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L’AUTORE ABRUZZESE PEPPE MILLANTA CON UN LIBRO PER TORNARE A SOGNARE – Il suo romanzo “Vinpeel degli orizzonti” è finalista al Premio John Fante Opera Prima 2018

 

L’autore abruzzese Peppe Millanta con un libro per tornare a sognare

Il suo romanzo Vinpeel degli orizzonti” è finalista al Premio John Fante Opera Prima

di Patrizia Angelozzi

Vinpeel degli orizzonti” è il romanzo edito da Neo Edizioni, casa editrice per metà abruzzese e metà campana che negli anni si è distinta per scelte editoriali accurate, con autori candidati al Premio Strega e altri importanti riconoscimenti. L’autore Peppe Millanta, abruzzese, sta ricevendo grande consenso di pubblico e critica con la sua opera prima.


Vinpeel degli orizzonti: un libro pieno di luce, un romanzo intriso di poesia, che ai sogni e all’immaginazione ruba la scintilla. Un cartello sbiadito con su scritto “Benvenuti a Dinterbild”. Un pugno di case gettate alla rinfusa intorno a una locanda. Una comunità che pare sospesa nel tempo. Una strada da cui non arriva più nessuno, e nessuno ricorda più dove porti. E gli occhi di Vinpeel, l’unico ragazzino di questa bizzarra comunità, che una notte, scrutando l’orizzonte, si convince che al di là di questo mondo esitante ci sia qualcos’altro.


Peppe Millanta, al suo esordio, crea un mondo che tutti vorremmo abitare e che forse, in cuor nostro, già abitiamo. Racconta del ragazzino che abita dentro ognuno di noi. C’è la sua vita confinata in un luogo che sembra appartenere a un sogno, c’è suo padre con cui parla solo attraverso l’aiuto del mare, ci sono amici che hanno la consistenza di nuvole e bizzarri personaggi. Ma su tutto c’è la sua voglia di scoprire, di spingersi oltre ciò che gli è dato conoscere.


In soli quattro mesi dall’uscita editoriale del romanzo
Vinpeel degli orizzonti, sono oltre 80 le tappe che lo hanno visto protagonista su tutto il territorio nazionale e ospite nei grandi Festival della letteratura, con numerosi riconoscimenti e premi. Abruzzo, Lombardia, Book Pride Milano, Salone internazionale del libro di Torino, Bologna, Venezia, Varese, Nocera Inferiore, Napoli, Roma, Palermo, Salerno, Isernia, Isole Tremiti, Pescara, Festival delle letterature Salerno, Urbino, Tropea, Palermo e moltissimi altri luoghi.

Questi i Premi e riconoscimenti raccolti finora per l’opera: vincitore (1° classificato) del Premio Alda Merini, del Premio Quercia in favola (per i diritti dell’infanzia), del Premio La Pania, del Premio Borgo Albori 2018 per la narrativa; 2° classificato al Premio Nero su Bianco; Menzione speciale al Premio Città di Grottammare. Inoltre, il suo romanzo è Opera selezionata al Premio Grotte della Gurfa, e Opera finalista al Premio San Salvo e al Premio Carlo Piaggia. Infine, Vinpeel degli orizzonti è nella terna dei finalisti del Premio Letterario John Fante Opera Prima 2018, il cui vincitore si conoscerà nel corso del Festival “Il dio di mio padre”, in programma a Torricella Peligna (Chieti) dal 24 al 26 agosto prossimi.

Peppe Millanta – una laurea in Giurisprudenza alla “Sapienza” di Roma, due anni di Specializzazione e un’Abilitazione all’esercizio della professione forense – si è diplomato in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico. Vincitore di numerosi premi di narrativa e di teatro, nel 2013 fonda la “Peppe Millanta & Balkan Bistrò”, band di world music con cui si esibisce in tutta Italia. Nel 2017 fonda a Pescara la “Scuola Macondo – l’Officina delle Storie” dedicata alle arti narrative.

Scrittore, sceneggiatore, musicista, insomma artista dal multiforme ingegno, nella sua biografia semiseria, tra l’altro, afferma che in totale si è innamorato una sola volta. Ha avuto due cani. Ha fissato il mare almeno una volta al giorno. Ha pianificato nove viaggi che poi non ha fatto. Ha tirato a far tardi molte più volte del dovuto. Gli sono volati via dalle mani sei palloncini. Ha una fobia, otto libri che rileggerebbe all’infinito e quattro persone che vorrebbe prima o poi rincontrare. Vinpeel degli orizzonti è il suo primo romanzo.

http://www.peppemillanta.it/

“SE VI PIACE ASCOLTAR” – Gli scritti del poeta-pastore Francesco Giuliani ispirano un documentario sull’antico tratturo da Castel del Monte fino al Tavoliere

 

SE VI PIACE ASCOLTAR

Gli scritti del poeta-pastore Francesco Giuliani ispirano un documentario sull’antico tratturo da Campo Imperatore-Castel del Monte fino al Tavoliere

L’AQUILA – La poetica narrazione della transumanza del pastore e poeta Francesco Giuliani (Castel del Monte, 1890-1970) ha ispirato la realizzazione di un documentario che raccoglie le immagini di località e paesi attraversati lungo il tratturo, lungo i sentieri che muovendo dal Gran Sasso e Castel del Monte (L’Aquila) per il Molise portavano verso i pascoli del Tavoliere, in Puglia. Il documentario cerca di cogliere il più possibile lo sguardo dello stesso Giuliani – che si mostrò sempre attento al paesaggio circostante – anche con immagini dell’inizio del secolo scorso, che spesso pongono in evidenza le profonde trasformazioni del paesaggio agrario intervenute negli ultimi decenni. Tra le immagini compare anche lo schizzo di un gregge a Campo Imperatore del noto fumettista romano Michele A. Jocca, originario di Calascio.

Il documentario, dal titolo “SE VI PIACE ASCOLTAR”, è stato progettato e autoprodotto da Ciriaco Panaccio, dell’Associazione Zampognari dell’Anima, con montaggio e ottimizzazione di Stefano Marchegiani. Un viaggio intenso ed emozionale che si sviluppa sul filo della memoria, accompagnato da una struggente colonna sonora costituita da brani legati alla transumanza, alcuni dei quali caratterizzati dalle malinconiche note della zampogna e della ciaramella, antichi strumenti simbolo dell’Abruzzo pastorale di un tempo, suonati dallo stesso Ciriaco Panaccio (zampogna) e da Matteo Di Marco (ciaramella), autore, quest’ultimo anche di alcuni scatti e filmati.

Si deve ricordare come il valore culturale, antropologico e sociale delle testimonianze di vita di Francesco Giuliani furono colte – nell’anno 1960 – dalla studiosa romana Annabella Rossi (1933-1984), collaboratrice di Ernesto De Martino, alla quale il poeta-pastore mise a disposizione i suoi quaderni. Proprio in quegli anni la millenaria pratica della transumanza tradizionale scomparve del tutto.

La presentazione del documentario avverrà in anteprima a Castel del Monte – uno dei Borghi più belli d’Italia -, nel teatro comunale dedicato proprio a Francesco Giuliani, il giorno 14 agosto 2018, con inizio alle ore 17:30. Ingresso libero. L’incontro sarà introdotto dal sindaco di Castel del Monte, Luciano Mucciante, cui seguiranno gli interventi di Antonio Bini, già dirigente del turismo della Regione Abruzzo (e promotore del progetto regionale “Le vie della transumanza”, avviato alla fine degli anni novanta), di Gabriella Giuliani, nipote del poeta-pastore, e dell’autore Ciriaco Panaccio.

L’appassionato lavoro di Panaccio – come si è detto realizzato senza contributi pubblici – vuole “rendere omaggio alla vita dei pastori transumanti del passato, ingiustamente considerati ai margini della scala sociale, che per secoli hanno percorso gli antichi tratturi”, generando influenze culturali e valori che nei mesi scorsi hanno portato il Ministero delle Politiche Forestali a candidare la transumanza come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità (Unesco). In occasione della presentazione del documentario saranno esposti, a cura dell’Associazione culturale Castrum Montis, intagli artistici eseguiti da Francesco Giuliani, in cui spesso ricorreva il tema pastorale.

Antonio Bini

IL 13 AGOSTO, A NAVELLI, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANTONIO GALEOTA – “Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi”, Verdone Editore

 

9 agosto 2018

IL 13 AGOSTO, A NAVELLI, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANTONIO GALEOTA

Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi”, Verdone Editore

L’AQUILA – Lunedì 13 agosto, alle ore 18, presso il Municipio di Navelli, verrà presentato il volume Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi di Antonio Galeota, Verdone Editore. La presentazione del volume, dopo gli interventi di saluto del Sindaco di Navelli, Paolo Federico, e del Presidente della Pro Loco Giuseppe Giampietri, che hanno patrocinato la pubblicazione dell’opera, prevede gli interventi dello studioso di storia locale Giuseppe Lalli, dello scrittore Goffredo Palmerini, del giornalista e moderatore Erminio Cavalli, e dell’autore Antonio Galeota.

Il libro, un interessante saggio storico sul nostro Meridione dall’Unità d’Italia ai giorni nostri – con significativi focus sull’Emigrazione italiana, sul Brigantaggio e sulla storia di Navelli -, reca la Presentazione di Walter Capezzali, Presidente della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, la Prefazione di Goffredo Palmerini, l’Introduzione dell’autore, la Postfazione di Giorgio Spezzaferri e un contributo di Giustino Parisse in quarta di copertina. Qui di seguito si riporta la Prefazione al volume, che dà un quadro analitico degli argomenti e la cornice temporale dell’opera, un libro di cui si consiglia la lettura sia per l’interesse che per la scorrevolezza della scrittura.

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PREFAZIONE

Da Navelli partirono in tanti, sì che in ogni famiglia c’era almeno un emigrante.

Tra i primi, nel 1871 partì Loreto Comitis, nato a Navelli ma di stirpe sulmonese, lattoniere.”

Potrebbe essere questo, almeno per me e per il taglio che intendo dare alla Prefazione di questo bel lavoro di Antonio Galeota, l’incipit del libro Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi. Ho infatti riflettuto molto prima di scrivere queste annotazioni, dopo aver letto e ripassato più volte il testo del volume. Che, anche in ragione delle conversazioni e gli approfondimenti con l’Autore, notavo s’andava man mano arricchendo di nuovi spunti ed integrazioni. Insomma, un lavoro in progressione che partendo dalla piccola storia di Navelli, stupendo centro dell’omonimo acrocoro che produce il migliore zafferano del mondo, allarga poi la visuale alla Grande Storia dell’Italia, dall’Unità fino ai giorni nostri. Compreso un focus appassionato sul Mezzogiorno, sugli attuali malanni del Paese ma anche sulle sue straordinarie opportunità, proprio partendo dalla soluzione della secolare questione meridionale. Una storia locale, quella di Navelli appunto, che dimostra quanto sia vero che la Grande Storia altro non sia che il mosaico completo delle piccole storie, capaci talvolta di dare inattese risposte, più late, proprio seguendo l’analisi dei dettagli, delle fonti orali oltre che dei documenti, degli aneddoti e delle tradizioni, di quel complesso di elementi morali e materiali, insomma, che costituiscono la cifra d’un luogo, di una comunità e del suo retaggio culturale.

Dunque, anche questo interessante lavoro di Antonio Galeota si configura – nella sua ricca articolazione tra fatti storici locali e vicende nazionali – come un significativo esempio di concezione della “nuova storia”, della quale Jacques Le Goff, è stato uno degli esponenti di punta. Ovvero una Storia che non abbia come fondamenta solo le fonti documentarie, ma anche quelle orali, le tradizioni, la memoria collettiva. Insomma, etnostoria ed antropologia storica diventano elementi importanti di sviluppo della scienza storica. Come l’analisi linguistica, demografica, economica, culturale. Come lo studio dei luoghi della memoria collettiva: archivi, musei e biblioteche, insieme a monumenti, cimiteri e architetture urbane. Ma anche altri elementi “simbolici” – commemorazioni, pellegrinaggi, ricorrenze e tradizioni popolari – e “funzionali”, quali le autobiografie, i manuali, le storie delle associazioni.

L’Autore, a mio parere, propone un’opera di forte interesse. Un lavoro che conferma, qualora ce ne fosse bisogno, il valore della “storia locale” come elemento essenziale della grande Storia. Questa, come altre opere di storici locali, sono infatti preziose tessere d’un mosaico che ricostruiscono con rara efficacia la memoria collettiva d’una comunità, quella di Navelli ma non solo, nell’ultimo secolo e oltre. La società attuale è troppo distratta da occupazioni effimere, domina sempre più frequentemente il pensiero volatile, mentre sempre meno c’è chi si sofferma, con spirito critico, a riflettere sulle vicende vissute dalla comunità di cui è parte, affrontando la fatica dell’analisi e della ricerca per definirne il contesto e lasciarne poi traccia duratura per le generazioni che seguiranno. Per paradosso, in un tempo dominato dai mezzi d’informazione di massa, si rischia davvero di smarrire la memoria d’una comunità, di perderne il senso della storia.

Ora questo non potrà più accadere, per Navelli e per la sua comunità, grazie al pregevole lavoro di ricerca condotto da Antonio Galeota. Almeno per l’arco del secolo e mezzo precedente all’attualità, l’Autore illustra con ampiezza di riferimenti le vicende che hanno interessato la comunità navellese, ne descrive situazioni economiche e sociali, annota fatti grandi e piccoli che hanno interessato personaggi e famiglie del luogo. Con una feconda capacità narrativa l’Autore offre al lettore una densa cornucopia di personaggi e di biografie, da Pasquale Papaoli in giù, in grado di rendere stimolante e piacevole la lettura dei fatti che racconta e del relativo contesto storico. Quasi a dar ragione a Karl Popper, quando asseriva che “In realtà non c’è nessuna storia dell’umanità. C’è soltanto un numero illimitato di storie, che riguardano tutti i possibili aspetti della vita umana”.

Piccola storia locale, dunque, come componente della grande Storia nazionale. Qui l’aggancio all’inizio di questa mia nota, al valore di questo volume. Perché l’Autore, peraltro, va oltre la piccola storia di Navelli, già di per sé preziosa. La contestualizza nelle vicende e nei fenomeni nazionali, partendo dal 1860. Dell’inizio dello Stato unitario egli propone una lettura attenta, non agiografica, delle vicende, soffermandosi su fatti rimossi dalla memoria nazionale e persino dai libri di storia. Come il caso, avvenuto nell’agosto 1861, del massacro di migliaia di cittadini inermi a Pontelandolfo e Casalduni, con sevizie saccheggi e stupri, da parte dei Bersaglieri al comando del colonnello Negri, poi premiato con Medaglia d’oro al valore, che ordinò l’assalto e la carneficina dei “briganti” in quei due paesi del beneventano. Solo nel 2011, nel 150° anniversario dell’Unità, l’Italia ha riconosciuto le sue responsabilità per quegli orribili fatti, portando con Giuliano Amato le scuse del Presidente della Repubblica.

L’Autore dà ampio conto del fenomeno del brigantaggio, nell’analisi sociale che lo generò, con una lettura critica non sempre facilmente rinvenibile, specie riguardo la spietatezza della repressione che l’esercito e i tribunali militari condussero grazie alle norme di giustizia sommaria approvate dal Parlamento su proposta del deputato aquilano Giovanni Pica. Interessante quanto viene narrato sui briganti che operarono tra Popoli e Navelli. Al brigantaggio fece da pendant l’emigrazione. Le gravi condizioni economiche e sociali del meridione d’Italia, seguite alla nascita dello Stato unitario e alla sua politica fiscale, oltre all’accaparramento delle terre pubbliche da parte delle classi dominanti, sottratte ai ceti popolari, e il depotenziamento fino alla scomparsa delle numerose iniziative industriali create dai Borbone, determinarono l’altro fenomeno nazionale dell’emigrazione di massa verso il nord e sud America. Due capitoli Galeota dedica all’emigrazione, trattandone gli aspetti essenziali con particolare accuratezza, anche riguardo la nuova emigrazione di quest’ultimo periodo, che vede espatriare ogni anno 90 mila italiani, sopra tutto giovani. Intento assai commendevole, se si pensa che quel processo di rimozione della memoria, presente il larga parte della classe dirigente, confina ai margini della nostra storia nazionale un fenomeno così cospicuo per il Paese (30 milioni di emigrati in un secolo, diventati ora 80 milioni di oriundi nel mondo, dunque un’altra Italia ben più grande).

Anche sotto tale aspetto il volume è davvero apprezzabile, perché contribuisce ad alimentare interesse e a diffondere la conoscenza della storia nostra emigrazione. Oggi di questa storia si conosce – ma neanche poi tanto approfonditamente – la parte gloriosa: i successi e il prestigio che gli italiani delle generazioni successive alla prima emigrazione hanno conquistato in tutti i campi nel corso di questa vera e propria epopea. Molto meno si conosce la parte dolorosa. L’esercito di braccia che partì dall’Italia verso le terre d’emigrazione, infatti, si trovò a dover affrontare inimmaginabili e drammatiche vicende umane, a lottare ogni giorno contro sospetti e pregiudizi, a subire spesso angherie d’ogni sorta, a doversi confrontare in competizioni durissime con sistemi sociali sconosciuti e condizioni di lavoro altrettanto precarie. Basti appena ricordare a mo’ d’esempio le tragedie nelle miniere degli Stati Uniti, che stroncarono la vita a migliaia di persone, moltissimi italiani tra loro: a Winter Quarters nello Utah (1900), a Fraterville in Tennessee (1902), ad Hanna nel Wyoming (1903), ad Harwick in Pennsylvania (1904), a Monongah in West Virginia (1907) – la più tragica -, a Cherry in Illinois (1909), a Dawson nel New Mexico (1913), ad Eccles nel West Virginia (1914), solo per citare quelle con il maggior numero di vittime. Dei morti molti erano adolescenti e ragazzi di pochi anni, sepolti nelle viscere della terra. E come non citare la tragedia nella miniera di carbone di Bois du Cazier, a Marcinelle (Belgio), dove l’8 agosto 1956 persero la vita 262 minatori, 136 erano italiani, di cui ben 60 abruzzesi. A queste tragedie andrebbero aggiunte quelle nell’oceano, i naufragi di piroscafi e bastimenti, talvolta autentiche carrette del mare cariche di emigrati nelle loro stive, partiti dai porti di Genova, Napoli, Trieste, Palermo per le Americhe, e inabissati con migliaia dei morti. Sirio, Utopia, Arandora Star, Principessa Mafalda, nomi di navi che subito evocano alcune immani tragedie in mare.

Da qualche anno, finalmente, studiosi e scrittori stanno illuminando con i loro lavori la Grande Emigrazione italiana, favorendo efficacemente la conoscenza del fenomeno migratorio verso lettori e opinione pubblica. Taluni di questi importanti autori Galeota cita opportunamente in questo suo libro. Sono opere, le loro, che segnalano a costo di quali enormi sacrifici i nostri emigrati abbiano conseguito conquiste civili, economiche e sociali nei paesi d’emigrazione. Di quali terribili pregiudizi essi siano stati vittime, perfino nella “civilissima” Svizzera, dove verso gli emigrati italiani è stato tenuto persino qualche referendum dagli evidenti contorni xenofobi. Ma non dobbiamo neanche tacere che un atteggiamento simile ha interessato pure nostri connazionali delle città industriali del nord Italia a danno degli emigrati meridionali. Al riguardo Galeota non fa sconti di sorta e il tema del pregiudizio xenofobo trova icastica espressione nella davvero meritoria trattazione dell’eccidio per linciaggio di 11 emigrati “siciliani” a New Orleans, nel 1891.

L’Autore ripercorre giorno per giorno i gravi fatti che sfociarono nel linciaggio dei nostri connazionali, dieci di essi siciliani e l’undicesimo di Navelli. Appunto quel Loreto Comitis, lattoniere, emigrato nel 1871 alla volta di New York e da lì in Louisiana. Una vicenda terribile che, sulla scorta d’un libro di Richard Gambino – “Vendetta”, pubblicato nel 1978 da Sperling & Kupfer -, Galeota riferisce puntualmente, mettendo bene in luce ogni aspetto della vicenda seguita all’assassinio del capo della Polizia di New Orleans. Di quel fatto di sangue, avvenuto il 16 ottobre 1890, furono subdolamente accusati 19 nostri connazionali. Finito il processo con l’assoluzione di sei imputati dall’accusa dell’omicidio, il 14 marzo 1891 la folla, istigata da caporioni, mosse verso il carcere provvedendo al linciaggio in cui persero la vita 11 italiani. Con un’evidente responsabilità delle autorità che, pur a conoscenza del progetto delittuoso e nonostante le sollecitazioni del Console d’Italia a proteggere i nostri connazionali, non fecero nulla per impedire l’eccidio. Non vi erano prove di colpevolezza nei confronti degli accusati, come dimostrò la sentenza, ma furono tuttavia trattenuti nel carcere della Contea “per tutelare la loro sicurezza”. E proprio là migliaia di persone, aizzate anche dalla stampa locale, andarono ad operare il linciaggio. Galeota del fatto analizza le cause, tra le quali ebbero sicuramente rilievo il pregiudizio e l’odio xenofobo verso i nostri emigrati, troppo in gamba per essere stati capaci in Louisiana di trasformare terreni in orti fertilissimi, ma sopra tutto per aver saputo conquistare il mercato e la distribuzione della frutta nel porto di New Orleans, soppiantando l’imprenditoria yankee. Anche questo un fatto della storia della nostra emigrazione totalmente negletto, sconosciuto, che ora anche attraverso questo volume può tornare all’attenzione dei lettori.

Giova qui richiamare come l’Autore, attraverso ricerche nell’archivio comunale di Navelli, con grande merito abbia chiarito l’origine e raccontato per intero la vicenda giudiziaria di Loreto Comitis, cinquantenne quando fu assassinato. Egli non era stato ancora sottoposto a giudizio, come confermò la Corte di New Orleans in una relazione inviata al Ministro degli Esteri italiano qualche giorno dopo il linciaggio. Ma dei dettagli di questa storia tragica è opportuno far rinvio alla lettura del volume, sicuramente avvincente, anche per l’esposizione di altri casi di linciaggio dei nostri emigrati, in Francia, Australia e in Alabama (Usa). Pagine dolorose della nostra emigrazione, che vanno assolutamente conosciute. Lungo, difficile e impegnativo è stato infatti il percorso dei nostri emigrati per affrancarsi dal pregiudizio e conquistare considerazione e stima, per affermarsi in ogni settore di attività nei Paesi d’accoglienza, al cui sviluppo hanno fortemente contribuito. Nondimeno essi hanno conquistato sul campo, in condizioni assai difficili, ragguardevoli risultati grazie alla loro laboriosità, all’ingegno e all’intraprendenza creativa, come pure alla correttezza dei loro comportamenti – nella stragrande maggioranza dei casi – tanto da guadagnarsi il rispetto grazie a testimonianze di vita esemplari.

Hanno così reso un ulteriore servizio all’Italia, persino più importante d’aver contribuito con le proprie rimesse alla sua ricostruzione e al suo progresso, nell’aver dimostrato in ogni angolo del mondo quali siano le qualità e le doti della gente italiana, in Paesi dove la considerazione verso l’Italia talvolta è misurata più sui nostri difetti in Patria che non sulle nostre virtù. Non è un mistero che in Italia le nostre abitudini risentano di antichi vizi e si stenti ancora ad affermare uno Stato con autentiche pari opportunità per tutti, nei diritti ma anche nei doveri, dove leggi e regole dell’organizzazione sociale presiedano rigorosamente al comportamento individuale come pure nella coscienza diffusa di tutti i cittadini. Quando questo non avviene – e talvolta cattivi esempi vengono proprio dalla classe dirigente – di noi all’estero invale un concetto non certo edificante e con severità siamo giudicati come l’Italietta, piuttosto che il grande e moderno Paese che potremmo essere con comportamenti più virtuosi, ammirato per la nostra cultura e per le nostre bellezze. Queste criticità non riguardano i nostri connazionali all’estero, perché con il loro comportamento offrono dell’Italia un’immagine seria ed affidabile, dimostrandosi i nostri migliori ambasciatori nel mondo.

E tuttavia in Italia, nella mentalità di larga parte della classe dirigente, persistono stereotipi e paternalismi verso gli italiani nel mondo, rivelando un grave deficit di conoscenza del fenomeno migratorio, tanto da limitare le opportunità di valorizzarlo come preziosa realtà sulla quale investire. Per chi abbia un minimo d’interesse e d’umiltà, l’avvicinarsi alle nostre comunità all’estero consente di scoprire un patrimonio inimmaginabile di risorse umane, professionali ed imprenditoriali, così ben inserite in quelle società, che porta ai nostri connazionali, e quindi all’Italia, una messe di riconoscimenti e di prestigio, conquistati in decenni d’impegno, talvolta contro supponenze e pregiudizi. Oggi gli italiani all’estero sono considerati per il loro valore umano, sociale, creativo ed intellettuale. Hanno raggiunto risultati di rilievo in ogni campo di attività e nei ruoli di responsabilità assunti nei Paesi in cui vivono.

Le generazioni seguite alla prima emigrazione esprimono attualmente una schiera di personalità emergenti in ogni settore della vita sociale e civile, dall’imprenditoria alle professioni, dall’economia alle università, dalla ricerca alla politica, persino nei Parlamenti, nei Governi e nelle massime espressioni degli Stati, come dimostra la recente elezione di Mauricio Macri, d’origini calabresi, alla presidenza dell’Argentina. O al vertice della Chiesa cattolica, come il figlio d’emigrati piemontesi diventato Papa Francesco. Per gli Abruzzesi è persino più evidente. Riscattando le condizioni di dignitosa povertà che furono alla base della loro emigrazione in ogni angolo del mondo, lasciando sperduti paesi sulle montagne grame o i villaggi delle pianure ancora soggiogate dal latifondo, gli Abruzzesi si sono guadagnati dovunque rispetto e considerazione, specie nell’ultimo mezzo secolo. Una constatazione che riempie di legittimo orgoglio. Basti solo rilevare come figli della nostra emigrazione sono diventati ministri in Canada o Speaker del Congresso degli Stati Uniti. O come Elio Di Rupo, figlio d’un emigrato abruzzese minatore in Belgio, sia diventato Primo Ministro di quel Paese. Di questa storia dobbiamo assolutamente avere memoria. L’Italia e le sue nuove generazioni dovranno conoscerla, tenerne conto. Perché “il futuro appartiene a chi ha la memoria più lunga”, diceva Friedrich Nietzsche.

La Memoria, dunque. L’epopea dell’emigrazione italiana, infatti, oltre ai valori sociali e culturali che incarna, è anche un patrimonio ingente di solidarietà e d’umanità, oggi più che mai necessario per poter comprendere i drammi del nostro tempo, la grande migrazione che approda sulle nostre coste e bussa alle porte dell’Europa. E l’Italia non può fare a meno della Memoria delle sue migrazioni, interne e verso altri continenti, se vuole essere all’altezza delle sfide di questo secolo, nell’accogliere quell’umanità che mentre fugge da guerre, fame e persecuzioni cerca nel continente culla della civiltà il proprio avvenire. Perché di fronte a eventi epocali come quelli che stiamo vivendo possa germogliare un nuovo umanesimo.

L’Autore chiude infine il volume con un capitolo dedicato al Mezzogiorno. L’analisi dei mali italiani è impietosa, per il senso etico kantiano che la contraddistingue. Una critica a tutto campo sui privilegi di vecchie e nuove caste. La vera zavorra dell’Italia nel diventare una democrazia evoluta, un Paese davvero moderno ed europeo dove il culto della civiltà sociale si coniuga dapprima nell’esercizio rigoroso dei propri doveri e poi dei diritti. Ma Antonio Galeota non solo denuncia. Offre anche spunti di soluzione ai problemi, mostrando quella sensibilità politica e quella competenza amministrativa che lo hanno fatto distinguere come amministratore, funzionario pubblico e Sindaco. Della questione meridionale, trattata a conclusione del volume, dell’Autore s’avverte la dimestichezza culturale, la conoscenza di quel ricco filone di sensibilità che attinge alle intuizioni di Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato, ma anche più recenti di Pasquale Saraceno e Paolo Sylos Labini. In definitiva, di quella sana cultura del riformismo italiano che nella soluzione della secolare questione meridionale individua la svolta dello sviluppo del Paese, puntando sulle straordinarie potenzialità del Meridione: in campo turistico, culturale, ambientale, agricolo ed enogastronomico, nella ricerca scientifica, nell’innovazione, nell’alta formazione e nella valorizzazione dell’eccezionale giacimento artistico ed architettonico che questa porzione d’Italia detiene.

Un’ultima considerazione. L’Autore rifugge dagli equilibrismi dialettici. La trattazione trasuda estrema franchezza di giudizio, a merito di chi non ha timore d’assumere posizioni nette, in un’etica delle responsabilità talvolta sconosciuta dalla nostra politica. E che Antonio Galeota sia un “politico” – nel senso più nobile del termine – di vaglia, si comprende a distanza. Anche quando le sue argomentazioni possono non essere del tutto o in parte condivisibili, restano tuttavia lievito di discussione, contributo rilevante per un dibattito consapevole e maturo. Pure sotto questo profilo il presente volume è rimarchevole. Utile. Generosamente fecondo. Ben scritto, con una prosa ricca, persino incastonata di qualche incursione nel vernacolo, che ne avvalora la leggibilità, lineare e piacevole, connotando ancor più la qualità di quest’opera.

Goffredo Palmerini

Presentazione romanzo di Giovanna Politi, a Porto Cesareo il 12 agosto

 

IL 12 AGOSTO GIOVANNA POLITI A PORTO CESAREO CON IL SUO ROMANZO IO SONO L’A-MORE Sigue leyendo

DUE DONNE NELLA RESISTENZA ITALIANA: ADA GOBETTI E IRIDE IMPEROLI – di Mario Setta

 

DUE DONNE NELLA RESISTENZA ITALIANA: ADA GOBETTI E IRIDE IMPEROLI

di Mario Setta

Due donne, al Nord e al Sud, due memorie, due vite dedicate ad un ideale comune: liberare l’Italia dall’occupazione nazi-fascista. Stesso tempo, stessa storia, luoghi diversi. Al Nord, in Piemonte, a Torino e nelle valli circostanti, è la vedova di Piero Gobetti, Ada Prospero, 41 anni, che impegna se stessa, la famiglia e la gente a lottare per prevenire e sanare le sciagure, le uccisioni, le stragi operate dai nazi-fascisti. Una lotta che è anche risposta armata, organizzando gruppi di uomini e donne in grado di attaccare o di difendersi dalle truppe tedesche.

Al Sud, in Abruzzo, a Sulmona, Iride Imperoli Colaprete, 25 anni, orfana di padre, donna intelligente e sarta di professione, sceglie di impegnarsi nell’aiuto ai prigionieri di guerra, fuggiti dopo l’8 settembre dal campo di concentramento di Fonte d’Amore. Un settore d’intervento che accomuna le due donne, perché anche Ada Gobetti, appena nominata vice-sindaca, si occuperà dell’aiuto ai prigionieri politici usciti dalle carceri al momento della liberazione. Iride invece si occuperà della fuga dei prigionieri di guerra alleati, accompagnandoli a Roma, fino alla Città del Vaticano, dove aveva instaurato rapporti con l’ambasciata inglese, tramite il famoso prelato, Mons. O’Flaherty. Diventa la staffetta Sulmona-Roma

Due donne, due artefici di tipologie di resistenza. La Resistenza armata, quella di Ada Gobetti e la Resistenza Umanitaria, quella di Iride Imperoli. Il libro di appunti di Ada Gobetti, pubblicato col titolo “Diario Partigiano” è un resoconto giornaliero di tutta l’azione organizzativa, tutti i contatti, tutte le operazioni gestite da Ada. La fama di essere stata la moglie di Piero Gobetti ne fa un personaggio di rilievo, ma soprattutto la sua capacità di coordinamento dei gruppi, i suoi rapporti personali con i responsabili (Duccio Galimberti) o con intellettuali (Benedetto Croce), la conoscenza delle lingue da insegnante di scuola diventano strumenti di elaborazione resistenziale. Con lei, il figlio diciottenne Paolo e il secondo marito Ettore Marchesini. Una famiglia a servizio della causa.

Iride, da sola, animata dalla solidarietà dell’organizzazione spontanea nata tra le gente semplice e povera del Borgo Pacentrano a Sulmona, sotto la guida di semplici contadini come Roberto Cicerone o del dentista Mario Scocco, accompagna e mette in salvo parecchi ufficiali alleati ed ebrei. Tra loro, William Simpson, John Furman, Joseph Pollak, che scriveranno l’autobiografia. In particolare Sam Derry, che diventerà il braccio destro di Mons. O’Flaherty che, con la Rome Organization, salverà oltre tremila persone tra prigionieri alleati ed ebrei.

Ada Gobetti, attraverso numerose e difficili disavventure, tra cui stabilire rapporti con la resistenza francese, riuscirà ad arrivare sana e salva, con marito e figlio, alla liberazione di Torino, dopo il 25 aprile 1945. Italo Calvino, nella nota introduttiva al libro di Ada Gobetti, la descrive: “una donna, non una delle tante semplici donne italiane che in quel periodo furono spinte da un istintivo desiderio di pace e di giustizia a una superiore coscienza civile, ma una donna la cui vita era già segnata dalla lotta antifascista”.

Iride Imperoli Colaprete viene catturata dalla Gestapo a Roma nei primi giorni del 1944. C’era stata una delazione, forse da Dick Messenger, una specie di ufficiale medico, catturato ubriaco dai tedeschi e che dà motivo di realizzare una retata di cittadini di Sulmona, incarcerandoli prima a Bussi e da qui a Civitaquana. Anche la madre e la sorella di Iride vengono incarcerate. Furono catturate decine e decine di persone, uomini e donne, rinchiusi in una casa adibita a carcere. A Civitaquana il Tribunale Militare Tedesco emette quattro condanne a morte. Fortunatamente, i quattro, di notte, una notte di pioggia e di tempesta, riescono a fuggire dalla cantina dove erano stati reclusi.

Della sua vita in carcere e della sua azione di resistenza umanitaria, Iride ha lasciato un documento scritto con l’aiuto del figlio Salvatore Colaprete, un opuscolo inedito, riportato in parte nel libro “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale” a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, in cui si possono leggere queste parole sincere e impressionanti:

«A Civitaquana, noi donne fummo messe in una cameretta. Eravamo una decina. Per andare al bagno dovevamo passare davanti agli uomini. I condannati a morte li avevano messi giù in cantina… Passarono pochi giorni e una mattina all’alba sentimmo un gran baccano. I prigionieri erano scappati. Successe il finimondo. Macchine che correvano sopra e sotto. Una gran confusione. Dopo pochi giorni dalla fuga, sempre a Civitaquana, un altro giovane di 22 anni, tentò la fuga. Era un marinaio, tornato in licenza per trovare la fidanzata. Era incappato in uno dei soliti rastrellamenti ed era stato arrestato. Nella speranza di scappare era salito sul tetto. Quella sera c’era la luna e l’ombra della sua figura si proiettava proprio davanti alla sentinella, che incominciò a sparare. Successe il finimondo. Le guardie salirono sul tetto e lo crivellarono di colpi. Ci riunirono tutti in una stanza e ce lo buttarono davanti ai piedi. Gli usciva il sangue dalle orecchie e dal naso, batteva la testa a destra e a sinistra. Stava morendo. Io mi inchinai per prendergli la testa, ma un tedesco mi colpì con il calcio del moschetto alla fronte e al petto. Caddi a terra, svenuta. … Ebbi un occhio nero e, a causa della botta al petto, mi usciva sangue dalla bocca. Avevo la febbre. Un medico tedesco anziano venne a visitarmi. Mi faceva le iniezioni. Era tanto buono. La febbre mi passò… Mi curò molto bene, tanto che quando tornai a Sulmona, il dottor Pantano disse che ero stata curata bene.»

Da Civitaquana al carcere di L’Aquila e infine a casa a Sulmona. Questi, gli ultimi mesi di Iride prima della liberazione dell’Abruzzo, nel giugno 1944.

Libri presentazione_ Roberto Sciarrone

 

Libri, La primavera dei popoli: Roberto Sciarrone racconta Messina al centro della Rivoluzione siciliana del 1848. 

A Furci Siculo (Me) il 29 luglio ore 20

L’autore, docente alla Sapienza Università di Roma racconterà Messina, protagonista di una delle pagine più cruente della storia delle rivoluzioni europee del ’48

 

:: Cultura Arte Spettacolo

Gio 26 Luglio 2018 – 13:05

Immagine Principale

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Domenica 29 luglio 2018 – ore 20.00

Comune di Furci Siculo (Me)

Piazza largo Pizzolo (lungomare)

Messina, 25 luglio 2018 –  Il comune di Furci Siculo (Me), nell’ambito degli incontri culturali organizzati per la stagione estiva 2018, in collaborazione con l’Associazione culturale Tamaricium, l’Associazione Giornalisti Europei (AGE), l’Associazione Culturale L’Aquilone Onlus, “Edas Casa Editrice dal 1970”, l’Associazione Paese Italia, promuove la presentazione del libro “La primavera dei popoli – La rivoluzione siciliana del 1848” di Roberto Sciarrone, ricercatore in storia contemporanea presso il Dipartimento di Storia Culture Religioni di Sapienza Università di Roma.

 

L’evento culturale è curato da Rosanna Garufi, consigliere con delega all’Istruzione del comune di Furci Siculo e dall’operatrice culturale e docente Pina D’Alatri. L’incontro si svolgerà domenica 29 luglio 2018 a partire dalle ore 20 presso via Roma, piazza Octeville Sur Mer, Furci Siculo.

 

Apriranno l’incontro i saluti istituzionali del sindaco di Furci Siculo, Matteo Francilla; dell’assessore alla Cultura del comune di Messina, Roberto Vincenzo Trimarchi; del sindaco di Santa Teresa, Danilo Lo Giudice. Aprirà i lavori il consigliere con delega all’Istruzione del comune di Furci Siculo Rosanna Garufi e introdurrà la presentazione Pina D’Alatri, docente e operatrice culturale.

 

Il dibattito vedrà l’intervento dell’autore e la partecipazione di Domenico Interdonato, Presidente Ucsi Sicilia (Unione Stampa Cattolica Italia), di Mimma Cucinotta, direttore responsabile Paese Italia Press, di Carmelo Occhino, Segretario Generale Associazione Giornalisti Europei (Age) per la sezione d’Italia in Roma, di Domenica Puleio, condirettore Paese Italia Press e di Rosario Messina direttore responsabile Sicilia Felix.

 

FIUGGI, “LIBRI AL BORGO”: GLI APPUNTAMENTI DELL’ULTIMA DECADE DI LUGLIO – Incontri con gli autori Daniela Grandi, G.P. Mazzuca Ventura, Marcello Veneziani e Goffredo Palmerini

 

19 luglio 2018

 

FIUGGI, “LIBRI AL BORGO”: GLI APPUNTAMENTI DELL’ULTIMA DECADE DI LUGLIO

Incontri con gli autori Daniela Grandi, G.P. Mazzuca Ventura, Marcello Veneziani e Goffredo Palmerini

 

 

FIUGGI – Prosegue domani al Giardino dell’Excelsior (Fiuggi, via Ernesto Besso) la Rassegna letteraria “Libri al Borgo”, alla sua 29^ edizione, con il programma degli appuntamenti dell’ultima decade di luglio, tutti con inizio alle ore 21:15. La rassegna, promossa ed organizzata nell’ambito del Festival internazionaleFiuggi Platea Europa” dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni, già dal mese di giugno vede succedersi incontri con scrittori e saggisti, presentando le loro opere recentemente pubblicate.

Gli appuntamenti letterari di questa ultima decade (20-31 luglio) prendono il via domani sera (venerdì 20 luglio) alle ore 21:15 con il primo degli eventi, l’incontro con Daniela Grandi e il suo ultimo romanzo “Notte al Casablanca” (Sonzogno, 2018), avvincente storia di Nina Mastrantonio, maresciallo dei Carabinieri a Parma, impegnata in un’inchiesta molto inquietante… La scrittrice, giornalista del TgLa7, è autrice per il programma di approfondimento Tagadà, condotto da Tiziana Panella.

Venerdì 27 luglio il secondo appuntamento è con Gian Piero Venturi Mazzuca, con il saggio “Templari. Dal ducato di Puglia e Calabria all’Italia del III Millennio” (Edizioni Efesto, 2017). Scritto con Livio Frittella, il saggio ripercorre le vicende dell’Ordine cavalleresco, partendo dal suo fondatore, e la consistenza dei beni appartenuti ai Templari in Puglia, Basilicata e Calabria, fino all’attuane Neotemplarismo italiano. All’incontro interverrà anche Bruno Poggi.

Sabato 28 luglio incontro con Marcello Veneziani e la sua ultima opera “Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti” (Marsilio, 2017). Filosofo, giornalista e saggista fecondo, Veneziani ha fondato e diretto riviste, scritto per quotidiani e settimanali, è stato commentatore per la Rai. Quest’ultima sua opera è un viaggio tra le voci che più lo hanno influenzato, irregolari che non si accontentarono del loro tempo e dunque “imperdonabili”: Dante e Oriana Fallaci, Walter Benjamin e Yukio Mishima, Julius Evola e Umberto Eco, Machiavelli e Schopenhauer, Michelstaedter e Heidegger, Wilde e Chatwin, Pirandello e Harendt, e così di seguito. Un viaggio, appunto, attraverso il pensiero “irregolare” che ha contribuito a rendere vigile il senso critico delle società, passate e presenti.

L’ultimo appuntamento del mese, martedì 31 luglio, è con Goffredo Palmerini e la sua ultima opera “L’Italia nel cuore” (One Group Editore, 2017). Giornalista e scrittore, in questo volume l’autore racconta, con una narrazione coinvolgente, la più bella Italia, quella dentro i confini e quella degli 80 milioni d’italiani nel mondo, che con la creatività e il talento rende onore e prestigio al nostro Paese: un tema, questo, cardine nei libri di Goffredo Palmerini, studioso dell’emigrazione italiana e attento promotore delle meraviglie del Belpaese con i suoi intriganti articoli su giornali e testate in lingua italiana di mezzo mondo.

La rassegna “Libri al Borgo” nel mese di agosto prevede i seguenti appuntamenti: Mercoledì 1 agosto, incontro con la sociologa Elisabetta Fernandez sul tema “Sesso, amore e…fantasia”; Venerdì 3 agosto, “Fiuggi, l’acqua dei miracoli”; Sabato 4 incontro con Valerio Valentini con il romanzo “Gli 80 di Camporammaglia” (Laterza, 2018); Martedì 28 incontro con Jacopo Jacoboni con il saggio “L’esperimento. Inchiesta sul Movimento 5Stelle” (Laterza, 2018); Venerdì 31, Carmelo Fucarino con il romanzo “Che farò senza Euridice” (Spazio Cultura, 2018) e Anna Rosa Ponte con il romanzo “Black London” (Aracne, 2018).

Gli incontri proseguiranno anche in settembre, con presentazione di opere attraverso conversazioni, interviste e spigolature con gli Autori, coordinate dal giornalista e scrittore Pino Pelloni, presidente della Fondazione Giuseppe Levi Pelloni. Nella bella cittadina termale il 22 settembre si svolgerà anche il Premio Fiuggi Storia – Lazio Meridionale, mentre il prestigioso Premio Fiuggi Storia nazionale, alla sua IX edizione, si terrà a Roma nella prima settimana di dicembre.

L’Aquila, martedì si presenta il romanzo “Secondo piano” di Laura Benedetti – Il 19 giugno, alle ore 17, a Palazzo Fibbioni la conversazione con l’Autrice

 

 

L’Aquila, martedì si presenta il romanzo “Secondo piano” di Laura Benedetti

Il 19 giugno, alle ore 17, nella Sala Rivera di Palazzo Fibbioni la conversazione con l’Autrice


L’AQUILA – Con la scrittrice, arrivata in questi giorni da Washington (Usa), martedì 19 giugno alle ore 17, presso la Sala Rivera di Palazzo Fibbioni, verrà presentato il romanzo “Secondo piano” di Laura Benedetti (Pacini Editore). Con l’autrice dialogheranno Sabrina Di Cosimo, assessore alla Cultura del Comune dell’Aquila, Serena Guarracino, docente di Letteratura inglese all’Università dell’Aquila, Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, Sandro Cordeschi, docente IIS “Andrea Bafile”, Enrico Botta, docente IIS “Ottavio Colecchi”, Roberto Ciuffini, giornalista.

A due anni dal suo primo romanzo ecco il secondo lavoro narrativo della scrittrice aquilana Laura Benedetti. La misteriosa morte del vecchio Jacopo sconvolge la quotidiana routine di Federico Conti, direttore del dipartimento di italiano di una prestigiosa e prospera università americana, e ne fa uscire allo scoperto il sottofondo di motivata frustrazione, indomabile nevrosi, ansioso scontento. Attraverso il labirinto del mondo accademico al cui interno si dipana la vicenda, la scrittura elegantemente piana di Laura Benedetti accompagna il lettore alla scoperta di una voragine comunicativa e affettiva che lo riguarda direttamente. Nostalgico e ironico, elegiaco e polemico, Secondo piano scardina le convenzioni del giallo per rivolgere domande pressanti sulle contraddizioni della globalizzazione, sul ruolo delle università e sulla capacità della scrittura di restaurare l’equilibrio di un mondo attraversato da vertiginosi mutamenti.

Laura Benedetti, nata a L’Aquila, insegna Letteratura italiana alla Georgetown University (Washington, DC, USA), dove è stata direttore del Dipartimento di Studi italiani. Tra i suoi lavori figurano La sconfitta di Diana. Un percorso per la «Gerusalemme liberata», la traduzione inglese di Esortazioni alle donne e agli altri di Lucrezia Marinella e The Tigress in the Snow. Motherhood and Literature in Twentieth-Century Italy, vincitore del Premio Flaiano per l’Italianistica. Nel 2015 ha pubblicato per l’editore Pacini il suo primo apprezzatissimo romanzo, Un paese di carta.

“Laudomia Bonanni. Il potere vitale della donna” di Liliana Biondi – Il volume sarà presentato a L’Aquila il 18 giugno, alle ore 18, presso Auditorium Sericchi.

Laudomia Bonanni. Il potere vitale della donna di Liliana Biondi

Anteprima della XVII edizione del Premio Letterario Internazionale “L’AQUILA”- BPER Banca

L’AQUILA – Mentre è ufficialmente avviata la XVII edizione del Premio Letterario Internazionale “L’Aquila”- BPER Banca intitolato alla scrittrice aquilana del Novecento Laudomia Bonanni, lunedì 18 giugno 2018 alle ore 18, presso l’Auditorium Sericchi in Via Pescara 2, verrà presentata la monografia critico-interpretativa, Laudomia Bonanni. Il potere vitale della donna (One Group Edizioni) di Liliana Biondi, già docente di Critica letteraria dell’Università degli Studi dell’Aquila, membro della Giuria del Premio nominato e socia del Club aquilano del Soroptimist International, sotto la cui egida si tiene la presentazione.

Coordinati dal giornalista scrittore Angelo De Nicola, dopo il saluto del Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, interverranno il Presidente del Premio Raffaele Marola, la Presidente della Giuria del Premio Stefania Pezzopane, la Presidente del Club L’Aquila Soroptimist International, Lea Contestabile, l’editrice Francesca Pompa. La presentazione del libro è affidata a Carlo De Matteis, prof. ordinario di Letteratura moderna e contemporanea dell’Università dell’Aquila, e a Flavia Stara, prof. ordinario di Pedagogia generale e sociale dell’Università di Macerata. La lettura di alcuni passi del libro sarà tenuta dal poeta attore Ugo Capezzali.

Il volume, com’è specificato nella “Premessa”, raccoglie cinque saggi sulla Bonanni nati autonomamente in occasioni e in tempi diversi, tra il 1996 e il 2014, ma che nel loro insieme tengono unita l’intera opera della scrittrice aquilana: dopo un excursus, che inquadra la narrativa della Bonanni in ambito storico e socio-culturale e ne delinea l’asse tematico principale, si analizzano i romanzi L’imputata (del quale la Biondi ha curato una prima riedizione nel 2007) e Le droghe; ci si addentra, quindi, ad esaminare il primo volume di Elzeviri e la critica; si riepilogano, infine, nell’appendice, altri interventi e attività legati alle iniziative bonanniane, delle quali la Biondi è stata protagonista.

«Il titolo del libro – dichiara la studiosa – sintetizza quella che è l’essenza della poetica della Bonanni, la quale ha come unica protagonista dell’intera sua opera letteraria la donna, spesso madre, e con lei i giovanissimi, dall’infanzia alla prima giovinezza, senza che tuttavia la sua produzione possa considerarsi circoscritta ad un ambito prettamente educativo o destinato ai soli ragazzi. La funzione della figura femminile nell’opera della scrittrice aquilana non si esaurisce mai, in ogni singolo racconto o romanzo, con la conclusione della trama; ma, come avviene nei grandi narratori, mantiene una sua linea costante dal primo racconto, edito quando era maestrina diciassettenne, all’ultima sua opera: sia che si consideri tale il romanzo Le droghe, del 1982, l’ultimo da lei pubblicato; sia che ci si riferisca a La rappresaglia (quasi sicuramente il romanzo inedito di fine anni ’40, Stridor di denti – mai ritrovato- rivisitato poi a mo’ di romanzo-testamento), la cui pubblicazione, rifiutatale nel 1985 da Bompiani, presso cui aveva stampato quasi l’intera sua opera, vede la luce postumo, nel 2003, a cura di Carlo De Matteis.

La linea costante, a mio parere – prosegue la Biondi -, è data dalla piena certezza, per la narratrice, che la donna, pur sottomessa nei millenni dal dominio del potere maschile – sia esso familiare, politico, religioso, civile (e come tale il potere, in questo caso, riguarda la relazione tra persone) -, possiede, insita alla propria stessa natura femminea, lei che è generatrice di vita, un’innata qualità naturale, un innato potere vitale che, seppure inconsciamente, la portano a custodire e a preservare la vita anche quando essa non è madre di parto; e in quanto tale – come confermano alcuni studi antropologici -, a superare la morte stessa. La donna, “vittima” vivente, il cui ruolo fondamentale per millenni è stato (ed in tanta parte del mondo lo è ancora!) quello di parto-rire (che unisce due termini forti: partire e morire) e che, come tale, è stata ella stessa una sorta di morte vivente (si pensi al ruolo della Rossa nella Rappresaglia, la cui morte riporta ordine e pace tra gli astanti), riconsegna, convoglia e moltiplica quella stessa minaccia di annientamento che l’ha costituita come vittima; una vittima, padrona della vita. Un’autrice, Laudomia Bonanni, decisamente, all’avanguardia, per l’Italia dei suoi tempi», conclude Liliana Biondi, che su questa direzione sta portando avanti altri studi sulla scrittrice aquilana.

Per chi voglia avere qualche dettaglio in più sull’atteso volume presto disponibile nelle librerie, nelle agenzie di vendita online oppure direttamente ordinabile presso l’editore One Group, qui di seguito se ne riporta la Premessa, con l’assenso dell’editore e dell’autrice.

Premessa

Se non respiri attraverso la scrittura,

se non piangi nello scrivere, o canti scrivendo,

allora non scrivere,

perché nella nostra cultura non serve.

Anaïs Nin

Centodieci anni or sono, nel 1907, nasceva Laudomia Bonanni e quindici anni fa, nel 2002, lei ci ha lasciato. I due anniversari mi hanno esortato a raccogliere le poche carte da me scritte in varie occasioni su di lei e sulla sua opera, alcune edite, altre rimaste nel cassetto. Nel rileggerle, mi è sembrato conservassero fondatezza, peculiarità e coerenza; soprattutto, esse non ripetono né contrastano, ma consolidano gli studi finora svolti sulla scrittrice aquilana, la quale col suo realismo spesso surreale scava ed esplora un insolito, diversificato e poetico mondo femminile per scoprirvi dimensioni nuove e insospettate.

Risale al 1996 il mio primo vero incontro con la sua opera quando, su invito di Mario Narducci e del suo Circolo culturale “Il Caffè”, in vista del novantesimo compleanno della Bonanni, presso la Sala del Consiglio Comunale dell’Aquila, ma in assenza dell’autrice che residente a Roma declinò l’invito per motivi di salute, il 1° luglio tenni la relazione La narrativa di Laudomia Bonanni: dalla maternità naturale alla «mamma» solidale. Una lettura trasversale in senso cronologico dei suoi scritti mi fece comprendere già allora in che misura vi dominasse il ruolo della donna – spesso madre – e dei giovanissimi – dall’infanzia all’adolescenza -, senza tuttavia che la sua produzione potesse considerarsi circoscritta a un ambito prettamente educativo o per ragazzi. La relazione, edita quello stesso anno sulla rivista «provinciaoggi» diretta da Walter Capezzali, direttore, allora, della Biblioteca Provinciale dell’Aquila, con qualche lieve ritocco migliorativo costituisce il primo capitolo di questo volume: La donna nella narrativa di Laudomia Bonanni. Dalla maternità naturale a quella d’elezione.

Il secondo capitolo sul romanzo «L’imputata», opportunamente suddiviso in paragrafi per agevolarne la lettura, è conforme all’Introduzione della nuova edizione (I edizione 1960) del romanzo omonimo stampata nel 2007 presso la Textus dell’Aquila, casa editrice impegnata, in quegli anni, a ripubblicare l’intera opera narrativa della scrittrice. L’edizione purtroppo ebbe scarsa diffusione a causa di dissidi editoriali che si conclusero con l’interrompersi delle riedizioni. Il saggio analizza contenuto e struttura di questo romanzo corale – dove spiccano fatti singoli – sulla crisi postbellica in una città di provincia, il romanzo più complesso e strutturalmente articolato della scrittrice aquilana.

Il terzo capitolo, finora inedito, relativo al romanzo «Le droghe», è fedele alla mia relazione «Le droghe». Tra continuità e testamento, tenuta al Convegno di studio Laudomia Bonanni e il suo cammino di scrittrice organizzato dall’Università degli Studi dell’Aquila e svoltosi nei giorni 11 e 12 aprile 2008. Un romanzo formativo, Le droghe, tra letteratura e vita, dove, con un linguaggio politonale, memoria e realtà della protagonista si attraversano continuamente per scandagliare origini, drammi e soluzioni di un tema doloroso e attualissimo ancora oggi. Ho ritenuto superfluo conservare la seconda parte del titolo, perché questo mio libro per intero testimonia la “continuità” e la coerenza tematica della Bonanni; mentre un’attenta lettura del romanzo postumo, La rappresaglia, ha innalzato l’asticella del suo messaggio testamentario, come si evince dal capitolo V, relativo alla critica, di questo volume.

Il quarto capitolo, La straordinaria varietà degli «Elzeviri», inedito anch’esso, corrisponde – ma arricchito con citazioni e note esplicative – a quanto scrissi nel 2007 per la presentazione, programmata dal Club Soroptimist dell’Aquila, del libro Elzeviri di Laudomia Bonanni, curato da Anna Maria Giancarli in quello stesso anno (Pescara, Edizioni Tracce), dove si leggono 59 tra elzeviri e taccuini televisivi su un totale di circa 1250 calcolati da Gianfranco Giustizieri, custode dell’intero fondo Bonanni. Godibilissimo nella lettura per il vigile e dinamico sviluppo della narrazione su luoghi, personaggi, tradizioni, gastronomia, innovazioni, Elzeviri è anche un brillante affresco socio-antropologico di fine anni Cinquanta. Non ho voluto privare il testo – come è d’altronde per il capitolo seguente – dell’iniziale tono amicale e informale, in primo luogo nel rispetto delle persone care allora presenti ed ora non più tra noi, mettendo in nota la prima parte introduttiva e le chiose esplicative.

Il quinto capitolo L’opera di Laudomia Bonanni nella critica con un’ipotesi finale sulla «Rappresaglia», anch’esso inedito, collima col testo della presentazione ufficiale del volume di Gianfranco Giustizieri, Laudomia Bonanni tra memoria e futuro. Itinerari di lettura nelle pagine della critica letteraria (Lancino, Carabba, 2014), da me tenuta il 21 ottobre dello stesso anno presso l’Auditorium Sericchi dell’Aquila, in un pomeriggio culturale, introduttivo ai giorni della cerimonia di premiazione della XIV edizione del Premio Letterario Internazionale “L’Aquila”- BPER Banca intitolato alla scrittrice aquilana. Anche qui ho voluto mantenere l’iniziale aspetto colloquiale, che non è comunque mai fine a sé stesso. L’ipotesi interpretativa sulla «Rappresaglia», che chiude il capitolo, non è tesa a bruciare una novità, ma solo a dire che il mio impegno verso questa scrittrice non si conclude con questa pubblicazione.

La breve Appendice testimonia le attività cui ho partecipato come organizzatrice e come sostenitrice delle iniziative cittadine tese a riportare in piena luce il nome del Bonanni, la cui opera edita ed inedita, sono certa, ha ancora molto da offrire in ambito letterario, e non solo in esso. In particolare – ritrovatolo per caso nel magma del mio computer-, ho inserito il mio intervento Laudomia Bonanni. Considerazioni e proposte, tenuto il 27 settembre 2003 presso la sala conferenze della Carispaq in occasione dell’incontro su Laudomia Bonanni: l’attualità della scrittrice tra esigenze editoriali e prospettive future, introduttivo alla cerimonia della seconda edizione del Premio Letterario Internazionale di Poesia a lei intitolato. Un intervento, le cui proposte trovo tutt’oggi validissime. Concludono il volume una nota biografica della scrittrice, la bibliografia delle sue opere e della critica e l’indice degli autori citati.

Da quanto esposto si evince che per dare sistematicità, continuità e prospettiva al volume, i capitoli si susseguono secondo un ordine logico non cronologico di stesura. Essendo tuttavia indipendenti l’uno dall’altro, talvolta, nell’esporre il bilancio di quanto intrapreso dagli studiosi dopo la scomparsa della scrittrice, i dati si replicano, ma sempre in forma dinamica rispetto al tempo di redazione del testo. Le note a piè pagina, anch’esse autonome e presenti già in tutti gli interventi, sono state migliorate e ampliate; quelle contrassegnate da due asterischi (**) segnalano l’aggiornamento bibliografico rispetto alla redazione iniziale. Le citazioni ad esergo, presenti in qualche scritto sin dalla prima redazione, sono state estese a tutti i capitoli.

Prima di concludere, un ricordo caro e grato va alla memoria di Pietro Zullino, leader nel sostenere e caldeggiare, a ragione, una rinnovata attenzione degli studiosi verso la scrittrice; tanta e grande era la fiducia che egli riponeva su di me. Con lui ringrazio Gianfranco Giustizieri per la concessione delle foto presenti nel libro; il collega Carlo De Matteis e mio figlio Luigi per le tante, costanti esortazioni a raccogliere e a pubblicare le mie carte «sparte»; gli impagabili coniugi Francesca e a Duilio della One Group e la loro collaboratrice Roberta Guida per la sollecitudine e l’amore con cui hanno egregiamente curato la stampa e la grafica di questa mia “creatura” dalla lunga gestazione.

Liliana Biondi

LIZA BEAR _ Sabato 9 Giugno 2018, ore 19.00, presso Fondazione Zimei a Montesilvano (Pescara)

 

LIZA BEAR
The making of Avalanche (and what followed) – Resistance & Romance in NYC

a cura di  Harold Berg e Massimiliano Scuderi
Sabato 9 Giugno | ore 19.00
FONDAZIONE ZIMEI

MONTESILVANO (Pescara) – Sabato 9 giugno a partire dalle ore 19, alla Fondazione Zimei, sarà presente scrittrice, fotografa e filmmaker americana Liza Béar. Fondatrice, con Willoughby Sharp, della storica rivista d’arte Avalanche di New York, ed attualmente editor della rivista Bomb, Liza Béar ha concepito il suo intervento presso la Fondazione Zimei in due momenti, in cui si parlerà di The making of Avalanche (and what followed) eResistance & Romance in NYC.

La celebre rivista Avalanche ha esplorato l’arte concettuale e altre forme artistiche come la performance art e la land art, dalla prospettiva dell’artista. Era, infatti, concepita come una pubblicazione per gli artisti che potevano parlare del proprio lavoro senza l’intervento di critici, curatori o storici dell’arte. La rivista è stata pubblicata tra il 1970 e il 1976.
I suoi film sperimentali e video come Oued Nefifik: A Foreign Movie (1982), Earthglow (1983) e Force of Circumstance (1989) sono stati mostrati all’ Edinburgh International Film Festival, al Festival of the Other Avant-Garde, alla Biennale di Såo Paulo e tra gli altri anche presso The Kitchen and the Museum of Modern Art di New York.

L’appuntamento di sabato si inserisce all’interno della mostra Unfake Connections  – Carol GooddenTrisha BrownGordon Matta-Clark, inaugurata nello spazio espositivo della Fondazione Zimei lo scorso 26 maggio. L’esposizione, curata da Harold Berg, membro del comitato per la fotografia del Whitney di New York, e da Massimiliano Scuderi, direttore artistico della Fondazione Zimei, intende approfondire il clima di sperimentazione artistica e di contaminazione linguistica della New York degli anni Settanta, privilegiando le relazioni e le ricerche di tre grandi talenti dell’arte occidentale: Gordon Matta-Clark, Carol Goodden, Trisha Brown.
L’inaugurazione del 26 maggio, realizzato in collaborazione con ACS Abruzzo circuito Spettacolo e il gruppo e-Motion, ha visto la partecipazione di Carol Goodden, una delle interpreti della scena artistica di quegli anni, danzatrice della Trisha Brown Dance Company, tra i fondatori del celebre ristorante Food di New York, laboratorio di sperimentazioni e relazioni artistiche. La mostra sarà visitabile su appuntamento fino al 2 luglio

L’evento nasce dalla convenzione sottoscritta tra i due enti, l’ACS Abruzzo Circuito Spettacolo e laFondazione Zimei, nell’ambito del progetto di residenze “ZONE LIBRE_ azioni di sostegno alla creazione contemporanea”, del Mibact e della Regione Abruzzo. Il progetto permetterà alla Fondazione Zimei, grazie alla collaborazione con il circuito ACS, di ampliare il proprio raggio di ricerca artistica potendo così spaziare, come in quest’occasione, tra i vari linguaggi artistici contemporanei come la danza, la musica e le altre arti dal vivo, permettendo ai grandi talenti nazionali e internazionali di poter risiedere in un luogo in cui produrre opere inedite e multidisciplinari.

Liza Béar Cycling Home
Foto: Milly Iatrou 2016

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