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Giornata mondiale del Rifugiato 2017: dalla parte dei rifugiati

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Dalla parte dei rifugiati

 

ROMA – Ogni giorno nel Mediterraneo vengono soccorsi e accompagnati ai porti,  quando non inghiottiti dai flutti, centinaia di migranti in fuga, spesso vittime di trafficanti. Con papa Francesco, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, promossa  dall’ ONU,  vogliamo ripetere che “oggi più che mai dobbiamo stare dalla parte dei rifugiati…donne,  uomini, bambini in fuga da conflitti, violenze e persecuzioni”. Questa “scelta preferenziale” chiede una concreta attenzione a costruire un sistema di accoglienza diffuso, con la responsabilità di tutti, che eviti sprechi e corruzione, che moltiplichi “le opportunità di incontro fraterno e di vera conoscenza reciproca”, come ha detto papa Francesco all’Angelus di ieri, domenica 18 giugno.

Troppi luoghi comuni viziano l’informazione e le conoscenze del mondo dei migranti forzati che arrivano tra noi, nelle nostre città. Come ha ricordato sempre papa Francesco ieri, “l’incontro personale con i rifugiati dissipa paure e ideologie distorte e diventa fattore di crescita di umanità, capace di fare spazio a sentimenti di apertura e alla costruzione di ponti”. Con questi sentimenti, come Fondazione Migrantes, invitiamo a vivere la Giornata mondiale del Rifugiato, che si celebra il 20 giugno, andando a visitare nelle nostre comunità un centro, una realtà di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati: una visita e un incontro personale che allargherà la conoscenza e aiuterà una relazione fraterna.

 

Roma, 19 Giugno 2017

Raffaele Iaria

Fondazione MIGRANTES –

Ufficio Stampa

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00165 Roma

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Mobile 339-2960811

r.iaria @migrantes.it

www.migrantesonline.it

CS_ISBEM. Fuga di cervelli ed emigrazione di 5×1000 sono notizie di rilevanza per il territorio

 

Prisco PISCITELLI a Roma per il Convegno su SALUTE ed AMBIENTE_2016

Formare nuovi RICERCATORI per il Mezzogiorno:

con il 5×1000 i Cittadini possono aiutare i giovani a generare benefici per tutti.

Il caso ISBEM e il Monastero del 3° Millennio di Mesagne

È noto che, annualmente, lo Stato italiano consente ai Cittadini di destinare il 5×1000, preso dalle loro tasse, a 5 categorie: Ricerca Scientifica, Ricerca Sanitaria, Sport, Comuni e ONLUS. I dati dell’Agenzia delle Entrate del 2015 (ultimo anno disponibile) dimostrano che, per la Ricerca Scientifica, l’ISBEM di Mesagne (Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo) è 1° in Puglia, 2° nel Mezzogiorno e fra i primi 30 dell’Italia intera. Preso a sé, tale risultato ci dovrebbe riempire di orgoglio, ma ci sono motivi invece per esser preoccupati: Vedere elenchi del 2015 pubblicati dall’Agenzia delle Entrate.

Infatti, sono tanti i pugliesi (ben 7 su 10) che destinano il loro 5×1000 fuori regione, trasferendo così al Nord un’ingente somma di denaro che, solo per il 2015, ammonta a 24 milioni di €. Se poi si moltiplica tale cifra per il numero di anni in cui esiste il 5×1000 (ben 10 anni), ci si trova di fronte ad un flusso di “soldi pugliesi” che si spiega, verosimilmente, solo con un autolesionismo cronico ed una bassa autostima collettivaTale emorragia di fondi riguarda tutte le regioni del Mezzogiorno che si condannano di fatto a ridurre al lumicino le loro stesse possibilità di usare il 5×1000 per fare innovazione sociale e per generare borse di dottorato di ricerca per i propri giovani.

Relativamente all’ISBEM, il numero di Cittadini che gli hanno destinato il 5×1000 è passato in 10 anni da 800 a 3.500 circa. Con le somme percepite, modeste invero rispetto a quelle potenziali, l’ISBEM ha finanziato protocolli di ricerca e vari Dottorati, grazie al meccanismo dei posti aggiuntivi previsto dalla Legge italiana. Con questo strumento, un/una giovane non solo acquisisce in università un prestigioso titolo post-laurea, ma aumenta anche le proprie competenze, qualificandosi al meglio in settori specifici utili al Pianeta Salute. Questo percorso è virtuoso e può produrre ricerche di qualità, fra cui scrivere lavori scientifici che sono rilevanti sia per la conoscenza che per la Salute di tutti, generando altresì una meritata fama in giro per il mondo. È il caso di Prisco Piscitelli che ha svolto il suo ciclo di Dottorato nell’Unisalento, con le somme destinate ad ISBEM dal 5×1000. Egli ha scritto, con vari Autori italiani e stranieri, l’importante lavoro EPIKIT inerente il cruciale tema della Salute Pubblica e del rapporto Salute-Ambiente:

Hospitalizations in Pediatric and Adult Patients for All Cancer Type in Italy:

The EPIKIT Study under the E.U. COHEIRS Project on Environment and Health.

Int J Environ Res Public Health. May 9, 2017;

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28486413

Intervista al Dott. Prisco Piscitelli sullo studio EPIKIT (16 maggio 2017)

In 18 anni di vita, ISBEM ha ottenuto notevoli risultati ed esplorato varie vie, operando come incubatore di talenti (www.isbem.it/m3m) e reclutando giovani volenterosi di impegnarsi per la SALUTE nel Mezzogiorno, essendo l’alternativa quella di emigrare! Per frenare la fuga dei cervelli, bisogna aumentare i contratti d’ingresso nei laboratori scientifici e il 5×1000 è lo strumento appropriato.

In poco più di 3 lustri, ISBEM ha finanziato circa 60 posti di dottorato di ricerca utili a molti giovani per qualificarsi e lavorare in settori che sono i pilastri del progresso: Istituzioni, Ricerca, Imprese, Cittadinanza attiva, Scuole e mondo della Comunicazione. Alcuni di questi giovani sono rimasti nell’ISBEM e danno il meglio di se stessi per farlo crescere, consolidare e potenziare, pur fra molteplici difficoltà. Viene pertanto da chiedersi: come mai i Cittadini del Mezzogiorno, pugliesi in primis, non destinano il proprio 5×1000 alle istituzioni scientifiche della propria regione? Utilizzare questo denaro di inseminazione per far crescere il territorio, è un saggio gesto di lungimiranza e di fiducia che spingerebbe più giovani verso il Dottorato di Ricerca. Ad esempio, con 10.000 destinazioni si possono istituire 5 nuovi posti di Dottorato! Perché non farlo, sapendo peraltro che quel giovane che emigra può essere il proprio figlio?

MESAGNE, Monastero del Terzo Millennio

Sant’Antonio, 13 Giugno 2017 

Convento dei Cappuccini (1503) a Mesagne_sede operativa dell'ISBEM_Turrisi Convento dei Cappuccini_1503_sede dell'ISBEM, con Tobby_cane ricercatore_scomparso nel 2016

Gioiosa Jonica e quelle foto dei Girovaghi di 50 anni fa, quando “non c’erano soldi ma tanta speranza”. E si sognava. – di Domenico Logozzo

 

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1-Il complesso “melodico-beat” dei GIROVAGHI di Gioiosa Jonica negli Anni Sessanta.

Gioiosa Jonica e quelle foto dei Girovaghi di 50 anni fa, quando “non c’erano soldi ma tanta speranza”. E si sognava.

di Domenico Logozzo *

GIOIOSA JONICA – “Non c’erano soldi ma tanta speranza”, cantava il crotonese Rino Gaetano. Parole che ci sono ritornate alla mente quando una sera in Calabria, a Gioiosa Jonica, l’amico Bruno Pisciuneri ci ha fatto vedere le foto degli Anni Sessanta del complesso musicale dei Girovaghi. Anni in cui c’era un fiorire di idee. Giovani e anche meno giovani che sognavano e sapevano sognare, con la musica che dava una spinta in più per guardare con ottimismo al futuro. “A mano a mano”, nascevano e si moltiplicavano le belle iniziative. A Gioiosa e non solo. Tanti visionari che non si fermavano di fronte alle piccole o grandi difficoltà. L’ottimismo della volontà, carta vincente. Sacrifici e anche soddisfazioni. Belle sfide. Tanto fermento culturale, tanta passione e tanta fiducia. Magia della musica. La tradizione delle bande, lo studio, la nascita di complessi musicali, le applaudite esibizioni. Bravi cantanti e preparati musicisti. E nonostante le mille difficoltà, c’era, sì, una Calabria che sognava, progettava e credeva nella rinascita possibile. Visionari per passione. Purtroppo le cose non sono andate come era logico e giusto che fosse. Un mondo di promesse non mantenute. E le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Soprattutto i giovani del profondo e poverissimo Sud, negli anni del boom economico hanno sognato, sperato e sofferto. La sofferenza più grande è stata provocata dalle grandi e continue delusioni. C’era veramente poco o nulla. Perché allo Stato poco o nulla interessavano le regioni meridionali. Errore gravissimo. Perché non si è capito – allora come oggi – che se il Sud resta indietro, l’Italia non avanza in Europa e non potrà mai essere competitiva nelle grandi sfide mondiali. Quanti parolai. Quante false aspettative sono state messe in scena dai nani della politica sul palcoscenico delle menzogne.

Dare fiducia ai giovani. Ascoltarli, non ignorarli. Il presidente del consiglio Gentiloni, visitando Matera, ha lanciato nuovi messaggi, soprattutto alle imprese, invitandole ad investire nel Mezzogiorno. “Il momento è oggi, non dopodomani, perché ci sono le condizioni giuste, a partire da agevolazioni fiscali mai così vantaggiose. E il Governo farà il massimo affinché sia realtà e non resti solo uno slogan l’intenzione di mettere il Sud al centro della sua agenda”. Centralità del Mezzogiorno. Quante volte l’abbiamo sentito dire! Gentiloni ha riconosciuto gli errori del passato “che hanno fatto cadere per decenni la questione meridionale in un relativo oblio e che quindi non devono essere più riprodotti”. Buone intenzioni. Speriamo che non rimangano tali. Come purtroppo è avvenuto in passato: emigrare per sopravvivere, fuggire dalla miseria. I giovani continuano ad andare via. La disoccupazione intellettuale è molto alta. Cervelli in fuga, le forze migliori sono costrette a partire. Sempre più spesso vanno all’estero. Dove il merito viene riconosciuto e premiato. E così alla povertà economica si aggiunge l’impoverimento intellettuale. Tessuto sociale sempre più debole, sfilacciato, criminalità organizzata sempre più arrogante e soffocante.

Saverio Strati, lo scrittore che ha raccontato e reso universale, attraverso i suoi libri, l’epopea calabrese degli ultimi, morto 3 anni fa a Scandicci (Firenze) a quasi novant’anni, aveva lasciato la sua Sant’Agata del Bianco per trasferirsi in Toscana. Vincitore nel 1977 del Campiello con Il selvaggio di Santa Venere, 40 anni fa affermava durante una conferenza a Torino: “Il Sud ha ormai esportato tutto, anche i suoi uomini, cominciamo a reimportare ciò che abbiamo disperso. Potrebbe essere l’inizio della rinascita. Certo, non è tutto. Occorre anche una nuova moralità, dobbiamo imparare a vergognarci di lasciarci mantenere dal resto dell’Italia. Perché dobbiamo vivere di sovvenzioni, di leggi speciali?” Qualche giorno fa, sempre a Matera, il premier Gentiloni ha detto che “non si deve essere nostalgici della Cassa per il Mezzogiorno” e che c’è bisogno soprattutto di “interventi seri”, in particolare sulle infrastrutture. E successivamente ad Afragola, in provincia di Napoli, inaugurando la nuova stazione Tav, ha sottolineato: “Qui lo Stato garantirà sicurezza e sviluppo, qui il paese rialza la testa orgoglioso delle sue grandi opere. Opere di grande civiltà. Un grande paese è orgoglioso delle sue grandi opere e dobbiamo dirlo ad alta voce. Conquista, passo avanti, eredità che lasciamo al territorio”. Concludendo: “Oggi mettiamo sul tavolo due grandi promesse: il rapporto alta velocità e trasporto locale, dalla Vesuviana alle metropolitane, e il Mezzogiorno, lo sviluppo del Sud passa per le infrastrutture dalla Campania a Puglia, Calabria e Sicilia”. Sviluppo e attenzione per il Mezzogiorno. E’ quello che da decenni la gente del Sud chiede. Ma per troppo tempo non è stata ascoltata. E’ quello in cui credevamo e speravamo oltre mezzo secolo fa noi ragazzi del Meridione. L’augurio è che i ragazzi del Sud del nuovo millennio possano finalmente ritornare a sperare e a sognare e a vedere realizzati i loro sogni. E soprattutto che possano mettere al servizio della loro terra intelligenza e creatività. Per lo sviluppo reale, legato alla specificità del territorio. Che siano loro a fare le scelte più opportune. Non a subirle.

Dicevamo all’inizio delle foto che ci ha fatto vedere l’amico Bruno Pisciuneri, erede dello storico Bar Italia e grande appassionato di musica. Dal ritaglio della Tribuna del Mezzogiorno con il simpatico trio di “armonica a bocca” Pepè LoccisanoBruno PisciuneriTotò Ritorto, al complesso “melodico- beat” dei “Girovaghi”, fino all’impegno nella prestigiosa banda musicale Rossini di Gioiosa Jonica, diretta dal maestro Antonio Ritorto, altro caro amico dei tempi lontani. Con il Maestro Ritorto quando ci incontriamo a Gioiosa rievochiamo i ricordi, i fatti e i personaggi indimenticabili. Tra gioia, commozione e nostalgia. Nelle foto ho rivisto tanti cari amici. Qualcuno purtroppo non c’è più.

Bruno Pisciuneri conserva ancora gelosamente la copia di un contratto di mezzo secolo fa per una serata musicale in occasione dei festeggiamenti patronali in un bel borgo della Locride. Definito il compenso di 70 mila lire e stabilite anche le sanzioni in caso di inadempienze. Cinquemila lire di “trattenuta” per ogni componente che risultava in meno rispetto al numero stabilito. Contratto stipulato l’8 settembre 1967 tra il “Comitato Feste San Sebastiano in Condoianni (Reggio Calabria) ed il signor Giuseppe Loccisano, componente del complesso melodico-beat “Girovaghi” da Gioiosa Jonica (RC)”. Veniva dato l’incarico al complesso musicale “di svolgere un servizio di palco per il giorno 11 ottobre, dalle ore 20 alle 24”. Clausole ben definite: “Il complesso sarà costituito da 5 orchestrali, due cantanti di sesso diverso ed un presentatore della Rai-Tv. Il compenso pattuito è di lire 70.000. Restano a completo carico del comitato: diritti SIAE e tasse erariali”. Notate la specifica “sesso diverso” (non erano molte le donne che in quei tempi si esibivano in pubblico) e il fatto che il presentatore doveva essere della Rai-Tv.

E qui ci viene alla mente il grande Emanuele Giacoia, il volto e la voce della Rai calabrese. Durante una manifestazione pubblica a Gioiosa Jonica, venne sottolineata la sua preziosa e molto apprezzata attività in Rai. Ringraziò e con la simpatia che l’ha sempre contraddistinto disse: “Guardate che io sono veramente della Rai. Spesso sui manifesti c’è chi si spaccia “presentatore della Rai-Tv”. La verità è che queste persone l’unico rapporto che hanno con la Rai-Tv è l’abbonamento alla radio e alla televisione”. E si fece una grande risata, sottolineata da un caloroso applauso del pubblico. In effetti c’erano allora in circolazione tanti millantatori e la diffidenza dei “Comitati feste” era più che giustificata. Tanto che nel contratto con i “Girovaghi” si specificava: “Sarà ritenuta la somma di lire 5.000 per ogni elemento in meno. Gli otto elementi di cui sopra risultano dalla fotografia consegnata al comitato e firmata”. Foto “autenticata”. Niente trucchi e niente inganni. Erano anche questo i meravigliosi e irripetibili Anni Sessanta!

*già Caporedattore TGR Rai

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2-Il presidente del Consiglio Gentiloni ha invitato le imprese ad investire nel Sud.

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3-Lo scrittore calabrese Saverio Strati, vincitore del Campiello, nel 1977: “Il Sud ha oramai esportato tutto, anche i suoi uomini”.

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4- Bruno Pisciuneri, erede dello storico Bar Italia di Gioiosa Jonica, appassionato di musica ha suonato con il complesso I Girovaghi e conserva da 50 anni il contratto di una festa in piazza.

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5- Totò Ritorto, Bruno Pisciuneri e Pepè Loccisano. Tribuna del Mezzogiorno del 1966

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7- Il complesso dei GIROVAGHI di Gioiosa Jonica con il cantante Ubaldo Ritorto, negli Anni Sessanta. 

La legge elettorale

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di Canio Trione

Vice direttore de Il Corriere Nazionale

 

All’indomani di un proprio lungo rituale il PD ha risolto, non senza perdite, le sue questioni interne. L’Italia politica e civile ha atteso pazientemente. Oggi sembra che tutti gli occupanti i Palazzi siano concordi sull’andare a votare subito.

Probabilmente attendere il 2018 per votare, all’indomani di quella che si rivelerà una durissima legge finanziaria, non fa piacere a nessuno degli attuali occupanti della stanza dei bottoni. Anche l’opposizione non vuole perdere il vantaggio che i sondaggi le attribuiscono. Quindi il miracolo bipartisan è compiuto; non abbiamo però una legge elettorale e non si vuole accettare quanto discende dalla sentenza della Consulta. Quindi con un impegno degno di molto migliore causa i nostri politici si affrettano a farne una.E quanto scrive Canio Trione, Vice Direttore de Il Corriere Nazionale. www.corrierenazionale.net

 

È inutile dire che ognuno dei partiti (oggi presenti in Parlamento grazie ad una legge illegittima) lavora per una legge che gli permetta una vittoria; ma noi non entriamo in queste miserie da rubagalline perché riteniamo più che in ogni altro momento fondamentale parlare di contenuti: la via europea (tedesca) alla gestione dell’economia o della società è chiaramente fallita; il rigore che significa rinunzia, ma anche militarizzazione efficientista della organizzazione della società e della economia italiane non solo non corrisponde alle nostre peculiarità ma è sicuramente fuori dalla nostra cultura. Il gioco di identificare questo modo di gestire la politica europea con i Trattati e con l’Europa si è rivelato un suicidio, avendo infatti messo in cattiva luce l’ideale europeo e quindi premiato gli antieuropei. La vittoria in Francia di uno che dovrebbe essere favorevole al mantenimento di questo stato di cose non toglie che la maggioranza dei francesi è contro il sistema dell’Europa germanizzata/militarizzata/organizzata con sistemi da caserma. In questo quadro a tutti noto si inserisce una sostanziale mancanza di idee e proposte alternative a quelle germanocentriche; in più, i media sono molto ben accorti ad evitare che questo stato di cose sia attribuibile ad una persona, uno Stato, un partito. Non siamo in una nazione nella quale qualcuno sostiene di essere il capo e il responsabile di uno stato di cose; qui siamo di fronte al gioco delle tre carte dove il malfunzionamento dei Trattati è da imputare ai Trattati stessi e quindi a suoi firmatari per lo più defunti; né è pensabile una revisione dei Trattati per il semplice fatto che nessuno dei protagonisti dell’Europa attuale vorrà modificarli per un intento comune, ma solo per raggiungere prima e meglio i propri obiettivi. Questo significa che un nuovo Trattato ispirato dall’interesse collettivo e non dalla mediazione di quelli dei vari firmatari non si raggiungerà; quindi le cose non potranno che peggiorare. Inoltre, la conduzione generosa ma autocratica e tecnicista della BCE sta per passare di mano ed il nuovo capo continuerà ad essere tecnicista, ma sicuramente meno generoso. Questa prospettiva nerissima è molto ben presente ai reggitori della politica italiana che quindi spingono per andare a votare presto per essere liberi dal giudizio elettorale per almeno 5 anni.

Sono ben coscienti di questa imminente catastrofe anche i capi di Confindustria e quindi assieme ai conservatori dell’attuale assetto politico (DS, FI,…)  premono per cospicui premi di maggioranza e per grandi alleanze al fine di originare un governo più simile ad una dittatura che ad una democrazia. Dittatura che deve essere servire a contenere e limitare ogni forma di cambiamento. Cioè si ripropone la perversa alleanza tra poteri forti e politici conservatori (PD ma anche altri) che non si esprime con una esplicita forma di autoritarismo ma si cela dietro a formalismi e slogan mediatici vari e quindi sopravvive alle proprie immense inefficienze; la gente viene sistematicamente disinformata e quindi non è in grado di effettuare una scelta elettorale consapevole.

Non essendovi una proposta per il futuro gli esiti possibili sono una guerra civile (come accade ai paesi economicamente più deboli di noi) o una lenta eutanasia: il famoso declino che stiamo vivendo da anni.

Tutto ciò può essere esorcizzato solo nel caso in cui dall’opposizione venga elaborata una via italiana allo sviluppo e quindi ad una diversa Europa che abbia il pregio di sintetizzare in una unica proposta di politica economica gli interessi dei poteri forti e quelli delle moltitudini.

Serve un miracolo e noi italiani alle strette lo abbiamo sempre fatto, lo faremo anche questa volta.

 

Bari, 31.5.17                                  Canio Trione

La Liberazione politicizzata – Alan David Baumann – opinione

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Eva Fischer e Massimo Rendina

Il 25 aprile di ogni anno dovrebbe sancire un evento gaio quale la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista. Negare e non trasmettere il valore della libertà riconquistata dai Partigiani e dalle truppe alleate, sono l’anteprima della ripetizione.

Non sarà così a Roma, dove il corteo dell’Associazione Nazionale dei Partigiani ha invitato alcuni gruppi filo palestinesi figli di quel Gran Muftì di Gerusalemme sorridente con Hitler. Una scelta politica senza significato storico ed in antitesi con i valori succitati. Quella libertà riagguantata risalendo lo Stivale dopo lo sbarco in Sicilia, grazie anche al coraggio degli italiani che si ribellarono alla dittatura, citiamo non a caso Franco Cesana, il più giovane partigiano ucciso a solo 14 anni. Un ragazzo ebreo che lottò per il proprio paese, l’Italia.

Fra le truppe inglesi si distinse la Brigata Palestinese composta da soli soldati ebrei e per questo di seguito chiamata “Brigata Ebraica”, ma non da tutti evidentemente afferrato. Esattamente come la creazione della Orchestra Palestinese – formata interamente da musicisti ebrei costretti a lasciare l’Europa – creata da Toscanini per raccontare al mondo intero cosa stava accadendo per opera del nazismo.

Non scrivo questo articolo soltanto come antifascista, come giornalista, come ebreo. Lo scrivo come figlio e responsabile dell’Archivio di Eva Fischer, socio onorario dell’ANPI, che dopo essere stata rinchiusa in un campo italiano al centro dell’Adriatico, riuscì a giungere a Bologna dove divenne attivista di Giustizia e Libertà. A mia madre il nazifascismo uccise 34 parenti fra i quali il padre.

Sono cresciuto assieme ad importanti figure dell’antifascismo italiano, primo fra tutti Aldo Garosci, che iniziò la sua guerra lottando contro il franchismo nel 1936. Negli anni “recenti” dalla reciproca ammirazione ed amicizia con Massimo Rendina nacque l’idea di donare nel 2006 un significativo quadro di Eva alla “Casa della Memoria” di Roma, dal titolo “Un bambino perduto tu fosti e un nome …”.

Nel 2009 ho avuto il grande piacere di allestire due mostre di Eva ad Alfonsine, dove mi hanno parlato della battaglia del Senio e del valore della Brigata Palestinese. Anche lì l’ANPI diede a Eva una tessera onorifica.

Lasciatemi adesso rammaricare per le politiche pacifinte di alcuni, che forse conoscono poco ma certamente non intendono guardare il mondo per quello che è stato e per quello che rischia di ridiventare. Queste mosse azzardate offendono gli italiani di oggi e del periodo bellico, coloro che hanno lottato per la nostra libertà, nonché i veri cittadini presenti a Roma da molto prima del cristianesimo.

Sarebbe stato più opportuno invitare Pippo e Topolino, visto che il 25 aprile dovrebbe significare la gioia suprema per la libertà riconquistata, da trasmettere ai figli come i nostri genitori lo hanno fatto, loro, combattendo.

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Eva Fischer con la Brigata Palestinese

Alan David Baumann 

 

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Luigi Fiammata – articolo – opinione

Luigi Fiammata

IL SECOLO BREVE, IL MONDO ATTUALE E IL FUTURO DELL’AQUILA

di Luigi Fiammata

L’AQUILA – Il Secolo breve iniziò a finire prima del 1989. Dieci anni prima. Quando l’Unione Sovietica, in un eccesso di follia imperialistica, diede inizio all’invasione dell’Afghanistan. Proprio nel 1989, poi, l’Unione Sovietica completò il suo ritiro dall’Afghanistan. Ma, in quei dieci anni, era successo qualcosa che sta dimostrando di essere in grado di sostituire il conflitto tra Est e Ovest del mondo che caratterizzò il secondo Dopoguerra, insieme ad un processo ambiguo, irrisolto e comunque fondato sulla diseguaglianza, di de-colonizzazione. Gli USA, e i loro alleati, allora puntarono, con aiuti finanziari, militari e logistici, per contrastare l’URSS, su una guerriglia che faceva dell’Islam, il collante ideologico per un disegno che non era solo di liberazione dell’Afghanistan, in realtà, ma di egemonia politica globale. Quella guerriglia, a partire da quel momento, e poi nel 1992, con la dissoluzione statuale dell’ex-URSS, si fece Stato, in Afghanistan, e precisamente Stato Islamico, con il governo dei cosiddetti Talebani. Che, rapidamente, instaurarono un regime dittatoriale teocratico, caratterizzato dalla assenza di ogni libertà civile e da uno stato di permanente e pesantissima sottomissione delle donne.

La mattina del 17 gennaio 1991, prima delle sei del mattino, insieme ad altri della sola CGIL (di una parte della CGIL, per essere precisi), io ero davanti ai cancelli dell’ex-Italtel a fare un presidio e volantinaggio, perché quel giorno vi fosse sciopero. La notte erano scattati i primi bombardamenti che una coalizione di Stati, tra cui l’Italia, guidata dagli USA di Bush senior, effettuò su Bagdad e altri obiettivi in Iraq, a seguito della invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Alcuni si opponevano a quella guerra. La CGIL, ufficialmente, non poté dichiarare lo Sciopero Generale contro la partecipazione dell’Italia a quel conflitto. Io assistetti al Direttivo Nazionale della CGIL in cui Ottaviano Del Turco, all’epoca Segretario Generale Aggiunto della CGIL nazionale, di fatto, minacciò la scissione del Sindacato, se si fosse giunti a proclamare lo Sciopero nazionale in corrispondenza con l’avvio del conflitto. Una parte della CGIL non si rassegnò, e provò a mobilitarsi egualmente in modo articolato sul territorio. Ottenendo un primo successo, il giorno dopo l’apertura del conflitto. In molte fabbriche i Lavoratori fecero effettivamente sciopero: alla ex-Italtel a L’Aquila, ad esempio, lo sciopero fu pressoché totale. Ma, poi, non vi fu un movimento capace di avere un respiro nazionale, e globale, per provare a dare prospettive diverse. Un’idea di Pace giusta per il mondo.

Ricordo invece nitidamente, di quei giorni, la fila delle persone nei supermercati. Si diffuse una sorta di psicosi. Le persone avevano paura che la guerra portasse via il cibo. Dalla televisione, in diretta, tramite la CNN, ciascun cittadino del mondo, poteva sentire, e vedere, i proiettili della contraerea irachena, illuminare la notte. Il pilota italiano, e aquilano, di un aereo da guerra, fu mostrato prigioniero e tumefatto in televisione, a dichiarare il proprio errore, per aver accettato di partecipare a quella guerra. Saddam Hussein, capo di un regime dittatoriale, ma laico, nella morsa di una sproporzione di forze impressionante, non esitò a ricorrere all’appello alla religione comune, l’Islam, nel tentativo di mobilitare in suo favore altri Paesi Arabi, e i popoli di quei Paesi, anche contro le loro classi dirigenti. Restando solo, però. Ma contribuendo a costruire una idea di contrapposizione, tra Islam e Occidente.

E’ in questo volgere di anni che trionfa l’economia di mercato. Ma, soprattutto, che trionfa un’idea finanziaria e monetarista dell’economia di mercato che, privata di un modello globale alternativo, quello della ex-Unione Sovietica, inizia a ritenere del tutto insostenibili anche i costi del compromesso socialdemocratico e dello Stato Sociale. E si globalizza, marginalizzando e abbandonando a sé stessi tanti Paesi ritenuti ormai inutili perché troppo poveri, perché incapaci di generare fatturati interessanti. Il conflitto israelo-palestinese attraversò fasi alterne, di rivolte di massa, di oppressione e di disperazione, con attentati sanguinosi e indiscriminati. L’Occidente, e Israele, delegittimarono in ogni modo Yasser Arafat, leader laico del popolo palestinese, sposato con una cristiana. E, anche in Palestina, passando per forme di mutuo soccorso contro la miseria e la disoccupazione, si affermarono formazioni politico-militari che fanno ancora oggi dell’Islam, il loro collante ideologico principale, a partire da Hamas. Le prime elezioni multipartitiche in Algeria, nel 1991, furono vinte dal Fronte Islamico di Salvezza. I militari algerini, non accettarono il risultato elettorale, e un loro golpe cancellò il voto popolare, dando il via ad una stagione di orrendi massacri di civili. Realizzati da gruppi islamici, ma in un rapporto estremamente ambiguo con i militari al potere. Una situazione simile, sia pure con minori eccessi di violenza, avvenne in Egitto, con i Fratelli Musulmani che, più volte, vennero privati dei loro risultati elettorali e messi anche fuori legge.

L’Islam iniziò a divenire il paravento strumentale, ma anche il collante identitario, che tiene insieme conflitti e soggetti tra loro diversissimi e spesso rivali. In un contesto economico di durissima ristrutturazione capitalistica nel mondo, e negli stessi Stati Occidentali, divenuti nel frattempo, con la caduta del Muro di Berlino, oggetto di flussi migratori, sempre più massicci e caotici, di persone che sognano un futuro diverso per sé e per i propri figli. Prese il via una pesante ridefinizione della divisione internazionale del lavoro, de-localizzando quasi tutte le attività puramente manifatturiere, ma non solo, in paesi con costi del lavoro e diritti sindacali incomparabili con quelli dei lavoratori europei e anche statunitensi. Responsabili della disoccupazione di massa divennero i poveri del Sud-Est asiatico, e dell’Est europeo, e non il capitale multinazionale che aveva deciso di frammentare i processi produttivi e mettere l’accento sulla pura speculazione finanziaria, capace anche di mandare in fallimento interi Stati nazionali, come l’Argentina, o come rischiò l’Italia nel 1992-93. La Cina iniziò ad entrare prepotentemente nel mercato mondiale, con il suo infinito esercito di lavoratori senza costi, avendo, a sua volta, represso nel sangue in piazza Tienanmen, i tentativi di democratizzazione del Paese. L’Italia inizia a conoscere, come fenomeno visibile ed enfatizzato dai media, gli albanesi, i polacchi, i senegalesi, i marocchini, i tunisini, i filippini, i nigeriani…

E iniziano ad esserci, quelli che cominciano a teorizzare un’unità possibile e un comando unico, nel conflitto diffuso, articolato, sparso su tutto il globo, dalla Cecenia all’Indonesia, dal Sudan al Mali, all’India. Alcune correnti del pensiero islamico vogliono, coscientemente, imporre la propria egemonia, innanzi tutto all’interno del mondo islamico. Anche con la violenza. In ciascuno degli Stati in cui l’Islam è presente come orientamento religioso. E in rapporto ambiguo, nascosto e malato, con le élites al potere in molti degli Stati della penisola araba e anche del Corno d’Africa. Questa lotta per l’egemonia, attraversa trasversalmente anche la frattura storica nell’Islam, tra Sciiti e Sunniti. L’Occidente, in questi anni, continua a considerare propri alleati Stati arabi con regimi dittatoriali e teocratici, discriminatori nei confronti delle donne e di tutte le minoranze, e costruisce le proprie opzioni politiche e militari sulla base esclusiva delle sue convenienze (e delle convenienze delle sue imprese multinazionali), soprattutto sul piano energetico. Continuano a restare inapplicate le decisioni dell’ONU sulla Palestina. La democrazia, i diritti civili, in larga parte del mondo continuano ad essere l’eccezione, e non la regola. E quando l’Occidente, ha la possibilità di intervenire militarmente, e salvare, la minoranza musulmana nel conflitto serbo-bosniaco, nel cuore dell’Europa dei primi anni ’90, non lo fa, e non impedisce l’orrenda strage di Srebrenica del 1995, ai danni di migliaia di civili musulmani bosniaci da parte dei cristianissimi soldati di Ratko Mladic.

Questi conflitti, questi rivolgimenti, avvengono sotto l’occhio delle telecamere. In larga parte. In un mondo dove gli spostamenti delle persone sono diventati sempre più facili. Dove le tecnologie informatiche, sempre più iniziano a diffondere globalmente messaggi e dottrine, in modo esponenzialmente più veloce e diffusivo rispetto ad ogni altra esperienza del passato. Le tecnologie dell’informazione iniziano ad essere l’infrastruttura globale necessaria, non solo ad una economia che travalica ogni confine statuale, ed anzi confligge con gli stati, imponendo loro sempre più pesanti limitazioni del potere, ma anche il veicolo con il quale, da una caverna dell’Afghanistan, l’ex alleato degli USA contro l’ex-Unione Sovietica, Osama Bin-Laden, lancia i suoi proclami di Guerra Santa contro il Satana occidentale. Incontrando orecchie attentissime ovunque. E’ in questo magma di contraddizioni irrisolte, di errori, di sottovalutazioni, di furbizie, di cinismo ipocrita, di strumentalizzazioni continue; è in questo mondo di oppressioni e di sfruttamento, di polarizzazione della ricchezza e di diffusione della povertà, dove grandi multinazionali private posseggono quasi tutte le sementi per la coltivazione, determinano le politiche energetiche e le guerre degli stati: è qui che si apre il grande inganno della seconda guerra del Golfo, dopo il trauma degli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Una operazione militare costruita scientificamente sulla base di informazioni false, contro un nemico debole e indifendibile anche sotto ogni profilo (il facile capro espiatorio Saddam Hussein), determinata prevalentemente da ragioni di carattere geopolitico e di interesse sul petrolio iracheno, che produce la disgregazione dell’entità statuale dell’Iraq, artificialmente creata dopo la Prima Guerra Mondiale e posta allora sotto protettorato inglese, liberando schegge di conflitto in tutto il mondo. E un terrorismo che, ancora oggi, uccide centinaia di migliaia di civili iracheni.

Il tempo che intercorre tra l’invasione dell’Afghanistan, da parte dell’ex-Unione Sovietica, e l’invasione dell’Iraq, a caccia di fantomatiche armi di distruzioni di massa (1979-2003) è il brodo di coltura in cui fermenta una nuova specie di conflitto. Probabilmente destinata a caratterizzare un tempo lungo del nostro futuro. Il conflitto armato che oppone soggetti privati transnazionali ad entità statuali. E’ una tipologia di conflitto sostanzialmente nuova nella storia umana. Che pure ha conosciuto movimenti di liberazione, o guerre civili, o colpi di stato, o forme varie di terrorismo, anche da parte della criminalità organizzata. E’ una “privatizzazione” del conflitto, come disse profeticamente Hobsbawm alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo. Potremmo dire, visti anche gli ultimi avvenimenti sul suolo europeo, una “individualizzazione” del conflitto. Che appare essere addirittura fine a sé stesso, senza i tradizionali legami con ideologie e gruppi di riferimento, che appaiono sullo sfondo, costituendo una sorta di holding della rivendicazione, più che una struttura logistico-militare capace di ispirare, ed appoggiare, le azioni compiute in un disegno bellico organico e coerente.

Siamo noi, colpiti nei nostri Paesi, mentre nei Paesi del Medio Oriente, in prevalenza, la maggioranza assoluta delle vittime (il cui numero assoluto è incomparabilmente superiore alle vittime “occidentali”) professa la religione musulmana, a cercare e immaginare di comprendere una strategia complessiva. Dando a queste azioni, il crisma di una pianificazione di attacco al “modo di vita occidentale”, ai suoi diritti, alle sue libertà. Siamo noi che abbiamo “bisogno”, per spiegare tanta inumanità, di collocare gli assassinii collettivi che avvengono in Europa e nel mondo, contro obiettivi “occidentali”, in una cornice che provi a darne conto razionalmente. La disgregazione degli Stati di Siria (ultimo avamposto di riferimento della Russia nello scacchiere del Medio-Oriente, anche per questo abbattuto), ed Iraq, e poi della Libia; l’ambiguo comportamento della Turchia, in funzione anti-curda, e degli stati arabi del Golfo, da sempre “alleati” dell’Occidente e finanziatori di fondamentalismo islamista, ha prodotto un nuovo modo della guerra. Un tentativo di nuova unità statuale, il cosiddetto Califfato, che dichiara guerra in ogni direzione. E che trova ascolto in Europa, prevalentemente, da parte di figli dell’Immigrazione.

Nell’era dei social network, della economia di mercato globalizzata e finanziarizzata; nel permanere di una gravissima crisi economica globale iniziata nel 2008, che genera ovunque disoccupazione, marginalizzazione e polarizzazione della ricchezza, diseguaglianze diffuse, la violenza armata non è più neanche conflitto, ma distruzione e auto-distruzione disperata, folle, irredimibile, senza mediazioni possibili. Assume quasi i contorni di uno scontro globale che gli adoratori della morte portano nelle nostre città, e, soprattutto, in interi territori, dall’Iraq, alla Siria, alla Libia, alla Somalia, alla Nigeria. La vera posta in gioco, su un piano politico-culturale, prima che si apra la prospettiva di una guerra totale e globale, è quella di impedire che si saldino due fronti contrapposti: noi contro loro, e loro contro noi. Che è un obiettivo presente in entrambe i fronti “in formazione”. I confini, tra “noi” e “loro”, sono in realtà labilissimi. Mentre chi lucidamente punta allo scontro vorrebbe fossero semplici e nitidi, confini di “razza” e di religione.

All’interno dei paesi europei, ma anche negli USA, forze molto potenti cercano di compiere un’operazione culturale estremamente pericolosa. Quella dell’identificazione tra immigrazione e terrorismo. E, ad accrescere la pericolosità di questa operazione culturale, sociale prima ancora che politica, è la coincidenza, fisica persino, tra chi stabilisce questa equazione folle e quelli che sono i principali responsabili dell’attuale disastro economico globalizzato: liberisti selvaggi, ortodossi custodi dei pareggi di bilancio e di politiche monetarie restrittive, cultori della diseguaglianza spacciata per meritocrazia. Saccheggiatori delle risorse energetiche, privatizzatori convinti. Sono loro che ci condurranno sull’orlo del baratro dell’annientamento totale, per mascherare il fallimento delle loro false promesse di un mercato che, da solo, sarebbe capace di diffondere il benessere, annientando gli Stati e l’intervento pubblico nell’economia, depredando e distruggendo i Beni Comuni, a partire dall’Ambiente. L’Europa, la parte migliore e più generosa delle sue popolazioni, dopo la distruzione del Secondo Conflitto Mondiale, ha costruito società aperte, solidali, per quanto possibile. Oggi pesantemente sotto scacco dall’ortodossia economica che peggiora le condizioni materiali dei suoi cittadini. Una società aperta non è, e non può essere, strutturalmente, del tutto difendibile da attacchi indiscriminati. Dobbiamo saperlo. Purtroppo. Ne abbiamo testimonianza dolorosamente frequente in questi tempi. A meno di non mutare la propria natura, in una società militarizzata.

Chi, in questi giorni di dolore e disorientamento, evoca l’esempio di Israele, come quello di una società “democratica” che, quotidianamente, affronta i costi umani ed economici per tentare di avere una sicurezza reale per i propri cittadini, omette, in modo scandalosamente colpevole, di ricordare che tra i prezzi che quella società paga, per questo obiettivo, c’è il prezzo dell’apartheid verso il popolo palestinese e il prezzo dell’essere una potenza nucleare che costruisce muri, per separare, e porta via terre ed acqua. Senza avviare alcun processo di Pace concreto. La militarizzazione della società, ha un prezzo: quello della Libertà. Io penso che l’Europa non debba chiedere a sé stessa di somigliare ad Israele, o agli USA vagheggiati da Donald Trump, in cui ognuno possa liberamente armarsi e immaginare di poter separare il proprio destino da quello del resto del mondo. Mi permetto di scrivere queste righe, sapendo di correre il rischio della presunzione, perché credo che sia necessario, oggi più che mai, ragionare. Articolare, distinguere. Ascoltare. E combattere. Combattere contro chi, per pura scena mediatica, per semplificazione strumentale, per creare un clima favorevole a provvedimenti restrittivi della Libertà, per un consenso elettorale miserabile, continua a dire che “siamo in guerra”.

Abbiamo memoria, di cosa fu, la Seconda Guerra Mondiale? L’orrenda contabilità di morti, feriti, deportati; delle distruzioni? Nonostante il dolore, e anche la rabbia, noi non siamo in guerra. Noi siamo dentro uno scontro globale, che non ha confini riconoscibili, che vuole, come obiettivo, sostituire la paura alla ragione. Che vuole creare le condizioni per una separazione tra culture e persone, armandole le une contro le altre, in un ciclo di risentimento infinito, in cui ci si perda dietro la ricerca delle colpe mentre ci si continua ad uccidere. Io non posso permettermi di dire di avere ricette capaci di risolvere problemi che, probabilmente, segneranno il mondo nei prossimi anni. Però, mentre ogni azione di contrasto possibile al terrorismo va posta in essere, io credo si debba anche intervenire per togliere ogni alimento alle macchine di morte.

Occorre intervenire sui flussi finanziari. E su una globalizzazione della finanza che ha prodotto e produce solo danni. Occorre liberalizzare gli stupefacenti che sono un formidabile elemento di finanziamento del terrorismo e del malaffare. Occorre una politica energetica che superi la dipendenza dal petrolio. Occorre una ridefinizione delle relazioni internazionali che metta al centro i principi della reciprocità nei diritti e nelle tutele. E isoli dittature e teocrazie. Occorre creare uno Stato Palestinese, e anche uno Stato Curdo. Occorre una politica che smetta di depredare le risorse dei Paesi poveri e li metta realmente in condizione di dare un futuro ai propri cittadini. A partire dall’istruzione e dalla parità tra uomini e donne. Occorre una politica che governi i flussi migratori, anche in nome di un riconoscimento vero dei valori che informano la vita civile dei Paesi di accoglienza. In Europa, e nei cosiddetti Paesi occidentali, le politiche devono virare nel segno dell’Eguaglianza. Io penso che sia ora, in questo tempo, che ancora possiamo dare una possibilità alla Pace e alla Giustizia. E sconfiggere, anche con i nostri comportamenti quotidiani, gli adoratori della morte e i fomentatori vili dell’oppressione e della diseguaglianza.

Infine, credo sia giusto porsi la questione anche, in questo quadro, di cosa un Ente Locale come il Comune dell’Aquila possa concretamente compiere, in funzione di un’idea di convivenza, di integrazione, di scambio, tra culture diverse. Occorre innanzitutto riconoscere che esistono, dei conflitti. Nella mia esperienza di lavoro, io mi sono sentito dire, da un muratore macedone, che bisognava impedire l’afflusso di nuovi migranti dall’Africa, perché ruberebbero il lavoro, che già è scarso. Il potenziale conflitto sul lavoro si disarticola solo se le regole del lavoro vengono fatte applicare ovunque. Se non si permette, negli appalti, nell’assenza di controlli, il lavoro nero, strozzando al massimo ribasso le soglie d’accesso; se, per quanto possibile, la competizione tra imprese, si sposta sul piano della qualità e non su quello dei costi. E’ inammissibile che nei cantieri della ricostruzione il personale che lavora sia, nella sua quasi totalità, inquadrato come “manovale”. Attraverso questa strada si sfrutta illecitamente il lavoro delle persone, dequalificando le professionalità. Si tengono bassi illecitamente i costi, aumentando i margini di profitto e costruendo conflitti tra le persone, che possono divenire anche conflitti tra etnie. Così vale anche per la pratica diffusa, e ricattatoria, cui deve sottostare chi è più debole. E che, per questo, diventa concorrenza sleale verso chi appaia più garantito, delle buste paga da lavoratori part-time, che invece lavorano a tempo pieno, con una parte del salario, erogata in nero, o con la pratica di buste paga firmate per importi, che, invece vengono versati in contanti, in forma ridotta, rispetto a quanto dichiarato.

Il Comune dovrebbe promuovere, in collaborazione con altri Enti ed Istituzioni, campagne di controllo delle regole del lavoro, anche negli orari diversi dei locali aperti la sera: l’applicazione eguale di regole nel lavoro, è uno degli elementi che previene il conflitto tra persone, ed etnie. L’Educazione è il terreno privilegiato della integrazione e dello scambio culturale. In ogni ordine e grado delle Scuole, dai Nidi e fino alle Superiori, il Comune potrebbe promuovere programmi specifici di conoscenza reciproca, anche sul piano culinario, ad esempio. Puntando, in particolare, sull’educazione delle donne e delle bambine, sullo sport. E’ sulla libertà delle donne, delle migranti, in particolare, che si gioca il processo di integrazione e di dialogo tra culture. Ed è qui, che andrebbero predisposti specifici programmi educativi, e di confronto. Senza rinunciare alle nostre leggi, cui tutti e tutte devono conformarsi. E neppure alle nostre tradizioni, anche, che possono essere messe a confronto con le tradizioni di altre culture. E, come per il lavoro, il Comune dovrebbe promuovere piani di intervento e di controllo, sul piano fiscale, per tutte quelle prestazioni di carattere sociale che possono essere erogate. La certezza della parità di diritti, e di doveri, è uno degli strumenti che previene il crearsi dei conflitti. Così come il Comune deve impedire il formarsi di enclaves abitative a caratterizzazione etnica. Ma deve anzi promuovere la mescolanza delle persone e la convivenza pacifica, e l’uso di spazi comuni, soprattutto per i bambini e per i loro giochi.

Ad Avezzano, luogo di fortissima immigrazione, ho visto persone di religione islamica, recarsi in angoli nascosti della città, e trovare lì un cartone sul quale inginocchiarsi, e una bottiglia d’acqua, per lavarsi simbolicamente le mani. E, per strada, pregare rivolti in direzione della Mecca. L’isolamento produce conflitto. La degradazione nel praticare un culto, produce risentimento. Chiusura. E’ necessario immaginare un luogo di culto islamico a L’Aquila. Sottoposto alla nostra legislazione civile. E che possa favorire apertura. Il dialogo interreligioso.

Nessuno distrugge, quel che impara ad amare.

2 giugno 2016, l’Italia festeggia i settant’anni della Repubblica

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Il 2 giugno di quest’anno si celebrerà un anniversario particolare, i 70 anni della Repubblica Italiana. Infatti nel 2 giugno 1946 il popolo italiano scelse, attraverso un referendum, di costituire la propria base politica sotto forma di repubblica e non più di monarchia.

Di dott. Silvio Majorino Collaboratore di ricerca R.U.O. Research Unit One

Gli elettori italiani il 2 giugno 1946 scelsero di essere governati non più da un re ma da un gruppo di persone direttamente votate da loro, una scelta storica che cambiò drasticamente il volto del paese.

Il 2 giugno infatti la storia dell’Italia si trovò ad un punto di svolta sotto vari punti di vista. Per la prima volta gli aventi diritto al voto furono 28 milioni, perché per la prima volta il voto fu a suffragio universale maschile e femminile. Questo aspetto è da considerare fondamentale perché il 2 giugno ha significato anche un riconoscimento concreto del valore di tutte le donne italiane, che avevano sofferto e in alcuni casi si erano esposte in prima persona per combattere il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il voto del referendum fu poi lo specchio della profonda spaccatura tra Nord e Sud, che ancora dopo settant’anni rimane molto visibile. I risultati elettorali furono infatti molto contrastati: 54,3% a favore della repubblica e 45,7 % a favore della monarchia. Ed è noto che i repubblicani avessero votato quasi tutti a Nord mentre i monarchici quasi tutti al Sud. Diverse visioni, diversi modi di concepire lo Stato che sono però tutte confluite verso la forma repubblicana e verso una forma più solida e significativa di democrazia.

La definitiva scomparsa della monarchia fu confermata da un altro avvenimento significativo: il 9 maggio del 1946 re Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto II di Savoia, che rimase regnante solo per un mese lasciando il paese il 13 giugno per andare a vivere in esilio in Portogallo. Il Consiglio dei Ministri lo aveva appena dichiarato decaduto.

Inoltre il 2 giugno non dovrebbe venire ricordato esclusivamente per questo referendum, di certo l’avvenimento più importante, ma anche per la contemporanea elezione dell’Assemblea Costituente. Quest’ultima è stata la prima vera istituzione repubblicana della storia italiana: sono i membri di questa assemblea che hanno eletto il primo presidente della Repubblica Italiana (Enrico De Nicola), ed è da questa Istituzione che è nata la base legislativa, morale, sociale e politica della nostra nazione: la Costituzione appunto, entrata in vigore due anni più tardi.

Questi settant’anni quindi devono essere i festeggiamenti di tante vittorie e di tante conquiste del nostro paese, che da quel giorno si ritrovò più unito e più forte, pronto a riprendersi dalle condizioni disastrose in cui si trovava alla fine della guerra.

Da quel momento le donne ebbero riconosciuto il loro diritto al voto, venne cancellata la monarchia e si cominciò quel processo politico e democratico che porterà di lì a poco alla nascita della Costituzione.

Se ben si riflette e’ stata la base di partenza per l’assetto attuale dell’Italia quale paese europeo.

Dopo tutti questi anni spesso ci si dimentica cos’è stato per tutti noi il 2 giugno 1946, perché alcuni valori ci sembrano scontati o perché dimentichiamo da dove eravamo partiti.

Questa importante ricorrenza deve servire per far capire a tutti che se l’Italia è rimasta unita e democratica fino ad oggi, nonostante i periodi bui e i continui attacchi alla democrazia, lo dobbiamo a quel 2 giugno 1946 nascita della Repubblica Italiana.

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dott. Silvio Majorino

La pesca illegale in Argentina e in Sicilia ( Dott.ssa Rosalinda Armenio)

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La pesca illegale rappresenta un fenomeno largamente diffuso a livello internazionale. L’abuso indiscriminato che viene attuato dai pescherecci di tutto il mondo comporta gravi conseguenze per l’ecosistema marino. Allo stesso tempo tale abuso pone delle difficoltà serie e concrete per i pescatori stessi.

Di Dott.ssa Rosalinda Armenio Research Assistant of R.U.O. Research Unit One www.ruo.it

I pescatori che con difficoltà portano avanti il proprio mestiere alla ricerca di risorse ittiche, oggi scarse, sono al contempo tenuti al rispetto di norme la cui violazione comporta sistemi sanzionatori molto rigidi. In Argentina il soggetto responsabile della corretta applicazione della legislazione della pesca è il Sottosegretario della Pesca e dell’Acquacoltura nell’ambito del Ministero Agroindustriale, responsabile per lo sviluppo sostenibile del settore. Nel paese vige un sistema di imposizioni di penalità (multe), diritto di recesso e altri pagamenti per le violazioni della legislazione sulla pesca. In termini di controllo vige un sistema di monitoraggio satellitare e i dati sulle attività di pesca (catture in primo luogo) sono raccolte su appositi rapporti mensili ad opera della Direzione Nazionale della Pianificazione della Pesca – Dirección Nacional de Planificación Pesquera (Coordnación del Gestion del Pesquerĺas y Dirección de Economĺa Pesquera). Nel paese vige anche un sistema di delimitazione di zone di accesso, delimitando aree di influenza nazionale e di influenza esterna. Lo scorso marzo 2016 un episodio ha scosso l’opinione pubblica internazionale. Si tè trattato del caso di inseguimento e affondamento da parte della Guardia Costiera Argentina di un peschereccio di bandiera cinese accusato di pesca illegale nelle acque argentine. Già nel 2012 le autorità del paese aveva catturato due navi con bandiera cinese con l’accusa di avere praticato pesca illegale di calamari nella propria zona economica esclusiva.

In Sicilia il fenomeno della pesca illegale è molto avvertito , data l’importanza del settore quale conseguenza naturale anche della sua posizione storicamente strategica. Sebbene a livello nazionale si possa rilevare una generica carenza dei sistemi di controllo delle autorità nazionali supportate da autorità europee, le coste siciliane e tutto il bacino Mediterraneo sono costantemente battute da navi ispettive della Guardia Costiera – tra gennaio e febbraio del corrente anno sono stati eseguiti 200 controlli nella sola Sicilia Orientale. L’Italia ha recepito i regolamenti europei disciplinanti la lotta alla pesca illegale non regolamentata e non riportata – IUU fishing. Il bacino Mediterraneo vanta una varietà e una ricchezza di specie non indifferente; allo stesso tempo estendendosi tra le coste europee e le coste africane, negli anni ha subito un indiscriminato abuso delle risorse da parte di pescherecci battenti bandiere di Stati Membri europei e non solo. Ciò comporta serie difficoltà nei rapporti anche con i Paesi Terzi e tra questi stessi paesi e le istituzioni europee che richiedono un rigore molto severo sul rispetto della normativa. Altrettanto severo e penalmente orientato è il sistema sanzionatorio nei confronti chi vive di tale mestiere che prevede anche un sistema a punti che può portare anche al ritiro definitivo della licenza di pesca. Le attività di controllo sono coordinate dal MIPAAF – Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali – Direzione generale della Pesca Marittima e dell’Acquacoltura. Essa, per l’espletamento di tali attività di controllo sul regolare svolgimento della pesca marittima, si avvale del Corpo della capitaneria di porto, quale Centro di Controllo Nazionale della Pesca.

Tutto ciò fa comprendere quanto tale tema richieda oggi un’attenzione sempre maggiore e una gestione volta alla sostenibilità delle attività, nel rispetto dei mari e di tutti coloro che vivono delle risorse che il mare offre.

La pesca ilegal en Argentina y en Sicilia

La pesca ilegal representa un fenómeno muy difundido a nivel internacional. El abuso indiscriminado de los buques pesqueros de todo el mundo provoca consecuencias graves para el ecosistema marino. Al mismo tiempo este abuso pone dificultades concretas para los pescadores mismos.

Por Rosalinda Armenio, Research Assistant en R.U.O. Research Unit One www.ruo.it

Los pescadores que con dificultad llevan a cabo su proprio trabajo buscando recursos pesqueros, hoy escasos, deben respetar también reglas cuya violación implica sistemas de sanciones muy rígidos. En Argentina el sujeto responsable de la correcta implementación de la legislación pesquera es el Subsecretario de la Pesca y Acuicultura del Ministerio Agroindustria, responsable del desarrollo sostenible del sector. En el país hay un sistema de imposición de sanciones (multas), derecho de desestimiento y otras multas por violaciones de la legislación pesquera. Por el lado del control hay un sistema de monitoreo por satélite, y los datos de las actividades pesqueras (captura especialmente) están recogidas en informes mensuales hechos por la Dirección Nacional de Planificación Pesquera (Coordinación de la Gestión de las Pesquerías y Dirección de Economía Pesquera). En el país hay también un sistema de delimitación de zonas de acceso, creando áreas de influencia nacional y de influencia exterior. En marzo 2016 un episodio interesó la opinión publica mundial. Se trató de la persecución y del hundimiento de un buque pesquero chino por la Prefectura Naval Argentina, acusado de pesca ilegal en aguas argentinas. Ya en 2012 las autoridades del país capturaron dos barcos con bandera china acusadas de haber practicado pesca ilegal de calamares en su propia Zona Económica Exclusiva.

En Sicilia el fenómeno de la pesca ilegal preocupa enormemente: el sector es fundamental gracias a su posición estratégica. Aunque a nivel nacional se pueda detectar una falta genérica de sistemas de control de las autoritades nacionales apoyadas por las autoridades europeas, las costas sicilianas y toda la cuenca del Mediterráneo están siempre controladas por barcos de la Guardia Costera. De hecho, entre Enero y Febrero de este año han sido realizados 200 controles únicamente en Sicilia Oriental.

Italia ha acogido los reglamentos europeos que regulan la lucha a la pesca ilegal, no reglamentada y no declarada – IUU fishing. La cuenca del Mediterráneo cuenta con una increíble variedad y riqueza de especies; al mismo tiempo, extendiéndose entre las costas europeas y aquellas africanas, con el paso de los años ha sufrido un abuso indiscriminado de los recursos por los buques pesqueros de otros estados europeos y extraeuropeos.

Esto implica serias dificultades en las relaciones con terceros países y entre estos y las instituciones europeas que requieren mucho rigor sobre el respeto de la normativa. En la misma manera el sistema de sanciones contra los que viven de este trabajo es muy severo y penalmente orientado, y está previsto también un sistema con puntos que puede conducir al secuestro definitivo de la licencia de pesca. Las actividades de control están coordinadas por el MIPAAF – Ministerio de las Políticas Agrícolas, Alimentarias y Forestales – Dirección General de Pesca Marítima y Acuicultura. Que, para la realización de estas actividades de control en el buen funcionamiento de la pesca marítima, está apoyada por el Cuerpo de la Capitanería de Puerto, como Centro de Control Nacional de la Pesca.

Todo esto hace comprender cuánto este tema requiere una atención siempre más grande y una gestión directa a la sostenibilidad de las actividades, en el respeto de los mares de todos los que viven de los recursos que el mar ofrece.

Il siciliano: nel mondo, una “lingua”; in Italia, un “dialetto”… (Fonso Genchi)

Fonso Genchi

Fonso Genchi

Esistono vari documenti dai cui testi si può evincere, direttamente o indirettamente, che il siciliano è da classificare nella categoria delle “lingue” (in particolare delle “lingue regionali”) e non in quella dei “dialetti”. Però tutti questi documenti non sono italiani ma stranieri o internazionali.

Infatti in Italia vige la pessima – a nostro modesto parere – abitudine di usare un criterio politico e di chiamare “lingue”, tra quegli idiomi attualmente parlati all’interno dei suoi confini, soltanto quelle ufficiali, cioè quegli idiomi riconosciuti politicamente dallo Stato. E’ per questo motivo che mai troveremo in alcun documento ufficiale – sia esso un testo legislativo o altro – né dello Stato italiano né della Regione siciliana, la denominazione “lingua siciliana” ma sempre e comunque quella di “dialetto siciliano”, non essendo il siciliano un idioma riconosciuto politicamente. Questa che abbiamo chiamato “abitudine” ma che, in realtà, è una forzatura politica, porta a situazioni a volte davvero buffe, se non addirittura grottesche. E’ il caso, per esempio, della legge regionale siciliana n°85 dal titolo “Provvedimenti intesi a favorire lo studio del dialetto siciliano e delle lingue delle minoranze etniche nelle scuole dell’Isola”: il siciliano, idioma che viene parlato in tutta la Sicilia ed anche fuori di essa, che ha una sua propria tradizione letteraria secolare mai interrotta, che risulta essere stato il primo tra i “volgari” di “sì” ad essere usato come lingua poetica, sarebbe, dunque, un “dialetto” (dialetto di quale lingua?!?); invece, facendo soltanto un esempio, tra quegli idiomi delle minoranze etniche a cui si riferisce tale legge regionale, l’arbërëshe, cioè un antico dialetto del tosco, il quale – a sua volta – è un dialetto (ossia una corruzione) della lingua albanese, sarebbe una lingua… (per carità: oggi, emigrato più di 5 secoli fa e modificatosi in Sicilia, lo è certamente).

La cosa più triste è che, in Italia, anche la maggior parte dell’ambiente accademico linguistico usa la definizione politica di lingua – seppur un po’ mascherata da riferimenti sociolinguistici – a dimostrazione,  se ce ne fosse bisogno, che la cultura accademica nel “Bel Paese” è legata a doppio filo al potere politico. Tutto ciò crea confusione e induce in errori; e, in effetti, ad esempio, molte persone in Italia – ragionando inconsapevolmente secondo criteri linguistici (dialetto = corruzione di una lingua ufficiale o, comunque, “principale”) e non politici – sentendo dire che il siciliano è un dialetto, pensano di conseguenza che il siciliano sia un dialetto dell’Italiano.

Uscendo fuori dall’Italia cambia tutto. Il documento ufficiale interstatale più importante in cui si definisce cosa è una “lingua regionale” e, indirettamente, cosa invece è un dialetto, è il Trattato Europeo chiamato “European Charter for Regional or Minority Languages”. In esso si può leggere testualmente:
Articolo 1 – Definizioni
Ai sensi della presente Carta:
a) per «lingue regionali o minoritarie» si intendono le lingue:
i) usate tradizionalmente sul territorio di uno Stato dai cittadini di detto Stato che formano un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione dello Stato; e
ii) diverse dalla(e) lingua(e) ufficiale(i) di detto Stato;
questa espressione non include né i dialetti della(e) lingua(e) ufficiale(i) dello Stato né le lingue dei migranti;

Un altro documento ufficiale importante (addirittura internazionale) è l’elenco dei codici ISO 639-3 che vengono assegnati solo alle lingue (e non ai dialetti). Il codice ISO è un codice di 3 lettere che identifica brevemente una lingua (Inglese: eng; Italiano: ita; ecc. ecc.). Tali codici vengono assegnati dall’Organizzazione Internazionale per la Normazione (International Organization for Standardization, abbreviata, appunto, in “ISO”) che ha sede a Ginevra e che è la più importante organizzazione a livello mondiale per la definizione di norme tecniche, i cui membri sono gli organismi nazionali di standardizzazione di 162 Paesi del mondo, tra cui l’Italia. Ebbene, nella lista codici ISO 639-3 assegnati alle lingue – ripetiamo: esclusivamente alle lingue e non ai dialetti – è presente il siciliano il cui codice è: scn.

Per stabilire a quali idiomi assegnare un codice, l’ISO si affida ai migliori linguisti del mondo, quelli del SIL International.

Siccome non esistono, per nessun idioma, altri tipi di documenti ufficiali specifici in cui si attesti se esso sia una lingua o un dialetto, nella Wikipedia in Italiano, in Inglese e nelle principali lingue del mondo, si è utilizzato come criterio per denominare un idioma “lingua”, proprio quello della sua presenza nella lista dei codici ISO 639-3: gli idiomi a cui è stato assegnato un codice ISO sono definiti “lingue”, quelli a cui non è stato assegnato alcun codice ISO sono, invece, definiti dialetti o parlate. Dunque, per esempio, se si va nella Wikipedia italiana si potrà trovare una voce “Lingua siciliana”, se si va nella Wikipedia inglese si troverà la voce “sicilian language” ma mai si troverà una voce “Lingua calabrese” o “calabrian language”; infatti, se si prova a digitare nella casella di ricerca “Lingua calabrese” (o “calabrian language” per la Wikipedia in Inglese), si verrà reindirizzati alla pagina “dialetti calabresi” (o “languages of Calabria”).

Per terminare, tra quelli che erroneamente in Italia vengono definiti “dialetti”, non c’è soltanto il siciliano; infatti anche altre lingue regionali o minoritarie parlate in alcune parti d’Italia hanno il loro codice ISO 639-3 e sono universalmente riconosciute come “lingue” (meno che in Italia…).

Fonso Genchi