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A GALATONE LA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO DI ARTE E POESIA SACRA (comunicato stampa)

 

COMUNICATO STAMPA

A GALATONE LA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO DI ARTE E POESIA SACRA

GALATONE (Lecce) – Si svolgerà a Galatone la 1^ edizione del Premio di Arte e Poesia Sacra, un’iniziativa che è nata per promuovere l’integrazione tra diversi soggetti e diverse culture che si misurano sul versante della Pace fra i Popoli, con la poesia e l’arte, sullo sfondo di un modello di società inclusiva che vive la differenza come risorsa. L’evento è organizzato dall’Associazione VerbumlandiArt, presidente Regina Resta, la Caritas Diocesana, direttore don Giampiero Fantastico, vicedirettore don Giuseppe Venneri e il Rettore del Santuario del SS. Crocifisso, don Angelo Corvo.

La mostra sarà inaugurata nella Chiesa di Sant’Antonio a Galatone il 1° Maggio alle ore 17.30 e resterà aperta al pubblico fino al 10 maggio. Altre esposizioni saranno nella sede della Caritas Diocesana in via Leuzzi, 85.

Si vuole puntare sul Tema della Pace e della Difesa dell’Ambiente che tutti insieme possiamo e dobbiamo promuovere per contribuire alla sensibilizzazione dell’intera società mondiale. L’evento è un’occasione di incontro e di scambio di esperienze che valorizzano l’Arte e la Poesia come veicolo di socializzazione e di coesione sociale tra persone differenti per genere, per età, per razza, cultura, religione e provenienza sociale in un contesto di reale dialogo interculturale che coinvolge tutti in una pluralità di eventi e manifestazioni culturali.

Tra gli obiettivi primari di tale evento c’è proprio quello di trarre vantaggio dai valori trasmessi attraverso la testimonianza di ospiti illustri come il dott. Massimo Enrico Milone, direttore di Rai Vaticano, ed altre personalità straniere che offriranno in questo contesto motivi di scambi culturali per lo sviluppo di conoscenze e competenze che consentono di realizzare il grande progetto dell’Associazione VerbumlandiArt della Catena della Pace che si sta diffondendo nel mondo con notevoli sforzi ed importanti capacità sociali, quali il lavoro di gruppo, la solidarietà, la tolleranza, ponendo l’attenzione sul tema dell’educazione alla Pace e al rispetto dell’Ambiente, e dell’integrazione.

La Giuria del Premio di Poesia è costituita da:

Don Angelo Corvo, Rettore del Santuario SS. Crocifisso, Galatone

Annella Prisco, scrittrice, vicepresidente Centro Studi Michele Prisco, Napoli

Goffredo Palmerini, scrittore, giornalista.

Mario Mennonna, docente di Lettere.

Curatore della Mostra: Carlo Roberto Sciascia, Critico d’arte

La Giuria del Premio d’Arte è costituita da:

Francesco Danieli, Presidente di Giuria, Storico-iconologo.

Nicola Ancona, Critico d’arte, pittore,

Ada Fedele, Restauratrice presso Museo Provinciale Sigismondo Castromediano

Giovanni De Cupertinis, Architetto

Massimo Enrico Milone – Direttore Rai Vaticano

Massimo Enrico Milone, nato a Napoli nel 1955, laureato in Giurisprudenza, è giornalista professionista dal 1978. Inizia la propria attività in campo giornalistico con l’emittente Tele Napoli e il settimanale della Confcooperative Insieme oggi collaborando con il quotidiano Avvenire del quale diventa articolista e corrispondente. Nel 1979 entra in Rai, presso la Sede Regionale per la Campania, dove segue da inviato, in particolare per il TG1, alcuni dei più importanti avvenimenti, come il terremoto dell’Irpinia, il bradisismo flegreo, il terrorismo e il rapimento di Ciro Cirillo. È promosso Caposervizio e, nel 1989, è scelto come Vice Caporedattore. Nel 1992, nell’ambito della redazione giornalistica della Sede Regionale per la Campania, gli viene riconosciuta la qualifica di Capo Redattore e assume le funzioni di coordinamento dell’informazione regionale. Nel 2003 riceve l’incarico di responsabile della Redazione Regionale TGR Campania in qualità di Caporedattore Centrale, incarico che ricopre fino al 2013, anno in cui è chiamato a Roma per assumere la responsabilità di Rai Vaticano. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per l’attività giornalistica, tra cui i premi per il Bimillenario Virgiliano, il Città di Napoli, il Dorso e il Buone Notizie. Tra il 2002 e il 2009 è stato Presidente nazionale dell’Unione Cattolica Stampa Italiana dopo essere stato Segretario Generale. È autore di diverse pubblicazioni, tra libri e saggi giuridici. Per una trilogia sui Santi del Mezzogiorno ha ricevuto il Premio Capri San Michele. Ha insegnato al Master di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

 

 

 

A Cagliari la Mostra sulla Sardegna nuragica di Gianni Berengo Gardin, il grande maestro della Fotografia

 

GIANNI BERENGO GARDIN E LA SARDEGNA NURAGICA

Un fotografo in viaggio tra le architetture di pietra, una mostra negli spazi della Fondazione di Sardegna, a cura di Marco Minoja. A Cagliari, a partire dal 26 aprile.

Cagliari, 20 aprile 2018 – Gianni Berengo Gardin torna a raccontare la Sardegna nuragica con un nuovo viaggio alla scoperta delle architetture di pietra. Lo fa a trent’anni dalla mostra milaneseSardegna preistorica. Nuraghi a Milano (1985), a cui ha fatto seguito nel 2015 l’esposizione L’isola delle Torri, allestita sempre nella capitale lombarda.

Promosso dalla Fondazione di Sardegna e inserito nell’ambito della piattaforma AR/S – Arte condivisa in Sardegna, il tour artistico si è trasformato in indagine sui luoghi e sulle persone che li abitano. Dai sette giorni di viaggio di Berengo Gardin sono nati un libro –“Architetture di Pietra – Fotografie della Sardegna Nuragica” edito da Imago – e una mostra fotografica – “Un fotografo in viaggio. Gianni Berengo Gardin e la Sardegna nuragica”: 40 opere che potranno essere ammirate negli spazi della Fondazione di Sardegna, in via San Salvatore da Horta 2 a Cagliari, a partire dal 26 Aprile 2018 sino al 31 Agosto 2018.

La Sardegna custodisce un tesoro che conta 8.000 nuraghi, uno ogni 3 km quadrati: un patrimonio archeologico rivalutato a partire dagli anni Trenta e valorizzato con la successiva istituzione, nel 1955, della prima cattedra di Antichità sarde, grazie al lavoro di Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei, considerato il padre degli studi sulla civiltà nuragica. Nel 1997, i siti nuragici sono stati dichiarati Patrimonio dell’umanità.

Il lavoro sulla Sardegna nuragica di Gianni Berengo Gardin, supportato da Marco Minoja, già soprintendente archeologo della Sardegna, rivisita luoghi oramai trasformati dal tempo che però ancora conservano l’anima profonda di una tradizione. “Un viaggio con Gianni Berengo Gardin è un’esperienza unica – scrive Minoja – un’immersione in una dimensione artistica e ancora artigianale in cui la fotografia è vera fotografia nel senso più profondo del termine. Che è quanto di più adatto, secondo me, a rapportarsi ad una realtà insieme nobile e quotidiana come la presenza delle architetture nuragiche nella Sardegna contemporanea”. Si tratta quindi di un viaggio che è un’avventura portata in cento angoli della Sardegna, un dialogo in cui alle immagini in bianco e nero si accompagnano i racconti delle giornate passate insieme, gli incontri occasionali, gli squarci del paesaggio e le narrazioni raccolte dalle tante persone che hanno condiviso il loro pezzo di conoscenza dell’archeologia nuragica. Un mondo lontano nel tempo si è fatto in questo modo vicino e presente, e si offre agli sguardi dei lettori nelle pagine dense di questo volume.

Scrive nella presentazione il presidente della Fondazione di Sardegna, Antonello Cabras“Con grande convinzione la Fondazione di Sardegna ha accolto la sollecitazione giunta dalla Soprintendenza di Cagliari di dare corso a un nuovo lavoro del fotografo; un lavoro legato intimamente al suo primo reportage archeologico, attraverso il quale Gianni Berengo Gardin aveva svelato al pubblico milanese il fascino delle grandi costruzioni nuragiche […] E l’ha accolta nella convinzione che ancora oggi seguire il filo sotteso a tutta la Sardegna della presenza dei monumenti nuragici rappresenti un modo fedele e rispettoso di entrare in contatto con l’anima della regione e rappresentarne l’identità più profonda”.

L’esposizione sarà suddivisa in sette sezioni, una per ogni giorno di viaggio nelle diverse subregioni isolane. Ogni sezione sarà accompagnata da un breve testo sotto forma di testimonianza: commenti e impressioni raccolti durante il viaggio da studiosi, archeologi e giornalisti.

La mostra, visitabile gratuitamente, dal lunedì al sabato dalle 10 alle 19, sarà inaugurata presso la sede cagliaritana della Fondazione di Sardegna giovedì 26 Aprile 2018, a partire dalle ore 18.

Per maggiori informazioni: www.fondazionedisardegna.it


Nota biografica

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita, 1930). Ha collaborato con le principali testate della stampa nazionale e internazionale, ma si è principalmente dedicato alla realizzazione di libri, pubblicando oltre 250 volumi fotografici. Ha lavorato a lungo con il Touring Club Italiano, pubblicando una serie di volumi sull’Italia e sui Paesi europei, e con le maggiori industrie italiane per cui ha realizzato reportage e monografie aziendali. Il suo archivio contiene circa un milione e cinquecentomila fotografie rigorosamente in bianco e nero, che spaziano dal reportage umanista alla descrizione ambientale, dall’indagine sociale alla foto industriale, dall’architettura al paesaggio. Ha tenuto oltre 300 mostre personali in Italia e all’Estero e le sue immagini fanno parte delle collezioni di diversi musei e fondazioni culturali internazionali, quali il Moma di New York, la Bibliothèque Nationale de France e la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Musèe de l’Elysée di Losanna, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. Tra i premi ricevuti si segnalano il Premio Brassai nel 1990 a Parigi, il Leica Oskard Barnack nel 1995 ad Arles, nel 2008 a New York il prestigioso Lucie Award alla carriera (considerato il Nobel della fotografia) e nel 2014 il Premio Kapuściński per il reportage a Roma. Nel 2009 gli è stata conferita la laurea Honoris Causa dall’Università degli studi di Milano. Nel 2016 un’importante retrospettiva al Palazzo delle Esposizioni di Roma ne ha celebrato la lunga carriera.

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Sebastiano Catte

Agenzia Comunica

 

Duilio Chilante

 

 

L’ARTE DIS-VELATA DI DUILIO CHILANTE

Emanuela Medoro

Osservo a lungo nel silenzio la mostra dell’opera di Duilio Chilante “L’Arte dis-velata”, a palazzo Fibbioni. La mostra consiste in una serie di quadri a olio su tela o su tavola e alcuni disegni a matita o a inchiostro. Nel catalogo, tanti ricordi di amici e immagini della città a partire dagli anni ’70, anni in cui D. Chilante iniziò a dipingere, mentre portava avanti l’attività professionale nel campo della comunicazione d’impresa e dell’editoria come grafico e direttore artistico. “… Un pezzo di vita è racchiuso all’interno di queste cornici…semplicemente una storia in pittura dove vengono sfiorate tantissime note…”

Noto fra i ricordi il vivace brano Il Pallone e la Farfalla, di Vincenzo Battista, docente di Storia dell’Arte, che fonde in una sintesi brillante il gioco del calcio nel campo sportivo dei salesiani con l’esercizio della pittura, in un alternarsi di parole e immagini che ci fanno conoscere gli anni della formazione giovanile di D. Chilante. “… era arrivato Duilio, lo aspettavamo, in quello spazio- cemento mitologico, per noi, per Duilio, la sua tavolozza dei colori…”

Ne “L’Arte disvelata” D. Chilante narra il suo percorso creativo di artista e stimola chi guarda a descriverlo e disvelarlo. D. Chilante pittore nasce figurativo, tocca il ritratto, e termina con immagini ricche di immaginazione e di colore costruite su geometrie da interpretare e, possibilmente, capire. Per i necessari riferimenti alla storia dell’arte, espliciti come nel caso del ritratto “Omaggio a Velasquez” o impliciti, rimando alle note introduttive del catalogo.

Vedo paesaggi di fantasia, il mare in tempesta dove al colore scuro e minaccioso delle onde si accompagna quello luminoso dorato del cielo; un paesaggio di terra, in cui lo spazio infinito della natura di terra e di acqua, delimitato e scandito da tre alberi, è unificato dalla luce del cielo, anche questa dorata come quella del mare in tempesta. Il colore dorato insieme all’azzurro diventa poi protagonista in “Tramonto”, e diventa anche il colore della terra in “Visioni prospettiche” in cui appaiono in primo piano figure umane, appena abbozzate nell’atteggiamento faticoso del lavoro. Presenti anche soggetti a carattere religioso, con un “Cristo coronato di spine” e un “Trittico Sacro”.

Oltre questo punto, il percorso di Duilio entra in una dimensione in cui i soggetti rappresentati diventano sempre più fantasia e colore, come “Campo di grano sul Tirino”, “Cerchio magico”. Noto la ricorrente miscela del verde con il blu, bellissima in “Trasparenze” e “Sogno in tecnicolor”, facilmente comprensibile in “Forme scomposte”, un po’ meno in “Finestra americana”, in cui una cornice verde e blu racchiude forme geometriche, due di esse in rosso scuro.

Vorrei concludere questa breve descrizione di Duilio Chilante artista della pittura con miei ricordi personali del suo lavoro di grafico ed editore. A suo tempo si occupò della composizione e stampa di due libretti miei, uno scritto per i vent’anni di presenza delle Suore della Dottrina Cristiana nella missione in Africa, e uno per i quadri a gessetto e a olio dipinti da mia madre Flora Fabrizi durane il suo periodo di insegnamento a Ovindoli, quasi un secolo fa, ormai. In ambedue i casi notai una sentita partecipazione di Duilio alla composizione e stampa dei miei lavori, che senz’altro ne valorizzò il contenuto. Per questo gli devo un sentito grazie.

medoro.e@gmail.com

L’Aquila 16 aprile, 2018.

I 50 ANNI DEI SOLISTI AQUILANI

 

 

COMUNICATO STAMPA

sabato 21 aprile 2018 – L’Aquila – Auditorium del Parco ore 18.00
50° ANNIVERSARIO DEI SOLISTI AQUILANI

 

I SOLISTI AQUILANI
PAOLO CARLINI, fagotto

G. F. HÄNDEL Concerto grosso op. 6 n. 10 in re minore
A. VIVALDI Concerto in la minore per due violini, archi e b. c. (solisti: Federico Cardilli e Alessandro Marini)
A. VIVALDI Concerto in si bemolle maggiore per fagotto, archi e b. c. “La Notte”
P. HINDEMITH Cinque pezzi per orchestra d’archi op. 44

 

 

L’Aquila, 21 aprile 1968, Auditorium del Castello Cinquecentesco / L’Aquila, 21 aprile 2018, Auditorium del Parco ore 18: due date storiche e fortemente simboliche che segnano un arco temporale di 50 anni, quelli che festeggiano I Solisti Aquilani e che raccontano una storia di conquiste e di successi.
Le coincidenze non si fermano qui ma riannodano i fili della memoria, quella antica e quella più recente sino ad arrivare al presente: in quel concerto di 50 anni fa fagotto solista era Marco Costantini, Maestro di Paolo Carlini, oggi primo fagotto dell’Orchestra della Toscana e ospite dei Solisti, insieme a loro sul palco per la straordinaria ricorrenza del concerto celebrativo.
Paolo Carliniha  eseguito gran parte del repertorio solistico per fagotto in concerti diretti, tra gli altri, da HubertSoudant, Peter Maag, Gabriele Ferro, Donato Renzetti, Alexander Schneider, Lu Jia, LiorShambadal, YeruhamScharowsky, Zsolt Hamar, Moshe Atzmon. La sua attività nell’ambito della musica contemporanea ha, inoltre, determinato un significativo ampliamento del repertorio solistico per fagotto, come testimoniano le opere a lui dedicate dai compositori Marco Betta, Matteo D’Amico, Ludovico Einaudi, Luis De Pablo, Luca Mosca, Carlo Boccadoro, Nicola Sani, Alessandro Solbiati, Giancarlo Cardini, Giorgio Colombo Taccani, Dimitri Nicolau, Gaetano Giani Luporini,  e tanti altri ancora.
La storia dei Solisti Aquilani comincia con un brindisi “firmato” Buton, famosa marca di liquori e primo sponsor del primo ciclo di concerti dell’ensemble. Era il 1968. I Solisti Veneti, i Virtuosi di Roma e I Musici dominavano allora una scena musicale sui generis, tesa alla valorizzazione dell’antico patrimonio strumentale italiano.
Per iniziativa di Nino Carloni e sotto la guida di un direttore giovane e vulcanico, Vittorio Antonellini, I Solisti Aquilani riuscirono ad inserirsi in quello stesso panorama e ad affermarsi nel volgere di pochissimi anni. Quel giovane direttore è rimasto alla guida della formazione per circa trent’anni, per passare poi il testimone a Francesco Sanvitale, Franco Mannino, Vittorio Parisi, Vincenzo Mariozzi e infine, dal 2013, a Maurizio Cocciolito.
Oggi, a cinquant’anni compiuti, I Solisti Aquilani hanno effettuato oltre seimila concerti in tutto il mondo – dall’Africa all’America, dall’Europa al Medio ed Estremo Oriente), collaborano regolarmente con gli artisti più prestigiosi (MischaMaisky, Vladimir Ashkenazy, Jean Pierre Rampal, KrzysztofPenderecki, Hermann Baumann, Felix Ayo, Mario Brunello, Giovanni Sollima, Severino Gazzelloni, Dee Dee Bridgewater, Salvatore Accardo, Renato Bruson, Luis Bacalov, Michele Campanella, RaminBahrami, John Malkovich, solo per citarne alcuni), hanno all’attivo una rilevante produzione discografica e progetti e iniziative dedicate al territorio e ai giovani musicisti emergenti. Un percorso lungo che ha intercettato anche il mondo della scuola, del disagio psichico e del lavoro, che conosce la ribalta internazionale di palcoscenici prestigiosi, templi della musica come la Filarmonica di Berlino o esclusivi come la Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale, ma anche tanti piccoli comuni, spesso ingiustamente destinati a restare tagliati fuori dalla fruizione della offerta culturale. Attenzione al territorio e alle sue più sottili valenze che rendono la storia dei Solisti Aquilani assolutamente originale nel panorama delle compagini cameristiche italiane. Poche tra esse, infatti, hanno saputo trovare un equilibrio così sapiente tra impegni locali, nazionali ed esteri contribuendo in modo determinante all’affermazione, in campo internazionale, dell’immagine di una regione viva e feconda. Ma, più ancora, quel che contraddistingue I Solisti Aquilani è stato ed è il progetto di un nuovo modo di essere musicisti, non solo esecutori ma protagonisti di una esperienza umana e musicale diversa, quella legata alla produzione e alla esportazione della musica, immagine ed espressione di un “Made in Italy” unico, originale, forte.

Per info: Associazione I Solisti Aquilani, viale Alcide De Gasperi n. 47 – 67100 L’Aquila – tel. 0862/420369 – info@solistiaquilani.it – www.solistiaquilani.it
UFFICIO STAMPA
Antonietta Centofanti 3470343505

 

Richiesta comunicato Redazione Oceano

 

COMUNICATO

Premio Internazionale di Letteratura Lucius Annaeus Seneca

Seneca di Bronzo alla Carriera assegnato a Davide Rondoni e Marco Civoli

BARI – Si svolgerà a Bari, sabato 28 aprile, a partire dalle ore 17:00, nella suggestiva location dell’Auditorium Diocesano La Vallisa” situato nel pieno centro storico, all’ingresso del borgo antico, il Galà di premiazione della II edizione del Premio Internazionale di Letteratura Lucius Annaeus Seneca, organizzato dall’Associazione socio-culturale L’Oceano nell’Anima di Bari. Il premio ha come fine quello di raccogliere e premiare i componimenti letterari più meritevoli, stimolando, al contempo, una riflessione sulla straordinaria capacità del filosofo romano di guardare al futuro attraverso un pensiero estremamente attuale, oggi più che mai, capace di cogliere, con grande anticipo, i tempi nuovi, di indagare le trasformazioni di una società che si avviava a diventare sempre più complessa.

Patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio del Cerimoniale di Stato e per le Onorificenze, dall’Università degli studi “Aldo Moro” di Bari, dalla Regione Puglia, dall’Assessorato alle Culture, Turismo, Partecipazione e Attuazione del Programma del Comune di Bari, dall’Università della Teza Età G. Modugno di Bari e da numerosi altri Enti e Associazioni di rilevanza nazionale, il Premio Seneca, anche in questa seconda edizione, ha assunto i connotati di evento internazionale ad altissimo livello di prestigio. Le adesioni dei partecipanti sono andate al di là di ogni più rosea aspettativa, con gli oltre 1250 componimenti giunti complessivamente in segreteria nelle varie sezioni, a dimostrazione che la strada intrapresa dall’Associazione, per un Premio che vuol essere ambizioso in prospettiva futura, è quella giusta. Autori provenienti da tutte le regioni d’Italia, da Pordenone a Trapani, da Asti a Lecce, da Trento a Reggio Calabria e non solo, essendo pervenute adesioni anche dalla Bosnia Erzegovina, Tunisia, Serbia, Svizzera, Romania, Croazia, Austria e Spagna, che hanno confermato la valenza internazionale del Premio.

Partnership di assoluto rilievo, per questa seconda edizione, la Domus San Giuseppe Moscati, casa alloggio residenza per anziani, sita nel suggestivo Palazzo di Fazio, a San Severo in provincia di Foggia. Presidente ed amministratore unico Michele Princigallo, da sempre impegnato nella cura dei bisognosi di assistenza, assicurando servizi qualificati, attraverso assistenti sociali, infermieri specializzati, operatori socio-sanitari, educatori, animatori e figure OSA ed OTA che rendono la vita quotidiana degli ospiti confortevole e decorosa.

Durante la manifestazione, saranno consegnati riconoscimenti a tutti i concorrenti selezionati dalla Commissione esaminatrice, composta da autorevoli personalità ed esponenti del mondo della cultura, dell’informazione e della docenza accademica ed universitaria, presieduta dal prof. Pasquale Panella, Rettore-preside dei Collegi dello Stato, e composta da: dott.ssa Anna Maria Carella, presidente FITA (Federazione Italiana Teatro Amatori) per la regione Puglia; dott.ssa Antonella Corna, poetessa, abilitata all’esercizio della professione forense e funzionario presso l’UNEP del Tribunale di Foggia; dott. Antonio Montrone, regista teatrale e presidente del Forum degli Autori di Corato; dott. Beniamino Pascale, giornalista e direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali Diocesi di San Severo; prof. Dante Maffia, poeta, critico d’arte e docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Salerno; prof. Domenico Pisana, scrittore, giornalista e critico letterario, dottore in Teologia Morale; dott. Duilio Paiano, giornalista, scrittore; prof. Giovanni De Girolamo, poeta e scrittore; prof. Giuseppe Bonifacino, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari; prof. Giuseppe Manitta, scrittore, caporedattore della rivista “Il Convivio” – Catania, curatore bibliografia leopardiana del “Laboratorio Leopardi” presso la “Sapienza” Università degli Studi di Roma; dott.ssa Maria Antonella D’Agostino, presidente dell’Associazione culturale Matera Poesia 1995; prof.ssa Maria Teresa Laporta, docente di Glottologia e Linguistica facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari; prof. Maurizio Soldini, medico, filosofo, docente di Bioetica e di Filosofia della Scienza facoltà di Medicina e clinico medico presso la “Sapienza” Università degli Studi di Roma; prof. Pietro Totaro, docente di Lingua e Letteratura Greca dipartimento di Scienze dell’Antichità del Tardoantico presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari; Tonia D’Angelo, regista teatrale e presidente dell’Associazione teatrale Ciak Sipario di San Severo; dott. Walter Scudero, scrittore, già direttore ospedaliero di Day Surgery e Cavaliere del Santo Sepolcro. Una Commissione di assoluto spessore, motivo di orgoglio e di grande affidabilità per l’intero staff organizzativo del Premio Seneca.

Qualificata la presenza istituzionale, a testimonianza del ruolo di primo piano che la manifestazione ha saputo conquistare. Nell’occasione, insieme al dott. Massimo Massa, presidente dell’Associazione L’Oceano nell’Anima e presidente del Premio Seneca, sarà presente l’Assessore alle Culture, Turismo, Partecipazione e Attuazione del Programma del Comune di Bari, dott. Silvio Maselli, mentre il maestro Dino Bilancia, membro “Honoris Causa” dell’Associazione, protagonista dell’eccellenza artistica pugliese, ha il merito di aver realizzato il “Seneca di Bronzo”, premio alla carriera assegnato ogni anno a personalità che si sono particolarmente distinte in campo letterario, artistico, sociale e dell’informazione. Per l’edizione 2018, il Comitato Scientifico ha deciso di assegnare il prestigioso riconoscomento al prof. Davide Rondoni, poeta, scrittore e Direttore del “Centro di poesia contemporanea” dell’Università degli studi di Bologna, conferendogli il premio alla Carriera per l’impegno culturale e letterario e al dott. Marco Civoli, giornalista, telecronista sportivo Rai, caporedattore già vice Direttore Rai Sport, per l’impegno professionale e l’etica giornalistica.

Alla cerimonia di premiazione, condotta da Maria Teresa Infante, scrittrice, vice-presidente dell’Associazione, coaudivata dalla scrittrice Mariaelena Didonna, dal giornalista dott. Beniamino Pascale e dalla dott.ssa Barbara Agradi, interverranno giovani artisti che si esibiranno con performance di rilievo: la cantante Chiara Mucedola, il pianista Fabio Massa, Teresa Lombardi Mo di violino, Elisabetta Angiuli Mo di violoncello e Nadia Loiacono Mo di pianoforte.

Serena conduce Operaclassica Eco Italiano

Serena intervista Goran Juric, basso 

Goran Juric, basso

Biografia

Sull’artista

Goran Jurić, giovane basso croato nato nel 1983 nella città di Karlovac, vive a Monaco di Baviera dove dalla stagione 2011/2012 fa parte dell’ensemble della Bayerische Staatsoper.

Educazione

Ha studiato canto presso l’Accademia di Musica dell’Università di Zagabria sotto la guida di Vlatka Oršanić e presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Zagabria si è specializzato in fonetica generale, lingua e letteratura italiana.

Oltre al percorso di studi tradizionali, ha seguito molti corsi e masterclass con celebri insegnanti e musicisti (Gerhard Zeller, Philip Pickett, Roberto Scandiuzzi…) Nell’estate del 2011 ha partecipato al Young Singers’ Project del Festival salisburghese.

Esperienza

Dal 2008 ha cantato al Teatro Nazionale Croato di Zagabria: Plutone e Caronte ne L’Orfeo di Monteverdi, Sarastro ne Il flauto magico di Mozart, Solimano il Magnifico in Nikola Šubić Zrinjski di de Zajc. Nel 2011 ha debuttato nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo nella nuova produzione di Nabucco di Verdi al Teatro dell’opera di Roma diretto dal M° Riccardo Muti e al Teatro La Fenice a Venezia nel ruolo del Commendatore nel Don Giovanni di Mozart. È tornato alla Fenice nella primavera 2012 come Colline ne La Bohème di Puccini.

Dal 2011 come solista della Bayerische Staatsoper a Monaco di Baviera si è esibito nei ruoli di Colline, Don Fernando in Fidelio di Beethoven con M° Zubin Mehta, Biterolf in Tannhäuser di Wagner con M° Kent Nagano, Il Re in Aida di Verdi, Capellio ne I Capuleti e i Montecchi di Bellini, Banco nel Macbeth di Verdi con M° Massimo Zanetti, Il Frate nel Don Carlo di Verdi con M° Zubin Mehta, Commendatore, Ferrando ne Il trovatore di Verdi con M° Paolo Carignani, Timur in Turandot di Puccini…

Nel repertorio concertistico si è esibito in Les noces di Stravinskij con M° David Zinman a Zurigo, come Frère Dominique in Jeanne d’Arc au Bûcher di Honegger, in Dettingen Te Deum e Messia di Händel, Te Deum di Charpentier, Requiem di Mozart, Nelson Messe di Haydn, Membra Iesu Nostri di Buxtehude, Muslikalische Exequien di Schütz, come Fedor Basmanov in Ivan il Terribile di Prokof’ev e in Weihnachts-Oratorium di Bach. Nel gennaio 2012 ha cantato con successo concerti lirici ad Amburgo e all’Alte Oper di Francoforte sul Meno.

Premi

2005

Primo premio al Concorso Nazionale degli studenti di musica e danza, Dubrovnik, Croazia.

2010

Secondo premio ed altri premi speciali del Teatro nazionale slovacco a Bratislava e del Teatro nazionale ceco a Praga, Concorso internazionale Mikuláš Schneider-Trnavský, Trnava, Slovacchia

2010

Primo premio, Concorso internazionale Iris Adami Corradetti, Padova, Italia

2012

Vincitore del premio Ivo Vuljević per il miglior giovane musicista croato dell’anno.

Goran Juric, bass

Biography

About the artist

Young bass Goran Jurić was born on 6 May 1983, in the city of Karlovac in Croatia. An active opera, oratorio and concert singer, he has lived in Munich since the beginning of the 2011/12 season, where he belongs to the ensemble of the Bayerische Staatsoper.

Education

Goran completed a Master’s degree in Opera Studies at the Academy of Music, University of Zagreb under the tuition of Vlatka Oršanić. He is also completing his second Master’s degree in Phonetics and Italian Language and Literature at the Faculty of Humanities and Social Sciences, University of Zagreb.

He started his music education at the School of Music in Karlovac, studying flute and solo singing (under the tutelage of Radmila Bocek). He continued with secondary music education at the School of Music Vatroslav Lisinski in Zagreb, studying with Bojan Pogrmilović.

In addition to his regular education, he has completed a number of professional courses, seminars and master classes with renowned musicians and voice coaches including Gerhard Zeller, Philip Pickett and Roberto Scandiuzzi. In the summer of 2011 he participated in the Young Singers’ Project of the Salzburg Festival.

Experience

A regular performer at the Croatian National Theatre in Zagreb since 2008, Goran Jurić has performed roles including Plutone and Caronte in Monteverdi’s L’Orfeo, Sarastro in Die Zauberflöte and Suleiman the Magnificent in Zajc’s Nikola Šubić Zrinjski. In 2011 he debuted in the role of Gran Sacerdote di Belo in a new production of Verdi’s Nabucco at the Teatro dell’opera in Rome conducted by Riccardo Muti, and at the Teatro La Fenice in Venice as the Commendatore in Mozart’s Don Giovanni. He returned to La Fenice in spring 2012 as Colline in Puccini’s La Bohème.

Since 2011 as a soloist at the Bayerische Staatsoper in Munich, Goran’s roles have included Colline, Don Fernando in Beethoven’s Fidelio conducted by Zubin Mehta, Biterolf in Wagner’s Tannhäuser conducted by Kent Nagano, Il Re in Verdi’s Aida, Capellio in Bellini’s I Capuleti e i Montecchi, Banco in Verdi’s Macbeth conducted by Massimo Zanetti, Il Frate in Verdi’s Don Carlos conducted by Zubin Mehta, Commendatore, Ferrando in Verdi’s Il trovatore conducted by Paolo Carignani and Timur in Puccini’s Turandot.

As a concert singer, his performances have included Stravinsky’s Les noces conducted by David Zinman in Zurich, Frère Dominique in Honegger’s Jeanne d’Arc au Bûcher, Händel’s Dettingen Te Deum and Messiah, Charpentier’s Te Deum, Mozart’s Requiem, Haydn’s Nelson Mass, Buxtehude’s Membra Iesu Nostri, Schütz’s Musikalische Exequien, Fedor Basmanov in Prokofiev’s Ivan the Terrible and Bach’s Weihnachts-Oratorium. In January 2012 he sang in operatic concerts in Hamburg and in the Alte Oper in Frankfurt to great acclaim.

Awards

2005

Winner, 1st Prize, National Competition of Students of Music and Dance, Dubrovnik, Croatia

2010

Winner, 2nd Prize and Special Prizes of the Director of the Opera of the Slovak National Theater Bratislava and the Director of the Opera of the National Theater Prague, International Vocal Competition Mikuláš Schneider – Trnavský, Trnava, Slovakia

2010

Winner, 1st Prize, International Vocal Competition Iris Adami Corradetti, Padua, Italy

2012

Winner of “Ivo Vuljević” award for the most successful young Croatian musician

Fonte: sito ufficiale di Goran Juric, basso www.goranjuric.com

 

Orco di Marco trogi

 

 

INCIPIT:

È un predatore, il suo territorio di caccia è la rete. Forse starà cacciando anche in questo momento mentre leggi queste parole. Fai attenzione, ti prego, non accettare l’amicizia da chi non conosci veramente, nel web chiunque può essere chiunque. Immagino che ti starai chiedendo perché ti dico tutto questo, vero? Lo faccio perché io ho provato cosa vuol dire lottare per strappare qualcuno che ami agli artigli di un Orco, anche se credo che comunque sia impossibile farti comprendere, veramente e fino in fondo, cosa si prova quando tua figlia d’improvviso si trasforma in qualcosa che non riconosci più, quando senza motivo ti diventa nemica, quando ti rendi conto che qualcuno le sta mangiando l’anima proprio sotto ai tuoi occhi e tu, tu non puoi far niente. Resti lì impotente, inerme davanti all’assurdo, vorresti farle capire che sta sbagliando, gridarle di non farlo ma la tua voce è muta, poiché, per la tua bambina tu, tu non sei più nessuno, non sei più niente, semplicemente non esisti… e intanto un Orco te la sta portando via. No, non credo tu possa capire e, francamente, ti auguro con tutto il cuore tu non possa comprendere mai. La mia storia grazie a Dio ha avuto un lieto fine, sì, ed è questa per me la cosa più importante, ma… quanti altri riusciranno ad avere la mia stessa fortuna? Sicuramente ho scritto questo libro per esorcizzare una terribile esperienza che ha visto protagonista la mia famiglia ma, contestualmente, l’ho fatto anche per provare a immaginare cosa di peggio sarebbe potuto accadere se io e mia moglie non fossimo, invece, intervenuti al momento giusto. Ne è uscito così un thriller nel quale, oltre alla narrazione dei fatti reali, ho volutamente lasciato a briglia sciolta anche la mia fortemente provata e impressionata fantasia affinché, magari, anche altri possano comprendere che nessuno può e potrà mai considerarsi immune ai torbidi desideri di un Orco.

Marco Trogi

I 50 ANNI DEI SOLISTI AQUILANI

 

 

COMUNICATO STAMPA


sabato 21 aprile 2018 – L’Aquila – Auditorium del Parco ore 18.00

50° ANNIVERSARIO DEI SOLISTI AQUILANI

I SOLISTI AQUILANI

PAOLO CARLINI, fagotto

G. F. HÄNDEL Concerto grosso op. 6 n. 10 in re minore

A. VIVALDI Concerto in la minore per due violini, archi e b. c. (solisti: Federico Cardilli e Alessandro Marini)

A. VIVALDI Concerto in si bemolle maggiore per fagotto, archi e b. c. “La Notte”

P. HINDEMITH Cinque pezzi per orchestra d’archi op. 44

L’Aquila, 21 aprile 1968, Auditorium del Castello Cinquecentesco / L’Aquila, 21 aprile 2018, Auditorium del Parco ore 18: due date storiche e fortemente simboliche che segnano un arco temporale di 50 anni, quelli che festeggiano I Solisti Aquilani e che raccontano una storia di conquiste e di successi.

Le coincidenze non si fermano qui ma riannodano i fili della memoria, quella antica e quella più recente sino ad arrivare al presente: in quel concerto di 50 anni fa fagotto solista era Marco Costantini, Maestro di Paolo Carlini, oggi primo fagotto dell’Orchestra della Toscana e ospite dei Solisti, insieme a loro sul palco per la straordinaria ricorrenza del concerto celebrativo.

Paolo Carliniha  eseguito gran parte del repertorio solistico per fagotto in concerti diretti, tra gli altri, da HubertSoudantPeter MaagGabriele Ferro, Donato Renzetti, Alexander SchneiderLu JiaLiorShambadalYeruhamScharowskyZsolt HamarMoshe Atzmon. La sua attività nell’ambito della musica contemporanea ha, inoltre, determinato un significativo ampliamento del repertorio solistico per fagotto, come testimoniano le opere a lui dedicate dai compositori Marco BettaMatteo D’AmicoLudovico EinaudiLuis De PabloLuca MoscaCarlo Boccadoro, Nicola SaniAlessandro SolbiatiGiancarlo CardiniGiorgio Colombo TaccaniDimitri NicolauGaetano Giani Luporini,  e tanti altri ancora.

La storia dei Solisti Aquilani comincia con un brindisi “firmato” Buton, famosa marca di liquori e primo sponsor del primo ciclo di concerti dell’ensemble. Era il 1968. I Solisti Veneti, i Virtuosi di Roma e I Musici dominavano allora una scena musicale sui generis, tesa alla valorizzazione dell’antico patrimonio strumentale italiano.

Per iniziativa di Nino Carloni e sotto la guida di un direttore giovane e vulcanico, Vittorio Antonellini, I Solisti Aquilani riuscirono ad inserirsi in quello stesso panorama e ad affermarsi nel volgere di pochissimi anni. Quel giovane direttore è rimasto alla guida della formazione per circa trent’anni, per passare poi il testimone a Francesco Sanvitale, Franco Mannino, Vittorio Parisi, Vincenzo Mariozzi e infine, dal 2013, a Maurizio Cocciolito.

Oggi, a cinquant’anni compiuti, I Solisti Aquilani hanno effettuato oltre seimila concerti in tutto il mondo – dall’Africa all’America, dall’Europa al Medio ed Estremo Oriente), collaborano regolarmente con gli artisti più prestigiosi (MischaMaisky, Vladimir Ashkenazy, Jean Pierre Rampal, KrzysztofPenderecki, Hermann Baumann, Felix Ayo, Mario Brunello, Giovanni Sollima, Severino Gazzelloni, Dee Dee Bridgewater, Salvatore Accardo, Renato Bruson, Luis Bacalov, Michele Campanella, RaminBahrami, John Malkovich, solo per citarne alcuni), hanno all’attivo una rilevante produzione discografica e progetti e iniziative dedicate al territorio e ai giovani musicisti emergenti. Un percorso lungo che ha intercettato anche il mondo della scuola, del disagio psichico e del lavoro, che conosce la ribalta internazionale di palcoscenici prestigiosi, templi della musica come la Filarmonica di Berlino o esclusivi come la Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale, ma anche tanti piccoli comuni, spesso ingiustamente destinati a restare tagliati fuori dalla fruizione della offerta culturale. Attenzione al territorio e alle sue più sottili valenze che rendono la storia dei Solisti Aquilani assolutamente originale nel panorama delle compagini cameristiche italiane. Poche tra esse, infatti, hanno saputo trovare un equilibrio così sapiente tra impegni locali, nazionali ed esteri contribuendo in modo determinante all’affermazione, in campo internazionale, dell’immagine di una regione viva e feconda. Ma, più ancora, quel che contraddistingue I Solisti Aquilani è stato ed è il progetto di un nuovo modo di essere musicisti, non solo esecutori ma protagonisti di una esperienza umana e musicale diversa, quella legata alla produzione e alla esportazione della musica, immagine ed espressione di un “Made in Italy” unico, originale, forte. 

 

Per info: Associazione I Solisti Aquilani, viale Alcide De Gasperi n. 47 – 67100 L’Aquila – tel. 0862/420369 – info@solistiaquilani.it – www.solistiaquilani.it

UFFICIO STAMPA

Antonietta Centofanti 3470343505

INIZIATIVA DI SOLIDARIETA’ VERSO IL POPOLO DEL VENEZUELA – A Villa Sant’Angelo (L’Aquila), il 15 aprile, nell’ambito del 2° Convegno sulla Civiltà Contadina

17 aprile 2018

INIZIATIVA DI SOLIDARIETA’ VERSO IL POPOLO DEL VENEZUELA

A Villa Sant’Angelo, il 15 aprile, nell’ambito del 2° Convegno Acli Terra sulla Civiltà Contadina

di Goffredo Palmerini

L’AQUILA – Si è svolto domenica 15 aprile a Villa Sant’Angelo (L’Aquila) il 2° Convegno sulla Civiltà Contadina promosso da Acli Terra, dal Comune e dal CSI. L’iniziativa si è svolta nel Centro Sociale “Gaetano Bafile”, realizzato anche grazie ad una donazione degli abruzzesi del Venezuela dopo il terremoto del 6 aprile 2009, che lasciò sotto le macerie 17 vittime e distrusse il paese, che ora sta finalmente rinascendo. Dunque non casuale l’intitolazione della bella struttura a Gaetano Bafile, già fondatore – con Attilio Cecchini e Padre Ernesto Scanagatta – della Voce d’Italia di Caracas, testata non solo d’informazione per i nostri emigrati ma anche importante presidio di difesa della comunità italiana in Venezuela, specie nei difficili anni Cinquanta dello scorso secolo. Oggi il quotidiano, diretto da Mauro Bafile figlio del fondatore, è in versione digitale e continua la sua opera d’informazione e di promozione della cultura italiana.

Tornando al Convegno, che è stato moderato dal giornalista e scrittore Angelo De Nicola, i lavori hanno preso il via alle ore 17 con i saluti di Domenico Nardis, sindaco di Villa Sant’Angelo, Mons. Orlando Antonini, Nunzio apostolico nato a Villa Sant’Angelo, Ernesto Placidi, presidente Acli Terra, Oreste De Matteis, presidente del Circolo Parrocchiale e vissuto per 60 anni in Venezuela, e Pierluigi Biondi, già sindaco di Villa Sant’angelo e ora sindaco dell’Aquila. Commozione ed emozioni durante il ricordo che Lorenzo Coletti, presidente provinciale di Acli Terra, ha fatto di Remo Nardis, provetto “norcino” e grande cultore della lavorazione delle carni di maiale, aspetto questo della cultura contadina che ha ispirato un vero e proprio concorso a premi “Grande verro” tra produttori di salumi, con i riconoscimenti ai finalisti consegnati nel corso della manifestazione.

Sono seguite quindi le due relazioni previste dal programma, affidate a Mario Santucci e Goffredo Palmerini. Davvero assai interessante la relazione “Il ruolo della donna nella civiltà contadina”, svolta da Mario Santucci – economista, antropologo e cultore di musica popolare – che nel suo intervento ricco di richiami letterari e alle tradizioni, alla spiritualità, al rispetto della natura e alla saggezza del mondo rurale, ha messo a confronto la civiltà contadina con i suoi valori e il parossismo della modernità. In questa riflessione esaltando il ruolo della donna nella civiltà contadina, primario nella gestione dell’economia familiare, ma anche nei significativi eventi come nascita, matrimomio e morte, intesi nel loro senso profondo. Una cultura, quella del mondo contadino, che sapeva dare il valore al tempo, all’attesa e all’ascolto, al ciclo delle stagioni, al rispetto della natura, alla comprensione dei suoi fenomeni. Dunque la sintesi della relazione con l’invito a recuperare, anche nella vita della società attuale, quel senso di comunità e di valori autentici propri della cultura contadina. Il pubblico, che ha riempito totalmente la grande sala della struttura, ha seguito con forte attenzione le intense argomentazioni proposte da Mario Santucci, salutandole con un prolungato applauso.

A questo punto Angelo De Nicola, anticipando un’iniziativa nel Centro “Gaetano Bafile” che vedrà protagonista il suo prossimo libro su una grande firma del giornalismo in Venezuela e nell’America Latina, con importanti riferimenti alla Voce d’Italia, ha dato la parola a chi scrive per la seconda relazione in agenda “L’emigrazione italiana in Venezuela. Ruolo sociale e culturale degli abruzzesi”. L’intervento, che qui di seguito si riporta integralmente, ha teso in particolare a focalizzare la forte contraddizione di un Paese ricco di risorse naturali e di potenzialità, qual è il Venezuela, con l’attuale drammatica situazione politica, economica e sociale che vede il popolo veneuelano ridotto alla fame e a problemi sanitari e sociali di estrema gravità. Proprio in soccorso del popolo venezuelano, infatti, sono destinate le iniziative di questa giornata molto partecipata, che ha visto destinato l’intero ricavato della cena (per oltre 200 ospiti) al progetto ALI PER IL VENEZUELA, che meritoriamente da oltre tre anni raccoglie medicinali in tutta Italia e li recapita direttamente nel Paese latinoamericano secondo le priorità di bisogno. Il progetto, promosso dall’Associazione Latinoamericana in Italia (ALI) riconosciuta Onlus nel 2017, sta facendo cose davvero straordinarie per il Venezuela, con una rilevante risposta dall’Abruzzo – il presidente, Edoardo Leombruni, è un medico abruzzese che ha vissuto diversi anni in Venezuela – e dal resto d’Italia. Infine la cena, servita dalle volontarie dell’associazione ALI vestite con i colori nazionali del Venezuela, è stata allietata dai ritmi trascinanti della canzone napoletana, nella splendida preformance del Gruppo etnico “Napulammore”.

***

L’emigrazione abruzzese in Venezuela

[…] La terra del Venezuela fu scoperta da Cristoforo Colombo al suo terzo viaggio, nel 1498. Abitata dagli indigeni Aruachi e Caribi, per la Spagna fu dura impresa conquistarla, quasi un secolo, per la tenace resistenza dei nativi. E tuttavia i conquistatori sotto le insegne di Carlo V – il re sul cui impero non tramontava mai il sole – su quegli scampoli di territorio occupato, nel 1567, fondavano Caracas ed iniziavano quella depredazione di risorse, come già in altre terre del continente alla ricerca dell’oro, alla quale anni più tardi furono destinate consistenti schiere di schiavi dall’Africa. Inutile aggiungere che guerre, malattie e schiavitù decimarono i nativi di quella terra ricca, bella e rigogliosa. Nel corso del Settecento, vani si rivelarono i tentativi della classe creola di sollevarsi contro gli spagnoli. Assai violenta fu la rivolta dei comuneros, intorno agli anni ottanta di quel secolo. Come del pari fallì, nel 1806, l’insurrezione capeggiata da Francisco de Miranda. Cinque anni dopo Simon Bolivar, l’uomo del destino, con un più fortunato tentativo portò alla prima proclamazione d’indipendenza del Venezuela, con una Costituzione federale ispirata a quella americana. Ebbe vita breve. In un anno la Spagna spazzò via i rivoltosi e ricostituì lo status quo ante.

Simon Bolivar, l’eroe nazionale, era nato a Caracas nel 1783 da una ricca famiglia d’origine spagnola. Spirito romantico e avventuroso, aveva vissuto alcuni anni in Spagna, visitato gli Stati Uniti d’America, l’Italia e sopra tutto la Francia, dove s’era imbevuto dei princìpi dell’Illuminismo e delle idee di Rousseau. Tornato in patria, nel 1810 aveva promosso e realizzato quella prima effimera indipendenza del Venezuela. Poi numerosi altri tentativi erano andati a vuoto. Bisogna attendere il 1819 per veder avviarsi il Paese all’indipendenza vera, con i primi successi sul campo e con il Congresso di Angostura, oggi Ciudad Bolivar. Quindi, negli anni seguenti, con le vittorie di Carabobo e Maracaibo che portarono alla completa liberazione del Paese. Ma non solo. Perché in quegli stessi anni, e fino al 1825, Bolivar determinò la liberazione della Colombia, dell’Ecuador e la definitiva sconfitta degli spagnoli, in Perù e nell’Alto Perù, chiamato poi Bolivia in suo onore, conquistati grazie all’azione congiunta con il generale argentino Josè de San Martin.

Sognava una Confederazione sud americana, il “Libertador” Bolivar, infrantasi tuttavia per le rivalità tra generali e per l’inizio del suo declino che, nonostante l’assunzione di poteri dittatoriali, nel 1830 lo portò alle dimissioni. Lasciò il Venezuela per andare in Colombia dove, il 17 dicembre di quell’anno, morì a Santa Marta dettando il testamento politico. La sua notevole opera, se da un lato aveva assicurato l’indipendenza a tanti Paesi sudamericani, non risolse la questione delle libertà democratiche e dello Stato di diritto, a dispetto della giovanile formazione illuminista. Tanto che il Venezuela, dalla sua nascita, ha continuato a pencolare tra dittature, regimi autoritari di militari golpisti, parentesi democratiche e tentazioni populiste, qualunque sia stato il colore. Fino ai giorni nostri. Oggi è una repubblica federale, a carattere presidenziale, formata da 22 Stati ed un Distretto.

E tuttavia il Venezuela è davvero un paese dalle grandi prospettive, per le ricchezze naturali di cui dispone e per la notevole diversità del territorio. Grande tre volte l’Italia, il Venezuela ha un ambiente che varia dai monti della cordigliera andina orientale, con cime fino a cinquemila metri (Merida, m.5002) anche con nevi eterne, alle foreste amazzoniche, dalla grande pianura centrale attraversata dall’Orinoco fino al vastissimo delta del fiume, dalle valli raccolte tra le catene montuose, le cui propaggini si spingono ben oltre Caracas, alle depressioni interne fino al grande lago di Maracaibo. Diversi i climi e le vegetazioni che consentono una notevole variabilità delle colture. Oggi va crescendo la produzione interna di riso, mais, sesamo e banane, mentre si destina all’esportazione canna da zucchero, caffè, cacao, cotone e tabacco. In crescita l’allevamento del bestiame: bovini, suini e caprini, ma anche volatili, nelle aree di Valencia e Maracaibo, e i prodotti ittici.

Rilevanti sono le risorse del sottosuolo, petrolio e gas naturale, specie nell’area occidentale. In parte raffinato in Venezuela, l’oro nero alimenta l’industria petrolchimica per la produzione di materie plastiche e fertilizzanti. Notevoli i giacimenti di ferro destinati al settore siderurgico e, nella Guiana, bauxite, manganese, oro e diamanti. Importante la produzione di legno pregiato. In crescita i settori industriali di trasformazione, vetro e cemento, il tessile e l’alimentare. La bilancia commerciale, con l’esportazione del petrolio e derivati, mantiene un forte attivo. Anche il turismo, sulle coste splendide come sulle isole e nell’interno, sta conoscendo una promettente stagione, purtroppo ristretta nelle sue potenzialità dai problemi di sicurezza. La criminalità che assilla il Paese, tra gli handicap uno dei più avvertiti, agisce come un pesante freno alla crescita dell’economia e si scarica sulle condizioni di vita della società venezuelana, specie nelle grandi città. E’ una questione ancora irrisolta e limita fortemente le possibilità d’investimento dall’estero. […]”

Queste annotazioni scrivevo tra l’altro in un ampio un reportage di viaggio in Venezuela e risalgono al 2009, quando visitai quel Paese. E’ uno stralcio d’un capitolo del mio libro L’Aquila nel mondo (One Group Edizioni, 2010). Sono tuttavia utili a far comprendere quanto da un lato la Natura sia stata generosa nel fare “ricco” questo meraviglioso Paese affacciato sul Mar dei Caraibi, avviatosi dal secondo dopoguerra ad un promettente sviluppo, anche grazie all’emigrazione italiana (e abruzzese, in particolare). In questo vero e proprio Eden, il Venezuela, si possono indicare tre diverse fasi nella storia dell’emigrazione italiana: i flussi a cavallo tra il XIX e il XX secolo (1830-1926), quelli contemporanei allo sviluppo dell’industria petrolifera (1927-1948) e, infine, l’immigrazione massiccia del secondo dopoguerra (dal 1948 in poi). Nel corso della prima fase gli arrivi dei migranti italiani sono modesti e ben al di sotto delle aspettative delle classi dirigenti venezuelane che, tramite la politica dell’immigrazione assistita e la creazione di colonie miste di stranieri e autoctoni, intendono intensificare la produzione agricola nazionale e promuovere le esportazioni all’estero. Durante la seconda fase si realizza lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie e dei giacimenti petroliferi del Paese: tra il 1921 e il 1935 si passa da circa un milione di barili all’estrazione di 150 milioni di barili di petrolio. Il Venezuela non è più uno Stato a base prevalentemente agricola e rurale, ma il primo esportatore di petrolio al mondo. Gli italiani che arrivano in questi anni però, non partecipano in modo significativo alle attività petrolifere, inserendosi prevalentemente in altri settori, in primo luogo il commercio, i servizi e l’edilizia e in misura minore l’agricoltura. Si tratta perlopiù di persone che giungono nel Paese in modo spontaneo, senza avvalersi delle agevolazioni previste dalle locali leggi sull’immigrazione, privi di permessi ufficiali e di referenze lavorative.

Stando ai dati delle rilevazioni censuarie, gli italiani residenti in Venezuela sono 2.652 nel 1936 e 3.137 nel 1941, un numero del tutto in linea con quelli registrati nei decenni precedenti. È solo negli anni del secondo dopoguerra che la presenza italiana in Venezuela si lega a un fenomeno d’emigrazione consistente, intenso e prolungato. Nel giro di un solo decennio si stima che siano giunti nel Paese circa 200 mila italiani. Lo Stato assume professionisti preparati e si convocano le ditte internazionali per la costruzione di strade, autostrade, ponti, gallerie, centrali elettriche, porti e aeroporti. Si realizzano opere a un ritmo vertiginoso e con un’efficacia che si esprime nel rispetto dei tempi e dei costi preventivati. Questo è il momento del maggior flusso dell’emigrazione italiana: alcuni sono tecnici, ma la gran maggioranza, di origine contadina, trova un Paese tutto da realizzare con una popolazione che solo in quegli anni ha accesso a scuole tecniche e professionali. L’intraprendenza degli italiani permetta a molti, se non a tutti, di assurgere in pochi anni dallo status di operaio a quello di datore di lavoro. Sono giovani e i tempi duri seguiti alla Seconda guerra mondiale, vissuti in zone povere dell’Italia, rendono ancor più attrattive le opportunità che s’incontrano in Venezuela. Alcuni giungono anche dall’Argentina dove si è emigrati in un primo tempo con scarsa fortuna.

L’esperienza migratoria italiana in Venezuela rimane comunque caratterizzata da una diffusa buona riuscita sul piano economico. Le ricerche in merito confermano che gli italiani hanno raggiunto posizioni professionali influenti, quali quelle di manager e di direttore d’azienda (35%), con una significativa differenza rispetto al complesso della popolazione (4,8%). Attualmente in Venezuela, stando ai dati AIRE (dal Rapporto Italiani nel mondo, Migrantes 2014), risiedono 121.000 italiani. Ma sono dati che si riferiscono esclusivamente agli italiani che hanno conservato o riacquistato la cittadinanza italiana e non all’intera comunità d’origine italiana, ossia gli emigrati delle varie generazioni migratorie e gli oriundi. Gli italiani nel mondo iscritti all’AIRE, nell’ultima rilevazione, stanno intorno a 5 milioni. Una sparuta minoranza, se si pensa che gli italiani all’estero, secondo le stime più attendibili, sono ben 80 milioni. Un’altra Italia più grande di quella dentro i confini che dovunque nel mondo ha saputo conquistarsi rispetto e stima, contribuendo alla crescita dei Paesi d’accoglienza e assumendovi man mano posizioni di rilievo nella società, nell’economia, nelle istituzioni. Per quanto riguarda il Venezuela si stimano poco più di un milione gli emigrati italiani e loro discendenti. Numerosa la comunità abruzzese: il citato Rapporto colloca il Venezuela al 4° posto per l’emigrazione dall’Abruzzo (desunta dai dati AIRE), secondo una graduatoria d’emigrazione che ai primi 10 posti vede Argentina, Svizzera, Belgio, Venezuela, Francia, Germania, Canada, Australia, Stati Uniti e Brasile. Attendibilmente oltre centomila sono gli Abruzzesi in Venezuela.

Grande, dunque, il contributo reso dagli Abruzzesi alla crescita e allo sviluppo del Venezuela, presenti come sono in tutti gli Stati del Paese, e particolarmente nella capitale Caracas e nelle grandi città (Valencia, Barquesimeto, Maracaibo, Merida, San Cristobal, Guanare, Maracay, Ciudad Bolivar, Valera, ecc.). Nelle maggiori aree urbane hanno costituito una rete associativa molto importante sul piano sociale e culturale. Dovunque gli Abruzzesi hanno assunto un ruolo rilevante nell’imprenditoria, nell’economia e nelle classi dirigenti del Paese. Una dimensione crescente, a partire dagli anni del secondo dopoguerra – quelli del grande fenomeno migratorio verso il Venezuela – che tuttavia negli ultimi anni con la mutata situazione politica, economica e sociale del Paese si è forzatamente ridimensionata. L’attuale regime politico, nelle mani del presidente Nicolas Maduro, impiantato una ventina di anni fa da Hugo Chavez, ha infatti ridotto in pochi anni alla miseria più nera e alla fame il popolo venezuelano. Mancano medicine, generi alimentari e di prima necessità, talvolta persino l’acqua. E’ una situazione terribile. Stanno tornando malattie che si ritenevano debellate, c’è un’altissima mortalità infantile e senile per denutrizione e mancanza di cure mediche. C’è una fuga che pare una diaspora, specie verso la confinante Colombia, ma anche altrove dovunque sia possibile.

Nel corso dell’ 8° Vertice delle Americhe, tenutosi nei giorni scorsi a Lima, in Perù, al quale hanno partecipato capi di stato e di governo dei Paesi di Nord, Centro e Sud America, dove il presidente del Venezuela non ha potuto recarsi perché gli è stato revocato l’invito dalle autorità peruviane, è stato sottoscritto un duro documento congiunto sul Venezuela, nel quale si afferma tra l’altro che “le elezioni presidenziali previste in Venezuela il prossimo 20 maggio saranno considerate prive di credibilità e legittimità”. I paesi firmatari si sono impegnati inoltre a promuovere iniziative per il ripristino della democrazia nelle istituzioni e per il rispetto dei diritti umani in Venezuela, con l’invito alle organizzazioni internazionali a predisporre un piano di aiuti e di assistenza umanitaria ai Paesi che accolgono i rifugiati venezuelani. Qualche giorno fa l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) di Ginevra ha comunicato che, tra il 2016 e il 2017, circa 1.600.000 venezuelani hanno abbandonato il Paese, ma l’organismo precisa pure che nel 2015 ne erano usciti altri 700.000. Dunque, stando ai calcoli dell’OIM, fuori dal Venezuela sarebbero andati in soli tre anni ben due milioni e 300mila venezuelani. L’organismo internazionale informa inoltre che 885.000 si trovano nei Paesi del Sud America, 308.000 in Nord America, 78.000 in Centro America e 21.000 nell’area caraibica. Una situazione che desta allarme, segnalando il Venezuela come un focolaio dal quale si deve scappare, in quanto Paese ormai completamente isolato a livello internazionale, colpito da sanzioni per le continue violazioni dei diritti umani e politici da parte del regime, che pur con imponenti manifestazioni popolari di protesta rimane tuttavia attaccato al potere con l’uso dell’esercito, della polizia e dei corpi speciali che agiscono nell’impunità.

A ciò s’aggiunge una corruzione pubblica dilagante e l’enorme problema della criminalità e della violenza urbana, che ogni giorno insanguina le città, mietendo vittime a migliaia, tra sequestri di persone, furti ed “espropriazioni” nei quali molti nostri connazionali (anche diversi abruzzesi) sono rimasti vittime. Una situazione drammatica che riguarda la gran parte della popolazione, fatta eccezione per le strutture legate al regime. Dunque di tale dramma sta patendo duramente anche la numerosa comunità italiana. Di questi nostri connazionali, chi si trova nelle condizioni di poter lasciare il Venezuela, sta emigrando in altri Paesi delle Americhe o rientrando in Italia, nelle regioni d’origine. Ma la gran parte, per diversità di motivi, non ha possibilità di uscire, sia per gli alti costi dovuti ad un drogato tasso di cambio del bolivar con il dollaro, sia per un’inflazione iperbolica che nel 2017 ha superato il 2700 percento. D’altro canto rimanere significa non avere possibilità di acquistare quanto essenziale per vivere, soprattutto per curarsi, mancando dovunque medicinali salvavita e di ogni genere. Ecco perché appare meritoria l’opera di ALI PER IL VENEZUELA in soccorso del popolo venezuelano, con le garanzie che offre nell’arrivare direttamente a chi ha bisogno. Altri aiuti dal mondo, infatti, “intercettati” dalle autorità governative, spesso vanno ad alimentare il mercato nero. L’iniziativa di questa sera, qui a Villa Sant’Angelo, è un gesto significativo di amicizia e di solidarietà verso il popolo venezuelano, sperando che presto possa finire la sua sofferenza e riprendere il cammino dello sviluppo e del benessere, cui ha pieno diritto di aspirare.