tutto, il Palio, ha registrato un bagno di folla di oltre 4000 persone, tra la piazza principale (con una seconda tribuna allestita da quest’anno), i vicoli e i locali stracolmi di turisti. La manifestazione è stata aperta con il maestoso corteo storico di circa 400 figuranti provenienti da MarcheAbruzzoToscana e Emilia Romagna.

Il borgo è stato uno splendido palcoscenico medievale, in una cornice di bracieri, fiaccole e tripudio di bandiere. All’inizio del corteo c’era il gonfalone del Barone con al seguito il gruppo dei tamburi. Poi è stata la volta del Barone di Turturitus e la Baronessa, interpretati da una giovane coppia di Tortoreto: Cristiano Scarpantonio e Martina Zacchei (saranno in carica fino al 2020), accompagnati dagli armigeri, che lungo il corteo hanno incontrato i titolari dei vari esercenti commerciali con cui hanno brindato in segno di buon auspicio per la città. Per la seconda volta consecutiva, la Gran Dama, Letizia Albi, è uscita dalla dimora storica, recentemente restaurata, di Villa Mascitti; mentre la coppia dei Baroni è uscita dallo storico Palazzo Liberati.

Seguivano i notabili con le ancelle, giullari di corte, damigelle, dame di corte con i cavalieri. A seguire le delegazioni ospiti con la partecipazione di gruppi storici dalle Marche e Abruzzo, i più numerosi sono stati: Acquaviva Picena con il Palio del Duca, San Severino Marche con il Palio dei Castelli, Mosciano Sant’Angelo con il Palio delle Torri, Ascoli Piceno con La Quintana, GuardiagreleBucchianico e Grottazzolina. Hanno chiuso il corteo: arcieri, falconieri ed infine i gruppi che si sono esibiti in performance artistiche: Scuola Sbandieratori di Sestiere Porta Solestà (neo vincitori della Quintana di Ascoli), La Dama della Luna, Giullar Jocoso e i figuranti di Tortoreto con il Palio del Barone.

Mercanti e mestieranti dell’epoca hanno allietato e animato fin dal pomeriggio il borgo e le vie del centro storico, provenienti da Falconara, Fermo e Ascoli Piceno. La serata è stata condotta dal direttore artistico e “dicitore” medievale, Fabio Di Cocco, sotto la supervisione del Regista e Presidente dell’Associazione Culturale “Due Torri”, Ennio Guercioni. Soddisfatto il Sindaco, Domenico Piccioni, e l’Assessore alla Cultura e Turismo della città rivierasca, Giorgio Ripani. Entrambi, durante la presentazione, hanno speso parole di apprezzamento verso tutti i partecipanti per aver dato lustro in questi due giorni alla città di Tortoreto.

Tutti i comuni della Val Vibrata erano presenti con i loro rappresentanti: Sindaci, Vicesindaci e Assessori. Il momento più toccante della manifestazione è stato il ricordo da parte dell’Associazione organizzatrice “Due Torri”, della figura del compianto Gabriele Di Davide, che da quest’anno inaugura l’istituzione del 1° Premio speciale “Gabriele Di Davide” al miglior gruppo che in ogni edizione porti lustro all’evento. Quest’anno il premio (opera pittorica su tela) è stato vinto dal Palio del Duca di Ascoli rappresentato dal suo Presidente, Nello Gaetani, premio consegnato dal figlio, Alfredo Di Davide. Prima dello spettacolo pirotecnico dell’incendio della torre, si è esibito l’artista “ToiAhi – Danza Del Fuoco”proveniente da Pesaro. successivamente l’estrazione della lotteria di autofinanziamento, questi i numeri dal primo premio al decimo: 1603, 931, 498, 1846, 2227, 2348, 1640, 2274, 1915 e 1952, che vincono rispettivamente: soggiorno a Bahia Carovigno (BR), tablet, borsa, percorso spa, borsa, book fotografico, buon atelier, vini, taglio capelli e prosciutto. Il servizio di sicurezza è stato garantito dalla locale caserma dei Carabinieri, Protezione Civile, Croce Bianca e Polizia Municipale.

Walter De Berardinis

Lettera al sindaco di Genova

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Segretario generale

Gentile Sindaco Bucci,

Il Consiglio Generale degli Italiani all’estero Le aveva scritto giorni or sono per manifestarLe gratitudine rispetto alla decisione assunta dalla città di Genova, che ha progettato di ospitare il Museo nazionale dell’emigrazione italiana in uno degli storici Palazzi della Commenda di San Giovanni di Pré, nel centro storico della Sua città. A distanza di poco tempo e per la triste tragedia verificatasi nella Sua città, Le riscrivo per manifestarLe la nostra più sentita mestizia per quanto è successo a Genova. Questo profondo sentimento di vicinanza, che accomuna storicamente le istituzioni della Sua Comunità con l’emigrazione italiana, si salda in un rapporto di solidarietà umana proprio in queste grame ore, che hanno visto abbattersi su Genova lutti e dolore, causando morte e smarrimento tra numerose famiglie di sfollati tra tutti i genovesi, che soffrono a causa del crollo del ponte autostradale costruito dall’ingegnere Riccardo Morandi.

Il Consiglio generale degli italiani all’estero, in rappresentanza degli italiani residenti fuori dalla Penisola, esprime il suo cordoglio alle famiglie delle vittime della tragedia e solidarizza con l’intera città di Genova, incoraggiandole a risollevarsi e a ritrovare la forza necessaria per superare questo grave momento. Dalle ore 11.36 del 14 agosto in tutto il mondo, gli italiani e le comunità che ci ospitano, seguono con apprensione le notizie provenienti da Genova con la speranza, che il dolore causato, possa essere superato velocemente, per riportare i genovesi alla normalità della vita quotidiana. Nelle nostre comunità all’estero il tricolore sarà esposto abbrunato in segno di lutto nazionale, che osserveremo contestualmente assieme con le istituzioni italiane.

Gentile sindaco Bucci la nostra partecipazione al dolore della città di Genova è sincera.

Michele Schiavone

Segretario generale del

Consiglio generale

degli italiani all’estero

 

REDENZIONE: LA NUOVA WELTANSCHAUUNG – di Mario Setta

REDENZIONE: LA NUOVA WELTANSCHUUNG

di Mario Setta

Dobbiamo ripensare, con tutta la nostra umanità, la nostra Religione…”

ha scritto Teilhard de Chardin, scienziato, paleontologo, teologo.

Ed è su questa nuova weltanschauung

questa nuova visione del mondo,

che gli uomini di oggi sono chiamati a costruire il futuro.

La parola redenzione deriva dal verbo “redímere”, anche in latino “redímere” da red– (= di nuovo) ed “ímere” per “émere” (comprare). Significa quindi ricomprare ciò che è stato venduto. Nei Vangeli questo verbo non viene mai usato. Esiste però la parola “Redenzione” che si trova solo nel Vangelo di Luca in due passi: l’uno (2.38) in cui la profetessa Anna, durante la presentazione di Gesù-bambino al tempio,“si mise a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”; l’altro, verso la fine (21.28), quando si parla di catastrofi cosmiche e manifestazione del figlio dell’uomo glorioso: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina”.

Nel “Dizionario di teologia dommatica” a cura di Parente-Piolanti-Garofalo è scritto: « Redenzione significava anticamente riscatto, quindi liberazione d’uno schiavo o d’una cosa vincolata mediante un pagamento. […] L’uomo peccando ha offeso Dio e si è reso schiavo del peccato e del demonio che gliel’ha suggerito… Cristo Redentore si sostituisce a noi e ci redime con tutta la sua vita terrena, specialmente in forza della sua morte, sacrificio espiatorio, con efficacia fisico-morale. […] Cristo sborsa il suo sangue a Satana per liberare l’uomo dalla sua tirannia».

La centralità del peccato originale nella struttura dogmatica del Cristianesimo appare come un principio fondamentale, impossibile da superare. Un ostacolo su cui ci si imbatte e si resta disarmati. Ed è strano come una simile invenzione, una falsità, che non ha fondamento se non mitologico, abbia potuto resistere fino ad oggi, senza sollevare dubbi.

Fu, in particolare, S. Agostino ad affrontare la concezione del peccato originale come colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Per i bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita. Le parole di Agostino non permettono dubbi: «Si può perciò dire giustamente che i bambini che escono dal corpo senza il battesimo si troveranno nella dannazione, benché la più mite di tutte» (De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum, I, 16.21).

Per Agostino la pena della colpa commessa da Eva e Adamo è la concupiscenza, intrinseca alla stessa natura. E pur considerandola “quel piacere che è il più grande tra i piaceri del corpo”, come afferma nel De Civitate Dei, XIV,16 resta la più grande pena inferta alla natura umana. Pena derivante dalla disobbedienza al volere di Dio. Un’impostazione ideologica che si è affermata nei secoli, diventando dogma di fede, anche se già, allora, contro Agostino, si schierarono il monaco della Britannia Pelagio e il suo discepolo Celestio. Perfino nel 417 il papa Zosimo si era dichiarato favorevole alle tesi di Pelagio e Celestio, ma l’anno successivo, al concilio di Cartagine (418) che accoglie le tesi di Agostino, il papa ritratta, condividendo il documento antipelagiano.

Se si pensa ai miliardi di esseri umani vissuti prima della venuta di Cristo e ai miliardi che non lo hanno conosciuto e non sono stati battezzati, si dovrebbe dedurre che sono tutti dannati. Un Cristianesimo così disumano e anticristiano sembra proprio inconcepibile.

Oggi, fortunatamente, l’interpretazione agostiniana risulta insostenibile dal punto di vista filologico ed esegetico; una ipoteca da cancellare, proponendo un Cristianesimo liberato dal dogma del peccato originale. Purtroppo, la concezione agostiniana è rimasta sostanzialmente immutata, passando dal concilio di Cartagine a quello di Orange (589) fino al Concilio di Trento (17 giugno 1546). Perfino il Concilio Vaticano II, pur evitando di trattare espressamente questioni dogmatiche, ne ribadisce la dottrina: “Quel che ci viene manifestato dalla Rivelazione divina, concorda con la stessa esperienza. Infatti se l’uomo guarda dentro al suo cuore si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie…” (Gaudium et Spes, n.13).

Una serie di posizioni in contrasto con la linea dogmatica delle chiese-istituzioni sembra ora montare come un terremoto ideologico, che ribalta l’antica interpretazione per fare di Eva il modello dell’umanità, liberata dalle catene d’un Eden mai esistito. È stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”. E con lui, Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto; in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”. E Paul Ricoeur: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, l’interpretazione letterale della storia di Adamo”.

E ancora: “insulto alla vita” (Mancuso), “dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci” (Delumeau), “qualcosa di perverso” (Maggi) “dottrina inesistente nel Vecchio Testamento” (Haag), “disobbedienza mai esistita” (Castillo), “dottrina devastante” (Fox), “priva di fondamento l’accusa di un’offesa a Dio” (Valerio).

Già Immanuel Kant, il grande filosofo tedesco, riteneva “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. E Schelling scrive: “lo scopo ultimo della storia umana, tutta intera, è che tutte le realtà umane ritornino all’universale sovranità della ragione”. Chissà che non sia giunto il tempo giusto, quel kairòs, in cui un vicario di Cristo possa rileggere e reinterpretare evangelicamente la Parola di Dio.

Una Parola che affermi come Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo, si rivolga a tutti gli uomini, indistintamente, per la salvezza di tutti, battezzati o no, disposti ad accogliere il suo messaggio e la sua testimonianza per l’universale comunità umana. Una comunità chiamata ad elevare la propria natura al suo più alto grado. Sul suo esempio di vita: Cristo-Uomo, Cristianesimo-Umanesimo. Una vita fondata sull’Amore e che nell’Amore ha la sua unica legge universale, eterna: “Amatevi gli uni e gli altri”.

Comunicato stampa “SUONI D’ESTATE” SOLOTAREV TRIO – BEFFI 16 AGO 2018 ore 20,30

 

 

Il castello di Beffi si accende con le fisarmoniche talentuose del Solotarev Trio

Si accende con “Suoni d’Estate”, sotto la guida della pianista e direttore artistico dell’evento Sara Cecala e con le note virtuose e suadenti di tre giovani accordèonisti Fernando Mangifesta, Lorenzo Scolletta e Alberto Vernarelli, il borgo medievale di Beffi e la sua splendida torre castellata.

Il Sirente, i suoi scorci magici e i borghi della subequana rappresentano un patrimonio prezioso non solo per le comunità locali, ma anche e sopra

ttutto per la conca aquilana e per la sua provincia” così apre il suo intervento Sara Cecala. “Per tali ragioni, insieme con il sindaco di Acciano Fabio Camilli vogliamo ridestare, grazie al linguaggio artistico che mi è più familiare, l’attenzione sui tesori come quello del borgo storico di Beffi e del suo Castello affinché quest’ estate non trascorra senza lasciare una traccia che si tramuterà in un afflato musicale con i residenti e con chi deciderà giovedì 16 agosto, alle ore 20.30, di godere sia dell’ incantevole scenario, sia della bravura del trio Solotarev.

Nutro un affetto autentico e profondo per i borghi del Sirente – Velino e per i suoi abitanti – prosegue Cecala – da quando, nel lontano 2006, con il sostegno economico della Comunità montana (sirentina), la cui presidenza era affidata a Peppe Venta, ideai “Sirente in Festival”, una rassegna itinerante di Arte, Musica e Teatro che abbracciava tutti i paesi dell’omonimo Parco regionale.

Michele Placido, Vanessa Gravina, Edoardo Siravo, Caterina Vertova, e musicisti del calibro di Paolo Di Sabatino, insieme con l’Orchestra dell’ ISA e l’istrionico Gabriele Cirilli, furono alcuni degli ospiti e dei protagonisti di quella kermesse estiva, rimasti tutti sedotti dalle bellezze architettoniche e naturalistiche delle locations scelte per gli appuntamenti, che, le menziono anche con un po’ di saudade, furono la chiesa di Santa Croce e il Tempio Italico di Castel di Ieri, la Collegiata di Tione degli Abruzzi (ancora in restauro), il chiostro di San Francesco a Castelvecchio Subequo, e molti altri siti di pari e raro fascino.

Gli eventi occorsi hanno impedito, dopo alcune entusiasmanti edizioni, la prosecuzione di quel cammino artistico che oggi, seppure in punta di piedi, riprende, ostinato e fiducioso, grazie alla lungimiranza dell’amministrazione comunale che ringrazio assieme all’associazione “Aternostrum” di Acciano per il supporto logistico offertomi.

Riservo, infine, con sincera gratitudine, un plauso a due società impegnate nella ricostruzione, proprio nel Comune di Acciano, la Renaissance srl e la Veba snc (quest’ultima con sede nella frazione di Succiano).

Entrambe, con entusiasmo, hanno aderito alla manifestazione finanziando integralmente l’iniziativa, segno che le sinergiche producono sempre buoni frutti, anche immateriali, atti a cibare la nostra anima e lo spirito battagliero che alberga in noi abruzzesi, testimoni e fautori di slanci resilienti, anche e soprattutto per preservare, con cura e dedizione la cultura e le tradizioni dei luoghi del cuore”.

L’appuntamento è ad ingresso gratuito.

In caso di maltempo il concerto si terrà nella vicina Chiesa di San Michele.

Per info: ass.operaprima@gmail.com – 329.3637552

“SE VI PIACE ASCOLTAR” – Gli scritti del poeta-pastore Francesco Giuliani ispirano un documentario sull’antico tratturo da Castel del Monte fino al Tavoliere

 

SE VI PIACE ASCOLTAR

Gli scritti del poeta-pastore Francesco Giuliani ispirano un documentario sull’antico tratturo da Campo Imperatore-Castel del Monte fino al Tavoliere

L’AQUILA – La poetica narrazione della transumanza del pastore e poeta Francesco Giuliani (Castel del Monte, 1890-1970) ha ispirato la realizzazione di un documentario che raccoglie le immagini di località e paesi attraversati lungo il tratturo, lungo i sentieri che muovendo dal Gran Sasso e Castel del Monte (L’Aquila) per il Molise portavano verso i pascoli del Tavoliere, in Puglia. Il documentario cerca di cogliere il più possibile lo sguardo dello stesso Giuliani – che si mostrò sempre attento al paesaggio circostante – anche con immagini dell’inizio del secolo scorso, che spesso pongono in evidenza le profonde trasformazioni del paesaggio agrario intervenute negli ultimi decenni. Tra le immagini compare anche lo schizzo di un gregge a Campo Imperatore del noto fumettista romano Michele A. Jocca, originario di Calascio.

Il documentario, dal titolo “SE VI PIACE ASCOLTAR”, è stato progettato e autoprodotto da Ciriaco Panaccio, dell’Associazione Zampognari dell’Anima, con montaggio e ottimizzazione di Stefano Marchegiani. Un viaggio intenso ed emozionale che si sviluppa sul filo della memoria, accompagnato da una struggente colonna sonora costituita da brani legati alla transumanza, alcuni dei quali caratterizzati dalle malinconiche note della zampogna e della ciaramella, antichi strumenti simbolo dell’Abruzzo pastorale di un tempo, suonati dallo stesso Ciriaco Panaccio (zampogna) e da Matteo Di Marco (ciaramella), autore, quest’ultimo anche di alcuni scatti e filmati.

Si deve ricordare come il valore culturale, antropologico e sociale delle testimonianze di vita di Francesco Giuliani furono colte – nell’anno 1960 – dalla studiosa romana Annabella Rossi (1933-1984), collaboratrice di Ernesto De Martino, alla quale il poeta-pastore mise a disposizione i suoi quaderni. Proprio in quegli anni la millenaria pratica della transumanza tradizionale scomparve del tutto.

La presentazione del documentario avverrà in anteprima a Castel del Monte – uno dei Borghi più belli d’Italia -, nel teatro comunale dedicato proprio a Francesco Giuliani, il giorno 14 agosto 2018, con inizio alle ore 17:30. Ingresso libero. L’incontro sarà introdotto dal sindaco di Castel del Monte, Luciano Mucciante, cui seguiranno gli interventi di Antonio Bini, già dirigente del turismo della Regione Abruzzo (e promotore del progetto regionale “Le vie della transumanza”, avviato alla fine degli anni novanta), di Gabriella Giuliani, nipote del poeta-pastore, e dell’autore Ciriaco Panaccio.

L’appassionato lavoro di Panaccio – come si è detto realizzato senza contributi pubblici – vuole “rendere omaggio alla vita dei pastori transumanti del passato, ingiustamente considerati ai margini della scala sociale, che per secoli hanno percorso gli antichi tratturi”, generando influenze culturali e valori che nei mesi scorsi hanno portato il Ministero delle Politiche Forestali a candidare la transumanza come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità (Unesco). In occasione della presentazione del documentario saranno esposti, a cura dell’Associazione culturale Castrum Montis, intagli artistici eseguiti da Francesco Giuliani, in cui spesso ricorreva il tema pastorale.

Antonio Bini