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L’Aquila, martedì si presenta il romanzo “Secondo piano” di Laura Benedetti – Il 19 giugno, alle ore 17, a Palazzo Fibbioni la conversazione con l’Autrice

 

 

L’Aquila, martedì si presenta il romanzo “Secondo piano” di Laura Benedetti

Il 19 giugno, alle ore 17, nella Sala Rivera di Palazzo Fibbioni la conversazione con l’Autrice


L’AQUILA – Con la scrittrice, arrivata in questi giorni da Washington (Usa), martedì 19 giugno alle ore 17, presso la Sala Rivera di Palazzo Fibbioni, verrà presentato il romanzo “Secondo piano” di Laura Benedetti (Pacini Editore). Con l’autrice dialogheranno Sabrina Di Cosimo, assessore alla Cultura del Comune dell’Aquila, Serena Guarracino, docente di Letteratura inglese all’Università dell’Aquila, Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, Sandro Cordeschi, docente IIS “Andrea Bafile”, Enrico Botta, docente IIS “Ottavio Colecchi”, Roberto Ciuffini, giornalista.

A due anni dal suo primo romanzo ecco il secondo lavoro narrativo della scrittrice aquilana Laura Benedetti. La misteriosa morte del vecchio Jacopo sconvolge la quotidiana routine di Federico Conti, direttore del dipartimento di italiano di una prestigiosa e prospera università americana, e ne fa uscire allo scoperto il sottofondo di motivata frustrazione, indomabile nevrosi, ansioso scontento. Attraverso il labirinto del mondo accademico al cui interno si dipana la vicenda, la scrittura elegantemente piana di Laura Benedetti accompagna il lettore alla scoperta di una voragine comunicativa e affettiva che lo riguarda direttamente. Nostalgico e ironico, elegiaco e polemico, Secondo piano scardina le convenzioni del giallo per rivolgere domande pressanti sulle contraddizioni della globalizzazione, sul ruolo delle università e sulla capacità della scrittura di restaurare l’equilibrio di un mondo attraversato da vertiginosi mutamenti.

Laura Benedetti, nata a L’Aquila, insegna Letteratura italiana alla Georgetown University (Washington, DC, USA), dove è stata direttore del Dipartimento di Studi italiani. Tra i suoi lavori figurano La sconfitta di Diana. Un percorso per la «Gerusalemme liberata», la traduzione inglese di Esortazioni alle donne e agli altri di Lucrezia Marinella e The Tigress in the Snow. Motherhood and Literature in Twentieth-Century Italy, vincitore del Premio Flaiano per l’Italianistica. Nel 2015 ha pubblicato per l’editore Pacini il suo primo apprezzatissimo romanzo, Un paese di carta.

“Laudomia Bonanni. Il potere vitale della donna” di Liliana Biondi – Il volume sarà presentato a L’Aquila il 18 giugno, alle ore 18, presso Auditorium Sericchi.

Laudomia Bonanni. Il potere vitale della donna di Liliana Biondi

Anteprima della XVII edizione del Premio Letterario Internazionale “L’AQUILA”- BPER Banca

L’AQUILA – Mentre è ufficialmente avviata la XVII edizione del Premio Letterario Internazionale “L’Aquila”- BPER Banca intitolato alla scrittrice aquilana del Novecento Laudomia Bonanni, lunedì 18 giugno 2018 alle ore 18, presso l’Auditorium Sericchi in Via Pescara 2, verrà presentata la monografia critico-interpretativa, Laudomia Bonanni. Il potere vitale della donna (One Group Edizioni) di Liliana Biondi, già docente di Critica letteraria dell’Università degli Studi dell’Aquila, membro della Giuria del Premio nominato e socia del Club aquilano del Soroptimist International, sotto la cui egida si tiene la presentazione.

Coordinati dal giornalista scrittore Angelo De Nicola, dopo il saluto del Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, interverranno il Presidente del Premio Raffaele Marola, la Presidente della Giuria del Premio Stefania Pezzopane, la Presidente del Club L’Aquila Soroptimist International, Lea Contestabile, l’editrice Francesca Pompa. La presentazione del libro è affidata a Carlo De Matteis, prof. ordinario di Letteratura moderna e contemporanea dell’Università dell’Aquila, e a Flavia Stara, prof. ordinario di Pedagogia generale e sociale dell’Università di Macerata. La lettura di alcuni passi del libro sarà tenuta dal poeta attore Ugo Capezzali.

Il volume, com’è specificato nella “Premessa”, raccoglie cinque saggi sulla Bonanni nati autonomamente in occasioni e in tempi diversi, tra il 1996 e il 2014, ma che nel loro insieme tengono unita l’intera opera della scrittrice aquilana: dopo un excursus, che inquadra la narrativa della Bonanni in ambito storico e socio-culturale e ne delinea l’asse tematico principale, si analizzano i romanzi L’imputata (del quale la Biondi ha curato una prima riedizione nel 2007) e Le droghe; ci si addentra, quindi, ad esaminare il primo volume di Elzeviri e la critica; si riepilogano, infine, nell’appendice, altri interventi e attività legati alle iniziative bonanniane, delle quali la Biondi è stata protagonista.

«Il titolo del libro – dichiara la studiosa – sintetizza quella che è l’essenza della poetica della Bonanni, la quale ha come unica protagonista dell’intera sua opera letteraria la donna, spesso madre, e con lei i giovanissimi, dall’infanzia alla prima giovinezza, senza che tuttavia la sua produzione possa considerarsi circoscritta ad un ambito prettamente educativo o destinato ai soli ragazzi. La funzione della figura femminile nell’opera della scrittrice aquilana non si esaurisce mai, in ogni singolo racconto o romanzo, con la conclusione della trama; ma, come avviene nei grandi narratori, mantiene una sua linea costante dal primo racconto, edito quando era maestrina diciassettenne, all’ultima sua opera: sia che si consideri tale il romanzo Le droghe, del 1982, l’ultimo da lei pubblicato; sia che ci si riferisca a La rappresaglia (quasi sicuramente il romanzo inedito di fine anni ’40, Stridor di denti – mai ritrovato- rivisitato poi a mo’ di romanzo-testamento), la cui pubblicazione, rifiutatale nel 1985 da Bompiani, presso cui aveva stampato quasi l’intera sua opera, vede la luce postumo, nel 2003, a cura di Carlo De Matteis.

La linea costante, a mio parere – prosegue la Biondi -, è data dalla piena certezza, per la narratrice, che la donna, pur sottomessa nei millenni dal dominio del potere maschile – sia esso familiare, politico, religioso, civile (e come tale il potere, in questo caso, riguarda la relazione tra persone) -, possiede, insita alla propria stessa natura femminea, lei che è generatrice di vita, un’innata qualità naturale, un innato potere vitale che, seppure inconsciamente, la portano a custodire e a preservare la vita anche quando essa non è madre di parto; e in quanto tale – come confermano alcuni studi antropologici -, a superare la morte stessa. La donna, “vittima” vivente, il cui ruolo fondamentale per millenni è stato (ed in tanta parte del mondo lo è ancora!) quello di parto-rire (che unisce due termini forti: partire e morire) e che, come tale, è stata ella stessa una sorta di morte vivente (si pensi al ruolo della Rossa nella Rappresaglia, la cui morte riporta ordine e pace tra gli astanti), riconsegna, convoglia e moltiplica quella stessa minaccia di annientamento che l’ha costituita come vittima; una vittima, padrona della vita. Un’autrice, Laudomia Bonanni, decisamente, all’avanguardia, per l’Italia dei suoi tempi», conclude Liliana Biondi, che su questa direzione sta portando avanti altri studi sulla scrittrice aquilana.

Per chi voglia avere qualche dettaglio in più sull’atteso volume presto disponibile nelle librerie, nelle agenzie di vendita online oppure direttamente ordinabile presso l’editore One Group, qui di seguito se ne riporta la Premessa, con l’assenso dell’editore e dell’autrice.

Premessa

Se non respiri attraverso la scrittura,

se non piangi nello scrivere, o canti scrivendo,

allora non scrivere,

perché nella nostra cultura non serve.

Anaïs Nin

Centodieci anni or sono, nel 1907, nasceva Laudomia Bonanni e quindici anni fa, nel 2002, lei ci ha lasciato. I due anniversari mi hanno esortato a raccogliere le poche carte da me scritte in varie occasioni su di lei e sulla sua opera, alcune edite, altre rimaste nel cassetto. Nel rileggerle, mi è sembrato conservassero fondatezza, peculiarità e coerenza; soprattutto, esse non ripetono né contrastano, ma consolidano gli studi finora svolti sulla scrittrice aquilana, la quale col suo realismo spesso surreale scava ed esplora un insolito, diversificato e poetico mondo femminile per scoprirvi dimensioni nuove e insospettate.

Risale al 1996 il mio primo vero incontro con la sua opera quando, su invito di Mario Narducci e del suo Circolo culturale “Il Caffè”, in vista del novantesimo compleanno della Bonanni, presso la Sala del Consiglio Comunale dell’Aquila, ma in assenza dell’autrice che residente a Roma declinò l’invito per motivi di salute, il 1° luglio tenni la relazione La narrativa di Laudomia Bonanni: dalla maternità naturale alla «mamma» solidale. Una lettura trasversale in senso cronologico dei suoi scritti mi fece comprendere già allora in che misura vi dominasse il ruolo della donna – spesso madre – e dei giovanissimi – dall’infanzia all’adolescenza -, senza tuttavia che la sua produzione potesse considerarsi circoscritta a un ambito prettamente educativo o per ragazzi. La relazione, edita quello stesso anno sulla rivista «provinciaoggi» diretta da Walter Capezzali, direttore, allora, della Biblioteca Provinciale dell’Aquila, con qualche lieve ritocco migliorativo costituisce il primo capitolo di questo volume: La donna nella narrativa di Laudomia Bonanni. Dalla maternità naturale a quella d’elezione.

Il secondo capitolo sul romanzo «L’imputata», opportunamente suddiviso in paragrafi per agevolarne la lettura, è conforme all’Introduzione della nuova edizione (I edizione 1960) del romanzo omonimo stampata nel 2007 presso la Textus dell’Aquila, casa editrice impegnata, in quegli anni, a ripubblicare l’intera opera narrativa della scrittrice. L’edizione purtroppo ebbe scarsa diffusione a causa di dissidi editoriali che si conclusero con l’interrompersi delle riedizioni. Il saggio analizza contenuto e struttura di questo romanzo corale – dove spiccano fatti singoli – sulla crisi postbellica in una città di provincia, il romanzo più complesso e strutturalmente articolato della scrittrice aquilana.

Il terzo capitolo, finora inedito, relativo al romanzo «Le droghe», è fedele alla mia relazione «Le droghe». Tra continuità e testamento, tenuta al Convegno di studio Laudomia Bonanni e il suo cammino di scrittrice organizzato dall’Università degli Studi dell’Aquila e svoltosi nei giorni 11 e 12 aprile 2008. Un romanzo formativo, Le droghe, tra letteratura e vita, dove, con un linguaggio politonale, memoria e realtà della protagonista si attraversano continuamente per scandagliare origini, drammi e soluzioni di un tema doloroso e attualissimo ancora oggi. Ho ritenuto superfluo conservare la seconda parte del titolo, perché questo mio libro per intero testimonia la “continuità” e la coerenza tematica della Bonanni; mentre un’attenta lettura del romanzo postumo, La rappresaglia, ha innalzato l’asticella del suo messaggio testamentario, come si evince dal capitolo V, relativo alla critica, di questo volume.

Il quarto capitolo, La straordinaria varietà degli «Elzeviri», inedito anch’esso, corrisponde – ma arricchito con citazioni e note esplicative – a quanto scrissi nel 2007 per la presentazione, programmata dal Club Soroptimist dell’Aquila, del libro Elzeviri di Laudomia Bonanni, curato da Anna Maria Giancarli in quello stesso anno (Pescara, Edizioni Tracce), dove si leggono 59 tra elzeviri e taccuini televisivi su un totale di circa 1250 calcolati da Gianfranco Giustizieri, custode dell’intero fondo Bonanni. Godibilissimo nella lettura per il vigile e dinamico sviluppo della narrazione su luoghi, personaggi, tradizioni, gastronomia, innovazioni, Elzeviri è anche un brillante affresco socio-antropologico di fine anni Cinquanta. Non ho voluto privare il testo – come è d’altronde per il capitolo seguente – dell’iniziale tono amicale e informale, in primo luogo nel rispetto delle persone care allora presenti ed ora non più tra noi, mettendo in nota la prima parte introduttiva e le chiose esplicative.

Il quinto capitolo L’opera di Laudomia Bonanni nella critica con un’ipotesi finale sulla «Rappresaglia», anch’esso inedito, collima col testo della presentazione ufficiale del volume di Gianfranco Giustizieri, Laudomia Bonanni tra memoria e futuro. Itinerari di lettura nelle pagine della critica letteraria (Lancino, Carabba, 2014), da me tenuta il 21 ottobre dello stesso anno presso l’Auditorium Sericchi dell’Aquila, in un pomeriggio culturale, introduttivo ai giorni della cerimonia di premiazione della XIV edizione del Premio Letterario Internazionale “L’Aquila”- BPER Banca intitolato alla scrittrice aquilana. Anche qui ho voluto mantenere l’iniziale aspetto colloquiale, che non è comunque mai fine a sé stesso. L’ipotesi interpretativa sulla «Rappresaglia», che chiude il capitolo, non è tesa a bruciare una novità, ma solo a dire che il mio impegno verso questa scrittrice non si conclude con questa pubblicazione.

La breve Appendice testimonia le attività cui ho partecipato come organizzatrice e come sostenitrice delle iniziative cittadine tese a riportare in piena luce il nome del Bonanni, la cui opera edita ed inedita, sono certa, ha ancora molto da offrire in ambito letterario, e non solo in esso. In particolare – ritrovatolo per caso nel magma del mio computer-, ho inserito il mio intervento Laudomia Bonanni. Considerazioni e proposte, tenuto il 27 settembre 2003 presso la sala conferenze della Carispaq in occasione dell’incontro su Laudomia Bonanni: l’attualità della scrittrice tra esigenze editoriali e prospettive future, introduttivo alla cerimonia della seconda edizione del Premio Letterario Internazionale di Poesia a lei intitolato. Un intervento, le cui proposte trovo tutt’oggi validissime. Concludono il volume una nota biografica della scrittrice, la bibliografia delle sue opere e della critica e l’indice degli autori citati.

Da quanto esposto si evince che per dare sistematicità, continuità e prospettiva al volume, i capitoli si susseguono secondo un ordine logico non cronologico di stesura. Essendo tuttavia indipendenti l’uno dall’altro, talvolta, nell’esporre il bilancio di quanto intrapreso dagli studiosi dopo la scomparsa della scrittrice, i dati si replicano, ma sempre in forma dinamica rispetto al tempo di redazione del testo. Le note a piè pagina, anch’esse autonome e presenti già in tutti gli interventi, sono state migliorate e ampliate; quelle contrassegnate da due asterischi (**) segnalano l’aggiornamento bibliografico rispetto alla redazione iniziale. Le citazioni ad esergo, presenti in qualche scritto sin dalla prima redazione, sono state estese a tutti i capitoli.

Prima di concludere, un ricordo caro e grato va alla memoria di Pietro Zullino, leader nel sostenere e caldeggiare, a ragione, una rinnovata attenzione degli studiosi verso la scrittrice; tanta e grande era la fiducia che egli riponeva su di me. Con lui ringrazio Gianfranco Giustizieri per la concessione delle foto presenti nel libro; il collega Carlo De Matteis e mio figlio Luigi per le tante, costanti esortazioni a raccogliere e a pubblicare le mie carte «sparte»; gli impagabili coniugi Francesca e a Duilio della One Group e la loro collaboratrice Roberta Guida per la sollecitudine e l’amore con cui hanno egregiamente curato la stampa e la grafica di questa mia “creatura” dalla lunga gestazione.

Liliana Biondi

LIZA BEAR _ Sabato 9 Giugno 2018, ore 19.00, presso Fondazione Zimei a Montesilvano (Pescara)

 

LIZA BEAR
The making of Avalanche (and what followed) – Resistance & Romance in NYC

a cura di  Harold Berg e Massimiliano Scuderi
Sabato 9 Giugno | ore 19.00
FONDAZIONE ZIMEI

MONTESILVANO (Pescara) – Sabato 9 giugno a partire dalle ore 19, alla Fondazione Zimei, sarà presente scrittrice, fotografa e filmmaker americana Liza Béar. Fondatrice, con Willoughby Sharp, della storica rivista d’arte Avalanche di New York, ed attualmente editor della rivista Bomb, Liza Béar ha concepito il suo intervento presso la Fondazione Zimei in due momenti, in cui si parlerà di The making of Avalanche (and what followed) eResistance & Romance in NYC.

La celebre rivista Avalanche ha esplorato l’arte concettuale e altre forme artistiche come la performance art e la land art, dalla prospettiva dell’artista. Era, infatti, concepita come una pubblicazione per gli artisti che potevano parlare del proprio lavoro senza l’intervento di critici, curatori o storici dell’arte. La rivista è stata pubblicata tra il 1970 e il 1976.
I suoi film sperimentali e video come Oued Nefifik: A Foreign Movie (1982), Earthglow (1983) e Force of Circumstance (1989) sono stati mostrati all’ Edinburgh International Film Festival, al Festival of the Other Avant-Garde, alla Biennale di Såo Paulo e tra gli altri anche presso The Kitchen and the Museum of Modern Art di New York.

L’appuntamento di sabato si inserisce all’interno della mostra Unfake Connections  – Carol GooddenTrisha BrownGordon Matta-Clark, inaugurata nello spazio espositivo della Fondazione Zimei lo scorso 26 maggio. L’esposizione, curata da Harold Berg, membro del comitato per la fotografia del Whitney di New York, e da Massimiliano Scuderi, direttore artistico della Fondazione Zimei, intende approfondire il clima di sperimentazione artistica e di contaminazione linguistica della New York degli anni Settanta, privilegiando le relazioni e le ricerche di tre grandi talenti dell’arte occidentale: Gordon Matta-Clark, Carol Goodden, Trisha Brown.
L’inaugurazione del 26 maggio, realizzato in collaborazione con ACS Abruzzo circuito Spettacolo e il gruppo e-Motion, ha visto la partecipazione di Carol Goodden, una delle interpreti della scena artistica di quegli anni, danzatrice della Trisha Brown Dance Company, tra i fondatori del celebre ristorante Food di New York, laboratorio di sperimentazioni e relazioni artistiche. La mostra sarà visitabile su appuntamento fino al 2 luglio

L’evento nasce dalla convenzione sottoscritta tra i due enti, l’ACS Abruzzo Circuito Spettacolo e laFondazione Zimei, nell’ambito del progetto di residenze “ZONE LIBRE_ azioni di sostegno alla creazione contemporanea”, del Mibact e della Regione Abruzzo. Il progetto permetterà alla Fondazione Zimei, grazie alla collaborazione con il circuito ACS, di ampliare il proprio raggio di ricerca artistica potendo così spaziare, come in quest’occasione, tra i vari linguaggi artistici contemporanei come la danza, la musica e le altre arti dal vivo, permettendo ai grandi talenti nazionali e internazionali di poter risiedere in un luogo in cui produrre opere inedite e multidisciplinari.

Liza Béar Cycling Home
Foto: Milly Iatrou 2016

FONDAZIONE ZIMEI
Sede espositiva : Via Aspromonte, s.n., Montesilvano (PE)
info: info@fondazionezimei.it
cell.: +39 3801443816

La Grande Guerra, le gravi perdite della cultura, l’incontro di cento anni fa con Moscardelli: riemerge ricordo storico di Alvaro – di Domenico Logozzo

 

 

 

La Grande Guerra, le gravi perdite della cultura, l’incontro di cento anni fa con Moscardelli: riemerge ricordo storico di Alvaro

di Domenico Logozzo *

Storia, cultura e vecchie lezioni sempre attuali. Da approfondire, perché come sosteneva Montanelli “un Paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un domani”. Per fortuna abbiamo ancora studiosi attenti e preziose botteghe dell’antiquariato, che custodiscono e fanno conoscere importanti pagine della memoria. E’ così che oggi abbiamo la possibilità di rileggere il racconto di Corrado Alvaro sull’incontro che ebbe oltre un secolo fa con Nicola Moscardelli, in una clinica romana dove erano stati ricoverati in seguito alle ferite riportate nella guerra del 1915-18. A 62 anni dalla morte di Alvaro, avvenuta a Roma l’11 giugno 1956, è interessante e molto significativa la testimonianza dello scrittore di San Luca. Moscardelli, uno dei suoi poeti preferiti, nell’ottobre del 1915 fu gravemente ferito al volto, mentre combatteva sul Carso. Conseguenze molto pesanti: paralisi locale, con difficoltà a masticare e cicatrice ad una guancia. Un mese dopo, nel novembre del 1915, Alvaro in prima linea sul Monte Sei Busi, nella zona di San Michele del Carso, venne colpito alle braccia. Il destro non guarirà mai. Dopo una lunga degenza in diversi ospedali militari, passò al servizio sedentario a Chieti. E nella città abruzzese ritornò nel 1943, per sfuggire al mandato di cattura dopo l’occupazione tedesca della Capitale. Visse dando lezioni di inglese sotto il falso nome di Guido Giorgi.

Giovani sottotenenti di venti anni, Alvaro e Moscardelli furono decorati con la medaglia d’argento al valore militare. “Fu la guerra italiana cui gli scrittori italiani diedero il loro sangue, le loro sofferenze, la loro vita”, scriveva Alvaro. Evidenziando che “molte conoscenze fra noi di ogni parte d’Italia furono strette nelle caserme, al fronte, negli ospedali di guerra”. Una significativa testimonianza del coinvolgimento degli italiani e dei prezzi molto alti pagati anche dal mondo della cultura. “La prima guerra mondiale ci chiamò tutti, e tutti gli scrittori italiani in erba o in frutto vi parteciparono e ne furono testimoni. Una tale sorte comune valse a dare un carattere a quella generazione. Alcuni dei migliori caddero sul campo”.

La riscoperta di questa testimonianza storica la dobbiamo allo studioso abruzzese Gianfranco Giustizieri, autore di numerose pubblicazioni ed uno dei maggiori conoscitori e divulgatori delle opere di Laudomia Bonanni. “Tutti coloro che conoscono i miei interessi – ci dice – sanno che non mi lascio sfuggire l’occasione di recuperare tutto il possibile della scrittrice aquilana, al fine di ricomporre il suo Archivio che in gran parte lei stessa distrusse, disillusa dal mondo della letteratura alle soglie del 2000. Un caro amico e valente ricercatore, Andrea Giampietro, ha avuto l’occasione di segnalarmi il libro “Nicola Moscardelli. Poesie, racconti, saggi “, a cura di Antonio Silveri, uscito per le Edizioni “Conchiglia”, Roma 1953, in occasione del decennale della morte del poeta di Ofena. Tra le pagine di questa raccolta antologica c’è una bella pagina della Bonanni dedicata al rapporto di Nicola Moscardelli con i giovani che lo avevano scelto come maestro di vita e di speranza. Moltissime le firme illustri che ci rendono un elenco lunghissimo di belle testimonianze: Tecchi, Ungaretti, Govoni, Papini, Betti, Cicognani, Ciarletta, Pischedda, Titta Rosa, Bargellini, Bontempelli, Alvaro, e altri ancora ai quali faccio torto a non nominarli ma sono veramente tanti”. Sapendo del nostro interesse per Corrado Alvaro, il prof. Giustizieri ci ha segnalato la testimonianza dello scrittore calabrese. Tante riflessioni di grande attualità. Così come a 75 anni dalla morte è ancora molto attuale l’opera di Nicola Moscardelli. E lo studioso aquilano ne spiega i motivi, annotando innanzitutto che “la vera scrittura non muore mai e la memoria fa parte del nostro presente”. E per essere più chiaro, si rifà ad una illuminante riflessione del letterato abruzzese. “Rubo un pensiero dello stesso Moscardelli e lo faccio mio: “Nel corso della storia dell’uomo sono venuti alla luce migliaia di libri. Di questi libri una parte può essere dimenticata, ma c’è una parte di questi di cui non si può farne a meno…”. Il prof. Giustizieri rivede in questa affermazione “il combattente della Grande Guerra, il poeta e il prosatore dagli inizi crepuscolari e dannunziani, poi futurista, fino all’approdo del suo pensiero intorno al fascino della natura e ai misteri dell’esistenza umana. Come dimenticare!”

Alvaro aveva una grande stima di Moscardelli. “Uno dei poeti nuovi che accesero la mia fantasia sui venti anni. Lessi i suoi primi versi in Lacerba, il famoso settimanale fiorentino di Papini”. Il ricordo del primo incontro: “Lo conobbi a Roma, alla clinica che si chiamava Kinesiterapico, in via Boezio. Aveva una ferita crudele che io conoscevo per averla veduta tra i miei soldati, alla bocca. Eravamo tutti e due sottotenenti di complemento. Ricordavo precisamente i versi di Moscardelli apparsi sul settimanale fiorentino, e glielo dissi col calore di un neofita”. Tanta ammirazione. “Era attraente in lui la sua capacità di orientamento: era entrato subito nel vivo della polemica letteraria e del rinnovamento della letteratura italiana, con la sensibilità pronta dell’abruzzese, e insieme dell’abruzzese il sentimento della tradizione, della forma, e dell’abruzzese la moralità naturalmente esperta della giustizia e del bene e del male: il fondamentale cristianesimo”. Alvaro evidenziava che proprio sulle “esigenze di moralità e di cristianesimo, si sviluppò in seguito la personalità di Moscardelli, con l’esigenza del ritorno a un ordine, a una letteratura che rispondesse agli interrogativi fondamentali dell’uomo, di fronte alla crisi che sopraggiungeva in tutti i valori dell’esistenza e della società”.

Nicola Moscardelli è morto a Roma nel 1943. Aveva 49 anni, essendo nato a Ofena (L’Aquila) nel 1894. Aveva lottato a lungo contro la malattia, lavorando fino all’ultimo. “La vita non gli bastò. Fu un dolore vedere interrotta una ricerca in cui egli si era impegnato per intero”, scrisse Alvaro. Rammaricato perché “le necessità di lavoro mi separarono da Moscardelli, prima che la nostra amicizia si cementasse. Né era facile ritrovalo più tardi, chiuso e solitario come era”. Alvaro aveva avuto “una speranza”, quella di “vederlo al sommo di una verità raggiunta, e di un appagamento che sanasse le sue ansie, che compensasse il suo lavoro incessante di ricerca”. Lo scrittore calabrese concluse così il suo pensiero su uno dei protagonisti della storia della letteratura italiana del primo Novecento: “Resta in me l’immagine di quel nuovo poeta, in cui era già intera la sua personalità, anche quella delle sue febbrili ricerche: la sua fantasia delicata, la sua estrema sensibilità morale, la sua interiorità e freschezza. Credo che proprio questa parte istintiva e ispirata della sua vita si raccomandi alla memoria e alla storia della nostra letteratura”.

Scritti e libri preziosi che è possibile ancora recuperare e leggere grazie alle poche botteghe di antiquariato sopravvissute, purtroppo a forte rischio di chiusura. E sarebbe un vero peccato. “Hanno un ruolo indispensabile”, ci tiene a ribadire il prof. Giustizieri. “Libri esauriti nella pubblica vendita, giornali e riviste, quaderni monografici, fotografie documentali, labili tracce di esistenza, ecc., che solo le botteghe di antiquariato danno la possibilità di riportare in vita e alla luce. Naturalmente sta allo studioso saper distinguere il vero dal falso documentale; inoltre il colpo di fortuna, la gioia del ritrovamento insperato costituiscono momenti preziosi della ricerca”. Lo studioso aquilano rileva con amarezza che “la crisi ha colpito tutti e a L’Aquila il mio maggior riferimento è stato costretto, a causa degli affitti cresciuti a dismisura, a trasferire il suo magazzino di libri e quindi la sua attività in altro luogo e fuori regione. Per fortuna il collegamento diretto via telematica permette di sapere e annullare le distanze, ma comunque con il ritardo del…sapore della consegna!”

*già Caporedattore TGR Rai

1- Nicola Moscardelli, uno dei grandi della letteratura italiana del primo Novecento, morto a 49 anni

2- Corrado Alvaro conobbe Nicola Moscardelli in una clinica romana dove erano stati ricoverati dopo le gravi ferite riportate nella Prima Guerra Mondiale del 1915-18

3- La copertina del libro su Moscardelli pubblicato nel 1953 a dieci anni dalla morte del grande letterato abruzzese. In queste pagine la testimonianza storica di Corrado Alvaro

4- “Personalità intera” si intitola la testimonianza di Corrado Alvaro su Nicola Moscardelli.

5- Corrado Alvaro fu molto addolorato per la morte di Moscardelli. Scrisse:”La vita non gli bastò. Fu un dolore vedere interrotta una ricerca in cui egli si era impegnato per intero”

6-Lo studioso abruzzese Gianfranco Giustizieri al quale si deve la riscoperta e la valorizzazione della grande scrittrice aquilana Laudomia Bonanni. Ricercando gli scritti della Bonanni ha trovato la pubblicazione su Nicola Moscardelli con la testimonianza di Corrado Alvaro.

«L’Archeologo di Dio» di Roberto De Giorgi – Nel romanzo un professore texano racconta la sua vita dalle avventure in Palestina a Megiddo per finire in Messico

Un tuffo surreale nell’archeologia biblica statunitense

«L’Archeologo di Dio» di Roberto De Giorgi

Col nome di fantasia di Nelson Bentham Mill un professore texano racconta la sua vita dalle avventure in Palestina a Megiddo per finire in Messico

 

La storia di questo romanzo (edizioni Streetlib, pag 272) di Roberto De Giorgi ha un precedente straordinario, che si rifà a quella stupenda frase che l’autore del «piccolo Principe» Antoine de Saint-Exupéry scrive alla fine del suo bellissimo romanzo: «non importa diventare grandi, l’essenziale è non dimenticare». Il nostro autore afferma di aver recuperato, pochi anni fa, degli appunti in una cartellina rosso scuro che scrisse a 18 anni, dieci paginette in parte compilate a mano con una penna rossa e in parte battute su pagine di un quaderno a quadretti con la macchina da scrivere Remington. Ciò che avviene è come se ci fosse un legame tra quello che c’era nella testa del giovinetto, fermatosi troppo presto perché capiva quanto fosse grande per lui e l’adulto sessantenne che venendo in suo soccorso continua la storia e la completa.

E va detto che quelle dieci paginette schierano sulla scena tutti i protagonisti degli scavi a partire dai due personaggi principali del romanzo: Nelson, all’inizio giovane geologo appassionato di archeologia che parla in prima persona – nel 1925 ha 30 anni – e il suo amico, concittadino, anche lui El Paso, Sam, di professione foto-reporter, di appena 23 anni. L’autore mantiene il tono narrativo dello studente liceale, ex seminarista che ricercava la tradizione dei grandi ricercatori biblici statunitensi che proprio tra il 1925 e il ’39 scavarono a Magiddo le scuderie di Re Salomone.

Da qui parte la storia che vede i due cominciare un viaggio fantastico, attraverso la caverna Paradiso che come un gioco dell’oca devono completare andando solo avanti e che li porterà al cospetto dei flagelli biblici al popolo che loro vivono seguendo i maghi del faraone egiziano. Con un salto di un ventennio i due amici si ritrovano nel 1945 a Napoli, come ufficiali di complemento alla fine del secondo conflitto e questo racconto ha un titolo emblematico: “La croce insanguinata” per le grandi efferatezze della guerra e quasi come una sorta di catarsi dell’anima l’archeologo cinquantenne deve scoprire che fine abbia fatto il tenente Sam misteriosamente scomparso dopo aver difeso una ragazza che veniva brutalizzata da loschi figuri. Scene rapide da thriller con l’incontro con la camorra e l’esoterismo nazista. Di ventennio in ventennio, come nella temporizzazione inserita dai Dumas nella trilogia dei Moschettieri, ci ritroviamo nel 1965 a El Paso. Qui il settantenne professore racconta l’ultimo episodio avventuroso della sua vita, dove la ricerca archeologica lo porta, insieme alla sua ex allieva Kate in Messico a scoprire un gesuita eremita scomparso nelle montagne che sovrastano Monterrey. Qui si sfocia nell’aldilà. Sarà questo l’ultimo arcano mistero che la piccola e indifesa professoressa Kate deve risolvere perché è arrivata la maledizione di un demone e la liberazione è impresa ardua.

 

Sinossi

Thriller, fantareligione, inchieste, ricerche, esoterismo, horror, viaggi nel tempo, c’è di tutto in questo romanzo che raccoglie 60 anni di vita di un professore texano con la passione dell’archeologia. Lo vediamo nel 1925 negli scavi a Megiddo per scoprire le scuderie del Re Salomone, nel 1945 a Napoli alla fine del secondo conflitto mondiale, nel 1965 in Messico in una sorta di ricerca sull’archeologia dell’esistenza. Per finire, l’ultimo racconto vede protagonista Kate, una sua ex allieva e ora professoressa nella sua stessa scuola di El Paso, che deve sconfiggere la maledizione della nipote di Belzebù. Nelson Bentham Mill, è un personaggio inventato che rispecchia la tradizione biblista dei ricercatori statunitensi, racconta in prima persona la sua vita nei primi tre racconti; la sua è una religione dei primordi, legata al mondo del mistero, calata dentro una realtà densa di sentimenti di amicizia, amore, passione, paura e sofferenze. Ma vi sono risvolti della camorra a Napoli e del narcotraffico in Messico, come fenomeni di contorno che entrano con la loro prepotenza e arroganza nelle storie.

 

L’autore

Editore di un giornale online, l’autore si alterna tra scrittura di cronaca, ecologia e racconti fantastici. Nato a Taranto nel 1953Roberto De Giorgi ha vissuto tra vocazione religiosa, teatro giovanile di base, cooperazione sociale e associazionismo. Per otto anni ha vissuto tra Bari e Roma contribuendo alla nascita della Lega Ambiente come responsabile meridionale dell’ARCI. Si è battuto contro la tratta delle braccia nelle campagne del Sud scrivendo il suo primo romanzo “Cira e le altre, braccianti e caporali” che è un atto di denuncia contro la violenza sulle donne da parte della malavita organizzata. E’ stato redattore di un giornale politico e poi sindacalista e per 10 anni docente nella formazione professionale e poi da 20 anni esperto di post-consumo.

Il libro è già disponibile nell’edizione cartacea su Strettlib al seguente indirizzo

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e fra qualche giorno su Amazon all’indirizzo

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“UN ANNO A ROVERE (1943 – 1944)”

 

“UN ANNO A ROVERE

(1943 – 1944)”

È il titolo del libro di ricordi della famiglia Camiz: Paolo (5 anni), Elena e Vito, i genitori. Rovere è una frazione del comune di Rocca di Mezzo, provincia dell’Aquila. L’autore principale, Paolo, ha ora 80 anni, ex docente universitario di Fisica teorica, ha deciso di raccontare, attraverso i suoi temi di allora, i suoi disegni, le sue canzoni, i ricordi dei genitori, quel periodo della guerra trascorso in Abruzzo.

Un bambino di cinque anni che sapeva già leggere e scrivere, alla scuola dei suoi genitori. Padre ingegnere, un po’ anche poliglotta, madre intelligente e culturalmente apertissima. Un trio familiare così affiatato che affronta gravissime difficoltà, senza mai prostrarsi. Ebrei, ma con alto senso della propria dignità umana.

Il libro non vuole essere uno dei tanti che hanno speso fiumi d’inchiostro per raccontare le vicende degli ebrei perseguitati e finiti nei campi di sterminio. Consapevoli della loro situazione familiare critica non si arrendono, ma si adattano a tutte le condizioni di disagio materiale e psicologico. Nella frazione di Rovere, dove arrivano subito dopo l’8 settembre, trovano accoglienza e amicizia sincera. Lui è l’ingegnere. Il personaggio più qualificato del paese, capace di difendere i contadini perfino parlando con i tedeschi nella loro stessa lingua.

La narrazione procede con innumerevoli inserti di temi scritti dal piccolo Paolo. Anche lui un genietto, capace di apprendere il dialetto e di scriverlo, di stabilire amicizie profonde e significative con tutti, coetanei e donne anziane. Ne esce la descrizione della piccola frazione nei suoi aspetti più caratteristici, dal luogo con le case e le stalle alla gente semplice e gentile.

La madre, Elena, afferma: “La mia teoria era che non bisognava far vedere che si aveva paura, che ci si doveva mostrare il più disinvolti possibile e che, se si riusciva a stabilire un rapporto umano c’era qualche speranza di farla franca”.

Infatti, in un freddo e piovoso pomeriggio di novembre, un tedesco spalanca la porta ed entra. Elena lo accoglie chiedendogli se desidera un tazza di caffè. Ringrazia e chiede: “Ma lei conosce il tedesco?”, dal momento che Elena aveva cercato di rispondere un po’ in tedesco. Subito dopo entrano nella cucina anche il marito e il figlio. Vito, il marito, che conosce bene il tedesco parla a lungo con l’ospite che dichiara di essere sergente, ma anche professore di filosofia e appassionato di musica.

Nasce quindi un rapporto intenso e amichevole, anche per il fatto che Vito conosce la musica e suona il violino. Uno strumento col quale più volte Vito riesce a rallegrare i tedeschi e a renderseli amici.

Anche a Rovere, pur essendo una frazione sull’altipiano delle Rocche, passano le truppe della Wermacht e i prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di concentramento e si verificavano episodi di tedeschi che si spacciavano per prigionieri fuggiaschi, mentre ricercavano famiglie di italiani che li avevano accolti per distruggerne poi le abitazioni.

Passano così i nove mesi della guerra in Abruzzo, con la fame che si cercava di lenire dividendo il pane che non c’era e con la forza d’animo di non cedere mai allo scoraggiamento e all’umiliazione. Nel mese di luglio del 1944, la famiglia Camiz ha la possibilità di tornare a Roma e di riprendere una nuova vita: non più quella di tentare in tutti i modi di emigrare nelle nazioni europee o sudamericane per evitare di essere arrestati dai nazisti e spediti nei forni crematori, ma la vita di tutti gli uomini degni di questo nome.

(Mario Setta)

IMPRESSIONI DI LETTURA SUL LIBRO CHE RACCONTA LA VITA DELLO CHEF DOMENICO SANTACROCE – di Franco Ricci

IMPRESSIONI DI LETTURA SUL LIBRO CHE RACCONTA LA VITA DELLO CHEF

DOMENICO SANTACROCE

di Franco Ricci *

SULMONA – E’ ancora fresco di stampa il volume di Antonio De Panfilis “Vita, opere e buona sorte di Domenico Santacroce” (Edizioni Tabula fati, Chieti, 2018, pp.163). Il testo si legge come un dialogo con l’interlocutore. E’ un ibrido tra saggio e narrativa. Un ritratto di Domenico Santacroce che narra tutto quanto il necessario che il lettore possa apprezzare, come grandi soddisfazioni e vicissitudini di una vita costruita con costanza, fermezza e delicatezza. La scrittura è pulita, scarna, con un tocco emotivo adatto per fare vivere il momento narrativo attraverso gli occhi di Domenico. Questa visione è nitida, onesta e pura. Niente ironia. Nessun viaggio idilliaco. Solo una dose leggera di autocritica per l’innocenza giovanile, che poi sfocia in una maturità sapiente e capace.

Raccontato poeticamente da Domenico, è stato abilmente trasposto in suggestiva narrazione dal giornalista e scrittore Antonio De Panfilis, che riporta il pensiero di Domenico e lo ripropone in maniera schietta e fedele. L’opera di Domenico è una testimonianza dello spirito, lo spirito abruzzese che ha piantato la sua bandiera ovunque sia atterrato. Uno spirito imprenditoriale che pensa prima di tutto alla comunità, al bene sociale, al lascito duraturo, piuttosto che al guadagno personale. Il tratto più accattivante di Domenico è proprio questa sua coraggiosa umiltà.

Mai per vantarsi dei propri risultati, e i momenti più difficili passano quasi come normalità benché grandi e determinanti. Immagina di lasciare Pratola Peligna in piena notte, un leggere fagotto, pochi centesimi in tasca, ma con una sua speranza nel cuore. Immagina il viaggio verso il gelido nord: treni, traghetti, ancora treni, verso le latitudini e le altezze della leggendaria Scozia, terra scarna e dura come il suo Abruzzo lasciato alle spalle. Un viaggio nel tempo: intenso, doloroso, straniante, onirico, commovente. Un self-coaching involontario. Appesantito da un’intera bottiglia di Cointreau, acquistata lungo il percorso in circostanze che si possono solo descrivere come comiche. Immagina Domenico, appena arrivato alla meta. Affamato. Con una fame – ricorda lui -“salendo spaventosamente” verso il Resort scozzese. Entrando in cucina era circondato da un imponente selezione dei migliori piatti che la cucina inglese avesse da offrire, ma condannato, per mancanza di confidenza con l’inglese, ad un “Milk tea”, ossia un the al latte.

Questo battesimo di brodo tiepido gli è servito per affrontare il lavoro stressante della brigata di sala. Il lavoro in sala si articola in fasi che si succedono secondo un ordine preciso. Il rispetto di quest’ordine, impara Domenico, assicura lo svolgimento ottimale per la preparazione dei piatti e la somministrazione efficace e professionale di alimenti e bevande ai commensali. L’impostazione del lavoro di cucina può variare in base alle dimensioni e alla tipologia delle aziende di ristorazione. Ma il fine rimane uguale: la cura degli ingredienti ed il controllo della sala garantisce la soddisfazione dei clienti.

Domenico rimane sempre attento. Sempre studioso e osservante. Sempre alla ricerca della risposta ad un’assillante domanda: sarà mai un buon cuoco, lo chef che voleva essere? Poi i soggiorni di lavoro in Europa. Il ritorno alla Valle Peligna è altrettanto memorabile. Immagina i suoi tentativi di rinnovare o almeno trascinare le tradizioni culinarie abruzzesi nel mondo contemporaneo spesso incontrato con sfiducia speculativa da chi serbava memorie dei giorni infausti del dopoguerra. “Santacro, pe’ piacer’, mo che purt’ i spaghetti’ nii mett’ allu becchier’”; un commento tanto ludico quanto mitico di un attonito commensale.

Le realizzazioni, poi, dei suoi sogni, che pian piano si concretizzano al fianco della sua consorte e anima gemella Antonella Di Cristofaro: una famiglia, poi due alberghi ed un B&B in pieno centro a Sulmona, in un edificio storico risalente al XVI Secolo. Gli orizzonti di Domenico sembrano sconfinati, il suo entusiasmo contagioso, la sua abilità professionale e imprenditoriale indiscusse.

Uno spirito anima le pagine del testo ed è l’anima di Domenico, che racconta la sua vita attraverso il lavoro.

Trovo il personaggio di Domenico la perfetta intersezione tra il curioso, spesso inciampante, ma serio, Marcovaldo ed il perspicace, percettivo, deciso, e ponderoso Palomar, ambedue personaggi della cosmologia dell’autore Italo Calvino. Il mondo di Domenico desta echi calviniani. Un mondo dove s’impara osservando la superficie delle cose. Un mondo spesso chiuso e acerbo come quello di Palomar, ma allo stesso momento pieno di vita, di vitalità e di passioni sensuali che vanno annusate, mangiate, costruite ed assemblate con maestria, come quello di Marcovaldo. Ora immagina un romanzo nero.

Il percorso, filo diretto del nostro protagonista, viene interrotto. Alla gioia e soddisfazione che il lettore intravede, all’avventura di Domenico si aggiunge la triste realtà di sentimenti provati, e sempre nuovi ogni volta, dell’animo umano. Una vera tragedia greca, qualcosa che scava a mani nude nell’animo umano e ne toglie frattaglie sanguinolente. Da personaggio abile e capace, sen non altro per la fugace visione dall’alto d’una vita che da lì si crede diversa e invincibile, Domenico riscontra la propria fragile dipendenza dall’altro per vivere.

Da un dipinto (l’arte è una passione per Domenico) che raffigura campi verdeggianti e cieli soleggiati, si volta pagina su un quadro che ruota intorno a personaggi che si aggrappano l’uno all’altro per non crollare, per non perdersi. Se il filo conduttore del libro è il coraggio e la forza di un uomo temprato nel crogiolo del duro lavoro per lunghe ore, la malattia lo rivela uomo dal carattere dolce come un confetto, ma avvolto in un velo duro di zucchero.

Un’idea fissa, una visione platonica guida Domenico in tutti i suoi sforzi e lo dirige sempre verso la stessa meta. Il successo si riassume nella capacità di aiutare il proprio territorio. Immaginata sin dalla gioventù e resa palpabile durante il suo percorso di vita, è e rimane un’idea pura. Bastava gettare via la materia brutta, il superfluo che anima le circostanze. La visione inalterata rimane sotto. Ma la malattia non dà scampo.

Nel 2003 a Domenico viene diagnosticata “quella malattia”. Seguono innumerevoli visite mediche, condanne a morte, angoscia e dolore per tutti la famiglia. La diagnosi, tuttavia, risveglia la tenacia del guerriero abruzzese che sfida il male oscuro con la stessa determinazione impegnata in tutte le sue avventure, sia pubbliche che private. Insoddisfatto dalle cure locali, va a Milano dove incontra Ermanno Leo, medico specializzato in chirurgia oncologica, e trova la forza e l’illuminazione, come commenta anche il dottore, “di diventare qualcos’altro”. C’è un parallelo: Domenico, artefice della propria carriera di cuoco, poi gestore della pianificazione del suo piccolo impero imprenditoriale, è ora e ancora l’artefice della prognosi della sua malattia.

E’ un libro molto commovente, anche per me che, sopravvissuto come ormai tanti al cancro, posso apprezzare la fatica tormentata verso il comune nemico. Le notti di preoccupazioni incondizionate, i dubbi sul futuro, la sensazione che il mondo avrebbe potuto finire al prossimo respiro, che qualsiasi sforzo sarebbe stato inutile tanto “mo é sciita la cartell’”, che si sarebbe lasciato non solo gli affari, ma anche la famiglia, da soli. Per Domenico la malattia arriva non come ostacolo alla purezza delle sue dichiarate intenzioni, ma come spinta a sconfiggere la patologia. Affronta il suo calvario con una nuova tenacia, nello stesso modo in cui affronta i suoi affari: con la certezza di arrivare, la capacità di fioccarsi sulle novità, con azioni precise, pratiche, ferme e compatte.

Anche merito dei suoi Maestri ai quali cui si ispira: gli Chef Gian Paolo Belloni, conosciuto come Zefferino, Gerard Boyer ed infine Ferran Andria, i quali alimentano sia il suo spirito imprenditoriale sia l’estro inventivo, poi l’amore per l’arte culinaria che lo lanciano sempre verso piatti più raffinati, completi e delicati. Per non dimenticare lo Chef e amico Nicola Pavia, il segnale alla verde età di tredici anni (il destino, come lo descrive lo stesso Domenico, lascia sempre un segnale nella sua vita) che un futuro nel settore della ristorazione è un sogno realizzabile. Storia, quindi, d’una presa di coscienza, d’una arte culinaria e di una straordinaria vita da raccontare.

Il libro, infine, è un testamento della vita e delle opere di Domenico Santacroce, cittadino, cuoco e poi imprenditore abruzzese di Pratola Peligna. Una vita vissuta all’insegna del sacrificio, ma anche di tante soddisfazioni e successi. Una vita di umili origini, come tale profondamente inserita nel contesto storico e sociale in cui vive. Una vita vissuta in piena risonanza del verbo “cuocere”.

Verbo clou, infatti, della vita di Domenico è il verbo cuocere, usando l’arte imparata in cucina per mescolare gli ingredienti della vita, buoni e cattivi, per far riaffiorare profumi e sapori di momenti lontani e ricordi preziosi.

Il racconto di questo percorso di vita si legge come una ricetta originale, simile a quelle presentate in appendice del testo, dopo i capitoli che raccontano:

  • la partenza per la Scozia: un antipasto preparatorio, un preludio quasi ludico dei piatti più forti da venire;

  • la vita da Chef: il primo piatto come i primi posti di lavoro e progetti imprenditoriali che indicano la direzione del pasto verso portate corpose e robuste con contorno l’arrivo del suo amore a vita Antonella.

  • la sconfitta della malattia, accanto la cara moglie e la famiglia: un secondo piatto insigne che consolida il talento dello chef e palesa tutte le sua capacità di interpretazioni, combinazioni, ed abbinamenti.

  • tutto bagnato da un buon Moltelpulciano che irrora l’intero pasto, e così la vita, di meritato sapore.

Così la vita di Domenico, che ha come base di qualsiasi ricetta un solo ingrediente: il coraggio. Ingrediente al quale si aggiungono poi le materie prime di determinazione e positività. La perfetta trilogia che aiuta Domenico a superare la brutta avventura della malattia, incrociata nella vita. Per concludere, è un libro che si fa amare e facile nella sua letture. Ricco di lezioni di vita, che troppo spesso oggi sono sorvolate in quest’epoca di fast food e di giudizi perentori. Lo Chef Domenico Santacroce ambisce un pubblico di slow food, di apprezzamenti sinceri e di gusti profondi: come è la sua indole. Domenico, intanto, continua la sua straordinaria avventura e da aspettarsi ci sono altre meravigliose sorprese.

*docente Università di Ottawa

La Grande Guerra: il nuovo libro di Errico Centofanti. Sarà presentato il 31 maggio all’Aquila, alle 17:30, presso la Libreria Colacchi

 

La Grande Guerra: il nuovo libro di Errico Centofanti
 
L’AQUILA – Giovedi 31 maggio, alle 17:30, nella Libreria Colacchi (via Enrico Fermi) all’Aquila, verrà presentato “La Grande Guerra”, il nuovo libro di Errico CentofantiCome sostiene l’autore, “non si tratta di un’indebita intrusione in campo storiografico, ma semplicemente di un romanzo”. Nel libro, la storia ha un ruolo importante, ovviamente, ma contano molto la musica e la psichiatria: perciò, a presentarlo saranno lo storico Enzo Fimiani, lo psichiatra Valter Marola e il musicista Sergio Prodigo, introdotti dal gen. Carlo Palumbo, Presidente Regionale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra.
 
Nonostante il titolo, dunque, questa non è un’ennesima opera sul conflitto del 1915-18. In realtà, la Grande Guerra vi appare soltanto come l’apocalittico fondale sul quale, sostenuti dall’evocazione del Boléro di Ravel, s’intrecciano il racconto di un folle amore e la scoperta dell’efferato assassinio di Via delle Grazie, tra le cui motivazioni proprio la Grande Guerra finisce con l’emergere pesantemente. 
 
Con alle spalle un’estesa esperienza da uomo di teatro, giornalista e scrittore, Errico Centofanti si è soffermato intorno a un aspetto tra i meno affrontati dalla pur sterminata bibliografia dedicata a quella che è la prima catastrofe planetaria non causata da fenomeni naturali: la capacità delle esperienze belliche d’indurre, anche a non breve termine, pericolose turbe psichiche in persone usualmente catalogabili tra le individualità “normali”.
 
La meccanica del libro si sviluppa lungo il tratto di vita che, sul finire del Secondo Millennio, conduce una coppia di improvvisati “investigatori letterari” a esplorare e sciogliere l’enigma dal quale il procedere della narrazione viene innescato. Sono i due “investigatori” che riescono a scoprire fatti e atteggiamenti i quali, nel mettere a nudo i vissuti individuali interconnessi con la tragica grandiosità degli eventi bellici, di questi rivelano l’attitudine a differire, anche lungo il successivo scorrere di anni e decenni, la manifestazione inattesa e violenta del proprio potenziale distruttivo.
 
allegati:
– la copertina del libro
– la locandina della presentazione

LA METAFISICA DEI TERREMOTI – di Giuseppe Lalli

 

LA METAFISICA DEI TERREMOTI

                                             

di Giuseppe Lalli

L’AQUILA – Nel panorama piuttosto affollato della letteratura fiorita nel dopo terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, un piccolo libro, uscito qualche mese fa per i tipi della casa editrice Carabba, merita una particolare attenzione. S’intitola “Via Cascina 20” e porta la firma di Umberto Dante, già docente di Storia Moderna e Contemporanea all’Università dell’Aquila, romano di nascita, giunto nella maturità, dopo un lungo peregrinare, nel capoluogo abruzzese, a cui si sente sinceramente legato. Accademico sviato nella letteratura, è autore di molte opere storiografiche, l’ultima delle quali, “Le bandiere e i canti”, pubblicata non molto tempo fa, è un’accurata ed affascinante ricerca di ampio respiro tra la politica, la letteratura e il costume dell’Italia moderna, in pagine dove assai spesso la vena poetica si fonde mirabilmente con il rigore storiografico. Il sisma lo ha colto nella sua abitazione aquilana, in quella via Cascìna 20 che dà il titolo al libro.

Il piccolo scritto di Dante ha il pregio di essere un vero e proprio diario esistenziale. Vi si ravvisa, inoltre, un orizzonte metafisico che accompagna tutta la cronaca di quella drammatica notte del 6 aprile di nove anni fa, e che si impone all’attenzione del lettore come la chiave di lettura, se non unica, certo la più profonda. Le tracce metafisiche di cui Umberto Dante dissemina le pagine del suo racconto quasi a voler fissare dei paletti lungo il cammino, appaiono a tratti come la riattivazione di un filo spezzato. Nel tempo racchiuso da poche ore si consumano destini e ricordi di una vita. Viene da pensare all’Ulisse diJoyce, se non addirittura all’Ulisse di Omero; ma in quest’ultima similitudine, a differenza dell’antico eroe greco, a guidare l’autore non è tanto il desiderio di tornare alla patria (la sua Itaca, la casa, è stata distrutta dal sisma), quanto il bisogno di dare un senso al quel suo notturno peregrinare.

Chi conosce bene il capoluogo abruzzese riconoscerà subito l’itinerario descritto nelle poche pagine del racconto. Lo scenario del percorso è tutto interno al vecchio centro storico dell’Aquila. Dalla sua casa in via Cascina, Dante si reca alla vicina Piazza Palazzo, sede storica del municipio, poi di nuovo casa, poi ancora a Piazza Palazzo…Piazza Duomo, chiesa delle Anime Sante…ma non riesce ad andare, stranamente, dove aveva deciso di recarsi fin dall’inizio, in quella “Casa dello Studente” di cui ha sentito parlare dalle persone che ha incontrato appena uscito di casa nei  termini di una probabile tragedia, e che nomina esprimendo la speranza che gli studenti, quella sera di domenica delle Palme, non siano tornati. Percorre Corso Federico II, ma ad un certo punto, già vicino alla meta, invece di proseguire per Via XX Settembre e raggiungere la vicina Casa dello Studente, si sposta a Piazza della Prefettura. Poi prosegue e si ferma a Piazzale Paoli, all’inizio di Via XX Settembre, scambiando per la Casa dello Studente un palazzo ridotto a un metro di altezza.

Viene alla mente quell’episodio dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto in cui il mago Atlante intrappola nei castelli incantati Ruggiero ed altri paladini. Ritorna ancora a casa, confessando di non sapere nemmeno lui perché. Torna allora lungo il Corso e apprende della morte di Lucilla, una donna conosciuta a motivo del suo lavoro editoriale, e ammirata da Umberto soprattutto per la sua statura morale. Lucilla abitava vicino alla villa comunale, in una strada adiacente a Viale di Collemaggio, in uno di quei posti dove quella notte l’Angelo della Morte ha colpito più duramente. E’ da questo momento in poi che Umberto ha l’impressione di vedere il Male che agisce con una sua consapevolezza, il demiurgo malvagio che si sceglie le sue vittime tra le persone buone. Gli pare di riconoscerlo anche in un cane che viene salvato insieme alla madre e alla nonna. Le persone che incontra non mancano di informarlo del numero dei morti che continua crescere. Poco dopo apprende la tragedia del suo amico giornalista Giustino Parisse.

E torna qui il tema, questa volta prepotentemente, di un Mostro che abbia scelto con cura le sue vittime, cioè tra le persone migliori che egli abbia conosciuto. La stessa Prefettura che ospita la Protezione Civile gli ricorda la Pequod, il vascello affondato da Moby Dick nel celebre romanzo di Herman Melville. Come non scorgere, in questa cronaca notturna, insieme ad un diario esistenziale, un orizzonte metafisico, o comunque un… “meta”…, un “oltre” ?

Ciò che a prima vista emerge prepotentemente dai pensieri confidati dall’autore è un qualcosa che fa pensare all’antica dottrina gnostica, sia pure di una gnosi che non ha ancora identificato l’oggetto della sua conoscenza, ma che ha comunque a che fare con il destino dell’uomo. Ci sono, nel racconto, molti motivi di questa antica eresia cristiana che non si è mai spenta. Questo mondo, che è dominato dal male, secondo il pensiero gnostico non è opera di Dio, ma di un demiurgo malvagio, un Dio del Male che appare vincitore. Il Male tiene in scacco il Bene. Questo concetto Umberto Dante lo esprime chiaramente e ripetutamente: “Perché proprio Lucilla? All’Aquila una persona più buona non esiste…; perché Giustino Parisse?”, alla cui casa, qualche tempo prima, dice di aver visto in scena – scrive con espressione densa di significato – “la bellezza della bontà” … Tuttavia gli viene di pensare che se il Male esiste e ne facciamo in continuazione esperienza, deve esistere pure un modo di pensare e di agire che va nella direzione opposta a quella del Male.

Nelle prime pagine, riferendosi ad un incontro con il Presidente della Regione Abruzzo, si lascia persino scappare, tra l’ironia e la confessione intima, la seguente frase: “Se sentissi Dio lo pregherei anche più intensamente di quanto lo prega D’Alfonso, rischiando anch’io di farmi male al gomito per via della postura”. Altra idea ricorrente presso gli gnostici è quella di essere stati gettati nel mondo, idea che sarà ripresa da quel moderno gnostico che è stato Jean Paul Sartre, che ha parlato addirittura di “oscenità di essere proiettati nella scena del mondo”. Sono, in fondo, le stesse domande che quella notte si fa l’ “Io” spaesato dell’autore del racconto.

Volendo però entrare nel cuore del tema che Umberto Dante pone, non si può non ravvisare nel libro ciò che l’autore forse non osa confessare a se stesso e che avrà sfiorato la sua mente mentre accarezzava i ricordi di quella terribile nottata, e cioè che la vera dicotomia che sottende quella di Bene-Male, più coerente con quell’orizzonte che intravede (quell “oltre”, quel “meta”) sia in realtà la scelta di fronte a un bivio, la scelta, che può assumere il valore di una scommessa, tra l’assurdo e il mistero, tra l’assurdo di un male senza senso, più inaccettabile del male stesso, e il mistero di un senso che non vediamo ma che ci pare a volte di intuire.

Umberto Dante conclude il suo scritto riportando la più filosofica delle poesie di Giacomo Leopardi, che al poeta di Recanati fu suggerita dall’eruzione del Vesuvio, “La ginestra”; ma nel trascriverla si ferma al punto in cui l’autore ironizza sulle “magnifiche sorti e progressive” che s’infrangono sulla forza sterminatrice della natura. Subito dopo Leopardi se la prende con il “secol superbo e sciocco”, il romantico e ottimistico Ottocento, e invita a volgersi indietro, al secolo del razionalismo, il secolo in cui Voltaire, di fronte al terribile terremoto di Lisbona, irride, giustamente, a Leibniz e alla sua teoria del migliore dei mondi possibili, ma non sa poi dar conto, con il suo razionalismo, della terribile realtà del male. La filosofia esistenziale di Voltaire è racchiusa nelle parole finali del Candide – Coltiviamo il nostro orto, meglio dimenticare lavorando -, parole che suonano molto bene, non prive di un certo slancio lirico, ma dal contenuto filosofico assai modesto.

A me pare, in termini di pensiero, che il vero bivio filosofico della modernità è tra David Hume, con il suo scetticismo che non teme smentite ma che preclude la strada ad ogni risposta di senso e è destinato ad avvolgere tutti i pensieri deboli di questa nostra età, e Blaise Pascal, il filosofo della scommessa esistenziale, il pensatore che, optando per la trascendenza, tiene in piedi un orizzonte di ricerca e di speranza.

I terremoti come quello dell’Aquila, insieme all’esigenza di una ricostruzione fisica e del tessuto sociale, ripropongono forse come nessun altra sciagura collettiva, una forte domanda di senso. Ce lo ricorda assai bene Umberto Dante con questo suo libretto, “Via Cascìna 20”, che mostra di concepire la ricerca metafisica come sfida permanente al solipsismo sempre incombente nelle nostre vite, oltre che come credibile alternativa alle utopie politiche e sociali, che forse in altra età egli stesso ha coltivato.

La metafisica, dunque, come sfida di libertà.

LA SCRITTRICE LECCESE GIOVANNA POLITI AL SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO COL SUO NUOVO ROMANZO “IO SONO L’A-MORE”

 

LA SCRITTRICE LECCESE GIOVANNA POLITI AL SALONE INTERNAZIONALE

DEL LIBRO DI TORINO COL SUO NUOVO ROMANZO “IO SONO L’A-MORE

LECCE – Giovanna Politi, scrittrice leccese, ad un lustro dalla sua attività letteraria, continua a mietere successi. Quest’anno, infatti, per il quinto anno consecutivo sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino con il suo ultimo romanzo “Io sono l’a-more” (Kimerik), presentato all’Hotel Hilton Garden Inn di Lecce nel corso di una indimenticabile serata, organizzata dal Movimento Culturale “Valori e Rinnovamento”, guidato dal prof. Wojtek Pankiewicz. Nel 2016 fu festeggiata nel prestigioso Salone con medaglia d’oro per il suo romanzo Non è stato solo vento (libro più venduto dalla Casa Editrice Kimerik nell’anno 2015).

Io sono l’a-more è il romanzo che educa a un nuovo “sentire” oltre l’udibile, la narrazione sensuale, passionale, ma anche dolorosa della natura umana in tutte le sue fragilità e in tutta la sua contraddittoria bellezza. L’essere umano, incoerente, sofferente, mortale, è salvato da una sola meraviglia che, a un tratto, irrompe e gli s’impone: l’a-more. Perché a-more significa: senza morte. Chi ha amato, anche solo per un solo istante, ha infatti sublimato la sua anima rendendola immortale.

Livia, la protagonista, è una ragazza sorda dalla nascita che conduce il lettore nel suo mondo ovattato e silente, dove segnando con mani veloci come rondini in volo, condivide il suo mondo di donna-isola, il suo rapporto speciale con la mamma, quello magico con la nonna, quello rabbioso con un padre assente che poi recupera scoprendosi libera da ogni rancore, quello con la poesia che le esplode dentro servendovi dell’aria salmastra come vettore per ogni sua emozione. Livia che ama Lorenzo, l’amore infedele che si scontra con tutti i falsi perbenismi, ma che cede il passo, dopo la passione più incontrollata, al sentimento umano della compassione e del dono.

Io sono l’a-more è il romanzo che capovolge il tavolo, che cambia la direzione di ogni visione, che sconvolge le coscienze, che spappola la carne e irrora le arterie del cuore; è la traduzione di ogni sentimento umano perché lo sviscera e lo scompone per arrivare poi all’unica, possibile conclusione: solo l’amore salva.

Numerosi gli impegni della scrittrice sul piano dell’attività personale e in campo sociale con l’Associazione Kalòs Arte&Scienza, nata da un Progetto da lei ideato atto a promuovere la Bellezza, l’Arte e la Cultura in ogni dove. La prima presentazione ufficiale del romanzo, organizzata dal Movimento Culturale Valori e Rinnovamento capitanato dal prof. Wojtek Pankiewicz è stata il 4 maggio scorso, presso l’Hotel Hilton a Lecce. Ora ne sono programmate molte altre in tutta Italia.