Lettera al sindaco di Genova

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Segretario generale

Gentile Sindaco Bucci,

Il Consiglio Generale degli Italiani all’estero Le aveva scritto giorni or sono per manifestarLe gratitudine rispetto alla decisione assunta dalla città di Genova, che ha progettato di ospitare il Museo nazionale dell’emigrazione italiana in uno degli storici Palazzi della Commenda di San Giovanni di Pré, nel centro storico della Sua città. A distanza di poco tempo e per la triste tragedia verificatasi nella Sua città, Le riscrivo per manifestarLe la nostra più sentita mestizia per quanto è successo a Genova. Questo profondo sentimento di vicinanza, che accomuna storicamente le istituzioni della Sua Comunità con l’emigrazione italiana, si salda in un rapporto di solidarietà umana proprio in queste grame ore, che hanno visto abbattersi su Genova lutti e dolore, causando morte e smarrimento tra numerose famiglie di sfollati tra tutti i genovesi, che soffrono a causa del crollo del ponte autostradale costruito dall’ingegnere Riccardo Morandi.

Il Consiglio generale degli italiani all’estero, in rappresentanza degli italiani residenti fuori dalla Penisola, esprime il suo cordoglio alle famiglie delle vittime della tragedia e solidarizza con l’intera città di Genova, incoraggiandole a risollevarsi e a ritrovare la forza necessaria per superare questo grave momento. Dalle ore 11.36 del 14 agosto in tutto il mondo, gli italiani e le comunità che ci ospitano, seguono con apprensione le notizie provenienti da Genova con la speranza, che il dolore causato, possa essere superato velocemente, per riportare i genovesi alla normalità della vita quotidiana. Nelle nostre comunità all’estero il tricolore sarà esposto abbrunato in segno di lutto nazionale, che osserveremo contestualmente assieme con le istituzioni italiane.

Gentile sindaco Bucci la nostra partecipazione al dolore della città di Genova è sincera.

Michele Schiavone

Segretario generale del

Consiglio generale

degli italiani all’estero

 

REDENZIONE: LA NUOVA WELTANSCHAUUNG – di Mario Setta

REDENZIONE: LA NUOVA WELTANSCHUUNG

di Mario Setta

Dobbiamo ripensare, con tutta la nostra umanità, la nostra Religione…”

ha scritto Teilhard de Chardin, scienziato, paleontologo, teologo.

Ed è su questa nuova weltanschauung

questa nuova visione del mondo,

che gli uomini di oggi sono chiamati a costruire il futuro.

La parola redenzione deriva dal verbo “redímere”, anche in latino “redímere” da red– (= di nuovo) ed “ímere” per “émere” (comprare). Significa quindi ricomprare ciò che è stato venduto. Nei Vangeli questo verbo non viene mai usato. Esiste però la parola “Redenzione” che si trova solo nel Vangelo di Luca in due passi: l’uno (2.38) in cui la profetessa Anna, durante la presentazione di Gesù-bambino al tempio,“si mise a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”; l’altro, verso la fine (21.28), quando si parla di catastrofi cosmiche e manifestazione del figlio dell’uomo glorioso: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina”.

Nel “Dizionario di teologia dommatica” a cura di Parente-Piolanti-Garofalo è scritto: « Redenzione significava anticamente riscatto, quindi liberazione d’uno schiavo o d’una cosa vincolata mediante un pagamento. […] L’uomo peccando ha offeso Dio e si è reso schiavo del peccato e del demonio che gliel’ha suggerito… Cristo Redentore si sostituisce a noi e ci redime con tutta la sua vita terrena, specialmente in forza della sua morte, sacrificio espiatorio, con efficacia fisico-morale. […] Cristo sborsa il suo sangue a Satana per liberare l’uomo dalla sua tirannia».

La centralità del peccato originale nella struttura dogmatica del Cristianesimo appare come un principio fondamentale, impossibile da superare. Un ostacolo su cui ci si imbatte e si resta disarmati. Ed è strano come una simile invenzione, una falsità, che non ha fondamento se non mitologico, abbia potuto resistere fino ad oggi, senza sollevare dubbi.

Fu, in particolare, S. Agostino ad affrontare la concezione del peccato originale come colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Per i bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita. Le parole di Agostino non permettono dubbi: «Si può perciò dire giustamente che i bambini che escono dal corpo senza il battesimo si troveranno nella dannazione, benché la più mite di tutte» (De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum, I, 16.21).

Per Agostino la pena della colpa commessa da Eva e Adamo è la concupiscenza, intrinseca alla stessa natura. E pur considerandola “quel piacere che è il più grande tra i piaceri del corpo”, come afferma nel De Civitate Dei, XIV,16 resta la più grande pena inferta alla natura umana. Pena derivante dalla disobbedienza al volere di Dio. Un’impostazione ideologica che si è affermata nei secoli, diventando dogma di fede, anche se già, allora, contro Agostino, si schierarono il monaco della Britannia Pelagio e il suo discepolo Celestio. Perfino nel 417 il papa Zosimo si era dichiarato favorevole alle tesi di Pelagio e Celestio, ma l’anno successivo, al concilio di Cartagine (418) che accoglie le tesi di Agostino, il papa ritratta, condividendo il documento antipelagiano.

Se si pensa ai miliardi di esseri umani vissuti prima della venuta di Cristo e ai miliardi che non lo hanno conosciuto e non sono stati battezzati, si dovrebbe dedurre che sono tutti dannati. Un Cristianesimo così disumano e anticristiano sembra proprio inconcepibile.

Oggi, fortunatamente, l’interpretazione agostiniana risulta insostenibile dal punto di vista filologico ed esegetico; una ipoteca da cancellare, proponendo un Cristianesimo liberato dal dogma del peccato originale. Purtroppo, la concezione agostiniana è rimasta sostanzialmente immutata, passando dal concilio di Cartagine a quello di Orange (589) fino al Concilio di Trento (17 giugno 1546). Perfino il Concilio Vaticano II, pur evitando di trattare espressamente questioni dogmatiche, ne ribadisce la dottrina: “Quel che ci viene manifestato dalla Rivelazione divina, concorda con la stessa esperienza. Infatti se l’uomo guarda dentro al suo cuore si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie…” (Gaudium et Spes, n.13).

Una serie di posizioni in contrasto con la linea dogmatica delle chiese-istituzioni sembra ora montare come un terremoto ideologico, che ribalta l’antica interpretazione per fare di Eva il modello dell’umanità, liberata dalle catene d’un Eden mai esistito. È stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”. E con lui, Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto; in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”. E Paul Ricoeur: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, l’interpretazione letterale della storia di Adamo”.

E ancora: “insulto alla vita” (Mancuso), “dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci” (Delumeau), “qualcosa di perverso” (Maggi) “dottrina inesistente nel Vecchio Testamento” (Haag), “disobbedienza mai esistita” (Castillo), “dottrina devastante” (Fox), “priva di fondamento l’accusa di un’offesa a Dio” (Valerio).

Già Immanuel Kant, il grande filosofo tedesco, riteneva “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. E Schelling scrive: “lo scopo ultimo della storia umana, tutta intera, è che tutte le realtà umane ritornino all’universale sovranità della ragione”. Chissà che non sia giunto il tempo giusto, quel kairòs, in cui un vicario di Cristo possa rileggere e reinterpretare evangelicamente la Parola di Dio.

Una Parola che affermi come Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo, si rivolga a tutti gli uomini, indistintamente, per la salvezza di tutti, battezzati o no, disposti ad accogliere il suo messaggio e la sua testimonianza per l’universale comunità umana. Una comunità chiamata ad elevare la propria natura al suo più alto grado. Sul suo esempio di vita: Cristo-Uomo, Cristianesimo-Umanesimo. Una vita fondata sull’Amore e che nell’Amore ha la sua unica legge universale, eterna: “Amatevi gli uni e gli altri”.

Comunicato stampa “SUONI D’ESTATE” SOLOTAREV TRIO – BEFFI 16 AGO 2018 ore 20,30

 

 

Il castello di Beffi si accende con le fisarmoniche talentuose del Solotarev Trio

Si accende con “Suoni d’Estate”, sotto la guida della pianista e direttore artistico dell’evento Sara Cecala e con le note virtuose e suadenti di tre giovani accordèonisti Fernando Mangifesta, Lorenzo Scolletta e Alberto Vernarelli, il borgo medievale di Beffi e la sua splendida torre castellata.

Il Sirente, i suoi scorci magici e i borghi della subequana rappresentano un patrimonio prezioso non solo per le comunità locali, ma anche e sopra

ttutto per la conca aquilana e per la sua provincia” così apre il suo intervento Sara Cecala. “Per tali ragioni, insieme con il sindaco di Acciano Fabio Camilli vogliamo ridestare, grazie al linguaggio artistico che mi è più familiare, l’attenzione sui tesori come quello del borgo storico di Beffi e del suo Castello affinché quest’ estate non trascorra senza lasciare una traccia che si tramuterà in un afflato musicale con i residenti e con chi deciderà giovedì 16 agosto, alle ore 20.30, di godere sia dell’ incantevole scenario, sia della bravura del trio Solotarev.

Nutro un affetto autentico e profondo per i borghi del Sirente – Velino e per i suoi abitanti – prosegue Cecala – da quando, nel lontano 2006, con il sostegno economico della Comunità montana (sirentina), la cui presidenza era affidata a Peppe Venta, ideai “Sirente in Festival”, una rassegna itinerante di Arte, Musica e Teatro che abbracciava tutti i paesi dell’omonimo Parco regionale.

Michele Placido, Vanessa Gravina, Edoardo Siravo, Caterina Vertova, e musicisti del calibro di Paolo Di Sabatino, insieme con l’Orchestra dell’ ISA e l’istrionico Gabriele Cirilli, furono alcuni degli ospiti e dei protagonisti di quella kermesse estiva, rimasti tutti sedotti dalle bellezze architettoniche e naturalistiche delle locations scelte per gli appuntamenti, che, le menziono anche con un po’ di saudade, furono la chiesa di Santa Croce e il Tempio Italico di Castel di Ieri, la Collegiata di Tione degli Abruzzi (ancora in restauro), il chiostro di San Francesco a Castelvecchio Subequo, e molti altri siti di pari e raro fascino.

Gli eventi occorsi hanno impedito, dopo alcune entusiasmanti edizioni, la prosecuzione di quel cammino artistico che oggi, seppure in punta di piedi, riprende, ostinato e fiducioso, grazie alla lungimiranza dell’amministrazione comunale che ringrazio assieme all’associazione “Aternostrum” di Acciano per il supporto logistico offertomi.

Riservo, infine, con sincera gratitudine, un plauso a due società impegnate nella ricostruzione, proprio nel Comune di Acciano, la Renaissance srl e la Veba snc (quest’ultima con sede nella frazione di Succiano).

Entrambe, con entusiasmo, hanno aderito alla manifestazione finanziando integralmente l’iniziativa, segno che le sinergiche producono sempre buoni frutti, anche immateriali, atti a cibare la nostra anima e lo spirito battagliero che alberga in noi abruzzesi, testimoni e fautori di slanci resilienti, anche e soprattutto per preservare, con cura e dedizione la cultura e le tradizioni dei luoghi del cuore”.

L’appuntamento è ad ingresso gratuito.

In caso di maltempo il concerto si terrà nella vicina Chiesa di San Michele.

Per info: ass.operaprima@gmail.com – 329.3637552

“SE VI PIACE ASCOLTAR” – Gli scritti del poeta-pastore Francesco Giuliani ispirano un documentario sull’antico tratturo da Castel del Monte fino al Tavoliere

 

SE VI PIACE ASCOLTAR

Gli scritti del poeta-pastore Francesco Giuliani ispirano un documentario sull’antico tratturo da Campo Imperatore-Castel del Monte fino al Tavoliere

L’AQUILA – La poetica narrazione della transumanza del pastore e poeta Francesco Giuliani (Castel del Monte, 1890-1970) ha ispirato la realizzazione di un documentario che raccoglie le immagini di località e paesi attraversati lungo il tratturo, lungo i sentieri che muovendo dal Gran Sasso e Castel del Monte (L’Aquila) per il Molise portavano verso i pascoli del Tavoliere, in Puglia. Il documentario cerca di cogliere il più possibile lo sguardo dello stesso Giuliani – che si mostrò sempre attento al paesaggio circostante – anche con immagini dell’inizio del secolo scorso, che spesso pongono in evidenza le profonde trasformazioni del paesaggio agrario intervenute negli ultimi decenni. Tra le immagini compare anche lo schizzo di un gregge a Campo Imperatore del noto fumettista romano Michele A. Jocca, originario di Calascio.

Il documentario, dal titolo “SE VI PIACE ASCOLTAR”, è stato progettato e autoprodotto da Ciriaco Panaccio, dell’Associazione Zampognari dell’Anima, con montaggio e ottimizzazione di Stefano Marchegiani. Un viaggio intenso ed emozionale che si sviluppa sul filo della memoria, accompagnato da una struggente colonna sonora costituita da brani legati alla transumanza, alcuni dei quali caratterizzati dalle malinconiche note della zampogna e della ciaramella, antichi strumenti simbolo dell’Abruzzo pastorale di un tempo, suonati dallo stesso Ciriaco Panaccio (zampogna) e da Matteo Di Marco (ciaramella), autore, quest’ultimo anche di alcuni scatti e filmati.

Si deve ricordare come il valore culturale, antropologico e sociale delle testimonianze di vita di Francesco Giuliani furono colte – nell’anno 1960 – dalla studiosa romana Annabella Rossi (1933-1984), collaboratrice di Ernesto De Martino, alla quale il poeta-pastore mise a disposizione i suoi quaderni. Proprio in quegli anni la millenaria pratica della transumanza tradizionale scomparve del tutto.

La presentazione del documentario avverrà in anteprima a Castel del Monte – uno dei Borghi più belli d’Italia -, nel teatro comunale dedicato proprio a Francesco Giuliani, il giorno 14 agosto 2018, con inizio alle ore 17:30. Ingresso libero. L’incontro sarà introdotto dal sindaco di Castel del Monte, Luciano Mucciante, cui seguiranno gli interventi di Antonio Bini, già dirigente del turismo della Regione Abruzzo (e promotore del progetto regionale “Le vie della transumanza”, avviato alla fine degli anni novanta), di Gabriella Giuliani, nipote del poeta-pastore, e dell’autore Ciriaco Panaccio.

L’appassionato lavoro di Panaccio – come si è detto realizzato senza contributi pubblici – vuole “rendere omaggio alla vita dei pastori transumanti del passato, ingiustamente considerati ai margini della scala sociale, che per secoli hanno percorso gli antichi tratturi”, generando influenze culturali e valori che nei mesi scorsi hanno portato il Ministero delle Politiche Forestali a candidare la transumanza come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità (Unesco). In occasione della presentazione del documentario saranno esposti, a cura dell’Associazione culturale Castrum Montis, intagli artistici eseguiti da Francesco Giuliani, in cui spesso ricorreva il tema pastorale.

Antonio Bini

L’ORCHESTRA SINFONICA ABRUZZESE A PESCOCOSTANZO E PESCARA CON RED CANZIAN

 

 

    1. ISTITUZIONE SINFONICA ABRUZZESE

    2. ENTE MORALE, ONLUS

Mibact – Direzione Generale Spettacolo

sotto il Patrocinio della regione Abruzzo e del Comune dell’Aquila

COMUNICATO STAMPA

Domenica 12 Agosto, ore 21 – Pescocostanzo, Piazza del Municipio

Giovedì 16, ore 21 – Pescara, Teatro D’Annunzio

Orchestra Sinfonica Abruzzese

Stefano Fonzi, direzione d’orchestra e arrangiamenti

Red Canzian, voce

Phil Mer, batteria

Daniel Bestonzo, pianoforte

Andrea Lombardini, basso elettrico

Chiara Canzian, guest

Le date di Ferragosto dell’isa con red canzian a pescocostanzo e pescara

L’Aquila, 9 agosto 2018Red Canzian, nome storico della musica leggera italiana, torna in Abruzzo con “Red in blue. Le canzoni della nostra vita”, progetto artistico realizzato insieme all’Orchestra Sinfonica Abruzzese e con il compositore e direttore d’orchestra Stefano Fonzi.

Due le date in programma: Domenica 12 Agosto 2018 alle 21 a Pescocostanzo in Piazza del Municipio (Ingresso libero) e Giovedì 16 a Pescara, sul palco del Teatro D’Annunzio sempre alle 21 (Biglietti disponibili sui circuiti online Ticket one e nei punti vendita fisici Ciao Tickets, oltre che presso il botteghino del Teatro D’Annunzio ogni giorno dalle 17 alle 19).

Le due date fanno parte di un mini tour iniziato con il concerto tenutosi all’Aquila il 31 Luglio scorso per la chiusura dei Cantieri dell’Immaginario che ha registrato oltre duemila presenze fra il pubblico, e continuato con il grande successo registrato nella data del 5 agosto a Cantalice.

Sul palco, insieme ai professori d’orchestra e a Canzian, un trio ritmico formato da Phil Mer alla batteria, Daniel Bestonzo al pianoforte e Andrea Lombardini al basso elettrico; prevista anche la partecipazione della figlia dell’artista, Chiara. L’Orchestra sarà diretta dal Maestro abruzzese Stefano Fonzi che firma anche gli arrangiamenti dei brani in programma.

Red in blue. Le canzoni della nostra vita” rappresenta la continua evoluzione della vita artistica di Red Canzian, cantante, compositore, produttore e membro dei “Pooh”. Attraverso la musica cantata e strumentale, l’artista accompagna il pubblico in un affascinante e coinvolgente viaggio delle emozioni e dei ricordi nella storia musicale degli ultimi 50 anni, ripercorrendo i più grandi successi italiani e internazionali che hanno fatto emozionare almeno tre generazioni.

Dagli intramontabili titoli degli anni ’70 alle canzoni più recenti, Red Canzian propone versioni di brani contaminate da linguaggi moderni che spaziano dal pop al jazz, passando per la musica etnica nella più ampia accezione del termine, proposte con un linguaggio sempre più attuale per un viaggio musicale dalle mille sfumature.

In scaletta storici successi dei Pooh – tra gli altri Uomini soli, Noi due nel mondo e nell’anima, Pierre, Dammi solo un minuto – classici della canzone italiana – Quando, Il cielo in una stanza, Mi sono innamorato di te, Se telefonando – e della musica internazionale – My Way, Tutti i frutti, Michelle.

BIOGRAFIE ARTISTI

Red Canzian, cantante, musicista, compositore, è un indiscusso protagonista della musica italiana degli ultimi 50 anni. I suoi esordi risalgono infatti ai primi anni 70. Del 1972 l’ingresso nella storica formazione dei Pooh. Seguono 45 anni di successi musicali in un costante crescendo artistico sia come musicista che come produttore e compositore.

Dopo lo scioglimento ufficiale del gruppo, Canzian ha intrapreso una nuova sfida artistica con la partecipazione nel 2018 al festival di Sanremo e con l’incisione del terzo disco da solista, Testimone del tempo un concept album che raccoglie 13 brani firmati da grandi autori italiani Ivano Fossati, Renato Zero, Enrico Ruggeri, Ermal Meta, fra gli altri).

Stefano Fonzi, è un vero vanto della musica abruzzese definito dalla rivista “Guitar Club”, nel luglio 2007 “…il vero erede musicale di Ennio Morricone”. Nato percussionista, lavora come arrangiatore per protagonisti di primo piano del panorama musicale italiano e internazionale ( Gino Paoli, Dee Dee Bridgewater, Nina Zilli, Fabio Concato, Ron, Giò Di Tonno, Simona Molinari e altri). Molto conosciuto come compositore firma sigle di conosciutissime trasmissioni di radio e tv, colonne sonore di film, e partiture sinfoniche.

Come direttore d’orchestra ha calcato i palchi di importanti teatri internazionali: da Londra a New York, da Atene a Gerusalemme. Nella veste di compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra, ha inciso nel 2011 “Enchantment” con Fabrizio Bosso e la London Symphony Orchestra, un CD dedicato alla musica di Nino Rota.

L’Orchestra Sinfonica Abruzzese, una delle tredici Istituzioni Concertistico-Orchestrali Italiane riconosciute dallo Stato, ha al suo attivo quarant’anni di attività. Capillarmente presente su tutto il territorio regionale abruzzese, si è esibita per le più prestigiose istituzioni musicali italiane, come l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il Teatro alla Scala, e in numerose importanti sedi concertistiche di altre regioni. Diretta da importantissimi nomi del panorama musicale internazionale fra cui, Riccardo Muti in occasione di un concerto commemorativo tenutosi a pochi mesi dal sisma che ha colpito L’Aquila nel 2009, ha ospitato solisti (fra gli altri Vladimir Ashkenazy, Barbara Hendriks, Placido Domingo, Carmela Remigio, Ivo Pogorelich, Salvatore Accardo, Uto Ughi, Enrico Rava, Rudolf Firkusny, Leonid Kogan, Paul Tortelier, Massimiliano Damerini, Michele Campanella, Bruno Canino, Mario Brunello, , Roberto ProssedaBenedetto Lupo e Rainer Honeck) e realizzato incisioni per numerose e importanti case discografiche, registrazioni per la RAI – Radio Televisione Italiana e numerose prime esecuzioni di compositori contemporanei. Fondata per iniziativa dell’Avv. Nino Carloni, dalla sua costituzione fino al 2010 l’O.S.A. è stata guidata dal Maestro Vittorio Antonellini al quale è succeduto il M° Ettore Pellegrino. 

UFFICIO STAMPA ISA : Elisa Cerasoli ufficiostampa@sinfonicaabruzzese.it

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

 

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Segretario generale

Il Consiglio generale degli italiani all’estero si riconosce nel messaggio pronunciato a Marcinelle dal Presidente Moavero Milanesi

Il discorso pronunciato dal Ministro degli esteri e della Cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, a Marcinelle in occasione della commemorazione dei nostri connazionali deceduti l’8 agosto di sessantadue anni fa, con il quale ha fatto riferimento a tutte le vittime del lavoro in Italia e nel mondo, è condivisibile in tutti i suoi passaggi; è ricco di riferimenti storici e di proposte per superare le carenze di una legislazione europea anacronistica, bisognosa di aggiornamenti adeguati, armoniosi e continui, pensati ad un mercato del lavoro comunitario in profonda trasformazione, nel quale ogni singolo stato continua a legiferare senza rispettare gli acquis communautaries.

Il Ministro Enzo Moavero Milanesi, che è anche il Presidente del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), ha liberamente esposto riflessioni diffuse e sentite nelle nostre Comunità all’estero, che fotografano gli umori e le sensibilità di chi vive dall’altra parte della barricata, fuori dalla querelle politica nazionale. Perciò all’estero non si capiscono le ragioni delle polemiche emerse in Italia in seguito alla commemorazione delle vittime del lavoro e alla presenza di superstiti e delle famiglie presenti sul Bois du Cazier a Marcinelle. Confutare le ragioni della storia dell’emigrazione italiana per puri e semplici ritorni elettorali o per i riflessi nei sondaggi politici è un atteggiamento grave e fuorviante, equivale ad alimentare forme di negazionismo diffuse per disorientare l’opinione pubblica. Una commemorazione è tale se si rispettano i gli elementi che l’hanno determinata e non deve mai essere interpretata per asservire il potere del governo di turno o degli opinionisti di regime.

La storia dell’emigrazione italiana è sacrificio e rinunce, intrisa di pregiudizi e di lutti. La nostra storia migratoria non può essere declinata diversamente da quelle che scrivono oggi altre comunità, anche perché, come negli anni Sessanta del secolo scorso, gli italiani da tempo hanno ripreso l’esodo verso altri paesi e sottostanno alle leggi e regolamenti dei paesi ospitanti. Le anagrafi ufficiali parlano oramai di un numero di espatriati che supera i 5.650.000, se si considerano solo i nostri connazionali censiti all’AIRE. Il fenomeno va gestito e risolto con politiche sovranazionali senza ricercare scorciatoie, senza erigere muri, senza esibire muscoli che producono conflitti sociali e umani.

Da tempo il Consiglio generale degli italiani all’estero propone di inserire nel programma scolastico delle scuole dell’obbligo l’insegnamento della storia dell’emigrazione italiana. Già la realizzazione di questa proposta aiuterebbe ad aumentare la conoscenza generale delle giovani generazioni e si eviterebbero polemiche su dati di fatto ovvi e reali. Sacrosanto è l’invito del Ministro Moavero Milanesi quando riferendosi alla necessità di regolamentare l’emigrazione, e di fronte all’impotenza dell’Unione europea dice, come ha riferito ieri a Marcinelle “…Dobbiamo fare ancora molto ed è davvero tempo di rompere i biasimevoli indugi del passato”. Se il nostro paese tiene al futuro dei suoi cittadini residenti all’estero qui ed ora deve dare il buon esempio, perché questo è il momento di cambiare pagina per affrontare con lealtà e serietà la mobilità che interessa l’intero globo terrestre.

Michele Schiavone

IL 13 AGOSTO, A NAVELLI, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANTONIO GALEOTA – “Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi”, Verdone Editore

 

9 agosto 2018

IL 13 AGOSTO, A NAVELLI, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANTONIO GALEOTA

Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi”, Verdone Editore

L’AQUILA – Lunedì 13 agosto, alle ore 18, presso il Municipio di Navelli, verrà presentato il volume Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi di Antonio Galeota, Verdone Editore. La presentazione del volume, dopo gli interventi di saluto del Sindaco di Navelli, Paolo Federico, e del Presidente della Pro Loco Giuseppe Giampietri, che hanno patrocinato la pubblicazione dell’opera, prevede gli interventi dello studioso di storia locale Giuseppe Lalli, dello scrittore Goffredo Palmerini, del giornalista e moderatore Erminio Cavalli, e dell’autore Antonio Galeota.

Il libro, un interessante saggio storico sul nostro Meridione dall’Unità d’Italia ai giorni nostri – con significativi focus sull’Emigrazione italiana, sul Brigantaggio e sulla storia di Navelli -, reca la Presentazione di Walter Capezzali, Presidente della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, la Prefazione di Goffredo Palmerini, l’Introduzione dell’autore, la Postfazione di Giorgio Spezzaferri e un contributo di Giustino Parisse in quarta di copertina. Qui di seguito si riporta la Prefazione al volume, che dà un quadro analitico degli argomenti e la cornice temporale dell’opera, un libro di cui si consiglia la lettura sia per l’interesse che per la scorrevolezza della scrittura.

***

PREFAZIONE

Da Navelli partirono in tanti, sì che in ogni famiglia c’era almeno un emigrante.

Tra i primi, nel 1871 partì Loreto Comitis, nato a Navelli ma di stirpe sulmonese, lattoniere.”

Potrebbe essere questo, almeno per me e per il taglio che intendo dare alla Prefazione di questo bel lavoro di Antonio Galeota, l’incipit del libro Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi. Ho infatti riflettuto molto prima di scrivere queste annotazioni, dopo aver letto e ripassato più volte il testo del volume. Che, anche in ragione delle conversazioni e gli approfondimenti con l’Autore, notavo s’andava man mano arricchendo di nuovi spunti ed integrazioni. Insomma, un lavoro in progressione che partendo dalla piccola storia di Navelli, stupendo centro dell’omonimo acrocoro che produce il migliore zafferano del mondo, allarga poi la visuale alla Grande Storia dell’Italia, dall’Unità fino ai giorni nostri. Compreso un focus appassionato sul Mezzogiorno, sugli attuali malanni del Paese ma anche sulle sue straordinarie opportunità, proprio partendo dalla soluzione della secolare questione meridionale. Una storia locale, quella di Navelli appunto, che dimostra quanto sia vero che la Grande Storia altro non sia che il mosaico completo delle piccole storie, capaci talvolta di dare inattese risposte, più late, proprio seguendo l’analisi dei dettagli, delle fonti orali oltre che dei documenti, degli aneddoti e delle tradizioni, di quel complesso di elementi morali e materiali, insomma, che costituiscono la cifra d’un luogo, di una comunità e del suo retaggio culturale.

Dunque, anche questo interessante lavoro di Antonio Galeota si configura – nella sua ricca articolazione tra fatti storici locali e vicende nazionali – come un significativo esempio di concezione della “nuova storia”, della quale Jacques Le Goff, è stato uno degli esponenti di punta. Ovvero una Storia che non abbia come fondamenta solo le fonti documentarie, ma anche quelle orali, le tradizioni, la memoria collettiva. Insomma, etnostoria ed antropologia storica diventano elementi importanti di sviluppo della scienza storica. Come l’analisi linguistica, demografica, economica, culturale. Come lo studio dei luoghi della memoria collettiva: archivi, musei e biblioteche, insieme a monumenti, cimiteri e architetture urbane. Ma anche altri elementi “simbolici” – commemorazioni, pellegrinaggi, ricorrenze e tradizioni popolari – e “funzionali”, quali le autobiografie, i manuali, le storie delle associazioni.

L’Autore, a mio parere, propone un’opera di forte interesse. Un lavoro che conferma, qualora ce ne fosse bisogno, il valore della “storia locale” come elemento essenziale della grande Storia. Questa, come altre opere di storici locali, sono infatti preziose tessere d’un mosaico che ricostruiscono con rara efficacia la memoria collettiva d’una comunità, quella di Navelli ma non solo, nell’ultimo secolo e oltre. La società attuale è troppo distratta da occupazioni effimere, domina sempre più frequentemente il pensiero volatile, mentre sempre meno c’è chi si sofferma, con spirito critico, a riflettere sulle vicende vissute dalla comunità di cui è parte, affrontando la fatica dell’analisi e della ricerca per definirne il contesto e lasciarne poi traccia duratura per le generazioni che seguiranno. Per paradosso, in un tempo dominato dai mezzi d’informazione di massa, si rischia davvero di smarrire la memoria d’una comunità, di perderne il senso della storia.

Ora questo non potrà più accadere, per Navelli e per la sua comunità, grazie al pregevole lavoro di ricerca condotto da Antonio Galeota. Almeno per l’arco del secolo e mezzo precedente all’attualità, l’Autore illustra con ampiezza di riferimenti le vicende che hanno interessato la comunità navellese, ne descrive situazioni economiche e sociali, annota fatti grandi e piccoli che hanno interessato personaggi e famiglie del luogo. Con una feconda capacità narrativa l’Autore offre al lettore una densa cornucopia di personaggi e di biografie, da Pasquale Papaoli in giù, in grado di rendere stimolante e piacevole la lettura dei fatti che racconta e del relativo contesto storico. Quasi a dar ragione a Karl Popper, quando asseriva che “In realtà non c’è nessuna storia dell’umanità. C’è soltanto un numero illimitato di storie, che riguardano tutti i possibili aspetti della vita umana”.

Piccola storia locale, dunque, come componente della grande Storia nazionale. Qui l’aggancio all’inizio di questa mia nota, al valore di questo volume. Perché l’Autore, peraltro, va oltre la piccola storia di Navelli, già di per sé preziosa. La contestualizza nelle vicende e nei fenomeni nazionali, partendo dal 1860. Dell’inizio dello Stato unitario egli propone una lettura attenta, non agiografica, delle vicende, soffermandosi su fatti rimossi dalla memoria nazionale e persino dai libri di storia. Come il caso, avvenuto nell’agosto 1861, del massacro di migliaia di cittadini inermi a Pontelandolfo e Casalduni, con sevizie saccheggi e stupri, da parte dei Bersaglieri al comando del colonnello Negri, poi premiato con Medaglia d’oro al valore, che ordinò l’assalto e la carneficina dei “briganti” in quei due paesi del beneventano. Solo nel 2011, nel 150° anniversario dell’Unità, l’Italia ha riconosciuto le sue responsabilità per quegli orribili fatti, portando con Giuliano Amato le scuse del Presidente della Repubblica.

L’Autore dà ampio conto del fenomeno del brigantaggio, nell’analisi sociale che lo generò, con una lettura critica non sempre facilmente rinvenibile, specie riguardo la spietatezza della repressione che l’esercito e i tribunali militari condussero grazie alle norme di giustizia sommaria approvate dal Parlamento su proposta del deputato aquilano Giovanni Pica. Interessante quanto viene narrato sui briganti che operarono tra Popoli e Navelli. Al brigantaggio fece da pendant l’emigrazione. Le gravi condizioni economiche e sociali del meridione d’Italia, seguite alla nascita dello Stato unitario e alla sua politica fiscale, oltre all’accaparramento delle terre pubbliche da parte delle classi dominanti, sottratte ai ceti popolari, e il depotenziamento fino alla scomparsa delle numerose iniziative industriali create dai Borbone, determinarono l’altro fenomeno nazionale dell’emigrazione di massa verso il nord e sud America. Due capitoli Galeota dedica all’emigrazione, trattandone gli aspetti essenziali con particolare accuratezza, anche riguardo la nuova emigrazione di quest’ultimo periodo, che vede espatriare ogni anno 90 mila italiani, sopra tutto giovani. Intento assai commendevole, se si pensa che quel processo di rimozione della memoria, presente il larga parte della classe dirigente, confina ai margini della nostra storia nazionale un fenomeno così cospicuo per il Paese (30 milioni di emigrati in un secolo, diventati ora 80 milioni di oriundi nel mondo, dunque un’altra Italia ben più grande).

Anche sotto tale aspetto il volume è davvero apprezzabile, perché contribuisce ad alimentare interesse e a diffondere la conoscenza della storia nostra emigrazione. Oggi di questa storia si conosce – ma neanche poi tanto approfonditamente – la parte gloriosa: i successi e il prestigio che gli italiani delle generazioni successive alla prima emigrazione hanno conquistato in tutti i campi nel corso di questa vera e propria epopea. Molto meno si conosce la parte dolorosa. L’esercito di braccia che partì dall’Italia verso le terre d’emigrazione, infatti, si trovò a dover affrontare inimmaginabili e drammatiche vicende umane, a lottare ogni giorno contro sospetti e pregiudizi, a subire spesso angherie d’ogni sorta, a doversi confrontare in competizioni durissime con sistemi sociali sconosciuti e condizioni di lavoro altrettanto precarie. Basti appena ricordare a mo’ d’esempio le tragedie nelle miniere degli Stati Uniti, che stroncarono la vita a migliaia di persone, moltissimi italiani tra loro: a Winter Quarters nello Utah (1900), a Fraterville in Tennessee (1902), ad Hanna nel Wyoming (1903), ad Harwick in Pennsylvania (1904), a Monongah in West Virginia (1907) – la più tragica -, a Cherry in Illinois (1909), a Dawson nel New Mexico (1913), ad Eccles nel West Virginia (1914), solo per citare quelle con il maggior numero di vittime. Dei morti molti erano adolescenti e ragazzi di pochi anni, sepolti nelle viscere della terra. E come non citare la tragedia nella miniera di carbone di Bois du Cazier, a Marcinelle (Belgio), dove l’8 agosto 1956 persero la vita 262 minatori, 136 erano italiani, di cui ben 60 abruzzesi. A queste tragedie andrebbero aggiunte quelle nell’oceano, i naufragi di piroscafi e bastimenti, talvolta autentiche carrette del mare cariche di emigrati nelle loro stive, partiti dai porti di Genova, Napoli, Trieste, Palermo per le Americhe, e inabissati con migliaia dei morti. Sirio, Utopia, Arandora Star, Principessa Mafalda, nomi di navi che subito evocano alcune immani tragedie in mare.

Da qualche anno, finalmente, studiosi e scrittori stanno illuminando con i loro lavori la Grande Emigrazione italiana, favorendo efficacemente la conoscenza del fenomeno migratorio verso lettori e opinione pubblica. Taluni di questi importanti autori Galeota cita opportunamente in questo suo libro. Sono opere, le loro, che segnalano a costo di quali enormi sacrifici i nostri emigrati abbiano conseguito conquiste civili, economiche e sociali nei paesi d’emigrazione. Di quali terribili pregiudizi essi siano stati vittime, perfino nella “civilissima” Svizzera, dove verso gli emigrati italiani è stato tenuto persino qualche referendum dagli evidenti contorni xenofobi. Ma non dobbiamo neanche tacere che un atteggiamento simile ha interessato pure nostri connazionali delle città industriali del nord Italia a danno degli emigrati meridionali. Al riguardo Galeota non fa sconti di sorta e il tema del pregiudizio xenofobo trova icastica espressione nella davvero meritoria trattazione dell’eccidio per linciaggio di 11 emigrati “siciliani” a New Orleans, nel 1891.

L’Autore ripercorre giorno per giorno i gravi fatti che sfociarono nel linciaggio dei nostri connazionali, dieci di essi siciliani e l’undicesimo di Navelli. Appunto quel Loreto Comitis, lattoniere, emigrato nel 1871 alla volta di New York e da lì in Louisiana. Una vicenda terribile che, sulla scorta d’un libro di Richard Gambino – “Vendetta”, pubblicato nel 1978 da Sperling & Kupfer -, Galeota riferisce puntualmente, mettendo bene in luce ogni aspetto della vicenda seguita all’assassinio del capo della Polizia di New Orleans. Di quel fatto di sangue, avvenuto il 16 ottobre 1890, furono subdolamente accusati 19 nostri connazionali. Finito il processo con l’assoluzione di sei imputati dall’accusa dell’omicidio, il 14 marzo 1891 la folla, istigata da caporioni, mosse verso il carcere provvedendo al linciaggio in cui persero la vita 11 italiani. Con un’evidente responsabilità delle autorità che, pur a conoscenza del progetto delittuoso e nonostante le sollecitazioni del Console d’Italia a proteggere i nostri connazionali, non fecero nulla per impedire l’eccidio. Non vi erano prove di colpevolezza nei confronti degli accusati, come dimostrò la sentenza, ma furono tuttavia trattenuti nel carcere della Contea “per tutelare la loro sicurezza”. E proprio là migliaia di persone, aizzate anche dalla stampa locale, andarono ad operare il linciaggio. Galeota del fatto analizza le cause, tra le quali ebbero sicuramente rilievo il pregiudizio e l’odio xenofobo verso i nostri emigrati, troppo in gamba per essere stati capaci in Louisiana di trasformare terreni in orti fertilissimi, ma sopra tutto per aver saputo conquistare il mercato e la distribuzione della frutta nel porto di New Orleans, soppiantando l’imprenditoria yankee. Anche questo un fatto della storia della nostra emigrazione totalmente negletto, sconosciuto, che ora anche attraverso questo volume può tornare all’attenzione dei lettori.

Giova qui richiamare come l’Autore, attraverso ricerche nell’archivio comunale di Navelli, con grande merito abbia chiarito l’origine e raccontato per intero la vicenda giudiziaria di Loreto Comitis, cinquantenne quando fu assassinato. Egli non era stato ancora sottoposto a giudizio, come confermò la Corte di New Orleans in una relazione inviata al Ministro degli Esteri italiano qualche giorno dopo il linciaggio. Ma dei dettagli di questa storia tragica è opportuno far rinvio alla lettura del volume, sicuramente avvincente, anche per l’esposizione di altri casi di linciaggio dei nostri emigrati, in Francia, Australia e in Alabama (Usa). Pagine dolorose della nostra emigrazione, che vanno assolutamente conosciute. Lungo, difficile e impegnativo è stato infatti il percorso dei nostri emigrati per affrancarsi dal pregiudizio e conquistare considerazione e stima, per affermarsi in ogni settore di attività nei Paesi d’accoglienza, al cui sviluppo hanno fortemente contribuito. Nondimeno essi hanno conquistato sul campo, in condizioni assai difficili, ragguardevoli risultati grazie alla loro laboriosità, all’ingegno e all’intraprendenza creativa, come pure alla correttezza dei loro comportamenti – nella stragrande maggioranza dei casi – tanto da guadagnarsi il rispetto grazie a testimonianze di vita esemplari.

Hanno così reso un ulteriore servizio all’Italia, persino più importante d’aver contribuito con le proprie rimesse alla sua ricostruzione e al suo progresso, nell’aver dimostrato in ogni angolo del mondo quali siano le qualità e le doti della gente italiana, in Paesi dove la considerazione verso l’Italia talvolta è misurata più sui nostri difetti in Patria che non sulle nostre virtù. Non è un mistero che in Italia le nostre abitudini risentano di antichi vizi e si stenti ancora ad affermare uno Stato con autentiche pari opportunità per tutti, nei diritti ma anche nei doveri, dove leggi e regole dell’organizzazione sociale presiedano rigorosamente al comportamento individuale come pure nella coscienza diffusa di tutti i cittadini. Quando questo non avviene – e talvolta cattivi esempi vengono proprio dalla classe dirigente – di noi all’estero invale un concetto non certo edificante e con severità siamo giudicati come l’Italietta, piuttosto che il grande e moderno Paese che potremmo essere con comportamenti più virtuosi, ammirato per la nostra cultura e per le nostre bellezze. Queste criticità non riguardano i nostri connazionali all’estero, perché con il loro comportamento offrono dell’Italia un’immagine seria ed affidabile, dimostrandosi i nostri migliori ambasciatori nel mondo.

E tuttavia in Italia, nella mentalità di larga parte della classe dirigente, persistono stereotipi e paternalismi verso gli italiani nel mondo, rivelando un grave deficit di conoscenza del fenomeno migratorio, tanto da limitare le opportunità di valorizzarlo come preziosa realtà sulla quale investire. Per chi abbia un minimo d’interesse e d’umiltà, l’avvicinarsi alle nostre comunità all’estero consente di scoprire un patrimonio inimmaginabile di risorse umane, professionali ed imprenditoriali, così ben inserite in quelle società, che porta ai nostri connazionali, e quindi all’Italia, una messe di riconoscimenti e di prestigio, conquistati in decenni d’impegno, talvolta contro supponenze e pregiudizi. Oggi gli italiani all’estero sono considerati per il loro valore umano, sociale, creativo ed intellettuale. Hanno raggiunto risultati di rilievo in ogni campo di attività e nei ruoli di responsabilità assunti nei Paesi in cui vivono.

Le generazioni seguite alla prima emigrazione esprimono attualmente una schiera di personalità emergenti in ogni settore della vita sociale e civile, dall’imprenditoria alle professioni, dall’economia alle università, dalla ricerca alla politica, persino nei Parlamenti, nei Governi e nelle massime espressioni degli Stati, come dimostra la recente elezione di Mauricio Macri, d’origini calabresi, alla presidenza dell’Argentina. O al vertice della Chiesa cattolica, come il figlio d’emigrati piemontesi diventato Papa Francesco. Per gli Abruzzesi è persino più evidente. Riscattando le condizioni di dignitosa povertà che furono alla base della loro emigrazione in ogni angolo del mondo, lasciando sperduti paesi sulle montagne grame o i villaggi delle pianure ancora soggiogate dal latifondo, gli Abruzzesi si sono guadagnati dovunque rispetto e considerazione, specie nell’ultimo mezzo secolo. Una constatazione che riempie di legittimo orgoglio. Basti solo rilevare come figli della nostra emigrazione sono diventati ministri in Canada o Speaker del Congresso degli Stati Uniti. O come Elio Di Rupo, figlio d’un emigrato abruzzese minatore in Belgio, sia diventato Primo Ministro di quel Paese. Di questa storia dobbiamo assolutamente avere memoria. L’Italia e le sue nuove generazioni dovranno conoscerla, tenerne conto. Perché “il futuro appartiene a chi ha la memoria più lunga”, diceva Friedrich Nietzsche.

La Memoria, dunque. L’epopea dell’emigrazione italiana, infatti, oltre ai valori sociali e culturali che incarna, è anche un patrimonio ingente di solidarietà e d’umanità, oggi più che mai necessario per poter comprendere i drammi del nostro tempo, la grande migrazione che approda sulle nostre coste e bussa alle porte dell’Europa. E l’Italia non può fare a meno della Memoria delle sue migrazioni, interne e verso altri continenti, se vuole essere all’altezza delle sfide di questo secolo, nell’accogliere quell’umanità che mentre fugge da guerre, fame e persecuzioni cerca nel continente culla della civiltà il proprio avvenire. Perché di fronte a eventi epocali come quelli che stiamo vivendo possa germogliare un nuovo umanesimo.

L’Autore chiude infine il volume con un capitolo dedicato al Mezzogiorno. L’analisi dei mali italiani è impietosa, per il senso etico kantiano che la contraddistingue. Una critica a tutto campo sui privilegi di vecchie e nuove caste. La vera zavorra dell’Italia nel diventare una democrazia evoluta, un Paese davvero moderno ed europeo dove il culto della civiltà sociale si coniuga dapprima nell’esercizio rigoroso dei propri doveri e poi dei diritti. Ma Antonio Galeota non solo denuncia. Offre anche spunti di soluzione ai problemi, mostrando quella sensibilità politica e quella competenza amministrativa che lo hanno fatto distinguere come amministratore, funzionario pubblico e Sindaco. Della questione meridionale, trattata a conclusione del volume, dell’Autore s’avverte la dimestichezza culturale, la conoscenza di quel ricco filone di sensibilità che attinge alle intuizioni di Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato, ma anche più recenti di Pasquale Saraceno e Paolo Sylos Labini. In definitiva, di quella sana cultura del riformismo italiano che nella soluzione della secolare questione meridionale individua la svolta dello sviluppo del Paese, puntando sulle straordinarie potenzialità del Meridione: in campo turistico, culturale, ambientale, agricolo ed enogastronomico, nella ricerca scientifica, nell’innovazione, nell’alta formazione e nella valorizzazione dell’eccezionale giacimento artistico ed architettonico che questa porzione d’Italia detiene.

Un’ultima considerazione. L’Autore rifugge dagli equilibrismi dialettici. La trattazione trasuda estrema franchezza di giudizio, a merito di chi non ha timore d’assumere posizioni nette, in un’etica delle responsabilità talvolta sconosciuta dalla nostra politica. E che Antonio Galeota sia un “politico” – nel senso più nobile del termine – di vaglia, si comprende a distanza. Anche quando le sue argomentazioni possono non essere del tutto o in parte condivisibili, restano tuttavia lievito di discussione, contributo rilevante per un dibattito consapevole e maturo. Pure sotto questo profilo il presente volume è rimarchevole. Utile. Generosamente fecondo. Ben scritto, con una prosa ricca, persino incastonata di qualche incursione nel vernacolo, che ne avvalora la leggibilità, lineare e piacevole, connotando ancor più la qualità di quest’opera.

Goffredo Palmerini

Presentazione romanzo di Giovanna Politi, a Porto Cesareo il 12 agosto

 

IL 12 AGOSTO GIOVANNA POLITI A PORTO CESAREO CON IL SUO ROMANZO IO SONO L’A-MORE Sigue leyendo

Orchestra Sinfonica Abruzzese e Paolo Di Sabatino Trio in concerto con “Sinfonico”

 

ISTITUZIONE SINFONICA ABRUZZESE

ENTE MORALE, ONLUS

Mibact – Direzione Generale Spettacolo

sotto il Patrocinio della regione Abruzzo e del Comune dell’Aquila

COMUNICATO STAMPA

Martedì 7 Agosto, ore 18 – Rocca di Cambio, Auditorium “N. Jacovitti”

Mercoledì 8 Agosto, ore 22 – Colonnella (Te), Piazza Garibaldi

Giovedì 9, ore 21.30 – Castelbasso (Te) Piazza Arlini

Paolo Di Sabatino Trio

Orchestra Sinfonica Abruzzese

ROberto molinelli, direttore

L’OSA e Paolo Di Sabatino Trio IN CONCERTO CON “Sinfonico”

L’Aquila, 6 agosto 2018Tre serate con “Sinfonico” il concerto nato dall’incontro fra Orchestra Sinfonica Abruzzese e il Paolo di Sabatino Trio con la direzione del M° Roberto Molinelli.

Si comincia domani, martedì 7 Agosto 2018 a Rocca di Cambio, nell’Auditorium “N. Jacovitti” alle 18. Secondo appuntamento Mercoledì 8 a Colonnella (Te) in Piazza Garibaldi alle 22 nell’ambito del Festival Abruzzo dal Vivo 2018. Ultima data giovedì 9 Agosto a Castelbasso dove l’Osa e il Trio saliranno sul palco di Piazza Arlini alle 21.30.

Protagonista del concerto con l’OSA sarà Paolo di Sabatino, teramano e cittadino del mondo, uno dei jazzisti italiani più apprezzati sia come esecutore che come compositore, che si esibisce al pianoforte in trio insieme a Marco Siniscalco al contrabbasso e Glauco Di Sabatino alla batteria. Sul podio Roberto Molinelli, brillante bacchetta e prestigiosa firma della composizione contemporanea. Orchestra e Trio jazz si alternano in un rimando di suggestioni tra musica scritta e improvvisazioni, e interessanti contrasti tra il suono di un’orchestra sinfonica e quello di un “classico” ensemble jazz.

Gli arrangiamenti e le orchestrazioni, che mescolano sapientemente le sonorità classiche alle armonie jazz, fanno da cornice alle improvvisazioni del trio. Un progetto pieno di elementi di interesse, dove pathos e emozione accompagnano ogni momento dell’album, dal quale è nato anche il cd “Sinfonico” pubblicato ad aprile 2018 per Incipit/Egea che raccoglie brani di epoche e generi diversi il cui denominatore comune è la cantabilità della melodia.

Durante le serate verranno proposti al pubblico i brani contenuti nel cd e composizioni originali di Di Sabatino (Chiara di luna, Caterina/Ciclito, The Country Lane e Jazz Fantasy) saranno alternate ad alcune evergreen della musica leggera italiana arrangiate da Di Sabatino e Molinelli – da Quando, quando, quando di Tony Renis a Guarda che luna che Walter Malgoni scritta per Fred Buscaglione, dall’indimenticabile Azzurro, portata al successo da Celentano e musicata da un giovanissimo Paolo Conte, alla più recente Donne di Zucchero Fornaciari. Chiude l’immancabile Nel blu dipinto di blu – Volare di Modugno e Migliacci. Eccetto Fantasy, brano composto e orchestrato da Paolo Di Sabatino e sul quale è stato realizzato un cortometraggio in bianco e nero scritto e diretto da Ivan D’Antonio, gli altri sono tutti orchestrati da Roberto Molinelli. Il comune denominatore dei brani è la cantabilità delle melodie.

UFFICIO STAMPA ISA : Elisa Cerasoli ufficiostampa@sinfonicaabruzzese.it

Commemorazione 8 agosto

 

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Segretario generale

Che cosa resta e a cosa è servito il sacrificio di Marcinelle?

La simbologia della Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo trova il culmine della sua esegesi nella tragedia avvenuta nella miniera di carbone “Bois du Cazier” a Marcinelle in Belgio, l’8 agosto del 1956, nella quale persero la vita, soffocati dall’ossido di carbonio e circondati dalle fiamme dell’incendio scoppiato in uno dei pozzi, 262 minatori. Di questi, 136 erano emigranti italiani. Dal 2001 questa ricorrenza concepisce “istituzionalmente” il valore del lavoro italiano nella sua accezione sociale, afferma il principio fondativo della nostra Carta costituzionale e porta a sintesi quanto di più dignitoso esprime la forza produttiva del nostro Paese, per coinvolgerla manifestamente nello sviluppo e nella forma più avanzata di società.

Che cosa resta di Marcinelle, a oltre settant’anni di distanza, del sacrificio di tante vite; di quelle ansimanti e lunghissime ora d’attesa davanti ai cancelli della miniera; dei lunghi sospiri e preghiere di speranza di moglie ansiose, di figli imprecanti a figure sacre; di dialetti e di lingue diverse che traducevano domande e risposte attraverso la cupa tristezza degli occhi; di quella profondità di sentimenti e di progetti di giovani famiglie infranti dalla forza della natura; di quello spirito operaio di lavoratori originari di diversi paesi europei, ritenuti a ragione precursori dell’integrazione europea; dell’assenza delle istituzioni italiane impreparate a gestire l’emergenza di quel deal realizzato con il Belgio: scambio forza lavoro / materie prime, che successivamente avrebbe contribuito a far da volano al boom economico della Penisola?. Il baratto lavoro-carbone tra il nostro Paese e il Belgio contribuì a far progredire i due paesi e a creare sviluppo, innovazione e istituire diritti sociali, indispensabili a modernizzare quelle società messe in ginocchio dal secondo conflitto mondiale.

A cosa è servita la tragedia di Marcinelle e delle tante, troppe disavventure successe all’estero e in Italia, che hanno profondamente segnato le sorti del nostro Paese? E’ opportuno riflettere sul tema del lavoro, sugli aspetti umani e sociali succeduti a tali disgrazie. Pensare a come sarà il lavoro domani e come potremmo renderlo più giusto, equo e qualificante?. Come tutelarlo e garantirlo dalle circostanze di nascita, di famiglia, di cultura, di luoghi che ne condizionano la fruibilità?. Oggi, come allora, non si esce dalla crisi allargando le maglie dell’emigrazione, senza affrontare la questione di un nuovo modello sociale, senza regolare un diverso rapporto tra società, economia e politica, senza dar voce alla nuova umanità.

Il nostro paese sta uscendo da una pesante crisi economica, che nell’ultimo decennio ha attraversato il nostro continente. Alto resta il rischio che le diverse combinazioni elettorali prendano il sopravvento sul senso della politica, e, che le soluzioni dominati si riducano a un flatus vocis, mentre per rifare grande il nostro Paese, oggi, occorrerebbe prendere decisioni capaci di costruire un futuro comune, gestire i bisogni collettivi e creare un’idea di società che valorizzi le differenze e promuova pari opportunità. Così si attutirebbe anche l’esodo di massima, che è ripreso in maniera galoppante e riproduce quel déjà vu a noi famigliare.

Marcinelle è servita a farci rendere conto che è nata una nuova questione sociale, ampliata a livello continentale, molto diversa da quella classica, che archivia il dualismo lavoro – impresa e si riproduce sull’integrazione europea. Con la mondializzazione dell’economia e del profitto, il mondo occidentale deve riconoscere il lavoro quale luogo della realizzazione dell’individuo non solo come soggetto sociale ma anche come fondamento della cittadinanza.

Il Consiglio Generale degli italiani all’estero onora la ricorrenza della giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, si unisce al ricordo di tutti i connazionali caduti sul lavoro in patria e all’estero e con responsabilità e commozione rivolge l’invito ai Comites, alle Associazioni e alle organizzazioni italiane nel mondo a diffondere il valore della ricorrenza, invitandoli a tenere vivo il dettame del I° articolo della Costituzione italiana che recita: “la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, come diritto insopprimibile dell’uomo”.

Michele Schiavone