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LORO 1 E LORO 2

 

 

LORO 1 E LORO 2: FRA CRONACA E FANTASIA

Emanuela Medoro

In programmazione i due film di Paolo Sorrentino, Loro 1 e Loro 2, protagonisti in ambedue Toni Servillo e Elena Sofia Ricci. Non entro nel merito della scelta di dividere la narrazione in due parti, ma mi permetto di dire che bastava abbreviare alcune scene descrittive per fare un solo film. Da decenni viviamo il protagonismo di Silvio Berlusconi nella vita italiana, prima imprenditore del settore immobiliare, poi proprietario di televisioni private, dal 1994 più volte presidente del consiglio dei ministri. Il regista Paolo Sorrentino rielabora questi fatti di cronaca noti a tutti come un percorso esistenziale, con geniale fantasia di immagini e parole.

In Loro 1, prima parte, c’è un notevole prolungarsi delle scene di sesso, che contribuiscono a costruire il filo conduttore del film, dove due uomini si impegnano in competizione fra di loro a reclutare donne da offrire al consumatore finale. Per gli appassionati fan di S. Berlusconi ricordo che si trattava di un articolato sistema di sfruttamento delle donne, ben diverso e da non confondere con avventurette di poco conto, del genere di quelle del fimminaro Mimì di Andrea Camilleri.

In Loro 2 insieme ad immagini di sicura bellezza di ambienti sia interni che esterni, emergono i geniali monologhi e dialoghi del protagonista, imprenditore, ma soprattutto venditore, il più bravo di tutti. Quasi ipnotizzante la telefonata/monologo in cui lui cerca di vendere un appartamento di Milano 2 a una donna sola, che si sente misteriosamente raggiunta e messa in imbarazzo da uno sconosciuto che sembra sapere tutto di lei.

Questi film, centrati sulla bellezza che è un valore estetico piuttosto che politico, lasciano perplessi, confusi, ammirati per le straordinarie immagini e i geniali dialoghi. Ricordo che nelle mie note su un altro film di P. Sorrentino “La grande bellezza” notai quanto fosse triste la bellezza della nobiltà da lui descritta. Da notare che anche in ambedue i film Loro si avverte un sottofondo di tristezza che emerge di tanto in tanto in feste affollate, divertimenti di persone che sniffano polvere bianca, dialoghi e monologhi della vita privata del protagonista.

Però la politica c’è, si trova nella puntuale enunciazione dei vari reati commessi dal genio della comunicazione, elencati dalla moglie Veronica Lario quando, dopo tanti anni di convivenza, finalmente liberatasi dalla dipendenza dal suo fascino accecante, chiede il divorzio: favoreggiamento della prostituzione, evasione fiscale, leggi ad personam. Lui ha una risposta per tutto, tranne che per l’ultima affermazione di lei relativa all’origine della sua fortuna, un lascito del padre di 130 miliardi di lire di indubbia provenienza. E qui lui abbassa gli occhi in silenzio.

Sottolineo la scena conclusiva del terremoto dell’Aquila, avvenuto nel 2009 durante un periodo di presidenza di S. Berlusconi. Il rombo assordante, profondo, lo sconquasso di tutte le cose, il dolore della fila di tende e dei mucchi di rovine mi hanno fatto rivivere quei momenti. Queste scene esplicitano un contrasto violento, duro, sorprendente con la bellezza calma e opulenta degli ambienti in cui vive il protagonista, significativa sintesi di tutte le difficoltà del vivere quotidiano dei comuni mortali.

Scena finale: un Cristo morto faticosamente recuperato dai Vigili del fuoco dalle macerie di una chiesa, disteso su un mucchio di rovine. Simbolo e metafora dell’Italia post Berlusconi. Le cronache di oggi ci fanno sapere che questo genio della comunicazione è stato riabilitato da un tribunale di Milano; riabilitato non significa assolto, la condanna per evasione fiscale resta. Sufficiente però per scendere di nuovo in campo. Prepariamoci ad altre avventure, sempre che sia immortale, e a vedere un Loro 3.

medoro.e@gmail.com

13 maggio 2018.

Governo neutro solo fino a dicembre, poi alle urne di Adriano Cario

Governo neutro solo fino a dicembre, poi alle urne.
Noi siamo comunque pronti anche a luglio

Dopo due lunghi messi di -non-intese, la situazione politica italiana si trova completamente bloccata. Nessuno dei giornalisti e analisti politici è riuscito a sintetizzarla meglio di Mattarella: …”Sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica che una legislatura si conclude senza essere neanche avviata. Scelgano i partiti, in Parlamento, tra queste soluzioni alternative. Un governo neutrale ma pienamente in carica fino al fine anno o nuove elezioni subito”.

La situazione è anche molto particolare per noi parlamentari eletti all’estero, dato che affrontare due campagne elettorali in appena 3 mesi sarebbe una difficoltà inimmaginabile dallo sforzo economico e organizzativo. Sebbene la possibilità di andare nuovamente al voto quest’anno era imprevedibile, noi siamo sempre pronti.

Per quanto riguarda la nostra esperienza, non sono d’accordo con i governi tecnici. Soprattutto a noi, italiani all’estero, questi tecnici ci vedono come un costo, più come uno spreco da risparmiare che come una risorsa. Il governo Monti è ancora vicino e non abbiamo il miglior ricordo.

In questo caso, tuttavia, credo che i partiti e i parlamentari abbiamo una responsabilità aldilà delle nostre posizioni politiche. Non significa che sono disposto a sostenere un governo tecnico o neutro indefinitamente. Vuol dire che sono consapevole dei rischi che corre il paese senza un governo, con tutte le problematiche e i compromessi che ci sono con l’Europa in materia politica, sociale ed economica questo anno. Dopo questo sì, andiamo alle urne.

Nelle scorse settimane, mentre le consultazioni ancora portavano una luce di speranza, io ero particularmente disposto ad appoggiare un governo d’intesa, come ho sottolineato in tutte le occasioni, ma non a qualunque prezzo. Se l’alternativa era portare all’esecutivo partiti e candidati decisamente rimproverati dagli italiani nelle elezioni, meglio andare al voto. Sia il PD o FI, secondo me, non meritavano far parte di un esecutivo.

Tra questa settimana, dopo la votazione di fiducia al governo neutro proposto da Mattarella in pochi giorni, tornerò finalmente in Argentina. Voglio rincontrarmi con tutta la gente che ha lavorato nella campagna elettorale per conformare un gruppo ancora più grande. Sono sicuro, in qualsiasi momento avvengano le elezioni, di migliorare ancora i nostri risultati del 4 marzo.

 

 

Terra bruciata

 

 

TERRA BRUCIATA, UN FILM PER RICORDARE

Emanuela Medoro

Attualmente in programmazione “Terra Bruciata”, un film documentario di Luca Gianfrancesco, con Antonio Pennarella, Paola Lavini, Mino Sferra, Arturo Sepe, Lucianna De Falco che narra e commenta fatti avvenuti nella provincia di Caserta subito dopo l’armistizio del settembre 1943, nell’ottobre e novembre di quell’anno. Presente alla prima l’ambasciatore di Germania Signora Susanne Rainer.

Il film si compone di una parte filmata che compare all’inizio e alla fine per narrare i fatti di Conca di Campania. Questa parte fiction racchiude come una cornice testimonianze di sopravvissuti, storici, studiosi e ricercatori. In essa si vede la vita di una famiglia durante l’occupazione, i genitori e una bambina che da grande racconterà episodi della sua infanzia. Una famiglia come tante altre del paese, tutti sbigottiti, terrorizzati e ammutoliti da questa presenza estranea e invadente, attenti a salvarsi, non ancora possibile la resistenza armata. Due personaggi veri, due attori dai volti assai espressivi. Frequenti i primi piani, quello della madre, che somiglia ad Anna Magnani, e del padre, volti dalle espressioni intense, penetranti, commoventi. Il padre, uscito per cogliere un po’ di acqua alla fonte, preso insieme ad altri uomini del paese non fece più ritorno a casa.

Attraverso numerose testimonianze veniamo a conoscenza di fatti atroci compiuti dall’esercito tedesco nel casertano, a Conca di Campania, Tora, Piccilli e Riardo: fu una serie crescente di rastrellamenti, esecuzioni sommarie, razzie di cibo e bestiame, distruzione e incendi di strade e ponti e di tutto quello che poteva essere utile agli alleati che risalivano la penisola. Da notare che la esecuzione dei diciannove civili che conclude il film fu preceduta dalla lettura di una specie di sentenza di condanna a morte, in modo da dare una parvenza di legalità a gesti disumani, mostruosi. Inerme del tutto la popolazione. In breve, la campagna del casertano nell’autunno del 1943 fu il momento in cui i tedeschi misero a punto i metodi per punire gli italiani traditori, dopo l’armistizio con gli alleati. “Finalmente gli italiani incominciano a liberarsi del loro vero nemico, i nazi”, disse allora il Presidente Roosevelt.

Il film-documentario si conclude con una cerimonia svoltasi in un paese dell’alta Campania nel 2016, quando l’Ambasciatore di Germania in Italia, in ricordo delle stragi naziste, fa un discorso di riconciliazione con la popolazione, prima in italiano e poi in tedesco. Le scene finali del film, quella della fucilazione della popolazione civile e quella della riconciliazione, mi hanno fatto un’impressione profonda. Nella zona intorno all’Aquila, infatti, nei paesi di Onna e Filetto ci furono fucilazioni di gruppi di civili nel giugno 1944. Il sisma del 2009, poi, distrusse la parte più antica dell’abitato di Onna, causando gravissime perdite. Subito dopo arrivarono i tedeschi a offrire il loro aiuto alla popolazione colpita dal sisma in segno di riconciliazione dopo le stragi naziste.

medoro.e@gmail.com , 26 aprile 2018.

Duilio Chilante

 

 

L’ARTE DIS-VELATA DI DUILIO CHILANTE

Emanuela Medoro

Osservo a lungo nel silenzio la mostra dell’opera di Duilio Chilante “L’Arte dis-velata”, a palazzo Fibbioni. La mostra consiste in una serie di quadri a olio su tela o su tavola e alcuni disegni a matita o a inchiostro. Nel catalogo, tanti ricordi di amici e immagini della città a partire dagli anni ’70, anni in cui D. Chilante iniziò a dipingere, mentre portava avanti l’attività professionale nel campo della comunicazione d’impresa e dell’editoria come grafico e direttore artistico. “… Un pezzo di vita è racchiuso all’interno di queste cornici…semplicemente una storia in pittura dove vengono sfiorate tantissime note…”

Noto fra i ricordi il vivace brano Il Pallone e la Farfalla, di Vincenzo Battista, docente di Storia dell’Arte, che fonde in una sintesi brillante il gioco del calcio nel campo sportivo dei salesiani con l’esercizio della pittura, in un alternarsi di parole e immagini che ci fanno conoscere gli anni della formazione giovanile di D. Chilante. “… era arrivato Duilio, lo aspettavamo, in quello spazio- cemento mitologico, per noi, per Duilio, la sua tavolozza dei colori…”

Ne “L’Arte disvelata” D. Chilante narra il suo percorso creativo di artista e stimola chi guarda a descriverlo e disvelarlo. D. Chilante pittore nasce figurativo, tocca il ritratto, e termina con immagini ricche di immaginazione e di colore costruite su geometrie da interpretare e, possibilmente, capire. Per i necessari riferimenti alla storia dell’arte, espliciti come nel caso del ritratto “Omaggio a Velasquez” o impliciti, rimando alle note introduttive del catalogo.

Vedo paesaggi di fantasia, il mare in tempesta dove al colore scuro e minaccioso delle onde si accompagna quello luminoso dorato del cielo; un paesaggio di terra, in cui lo spazio infinito della natura di terra e di acqua, delimitato e scandito da tre alberi, è unificato dalla luce del cielo, anche questa dorata come quella del mare in tempesta. Il colore dorato insieme all’azzurro diventa poi protagonista in “Tramonto”, e diventa anche il colore della terra in “Visioni prospettiche” in cui appaiono in primo piano figure umane, appena abbozzate nell’atteggiamento faticoso del lavoro. Presenti anche soggetti a carattere religioso, con un “Cristo coronato di spine” e un “Trittico Sacro”.

Oltre questo punto, il percorso di Duilio entra in una dimensione in cui i soggetti rappresentati diventano sempre più fantasia e colore, come “Campo di grano sul Tirino”, “Cerchio magico”. Noto la ricorrente miscela del verde con il blu, bellissima in “Trasparenze” e “Sogno in tecnicolor”, facilmente comprensibile in “Forme scomposte”, un po’ meno in “Finestra americana”, in cui una cornice verde e blu racchiude forme geometriche, due di esse in rosso scuro.

Vorrei concludere questa breve descrizione di Duilio Chilante artista della pittura con miei ricordi personali del suo lavoro di grafico ed editore. A suo tempo si occupò della composizione e stampa di due libretti miei, uno scritto per i vent’anni di presenza delle Suore della Dottrina Cristiana nella missione in Africa, e uno per i quadri a gessetto e a olio dipinti da mia madre Flora Fabrizi durane il suo periodo di insegnamento a Ovindoli, quasi un secolo fa, ormai. In ambedue i casi notai una sentita partecipazione di Duilio alla composizione e stampa dei miei lavori, che senz’altro ne valorizzò il contenuto. Per questo gli devo un sentito grazie.

medoro.e@gmail.com

L’Aquila 16 aprile, 2018.

NOVE ANNI DOPO di Emanuela Medoro

 

NOVE ANNI DOPO
Emanuela Medoro
Nove anni dopo il bicchiere è mezzo pieno, si vede nei servizi fotografici dei media nazionali, e lo confermo con la mia esperienza personale. Salendo da Porta Napoli verso la Fontana Luminosa i fabbricati del lato destro sono tutti rimessi a posto, non così quelli a sinistra, i portici sono ancora fermi alla messa in sicurezza dell’immediato dopo sisma. Nei pochi metri in cui ambedue i lati sono a posto si respira aria di normalità, negozi e studi professionali in piena attività, gente in movimento.
Ma troppi fabbricati restaurati e rimessi a nuovo sono purtroppo ancora vuoti. La scena offerta da palazzi secolari dall’aspetto oggi nuovissimo, contigui a cantieri con le gru in movimento, è invero singolare anche per chi ne ha esperienza quotidiana. Si ha l’impressione di uno spazio cittadino in divenire, incompiuto, direi informe, dove tutto deve ancora succedere in un futuro dalle dimensioni ignote. Ricordo che un politico in auge all’epoca del sisma, dopo avere sorvolato la città subito dopo il catastrofico evento, disse che per rifarla ci sarebbero voluti almeno trent’anni. Se dopo nove anni la metà è rimessa a nuovo, possiamo essere ottimisti sui tempi a venire.
Sorgono attività nuove negli spazi lasciati vuoti da commercianti che o sono andati in pensione o si sono definitivamente trasferiti nei tanti locali sorti in periferia, con il vantaggio certo di ampi e sicuri spazi di parcheggio che dilatano lo spazio della città a dimensioni del tutto imprevedibili prima del sisma. Fra le novità dell’antico centro storico spiccano bar, pub, pizzerie, enoteche, bistrot e ristoranti, aperti a tutte le ore. Da notare che anche a L’Aquila i cuochi oggi si chiamano chef, e appare evidente un generale miglioramento dei servizi di ristorazione, trainato dalla presenza di Niko Romito, il geniale chef pluristellato Michelin, che originò il suo percorso professionale in zona Castel di Sangro, provincia dell’Aquila.
Parlando del dopo-sisma a L’Aquila, segnalo con molto piacere, un libro che ho scoperto per una bella recensione di Donatella di Pietrantonio: Gli Ottanta di Campo-rammaglia, di Valerio Valentini.
Giovanissimo, ancora nei suoi vent’anni V. Valentini ha pubblicato con la casa editrice Laterza un resoconto del sisma e degli eventi successivi che hanno avuto luogo a Campo-rammaglia, nome finora mai sentito di una frazione della zona di Sassa, a pochi chilometri dell’Aquila. La narrazione intreccia il presente e il passato. L’improvviso sconquasso delle mura e del gruppo che le abitava da secoli, la disagiata sopravvivenza sotto le tende e la forzata convivenza fra famiglie sfollate si fondono con i ricordi degli anni della formazione culturale del protagonista, vissuti tra tradizioni paesane, feste del patrono, vita di circolo, e licei di città. Il narratore rivolge all’intreccio dei rapporti degli abitanti del paese uno sguardo arguto, sempre positivo e affettuosamente partecipe; narra, rielabora e commenta con una brillante proprietà di linguaggio, che mescola in modo sapiente la lingua nazionale al dialetto. Devo a questo libro qualche sorriso, suscitato nel ritrovare frasi dialettali aquilane, usatissime e colorite, consegnate alla solidità e durata di un libro pubblicato da una casa editrice a diffusione nazionale.
L’Aquila, 7 aprile 2018
medoro.e@gmail.com.

Articolo di riflessione politica

 

 

PER UNA DEMOCRAZIA DEI VALORI

Una riflessione sempre…attuale

 

di Giuseppe Lalli

L’AQUILA – In uno scritto del 1986 l’allora cardinale Joseph Ratzinger, alla domanda “Che cosa minaccia oggi la democrazia?” rispondeva, con profetica lucidità: “C’è innanzitutto la incapacità di fare amicizia con l’imperfezione delle cose umane: il desiderio di assoluto nella storia è il nemico del bene che è nella storia”. Il professor Ratzinger intendeva mettere in guardia rispetto alla tendenza a quell’utopia secondo la quale il passato sarebbe da considerare “una storia di non libertà […] e che finalmente ora, o tra poco, si potrà o si dovrà costituire la società giusta”. Voleva altresì ricordare che “né la fede né la ragione sono in grado di prometterci un mondo perfetto”.

Da queste premesse consegue che il futuro della democrazia pluralistica che abbiamo conosciuto nel mondo che chiamiamo “occidentale” e l’esito dell’impegno finalizzato alla promozione umana e sociale, molto dipenderanno da una coraggiosa riappropriazione dell’idea di imperfezione delle cose umane, e dal non considerare acquisiti una volta per tutte i valori di libertà e giustizia che sono alla base della democrazia liberale. Per il futuro occorrerà giudicare la moralità dei programmi politici alla luce di queste verità, che una visione disincantata della storia ci mostra.

Ad uno sguardo non superficiale non può sfuggire che i pericoli testè denunciati non si scongiurano semplicemente agendo sul terreno della politica in senso stretto. Molto dipenderà da qualcosa che viene prima della politica, la quale recepisce ciò che “sguazza” nella società. E’ illusorio e fondamentalmente irrazionale pensare che le patologie sociali che si manifestano nella politica si curino con la sola politica. E’ sul terreno culturale, cioè dei valori morali, che bisogna lavorare a fabbricare la medicina. C’è bisogno che la politica recuperi una piena coscienza di valori e di limiti, altrimenti, in questo nostro villaggio globale, la democrazia pluralistica, che non è da considerare un traguardo acquisito una volta per tutte, rischierà di apparire una scatola vuota, pronta ad essere sacrificata sull’altare della competitività economica.

La democrazia liberale è il miglior sistema di rappresentanza politica, ma necessita perennemente di un supplemento d’anima, che non sempre c’è. Siamo tutti ogni giorno sballottati tra un sentimento e l’altro, tra una mezza informazione e una disinformazione, a tutti i livelli. Ci appare estremamente arduo distinguere il grano dal loglio: la cattiva informazione si diffonde a macchia l’olio, e la buona politica, anche quando c’è, pare non godere di buona stampa. Le cronache recenti della politica, italiana e non solo, ci disegnano un quadro in cui le esigenze della propaganda sembrano prevalere sul bisogno di un sano realismo, e quelle della demagogia su quelle di una educazione civica e di una pedagogia di fondo che sempre dovrebbero presiedere al gioco democratico.

La prima cosa da fare, da parte di ogni persona di buona volontà, è quella di adottare un atteggiamento che equivale anche ad una misura di igiene mentale: attuare una continua opera di discernimento, giudicare i protagonisti della scena pubblica e i fatti di rilevanza politica e sociale per come sono realmente e per gli effetti ragionevolmente prevedibili sulla base di una coscienza formata ed informata, combattendo la tendenza a giudicare “per partito preso”. La seconda cosa consiste nell’impegno a porre in essere delle buone regole d’ingaggio e di condotta, dei meccanismi interni ai partiti e alle istituzioni pubbliche e private – non esclusi i mezzi di comunicazione di massa – che possano fungere da camera di decompressione delle passioni, e che facilitino il riconoscimento di meriti, competenze e credibilità degli attori politici. Bisognerà poi pensare ad integrare la rappresentanza politica con istanze sociali immediatamente riconoscibili, secondo metodi e forme tutte da studiare.

Alla luce della lezione del presente, c’è poi da avere coscienza del fatto che, quale che sarà la direzione che i governanti sceglieranno volta per volta nel “guidare la macchina”, sia cioè che si sceglierà la via neo-liberista, sia che ci si orienterà verso la neo-socialdemocrazia, sempre si dovranno adottare adeguate misure di protezione sociale per tutti quei cittadini che la vita o la contingenza economica avrà svantaggiato. Compiti, questi indicati, di non facile realizzazione. Bisogna tuttavia provarci. Non è sufficiente invocare organismi sovranazionali, che rischiano di apparire più un ostacolo che una risorsa. L’esito delle recenti elezioni, a mio modesto parere, denuncia, tra l’altro, la mancanza di queste garanzie preventive. E’ attorno a queste esigenze pre-politiche che si dovrebbe provare a costruire una nuova élite culturale che si impegnasse a creare le premesse per una riformulazione delle regole della convivenza sociale prima ancora di quelle delle istituzioni politiche. Sono infatti in gioco l’avvenire della società e della stessa democrazia liberale.

Peccato d’orgoglio e damnatio memoriae: le compositrici ritrovate di Enza Maria D’Angelo

 

Se per tanto tempo la storia della musica ha fatto silenzio sulle donne che si sono dedicate alla musica, ha fatto un torto ad oltre 600 compositrici, oggi dimenticate se non addirittura di cui si è volutamente negata l’esistenza stessa. Dettagli insignificanti?
Nella cultura medievale i trovatori itineranti, uomini o donne che fossero, potevano suonare liberamente nelle corti. Tra questi solo alcune donne seppero distinguersi. Nella musica medievale troviamo delle musiciste, ma sempre accanto a figure maschili che ne permisero la visibilità: Eleonora d’Aquitania, regina di Francia e poi d’Inghilterra, mecenate dei trovatori; Beatrix contessa di Dia e moglie di Guglielmo di Poitiers, forse la più alta tra le voci femminili della scuola trabadorica; Tibors de Sarenom, sorella di Raimbaut d’Orange e Maria de Ventadorn, moglie del trovatore Bernard; Hildegarde von Bingen, cosmologa, drammaturga, linguista, botanica e filosofa.
Tra Cinquecento e Seicento le musiciste erano semplicemente identificate come figlie, mogli o sorelle di uomini illustri. Parliamo di donne come Isabella Leonarda, “la Musa Novarese”; come lei anche Francesca Caccini, “la Cecchina”, è accolta nella corte medicea grazie alla notorietà di suo padre, Giulio, divenendo un’apprezzata musicista barocca.
A partire dal ‘600 le donne di buona famiglia rivelavano nella capacità di suonare la loro educazione raffinata, come “signore della musica”, non esattamente come musiciste. È il caso di Barbara Strozzi, che si esibiva con successo nei salotti nobiliari.
L’occasione di acquistare notorietà arriva per le musiciste con l’affermarsi del melodramma nel Seicento. Le donne che si conquistavano una notorietà erano però in antitesi con la morale comune, perché troppo distanti dall’ideale femminile. Un posto a parte occupa la compositrice francese Elisabeth-Claude Jacquet de la Guerre, la più importante musicista del Seicento.
Ma bisognerà aspettare il Settecento perché possano arrivare alla pubblicazione le composizioni di ben ventitré musiciste italiane.
All’inizio dell’Ottocento una donna, Maria Rosa Coccia, potrà definirsi propriamente “musicista”. Lei resta comunque senza occupazione nell’ambito musicale, perché le leggi vigenti vietavano alle donne di esercitare la professione nelle chiese e nei teatri di Roma.
Rimane da chiedersi se la damnatio memoriae sia un destino riservato alle donne o una conseguenza della presenza di un padre, un fratello o un marito talmente luminoso da relegare all’ombra la donna. Il pensiero va immediatamente a Nannerl Mozart, che riscuoteva lo stesso successo del fratello come enfant prodige nelle corti europee, ma interruppe presto la sua attività musicale; Fanny Mendelsshon, che pubblicò opere a suo nome, mentre si esibiva spesso eseguendo il repertorio del fratello; Clara Schumann, straordinaria pianista e compositrice talentuosa, nonché insegnante innovativa, che promuoveva insieme a Brahms la musica del marito.
Finalmente nel Novecento le donne cominceranno ad ambire ad un ruolo da protagonista, ed è il caso anche di musiciste  palermitane come  le  sorelle  Maria Giacchino Cusenza e Livia Giacchino Paunita, o anche Barbara Giuranna. Ma solo tra  gli anniOttanta e Novanta de Novecento le artiste si imporranno incontestabilmente e definitivamente negli scenari musicali, e saranno le star della musica conosciute in tutto il mondo. Finalmente le donne si affermano nel mondo musicale, non più come caso straordinario ma ordinario. Possiamo oggi citare compositrici come Amy Beach e Rebecca Clarke, o Nadia Boulanger e Sofia Guibaudolina, il soprano Maria Callas, la pianista Martha Argerich o la violinista Anne-Sophie-Mutter e la prima direttrice d’orchestra alla Scala, Susanna Malkki, per cui dobbiamo aspettare fino al 2011!
La conquista della cultura odierna è aver dato alle donne la possibilità di ricoprire determinati ruoli, senza che ci sia più necessità di porsi questioni sulla differenza di genere e su una presunta superiorità maschile in quanto a valore artistico.
Ormai è chiaro che la genialità non è una questione di genere!

Film di attualità

 

 

 

FILO NASCOST0 CON SORPRESA

Emanuela Medoro

Il Filo Nascosto, un film diretto da Paul Thomas Anderson attualmente in programmazione, riserva alle spettatrici e agli spettatori il piacere di vedere l’ambiente e il processo di confezione di abiti di grande lusso. Il protagonista del film, ambientato in Inghilterra negli anni ’50, è Reynolds Woodcock, interpretato da Daniel Day-Lewis, formidabile attore dal volto e dallo sguardo mutevoli e dal corpo agile e longilineo. I suoi capolavori, ideati sulla carta con matita a carboncino, nascono su tavoli da lavoro da mani espertissime e veloci, provati su manichini, confezionati ed infine poggiati dalle sue mani dal magico tocco sulla fortunata persona acquirente. Anche se priva di linea perfetta, sicuramente dotata di ingentissimo patrimonio personale.

Che tipo di uomo è questo genio dell’alta moda? Assolutamente concentrato sul suo lavoro, per una vocazione totale. Legato da ricordi e presenze alla sua famiglia d’origine, fin da ragazzo si dedicò alla creazione e confezione di abiti fastosi ed eleganti. Vive circondato e ubbidito da donne che operano in funzione dei suoi umori e dei suoi capricci. Scapolo per vocazione, ammette qualche compagna nel suo privato, finché un giorno in un bar ordina una pantagruelica colazione all’inglese ad una cameriera, Alma, che gli sorride. Taglia 40 per un metro e settanta, viso dai lineamenti perfetti, sorriso lieve, riservata e misteriosa, diventa il suo manichino vivente, e musa ispiratrice.

Fra i due, un filo segreto di complicità e amicizia. Lei si innamora di lui, vuole l’uomo, non solo l’attenzione dell’artista. Falliti i più ovvi tentativi di seduzione, questa dea dell’alta moda va a spasso per i boschi, in cerca di funghi. Sorpresa! Coglie il fungo giallo con le lamelle, tossico, e ne fa una polvere che mette nel tè, e lui lo beve. Ripresosi dall’inevitabile malessere di febbre e allucinazioni, il genio Reynolds cede alle aspirazioni di lei.

Francamente il cedimento mi ha sorpresa perché mi aspettavo da lui una reazione razionale e severa. L’uso di un allucinogeno potenzialmente mortale per sedurre un uomo mi è sembrata un’azione azzardata, streghigna e malefica, una macchia nel mondo del sogno della bellezza, eco di un medioevo buio e anacronistico stile streghe di Macbeth se riferito alla cultura inglese, stile fatture e fattucchiere nella nostra cultura. Questo elemento arcaico sul momento mi ha fatto ridere come troppo estraneo all’ambiente e all’epoca. Ripensandoci lo vedo solo come una pensata originale e assai discutibile. Da notare infine che in questo film sono assenti del tutto scene di amore e passione, forse in quegli anni a Londra era ancora viva la morale vittoriana.

     medoro.e@gmail.com L’Aquila, 1 marzo 2018.

IL MIO PUNTO DI VISTA: LA FAMIGLIA”NATURALE”NON ESISTE di Cinzia Rossi

LA FAMIGLIA “NATURALE” NON ESISTE 

La famiglia “innaturale” come sfida per un nuovo modello educativo

di Cinzia Rossi

In questo scritto riassumo in breve, con l’intenzione di esprimere anche il mio pensiero in merito, parte del primo capitolo del libro di Vittorino Andreoli L’educazione (Im)-possibile – Orientarsi in una società senza padri”, ed. Mondadori, 2014. Tale mia esigenza nasce dalla volontà di dare un contributo a chi si trova, come me, ad affrontare il tema dell’educazione dei figli, non volendo però ripercorrere lo schema dei propri genitori. E’ un libro che mi ha dato serenità e una qualche certezza.

 

L’educazione mancata. L’educazione imperativa: quando educare significa sottomettere.

Questo capitolo prende in considerazione il significato della parola educare e la storia dell’educazione. Che è, in definitiva, la storia del potere: di chi e come lo esercita, e/o lo ha esercitato, anche all’interno della “famiglia”. Se partiamo dal presupposto, incontestabile, che noi facciamo parte del regno animale, quindi della Natura, dobbiamo accettare, di contro, che il  termine “ famiglia naturale”, utilizzato per indicare la triade padre, madre e figlio, sia inesatta,  altrimenti dovremmo ritenere innaturale  anche l’organizzazione sociale degli orsi, degli elefanti ed anche di numerosi insetti, (che vivono in gruppo).

Il termine genitore è molto più antico rispetto a quello di padre e madre. Si comprende bene il concetto: il genitore, dal latino genitor, è colui che dà la vita. Mentre i termini padre e madre, nascono da una necessità patrimoniale: pater=patrimonio / mater = dovere di essere legata. Circa diecimila anni fa si affermò il ruolo educativo del padre, a seguito di un grande cambiamento: all’agricoltura e alla caccia si aggiunse la pastorizia. Fu dall’osservazione della vita animale che l’uomo comprese l’importanza del suo ruolo nella riproduzione umana e che non poteva essere uno spirito divino, o della natura, a “possedere” la donna e a far nascere una nuova vita.

Se prima di questa scoperta i figli erano del villaggio, in quanto la fecondazione era un mistero della natura, dopo ha cercato in tutti i modi di avere la “supremazia”. E ci è riuscito. Finito il “gruppo”, finita la condivisione, inizia l’era dell’egoismo e della guerra per ottenere territori e ricchezze da tramandare ai figli. Quindi il cambiamento terminologico è strettamente collegato alla necessità di avere certezze sulla discendenza, per motivi ereditari. Dato che la famiglia “naturale” comunemente intesa, non esiste, poiché è stata un’invenzione di natura economica, ne consegue che non si può legare il processo educativo all’economia e al potere. É ovvio che non si può.

Per millenni la donna, responsabile della nascita e crescita dei figli, fu venerata come Dea Genetrix, poiché ritenuta indispensabile per l’esistenza della società. Che era pacifica e nomade. La cultura religiosa femminile a cui noi ci riferiamo, deriva da quella ebraica che estromette la donna dal ruolo educativo spirituale, in quanto “impura” (mestruo) lasciandole il solo compito di accudire i bisogni fisici dei figli. Il padre diventa unico educatore mediante l’imposizione di regole (Tavole della Legge) e l’irrogazione di sanzioni, nel caso venissero trasgredite. La rivoluzione arriva dalla figura di Gesù il quale si contrappone a tutte le teorie vigenti all’epoca, con la forza rivoluzionaria di un giovane adolescente, i cui effetti li vediamo anche nel nostro ordinamento giuridico. Per esempio: Tutela sanitaria per tutti, tutela per le persone con disabilità (L.104/92), tutela delle vedove (reversibilità pensionistica dei coniugi L.335/95) riconoscimento dei figli nati fuori del matrimonio, leggi contro la violenza, leggi sulla libertá di scelta…ecc… ecc…

 

I Figli di questa società mostrano sempre di più il disagio di vivere e se, fino a qualche tempo fa, era possibile emarginare e/ o addirittura curare la persona con metodi coercitivi, contro la sua volontà, ora non è più possibile. Non più.

 

Scuola ed educazione

Qualcuno ricorda ancora la maestra con la bacchetta?

“Una scuola che costringa un adolescente a ricevere giudizi negativi, confronti frustranti con i coetanei e bocciature, è di fatto un sistema raffinato di tortura”

Non chiamiamolo sistema educativo. Di contro io affermo che le istituzioni sono composte di persone e non di muri e leggi. E che quindi l’impegno di un educatore deve andare oltre. Non ne abbiano a male coloro che la pensano diversamente.

I figli arrivano così come sono e li devi amare lo stesso, anche se sono diversi da te. I tuoi figli sono gli alieni che vanno compresi. Sono il cane con cui parli e da cui cerchi risposte. L’Adolescenza, scrive Andreoli, è un periodo temporale variabile, convenzionalmente creato, per sospendere il “giudizio” sul comportamento, legato all’ANORMALITÀ’. Un periodo di osservazione e cura, da parte dei genitori e della scuola, da cui nascerà un nuovo adulto. Il genitore, per conto mio, deve essere la “palestra “di vita, la famiglia deve essere per forza il luogo di confronto pacifico, per avere una società non violenta.

 

Domande che mi pongo

I genitori sono responsabili del giudizio che avrà di sé il figlio?

La scuola è responsabile?

Come può una persona avere fiducia, o fede, nei suoi genitori se loro stessi non sanno indicare la strada?

Chi può insegnare a un genitore la via, se non il suo stesso genitore?

Se abbiamo sofferto per le terribili vessazioni fisiche e psicologiche subite nella nostra stessa famiglia, perché non cambiare metodo?

Perché la persona che ha sofferto, vuole far soffrire anche gli altri?

Forse è più facile ripercorrere una strada conosciuta, piuttosto che cercare una nuova via?

Io sono stata costretta da mia madre a fare degli studi per i quali non ero portata. E questo è il risultato. Ho cercato sempre di trovare, alla fine, in quello che facevo il piacere di farlo. Con curiosità ho sempre cercato la strada che mi portava al senso sociale che mi ha sempre animato. Anche alle violenze subite ho risposto con proposte e progetti per la mia vita, piuttosto che avvitare il mio pensiero e le mie azioni intorno al pessimismo ed al senso di impotenza. Ma spesso mi sono trovata in mezzo a persone che non capivano. Con tanta sofferenza personale.

La frase che mi ripeto spesso ultimamente, rispetto alla comunicazione è “Come parlare russo a un cinese” bisogna trovare il modo di comunicare, ma farlo con persone che possono capire o trovare il linguaggio giusto per ogni persona. E farlo presto. In un mondo che cambia così velocemente, gli spunti proposti dai genitori e dalla scuola devo essere adeguati. La vita è breve per viverla solo sperando che il sistema cambi da solo… Cosa può fare un genitore di fronte a questi grandi cambiamenti sociali, ma comunque che ha ben chiari i valori di NON VIOLENZA e DIALOGO?

 

Abbiamo dentro ancora il germe dell’antico testamento, della paura del padre e della punizione divina. Dobbiamo guardare avanti, anche seguendo le indicazioni di Gesù, filosofo e uomo, il quale ha indicato la via della felicità. Anzi, secondo me, non è stato tanto lui, quanto la Madre, che poi è simbolo universale di pace e tolleranza. Quella reminiscenza della dea rivista e corretta. Ma la sua forza c’è e si vede. La forza creatrice non parla a pochi dall’alto della montagna o apparendo in segreto. AGISCE.


— 

Dr.ssa Cinzia Rossi

Esperta in politiche di parità

Pubbliche Relazioni

Presidente ANFE Provincia Pescara

C.P.O Comune di Pescara

ideatrice ed organizzatrice del rosadonna Festival dell’eccellenza femminile IN Abruzzo

cinziamariarossi@gmail.com

3289280594

ecc…ecc…ecc…

Cinzia Maria Rossi

Odilla Contessa in Salsapariglia
O’Dillah Flor

scrittrice di saggi racconti e poesie

mi trovate su facebook, su twitter e in giro per la città

 

31 OTTOBRE, 500 ANNI FA: LA RIFORMA DI MARTIN LUTERO – di Mario Setta

31 OTTOBRE, 500 ANNI FA: LA RIFORMA DI MARTIN LUTERO

Dal travaglio interiore di Martin Lutero su Martin Lutero

è uscita, tutta in armi, la protesta del 31 ottobre.

Lucien Febvre

Il 31 ottobre di quest’anno, 2017, ricorre il quinto centenario della rivolta in Germania di Martin Lutero con la pubblicazione delle 95 tesi, nella cappella del castello di Wittenberg. Una “riforma” che parte da motivazioni di ordine strettamente economico-pastorale (la vendita delle indulgenze) e sfocia nella critica all’apparato teologico (ideologico) della struttura ecclesiastica. Sarà il Concilio di Trento a riaffermare le posizioni dogmatiche del cattolicesimo con una violenza verbale da spavento (…anathema sit) e con conseguenze fisiche da condanna a morte.

Nei confronti della Riforma Luterana, papa Francesco ha cercato di dare spazio al dialogo. Il problema ecumenico dell’Unità delle chiese cristiane resta fondamentale, perché i cristiani siano “sale della terra” (Mt. 5.13) e “luce del mondo” (Mt. 4.16). Incontrando in Vaticano la comunità luterana, riunitasi a Lund in Svezia, il 31 ottobre 2016, papa Francesco ha detto: “Abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni e gli altri”.

C’è un’evidente stranezza nel percorso storico del Cristianesimo, in cui è stata privilegiata ed egemonizzata la virtù della “Fede”, ridotta spesso ad enunciati da “Credo” (“Fides quae creditur”), a scapito delle altre due virtù cardinali, la Speranza e la Carità. C’è stata una lotta fratricida, con migliaia di morti, in nome della “fede”, dimenticando che il fondamento del Cristianesimo è l’Amore. Il messaggio di Cristo si basa su un solo comandamento: “Amatevi gli uni e gli altri” (Gv.13.34) e non sulle diatribe circa il valore e l’importanza dei sacramenti o su altre controversie di lana caprina.

Negli ultimi tempi, l’esigenza del rinnovamento è emersa in modo indiscutibile, iniziata con Giovanni XXIII che usava la parola “aggiornamento”, anche se il termine più usato sotto il profilo biblico è e resta “metànoia”, parola greca che significa cambiamento di mentalità. Oggi, con papa Francesco soffia un vento di innovazione, un profondo spirito che si attua prevalentemente sul piano pastorale (comportamentale): fraternità, accoglienza, comprensione, perdono. Ne è testimonianza la prima esortazione apostolica intitolata “Evangelii Gaudium”. L’accentuazione dell’idea di “Chiesa dei poveri” e della scelta concreta di essere dalla parte dei poveri è certamente un fatto di importanza storica nella vita della Chiesa.

Certe frasi-slogan sono diventate linee programmatiche: chiesa in uscita, chiesa dalle porte aperte, chiesa casa aperta del Padre, ecc. Nei primi secoli del Cristianesimo, la fede non si basava sul “proselitismo”, cioè sulla capacità di aggregare, di predicare, di diffondere la parola, ma sull’esempio di vita che davano i cristiani. Ecco la descrizione che ne fanno gli Atti degli Apostoli: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti… il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (2,44ss).

Il tema della fede apre una delle pagine più tristi e sconvolgenti della storia della chiesa. Non per nulla la rivoluzione di Lutero assunse come principio teologico il motto “sola fides”. Purtroppo la codificazione in formule dogmatiche o in posizioni ideologiche categoriche ha dato campo libero al Potere politico di usare la religione (fede) come “instrumentum regni”. Infatti dal primo concilio ufficiale, quello di Nicea, nel 325 dopo Cristo, la religione cristiana diventa religione dell’imperatore Costantino. Nasce l’epoca costantiniana, durata fino al Concilio Vaticano Secondo (1962-1965). Tutti i concili sono stati controllati dal potere politico: la fede a servizio dei governanti del momento.

Cristo non ha fondato una chiesa-istituzione, ma una comunità umana d’amore e di pace. Solo se si aboliranno le formulazioni dogmatiche e l’idea che la salvezza derivi dai sacramenti, il Cristianesimo potrà rivolgersi a tutta l’umanità e diventarne “casa comune, umana famiglia”. Le chiese, oggi, giocano la loro sopravvivenza, confrontandosi col mondo al futuro, con una umanità che va verso la planetizzazione.

Fortunatamente, una serie di posizioni in contrasto con i dogmatismi, soprattutto col dogma del peccato originale, sembra ora montare come un terremoto ideologico. Kant riteneva “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. È stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”.

Sono numerose le interpretazioni di vari autori e teologi che lo ritengono: “insulto alla vita” (Mancuso), “dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci” (Delumeau), “qualcosa di perverso” (Maggi) “dottrina inesistente nel Vecchio Testamento” (Haag), “disobbedienza mai esistita” (Castillo), “dottrina devastante” (Fox), “priva di fondamento l’accusa di un’offesa a Dio” (Valerio). L’elenco potrebbe proseguire citando i volumi che, negli ultimi tempi, sono stati pubblicati sul problema (Domiciano Fernandez, André-Marie Dubarle, Luciano Cova, ecc.).

Alla base del peccato originale c’è una concezione pessimistica dell’Uomo. Una concezione antievangelica, anticristiana, disumana, che permea da sempre la weltanschauung dell’uomo e del mondo. Si è quindi creato un Cristianesimo imprigionato nelle strutture ecclesiastiche (le varie denominazioni cristiane) che offrono ai loro fedeli grazia e salvezza, tradendo il messaggio universale di Cristo. Cristo si è rivolto agli uomini. Tutti, non ad alcuni soltanto. Il superamento dello scoglio del peccato originale minerebbe certamente la concezione teologica della storia della salvezza, ma ridarebbe alla missione di Cristo il suo valore profondo e autentico: l’esemplarità umana. Cristo non è venuto per redimere da una colpa mai esistita, ma per elevare la natura umana al suo grado più alto. Cristo, modello universale di HOMO: “Homo Homini Deus”.

Mario Setta