Archivo de la categoría: Espectáculo

AL VIA FESTIVA VISIONI – GRUPPO EMOTION

 

COMUNICATO STAMPA

Festival Visioni

VIII EDIZIONE

Primi due appuntamenti a L’Aquila, Auditorium del Parco, della VIII edizione del Festival “Visioni”, promosso dalla Compagnia di Danza Gruppo Emotion, diretta da Francesca La Cava. La ricerca del gesto e quella personale sono alla base degli spettacoli del GRUPPO eMOTION, le cui performance sono viaggi poetici e introspettivi all’interno dell’essere umano e della società contemporanea. Questo filo conduttore è ben visibile nelle nuove che animeranno il festival: Il brutto anatroccolo, che andrà in scena il 18 aprile alle ore 17.30 e Cenerentola? in cartellone il 9 maggio alle ore 18.00. Nel primo spettacolo la storia si muove sulla strada tracciata da Andersen ma procede, via via, lungo binari propri. Alla fine il brutto anatroccolo diventa uno splendido cigno, ma il percorso che lo guida alla trasformazione ha una psicologia un po’ speciale: il pennuto non nega la sua “diversità” ma la abbraccia con un pizzico di ironia, innamorandosi, però, di quel “bello” (i cigni) che sente stranamente vicino e che in realtà è la sua vera natura.

Drammaturgia e regia Maria Cristina Giambruno
Musiche originali 
Raffaello Angelini
Coreografia 
Francesca La Cava
Attori 
Guido D’Ascenzo e Alessandra Pavoni
Danzatori 
Simonetta D’Intino, Alessia Neri e Nicoletta Ragone
Assistente alla coreografia 
Nicoletta Ragone
Costumi 
Maria Grazia Cimini
produzione 
GRUPPO e-MOTION
Con il contributo del 
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, della Regione Abruzzo e del Comune dell’Aquila

Il secondo appuntamento, il 9 maggio alle ore 18.00, sempre all’Auditorium del Parco, è ancora con una favola, forse quella più nota e simbolica. Ma già il titolo ci porta su strade poco battute: CENERENTOLA?

La cultura popolare è diventata uno spazio chiave di scontro tra identificazione e significato, in cui i prodotti culturali non sono semplicemente riciclati bensì reinventati e riconsumati in un sistema sempre più globalizzato, in cui “l’immagine” è di capitale importanza. Cenerentola è una ragazza umile addetta alla casa e al focolare? No. La nostra è una ragazza moderna, intraprendente e viziata o meglio viziosa, consumata dal “consumismo” e dalla etica della apparenza. Il regista della storia è la madre. Essa diviene l’autentica plot-maker della favola, colei che decide e tiene il filo della storia indirizzando la figlia verso l’obiettivo prefissato. La favola usa metafore, cambia i giochi, inverte i personaggi ma mantiene la morale e gli insegnamenti del racconto originale: amore, uguaglianza, grazia, spirito, coraggio, modestia, nobiltà di sangue, buon senso e …..fortuna?

regia e coreografia: Francesca La Cava; musica: Sergej Prokofiev; elaborazioni musicali: Giulia Francavill; interpreti e collaborazione: Stefania Bucci, Andrea Di Matteo, Simonetta D’Intino, Miriana Esposito e Sara Pischedda; disegno luci: Michele Innocenzi; costumi: Maria Grazia Cimini.

Produzione: GRUPPO e-MOTION con il contributo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, della Regione Abruzzo e del Comune dell’Aquila con il sostegno per le residenze artistiche di ACS Abruzzo Circuito Spettacolo

Per entrambi gli spettacoli sono previste le matinée per le scuole.

Biglietti

8,00 euro intero; 5,00 euro ridotto.

Ridotto anche per l’Associazione Mamme per L’Aquila

Per info e prenotazioni 3395838563

 

 

CS ISA CONCERTO 14 APRILE BASILICA DI COLLEMAGGIO – BEETHOVEN IX SINFONIA

 

 

COMUNICATO STAMPA

NELLA CORNICE DI COLLEMAGGIO LA NONA SINFONIA DI BEETHOVEN

CHIUDE LA 43° STAGIONE DEI CONCERTI DELL’ISA

L’Aquila 12 aprile 2018 Siamo giunti al termine della 43° stagione dei concerti che l’Istituzione Sinfonica Abruzzese quest’anno chiude con un programma monografico con protagonista uno dei capolavori di Ludwig van Beethoven e monumento della musica di ogni tempo: la Sinfonia n.9 in re minore op. 125 per soli, coro e orchestra.

Sabato 14 aprile alle 18, all’interno della splendida cornice della Basilica di Collemaggio -diretti dal maestro concertatore Pasquale Veleno- assieme all’Orchestra Sinfonica Abruzzese in collaborazione con il conservatorio “L. D’Annunzio” di Pescara, sul palco saliranno gli aquilani coro del conservatorio “A. Casella”, Corale Novantanove e Schola Cantorum San Sisto, il coro dell’Accademia di Pescara e il coro “V. Basso” di Ascoli Piceno.

Al loro fianco il soprano Li Keng, già solista della Nona Sinfonia nel tributo a Verdi al Teatro Bellini; il tenore teramano Riccardo Della Sciucca, già esibitosi a L’Aquila con l’ISA nel Requiem K. 626 di Mozart in ricordo delle vittime del terremoto del 2009; la giovane mezzosoprano Daniela Nineva laureata in canto lirico con il massimo dei voti presso il Conservatorio “A. Casella” e il baritono David Maria Gentile, dal 1996 al 2000 puer cantor della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”.

173 coristi, 44 professori d’orchestra, 4 solisti, 1 direttore e maestro concertatore faranno risuonare nella Basilica le note di una delle sinfonie più conosciute. “È assolutamente affascinante per il pubblico trovarsi davanti a un’orchestra e a una massa corale così imponente. La IX Sinfonia– dichiara il direttore e Maestro concertatore Pasquale Veleno- è una delle poche composizioni così maestose davanti alle quali più ci si avvicina e più se ne comprendono la grandezza e la complessità. È una struttura densa che non si finisce mai di scoprire, una sinfonia dall’incredibile capacità di far sentire piccoli i comuni mortali davanti alla grandezza dell’intelletto”. Lo stesso direttore artistico dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, il Maestro Ettore Pellegrino, afferma “di aver voluto partecipare attivamente con il mio vecchio ruolo di primo violino per l’importanza della produzione stessa. La IX– prosegue- prevede grandi organici composti da solisti, coro e orchestra e per questo la sua realizzazione si è resa possibile grazie alla sinergia tra la Sinfonica Abruzzese, i conservatori di L’Aquila e Pescara, i cinque cori. Siamo rientrati nel circuito vero regionale, andando a suonare per la Luigi Barbara a Pescara, con la Camerata Musicale Sulmonese, per il Teatro dei Marsi di Avezzano. Stasera siamo al Ventidio Basso di Ascoli, domani a Teramo nella stagione della Acs prima di chiudere con il concerto di sabato 14 nella bellissima Basilica di Collemaggio. È questo – conclude- un segnale moto forte che viene dato dall’Istituzione Sinfonica Abruzzese alla politica della nostra Regione. Noi siamo un servizio a disposizione dei cittadini abruzzesi”.

Il concerto di sabato 14 aprile sarà un concerto di particolare importanza, perché realizzato con la collaborazione di molti artisti abruzzesi. Questo a testimonianza della qualità del nostro sistema musicale e di quanto la nostra Regione sia capace di sfornare personalità eccellenti, di cui l’Istituzione Sinfonica Abruzzese- già proiettata a nuovi livelli di competitività in vista della prossima stagione- è parte essenziale e integrante.

Con una proposta di alto profilo, il concerto di sabato 14 aprile chiude una stagione concertistica in cui il successo più grande è rappresentato dalla collaborazione di buona parte dell’Abruzzo culturalmente e musicalmente volitivo.

Biglietti: Intero €10; Ridotto €8; Giovani €5; info@sinfonicaabruzzese.it; www.sinfonicaabruzzese.it

Il Cantante Friulano Angelo Seretti si fa conoscere il Italia e all’estero.

 

 


Angelo Seretti classe 1976 è un cantante che conta già più di qualche traguardo. Infatti oltre a numerosi concorsi vinti ed esibizioni in tutt’europa è entrato più volte nelle classifiche radio sia a livello nazionale che all’estero.

Originario di Codroipo in Friuli inizia a studiare musica fin dalla tenera età.
E’ spesso definito ”crooner”ovvero un cantante che oltre alle influenze jazz una in modo garbato la propria voce.
L’artista ha recentemente presentato la sua nuova canzone ”Salut les amoureux”.
Angelo ha iniziato la sua carriera esibendosi sia in Italia che all’estero oltre che alla sua presenza in alcune trasmissioni televisive e radiofoniche.
Ha cantato sullo stesso palco di artisti di fama internazionale quali Amedeo Minghi,Mariella Nava,Bobby Solo,Annalisa Minetti e molti altri.
Nel 2015 arriva la canzone ”Let it be me” cantata insieme alla star  ,degli anni 80, della Italo Dance George Aaron.
I due artisti finiscono subito nella classifica radio nazionale.
L’anno dopo,nel 2016,Angelo bissa il successo con ”Bye bye city” che entra in classifica radio anche in europa.
Infatti viene premiato nella top 20 della Euro Indie Music.
Nel 2017 infine il singolo”Sway remix” è stato trasmesso anche da alcune radio in U.S.A.
Un grande risultato ottenuto con dedizione e costanza.
Una caratteristica che rende il cantante poliedrico è inoltre la sua capacità di cantare in 5 lingue,oltre ad una naturale predisposizione per la tecnica swing e un’interpretazione di notevole carattere.
Il suo nuovo singolo ”Salut les amoureux” è la prima incisione in Francese di cui il video è già disponibile su you tube.
La registrazione è stata curata da Max Passon del Master studio di Udine. Arrangiamento e mastering sono stati eseguiti dal DJ producer Pierluigi Cerin.
Il singolo sarà presentato a breve nella radio di tutt’europa.
L’artista sta contestualmente perfezionando un’altro importante lavoro discografico,sempre al Master Studio di Udine.
Sicuramente ci sorprenderà con qualcosa di inaspettato ed imprevedibile.
Si parla infatti di una collaborazione con un’artista molto importante…
Oltre ad essere un’artista,Angelo è una persona che sa mantenere i legami con la propria terra : il Friuli.
Vorrebbe infatti incidere una canzone anche in Friulano.
Ha inoltre organizzato una bella manifestazione a scopo benefico per i terremotati del centro Italia e spera di organizzarne altre a breve.
Continuate a seguirlo sui vari social network.
 
New Music.
 

il cantante abruzzese Francis Salina sulle radio internazionali

 

COMUNICATO STAMPA

Il cantante abruzzese Francis Salina sulla cresta dell’onda radiofonica

Dal 2 aprile al 6 maggio in onda sulle radio nazionali e internazionali

 

Francis Salina, nome d’arte di Francesco Fratini, teatino di nascita ma da molti anni vive e lavora a Giulianova, dal prossimo 2 aprile al 6 maggio, la sua voce baritonale andrà in onda sulle radio nazionali e internazionali con il brano THAT’S AMORE del famoso cantante italoamericano Dean Martin. Grazie alla collaborazione e promozione artistica con l’etichetta discografica Lotus Music di Fiorentino (San Marino), il cantante abruzzese, farà sentire la sua splendida voce anche ai connazionali all’estero: Usa, Canada, Australia, Belgio e Svizzera. Artista di musica leggera stile anni ’60, ricorda spesso e volentieri la madre cantante: “lei mi ha trasmesso la passione per la musica e la provvidenza mi ha dotato in tal senso, ed io canto, o per meglio dire, interpreto brani noti con un’enfasi particolare in stile “only you”, che spesso mi scambiano per uno straniero”. Francis Salina, nel 2016, fu ospite di Sanremo doc al Palafiori di Sanremo e nel 2017, al Festival Voci d’Oro di Montecatini Terme. Recentemente sta accarezzando l’idea di presentarsi alle selezioni dei talent show italiani.

Foto libere per l’uso editoriale

Francesco Fratini

Giulianova (TE)

Cell. 333.5350474

Web Site: http://www.francissalina.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/FrancisSalina/

il “MISERERE” del Venerdì Santo – di Mario Setta

 

 

Il “MISERERE” del Venerdì Santo

di Mario Setta

Venerdì Santo, in Abruzzo e nelle regioni del Sud Italia, è la processione del Cristo morto. In ogni paese, in ogni frazione, tra luminarie e canti, passano le statue di Cristo e di Maria. E si canta, quasi dappertutto, il Miserere, parola latina che significa: “Perdonami, abbi pietà”. Un salmo, che fa parte del libro dei Salmi dell’Antico Testamento. È il numero 50. Ne è autore il re Davide, che implora perdono a Dio, per aver commesso una colpa gravissima. Si era, infatti, invaghito di una donna, Betsabea, moglie di Uria, hittita. L’aveva messa incinta, ma aveva cercato di sfuggire alle sue responsabilità, architettando l’artificio di far tornare dalla guerra il marito, perché giacesse con la moglie, addossandogli la responsabilità della gravidanza. Ma Uria, tornato, non entrerà in casa, nemmeno dopo che Davide ha disposto di farlo ubriacare. Non giacerà con Betsabea, col pensiero rivolto ai suoi commilitoni in battaglia. Di fronte al fallimento dello stratagemma, il re Davide ordina a Ioab, il comandante, di porre Uria in prima fila, nel combattimento. E mentre Uria muore sul campo di battaglia, Ioab manda un messaggero a Davide per dargli la notizia: “Anche il tuo servo Uria l’Hittita è morto”. Così Davide ha campo libero di prendersi in casa Betsabea.

Ma… un profeta, Nathan, lo affronta e lo accusa dell’azione criminosa, ricorrendo ad un apologo: “Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero… Il ricco aveva tutto, il povero aveva solo una pecorella piccina che egli aveva comprato e allevato…. Il ricco portò via la pecora del povero e lo mandò a morire”. Quando Davide, pieno di rabbia, chiede chi fosse quel ricco, Nathan risponde: “Tu sei quell’uomo! Tu hai colpito di spada Uria l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti”. E Davide risponde a Nathan: “Ho peccato contro il Signore!” Quel rimprovero e quello smascheramento inducono Davide a pentirsi e a scrivere il Miserere. Il bambino che la moglie di Uria aveva partorito si ammala e muore. Davide si unisce di nuovo con Betsabea e nasce Salomone. Una storia raccontata nella Bibbia, Antico Testamento, Secondo libro di Samuele, capitoli 11 e 12.

Se l’uomo è la storia, e se la storia è maestra di vita, questo episodio dovrebbe indurre a riflettere, a rendere conto davanti alla propria coscienza e davanti agli altri dei nostri comportamenti. Davide lo fece. Lo potrebbe fare, oggi, qualche altro “ricco” e “potente”? La cronaca, in questi ultimi giorni, a livello mondiale, diffonde il grido delle numerose donne violentate e stuprate da personaggi ricchi e potenti, evidenziando come la lezione di Nathan a Davide è stata e resta ignorata. Sembra che si sia aperto il vaso di Pandora delle violenze sessuali e dell’abuso di potere, con il caso di Harvey Weinstein e dei tanti registi cinematografici, accusati di molestie e stupri. Una vicenda brutale e disumana che non riesce a trovare una soluzione equa e dignitosa. Ma, lo dovrebbe comunque, in nome di una autentica dignità della persona umana. Purtroppo, l’idea del “Miserere”, del pentimento per le colpe commesse, resta un’idea. Non una prassi.

I riti religiosi, con i sentimenti di pace e di serenità che producono, dovrebbero promuovere uno spirito di conversione (metànoia) e avere funzione di promozione umana. Si racconta che il grande scrittore francese Paul Claudel, entrando nella cattedrale di Nȏtre Dame a Parigi, ascoltasse il canto del Magnificat, restandone turbato, interiormente sconvolto. Il grande sociologo della religione Emile Durkheim, nel libro “Le forme elementari della vita religiosa”, sostiene che i riti fanno unire la collettività, e spesso le normali regole vengono infrante, rafforzando il legame di solidarietà. I riti collegano il presente al passato, il singolo alla collettività. Un rito è efficace quando produce stati mentali collettivi derivanti dal fatto che un gruppo è coeso al suo interno e periodicamente si riafferma. Non esiste società che non voglia ogni tanto rinsaldare i sentimenti collettivi e rivisitarli in certi periodi.

Annabella Rossi, antropologa, nel famoso libro “Le feste dei poveri” cerca di raccontare, di fotografare il comportamento dei fedeli, più che analizzarli. Ma è solo attraverso l’analisi e la discussione che la festa assume valore formativo. In questo caso, la processione del Venerdì Santo diventa momento di aggregazione, elemento emotivo che accomuna cittadini di diverse concezioni socio-politiche e perfino religiose, per ritrovare il senso comune dell’essere uomini.

Ma è anche l’istituzione che è tenuta al “mea culpa”, per scarsa o nulla evangelizzazione. La Chiesa di oggi, con l’aria di rinnovamento che si respira, può guardare con speranza alle tradizioni del passato, traendone ispirazione, rinnovandole interiormente e proiettandole verso un futuro in grado di affermare i valori più autentici della persona umana. Dal rito tradizionale si può e si dovrebbe passare ad una visione al futuro del messaggio e del contenuto rituale. Una riflessione ed una predicazione che diventano annuncio (kerigma) e testimonianza di vita in grado di coinvolgere le coscienze verso la trascendenza.  

 

Il Miserere di Saverio Selecchy a Chieti, nella più antica processione del Venerdì Santo d’Abruzzo.

TETO D’APRILE – PORTANTINO A PORTOFINO

TETO D’APRILE – PORTANTINO A PORTOFINO

Artista

Teto D’Aprile

Titolo

Portantino a Portofino

Etichetta

Top Records

Edizioni

Dingo Music

Clicca qui per aprire la cartolina

Portantino a Portofino è il nuovo singolo del cantautore Teto D’aprile.
Un brano che incuriosisce molto a partire dal Sound intrigante dove la ritmica che si distacca del tutto dal penultimo singolo di Teto dal nome Klaudia.
Un testo ricco di immagini e divertenti figure retoriche convogliano l’ascoltatore in una atmosfera molto “Positive vibes” dove si cela comunque una situazione di incomprensione tra un ragazzo e una ragazza.
Ciò nonostante la canzone riflette ancora una volta quello che è oggi la realtà, come reale è la consuetudine di emigrare dal sud al nord a causa della poca offerta lavorativa nel meridione per poi accettare un lavoro stagionale a Portofino. Ma l’ironia e il sarcasmo di Teto lasciano all’ascoltatore quella positività che sempre è ingrediente delle sue canzoni.

Bruxelles: a La Monnaie una “Cavalleria rusticana” di corale toccante grandezza

 

Bruxelles, a La Monnaie una Cavalleria Rusticana / Pagliacci di corale toccante grandezza

“Hanno ammazzato compare Turiddu” è il grido che sempre conclude la “Cavalleria rusticana”; ma è come arrivare a questo grido che fa la differenza. La messa in scena che abbiamo visto a La Monnaie di Bruxelles segna a nostro avviso una pietra miliare su questo come. Mettere in scena un’opera verista non è semplicissimo, e Cavalleria rusticana, come l’ormai consolidato pendant “I pagliacci” sono una sfida non da poco. Nell’immaginario collettivo degli appassionati d’opera Cavalleria e Pagliacci sono una coppia di fatto, ma la regia de la Monnaie ci fa capire quanto siano legate facendo comparire nell’una personaggi dell’altra opera, creando così una idea di contemporaneità e di collegamento fra le due vicende: è una idea bella, che ci aiuta nella comprensione: del resto l’atmosfera, il paesino siciliano, il contesto sociale, le forti passioni sono le stesse; non a caso Pagliacci è nato come complemento di Cavalleria Rusticana quando, passato l’entusiasmo iniziale, si capì che un’ora e un quarto d’opera non erano sufficienti perché lo spettatore pagasse il biglietto. Semplice, misurata, leggibilissima, ricca oltre ogni limite questa messa in scena non fa perdere un grammo della dirompente potenza sentimentale ed emozionale delle due opere. Evelino Pidò il direttore d’orchestra, e Damiano Michieletto, regista, coadiuvati da Paolo Fantini, scenografo e da Carla Teti, costumista, hanno messo in atto una macchina perfetta, senza una sbavatura; un almalgama vellutato che incanta e che sembra frutto di una sola mano e in cui i cantanti e il coro si muovono come attori consumati, con una voce che segue le melodie della direzione musicale e che nello stesso tempo è parte credibile di una recitazione: magia del teatro, rendere credibile un’azione dove i soggetti invece di parlare cantano!

Un risultato corale straordinario: anche nella messa in scena odierna la coralità verista va a segno.

Altri meglio di me hanno lodato il talento del direttore musicale, che ha lavorato sull’edizione più vicina a quella voluta dallo stesso Mascagni, e ha saputo rendere al massimo quell’arco drammatico che senza interruzione dall’ouverture ci porta al gesto finale del declamato “hanno ammazzato compare Turiddu”. La regia ha saputo tradurre in movimenti l’arco drammatico musicale, e ci ha fatto vedere attraverso la recitazione e il movimento quello che ci raccontava la musica, come i segni lasciati dal sismografo che traducono in rapporto grafico le oscillazioni della terra. La Monnaie a mio parere ha disegnato un modello di come si mette in scena il quasi-dittico Cavalleria rusticana / Pagliacci, sgomberando il campo da modernismi/sperimentalismi egoici o da, mi si perdoni l’orrendo termine, ‘crudismi’, ossia rappresentazioni di un reale disseccato e arido, privato della sua componente spirituale.

La Monnaie ci ha regalato una Sicilia molto vicina a noi e molto lontana, un po’ oggi e un po’ medioevo, come nella realtà è, con una attualizzazione che rende il tutto molto più vicino a noi ma lo lascia avvolto in una patina di passato che non lo allontana troppo dal tempo di Mascagni e di Leoncavallo; e qui ha lavorato la bravura della costumista, con abiti/ miracolo moderni ma senza tempo; vedere arrivare Alfio /Dimitri Platanias in una Giulietta rossastra per me siciliano è stato un colpo al cuore: io quel tipo Alfio lo ricordo nella mia adolescenza e realmente aveva la Giulietta e realmente indossava quel vestito, metallizzato come la sua Giuletta! me lo ricordo con la sua arroganza, la sua ignoranza, la sua supponenza del soldo, la sua volgare esibizione dei doni portati ai parenti poveri e la sua morale immorale di tracotante carrettiere che gli fa ergere a Destino la sua misera personale giustizia.

Perfetto il Turiddu creato dalla regia (Teodor Ilincai/Leonardo Caimi), che fa percepire allo spettatore i danni creati dall’eccesso di testosterone prodotto per causa e colpa del fascino irresistibile di Lola/Josè Maria Lo Monaco: gli spettatori hanno percepito perché gli ormoni di Turiddu si sono smossi facendogli perdere la bussola: sensuale, calda, sinuosa, quel “fior di giaggiolo” ci ha sedotti e catturati, tutti avremmo voluto essere Turiddu. Abbiamo apprezzato la Santuzza/Alex Penda ma adorato la Santuzza/Eva Maria Westbroek: potenza di voce e timidezza di corpo, ha saputo rendere magnificamente il disagio della inadeguatezza nel confronto con la prorompenza di Lola; ci ha commosso Lucia, vera madre siciliana (Elena Zilio, che è di Bolzano!) che ci ha saputo far vedere, teatro nel teatro, l’attesa del dramma visto dagli occhi della madre, con le sue domande che scrutano le mezze risposte, con l’angoscia di chi pre-sente ma nulla può fare per modificare il corso di un destino che spazza le vite con la forza di un fiume in piena.

Anche in Pagliacci canto e recitazione sono un tutt’uno; Leoncavallo è un grande, ma non all’altezza di Mascagni: c’è una ‘nervosità in Pagliacci, una sorta di ‘non finito’ musicale che crea nello spettatore/ascoltatore una sensazione di sofferenza che forse però aiuta la percezione del dramma passionale in atto. In Pagliacci troviamo un formidabile episodio di teatro nel teatro che il regista ha messo in scena dandogli una potenza indimenticabile; e qui risaltano il perfido zoppo Tonio / Scott Hendricks e lo stravolto dalla passione Canio/Carlo Ventre ma incanta Nedda/Aihoa Arteta, eroica nel suo tacere fino all’ultimo il nome dell’amato per proteggerlo dalla furia omicida di Canio; ma oltre ogni cosa ci ha incantato il coro, vero protagonista dell’opera: è il coro che ha sostenuto e appoggiato, passo dopo passo, l’arco drammatico dell’opera e che ha reso concreta e tangibile la coralità verghiana; prosit al nostro grande Martino Faggiani, che tiene alta la bandiera del talento musicale italiano.

Giovanni Chiaramonte

Serena conduce Operaclassica Eco Italiano

 

La mia intervista al tenore Enea Scala

 

 

Enea Scala, tenore

biografia

Enea Scala

Nato a Ragusa, dopo la maturità classica intraprende lo studio del canto lirico al Conservatorio di Bologna sotto la guida del soprano Wilma Vernocchi perfezionandosi successivamente con il tenore Fernando Cordeiro Opa con il quale sta tuttora studiando.

Ha debuttato nel 2006 a Bologna come Il matto nel Paolo e Francesca di Mancinelli e da allora ha spaziato in un repertorio che comprende il barocco di Rameau (Athlete e Mercurio in Castor et Pollux al Theater an Der Wien) e Haydn (Sempronione Lo Speziale e Conte Enrico ne La vera costanza), Mozart (Ferrando in Così fan tutte Arbace nell’Idomeneo) e il belcanto Italiano con Rossini (Lindoro ne L’Italiana in AlgeriConte d’Almaviva ne Il barbiere di SivigliaDon Ramiro in CenerentolaRadoski in Sigismondo e Mambre in Mosè in Egitto al ROF di Pesaro, Libenskof ne Il viaggio a Reimsancora a Pesaro e Belfiore nella stessa opera a Firenze, Conte Alberto ne L’occasione fa il ladro al ROF), Bellini (Elvino ne La Sonnambula  e Orasmino in  Zaira) e Donizetti (Ernesto nel Don Pasquale, debuttato con grande successo nel Glyndebourne tour e Nemorino ne L’Elisir d’amore nel Circuito Lombardo).

Ha collaborato con direttori quali R. Abbado, Bartoletti, Battistoni, Bisanti, Carignani, Carminati, Ettinger, Haïm, López-Cobos, Luisi, Mariotti, Mazzola, Noseda, C. Rizzi, Rousset, Rustioni, Sacripanti, e con i registi Bernard, Ceresa, Clement, Cucchi, Font, Grinda, Lescot, Michieletto, Py, Pountney, Vick,  Vizioli, Wake-Walker.

Fra i suoi impegni recenti e futuri: L’Heure espagnole a Palermo, L’amico Fritz  a Cagliari, Don Giovanni a Sao Paulo, L’Elisir d’Amore nel Circuito Lombardo, Il cappello di paglia di Firenze a Firenze, La finta giardiniera a Lille e Glyndebourne, Guglielmo Tell come Arnoldo al Regio di Torino e a Toronto col loro Tour negli USA e Roudi nella produzione inaugurale dei Festspiele della Bayerische Staatsoper, Gerardo in Caterina Cornaro al Festival di Montpellier, Stabat Mater di Rossini a Bari, i debutti come Edgardo in Lucia di Lammermoor a Genova, Arturo ne I Puritani a Torino, Fenton in Falstaff a Marsiglia e Trieste, Egeo nella Medea in Corinto di Mayr a Martina Franca, ancora Guillaume Tell , come Roudi alla ROH Covent Garden e come Arnolde Roudi a Geneve, Rinaldo in Armidadi Rossini a Gent e Montpellier, Edgardo in Lucia di Lammermoor nel tour di Genova in Oman, Leopold ne La Juive  e Pilade in Ermione a Lyon, Ramiro in Cenerentola a Colonia, Salvini in Adelson e Salvini al Barbican Center di Londra con incisione per Opera Rara, Nemorino ne L’elisir d’amore alla Deutsche Oper di Berlino, il debutto come Alfredo ne La traviata in Nuova Zelanda, Pirro in Ermione a Mosca, Giocondo ne La pietra del paragone a Cagliari, Leicester in Maria Stuarda a Marsiglia, Gugliemo ne Le convenienze teatrali a Lyon, Argirio in Tancredi a Bruxelles, Henri in Le Duc d’Albe ad Antwerpen, Arnolde in Guillaume Tell a Palermo, Alfred nella nuova produzione di Die Fledermaus alla Deutsche Oper di Berlino, Fenton in Falstaffa Montecarlo, Leopold ne La Juive ad Antwerpen, Rodrigo ne La donna del lago Duca di Mantova in Rigoletto a Marsiglia

Gennaio 2017

Enea Scala, tenor

biography

Enea Scala

Born in Ragusa, after completing high school he began studying singing at the Conservatory of Bologna under the direction of the soprano Wilma Vernocchi and with tenor Fernando Cordeiro Opa with which is still under consideration.

He debuted in 2006 in Bologna as Il matto in Mancinelli’s Paolo e Francesca and followed with a repertoire that includes the Baroque of  Rameau (Athlete and Mercurio in Castor et Pollux) and Haydn (Sempronio in Lo Speziale and Conte Enrico in La Vera Costanza), Mozart (Ferrando in Cosi fan tutte and Arbace in Idomeneo) and the Italian Belcanto with Rossini (Lindoro in L’Italiana in AlgeriConte Almaviva in Il Barbiere di SivigliaDon Ramiro in La cenerentolaRadoskiin Sigismondo and Mambre in Mosè in Egitto at the ROF in Pesaro, Libenskof  in Il Viaggio a Reims in Pesaro and Belfiore in  Florence), Bellini (Elvino in La Sonnambula) and Donizetti (Ernesto in Don Pasquale, debuted with great success with the Glyndebourne Festival Tour).

He has collaborated with conductors as R. Abbado, Bartoletti, Battistoni, Bisanti, Carignani, Carminati, Ettinger, Haïm, López-Cobos, Luisi, Mariotti, Mazzola, Noseda, C. Rizzi, Rousset, Rustioni, Sacripanti, and has worked with directors including Bernard, Ceresa, Clement, Font, Grinda, Lescot, Michieletto, Py, Pountney, Vick,  Vizioli, Wake-Walker.

Among his recent and future engagements: L’Heure espagnole in Palermo, L’amico Fritz  in Cagliari, Don Giovanni in Sao Paulo, Elisir d’amore with Circuito Lombardo, Il cappello di paglia di Firenze in Florence, La finta giardiniera in Lille and Glyndebourne, Guillaume Tell as Arnoldo at Regio in Turin and in Toronto with their USA tour and as Roudi in the opening production at the Bayerische Staatsoper FestspieleGerardo in Caterina Cornaro at the Montpellier Festival, Rossini’s Stabat Mater in Bari, the debuts as Edgardo in Lucia di Lammermoor in Genoa, as Artruro in I Puritani in Turin, as Fenton in Falstaff in Marseille and Trieste and as Egeo in Mayr’s Medea in Corinto at Martina Franca’s Festival, again Guillaume Tell as Roudi at ROH Covent Garden and as Arnolde and Roudi in Geneve, Rinaldo in Rossini’s Armida in Gent and Montpellier, Edgardo in Lucia di Lammermoor in the Genoa tour in Oman, Leopold in La Juiveand Pilade in Ermione in Lyon, Ramiro in Cenerentola in Köln Salvini in Adelson e Salvini at Barbican Center in London for a Opera Rara recording, Nemorino in L’elisir d’amore at Deutsche Oper Berlin, the debut as Alfredo in La traviata in New Zeeland, Pirro in Ermione in  Moscow, Giocondo in La pietra del paragone in Cagliari, Leicester in Maria Stuarda in Marseille, Gugliemo in Le convenienze teatrali in Lyon, Argirioin Tancredi in Bruxelles, Henri in Le Duc d’Albe in Antwerpen, Arnolde in Guillaume Tell in Palermo, Osiride in Mosè in Egitto in Neaples, Alfred in the new production of Die Fledermaus at Berlin Deutsche Oper, Fenton in Falstaff in Montecarlo, Leopold in La Juive in Antwerpen, Rodrigo in La donna del lago, La Traviata and Duca di Mantova in Rigolettoin Marsiglia

November 2017

fonte: www.inartmanagement.com

 

Dalla Pergola al Gran Teatro dell’Avana: là dove il telefono è nato – di Errico Centofanti

 

Dalla Pergola al Gran Teatro dell’Avana:

là dove il telefono è nato

di Errico Centofanti

Correva l’anno 1823. Il potentissimo John Quincy Adams, in quel tempo Segretario di Stato del Presidente James Monroe e di lí a poco egli stesso Presidente degli Stati Uniti d’America, scriveva a uno dei suoi ambasciatori: «Ci sono leggi di gravitazione politica come quelle di gravitazione fisica, e cosí come un frutto staccato dal suo albero dalla forza del vento non può, anche se lo volesse, non cadere al suolo, cosí Cuba, una volta separata dalla Spagna e rotto il vincolo artificiale che la lega a essa, è incapace di autosostenersi e deve necessariamente gravitare verso l’Unione Nordamericana, e solamente verso di essa».

Sebbene quel “frutto” si sarebbe successivamente liberato dal dominio coloniale spagnolo, ma non dall’ostilità economica e politica dei governi di Washington, sta di fatto che appartenevano ancora alla corona di Spagna le banchine portuali dell’Avana dove, il 16 Dicembre del 1835, i piedi di Antonio Meucci tornavano a toccare terra dopo due mesi e mezzo di navigazione.

Ma, chi era Antonio Meucci? Meticoloso scienziato? Geniale tecnologo? Fortunato inventore? Talentoso autodidatta? Infaticabile sperimentatore? Generoso ricercatore? Quanto alle risorse qualitative, le ebbe e le elargí quasi tutte: fu meticoloso geniale talentoso infaticabile generoso, però fortunato proprio no. Quanto al lavoro, negli ottant’anni di sua vita fu di tutto, ma in speciale e decisivo modo, dopo essere stato appassionato studente nelle discipline artistiche e scientifiche all’Accademia di Belle Arti di Firenze, fu superlativo tecnico di palcoscenico, formatosi sotto la guida di Alessandro Lanari, il leggendario impresario ottocentesco del Teatro della Pergola. Un uomo di teatro, insomma, che proprio grazie alla solidità della formazione scientifica e tecnica e all’eccellenza della creatività professionale ebbe modo di scoprire il principio fondante della telefonia, cioè la trasmissibilità a distanza della voce umana per via elettrica.

Sfolgorava una giornata di sublime estate caraibica, mentre Antonio sbarcava dal brigantino Il coccodrillo portando con sé un bagaglio di conclamata reputazione e di ben collaudati ferri del mestiere. Camminava leggero e felice. Leggero, per essersi lasciata alle spalle ogni minaccia d’arresto o di ben peggio da parte della gendarmeria del Granduca di Toscana, a scomputo della militanza nella Carboneria e della partecipazione ai moti pre-risorgimentali del ’31-’33. Felice, per il poter tenere abbracciata teneramente Ester, l’amore della sua vita, sul cui altare aveva sacrificato una volta per tutte ogni residuale voglia degli amorazzi fin lí, e non di rado pericolosamente, frequentati.

Gente di teatro, Antonio e pure Ester, scritturati in qualità di “ingegnere, macchinista, disegnatore scenico” lui e “direttrice della sartoria” lei. Scritturati per cinque anni, non diversamente dagli altri 79 compagni di viaggio – cantanti, orchestrali e il resto dei tecnici – tutti selezionati dall’impresario cubano d’origine catalana don Francisco Marty y Torrens e imbarcati a Livorno assieme a una montagna di attrezzeria scenica. Infatti, don Francisco, meglio noto a Cuba come “Pancho Marty”, intendeva importare per il Teatro Principal dell’Avana, da lui stesso gestito, l’allora massima attrazione mondiale e cioè l’opera italiana.

In realtà, quando Pancho Marty aveva fatto vela verso l’Italia teneva in mente ben altro che scritturare tutto quel costoso ben-di-dio, fatto di squisiti artisti e superlativi tecnici, soltanto per trapiantare il melodramma nel Principal, teatro sí principale per Cuba ma del tutto irrilevante al di fuori dell’isola dove Cristoforo Colombo per la prima volta aveva messo piede sul continente americano. In buona sostanza, l’armata teatrale reclutata in Italia era destinata al Principal solo per aspettare che si potesse traslocarla in una sede di tutt’altro spessore.

Pancho Marty, infatti, stava già attuando l’ambizioso piano concertato con Miguel Tacón y Rosique, nuovo governatore di Cuba insediatosi all’inizio di Giugno del 1834. Si trattava di costruire e far funzionare un nuovo grande teatro, in mezzo ai prati distesi al di là della cinta fortificata della capitale. Un teatro come pochi se n’erano visti nel mondo. Un teatro che avrebbe dovuto costituire un’attrazione irresistibile, in forza dello sfarzo dell’edificio e in virtú del virtuosismo degli spettacoli. Fattori, questi, che agli occhi di tutti avrebbero dovuto vistosamente celebrare la gloria della Casa Imperiale di Spagna, degli ottimati capitalini e dello stesso governatore, ma che ancor piú avrebbero dovuto furtivamente funzionare da traino per l’imponente speculazione edilizia fuori le mura grazie alla quale Tacón e il suo entourage miravano all’accrescimento delle rispettive ricchezze.

Ovviamente, l’intesa tra il governatore e Pancho Marty riguardava pure le modalità di realizzazione, da condurre in perfetto stile da “razza padrona”: il governo coloniale avrebbe messo a disposizione il materiale da costruzione, la mano d’opera, composta da un piccolo esercito di braccianti, galeotti e schiavi, nonché i fondi per tutte le altre spese sotto forma di anticipazione da rimborsare con estrema comodità.

L’avventura transoceanica della coppia Antonio-Ester era cominciata a Firenze, dietro le quinte della Pergola, dove tutti e due si guadagnavano da vivere, s’erano innamorati e avevano poi deciso di sposarsi. Adesso, entrambi lavorano nel Teatro Principal e, trascorsi appena due mesi dall’approdo all’Avana, Antonio, nel Febbraio del 1836, viene convocato da Pancho Marty: «Sentite, señor Meucci, Sua Eccellenza il Governatore ha ricevuto da Madrid l’autorizzazione e oggi io ho firmato il contratto che m’impegna a costruire e condurre el nuevo coliseo en la zona de extramuros. Il teatro ha da funzionare di qui a due anni, in tempo per la temporada de Bailes de Carnaval. Per come dovrà farsi il palcoscenico e per tutte le attrezzature, io mi fido solo di voi, señor Meucci. Avete carta bianca e prenderete ordini solo da me».

Ci vollero quasi sei mesi per disegnare i progetti e allestire il cantiere. Poi, in Agosto, la costruzione ebbe inizio e la magnifica sala da mille e cinquecento posti, una tra le piú grandi del mondo, venne innalzata molto rapidamente, insieme con il mastodontico palcoscenico e tutti gli annessi e connessi, avendo a modello i migliori teatri europei, dal San Carlo alla Scala, dal Real di Madrid al Liceu di Barcellona.

Come stabilito, nel Febbraio del ’38 fu tutto pronto per la stagione dei Balli di Carnevale e il successivo 15 Aprile ci fu la scintillante inaugurazione ufficiale con il disvelamento della lastra mormorea proclamante l’intitolazione “Gran Teatro de Tacón” in onore del “provvido e munifico” Capitan General de la Isla de Cuba.

Da quel momento, il Tacón, pur ospitando anche concerti, conferenze, spettacoli di prosa e di danza, diventa il faro del Centro-America per il melodramma. Nei suoi primi anni sono di casa illustri musicisti, come Lauro Rossi, Luigi Arditi, Giovanni Bottesini, mentre a farla da padroni per il repertorio sono sopra tutto Bellini e Donizetti. Poi, quando entra in ballo Verdi, nei cartelloni si susseguono con ritmo incalzante i debutti che seguono a brevissima distanza quelli europei: nel 1846, Ernani, due anni dopo l’uscita alla Fenice, I lombardi alla prima crociata, tre anni dopo la Scala, e I due Foscari, a due anni dall’Argentina di Roma; nel ’47, Nabucco, cinque anni dopo la Scala; nel ’49, Macbeth, a due anni dalla Pergola. E cosí via.

Per tutti gli anni a venire, finché resteranno a Cuba, Antonio e Ester si occupano di far funzionare gli spettacoli in scena nel Tacón. Inoltre, Antonio è investito del ruolo di direttore generale per tutte le opere di manutenzione straordinaria, restauro e ammodernamento frequentemente necessarie in un teatro cosí grande e di non modeste ambizioni. Tra l’altro, impianterà l’illuminazione a gas in tutto l’immobile, inventerà un rivoluzionario sistema di ventilazione, creerà per le donne la toilette che mai prima era stata allestita in un teatro latino-americano, farà venire dagli States i macchinari con cui rende possibile sollevare e abbassare in pochi secondi il piano di palcoscenico, realizzerà un innovativo complesso di sipari comprendente anche un tagliafuoco.

Competenza, genialità e simpatia fanno di lui un personaggio tanto stimato e benvoluto da trasformarlo in una sorta di icona del Tacón e, il 16 Dicembre del 1844, gli valgono un riconoscimento raro e d’altissima distinzione, assolutamente inaudito in teatro per chi non sia un artista: la “beneficiata”, cioè la serata d’onore il cui incasso va devoluto interamente a beneficio del festeggiato. Ma, in fondo, Antonio a suo modo era anche lui un artista. E, come tutti gli artisti, era uno spirito inquieto, con il cervello continuamente in ebollizione, sempre all’inseguimento di idee inedite, che elaborava e coltivava con l’eleganza dell’artista e concretizzava con lucida razionalità scientifica e tecnica.

Ovviamente, il campo d’azione fondamentale restava il palcoscenico del Tacón, però nei ben attrezzati laboratori di scenotecnica e sartoria fatti costruire da Pancho Marty lí accanto, Antonio si dava da fare su parecchi altri fronti, tutti basati su applicazioni del suo sapere in fatto di chimica e fisica, spesso ricavando non marginali arrotondamenti del reddito.

A un certo punto gli venne in mente d’impegnarsi in esperimenti d’elettroterapia e in breve tempo conquistò tali successi da collezionare un’inesauribile clientela. Fu un giorno verso la fine del 1849 che gli capitò il caso destinato a rivestirlo di fama imperitura ma anche a rovinargli la vita.

Nei laboratori del Tacón stava sottoponendo a applicazioni d’elettroterapia un paziente affetto da mal d’orecchi. Antonio si trovava in una stanza ben distante da quella del paziente. L’uno e l’altro erano collegati mediante cavi di rame alla batteria di grossi accumulatori sistemata in un ambiente intermedio. Accadde che Antonio credesse di percepire, proveniente dal suo terminale di rame, una specie di eco della conversazione in atto con il paziente. Incredulo, chiese al paziente di voler collaborare. Come andò a finire lo racconta lo stesso Antonio, con le parole pronunciate nel corso d’uno dei processi che tanti anni dopo, a New York, avrebbero dovuto soddisfare la sua rivendicazione di paternità nell’invenzione del telefono.

«Presi i due utensili, quello che teneva nella mano l’individuo e il mio, e li foderai con un cartoccio di cartone onde rendere isolata la linguetta dal contatto con la carne; ordinai all’individuo malato che ripetesse l’operazione fatta anteriormente, che non avesse alcun timore di essere piú offeso dall’elettricità e che parlasse pure liberamente dentro al cartoccio. Lui lo fece immediatamente. Lui mise il suo cartoccio alla bocca e io misi il mio all’orecchio. Al momento che il suddetto individuo parlò ricevetti il suono della parola, non distinta, mormorio. Feci ripetere differenti volte nella stessa giornata. Di poi riprovai in differenti giorni e ottenni lo stesso risultato. Da questo momento fu la mia immaginazione e riconobbi che avevo ottenuto la trasmissione della parola umana per mezzo di filo conduttore unito con diverse batterie per produrre l’elettricità, a cui diedi il nome immediatamente di Telegrafo Parlante».

Scoperto il principio e intuite le conseguenti rivoluzionarie potenzialità, Antonio capí che il perfezionamento dell’invenzione e la sua commercializzazione implicavano la disponibilità d’una lunga dedizione a tempo pieno, di cospicue risorse finanziarie e d’un mercato vasto e dinamico ben diverso dall’asfittico affarismo dell’ambiente coloniale. D’altra parte, anche all’Avana l’irrefrenabile fervore libertario di Antonio cominciava a eccitare le spie della polizia, impressionate dalle sue frequentazioni degli indipendentisti cubani e dai suoi invii di finanziamenti all’errabondo Garibaldi. Sarà meglio cambiare aria! Ester condivide e allora i due mollano tutto, rastrellano i loro risparmi, mettono in valigia appunti e disegni riguardanti il Telegrafo Parlante e il 23 Aprile del 1850 salgono sulla nave Norma, che il 1° Maggio li sbarcherà a New York.

Comincia cosí la seconda metà della vita di Antonio. Ma, questa volta alle sue spalle non c’è la Pergola, non c’è il Tacón, non c’è la magia del teatro a dargli slancio. Non avrà fortuna. Andrà tutto storto. Sarà facile preda di raggiri e sfruttamenti. Nonostante un’infinità di intricati procedimenti, il sistema giudiziario non gli consentirà di tutelare l’invenzione che nel frattempo avrà portato a risolutiva efficienza. Ester s’ammalerà e morirà, lasciandolo solo nei suoi ultimi cinque anni, vissuti oscuramente e in povertà. Sarà un altro immigrato, lo scozzese Bell, ad aggiudicarsi il titolo d’inventore del telefono e la conseguente prosperità. Dopo piú d’un secolo, l’11 Giugno 2002, il Parlamento degli Stati Uniti si produrrà in un maldestro tentativo riparatorio affermando, con la “107th United States Congress resolution (HRes 269)”, che «la Camera dei Rappresentanti riconosce le realizzazioni di Antonio Meucci e il suo lavoro nell’invenzione del telefono».

All’Avana, nel frattempo, all’inizio del Novecento, tutti i laboratori di Meucci e gli edifici contigui vengono demoliti per far posto alla costruzione del Centro Gallego, la monumentale e pretenziosissima sede sociale degli immigrati galiziani che ingloberà sala e palcoscenico del Gran Teatro de Tacón. Ci vorrà la Rivoluzione di Fidel Castro e Che Guevara per rovesciare i termini della situazione: a quel punto, gli arroganti saloni galiziani verranno riconvertiti in sale prove e di studio per il Ballet Nacional de Cuba e le altre attività di spettacolo dell’antico Tacón, il quale, con il suo originario palcoscenico e la sua intatta sala principale, ridiventa protagonista del complesso immobiliare che, nel 2016, a conclusione di un radicale ciclo di restauri e ammodernamenti, viene intitolato, in omaggio alla piú grande artista cubana d’ogni tempo, Gran Teatro de La Habana “Alicia Alonso”.

Sarà perché tutto quel che vi accade è pura creazione dello spirito umano, sta di fatto che qualsiasi teatro, prima ancora d’essere un edificio, è uno speciale organismo vivente, caratterizzato da qualcosa di simile a quello strabiliante processo di accrescimento che gli indagatori dei fenomeni naturali chiamano Spira Mirabilis. Cosí, nel corso del tempo, un teatro rimane sempre “quel” teatro: se muta aspetto e dimensioni, giammai muta la propria identità: lui rimane sempre uguale a se stesso.

All’Avana, perciò, il teatro di Meucci è sempre il teatro di Meucci, anche se nel corso di quasi due secoli esso ha cambiato faccia e nome una mezza dozzina di volte, anche se gli ambienti dove Meucci ha dato origine alla telefonia non esistono piú.

Del resto, di Antonio non molto rimane di tangibile: un po’ di memorabilia nella casa-museo di New York e quell’emozionante antenato del telefono da lui creato per la Pergola, cioè il condotto intramurale per la comunicazione a voce attraverso i diciotto metri che separano il piano di palcoscenico dalla sovrastante graticcia usata per la movimentazione degli scenari. Tuttavia, Antonio era di sicuro ben consapevole che dei teatranti nulla rimane: la loro è un’arte sublime ma effimera, che si scrive sull’acqua. È per questa caducità che gli dei amano la gente di teatro e ne salvano le anime nei Campi Elisi, dimora eterna per tutti gli amati dagli dei.

© 2018 by Sipario, il portale dello spettacolo

Didascalie

Foto 1

L’esterno del Gran Teatro dell’Avana come si presenta attualmente dopo la ristrutturazione d’inizio Novecento.

Foto 2

Ricostruzione della planimetria del Gran Teatro dell’Avana qual era nel 1849, con evidenziati gli ambienti in cui Antonio Meucci scoprí il principio fondante della telefonia.

Foto 3

Planimetria dei laboratori annessi al Gran Teatro dell’Avana con l’indicazione schematica di come venne realizzato il primo embrionale collegamento telefonico (disegno autografo di Antonio Meucci allegato agli atti processuali dei tribunali di New York).

Foto 4

Antonio Meucci (Firenze 1808 – New York 1889) fotografato in tarda età.

Foto 5

Foglietto del francobollo commemorativo emesso nel 2003 recante uno dei disegni dimostrativi preparati nel corso delle azioni per il riconoscimento dell’invenzione del telefono.

Foto 6

Firenze, Teatro della Pergola: uno dei terminali dell’antenato del telefono creato da Meucci nel 1834 (si tratta del condotto intramurale per la comunicazione a voce attraverso i diciotto metri che separano il piano di palcoscenico dalla sovrastante graticcia per la movimentazione degli scenari).

I SOLISTI AQUILANI E SOLLIMA A IMOLA

 

 

COMUNICATO STAMPA

Mercoledì 14 marzo alle 21, a Imola, Teatro Ebe Stignani, I Solisti Aquilani e violoncellista Giovanni Sollima, si esibiranno in un concerto che scandaglierà le sonorità dello strumento, per una serata targata Emilia Romagna Festival, per la seconda edizione della stagione invernale. Verranno eseguiti brani di Vivaldi, Donizetti, Bach, Boccherini e dello stesso Sollima. Continua, pertanto, con successo, il sodalizio tra Sollima e i nostri Solisti, che va avanti da alcuni anni e che ha siglato appuntamenti istituzionali prestigiosi, come quello al Quirinale, per la festa della Repubblica e concerti in Italia e all’estero, ospitati dalle maggiori istituzioni musicali. Un sodalizio che testimonia anche la insostituibile posizione conquistata dal complesso abruzzese, nel quadro delle più prestigiose formazioni cameristiche internazionali. 

Giovanni Sollima è riconosciuto unanimemente come un virtuoso del violoncello. Sarebbe addirittura riduttivo definirlo musicista, perché per lui suonare è un verbo limitante: Sollima inventa, comunica, evoca emozioni, compone brani dai ritmi mediterranei, inzuppandoli nella vena melodica italiana o compone brani con ritmi più ficcanti, ritmi che provengono dal barocco o dalla musica metal. Sollima collabora con grandi personalità della musica, da Claudio Abbado e Giuseppe Sinopoli a Philip Glass, Dj Scanner, Patti Smith. Incapace di incasellare la musica in un unico genere, di definirla colta o popolare, Sollima comincia fin da giovanissimo a muoversi in sedi ufficiali e in ambiti alternativi, tenendo concerti di altissimo livello, come solista o in ensemble, sia in luoghi come Carnegie Hall (New York), Wigmore Hall (Londra), Accademia di Santa Cecilia (Roma), sia durante eventi come il Summer Festival di Tokyo, l’Expo a Shangai, la Biennale di Venezia. Per la danza collabora, tra gli altri, con Karole Armitage e Carolyn Carlson; per il teatro con Bob WilsonAlessandro Baricco e Peter Stein; per il cinema con Marco Tullio GiordanaPeter GreenawayJohn Turturro e Lasse Gjertsen. Giovanni Sollima insegna presso l’Accademia di Santa Cecilia a Roma dove è anche accademico effettivo e alla Fondazione Romanini di Brescia. Suona un violoncello Francesco Ruggeri fatto a Cremona nel