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REDENZIONE: LA NUOVA WELTANSCHAUUNG – di Mario Setta

REDENZIONE: LA NUOVA WELTANSCHUUNG

di Mario Setta

Dobbiamo ripensare, con tutta la nostra umanità, la nostra Religione…”

ha scritto Teilhard de Chardin, scienziato, paleontologo, teologo.

Ed è su questa nuova weltanschauung

questa nuova visione del mondo,

che gli uomini di oggi sono chiamati a costruire il futuro.

La parola redenzione deriva dal verbo “redímere”, anche in latino “redímere” da red– (= di nuovo) ed “ímere” per “émere” (comprare). Significa quindi ricomprare ciò che è stato venduto. Nei Vangeli questo verbo non viene mai usato. Esiste però la parola “Redenzione” che si trova solo nel Vangelo di Luca in due passi: l’uno (2.38) in cui la profetessa Anna, durante la presentazione di Gesù-bambino al tempio,“si mise a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”; l’altro, verso la fine (21.28), quando si parla di catastrofi cosmiche e manifestazione del figlio dell’uomo glorioso: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina”.

Nel “Dizionario di teologia dommatica” a cura di Parente-Piolanti-Garofalo è scritto: « Redenzione significava anticamente riscatto, quindi liberazione d’uno schiavo o d’una cosa vincolata mediante un pagamento. […] L’uomo peccando ha offeso Dio e si è reso schiavo del peccato e del demonio che gliel’ha suggerito… Cristo Redentore si sostituisce a noi e ci redime con tutta la sua vita terrena, specialmente in forza della sua morte, sacrificio espiatorio, con efficacia fisico-morale. […] Cristo sborsa il suo sangue a Satana per liberare l’uomo dalla sua tirannia».

La centralità del peccato originale nella struttura dogmatica del Cristianesimo appare come un principio fondamentale, impossibile da superare. Un ostacolo su cui ci si imbatte e si resta disarmati. Ed è strano come una simile invenzione, una falsità, che non ha fondamento se non mitologico, abbia potuto resistere fino ad oggi, senza sollevare dubbi.

Fu, in particolare, S. Agostino ad affrontare la concezione del peccato originale come colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Per i bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita. Le parole di Agostino non permettono dubbi: «Si può perciò dire giustamente che i bambini che escono dal corpo senza il battesimo si troveranno nella dannazione, benché la più mite di tutte» (De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum, I, 16.21).

Per Agostino la pena della colpa commessa da Eva e Adamo è la concupiscenza, intrinseca alla stessa natura. E pur considerandola “quel piacere che è il più grande tra i piaceri del corpo”, come afferma nel De Civitate Dei, XIV,16 resta la più grande pena inferta alla natura umana. Pena derivante dalla disobbedienza al volere di Dio. Un’impostazione ideologica che si è affermata nei secoli, diventando dogma di fede, anche se già, allora, contro Agostino, si schierarono il monaco della Britannia Pelagio e il suo discepolo Celestio. Perfino nel 417 il papa Zosimo si era dichiarato favorevole alle tesi di Pelagio e Celestio, ma l’anno successivo, al concilio di Cartagine (418) che accoglie le tesi di Agostino, il papa ritratta, condividendo il documento antipelagiano.

Se si pensa ai miliardi di esseri umani vissuti prima della venuta di Cristo e ai miliardi che non lo hanno conosciuto e non sono stati battezzati, si dovrebbe dedurre che sono tutti dannati. Un Cristianesimo così disumano e anticristiano sembra proprio inconcepibile.

Oggi, fortunatamente, l’interpretazione agostiniana risulta insostenibile dal punto di vista filologico ed esegetico; una ipoteca da cancellare, proponendo un Cristianesimo liberato dal dogma del peccato originale. Purtroppo, la concezione agostiniana è rimasta sostanzialmente immutata, passando dal concilio di Cartagine a quello di Orange (589) fino al Concilio di Trento (17 giugno 1546). Perfino il Concilio Vaticano II, pur evitando di trattare espressamente questioni dogmatiche, ne ribadisce la dottrina: “Quel che ci viene manifestato dalla Rivelazione divina, concorda con la stessa esperienza. Infatti se l’uomo guarda dentro al suo cuore si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie…” (Gaudium et Spes, n.13).

Una serie di posizioni in contrasto con la linea dogmatica delle chiese-istituzioni sembra ora montare come un terremoto ideologico, che ribalta l’antica interpretazione per fare di Eva il modello dell’umanità, liberata dalle catene d’un Eden mai esistito. È stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”. E con lui, Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto; in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”. E Paul Ricoeur: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, l’interpretazione letterale della storia di Adamo”.

E ancora: “insulto alla vita” (Mancuso), “dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci” (Delumeau), “qualcosa di perverso” (Maggi) “dottrina inesistente nel Vecchio Testamento” (Haag), “disobbedienza mai esistita” (Castillo), “dottrina devastante” (Fox), “priva di fondamento l’accusa di un’offesa a Dio” (Valerio).

Già Immanuel Kant, il grande filosofo tedesco, riteneva “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. E Schelling scrive: “lo scopo ultimo della storia umana, tutta intera, è che tutte le realtà umane ritornino all’universale sovranità della ragione”. Chissà che non sia giunto il tempo giusto, quel kairòs, in cui un vicario di Cristo possa rileggere e reinterpretare evangelicamente la Parola di Dio.

Una Parola che affermi come Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo, si rivolga a tutti gli uomini, indistintamente, per la salvezza di tutti, battezzati o no, disposti ad accogliere il suo messaggio e la sua testimonianza per l’universale comunità umana. Una comunità chiamata ad elevare la propria natura al suo più alto grado. Sul suo esempio di vita: Cristo-Uomo, Cristianesimo-Umanesimo. Una vita fondata sull’Amore e che nell’Amore ha la sua unica legge universale, eterna: “Amatevi gli uni e gli altri”.

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

 

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Segretario generale

Il Consiglio generale degli italiani all’estero si riconosce nel messaggio pronunciato a Marcinelle dal Presidente Moavero Milanesi

Il discorso pronunciato dal Ministro degli esteri e della Cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, a Marcinelle in occasione della commemorazione dei nostri connazionali deceduti l’8 agosto di sessantadue anni fa, con il quale ha fatto riferimento a tutte le vittime del lavoro in Italia e nel mondo, è condivisibile in tutti i suoi passaggi; è ricco di riferimenti storici e di proposte per superare le carenze di una legislazione europea anacronistica, bisognosa di aggiornamenti adeguati, armoniosi e continui, pensati ad un mercato del lavoro comunitario in profonda trasformazione, nel quale ogni singolo stato continua a legiferare senza rispettare gli acquis communautaries.

Il Ministro Enzo Moavero Milanesi, che è anche il Presidente del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), ha liberamente esposto riflessioni diffuse e sentite nelle nostre Comunità all’estero, che fotografano gli umori e le sensibilità di chi vive dall’altra parte della barricata, fuori dalla querelle politica nazionale. Perciò all’estero non si capiscono le ragioni delle polemiche emerse in Italia in seguito alla commemorazione delle vittime del lavoro e alla presenza di superstiti e delle famiglie presenti sul Bois du Cazier a Marcinelle. Confutare le ragioni della storia dell’emigrazione italiana per puri e semplici ritorni elettorali o per i riflessi nei sondaggi politici è un atteggiamento grave e fuorviante, equivale ad alimentare forme di negazionismo diffuse per disorientare l’opinione pubblica. Una commemorazione è tale se si rispettano i gli elementi che l’hanno determinata e non deve mai essere interpretata per asservire il potere del governo di turno o degli opinionisti di regime.

La storia dell’emigrazione italiana è sacrificio e rinunce, intrisa di pregiudizi e di lutti. La nostra storia migratoria non può essere declinata diversamente da quelle che scrivono oggi altre comunità, anche perché, come negli anni Sessanta del secolo scorso, gli italiani da tempo hanno ripreso l’esodo verso altri paesi e sottostanno alle leggi e regolamenti dei paesi ospitanti. Le anagrafi ufficiali parlano oramai di un numero di espatriati che supera i 5.650.000, se si considerano solo i nostri connazionali censiti all’AIRE. Il fenomeno va gestito e risolto con politiche sovranazionali senza ricercare scorciatoie, senza erigere muri, senza esibire muscoli che producono conflitti sociali e umani.

Da tempo il Consiglio generale degli italiani all’estero propone di inserire nel programma scolastico delle scuole dell’obbligo l’insegnamento della storia dell’emigrazione italiana. Già la realizzazione di questa proposta aiuterebbe ad aumentare la conoscenza generale delle giovani generazioni e si eviterebbero polemiche su dati di fatto ovvi e reali. Sacrosanto è l’invito del Ministro Moavero Milanesi quando riferendosi alla necessità di regolamentare l’emigrazione, e di fronte all’impotenza dell’Unione europea dice, come ha riferito ieri a Marcinelle “…Dobbiamo fare ancora molto ed è davvero tempo di rompere i biasimevoli indugi del passato”. Se il nostro paese tiene al futuro dei suoi cittadini residenti all’estero qui ed ora deve dare il buon esempio, perché questo è il momento di cambiare pagina per affrontare con lealtà e serietà la mobilità che interessa l’intero globo terrestre.

Michele Schiavone

Commemorazione 8 agosto

 

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Segretario generale

Che cosa resta e a cosa è servito il sacrificio di Marcinelle?

La simbologia della Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo trova il culmine della sua esegesi nella tragedia avvenuta nella miniera di carbone “Bois du Cazier” a Marcinelle in Belgio, l’8 agosto del 1956, nella quale persero la vita, soffocati dall’ossido di carbonio e circondati dalle fiamme dell’incendio scoppiato in uno dei pozzi, 262 minatori. Di questi, 136 erano emigranti italiani. Dal 2001 questa ricorrenza concepisce “istituzionalmente” il valore del lavoro italiano nella sua accezione sociale, afferma il principio fondativo della nostra Carta costituzionale e porta a sintesi quanto di più dignitoso esprime la forza produttiva del nostro Paese, per coinvolgerla manifestamente nello sviluppo e nella forma più avanzata di società.

Che cosa resta di Marcinelle, a oltre settant’anni di distanza, del sacrificio di tante vite; di quelle ansimanti e lunghissime ora d’attesa davanti ai cancelli della miniera; dei lunghi sospiri e preghiere di speranza di moglie ansiose, di figli imprecanti a figure sacre; di dialetti e di lingue diverse che traducevano domande e risposte attraverso la cupa tristezza degli occhi; di quella profondità di sentimenti e di progetti di giovani famiglie infranti dalla forza della natura; di quello spirito operaio di lavoratori originari di diversi paesi europei, ritenuti a ragione precursori dell’integrazione europea; dell’assenza delle istituzioni italiane impreparate a gestire l’emergenza di quel deal realizzato con il Belgio: scambio forza lavoro / materie prime, che successivamente avrebbe contribuito a far da volano al boom economico della Penisola?. Il baratto lavoro-carbone tra il nostro Paese e il Belgio contribuì a far progredire i due paesi e a creare sviluppo, innovazione e istituire diritti sociali, indispensabili a modernizzare quelle società messe in ginocchio dal secondo conflitto mondiale.

A cosa è servita la tragedia di Marcinelle e delle tante, troppe disavventure successe all’estero e in Italia, che hanno profondamente segnato le sorti del nostro Paese? E’ opportuno riflettere sul tema del lavoro, sugli aspetti umani e sociali succeduti a tali disgrazie. Pensare a come sarà il lavoro domani e come potremmo renderlo più giusto, equo e qualificante?. Come tutelarlo e garantirlo dalle circostanze di nascita, di famiglia, di cultura, di luoghi che ne condizionano la fruibilità?. Oggi, come allora, non si esce dalla crisi allargando le maglie dell’emigrazione, senza affrontare la questione di un nuovo modello sociale, senza regolare un diverso rapporto tra società, economia e politica, senza dar voce alla nuova umanità.

Il nostro paese sta uscendo da una pesante crisi economica, che nell’ultimo decennio ha attraversato il nostro continente. Alto resta il rischio che le diverse combinazioni elettorali prendano il sopravvento sul senso della politica, e, che le soluzioni dominati si riducano a un flatus vocis, mentre per rifare grande il nostro Paese, oggi, occorrerebbe prendere decisioni capaci di costruire un futuro comune, gestire i bisogni collettivi e creare un’idea di società che valorizzi le differenze e promuova pari opportunità. Così si attutirebbe anche l’esodo di massima, che è ripreso in maniera galoppante e riproduce quel déjà vu a noi famigliare.

Marcinelle è servita a farci rendere conto che è nata una nuova questione sociale, ampliata a livello continentale, molto diversa da quella classica, che archivia il dualismo lavoro – impresa e si riproduce sull’integrazione europea. Con la mondializzazione dell’economia e del profitto, il mondo occidentale deve riconoscere il lavoro quale luogo della realizzazione dell’individuo non solo come soggetto sociale ma anche come fondamento della cittadinanza.

Il Consiglio Generale degli italiani all’estero onora la ricorrenza della giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, si unisce al ricordo di tutti i connazionali caduti sul lavoro in patria e all’estero e con responsabilità e commozione rivolge l’invito ai Comites, alle Associazioni e alle organizzazioni italiane nel mondo a diffondere il valore della ricorrenza, invitandoli a tenere vivo il dettame del I° articolo della Costituzione italiana che recita: “la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, come diritto insopprimibile dell’uomo”.

Michele Schiavone

 

“Abbiamo problemi da risolvere che non possono più aspettare”

 

Adriano Cario: “Abbiamo problemi da risolvere che non possono più aspettare”

Il termometro politico italiano è nelle ultime settimane dominato da due grandi temi che fanno ridefinire il nascente governo. I due leader del Governo Conte, sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini, hanno saputo mantenere l’iniziativa politica alla guida dei ministeri più importanti del momento.

A colloquio col Senatore eletto per la ripartizione America Meridionale, Adriano Cario, l’italouruguaiano ha espresso la sua opinione sul primo mese del denominato “Governo del cambiamento” che ha appoggiato col suo voto al Senato.

G. Come analizza il lavoro dei massimi sostenitori del governo nei suoi rispettivi ministeri?
A. C. “Da noi è strano imaginare due leader della politica occupando cariche ministeriali. Comunque, il protagonismo che hanno saputo attrarre in due ministeri così fondamentali è totale. L’immagine pubblica di Salvini e Di Maio è cresciuta in tutte le statistiche”.

Da una parte, le ricorrenti notizie di nuove e numerose navi con migranti che attraversano il Mediterraneo cercando i porti italiani trovando la dura negativa del ministro dell’Interno Matteo Salvini. La negoziazione con l’UE sul protocollo usato con gli sbarchi è e sarà la sua maggior carta di credibilità.

Da un’altra parte, uscire dalla recessione e ridurre l’ancora alto indice di disoccupazione sono le difficili sfide che ha assunto il leader del Movimento 5 Stelle, Luigi di Maio a capo del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali. La polemica generata con il responsabile dell’Inps (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale), Tito Boeri, sui numeri dei disoccupati è un antecedente da sorvegliare data l’indipendenza dell’organismo rispetto agli esecutivi.

“Sugli sbarchi è molto difficile per noi emigrati dare un’opinione imparziale che non sia attraversata dalla nostra propria storia famigliare. Sono comunque consapevole che l’Italia non può più farsi carico da sola dei rifugiati che attraversano ogni settimana il Mediterraneo, L’UE deve assumere la responsabilità. Ma dall’altra parte c’è gente disperata decisa a mettere in rischio la loro vita per cercare un futuro più dignitoso”, ha detto Cario.

G. Finalmente, questa complessa attualità resta occasione per proporre la discussione dei problemi degli italiani all’estero?
A. C. “Se fossi per me è sempre il momento di prendere in considerazione i nostri temi, le nostre problematiche e anche le nostre soluzioni. Invece, oggi l’attenzione passa per altre urgenze. Urgenze che non sono le nostre che anche abbiamo cose da risolvere che non possono più aspettare”.

G. E allora?
A. C. “Allora, adesso è quando dobbiamo potenziare i nostri organi di rappresentanza come il CGIE e i COMITES affinché le discussioni di oggi siano la risposta e la soluzione del domani, quando finalmente possiamo attrarre la attenzione politica, mediatica e sociale su di noi. È difficile aspettare quando è da lunghissimi anni che aspettiamo risposte, ma questa volta abbiamo la decisione, il compromesso e la forza per esigere un vero cambiamento”.

LA NUOVA REALTÀ. Un’analisi della società contemporanea – di Mario Setta

 

 

di Mario Setta

Saper vedere e interpretare correttamente i segni dei tempi non è facile. È anzi una dote rara. Ma si può e si deve tentare di farlo perché la nostra esistenza si colloca nel tempo. Nella storia. Un cammino in cui siamo coinvolti come singoli e come collettività. Durante la seconda guerra mondiale, in pieno clima di Resistenza antifascista, un gruppo di donne sotto la guida di Ada Gobetti, vedova di Piero Gobetti, morto il 28 dicembre 1926 a causa delle percosse e violenze subite, decide la nascita di un giornale dal titolo “La nuova realtà”, “quella che tutti uomini e donne vogliamo creare per il domani”. La fine della guerra e la necessità di ripensare ad un nuovo modo di vivere nel mondo, senza più guerre e senza confini territoriali, rappresentavano la base per un progetto di pace e di collaborazione tra nazioni.

In seguito, il fallimento nella creazione dell’Europa, come delineata nel Manifesto di Ventotene, “Per un’Europa libera e unita”, scritto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e in particolare il rigetto della Carta Costituzionale al referendum, hanno favorito il ritorno a comunità chiuse e regressive, segnando la fine d’un cammino pieno di speranze e dando luogo all’individualismo, al nazionalismo più antiquato e retrivo. Oggi, a livello internazionale, la battaglia, l’acredine e l’emarginazione nei confronti dei migranti, uomini e donne in cerca di sopravvivenza, hanno aperto il più grande baratro disumano. Il razzismo è tornato. La terra casa comune, pura utopia.

Se la storia è sempre l’oggi che guarda al passato, diventa essenziale ricordare e riprendere le teorie kantiane per tradurle in pratica. Immanuel Kant, il grande filosofo tedesco, nell’opuscolo “Per la pace perpetua” espone il principio che i singoli Stati con i loro cittadini sono chiamati a “rinunciare alla loro libertà sottomettendosi a pubbliche leggi costrittive e formando così uno Stato dei popoli (civitas gentium), che dovrà sempre crescere, per arrivare a comprendere finalmente tutti i popoli della Terra”. L’obiettivo ultimo, per Kant, affinché la guerra scompaia dalla faccia della terra, non era l’unità europea, ma la “globalizzazione” politica, fondata sulla morale, la cosiddetta “rivoluzione copernicana”, perché ne sono le fondamenta l’uomo e la sua ragione. Il dovere come imperativo categorico, assoluto, universale e necessario: “Devi perché devi”.

La norma espressa da Kant resta una verità imprescindibile. Una linea di condotta. In uno scritto del 1784, dal titolo “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, prima ancora dell’opuscolo “Per la pace perpetua”, pubblicato nel 1795, propone l’obiettivo di una società cosmopolitica, fondata sulla Costituzione universale. Progetto indispensabile da realizzare che Kant prefigura come “consolante prospettiva per il futuro… in cui il genere umano si sollevi proprio a quello stato in cui tutti i germi che la natura ha posto in esso siano pienamente sviluppati e la sua destinazione qui sulla Terra possa essere soddisfatta”.

Jacob Taubes, ebreo, ex-docente a Gerusalemme, ad Harvard e a Berlino, ha sostenuto che la chiave d’una corretta visione politica si trovi nelle lettere di San Paolo. “Nietzsche fu il mio migliore maestro per Paolo” ha affermato Taubes (“La teologia politica di San Paolo”). Quello stesso Nietzsche che, in “Anticristo”, definisce Paolo “tipo opposto alla buona novella, il genio in fatto di odio… un disangelista”. Ma nella “Seconda Lettera ai Tessalonicesi” (2,6) Paolo lancia una parola, misteriosa e sconvolgente, dal punto di vista politico: “katékon”, la forza frenante. Un “qualcuno” o “qualcosa” che eviti all’umanità di precipitare nel caos.

Per Carl Schmitt, che fu presidente dell’associazione dei giuristi tedeschi durante il regime nazista, processato e assolto dopo la caduta di Hitler, il “katékon” è la forza della Legge. Schmitt e Taubes vedono nella “Lettera ai Romani” di Paolo un attacco al Potere di Roma e ai suoi Cesari. Solo la Legge può assumere un rilievo dominante, perché solo la Legge può trattenere, frenare un Potere Assoluto. Sembra l’anticipo millenario delle carte costituzionali: la “Magna Charta libertatum” (1215), la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” (1789), l’ONU (1945)… Massimo Cacciari, trattando di Schmitt, si sofferma sul tema del “katékon”, ritenendo che “Il potere che frena” (2013) può sempre trovare un compromesso mentre, a suo parere, i due poteri politico e religioso sono sempre con-fliggenti anche se inseparabili, ricorrendo perfino alla frase “Il papa deve smetterla di fare il katékon”.

La legge, sostiene Paolo, è come un pedagogo (Gal. 3,24), ma è la fede che va oltre la legge. Oltre la “lettera”, dal momento che l’alternativa al Potere, il vero contro-potere, è una Persona: Gesù Cristo, il “crocifisso”. Oltre la legge ci sono quei “martiri” che, sulla scia del Crocifisso, rappresentano la forza frenante contro l’Assolutismo. Un potere che suscita martiri è destinato a soccombere. Ma i politici responsabili di tali massacri non nascono dal nulla. Hitler e Mussolini godevano di immensi consensi, anche se la loro tragica fine faceva parte del conto.

La realtà attuale, con i segni che evidenzia, sembra il revival del fascismo. Non solo in Italia. Alla luce del fatto che il fascismo è soprattutto una concezione della vita e del mondo, come giustamente affermava Wilhelm Reich in “Psicologia di massa del fascismo”. Un’analisi di carattere psicologico che lo stesso autore affermava aver superato la prova del tempo. E tale resta oggi. Un libro pubblicato nel 1933 e sempre di grande attualità, perché non condanna aprioristicamente la realtà, ma cerca di interpretarla, di analizzarla, di spiegarne le motivazioni profonde. Un libro al quale si sono ispirati i maggiori sociologi e psicologi del ‘900. Per Reich “il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano… una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano spagnolo, anglosassone…”

Hitler e Mussolini fecero uso sistematico della retorica e della propaganda, con le tecniche più avanzate della pubblicità. E le folle applaudivano. Oggi, con internet, twitter e facebook, i mezzi di comunicazione diventano armi nelle mani dei pochi e delle masse. Un coinvolgimento globale. Un potere al popolo che diventa schiavismo e viene chiamato populismo. In passato erano i plebisciti che davano al popolo la possibilità di esprimersi, mentre i dittatori di turno ne uscivano trionfatori. Sembra così spiegabile la famosa affermazione di Mussolini, pronunciata il 12 maggio 1928 al Senato: “L’unanimità più uno”. Oggi è il titolo di una ricerca storica, curata da Enzo Fimiani, che presenta un interessante e accurato excursus su plebisciti e potere. Una storia di vecchi e nuovi tempi. Una storia di ieri e di oggi.

SERGIO MARCHIONNE

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Segretario generale

Comunicato stampa

Sergio Marchionne era uno di noi. Uno dei tanti italiani cresciuti altrove, tra culture e mondi diversi; capace, coraggioso e innovatore era rimasto fedele alle sue origini e ai tratti distintivi di una Comunità, quella italiana, capace di affermarsi e di distinguersi ovunque, anche quando le più avverse difficoltà potevano sembrare ineluttabili. Lui aveva trascorso la sua fanciullezza in Abruzzo e si era formato in Canada. Lo stratega della Fabbrica italiana di automobili diventata simbolo delle trasformazioni industriali all’epoca della mondializzazione, continuerà a simboleggiare quel tratto di eccellenza e di umanità, che accomuna le professionalità italiane chiamate ad esprimersi da protagoniste nel mondo. Negli ultimi anni questo fenomeno è lievitato e, come lui, sono in tanti, oramai, impegnati ad affermare il loro talento fuori dal nostro Paese.

Sergio Marchionne, invece, aveva fatto il percorso inverso. Era ritornato in Italia 14 anni fa, forte dell’esperienza svizzera maturata alla guida della Lonza-Alusuisse e della SGS e ha salvato la FIAT dal baratro rilanciandola tra i grandi player del settore automobilistico; consapevole che non si poteva uscire dalla crisi senza affrontare la questione di un nuovo modello sociale, senza un rapporto diverso tra società, economia e politica, senza dar voce alla nuova umanità. Il passato dopo Marchionne non ritornerà più, occorre andare avanti per costruire società più egualitarie, con consumi meno opulenti ma più ricchi, anche culturalmente e moralmente, con grandi innovazioni nel campo dei beni sociali, culturali e ambientali. Egli amava ripetere: “ho grande rispetto per gli operai e ho sempre pensato che le tute blu quasi sempre scontino, senza avere responsabilità, le conseguenze degli errori compiuti dai colletti bianchi”.

Personalmente ho avuto modo di conoscerlo a Kreuzlingen (Svizzera), città nella quale ho trascorso la mia gioventù, in occasione di uno sciopero organizzato dagli operai (moltissimi italiani) e dalle maestranza dell’azienda locale, contro la riduzione del personale annunciata dalla Lonza-Alusuisse. Ascoltò le loro ragioni ed oggi quell’impianto continua a produrre materiale per l’industria farmaceutica svizzera. La Comunità degli italiani all’estero ricorderà Sergio Marchionne come lo stratega con il pullover di cashmir blu, che ha influito a rilanciare quei valori italiani espressi dal bello, dal gusto e dalla gioiosa fantasia umana.

  1. 24 luglio 2018 Michele Schiavone

PAROLE E RIFLESSIONI DAL FUTURO – di Luigi Fiammata

 

 

PAROLE E RIFLESSIONI DAL FUTURO

di Luigi Fiammata

Si è svolto il Campionato del Mondo di Calcio.

Chi abbia potuto permettersi l’abbonamento ad una televisione satellitare, tra i vari servizi di cui ha usufruito, ha avuto a disposizione anche la possibilità di sospendere la trasmissione della partita, e di riprenderne la riproduzione, magari dopo mezzora, durante la quale avrebbe potuto sbrigare qualcosa che doveva fare proprio in quel momento. Il suo telecomando, gli avrà consentito di riprendere la visione, esattamente dal momento in cui l’ha interrotta e non avrà perso nulla della partita. Avrà potuto viverla integralmente.

In una certa misura, egli, avrà compiuto un piccolo viaggio nel tempo.

Avrà guardato una partita di calcio, mentre quella partita di calcio, in realtà, si trovava in un altro momento, del suo svolgimento. La realtà, sarà andata avanti, ma la riproduzione di quella realtà, per lui, e solo per lui, s’è fermata. E avrà potuto tornare ad andare avanti solo grazie al suo comando. Egli non avrebbe saputo, se vi fosse stato un gol, nel frattempo, o l’espulsione di un calciatore. La realtà, sarà andata avanti, senza di lui. Egli sarà rimasto indietro. Ma, quando avrà ripreso la riproduzione della partita, e l’avrà portata fino alla fine, e poi avrà spento il televisore, sarà successo tutto, anche per lui, come per gli altri e, si sarà accorto alla fine, che la realtà avrà avuto un altro orario: egli avrà saltato, un pezzo di tempo, come se fosse rimasto invischiato nello svolgimento ritardato della partita e poi, avrà recuperato tutto il tempo trascorso senza di lui, in una volta sola.

Questo è quel che accade, in verità, anche ogni volta che ci trovassimo a guardare un vecchio film in bianco e nero, sul nostro televisore di casa. Per noi, e solo per noi, in quel momento, il grande comico Totò, sarebbe tornato in vita, e, recitando, ci regalerebbe tante sane risate. Ma, quando guardiamo un vecchio film, noi sappiamo, di star vivendo una esperienza oltre il tempo della realtà.

Siamo consapevoli dell’esistenza di uno sfasamento.

Potremmo dire, che distinguiamo il vero, la realtà, che comunque continuiamo ad avere intorno, da una sua rappresentazione, che ci coinvolge sul piano emotivo, culturale, ma che è alterata, rispetto alla realtà sensibile che ci circonda. E possiamo farlo, perché possediamo una serie di informazioni: tra queste, una decisiva. Noi sappiamo che Totò, purtroppo, è morto. Egli vive dunque, solo dentro una rappresentazione. Prigioniero di essa, per quanto appaia vitale e comunque capace di generare sensazioni in noi, ogni volta che lo “incontriamo”.

In sostanza, noi possiamo sperimentare, giornalmente, come una esperienza assolutamente “naturale”, la presenza, nello stesso istante, di diversi piani temporali. Ciascuno dei quali interagisce con noi, e ci cambia. La realtà, grazie anche alla tecnologia, ha assunto inedite complessità.

Einstein, disse. “Il tempo, e lo spazio, sono modi in cui pensiamo, e non condizioni in cui viviamo”.

La Teoria della Relatività, ci ha consegnato un Universo molto più difficile da comprendere; più sfuggente ed ambiguo. L’equivalenza tra realtà e verità, l’abbiamo lasciata indietro; alle convinzioni di certi filosofi dell’800.

Oggi, è molto più difficile, avere senso dell’orientamento. Non sempre siamo in grado, di interpretare i segni che la nostra esperienza quotidiana ci consegna e non siamo quasi più in grado di distinguere ed identificare nulla, con nettezza; neanche i rapporti causa-effetto.

Tutto appare come un indistinto flusso di sensazioni, nessuna delle quali, capaci di sedimentare una conoscenza. Questo, sembra essere quel che ci accade, “normalmente”, guardando la televisione, o leggendo un giornale, o accedendo alle pagine di un Social Network.

La Scienza non gode più dello status di “Verità”.

Mentre siamo disponibili ad accettare, come dato incontrovertibile di realtà, che, premendo un tasto possiamo accedere ad un sito internet che ci spieghi in qual modo cucinare una perfetta pasta alla carbonara, non siamo invece disponibili ad accettare, come dato incontrovertibile di realtà, che il vaccino contro la Poliomielite, abbia cancellato, prevenendo l’insorgere della malattia, dalla nostra esperienza quotidiana, la presenza di decine e decine di persone rese invalide gravemente, da quel morbo, sin dalla loro infanzia. E questa assenza di certezza, attraverso l’uso di nuovi “media”, è moltiplicata e rilanciata da un infinito passaparola virtuale, che cancella quasi ogni origine, di una informazione, che, a sua volta, acquisisce uno status di “verità”, solo perché rimbalzata, milioni di volte, da un computer all’altro, in ogni capo del mondo.

Le certezze che scaturiscono dall’uso quotidiano della Tecnologia, sembrano aver sostituito, come dato di verità, il rispetto della Scienza e del Metodo Scientifico. Le informazioni che possono essere reperite, attraverso l’uso della Tecnologia, sostituiscono lo studio, e lo sforzo di comprensione, e accertamento di una verità. Certe volte, sono persino più forti della nostra esperienza quotidiana. Le semplificazioni costituiscono la scorciatoia preferita, per sovvertire i tempi, per ignorare la complessità, per rifugiarsi dentro un mondo a propria misura, non importa quanto irreale.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America cancella, con un tratto di penna, centinaia e centinaia di studi scientifici, che, da decenni, ci chiedono di intervenire sul cambiamento climatico della Terra, da noi stessi generato, prima che arrivi la catastrofe, e ci riporta ai primi decenni dell’800, con una politica economica, centrata sul Protezionismo, come avvenne anche nell’imminenza della Prima Guerra Mondiale, e poi ancora della Seconda Guerra Mondiale, dopo la Crisi del 1929.

E diventano paladini del Libero Mercato quei Partiti, e quei movimenti politici, che dovrebbero discendere dalle elaborazioni socialdemocratiche che hanno costruito il fondamentale compromesso tra Capitale e Lavoro, seguito al Secondo Conflitto Mondiale, imbrigliando invece, gli oscuri spiriti del Mercato. Compromesso socialdemocratico, travolto proprio dall’espansione delle dottrine, e dall’abbattimento dei confini nazionali, prodotto dal Libero e Sregolato Mercato, contro cui i Protezionisti, e i Nazionalisti di tutto il mondo oggi si scagliano, pur essendo, spesso, essi stessi, i fautori di un mercato selvaggio e senza regole.

“Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”, diceva un pensatore politico conservatore inglese, della seconda metà del ‘700, Samuel Johnson; significando che, uno strumentale richiamo a presunti valori nazionali, è, spesso, il grimaldello usato da autentici mascalzoni, per nascondere le proprie malefatte, o le proprie incapacità.

A vincere, il Campionato del Mondo di Calcio, è stata la Francia, con una squadra in cui brillano numerosi figli delle ex-colonie francesi. Per molti, avrebbe vinto l’Africa, non la Francia. Rimarcando una differenza, nel colore della pelle.

Ma il razzismo non c’entra.

Sono loro che sono neri.

E tra i molti responsabili delle migrazioni dei neri d’Africa, ci sarebbe un ebreo, ungherese. Ricco e cosmopolita. E anche opaco finanziere, finanziatore di studi, ma anche speculatore, usuraio, forse. George Soros. Cacciato con una legge ad personam, proprio dall’Ungheria. Esattamente l’Ebreo Errante, quello che scatena lo spirito di rivalsa nazista. Lo stereotipo dell’Ebreo scelto come capro espiatorio generale, raccontato dalla pensatrice liberale tedesca, Hannah Arendt, nelle “Origini del Totalitarismo”.

I protezionismi, i nazionalismi, i totalitarismi, hanno condotto alle guerre; le guerre più devastanti e drammatiche per l’umanità. Nuove guerre sono possibili? Sono possibili, nel mondo di oggi, guerre atomiche?

Cento anni fa, finiva la Prima Guerra Mondiale, e sotto mandato britannico, veniva creato, artificialmente, lo Stato dell’Iraq. La cui storia è un susseguirsi di guerre, di relazioni conflittuali, di tentativi di violenta egemonia Occidentale; di nodi irrisolti, tra Turchia, Siria, Kurdistan, Iran, che ancora oggi segnano la nostra esperienza quotidiana, con il loro legame con il terrorismo islamista globale.

I piani temporali s’intrecciano, e confondono il nostro sguardo. Lo spostano all’indietro, quando vediamo i sozzi germi del razzismo e del fascismo farsi strada oggi. Lo spostano in avanti, mentre guardiamo le nostre paure. La crisi economica che ci precarizza; i processi migratori che ci mettono davanti agli occhi le povertà, e i pericoli del mondo e li fanno entrare in conflitto con le nostre quotidiane diseguaglianze. La rottura, dell’equilibrio ecologico, di cui nessuno prende seriamente responsabilità, e che può compromettere definitivamente la presenza umana sul nostro pianeta.

E non riusciamo più a volgere il nostro sguardo al presente, e a comprenderlo e guidarlo. Mentre scompare la funzione essenziale della Politica, il discorso pubblico, trasparente, sulla Città, sulla Comunità, tutto si perverte in Propaganda, e oscure forze, e oscure potenze, giocano un nuovo tipo di guerra: la guerra delle informazioni. Le notizie possono essere inventate, costruite, manipolate, ignorate. La loro diffusione regolata, artificialmente. Alcuni congegni elettronici, autonomamente, sulla base di una loro programmazione a monte, possono garantire una diffusione universale a certe notizie, vere o false che siano, a discapito di altre.

“Più una civiltà è complessa, e più è essenziale, per la sua esistenza, la salvaguardia del flusso di informazioni; quindi più vulnerabile diventa a ogni turbamento di questo flusso.” Dice James Gleick. La falsa informazione, diviene come la profezia che si autoavvera, studiata dal sociologo Robert Merton. Essa produce un comportamento che, da falsa, la fa divenire vera, reale, le consente di produrre cambiamenti reali.

La posta in gioco è la nostra mente, il nostro consenso, la nostra emozione, il nostro cuore.

Anche se, la base che muove tutto, è la conquista del nostro portafogli. L’uomo ha importanza, solo in quanto, e per quanto, consuma.

Alla realtà, sembra essersi ormai sovrapposta la rappresentazione della realtà.

E, spesso, viviamo persino l’illusione d’essere noi, quelli che, attraverso la nostra conoscenza (manipolata, anche se non lo ammeteremmo mai), svelano una realtà ad altri invisibile. In sostanza, siamo noi stessi, quelli che, inverando una menzogna, le consentono una presa sul reale, mentre immaginiamo d’aver svelato oscuri complotti che volevano tacere al mondo scomode falsissime verità.

In realtà, io scrivo queste parole dal futuro.

Da un momento in cui avremo smesso, di cercare risposte, domandando alle nostre paure.

Da un momento in cui, essendo tornati ad investire sulla Scuola e sull’Università, pubbliche, avremmo permesso alle persone, uomini e donne, di sviluppare un pensiero critico, e libero.

Da un momento in cui avremo smesso, di indicare strade nuove, solo per continuare ad agitare quelle vecchie, come bandiere di una propaganda sempre più ributtante.

Da un momento in cui avremo affrontato davvero, con Giustizia, il rapporto tra l’esistenza di confini nazionali, e la necessità che quei confini siano percorsi dalle persone e dalle merci. E non solo dal denaro.

Da un momento in cui l’identità nazionale sia frutto di una cultura condivisa, e di una vita sotto il governo delle stesse leggi costruite insieme, e non una fittizia medaglia appiccicata sul bavero di chi strilla più forte ed è pallido di carnagione.

Da un momento in cui sia ripresa la ricerca, per trovare le risposte alle prime parole scritte sul Programma Fondamentale della Socialdemocrazia tedesca di Bad Godesberg nel 1959:

“L’uomo ha scatenato le forze elementari dell’atomo, e ne teme ora le conseguenze; l’uomo ha sviluppato al massimo le forze produttive, senza assicurare a tutti una parte equa; l’uomo può garantire la pace mondiale, se egli rafforza l’ordinamento giuridico internazionale, riduce la diffidenza che regna tra i popoli e impedisce la corsa agli armamenti”.

Ancora, il passato interroga il futuro.

Ma dipende da noi, se ci sarà, un futuro

LETTERA APERTA AI “FRATELLI” ALPINI DI PINZOLO PER IL 50° ANNIVERSARIO DEL GRUPPO – di Goffredo Palmerini

 

Goffredo Palmerini

SS 17 bis, 28/a – Paganica

67100 L’AQUILA – Italy

Tel.       +39 0862 68416

Mobile +39 328 6113944

Paganica, 15 luglio 2018

Lettera aperta ai “fratelli” Alpini di Pinzolo per il 50° Anniversario del Gruppo

Al Sig. Agostino Lorenzetti

Capogruppo Alpini di Pinzolo

Con forte emozione scrivo questo Messaggio per il 50° anniversario (1968-2018) del Gruppo Alpini di Pinzolo. Una ricorrenza, caro Agostino, che marcherà la vostra storia associativa, richiamando alla memoria i momenti più significativi di mezzo secolo d’impegno alpino, di amor di Patria, di altruismo, di gesti di solidarietà e ponti d’amicizia costruiti. Insomma, richiamerà quel patrimonio di valori autentici che sono la ricchezza vera e duratura del Gruppo e della tradizione alpina. Come pure con grande commozione ho letto il tuo Messaggio ufficiale per il 50° del Gruppo, dove concludi con queste parole “…Voglio ringraziare in modo particolare gli Amici Alpini di Paganica con i quali si è instaurato un rapporto di amicizia, fiducia e solidarietà”, così sottolineando l’amicizia tra i due Gruppi, consacrata nel 2005 in un prezioso rapporto di Gemellaggio che ci inorgoglisce e ci onora.

In virtù di quel Gemellaggio, sottoscritto 13 anni fa, tante relazioni di affetto e di amicizia sono nate, sono cresciute e si sono consolidate tra Pinzolo e Paganica, in una fraternità alpina che neanche la lontananza fisica può minimamente attenuare. Sento pertanto di dover esprimere un sentimento intenso di gratitudine per questa amicizia tra Gruppi Alpini, diventata poi amicizia tra le due comunità, di Pinzolo e Paganica. Anche perché avverto l’eredità morale di mio fratello Corradino, “andato avanti” due anni fa, che allora alla guida degli Alpini di Paganica sottoscrisse il Gemellaggio con Renzo Maffei, il vostro Capogruppo, alla presenza dei Sindaci dell’Aquila e Pinzolo, Biagio Tempesta e William Bonomi. Oggi sarebbe stato Lui, Corradino, a scrivere molto meglio di me questo messaggio, per sottolineare il valore del rapporto fraterno tra i nostri Gruppi e la rigogliosa generosità dei sentimenti che ne sono la linfa.

D’altronde ne abbiamo avute prove stupende, meravigliose e commoventi della vostra amicizia e generosità, quando siamo stati colpiti dal terremoto del 2009. Siete stati, voi amici Alpini di Pinzolo, della Val Rendena e della Sezione di Trento, tra i primi ad arrivare, a soccorrere le nostre popolazioni, ad offrire – con semplicità alpina – gesti di solidarietà e di vicinanza fraterna. La Protezione Civile di Trento è stata la prima ad arrivare, insediandosi non a caso a Paganica, proprio in virtù di questo rapporto di Gemellaggio. Noi non potremo mai dimenticare il vostro aiuto, la gentilezza, il sorriso, la premurosa attenzione verso la nostra gente. Vi avremo nel cuore per sempre, nei nostri sentimenti di affetto e d’inesauribile gratitudine per tutto quanto avete fatto per noi, sul piano morale e materiale. Ogni cosa, qui a Paganica, ci ricorda la vostra generosità e magnanimità.

Colgo questa occasione, rivolgendo con affetto il mio saluto all’amico Maurizio Pinamonti, Presidente della Sezione ANA di Trento, di voler far giungere in qualche modo questa gratitudine a tutti gli Alpini trentini, e all’amico Michele Cereghini, Sindaco di Pinzolo, di estendere i medesimi sentimenti all’intera comunità pinzolese. Una gratitudine che esprimo come Alpino e come cittadino di Paganica, ma anche, in ragione del lungo servizio prestato per quasi 30 anni come amministratore civico al Comune dell’Aquila, da poterla esprimere a nome dell’intera comunità paganichese, e non solo.

Infine, parlando qualche giorno fa con il Capogruppo Raffaele Vivio, mi ha rappresentato le difficoltà del Gruppo Alpini di Paganica ad essere presente all’evento, il 21 e 22 luglio prossimi, in forma organizzata e strutturata. Immagino, peraltro, che una rappresentanza alpina paganichese vi parteciperà. Sentivo tuttavia nel profondo del cuore, con il ricordo dei magnifici giorni della nascita del nostro Gemellaggio (Pinzolo, 2-5 giugno 2005), il desiderio di esternare a te, caro Agostino, e a tutti gli amici Alpini del Gruppo di Pinzolo questi sentimenti di partecipazione, emotiva e morale, al vostro 50° anniversario, nella certezza che tutti gli anni che abbiamo davanti vedranno ancor più rafforzare e consolidare la nostra bella e fraterna amicizia.

BUON 50° ANNIVERSARIO

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p.c.

  • Maurizio Pinamonti – Presidente Sezione ANA Trento

  • Michele Cereghini – Sindaco di Pinzolo

Articolo in proposta : Titolo : DIO NON GIOCA A DADI…

 

DIO NON GIOCA A DADI…

( di Giuseppe Lalli )

Ho seguito qualche giorno fa un programma interessantissimo. Verteva sulla genesi e lo sviluppo della celebre teoria della relatività di Albert Einstein, che risale a più di cento anni fa.

Si spiegava che la teoria che ha rivoluzionato le conoscenze dell’astrofisica inaugurando un nuovo ed imprevisto paradigma scientifico, assume il paradosso alla base dei suoi fondamenti.

Lo scienziato tedesco di origine ebraica la concepì mentre era impiegato all’ufficio brevetti di Berna. Alla base delle sue riflessioni non ci furono delle formule matematiche, ma delle rappresentazioni mentali delle dinamiche della materia nell’universo. Immaginò che essa potesse scolpire ( proprio così : ” scolpire ” ) le forme del cosmo, vale a dire il tempo e lo spazio. La formalizzazione matematica seguì e accompagnò, non precedette, le rappresentazioni mentali delle implicazioni della teoria. 

Ho avuto l’impressione, sentendo illustrare questo straordinario percorso intellettuale, che i pensieri di Einstein ( lo dico con molta umiltà e nella quasi totale ignoranza della materia ) seguissero con intuizione geniale un percorso in qualche modo già scritto nella materia cosmica, e che lui si incaricava di decifrare, stupendosi forse egli stesso ad ogni passo che compiva nel cammino della sua ricerca. Dalle interviste degli esperti si evinceva con chiarezza un concetto già espresso dal nostro Galilei trecento anni prima, e cioè che la matematica è il grande alfabeto con cui si può leggere l’universo e dare base di certezza a ciò che la mente ha intuito.

Mi è parso di ricavare più di un’impressione.

La prima è che le grandi scoperte scientifiche nascono spesso, se non sempre, dall’abbandono del senso comune e dall’assunzione del paradosso come spiegazione: da una sorta di “irrazionalità”, verrebbe da dire.

Legato a questo concetto, c’è poi l’idea che la scoperta è il frutto di una scommessa vinta, dove ciò che il senso comune chiama “caso” altro non è che l’intelligenza delle cose che si palesa ad una mente generosa.

Infine, ciò che più stupisce e che, paradossalmente, tanto più appare misterioso quanto più diventa noto, è il fatto che un solo cervello abbia potuto dominare tanta complessità. Pochi centimetri quadrati di “materia grigia” hanno potuto contenere un intero indefinito cosmo. E’ come se la materia dell’universo fosse stata concepita fin dall’inizio nella prospettiva che qualcuno, prima o poi, potesse afferrarne le leggi. Una considerazione filosofica che s’impone, a mio avviso, è che, affinché ciò possa essere possibile si rende necessaria una sostanziale omogeneità tra la mente che conosce e la materia oggetto di conoscenza, una sorta di pre-disposta compenetrazione. 

Spirito e materia non viaggiano su binari separati, a tratti sembra quasi che si rincorrano, con buona pace di Cartesio. Siamo, in qualche modo, della stessa sostanza delle stelle, per dirla con un’espressione tanto poetica quanto scientifica. 

Una cosa mi sembra infine di poter affermare : tutto ciò non può essere frutto del caso, e leggi della natura tanto complicate ed affascinanti non possono non avere un autore.

Sono tentato di concludere che conosciamo già abbastanza la materia per poterci dire materialisti.

Quelle che precedono sono, beninteso, solo personali e discutibili osservazioni.

Chissà cosa mi avrebbe risposto…Albert. Forse mi avrebbe ricordato che Dio non gioca a dadi, come pare ebbe a dire in qualche occasione.

Migrantes

Migrantes: fermarsi a pregare e riflettere sulla nostra indifferenza

ROMA – “Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia (la morte nel Mediterraneo di centinaia di migranti), che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente, come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore!”.

Così diceva papa Francesco nella sua omelia a Lampedusa l’8 luglio 2013. Purtroppo invece uomini, donne, bambini, continuano a morire nella generale indifferenza: 1.137 i morti e i dispersi nel Mediterraneo solo nel periodo che va dal 1 gennaio al 2 luglio 2018, nota oggi la Fondazione Migrantes alla vigilia di una celebrazione per i Migranti presieduta da papa Francesco in occasione del V anniversario della sua visita a Lampedusa, primo viaggio del suo pontificato.

Domani, venerdì 6 luglio nella Basilica di San Pietro a Roma e sabato 7 luglio a Bari, proprio davanti “a quel mare che tanti cercano di attraversare per fuggire da situazioni difficili e di guerra”, sottolinea il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, e dove “invece trovano così spesso la morte, ci uniremo alla preghiera di papa Francesco, per domandare al Signore ‘la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi …per chiedergli perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!’”.

Roma, 5 luglio 2018