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Gianfranco Zola e il calcio giovanile nel nome del padre – Incontro con “Magic box”, ancora oggi ambasciatore nel mondo di fair play e al servizio di uno sport genuino e ricco di fantasia

 

Gianfranco Zola e il calcio giovanile nel nome del padre

Incontro con “Magic box”, ancora oggi ambasciatore nel mondo di fair play e al servizio di uno sport genuino e ricco di fantasia. 

Nel corso della sua lunga e magnifica carriera Gianfranco Zola ha fatto parte a pieno titolo di quella ristretta cerchia di grandi calciatori che hanno saputo interpretare al meglio l’essenza più profonda del gioco del calcio, come arte dell’imprevedibilità. Non è un caso che in Inghilterra i suoi tifosi del Chelsea gli abbiano affibbiato, sin dalle prime apparizioni con la maglia dei blues, il nomignolo di “Magic box”, ovvero la scatola magica dalla quale, in qualsiasi momento della partita, lui era capace di estrarre una magia, una giocata impossibile per i comuni mortali ma che tutti hanno sempre sognato da bambini e magari tentato inutilmente di mettere in pratica nel cortile di casa. Anche per questo motivo Zola è sempre stato amato da tutti, non solo dai tifosi delle squadre per cui ha giocato, quale emblema di un calcio genuino, dispensatore generoso di allegria e di bellezza.

Il leggendario Sir Alex Ferguson, manager e allenatore per oltre 20 anni del Manchester United, lo ha descritto nella sua autobiografia come uno dei più grandi calciatori italiani di sempre: “Era uno di quei giocatori che riusciva a restare imperturbabile rispetto all’avversario contro cui giocava. Aveva sempre un sorriso sul volto, e questo mi ha infastidito. Pensavo: come può divertirsi giocando contro lo United? Nessun altro lo fa. Ma era un giocatore fantastico e mi è piaciuto guardarlo. Era piacevole. Per me dire questo di un avversario vi mostra cosa penso di lui”. Uno splendido riconoscimento alla carriera, secondo forse al titolo di OBE (Order of the British Empire), la più alta onorificenza che la Regina possa conferire a uno straniero, l’equivalente del titolo di baronetto per i nati nel Regno Unito, conferitagli per essere stato ambasciatore come pochi altri di quei valori di lealtà e di rispetto che dovrebbero sempre ispirare la condotta sportiva.

Sono quei valori che anche da allenatore Zola ha sempre cercato di trasmettere a sua volta ai suoi figli e ai suoi allievi, con un chiaro e costante riferimento ai preziosi e sani insegnamenti ricevuti da ragazzo inSardegna, soprattutto dalla sua famiglia. Proprio alla memoria di suo padre Ignazio, grande appassionato di calcio oltre che a lungo dirigente e presidente della squadra del suo paese – la Corrasi – dove ha mosso i primi passi da calciatore, Gianfranco ha voluto rendere un omaggio doveroso intitolandogli il torneo giovanile che organizza nella sua Oliena da cinque anni grazie all’apporto della sorella Silvia, di suo cugino Massimo Zola e della stessa Corrasi. Un torneo di qualità sempre molto elevata, quest’anno impreziosito dalla partecipazione di Nuorese, Cagliari, Napoli e Chelsea, tutte squadre nelle quali Gianfranco Zola ha militato lungo l’arco della sua carriera. Per la cronaca la vittoria è andata al Napoli, che si è imposto in finale sul Chelsea con il punteggio di 3-1. “Ma il risultato in questo caso conta fino a un certo punto” – ci tiene a sottolineare Gianfranco, che incontriamo in una pausa del torneo. “A me preme soprattutto vedere che i ragazzi si divertano nel rispetto delle regole, senza mai mancare ai sani principi di lealtà sportiva. Quelli di mio padre sono stati soprattutto insegnamenti di vita, di comportamento. Lezioni fondamentali che mi hanno fatto diventare quel che sono, mi hanno consentito di forgiare nel migliore dei modi il carattere e la mia personalità aiutandomi a superare le tante difficoltà che inevitabilmente ho dovuto affrontare nei campi di calcio e nella vita.”

A suo avviso il calcio può offrire senz’altro un contributo ancora maggiore dal punto di vista sociale ed educativo, grazie anche a iniziative come questa: “Stiamo parlando di uno sport molto competitivo e quindi gli spunti per far sì che i ragazzi possano migliorare ci sono ogni giorno. In ogni allenamento, in ogni partita si vengono a creare delle occasioni in cui il carattere viene testato, non solo da un punto di vista tecnico e fisico ma anche caratteriale, comportamentale: il calcio è quindi a tutti gli effetti (o almeno dovrebbe esserlo) una palestra di vita e uno strumento di vitale importanza per la crescita

Il campione di Oliena ha potuto vivere da protagonista il calcio in due realtà significative come quella italiana e quella inglese ed quindi è il testimone ideale per sottolineare i punti in comune e le diversità nell’approccio al calcio e allo sport più in generale: “Vero, stiamo parlando di mondi e culture molto diversi. Quello inglese è un popolo molto più lineare, razionale e pragmatico del nostro. Mentre noi ci basiamo molto di più sull’istinto e sulla creatività. Che, intendiamoci, sono aspetti di fondamentale importanza, ma che da soli non bastano. E queste differenze si riflettono anche nel modo in cui è strutturato il calcio giovanile: in Inghilterra fino ai 16-17 anni non ci sono campionati veri e propri ma tornei e partite amichevoli e in cui conta molto la programmazione. Devo aggiungere che noi diamo maggiore importanza alla tattica, forse in maniera eccessiva in un’età in cui il ragazzo andrebbe lasciato più libero di esprimersi secondo il proprio istinto. Ed enfatizzare una componente non è mai un vantaggio, ad esempio quando, come da noi, l’attenzione verso la tattica va a scapito della tecnica e di altri aspetti.”

Sono limiti che in un certo senso hanno a che vedere con lo stato di decadenza in cui versa il nostro calcio, una crisi ben simboleggiata dal fatto che per la prima volta dopo 60 anni siamo fuori dalla fase finale di un mondiale. Come uscirne? “Non è facile individuare delle soluzioni, è in primo luogo un problema di tipo organizzativo. Certo va benissimo affidare la nazionale a un allenatore molto bravo ed esperto come Roberto Mancini ma temo non sia sufficiente se il contesto rimane immutato. Il calcio giovanile e quello dilettantistico, che rimangono il polmone principale a mio avviso, andrebbero profondamente riorganizzati e rinnovati anche con l’innesto di forze giovani e davvero competenti: e questo è un processo che richiede necessariamente tempi lunghi e una seria programmazione.”

Il discorso si sposta poi inevitabilmente sui grandi allenatori che oggi vanno per la maggiore e sui mondiali che stanno per iniziare in Russia tra pochi giorni. Gianfranco Zola, che molti osservatori in questi giorni danno vicino a un ritorno al Chelsea come direttore tecnico e vice di Sarri, non nasconde di prediligere il calcio offensivo di Guardiola, che considera da anni il top, il suo punto di riferimento: “Non lo nascondo, anche se oggi la Premier League offre il meglio in fatto di tecnici. Oltre all’allenatore del Manchester City citerei altre eccellenze come Jurgen Klopp, che quest’anno ha fatto benissimo con il Liverpool, e poi Mourinho, Pochettino e lo stesso Conte.”

Per restare ai moduli di gioco facciamo poi un gioco provando a immaginare una squadra ideale con le qualità migliori degli allenatori più in voga in circolazione. Quali caratteristiche dovrebbe avere secondo Gianfranco Zola? “Una mia squadra ideale non può non avvalersi della fase offensiva di Guardiola, dell’organizzazione difensiva di Sarri e della fisicità, la grinta e l’energia che è capace di infondere ai suoi uomini uno come Antonio Conte” ­ risponde senza esitazione Magic box. Due battute infine sui mondiali: “Le favorite sono le solite che ben conosciamo (Brasile, Spagna, Francia, Germania e Argentina), ma visto che purtroppo non c’è l’Italia mi auguro vivamente che vinca l’Argentina: lo spero soprattutto per Messi.”

Sebastiano Catte, 12 giugno 2018

*Nella foto Gianfranco Zola insieme ad alcuni ragazzi del Chelsea, protagonisti del torneo di Oliena

L’aprutino Italo Foschi, fondatore dell’A.S. Roma, e i legami con L’Aquila – Enrico Cavalli

 

L’aprutino Italo Foschi, fondatore dell’A.S. Roma, e i legami con L’Aquila

L’AQUILA – In un suo non recente, ma mirabile saggio (Capitale, Provincia, Campagne, in AA.VV., Intellettuali e Società in Abruzzo fra le Due Guerre, Roma, Bulzoni, 1986), il prof. Umberto Dante ci dice che per i mutamenti di gerarchie territoriali indotte dall’Unità, la ‘più popolosa città abruzzese’ diventa Roma. Coloro che dal Gran Sasso alla Majella, piuttosto che dal Tronto al Trigno, a prescindere da un proprio talento di base, avessero inteso di trovare impieghi e/o un’affermazione notabilare, non potevano che sbarcare, caduta la ‘patria napoletana’, per usare un’espressione cara a Vincenzo Cuoco, nella Capitale. E di esempi, ed illustrissimi, ce ne sono a iosa ed è superfluo citarli.

Non sfugge a questa regola della matrice capitolina, per l’anoblissement personale, Italo Foschi, nativo da famiglia benestante il 7 marzo 1884 nella teramana Corropoli, uno di quei centri laboriosi e silenti che guardano al più alto massiccio appenninico, come simbolo delle sommità da scalare, nella quotidiana esistenza.

Trasferitosi coi familiari armi e bagagli a Roma ad inizio ‘900, il personaggio si laurea in Legge alla “Sapienza” nel 1906 e da brillante avvocato della Corte dei Conti passerà alla storia, più che per la sua vocazione nazionalfascista, ma dai connotati ‘di sinistra’ essendo in perenne conflitto col Duce, invece, per il suo ruolo nella politica sportiva del Ventennio: fu l’ispiratore della famosa ‘Carta di Viareggio’ del 1926, conformativa per lungo tempo di una certa visione del calcio italiano ed il regista di importanti fusioni di club, a Giulianova nel 1923 e San Benedetto del Tronto nel 1924, per finire alla grande fondazione dell’A.S. Roma, il 22 luglio 1927, in antitesi ‘popolare’ alla ’olimpica’ e liberale S.S. Lazio.

Insomma, la vicenda di Foschi si inscrive in quei gerarchi adusi a delle estrinsecazioni agonistiche, deprecabili dal pensiero di un salientissimo abruzzese, che non a caso si sottrasse ai salotti romani, quale Benedetto Croce, ma questo è un altro discorso.

Le inquietudini post ‘normalizzazione’ mussoliniana del 1925, di Foschi, dentro la Federazione fascista dell’Urbe furono una molla che lo portarono a mantenere una visibilità operativa nello sport (col favore e non malcelato di Palazzo Venezia!), una passione che incideva profondamente nella sua stessa vita, perendo, dopo l’amnistia dalle responsabilità di regime, il 20 marzo 1949 alla notizia – riportano gli annali – della sconfitta della sua A.S. Roma.

A livello locale aquilano Foschi balza agli onori della cronaca per effetto del torneo calcistico fra i ‘Giovanissimi’ giallorossi e rossoblù, a sfondo benefico per il 7 giugno ed a lui dedicato dal Roma Club di L’Aquila “Vittorio Zingarelli”: per inciso, l’intitolazione del club cittadino di tifosi romanisti è a riconoscimento non solo del nipote per parte materna di Italo Foschi, ma di colui che nel capoluogo abruzzese fu benemerito e massimo dirigente delle aziende municipalizzate ed artefice del rugby neroverde e dello sport in generale, negli anni ‘60.

Non radi gli intrecci di Foschi con l’aquilanità dal punto di vista sportivo e politico, ambedue i fronti tipici di quegli anni ruggenti: all’atto degli accorpamenti calcistici, di cui sopra, egli venne assistito dal costruttore edile Elia Federici, originario di Barete, con questa amicizia realizzatore di via dei Fori Imperiali. Una volta esautorato dalla Segreteria del fascio capitolino, fu sostituto dal rocchigiano Nino D’Aroma e poi dall’aquilanissimo Adelchi Serena, anzi, per una comune appartenenza alla corrente farinacciana, i contatti fra il futuro capo del PNF e Foschi avranno aspetti collegabili all’allestimento dell’A.S. L’Aquila in serie B dal 1934 al ‘37.

Un profilo, quello di Foschi, da meglio discettare, fuori da pregiudiziali e/o revisionismi a targhe alterne, la qualcosa spetta a chi tenta di fare storia. Invece, la cosa più importante e meritoria è che sia stato occasionato a L’Aquila un momento di riaggregazione giovanile, a favore della onlus cittadina ‘Per la Vita’, in nome soprattutto dei valori interclassisti ed idealmente apolitici dello sport.

Enrico Cavalli

 

BALANCE 2015 Catania (por Ezequiel Re, periodista deportivo)

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El club que supo brillar en el calcio Tuvo varios argentinos en su equipo, pero el Tribunal de la Federacion Italiana de Fútbol lo castigó con el descenso a la Serie C. Fue por arreglo de partidos. Nació en los 40 tras la guerra, tuvo su época de gloria en los 60 y definitivamente su caída libre fue en 2015 donde por supuestos arreglos de partidos descendió a la Serie C. Un verdadero escándalo para la entidad siciliana que estaba jugando en la Serie B del Calcio. Pero el Tribunal de la Federación Italiana de Fútbol investigó cinco partidos en los que se mencionó la palabra “arreglo” y finalmente falló en su contra. La intención era evitar el descenso a la LegaPro (Serie C). Los encuentros observados fueron: Catania-Livorno, Catania-Avellino, Catania-Trapani, Catani-Latina y Mesina-Ischia, todos en la temporada 2014/2015 de la Serie B. La caída libre se había iniciado en la temporada 2013/14 cuando el Catania descendió de la Serie B a la A. En agosto de este año el presidente del equipo de fútbol siciliano Catania, Antonio Pulvirenti, confesó haber comprado cinco partidos por 100.000 euros cada uno con la intención de salvar al club, pero negó haber participado en apuestas. MADE IN ARGENTINA. Futbolísticamente el Catania tuvo una gran participación de argentinos, y en su momento fue el club que más jugadores del país sudamericano pasaron. Sergio Escalante, Sergio Almirón y Fabián Rinaudo, fueron los últimos en el profesionalismo. Mientras que en su última participación en la Serie A también estuvieron Mariano Andújar, Gino Peruzzi, Nicolás Spolli, Fabián Monzón, Pablo Álvarez, Sebastián Leto, Mariano Izco, Fabián Rinaudo, Lucas Castro, Federico Freire, Pablo Barrientos, Gonzalo Bergessio y Maxi López. Hoy la realidad lo encuentra en la Serie C donde ocupa el sexto puesto peleando por volver a la Serie B. Varios equipos con pasado por la Serie A son sus rivales tales como Foggia, Lecce, Catanzaro. En la actualidad no tiene argentinos en su plantel. Algunos récords * Mejor posición en serie A: 8º temporadas 1960-1961, 1964-1965, 2012-2013. * Más apariciones en el club: 281, Damiano Morra (1975-1984) Más apariciones en Serie A: Mariano Izco 178 * Goleador: 71, Nicoló Nicolosi * Más puntos en serie A: 56 puntos (2012-2013) * Mayor goleada en Serie A: 5-0 contra Udinese en 1954 * Máxima derrota: 7-0 contra Roma en 2006 * 13: Es el equipo extranjero con más jugadores argentinos en la historia: 13

FORZA AZURRI Por Ezequiel Re (periodista deportivo)

EZEQUIELRE

Ese antepasado‭ ‬tano quizás fue el que marcó la pasión que uno siente por aquel fútbol.‭ ‬Si bien no está bueno vivir de los recuerdos,‭ ‬mantener la memoria por los momentos de exaltación deportiva configuran la esperanza de que,‭ ‬alguna vez,‭ ‬el más popular de los negocios‭ (‬otrora más popular de los deportes‭) ‬vuelva a sentir el perfume de un potrero.‭

Sino vale contar el porqué de la razón de una pasión encumbrada entre el corazón y ese toque de nostalgia que en su cuota justa tiene el sabor y la quietud de disfrutar de aquellos tiempos afortunadamente aún no tan lejanos.‭

Fue en‭ ‬1981‭ ‬cuando la radio trajo un partido amistoso entre Argentina‭ ‬y‭ ‬la Fiorentina de‭ ‬Italia.‭ ‬Un sábado‭ ‬(era‭ ‬29‭ ‬de agosto‭) ‬vivido arriba de un camión Mercedes Benz cuya cabina era de color rojo y que manejaba por los polvorientos caminos de la pampa gringa‭ ‬santafesina‭ ‬mi viejo Dante.‭ ‬Esa radio trajo un partido intenso que ganaron los de Menotti‭ ‬5‭ ‬a‭ ‬3‭ en un partidazo donde me quedó grabado el nombre de Giancarlo Antognoni,‭ ‬una de las figuras esa tarde noche en el estadio Comunal de Florencia.

Pero después otros nombres ídolos de‭ ‬la Selección de Italia quedaron en mi memoria.‭ ‬Por ejemplo Paolo Rossi,‭ ‬Gaetano Scirea,‭ ‬Marco Tardelli.‭ ‬La figura del interminable Dino Zoff en el arco con‭ ‬4‭ ‬décadas o‭ ‬el‭ ‬histórico Franco Caucio.‭ ‬Curiosamente la memoria se detuvo en los nombres que dirigía don Enzo Bearzot.‭ ‬Acaso por ello en el Mundial de España de‭ ‬1982‭ ‬si bien el amor era albiceleste,‭ ‬el costado de sentimiento pasaba por Italia.‭ ‬Su nombre sonaba a fragancia que enamora.‭ ‬El‭ ‬juego con actitud por sobre el brillo acaparaba la atención de todos.‭ ‬Y el mío por supuesto.‭

Por eso,‭ ‬a pesar de haber derrotado a los dirigidos por Menotti,‭ ‬ya en semis estaba volcado de lleno en esos diez muchachos de camiseta azul,‭ ‬protegidos por el gran Zoff de sobria estampa con casaca gris.‭

Alemania no entendió de que se trató la final y lo que parecía un choque de potencias terminó siendo un triunfo claro de la azzurra.‭ ‬Rossi atropelló en un centro,‭ ‬1‭ ‬a‭ ‬0.‭ ‬Tardelli‭ ‬pura potencia pateó fuerte y salió gritando desaforado,‭ ‬2‭ ‬a‭ ‬0.‭ ‬Altobelli fue el último en participar en una acción que abrió Scirea y‭ ‬3‭ ‬a‭ ‬0.‭ ‬Breitner en su gol más triste descontó,‭ ‬pero no festejó.‭
Yo sí festejé.‭ ‬En un patiecito‭ ‬de‭ ‬la casa paterna‭ ‬en Rafaela,‭ ‬ahí donde los tanos echaron raíces hace un siglo y un poco más.‭ ‬Grité los goles como propios y dibujé las jugadas‭ ‬disfrazado de héroe mundial llevando la pelota de goma entre piques y piques hacia un arco ubicado al fondo‭ ‬del terreno‭ ‬y conformado por un par de ladrillos.‭ ‬Fui Antognoni,‭ ‬pasando el balón a Rossi.‭ ‬Fui Zoff tapando contra el palo derecho.‭ ‬Por un rato fui lo que pude ser pero que no fue.‭ ‬La guerra,‭ ‬el venir a un gran país por parte de mis antepasados y otra historia que nació acá.‭ ‬Alguien alguna vez,‭ ‬en tiempos de comentarista por LT‭ ‬14‭ ‬me presentaba diciendo‭ ‬“el tano Re‭”‬.‭ ‬Quedó ese sobrenombre que llevo con orgullo.‭ ‬Un modo de vincularme,‭ ‬con la pasión por el fútbol,‭ ‬en una patria grande.‭ ‬Una forma de abrazarme‭ ‬con esa infancia feliz donde fui campeón del mundo en una tarde de julio por la década del‭ ‬80.‭ ‬Por un rato fui Paolo Rossi,‭ ‬apreté el puño y grité bien fuerte:‭ ‬“Forza Azzurri‭”‬.‭

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Notizie dal calcio italiano

Sapete cosa è successo nel weekend sportivo italiano? Beh, qui in Italia non si sente parlare d’altro da ieri sera alle 20:00 circa. La Juventus ha battuto per 3-2 la Roma dell’allenatore francese Rudi Garcia e del capitano immortale Francesco Totti. Questo di per sé non è una notizia ecclatante: gara divertente e piena di emozioni e vi chiederete giustamente, dove sta la novità? La notizia che sta scatenando l’ira dei tifosi sul web – e non solo – è il modo in cui la Juve si è aggiudicata questa gara, ovvero, come a giudizio dei più, con dei gol irregolari. Dopo una notte di polemiche, che si trascineranno nelle settimane a venire, anche per colpa degli addetti ai lavori che non fanno nulla per smorzare gli animi, ho pensato che fosse necessario mettere nero su bianco il vero aspetto chiave della gara di ieri.

La Juve ha sì vinto, ma lo ha fatto in maniera molto meno convincente di quanto non lo abbia fatto lo scorso anno – 3-0 a Torino al giro di boa di gennaio, che sostanzialmente sancì la supremazia bianconera sul campionato – sia per meriti della Roma che per demeriti propri. La squadra è forte e determinata, ma non ha la stessa grinta e cattiveria, agonistica si intende, che aveva negli scorsi anni: sarà forse per l’addio del condottiero Antonio Conte?

Sta di fatto che la Roma, che si trova a inseguire, deve assolutamente credere nello scudetto vista la buonissima prestazione di ieri. La squadra ha più carattere e consapevolezza dello scorso anno, cosa che si era già vista nella partita di martedì contro il Manchester City in Champions, e deve puntare a vincere quel tricolore che manca da troppi anni nella capitale.

E le altre squadre invece? Il Milan si sta lentamente riprendendo, così come il Napoli di Rafa Benitez. Vittorie per entrambe le squadre in gare semplici sulla carta, ma sempre fastidiose specialmente in un periodo così così. L’Inter di Walter Mazzarri, invece, sembra aver perso la retta via: dopo i quattro gol incassati dal Cagliari a San Siro, i nerazzurri sono riusciti nell’impresa di rivitalizzare anche la Fiorentina, che in questa stagione non aveva ancora segnato al Franchi. Riuscirà l’allenatore toscano ad arrivare fino a Natale (o a mangiare il panettone come si dice qui a Milano?)

Francesco Lossani

Foto di copertina: http://s4.stliq.com/c/l/6/6a/27735907_le-pagelle-juve-roma-0.jpg