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31 OTTOBRE, 500 ANNI FA: LA RIFORMA DI MARTIN LUTERO – di Mario Setta

31 OTTOBRE, 500 ANNI FA: LA RIFORMA DI MARTIN LUTERO

Dal travaglio interiore di Martin Lutero su Martin Lutero

è uscita, tutta in armi, la protesta del 31 ottobre.

Lucien Febvre

Il 31 ottobre di quest’anno, 2017, ricorre il quinto centenario della rivolta in Germania di Martin Lutero con la pubblicazione delle 95 tesi, nella cappella del castello di Wittenberg. Una “riforma” che parte da motivazioni di ordine strettamente economico-pastorale (la vendita delle indulgenze) e sfocia nella critica all’apparato teologico (ideologico) della struttura ecclesiastica. Sarà il Concilio di Trento a riaffermare le posizioni dogmatiche del cattolicesimo con una violenza verbale da spavento (…anathema sit) e con conseguenze fisiche da condanna a morte.

Nei confronti della Riforma Luterana, papa Francesco ha cercato di dare spazio al dialogo. Il problema ecumenico dell’Unità delle chiese cristiane resta fondamentale, perché i cristiani siano “sale della terra” (Mt. 5.13) e “luce del mondo” (Mt. 4.16). Incontrando in Vaticano la comunità luterana, riunitasi a Lund in Svezia, il 31 ottobre 2016, papa Francesco ha detto: “Abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni e gli altri”.

C’è un’evidente stranezza nel percorso storico del Cristianesimo, in cui è stata privilegiata ed egemonizzata la virtù della “Fede”, ridotta spesso ad enunciati da “Credo” (“Fides quae creditur”), a scapito delle altre due virtù cardinali, la Speranza e la Carità. C’è stata una lotta fratricida, con migliaia di morti, in nome della “fede”, dimenticando che il fondamento del Cristianesimo è l’Amore. Il messaggio di Cristo si basa su un solo comandamento: “Amatevi gli uni e gli altri” (Gv.13.34) e non sulle diatribe circa il valore e l’importanza dei sacramenti o su altre controversie di lana caprina.

Negli ultimi tempi, l’esigenza del rinnovamento è emersa in modo indiscutibile, iniziata con Giovanni XXIII che usava la parola “aggiornamento”, anche se il termine più usato sotto il profilo biblico è e resta “metànoia”, parola greca che significa cambiamento di mentalità. Oggi, con papa Francesco soffia un vento di innovazione, un profondo spirito che si attua prevalentemente sul piano pastorale (comportamentale): fraternità, accoglienza, comprensione, perdono. Ne è testimonianza la prima esortazione apostolica intitolata “Evangelii Gaudium”. L’accentuazione dell’idea di “Chiesa dei poveri” e della scelta concreta di essere dalla parte dei poveri è certamente un fatto di importanza storica nella vita della Chiesa.

Certe frasi-slogan sono diventate linee programmatiche: chiesa in uscita, chiesa dalle porte aperte, chiesa casa aperta del Padre, ecc. Nei primi secoli del Cristianesimo, la fede non si basava sul “proselitismo”, cioè sulla capacità di aggregare, di predicare, di diffondere la parola, ma sull’esempio di vita che davano i cristiani. Ecco la descrizione che ne fanno gli Atti degli Apostoli: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti… il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (2,44ss).

Il tema della fede apre una delle pagine più tristi e sconvolgenti della storia della chiesa. Non per nulla la rivoluzione di Lutero assunse come principio teologico il motto “sola fides”. Purtroppo la codificazione in formule dogmatiche o in posizioni ideologiche categoriche ha dato campo libero al Potere politico di usare la religione (fede) come “instrumentum regni”. Infatti dal primo concilio ufficiale, quello di Nicea, nel 325 dopo Cristo, la religione cristiana diventa religione dell’imperatore Costantino. Nasce l’epoca costantiniana, durata fino al Concilio Vaticano Secondo (1962-1965). Tutti i concili sono stati controllati dal potere politico: la fede a servizio dei governanti del momento.

Cristo non ha fondato una chiesa-istituzione, ma una comunità umana d’amore e di pace. Solo se si aboliranno le formulazioni dogmatiche e l’idea che la salvezza derivi dai sacramenti, il Cristianesimo potrà rivolgersi a tutta l’umanità e diventarne “casa comune, umana famiglia”. Le chiese, oggi, giocano la loro sopravvivenza, confrontandosi col mondo al futuro, con una umanità che va verso la planetizzazione.

Fortunatamente, una serie di posizioni in contrasto con i dogmatismi, soprattutto col dogma del peccato originale, sembra ora montare come un terremoto ideologico. Kant riteneva “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. È stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”.

Sono numerose le interpretazioni di vari autori e teologi che lo ritengono: “insulto alla vita” (Mancuso), “dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci” (Delumeau), “qualcosa di perverso” (Maggi) “dottrina inesistente nel Vecchio Testamento” (Haag), “disobbedienza mai esistita” (Castillo), “dottrina devastante” (Fox), “priva di fondamento l’accusa di un’offesa a Dio” (Valerio). L’elenco potrebbe proseguire citando i volumi che, negli ultimi tempi, sono stati pubblicati sul problema (Domiciano Fernandez, André-Marie Dubarle, Luciano Cova, ecc.).

Alla base del peccato originale c’è una concezione pessimistica dell’Uomo. Una concezione antievangelica, anticristiana, disumana, che permea da sempre la weltanschauung dell’uomo e del mondo. Si è quindi creato un Cristianesimo imprigionato nelle strutture ecclesiastiche (le varie denominazioni cristiane) che offrono ai loro fedeli grazia e salvezza, tradendo il messaggio universale di Cristo. Cristo si è rivolto agli uomini. Tutti, non ad alcuni soltanto. Il superamento dello scoglio del peccato originale minerebbe certamente la concezione teologica della storia della salvezza, ma ridarebbe alla missione di Cristo il suo valore profondo e autentico: l’esemplarità umana. Cristo non è venuto per redimere da una colpa mai esistita, ma per elevare la natura umana al suo grado più alto. Cristo, modello universale di HOMO: “Homo Homini Deus”.

Mario Setta

A NEW YORK ANCHE CON LA PIOGGIA E QUALCHE PROTESTA UN GRANDE COLUMBUS DAY – Importanti incontri per la delegazione del Consiglio Regionale d’Abruzzo con esponenti di punta della nostra comunita’

11 ottobre 2017

A NEW YORK ANCHE CON LA PIOGGIA E QUALCHE PROTESTA UN GRANDE COLUMBUS DAY

Importanti incontri per la delegazione del Consiglio Regionale d’Abruzzo con esponenti di punta della nostra comunita’

di Goffredo Palmerini

NEW YORK – Ha recuperato l’ora di ritardo alla partenza il volo AZ608 per New York, modificando la rotta. Giovedi’ 5 ottobre. Quasi le due di pomeriggio quando la costa americana compare dalle parti di Providence. Ecco poi New Haven e fra pochi minuti New York. Non gioca la luce del sole sugli specchi d’acqua intorno l’aeroporto Jfk, per via d’una foschia che attenua anche il profilo di Manhattan, solitamente nitido in lontananza quando c’e’ sereno. Ma e’ sempre un’emozione arrivare nella Grande Mela. Buono l’atterraggio e veloci le operazioni all’immigrazione, con il controllo elettronico, quando il visto d’ingresso e’ abituale. Un’ora in tutto, con il ritiro bagagli, e si e’ in taxi. Ancora un’ora per arrivare in centro, sulla 7^ Avenue e 55^ Street, tra Times Square e Central Park. Mi aspetta nella sua bella casa museo Mario Fratti, sempre sorridente nell’eterna giovinezza dei suoi recenti 90 anni. Una miniera inesauribile di curiosita’ intellettuale, di verve, d’ironia, di talento letterario. Il drammaturgo e’ la simpatia fatta persona. Travolgente. Come l’amore per la sua citta’ natale, L’Aquila. Della quale vuole conoscere le ultime novita’, benche’ ci sia stato nel luglio scorso per festeggiare il suo novantesimo compleanno. Lo aggiorno sugli ultimi fatti e sugli impegni che ci aspettano nei prossimi giorni sin dalla prima mattinata di domani, venerdi. Mario gia’ sa dell’arrivo a New York, in tarda serata, del presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo, Giuseppe Di Pangrazio. Lo ha conosciuto il 5 luglio scorso, quando proprio il Consiglio Regionale gli rese omaggio nel giorno del suo 90.mo genetliaco. E’ felice di rincontrarlo qui a New York, la citta’ che dal 1963 gli ha consentito d’esprimere il suo valore di drammaturgo, ora riconosciuto in tutto il mondo, e d’insegnare in prestigiose universita’, come la Columbia e l’Hunter College. Passiamo la serata a raccontarci storie e varie amenita’. Con lui scompare la differenza d’eta’. E poi avverte una lunga franchigia di vita, come gli disse molti anni fa a San Pietroburgo una donna leggendogli la mano. Gli vaticino’ 99 anni, cifra che per un aquilano ha il valore d’una cabala. “Le diedi una buona mancia”, annota Mario ridendo.

Venerdi’mattina, 6 ottobre, sono quasi le 8. Il presidente Di Pangrazio e il capo della sua segreteria Gino Milano sono sistemati in un albergo vicino al Carnagie Hall. La loro missione a New York in parte coincide con i giorni della mia permanenza e volentieri presto collaborazione. Abbiamo preparato una ricca agenda d’impegni e incontri per questa prima visita della Regione Abruzzo nella grande citta’ americana. Il Presidente del Consiglio Regionale ha infatti accolto l’invito rivoltogli sin dall’aprile scorso dall’associazione Orsogna Mutual Aid Society a far visita alla numerosa comunita’ abruzzese dell’area di New York, in occasione del Columbus Day. Quando ne ha avuto conferma l’associazione ha fortemente pubblicizzato l’evento, acquistando in tre domeniche successive mezza pagina del quotidiano America Oggi. Vado incontro al Presidente del Consiglio Regionale e a Gino Milano, siamo amici da lungo tempo. Sono con il giornalista Dom Serafini, che scrive per il Messaggero, edizione Abruzzo. Dom ha gia’ raccolto quanto necessario per il suo articolo della domenica. Un saluto e si parte in taxi per la Columbia University. Alle 9 siamo attesi dal prof. Domenico Accili, docente presso la Facolta’ di Medicina e direttore del Diabetes and Endocrinology Research Center “Russ Berrie”, prestigioso centro di ricerche sul diabete e sull’alimentazione umana. Il prof. Accili e’ uno scienziato di valore, spesso in giro per il mondo. L’anno scorso, per i suoi meriti, fu insignito dal Consiglio Regionale dell’onorificenza di Ambasciatore d’Abruzzo nel Mondo, che tuttavia non pote’ direttamente ricevere in Abruzzo a causa dei suoi impegni professionali. Una cortese collaboratrice ci accoglie al Russ Berrie Pavilion e ci accompagna nello studio del prof. Accili. L’incontro e’ caloroso, senza formalita’, come nell’indole degli abruzzesi. Il presidente Di Pangrazio esprime l’orgoglio dell’Abruzzo per l’onore che il prof. Accili rende alla sua terra d’origine. Laureato all’Universita’ Cattolica “A. Gemelli” di Roma, Domenico Accili venne negli States a specializzarsi presso il National Institute of Health in Bethesda, nel Maryland. Dal 1999 e’ professore alla Columbia University, con responsabilita’ di grande rilievo. Con molta spontaneita’ il prof. Accili, alle domande del presidente Di Pangrazio, racconta la storia della sua “emigrazione”, la sua attivita’, ma anche quale rilevanza abbia a New York la comunita’ italiana. Ci illustra anche il significato storico del luogo dove sorge il Russ Berrie. Proprio li’, ad Harlem Heights, nel punto ora ricordato da un monumento, il 16 settembre 1776 George Washington raccolse i patrioti americani riuscendo a resistere e poi sconfiggere gli inglesi, benche’ fossero tre volte superiori di numero. Un episodio molto significativo nella storia dell’indipendenza americana. Facciamo con il prof. Accili un giro di visita al Centro, dove lavorano ricercatori d’ogni parte del mondo. Ci spiega in dettaglio come e’ organizzata l’assistenza sanitaria americana e come viene finanziata la ricerca. Ci da’ riferimenti epidemiologici sul diabete, un vero problema del nostro tempo. Parliamo poi dell’Aquila, della ricostruzione della citta’, stimolati dal grande poster del Castello cinquecentesco appeso nel suo studio. Siamo quasi al termine dell’incontro, programmato in un’ora. C’e’ per l’insigne abruzzese un omaggio del presidente Di Pangrazio: e’ una riproduzione in scala del Guerriero di Capestrano, scultura italica risalente al VI secolo a.C. del re vestino Nevio Pompuledio. Un po’ il simbolo dell’Abruzzo. Il prof. Accili ne e’ molto lieto, mentre ringrazia il presidente. Osservando la scultura, e notandone le dimensioni dei fianchi, deduce che anche a quel tempo dovessero esistere disturbi dell’alimentazione. Consegno anch’io a Mimmo il mio ultimo libro L’Italia nel cuore. Nel volume si parla di lui e di suo padre, il Sen. Achille Accili, piu’ volte parlamentare e uomo di governo. E’ stato un riferimento per la mia formazione politica. E’ ora di salutarci: il prof. Accili ci abbraccia con grande cordialita’.

Alle 11 siamo a casa Fratti. Mario riceve la delegazione abruzzese nella sua bella casa piena di libri, cimeli, premi, poster e opera d’arte. C’e’ la sua vita di autore teatrale. L’incontro e’ affettuoso e sottolinea l’ammirazione e la stima che l’Abruzzo nutre per uno dei suoi figli piu’ illustri e famosi. Il Presidente del Consiglio Regionale esprime questi sentimenti a chiare lettere al grande drammaturgo. Fratti con l’immediatezza del suo tratto, racconta la sua esperienza negli Stati Uniti, la quasi casualita’ del suo arrivo nel 1963, le opportunita’ che questo grande Paese sa offrire. E’ cosi’ che si realizzo’ il “sogno americano” per Mario Fratti, arrivato in America solo per assistere alla messa in scena d’una sua opera, dal famoso regista Lee Strasberg. Un successo, mai interrotto, che ne ha fatto un autore di teatro tra i piu’ grandi al mondo. Con un velo di nostalgia mostra al presidente Di Pangrazio l’appartamento dove visse Tennessee Williams, di fronte al suo, e le finestre dalle quali ogni mattina si salutavano. Alle 3 del pomeriggio il prossimo incontro in agenda, e’ con la giornalista e scrittrice Mariza Bafile. Origine abruzzese, per molti anni Mariza e’ stata vicedirettore del quotidiano La Voce d’Italia di Caracas, fino alla sua elezione in Parlamento nella XV legislatura, alla Camera dei Deputati, eletta nella Circoscrizione America meridionale. Il giornale, fondato nel 1950 dal padre Gaetano, che lo ha diretto fino alla sua scomparsa nel 2008, e’ stata una casa aperta per tutta la comunità italiana in Venezuela. Fu strumento di difesa degli Italiani, negli anni degli abusi polizieschi sotto la dittatura di Peter Jimenez. Come il caso della scomparsa nel nulla, nel 1955 a Caracas, di sette siciliani. Gaetano Bafile aprì con il suo giornale un’indagine per salvare l’onore infangato dei nostri connazionali, accusati ingiustamente di crimini inesistenti da un regime corrotto. A rischio della propria vita, Bafile fece chiarezza sul caso con la sua coraggiosa inchiesta, anche se non riuscì a sottrarre i nostri connazionali dalla fine che quel regime cagionò loro. Gabriel Garcia Marquez, in un suo libro, raccontò la storia di questo giornalista tenace e coraggioso. La Voce d’Italia ha continuato negli anni la preziosa opera d’informazione. Ora ne e’ direttore Mauro Bafile, fratello di Mariza. Cordiale e ricco di emozioni l’incontro con Mariza. Lei ora vive a New York, dove ha fondato ViceVersa magazine, una rivista bilingue inglese/spagnolo diventata punto di riferimento per intellettuali e artisti di cultura ispanica, con collaboratori da tutto il mondo. Con Mariza il presidente Di Pangrazio parla della difficile situazione in Venezuela, della condizione che vivono i nostri connazionali e in particolare la numerosa comunita’ abruzzese. Si ragiona sulle possibili iniziative utili, in aggiunta a quelle meritoriamente gia’ messe in campo dal CRAM della Regione Abruzzo, in collaborazione con la Fondazione Abruzzo Solidale di Caracas, per l’assistenza sanitaria ai nostril corregionali in difficolta’. Come pure viene evidenziato quanto di meritorio sta realizzando l’associazione ALI con il progetto “Ali per il Venezuela”, diretto dal medico Edoardo Leombruni, con l’invio di medicinali. Mariza, infine, raccoglie dal presidente Di Pangrazio un’intervista che uscira’ sulla Voce d’Italia.

A sera siamo attesi nella sede sociale dell’associazione Orsogna MAS, ad Astoria. Nel distretto di Queens vivono molti abruzzesi, quasi 10mila sono originari di Orsogna, in provincia di Chieti, un paese distrutto nel 1944 durante la battaglia di Ortona, la Stalingrado d’Italia. In quel dopoguerra partirono da Orsogna schiere d’emigrati, verso New York e Boston, soprattutto. E’ stata preparata una serata in onore della delegazione del Consiglio Regionale. Mario Fratti e’ ospite speciale. Tutti i 200 posti occupati, su prenotazione. Tony Carlucci, presidente del sodalizio, porge il saluto al Presidente del Consiglio Regionale, lo ringrazia per aver accettato l’invito e gli esprime i sentimenti d’affetto dell’Orsogna MAS. Invita quindi Rocco Pace, presidente del Club Nuova Orsogna, a portare il suo saluto. Con commozione Pace esprime l’onore di ricevere per la prima volta una visita dell’istituzione regionale, un fatto che riempie di soddisfazione e d’orgoglio, un’attenzione che ripaga l’opera di tanti abruzzesi che hanno cercato di illustrare al meglio la terra d’origine. Di Pangrazio ringrazia tutti per la calorosa accoglienza, ma soprattutto per quanto gli emigrati abruzzesi hanno fatto per l’Abruzzo, consentendone la ricostruzione dopo la guerra, con le loro rimesse, e il lavoro per chi restava. Un’opera che ha permesso all’Abruzzo il suo sviluppo, di cui si e’ grati per sempre. Consegna quindi, in segno di considerazione e gratitudine, due targhe ricordo ai presidenti dei due Club, Tony Carlucci e Rocco Pace. Dona poi a Maria Fosco, infaticabile esponente della comunita’ abruzzese, dirigente al Queens College e vicepresidente dell’Italian American Museum, in segno di riconoscenza, un dono che segnala un’antica tradizione abruzzese. Quindi un omaggio anche a Mario Fratti. Festosa la conviviale che ne segue. Con un finale a sorpresa, quando le luci si spengono ed entra in sala un carrello con una grande torta, le candeline accese per i 90 anni di Mario Fratti. Gli occhi dello scrittore hanno gioito, con lo stupore d’un “ragazzo” che celebra la vita con passione, ogni giorno.

Sabato 7 ottobre e’ un assaggio del Columbus Day, per fortuna con il sole. Andiamo comodamente in metro, fino ad Astoria Blv. La’ nei dintorni ci sono i Kaufman Studios, centro di produzione cinematografica, dove per l’occasione c’e’ il concentramento per la Parata di Queens. In formato bonsai c’e’ tutto della grande Parata sulla Fifth Avenue, che si tiene ogni anno il secondo lunedi’ di ottobre. A mezzogiorno in punto parte la sfilata, tra bande e gruppi. Un bel tratto di strada, un’ora e mezzo di percorso, tra due ali di pubblico che saluta. L’arrivo e’ in uno slargo, al centro un monumento a Colombo. Lo speaker chiama la rappresentante del Consolato Generale – il vice Console Isabella Periotto – a portare il saluto, seguono gli interventi del Grand Marshall e degli esponenti di varie associazioni. Il Presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo viene chiamato a portare un suo saluto. Quindi gli inni d’Italia e degli Stati Uniti, con la deposizione dell’omaggio floreale a Cristoforo Colombo, con selva di flash a ricordo. Gli abruzzesi hanno orgogliosamente sfilato, quest’anno, con la loro rappresentanza istituzionale. Maria Fosco e Sante Auriti ci portano alla Trattoria L’incontro, un magnifico locale meta di buongustai. E’ dello chef Rocco Sacramone, orsognese, arrivato con il padre negli States quand’era un ragazzo di 12 anni. Cucina eccellente, la sua, locale di grande richiamo a prenotazione consigliabile, se si vuole accedere. Rocco ha idee molto chiare anche su come promuovere l’Abruzzo, in America, non mancando di creare suggestioni verso i suoi clienti parlandogli delle straordinarie bellezze e singolarita’ della regione dov’e’ nato. E dove torna spesso, anche per selezionare prodotti di qualita’ della nostra gastronomia per la sua cucina. Insomma, un vero ciclone. Un personaggio di grande simpatia Rocco Sacramone. Nel pomeriggio una piacevole scarpinata per Central Park e Times Square. Alle 20 si va sulla 2^ Avenue, da Donna Margherita. Un piccolo locale, ma pieno come un uovo. Chef executive e’ Rosanna Di Michele, vastese con la grande passione per la cucina. Fa ormai la spola tra Vasto e New York, ambasciatrice dei buoni sapori d’Abruzzo nella Grande Mela. Ha saputo costruire, con il sorriso e la professionalita’, un mondo di relazioni significative. E’ apprezzata per le sue qualita’. Parla della sua esperienza a New York con il presidente Di Pangrazio. Per lei e’ una piacevole sorpresa avere tra gli avventori presenze istituzionali dall’Abruzzo.

Domenica, 8 ottobre, 9 di mattina. Il cielo plumbeo promette pioggia e mantiene la promessa. Andiamo al Columbus Circle, al monumento a Cristoforo Colombo, all’ingresso sud di Central Park. La’ terminavano le prime edizioni della Parata, che partiva da Harlem. Tutto ebbe inizio con Generoso Pope, il magnate italiano che nel 1929 organizzo’ la prima Parata, prodigatosi anche per far riconoscere il Columbus Day festa nazionale americana. Piove a dirotto. La cerimonia con l’omaggio floreale a Colombo e’ prevista per le 9, ma tutti attendono nell’androne del vicino Time Warner Center. C’e’ Letizia Airos con la sua troupe di i-Italy Tv a raccogliere interviste alle personalita’ presenti. Le vado incontro con un abbraccio, collaboro con la sua testata ormai da 10 anni. La presento al presidente Di Pangrazio, che gia’ ne conosce il valore. Anna Letizia Soria, questo il suo nome all’anagrafe, e’ figlia d’un magistrato, presidente della Corte dei Conti. Era nato a Vasto, in provincia di Chieti. Letizia intervista Di Pangrazio, sulle sue impressioni riguardo il Columbus Day e sulla protesta che sta investendo la manifestazione. Per Di Pangrazio resta un evento rilevante a testimonianza del ruolo svolto dalla comunita’ italiana negli Stati Uniti. Va assolutamente conservato e difeso. Per fortuna il cielo ha un gesto di clemenza, quasi spiove. La cerimonia ha inizio. La conduce Joseph Guagliardo, presidente della Conferenza dei Major delle Organizzazioni Italo-Americane. Un simpatico omone con la voce stentorea. Chiama al podio le personalita’ per gli interventi di rito, a cominciare dal Console Generale d’Italia, Francesco Genuardi, cui seguono Angelo Vivolo, Presidente della Columbus Citizens Foundation che organizza le manifestazioni del Columbus Day, ed altri esponenti della comunita’ italiana. Cospicua la rappresentanza italiana della Polizia di Stato, della Polizia municipale di New York e di altri Corpi di New York City. Un conato di protesta ha tentato di guastare la cerimonia: un nero a torso nudo incatenato come uno schiavo, un incappucciato come Ku Klux Klan e altri tre o quattro con cartelli, seguiti da tv a caccia di scoop. Una reazione tranquilla isola i manifestanti, consentendo di portare a compimento la manifestazione. C’e’ tuttavia la percezione, mai avvertita negli anni precedenti, di una furia iconoclasta che negli States sta investendo Cristoforo Colombo e il Columbus Day. Gli inni nazionali italiano e americano precedono la deposizione dell’omaggio floreale – una bandiera con le stelle e le strisce tricolori – ai piedi della colonna sul cui vertice spicca la statua di Colombo. A fine cerimonia, andiamo a prendere un caffe’con Letizia Airos. Una bella rimpatriata d’Abruzzo, con una donna tenace e di talento che alla vita di funzionaria del Ministero degli Esteri (a Mosca e New York) ha preferito scegliere il giornalismo, la sua vera passion. Il network che Letizia conduce, insieme a suo marito Ottorino Cappelli, e’ un esempio d’innovazione, anche nel linguaggio, d’un giornalismo che sappia parlare ai giovani e che racconti la piu’ bella Italia agli Americani, utilizzando ogni mezzo: dal giornale on line al magazine cartaceo, dalla Tv alla Radio, ai social network. In questi giorni Letizia sta curando le riprese per una serie di puntate televisive, che saranno trasmesse da una Tv di New York, nelle quali Gabriella Carlucci accompagna gli spettatori tra le eccellenze dell’Italia nella Grande Mela. Con Letizia il presidente Di Pangrazio affronta il tema della promozione dell’Abruzzo negli Stati Uniti. Come buona parte delle regioni italiane l’Abruzzo e’ scarsamente presente sul mercato americano. Nel centro-meridione solo la Puglia riesce ad affermare sufficientemente il suo brand. Il problema risiede nella incapacita’ tutta italiana di fare sistema. Ciascun soggetto ritiene di essere autosufficiente, a rischio dell’inconcludenza e dell’inefficacia d’ogni iniziativa. E pensare che il mercato americano guarda all’Italia con interesse e simpatia. Una conversazione davvero molto franca e utile, con Letizia, una persona che ama fortemente l’Abruzzo e l’Italia. Nel pomeriggio andiamo al Ground Zero Memorial. Una visita commovente nel luogo della tragedia dell’11 settembre 2001, che fece 2603 vittime nel crollo delle Torri Gemelle. Due singolari fontane di marmo scuro richiamano le piante dei due grattacieli, d’intorno sulle balaustre i nomi delle vittime. Belle le architetture della ricostruzione, con lo svettante One World Trade Center. La giornata si conclude a Little Italy. A Mulberry Street la visita al Museo Italo Americano, un presidio della memoria della nostra emigrazione negli States. Infine una buona cena al Ristorante Lunella, con il campano Mike, fratello della titolare, che ci racconta gli ultimi cinquant’anni e la sua amarezza per quanto e’ cambiato nel quartiere italiano, dove restano solo pochi esercizi in mani italiane.

Columbus Day, lunedi’ 9 ottobre. Ci avviamo verso St. Patrick per la Messa che apre il Columbus Day. E’ una giornata uggiosa. Piove. Non pare una giornata di festa. Ma come sempre c’e’ grande animazione, mentre la Cattedrale si va riempiendo. Il protocollo del Consolato riserva al Presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo un posto in prima fila, con il Console Generale ed altre Autorita’. A Gino Milano e a chi scrive la seconda fila. Piena come sempre la bella cattedrale dalle svettanti architetture gotiche. Presiede la celebrazione l’arcivescovo di New York, il Cardinale Timothy Dolan, concelebranti i vescovi dell’hinterland e dall’Italia mons. Antonio Stagliano’, vescovo di Noto, che conosco e ho incontrato piu’ volte, in Sicilia e all’Aquila. L’omelia del vescovo ausiliare di New York, Dominick Lagonegro, ripercorre la storia dell’emigrazione italiana in America. A conclusione gli inni nazionali italiano e americano. Infine il saluto del Card. Dolan al Grand Marshall, Leonardo Riggio, e al Console Generale d’Italia. Fuori la pioggia e’ diventata piu’ insistente, ma la macchina organizzativa della Parata non conosce pause. C’e’ un clima di protesta verso il Columbus Day, che dilaga in molte citta’ degli Stati Uniti. Molti Comuni hanno deciso di abolire la celebrazione in onore di Colombo e sostituirla con una Giornata per le Popolazioni native, mentre il grande navigatore genovese viene accusato come responsabile dello sterminio degli indigeni e della schiavitu’. Los Angeles, Seattle, Denver, Salt Lake City, Tulsa, Phoenix, Boston, Portland hanno deciso di cancellare il Columbus Day. Numerosi sono stati i gesti di sfregio ai monumenti che ricordano Cristoforo Colombo. Si temeva anche per il monumento al Columbus Circle. Sul quale pende la richiesta di rimozione verso la quale il sindaco di New York, Bill de Blasio, in corsa per la rielezione, ha fatto un po’ il pesce in barile con un atteggiamento pilatesco, attirandosi le rimostranze della comunita’ italoamericana, anche con contestazioni nel corso della Parata. Netta, invece, la posizione del governatore Andrew Cuomo, pienamente a favore del Columbus Day e contro chi vuole abolire la ricorrenza. Fatto sta che va allargandosi la protesta, tanto che la comunita’ italoamericana di New York si va mobilitando. Occorre tuttavia che una consapevole, ferma e diffusa posizione a difesa del Columbus Day e dei monumenti al grande navigatore cresca in America. Ma anche dall’Italia occorrono segnali di difesa, altrimenti questa furia iconoclasta rischia di degenerare in antipatia e contestazione al ruolo e alla rilevanza della comunita’ italiana negli States.

Ma ecco avviarsi la testa della Parata. Certo mancano i colori delle belle giornate che illuminano New York, ma ci sono comunque le ali di pubblico lungo la Quinta ad applaudire. Specie quando la parata offre, tra bande, carri, gruppi festanti, la suggestion delle singolarita’ dell’Italia. Particolarmente, quest’anno, la magnifica e ampia rappresentanza della Quintana di Foligno, con i meravigliosi costumi dei figuranti, particolarmente raffinati nelle figure femminili. Come pure la Regione Lombardia, che ha deciso di rappresentarsi con una coreografia affidata alla figura di Giuseppe Verdi, interpretato dal regista e attore Massimiliano Finazzer Flory, ideatore dell’evento. Francesca Alderisi, volto televisivo molto amato dagli italiani nel mondo, per tanti anni conduttrice di programmi di servizio su Rai Italia, sfila con la Band Rudy Valentino e i Baleras. Vado a salutarla, una bella amicizia ci lega. La delegazione del Consiglio Regionale d’Abruzzo, guidata dal Presidente Giuseppe Di Pangrazio, sfila con gli abruzzesi di New York. Verso il Red Carpet la pioggia ha fatto il vuoto di pubblico, laddove solitamente c’era gran pienone. La nostra Parata si conclude all’una e mezza. Un taxi che ci riporta sulla 7^ Avenue tra le congestioni del traffico e il disagio per gli abiti zuppi di pioggia. A sera il ricevimento presso il Consolato Generale. Ancora tanti incontri. Nella casa degli italiani, come l’ha definita il Console, una serata briosa, allietata dalla band Rudy Valentino e dai sapori della cucina abruzzese proposti da Rosanna Di Michele.

Martedi’ 10 ottobre. Alle 9 si va in visita alla fabbrica dei pianoforti Steinway & Sons, a Queens. Abbiamo una guida d’eccezione. Sante Auriti, un abruzzese cui la Steinway affida le operazioni piu’ delicate e particolari nella costruzione di pianoforti di particolare pregio e’ il nostro cicerone. Piu’ volte il suo lavoro gli ha guadagnato le pagine di grandi giornali. Sante ci accompagna nei vari reparti di lavorazione, spiegando per filo e per segno le varie fasi della costruzione d’un pianoforte, la cui gestazione e’ lunga nove mesi, per la preparazione e l’assemblaggio dei 12mila pezzi che compongono lo strumento. Ci illustra le qualita’ dei legnami, per la preparazione delle varie parti del pianoforte e della “tavola del suono”, e la cura costruttiva di un buon pianoforte. Nei laboratori ne vediamo anche di antichi, sotto le cure di preziosi restauri. Il presidente Di Pangrazio e’ orgoglioso di questo figlio d’Abruzzo, diventato per la Steinway un “artigiano” di punta. E lo sottolinea facendogli dono d’una coppia di gemelli con stemma del Consiglio Regionale. E’ l’ultimo d’una serie di gesti che hanno segnato questa missione a New York, che ha dato occasione di conoscere da vicino la comunita’ abruzzese, di apprezzarne il valore e di riconoscerne i meriti. L’Abruzzo fuori dall’Abruzzo, di cui andare davvero orgogliosi.  

Foto: courtesy i-Italy.org, Maria Fosco, Francesca Alderisi.

Mario Setta

 

NOI, FIGLI DI ABRAMO

I due luoghi più santi sono la spianata del tempio (Haram al-Sharif), a Gerusalemme, dove Abramo approntò il sacrificio del primogenito, e la caverna Macpela, a Hebron, dove si trova il suo sepolcro. Sono stati e continuano ad essere terra contesa, violentata, insanguinata. Spesso gli attentati più feroci avvengono in questi due luoghi. Sono i luoghi strettamente legati ad Abramo, il patriarca delle tre religioni monoteiste, ebraismo-cristianesimo-islam.

Come spesso accade, anche la lezione di Abramo sembra incompresa, manipolata, strumentalizzata. Le tre religioni hanno cercato di appropriarsi di Abramo, facendone il patriarca, il capostipite, ma non sembra abbiano colto il senso della sua fede. Il problema quindi non sta nella fede “in”Abramo, ma nella fede “di” Abramo.

Pascal, lanciando una condanna inappellabile contro il “dio dei filosofi e degli scienziati” scrive: “Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei Cristiani è un Dio di amore e di consolazione: un Dio che riempie l’anima e il cuore di coloro che possiede”.

Dio è dimostrabile solo in forza dell’Amore. Le prove, a posteriori o a priori, dell’esistenza di Dio sono elaborazioni mentali. Kant, nella “Critica della ragion pura” dimostrerà la fallacia di tali prove. Ma tra i postulati della Ragion pratica ritiene necessario ammettere l’esistenza di Dio come esigenza morale, in quanto Dio rappresenta il Sommo Bene originario ed è quindi garanzia dell’accordo tra felicità e virtù. Con un atteggiamento di trepidazione, nell’opera “La religione entro i limiti della ragione”, Kant scrive: «Per quanto le mie parole possano sorprendervi, non dovete biasimarmi se affermo: “Ogni uomo crea il proprio Dio” […] anche voi dovete creare il vostro Dio, per venerare in Lui il vostro creatore ».

E non sembri esagerato che a distanza di circa quattromila anni, la testimonianza di Abramo e la lezione di Kant si intreccino meravigliosamente. Abramo rifiuta l’idea di un Dio da saziare con sacrifici umani. La sua idea di Dio si differenzia sostanzialmente da quella delle altre popolazioni: keniti, kadmoniti, hittiti, amorrei, cananei, gergesei, ecc. (Gen. 15,18-19). Egli stabilisce un’alleanza con il suo Dio, che gli dice “Alla tua discendenza io darò questo paese” (Gen. 12,7). Lo stesso Dio gli cambierà il nome: “Eccomi, la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli. Non ti chiamerai più Abram ma Abraham, perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò” (Gen. 17,4-5).

Kierkegaard, in “Timore e tremore”, fa l’elogio di Abramo, affermando: “Nessuno sarà dimenticato di quelli che furono grandi… ma chi amò Dio… chi sperò l’impossibile… chi lottò contro Dio… chi credette in Dio… fu il più grande di tutti”.

Nella seconda sura del Corano è scritto: “Dichiarano: siate ebrei, siate cristiani, sarete nella giusta via. No. Seguite il credo di Hibrahim, come hanif. Non è stato tra coloro che hanno creato delle condivinità” (135). L’affermazione coranica pone in rilievo l’essenza della lezione di Abramo, come hanif, cioè come colui che, pur non riconoscendo le divinità del suo tempo, non ha creato altre divinità. Secondo alcuni interpreti, il termine “hanif” è di origine sabea e significa “seguace di una religione essenziale: né ebraica, né cristiana, né musulmana”.

Abramo, non avendo figli da Sara, metterà incinta Agar, la schiava egiziana, che partorirà Ismaele. In seguito anche Sara resterà incinta e darà alla luce Isacco. Secondo il Corano è Ismaele, figlio di Agar e primogenito di Abramo, ad essere offerto in sacrificio. Per la Bibbia è invece Isacco, il figlio di Sara. Condotto sul monte Moria, sulla rocca di Gerusalemme, il bambino (Isacco o Ismaele) non fu comunque ucciso, quale vittima sacrificale alla Divinità. Al momento del colpo di coltello da assestare sul bambino, si ode la voce dell’angelo: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male” (Gen. 22,12). Forse, più razionalmente, non fu la voce d’un angelo che fermò la mano di Abramo. Fu la voce della sua coscienza. Una coscienza che lo aveva reso consapevole d’un’idea di Dio, diversa dalle altre. Era il “Suo” Dio. Un Dio che non chiedeva sacrifici umani, ma la disposizione del cuore, perché la Fede non ha bisogno di prove. Nel comportamento di Abramo, in cui la fede si essenzializza collegandosi alla ragione, sembra realizzarsi una sintesi perfetta. Fede che non entra in contrasto con la ragione (scienza), anche quando vengono posti in discussione princìpi fondamentali. E’ la posizione di Sagredo nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi” di Galilei, che resta l’analisi più appassionata e profonda del rapporto scienza e fede.

Nella religione ebraica Dio è ineffabile, indicibile. Il suo nome “YHWH” era pronunciato solo una volta l’anno, nel Sancta Sanctorum del tempio, dal sommo sacerdote. Era il nome che Mosè aveva ricevuto sul Sinai, alla consegna delle tavole della Legge: “Io sono Colui che sono”. Erich Fromm, in “Voi sarete come Dei”, scrive: «La traduzione libera della risposta di Dio a Mosè sarebbe: ‘Il mio nome è Senzanome; di’ loro che Senzanome ti ha mandato’ ».

L’elaborazione teologica più profonda è stata operata da Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante giustiziato pochi giorni prima del suicidio di Hitler. Bonhoeffer, soprattutto nell’opera “Resistenza e resa”, ha posto in risalto il paradosso di vivere con Dio senza Dio. “Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (Mc.15,34)”.

E come lui, un altro testimone, Hans Jonas, filosofo e sociologo ebreo, in una famosa conferenza sul tema “Il concetto di Dio dopo Auschwitz”, alla domanda “Dov’era Dio?”, risponde: «Il male c’è in quanto Dio non è onnipotente». Per i credenti una simile risposta non può che risultare blasfema e quindi inaccettabile. Ma Jonas prosegue: “Affinché il mondo fosse e fosse per se stesso, Dio deve aver rinunciato al proprio essere; deve essersi spogliato della propria divinità per riaverla di nuovo nella odissea del tempo”.

Le espressioni di Jonas sono molto simili a quelle di Paolo di Tarso nella Lettera ai Filippesi: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (2,6-8). Gli esegeti ritengono che si tratti di un antico inno, riportato da Paolo. Ma l’idea della “kénosi” (dal verbo greco “ekénosen”, che significa appunto “spogliarsi, svuotarsi, privarsi”) è così sconvolgente che oscura ogni possibile idea di Dio. Perché un Dio che si annienta è un Dio inconoscibile. Un Dio-Nulla.

Oggi è in atto un vero “scontro di civiltà”, di cui ha parlato, già da tempo, il sociologo e politologo americano Samuel Huntinghton. Nel suo famoso libro, dal titolo “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, pubblicato in Italia nel 1997, Huntington riporta tabelle statistiche dalle quali si rileva che, durante il secolo appena trascorso, i Cristiani nel mondo sono passati da una percentuale del 26,9 al 29,9, mentre i Musulmani dal 12,4 al 19,2 e quelli che dichiarano di non seguire nessuna religione dallo 0,2 al 17,1. L’avanzata dell’Islam (+6,8 %) è più che doppia rispetto all’avanzata del Cristianesimo (+3%). Il fantasma dell’islamizzazione dell’Occidente, soprattutto dopo il crollo delle torri gemelle di New-York e i numerosi attentati terroristici hanno creato l’incubo dell’accerchiamento. L’Islam viene sempre più identificato con la jihad, la guerra santa. Huntington scrivendo: “I confini dell’Islam grondano sangue, perché sanguinario è chi vive al loro interno”, non lasciava nessuna speranza per un dialogo interreligioso e interculturale, ritenendo che “una guerra planetaria che coinvolga gli stati guida delle maggiori civiltà del mondo è altamente improbabile ma non impossibile”. Oggi, venti anni dopo, questa guerra planetaria è in atto. Una guerra, che anche intellettuali e filosofi del mondo arabo hanno presagito.

Mohammed Arkoun, un filosofo musulmano algerino, ritiene che il pensiero arabo contemporaneo sia diventato una “idéologie du combat” (ideologia da battaglia) perché è necessario risolvere i problemi economici e politici degli Stati arabi. Un altro intellettuale, Malek Bennabi, ricorre alla dialettica hegeliana signore/servo, secondo la quale il servo prende coscienza della sua condizione e si riscatta. C’è addirittura una teologia islamica della liberazione, che interpreta il Corano in chiave marxista-rivoluzionaria, presentata da intellettuali come l’egiziano Hasan Hanafi e il sudafricano Farid Esack.

Gilles Kepel, uno dei maggiori studiosi ed esperti di cultura islamica, autore di varie opere sull’argomento, ha scritto: “La parola d’ordine è diventata: bloccare il laicismo. Non si tratta più di un aggiornamento, ma di una rievangelizzazione dell’Europa, non più modernizzare l’Islam, ma islamizzare la modernità”.

Nell’Islam non c’è stato l’Illuminismo né è pensabile la separazione tra politica e religione, tra Stato e Comunità religiosa. Solo il miglioramento delle condizioni socio-economiche e una maggiore collaborazione a livello planetario potranno aprire nuove strade ad una globalizzazione dal volto umano.

L’Islam non ha avuto un Lutero né un Copernico o Galilei, ma ha avuto grandi personalità di religione e di scienza, promotori di pace e di cultura. Jack Goody, docente a Cambridge e antropologo di fama mondiale, deceduto qualche anno fa, chiude il libro “Islam ed Europa” con queste parole: “I musulmani sono parte integrante dello scenario europeo”.

Uno scenario ancora tutto da costruire, solo se religioni diverse e culture diverse si mettessero d’accordo su una sola regola, la cosiddetta regola d’oro, “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso”, che si trova sia nei Vangeli e sia nel Corano e nei dialoghi platonici.

Mario Setta

Amatrice

AMATRICE TRA PASSATO E FUTURO

Emanuela Medoro

Oddio, cosa sta succedendo!” esclamai svegliata di soprassalto, alle 3 e 36 del 24 agosto 2016. Con sgomento notai che era quasi la stessa ora del terremoto dell’Aquila dell’aprile 2009, mentre un rumore martellante e cavernoso si accompagnava allo scuotimento prolungato di tutte le cose intorno a me, finestre, mura, armadio, lampadario. Subito le radio ci informarono dell’epicentro di quel sisma, e poi incominciò la sequela delle immagini in TV, centrate su Amatrice e le frazioni dei dintorni.

Ed ecco Amatrice ad un anno da quel giorno. Entrando nel centro del borgo, girando a sinistra c’è il viale che conduceva in centro. Ad un lato la sede del parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, difronte un giardino pubblico, verde, fiorito, curatissimo. È la fine di tutto, anzi è l’inizio delle rovine, a vista d’occhio una distesa di detriti, non c’è rimasto niente del vecchio abitato, ancora distinguibili, ma inclinati su un lato un paio di fabbricati bianchi suggeriscono che lì c’era vita: case, chiesa, negozi, ristoranti, gente in movimento. Diversa l’impressione che mi fece a suo tempo il centro dell’Aquila, distrutto sì, zona rossa impenetrabile, ma in piedi e riconoscibile nelle sue vie, vicoletti, piazze e piazzette. Del centro di Amatrice non c’è neppure il ricordo. Da segnalare vicino alle rovine il cartello che vieta di fare selfie, zona di rispetto.

Camminando in direzione opposta, un bel viale in salita, ai lati qualche fabbricato ancora in piedi dà l’impressione di benessere, spazi verdi, case eleganti, oggi accanto a file di casette di legno. Dopo circa un chilometro ecco la novità: il polo del cibo, che la dice lunga sulla cultura e le attività economiche del luogo. Si tratta di un gruppo di fabbricati in legno e vetro, ariosi e luminosi, dall’interno si scorge le vicine catene di monti. Ciascuno di essi è fatto di linee armoniose e slanciate verso l’alto, e tutti insieme formano una zona di svago e di incontro sorprendente, piacevolissima. Sono ristoranti, il cibo, il punto cardine dell’economia di una zona dedita principalmente all’allevamento del bestiame. Famosi tutti, questi ristoranti servono uno dei piatti più richiesti al mondo, la pasta all’amatriciana, condita da una magnifica, buonissima mistura di guanciale e pecorino, servita in bianco o al pomodoro. Il polo del cibo inaugurato il 29 luglio scorso, ha attratto subito folle di visitatori, che sciamano da un ristorante all’altro alla ricerca di un tavolo libero. Tutti i ristoranti insieme manifestano in modo visibile la forte volontà di rinascita della comunità, una fiducia fortissima nella propria cultura, una vivace voglia di vivere, di tirare avanti con la vita nonostante tutto.

Nel 2015 Amatrice entrò a far parte del club dei borghi più belli d’Italia. Distrutta nel 2016, oggi si trova fra la memoria di un passato cancellato dalla furia della natura ed un futuro appena segnato e annunciato dal polo del cibo. Passato e futuro collegati, o divisi, da un viale di circa un chilometro. La sfida da affrontare da chi porterà avanti la ricostruzione di Amatrice negli anni a venire sarà proprio quella di farne ancora uno dei borghi più belli d’Italia. Ed anche sicuro, se è possibile!

medoro.e@gmail.com

L’Aquila, 19 agosto 2017.

Giornata mondiale del Rifugiato 2017: dalla parte dei rifugiati

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Dalla parte dei rifugiati

 

ROMA – Ogni giorno nel Mediterraneo vengono soccorsi e accompagnati ai porti,  quando non inghiottiti dai flutti, centinaia di migranti in fuga, spesso vittime di trafficanti. Con papa Francesco, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, promossa  dall’ ONU,  vogliamo ripetere che “oggi più che mai dobbiamo stare dalla parte dei rifugiati…donne,  uomini, bambini in fuga da conflitti, violenze e persecuzioni”. Questa “scelta preferenziale” chiede una concreta attenzione a costruire un sistema di accoglienza diffuso, con la responsabilità di tutti, che eviti sprechi e corruzione, che moltiplichi “le opportunità di incontro fraterno e di vera conoscenza reciproca”, come ha detto papa Francesco all’Angelus di ieri, domenica 18 giugno.

Troppi luoghi comuni viziano l’informazione e le conoscenze del mondo dei migranti forzati che arrivano tra noi, nelle nostre città. Come ha ricordato sempre papa Francesco ieri, “l’incontro personale con i rifugiati dissipa paure e ideologie distorte e diventa fattore di crescita di umanità, capace di fare spazio a sentimenti di apertura e alla costruzione di ponti”. Con questi sentimenti, come Fondazione Migrantes, invitiamo a vivere la Giornata mondiale del Rifugiato, che si celebra il 20 giugno, andando a visitare nelle nostre comunità un centro, una realtà di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati: una visita e un incontro personale che allargherà la conoscenza e aiuterà una relazione fraterna.

 

Roma, 19 Giugno 2017

Raffaele Iaria

Fondazione MIGRANTES –

Ufficio Stampa

Via Aurelia, 796

00165 Roma

Tel. 06-66179039

Mobile 339-2960811

r.iaria @migrantes.it

www.migrantesonline.it

CS_ISBEM. Fuga di cervelli ed emigrazione di 5×1000 sono notizie di rilevanza per il territorio

 

Prisco PISCITELLI a Roma per il Convegno su SALUTE ed AMBIENTE_2016

Formare nuovi RICERCATORI per il Mezzogiorno:

con il 5×1000 i Cittadini possono aiutare i giovani a generare benefici per tutti.

Il caso ISBEM e il Monastero del 3° Millennio di Mesagne

È noto che, annualmente, lo Stato italiano consente ai Cittadini di destinare il 5×1000, preso dalle loro tasse, a 5 categorie: Ricerca Scientifica, Ricerca Sanitaria, Sport, Comuni e ONLUS. I dati dell’Agenzia delle Entrate del 2015 (ultimo anno disponibile) dimostrano che, per la Ricerca Scientifica, l’ISBEM di Mesagne (Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo) è 1° in Puglia, 2° nel Mezzogiorno e fra i primi 30 dell’Italia intera. Preso a sé, tale risultato ci dovrebbe riempire di orgoglio, ma ci sono motivi invece per esser preoccupati: Vedere elenchi del 2015 pubblicati dall’Agenzia delle Entrate.

Infatti, sono tanti i pugliesi (ben 7 su 10) che destinano il loro 5×1000 fuori regione, trasferendo così al Nord un’ingente somma di denaro che, solo per il 2015, ammonta a 24 milioni di €. Se poi si moltiplica tale cifra per il numero di anni in cui esiste il 5×1000 (ben 10 anni), ci si trova di fronte ad un flusso di “soldi pugliesi” che si spiega, verosimilmente, solo con un autolesionismo cronico ed una bassa autostima collettivaTale emorragia di fondi riguarda tutte le regioni del Mezzogiorno che si condannano di fatto a ridurre al lumicino le loro stesse possibilità di usare il 5×1000 per fare innovazione sociale e per generare borse di dottorato di ricerca per i propri giovani.

Relativamente all’ISBEM, il numero di Cittadini che gli hanno destinato il 5×1000 è passato in 10 anni da 800 a 3.500 circa. Con le somme percepite, modeste invero rispetto a quelle potenziali, l’ISBEM ha finanziato protocolli di ricerca e vari Dottorati, grazie al meccanismo dei posti aggiuntivi previsto dalla Legge italiana. Con questo strumento, un/una giovane non solo acquisisce in università un prestigioso titolo post-laurea, ma aumenta anche le proprie competenze, qualificandosi al meglio in settori specifici utili al Pianeta Salute. Questo percorso è virtuoso e può produrre ricerche di qualità, fra cui scrivere lavori scientifici che sono rilevanti sia per la conoscenza che per la Salute di tutti, generando altresì una meritata fama in giro per il mondo. È il caso di Prisco Piscitelli che ha svolto il suo ciclo di Dottorato nell’Unisalento, con le somme destinate ad ISBEM dal 5×1000. Egli ha scritto, con vari Autori italiani e stranieri, l’importante lavoro EPIKIT inerente il cruciale tema della Salute Pubblica e del rapporto Salute-Ambiente:

Hospitalizations in Pediatric and Adult Patients for All Cancer Type in Italy:

The EPIKIT Study under the E.U. COHEIRS Project on Environment and Health.

Int J Environ Res Public Health. May 9, 2017;

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28486413

Intervista al Dott. Prisco Piscitelli sullo studio EPIKIT (16 maggio 2017)

In 18 anni di vita, ISBEM ha ottenuto notevoli risultati ed esplorato varie vie, operando come incubatore di talenti (www.isbem.it/m3m) e reclutando giovani volenterosi di impegnarsi per la SALUTE nel Mezzogiorno, essendo l’alternativa quella di emigrare! Per frenare la fuga dei cervelli, bisogna aumentare i contratti d’ingresso nei laboratori scientifici e il 5×1000 è lo strumento appropriato.

In poco più di 3 lustri, ISBEM ha finanziato circa 60 posti di dottorato di ricerca utili a molti giovani per qualificarsi e lavorare in settori che sono i pilastri del progresso: Istituzioni, Ricerca, Imprese, Cittadinanza attiva, Scuole e mondo della Comunicazione. Alcuni di questi giovani sono rimasti nell’ISBEM e danno il meglio di se stessi per farlo crescere, consolidare e potenziare, pur fra molteplici difficoltà. Viene pertanto da chiedersi: come mai i Cittadini del Mezzogiorno, pugliesi in primis, non destinano il proprio 5×1000 alle istituzioni scientifiche della propria regione? Utilizzare questo denaro di inseminazione per far crescere il territorio, è un saggio gesto di lungimiranza e di fiducia che spingerebbe più giovani verso il Dottorato di Ricerca. Ad esempio, con 10.000 destinazioni si possono istituire 5 nuovi posti di Dottorato! Perché non farlo, sapendo peraltro che quel giovane che emigra può essere il proprio figlio?

MESAGNE, Monastero del Terzo Millennio

Sant’Antonio, 13 Giugno 2017 

Convento dei Cappuccini (1503) a Mesagne_sede operativa dell'ISBEM_Turrisi Convento dei Cappuccini_1503_sede dell'ISBEM, con Tobby_cane ricercatore_scomparso nel 2016

Gioiosa Jonica e quelle foto dei Girovaghi di 50 anni fa, quando “non c’erano soldi ma tanta speranza”. E si sognava. – di Domenico Logozzo

 

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1-Il complesso “melodico-beat” dei GIROVAGHI di Gioiosa Jonica negli Anni Sessanta.

Gioiosa Jonica e quelle foto dei Girovaghi di 50 anni fa, quando “non c’erano soldi ma tanta speranza”. E si sognava.

di Domenico Logozzo *

GIOIOSA JONICA – “Non c’erano soldi ma tanta speranza”, cantava il crotonese Rino Gaetano. Parole che ci sono ritornate alla mente quando una sera in Calabria, a Gioiosa Jonica, l’amico Bruno Pisciuneri ci ha fatto vedere le foto degli Anni Sessanta del complesso musicale dei Girovaghi. Anni in cui c’era un fiorire di idee. Giovani e anche meno giovani che sognavano e sapevano sognare, con la musica che dava una spinta in più per guardare con ottimismo al futuro. “A mano a mano”, nascevano e si moltiplicavano le belle iniziative. A Gioiosa e non solo. Tanti visionari che non si fermavano di fronte alle piccole o grandi difficoltà. L’ottimismo della volontà, carta vincente. Sacrifici e anche soddisfazioni. Belle sfide. Tanto fermento culturale, tanta passione e tanta fiducia. Magia della musica. La tradizione delle bande, lo studio, la nascita di complessi musicali, le applaudite esibizioni. Bravi cantanti e preparati musicisti. E nonostante le mille difficoltà, c’era, sì, una Calabria che sognava, progettava e credeva nella rinascita possibile. Visionari per passione. Purtroppo le cose non sono andate come era logico e giusto che fosse. Un mondo di promesse non mantenute. E le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Soprattutto i giovani del profondo e poverissimo Sud, negli anni del boom economico hanno sognato, sperato e sofferto. La sofferenza più grande è stata provocata dalle grandi e continue delusioni. C’era veramente poco o nulla. Perché allo Stato poco o nulla interessavano le regioni meridionali. Errore gravissimo. Perché non si è capito – allora come oggi – che se il Sud resta indietro, l’Italia non avanza in Europa e non potrà mai essere competitiva nelle grandi sfide mondiali. Quanti parolai. Quante false aspettative sono state messe in scena dai nani della politica sul palcoscenico delle menzogne.

Dare fiducia ai giovani. Ascoltarli, non ignorarli. Il presidente del consiglio Gentiloni, visitando Matera, ha lanciato nuovi messaggi, soprattutto alle imprese, invitandole ad investire nel Mezzogiorno. “Il momento è oggi, non dopodomani, perché ci sono le condizioni giuste, a partire da agevolazioni fiscali mai così vantaggiose. E il Governo farà il massimo affinché sia realtà e non resti solo uno slogan l’intenzione di mettere il Sud al centro della sua agenda”. Centralità del Mezzogiorno. Quante volte l’abbiamo sentito dire! Gentiloni ha riconosciuto gli errori del passato “che hanno fatto cadere per decenni la questione meridionale in un relativo oblio e che quindi non devono essere più riprodotti”. Buone intenzioni. Speriamo che non rimangano tali. Come purtroppo è avvenuto in passato: emigrare per sopravvivere, fuggire dalla miseria. I giovani continuano ad andare via. La disoccupazione intellettuale è molto alta. Cervelli in fuga, le forze migliori sono costrette a partire. Sempre più spesso vanno all’estero. Dove il merito viene riconosciuto e premiato. E così alla povertà economica si aggiunge l’impoverimento intellettuale. Tessuto sociale sempre più debole, sfilacciato, criminalità organizzata sempre più arrogante e soffocante.

Saverio Strati, lo scrittore che ha raccontato e reso universale, attraverso i suoi libri, l’epopea calabrese degli ultimi, morto 3 anni fa a Scandicci (Firenze) a quasi novant’anni, aveva lasciato la sua Sant’Agata del Bianco per trasferirsi in Toscana. Vincitore nel 1977 del Campiello con Il selvaggio di Santa Venere, 40 anni fa affermava durante una conferenza a Torino: “Il Sud ha ormai esportato tutto, anche i suoi uomini, cominciamo a reimportare ciò che abbiamo disperso. Potrebbe essere l’inizio della rinascita. Certo, non è tutto. Occorre anche una nuova moralità, dobbiamo imparare a vergognarci di lasciarci mantenere dal resto dell’Italia. Perché dobbiamo vivere di sovvenzioni, di leggi speciali?” Qualche giorno fa, sempre a Matera, il premier Gentiloni ha detto che “non si deve essere nostalgici della Cassa per il Mezzogiorno” e che c’è bisogno soprattutto di “interventi seri”, in particolare sulle infrastrutture. E successivamente ad Afragola, in provincia di Napoli, inaugurando la nuova stazione Tav, ha sottolineato: “Qui lo Stato garantirà sicurezza e sviluppo, qui il paese rialza la testa orgoglioso delle sue grandi opere. Opere di grande civiltà. Un grande paese è orgoglioso delle sue grandi opere e dobbiamo dirlo ad alta voce. Conquista, passo avanti, eredità che lasciamo al territorio”. Concludendo: “Oggi mettiamo sul tavolo due grandi promesse: il rapporto alta velocità e trasporto locale, dalla Vesuviana alle metropolitane, e il Mezzogiorno, lo sviluppo del Sud passa per le infrastrutture dalla Campania a Puglia, Calabria e Sicilia”. Sviluppo e attenzione per il Mezzogiorno. E’ quello che da decenni la gente del Sud chiede. Ma per troppo tempo non è stata ascoltata. E’ quello in cui credevamo e speravamo oltre mezzo secolo fa noi ragazzi del Meridione. L’augurio è che i ragazzi del Sud del nuovo millennio possano finalmente ritornare a sperare e a sognare e a vedere realizzati i loro sogni. E soprattutto che possano mettere al servizio della loro terra intelligenza e creatività. Per lo sviluppo reale, legato alla specificità del territorio. Che siano loro a fare le scelte più opportune. Non a subirle.

Dicevamo all’inizio delle foto che ci ha fatto vedere l’amico Bruno Pisciuneri, erede dello storico Bar Italia e grande appassionato di musica. Dal ritaglio della Tribuna del Mezzogiorno con il simpatico trio di “armonica a bocca” Pepè LoccisanoBruno PisciuneriTotò Ritorto, al complesso “melodico- beat” dei “Girovaghi”, fino all’impegno nella prestigiosa banda musicale Rossini di Gioiosa Jonica, diretta dal maestro Antonio Ritorto, altro caro amico dei tempi lontani. Con il Maestro Ritorto quando ci incontriamo a Gioiosa rievochiamo i ricordi, i fatti e i personaggi indimenticabili. Tra gioia, commozione e nostalgia. Nelle foto ho rivisto tanti cari amici. Qualcuno purtroppo non c’è più.

Bruno Pisciuneri conserva ancora gelosamente la copia di un contratto di mezzo secolo fa per una serata musicale in occasione dei festeggiamenti patronali in un bel borgo della Locride. Definito il compenso di 70 mila lire e stabilite anche le sanzioni in caso di inadempienze. Cinquemila lire di “trattenuta” per ogni componente che risultava in meno rispetto al numero stabilito. Contratto stipulato l’8 settembre 1967 tra il “Comitato Feste San Sebastiano in Condoianni (Reggio Calabria) ed il signor Giuseppe Loccisano, componente del complesso melodico-beat “Girovaghi” da Gioiosa Jonica (RC)”. Veniva dato l’incarico al complesso musicale “di svolgere un servizio di palco per il giorno 11 ottobre, dalle ore 20 alle 24”. Clausole ben definite: “Il complesso sarà costituito da 5 orchestrali, due cantanti di sesso diverso ed un presentatore della Rai-Tv. Il compenso pattuito è di lire 70.000. Restano a completo carico del comitato: diritti SIAE e tasse erariali”. Notate la specifica “sesso diverso” (non erano molte le donne che in quei tempi si esibivano in pubblico) e il fatto che il presentatore doveva essere della Rai-Tv.

E qui ci viene alla mente il grande Emanuele Giacoia, il volto e la voce della Rai calabrese. Durante una manifestazione pubblica a Gioiosa Jonica, venne sottolineata la sua preziosa e molto apprezzata attività in Rai. Ringraziò e con la simpatia che l’ha sempre contraddistinto disse: “Guardate che io sono veramente della Rai. Spesso sui manifesti c’è chi si spaccia “presentatore della Rai-Tv”. La verità è che queste persone l’unico rapporto che hanno con la Rai-Tv è l’abbonamento alla radio e alla televisione”. E si fece una grande risata, sottolineata da un caloroso applauso del pubblico. In effetti c’erano allora in circolazione tanti millantatori e la diffidenza dei “Comitati feste” era più che giustificata. Tanto che nel contratto con i “Girovaghi” si specificava: “Sarà ritenuta la somma di lire 5.000 per ogni elemento in meno. Gli otto elementi di cui sopra risultano dalla fotografia consegnata al comitato e firmata”. Foto “autenticata”. Niente trucchi e niente inganni. Erano anche questo i meravigliosi e irripetibili Anni Sessanta!

*già Caporedattore TGR Rai

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2-Il presidente del Consiglio Gentiloni ha invitato le imprese ad investire nel Sud.

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3-Lo scrittore calabrese Saverio Strati, vincitore del Campiello, nel 1977: “Il Sud ha oramai esportato tutto, anche i suoi uomini”.

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4- Bruno Pisciuneri, erede dello storico Bar Italia di Gioiosa Jonica, appassionato di musica ha suonato con il complesso I Girovaghi e conserva da 50 anni il contratto di una festa in piazza.

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5- Totò Ritorto, Bruno Pisciuneri e Pepè Loccisano. Tribuna del Mezzogiorno del 1966

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7- Il complesso dei GIROVAGHI di Gioiosa Jonica con il cantante Ubaldo Ritorto, negli Anni Sessanta. 

La legge elettorale

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di Canio Trione

Vice direttore de Il Corriere Nazionale

 

All’indomani di un proprio lungo rituale il PD ha risolto, non senza perdite, le sue questioni interne. L’Italia politica e civile ha atteso pazientemente. Oggi sembra che tutti gli occupanti i Palazzi siano concordi sull’andare a votare subito.

Probabilmente attendere il 2018 per votare, all’indomani di quella che si rivelerà una durissima legge finanziaria, non fa piacere a nessuno degli attuali occupanti della stanza dei bottoni. Anche l’opposizione non vuole perdere il vantaggio che i sondaggi le attribuiscono. Quindi il miracolo bipartisan è compiuto; non abbiamo però una legge elettorale e non si vuole accettare quanto discende dalla sentenza della Consulta. Quindi con un impegno degno di molto migliore causa i nostri politici si affrettano a farne una.E quanto scrive Canio Trione, Vice Direttore de Il Corriere Nazionale. www.corrierenazionale.net

 

È inutile dire che ognuno dei partiti (oggi presenti in Parlamento grazie ad una legge illegittima) lavora per una legge che gli permetta una vittoria; ma noi non entriamo in queste miserie da rubagalline perché riteniamo più che in ogni altro momento fondamentale parlare di contenuti: la via europea (tedesca) alla gestione dell’economia o della società è chiaramente fallita; il rigore che significa rinunzia, ma anche militarizzazione efficientista della organizzazione della società e della economia italiane non solo non corrisponde alle nostre peculiarità ma è sicuramente fuori dalla nostra cultura. Il gioco di identificare questo modo di gestire la politica europea con i Trattati e con l’Europa si è rivelato un suicidio, avendo infatti messo in cattiva luce l’ideale europeo e quindi premiato gli antieuropei. La vittoria in Francia di uno che dovrebbe essere favorevole al mantenimento di questo stato di cose non toglie che la maggioranza dei francesi è contro il sistema dell’Europa germanizzata/militarizzata/organizzata con sistemi da caserma. In questo quadro a tutti noto si inserisce una sostanziale mancanza di idee e proposte alternative a quelle germanocentriche; in più, i media sono molto ben accorti ad evitare che questo stato di cose sia attribuibile ad una persona, uno Stato, un partito. Non siamo in una nazione nella quale qualcuno sostiene di essere il capo e il responsabile di uno stato di cose; qui siamo di fronte al gioco delle tre carte dove il malfunzionamento dei Trattati è da imputare ai Trattati stessi e quindi a suoi firmatari per lo più defunti; né è pensabile una revisione dei Trattati per il semplice fatto che nessuno dei protagonisti dell’Europa attuale vorrà modificarli per un intento comune, ma solo per raggiungere prima e meglio i propri obiettivi. Questo significa che un nuovo Trattato ispirato dall’interesse collettivo e non dalla mediazione di quelli dei vari firmatari non si raggiungerà; quindi le cose non potranno che peggiorare. Inoltre, la conduzione generosa ma autocratica e tecnicista della BCE sta per passare di mano ed il nuovo capo continuerà ad essere tecnicista, ma sicuramente meno generoso. Questa prospettiva nerissima è molto ben presente ai reggitori della politica italiana che quindi spingono per andare a votare presto per essere liberi dal giudizio elettorale per almeno 5 anni.

Sono ben coscienti di questa imminente catastrofe anche i capi di Confindustria e quindi assieme ai conservatori dell’attuale assetto politico (DS, FI,…)  premono per cospicui premi di maggioranza e per grandi alleanze al fine di originare un governo più simile ad una dittatura che ad una democrazia. Dittatura che deve essere servire a contenere e limitare ogni forma di cambiamento. Cioè si ripropone la perversa alleanza tra poteri forti e politici conservatori (PD ma anche altri) che non si esprime con una esplicita forma di autoritarismo ma si cela dietro a formalismi e slogan mediatici vari e quindi sopravvive alle proprie immense inefficienze; la gente viene sistematicamente disinformata e quindi non è in grado di effettuare una scelta elettorale consapevole.

Non essendovi una proposta per il futuro gli esiti possibili sono una guerra civile (come accade ai paesi economicamente più deboli di noi) o una lenta eutanasia: il famoso declino che stiamo vivendo da anni.

Tutto ciò può essere esorcizzato solo nel caso in cui dall’opposizione venga elaborata una via italiana allo sviluppo e quindi ad una diversa Europa che abbia il pregio di sintetizzare in una unica proposta di politica economica gli interessi dei poteri forti e quelli delle moltitudini.

Serve un miracolo e noi italiani alle strette lo abbiamo sempre fatto, lo faremo anche questa volta.

 

Bari, 31.5.17                                  Canio Trione

La Liberazione politicizzata – Alan David Baumann – opinione

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Eva Fischer e Massimo Rendina

Il 25 aprile di ogni anno dovrebbe sancire un evento gaio quale la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista. Negare e non trasmettere il valore della libertà riconquistata dai Partigiani e dalle truppe alleate, sono l’anteprima della ripetizione.

Non sarà così a Roma, dove il corteo dell’Associazione Nazionale dei Partigiani ha invitato alcuni gruppi filo palestinesi figli di quel Gran Muftì di Gerusalemme sorridente con Hitler. Una scelta politica senza significato storico ed in antitesi con i valori succitati. Quella libertà riagguantata risalendo lo Stivale dopo lo sbarco in Sicilia, grazie anche al coraggio degli italiani che si ribellarono alla dittatura, citiamo non a caso Franco Cesana, il più giovane partigiano ucciso a solo 14 anni. Un ragazzo ebreo che lottò per il proprio paese, l’Italia.

Fra le truppe inglesi si distinse la Brigata Palestinese composta da soli soldati ebrei e per questo di seguito chiamata “Brigata Ebraica”, ma non da tutti evidentemente afferrato. Esattamente come la creazione della Orchestra Palestinese – formata interamente da musicisti ebrei costretti a lasciare l’Europa – creata da Toscanini per raccontare al mondo intero cosa stava accadendo per opera del nazismo.

Non scrivo questo articolo soltanto come antifascista, come giornalista, come ebreo. Lo scrivo come figlio e responsabile dell’Archivio di Eva Fischer, socio onorario dell’ANPI, che dopo essere stata rinchiusa in un campo italiano al centro dell’Adriatico, riuscì a giungere a Bologna dove divenne attivista di Giustizia e Libertà. A mia madre il nazifascismo uccise 34 parenti fra i quali il padre.

Sono cresciuto assieme ad importanti figure dell’antifascismo italiano, primo fra tutti Aldo Garosci, che iniziò la sua guerra lottando contro il franchismo nel 1936. Negli anni “recenti” dalla reciproca ammirazione ed amicizia con Massimo Rendina nacque l’idea di donare nel 2006 un significativo quadro di Eva alla “Casa della Memoria” di Roma, dal titolo “Un bambino perduto tu fosti e un nome …”.

Nel 2009 ho avuto il grande piacere di allestire due mostre di Eva ad Alfonsine, dove mi hanno parlato della battaglia del Senio e del valore della Brigata Palestinese. Anche lì l’ANPI diede a Eva una tessera onorifica.

Lasciatemi adesso rammaricare per le politiche pacifinte di alcuni, che forse conoscono poco ma certamente non intendono guardare il mondo per quello che è stato e per quello che rischia di ridiventare. Queste mosse azzardate offendono gli italiani di oggi e del periodo bellico, coloro che hanno lottato per la nostra libertà, nonché i veri cittadini presenti a Roma da molto prima del cristianesimo.

Sarebbe stato più opportuno invitare Pippo e Topolino, visto che il 25 aprile dovrebbe significare la gioia suprema per la libertà riconquistata, da trasmettere ai figli come i nostri genitori lo hanno fatto, loro, combattendo.

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Eva Fischer con la Brigata Palestinese

Alan David Baumann 

 

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Luigi Fiammata – articolo – opinione

Luigi Fiammata

IL SECOLO BREVE, IL MONDO ATTUALE E IL FUTURO DELL’AQUILA

di Luigi Fiammata

L’AQUILA – Il Secolo breve iniziò a finire prima del 1989. Dieci anni prima. Quando l’Unione Sovietica, in un eccesso di follia imperialistica, diede inizio all’invasione dell’Afghanistan. Proprio nel 1989, poi, l’Unione Sovietica completò il suo ritiro dall’Afghanistan. Ma, in quei dieci anni, era successo qualcosa che sta dimostrando di essere in grado di sostituire il conflitto tra Est e Ovest del mondo che caratterizzò il secondo Dopoguerra, insieme ad un processo ambiguo, irrisolto e comunque fondato sulla diseguaglianza, di de-colonizzazione. Gli USA, e i loro alleati, allora puntarono, con aiuti finanziari, militari e logistici, per contrastare l’URSS, su una guerriglia che faceva dell’Islam, il collante ideologico per un disegno che non era solo di liberazione dell’Afghanistan, in realtà, ma di egemonia politica globale. Quella guerriglia, a partire da quel momento, e poi nel 1992, con la dissoluzione statuale dell’ex-URSS, si fece Stato, in Afghanistan, e precisamente Stato Islamico, con il governo dei cosiddetti Talebani. Che, rapidamente, instaurarono un regime dittatoriale teocratico, caratterizzato dalla assenza di ogni libertà civile e da uno stato di permanente e pesantissima sottomissione delle donne.

La mattina del 17 gennaio 1991, prima delle sei del mattino, insieme ad altri della sola CGIL (di una parte della CGIL, per essere precisi), io ero davanti ai cancelli dell’ex-Italtel a fare un presidio e volantinaggio, perché quel giorno vi fosse sciopero. La notte erano scattati i primi bombardamenti che una coalizione di Stati, tra cui l’Italia, guidata dagli USA di Bush senior, effettuò su Bagdad e altri obiettivi in Iraq, a seguito della invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Alcuni si opponevano a quella guerra. La CGIL, ufficialmente, non poté dichiarare lo Sciopero Generale contro la partecipazione dell’Italia a quel conflitto. Io assistetti al Direttivo Nazionale della CGIL in cui Ottaviano Del Turco, all’epoca Segretario Generale Aggiunto della CGIL nazionale, di fatto, minacciò la scissione del Sindacato, se si fosse giunti a proclamare lo Sciopero nazionale in corrispondenza con l’avvio del conflitto. Una parte della CGIL non si rassegnò, e provò a mobilitarsi egualmente in modo articolato sul territorio. Ottenendo un primo successo, il giorno dopo l’apertura del conflitto. In molte fabbriche i Lavoratori fecero effettivamente sciopero: alla ex-Italtel a L’Aquila, ad esempio, lo sciopero fu pressoché totale. Ma, poi, non vi fu un movimento capace di avere un respiro nazionale, e globale, per provare a dare prospettive diverse. Un’idea di Pace giusta per il mondo.

Ricordo invece nitidamente, di quei giorni, la fila delle persone nei supermercati. Si diffuse una sorta di psicosi. Le persone avevano paura che la guerra portasse via il cibo. Dalla televisione, in diretta, tramite la CNN, ciascun cittadino del mondo, poteva sentire, e vedere, i proiettili della contraerea irachena, illuminare la notte. Il pilota italiano, e aquilano, di un aereo da guerra, fu mostrato prigioniero e tumefatto in televisione, a dichiarare il proprio errore, per aver accettato di partecipare a quella guerra. Saddam Hussein, capo di un regime dittatoriale, ma laico, nella morsa di una sproporzione di forze impressionante, non esitò a ricorrere all’appello alla religione comune, l’Islam, nel tentativo di mobilitare in suo favore altri Paesi Arabi, e i popoli di quei Paesi, anche contro le loro classi dirigenti. Restando solo, però. Ma contribuendo a costruire una idea di contrapposizione, tra Islam e Occidente.

E’ in questo volgere di anni che trionfa l’economia di mercato. Ma, soprattutto, che trionfa un’idea finanziaria e monetarista dell’economia di mercato che, privata di un modello globale alternativo, quello della ex-Unione Sovietica, inizia a ritenere del tutto insostenibili anche i costi del compromesso socialdemocratico e dello Stato Sociale. E si globalizza, marginalizzando e abbandonando a sé stessi tanti Paesi ritenuti ormai inutili perché troppo poveri, perché incapaci di generare fatturati interessanti. Il conflitto israelo-palestinese attraversò fasi alterne, di rivolte di massa, di oppressione e di disperazione, con attentati sanguinosi e indiscriminati. L’Occidente, e Israele, delegittimarono in ogni modo Yasser Arafat, leader laico del popolo palestinese, sposato con una cristiana. E, anche in Palestina, passando per forme di mutuo soccorso contro la miseria e la disoccupazione, si affermarono formazioni politico-militari che fanno ancora oggi dell’Islam, il loro collante ideologico principale, a partire da Hamas. Le prime elezioni multipartitiche in Algeria, nel 1991, furono vinte dal Fronte Islamico di Salvezza. I militari algerini, non accettarono il risultato elettorale, e un loro golpe cancellò il voto popolare, dando il via ad una stagione di orrendi massacri di civili. Realizzati da gruppi islamici, ma in un rapporto estremamente ambiguo con i militari al potere. Una situazione simile, sia pure con minori eccessi di violenza, avvenne in Egitto, con i Fratelli Musulmani che, più volte, vennero privati dei loro risultati elettorali e messi anche fuori legge.

L’Islam iniziò a divenire il paravento strumentale, ma anche il collante identitario, che tiene insieme conflitti e soggetti tra loro diversissimi e spesso rivali. In un contesto economico di durissima ristrutturazione capitalistica nel mondo, e negli stessi Stati Occidentali, divenuti nel frattempo, con la caduta del Muro di Berlino, oggetto di flussi migratori, sempre più massicci e caotici, di persone che sognano un futuro diverso per sé e per i propri figli. Prese il via una pesante ridefinizione della divisione internazionale del lavoro, de-localizzando quasi tutte le attività puramente manifatturiere, ma non solo, in paesi con costi del lavoro e diritti sindacali incomparabili con quelli dei lavoratori europei e anche statunitensi. Responsabili della disoccupazione di massa divennero i poveri del Sud-Est asiatico, e dell’Est europeo, e non il capitale multinazionale che aveva deciso di frammentare i processi produttivi e mettere l’accento sulla pura speculazione finanziaria, capace anche di mandare in fallimento interi Stati nazionali, come l’Argentina, o come rischiò l’Italia nel 1992-93. La Cina iniziò ad entrare prepotentemente nel mercato mondiale, con il suo infinito esercito di lavoratori senza costi, avendo, a sua volta, represso nel sangue in piazza Tienanmen, i tentativi di democratizzazione del Paese. L’Italia inizia a conoscere, come fenomeno visibile ed enfatizzato dai media, gli albanesi, i polacchi, i senegalesi, i marocchini, i tunisini, i filippini, i nigeriani…

E iniziano ad esserci, quelli che cominciano a teorizzare un’unità possibile e un comando unico, nel conflitto diffuso, articolato, sparso su tutto il globo, dalla Cecenia all’Indonesia, dal Sudan al Mali, all’India. Alcune correnti del pensiero islamico vogliono, coscientemente, imporre la propria egemonia, innanzi tutto all’interno del mondo islamico. Anche con la violenza. In ciascuno degli Stati in cui l’Islam è presente come orientamento religioso. E in rapporto ambiguo, nascosto e malato, con le élites al potere in molti degli Stati della penisola araba e anche del Corno d’Africa. Questa lotta per l’egemonia, attraversa trasversalmente anche la frattura storica nell’Islam, tra Sciiti e Sunniti. L’Occidente, in questi anni, continua a considerare propri alleati Stati arabi con regimi dittatoriali e teocratici, discriminatori nei confronti delle donne e di tutte le minoranze, e costruisce le proprie opzioni politiche e militari sulla base esclusiva delle sue convenienze (e delle convenienze delle sue imprese multinazionali), soprattutto sul piano energetico. Continuano a restare inapplicate le decisioni dell’ONU sulla Palestina. La democrazia, i diritti civili, in larga parte del mondo continuano ad essere l’eccezione, e non la regola. E quando l’Occidente, ha la possibilità di intervenire militarmente, e salvare, la minoranza musulmana nel conflitto serbo-bosniaco, nel cuore dell’Europa dei primi anni ’90, non lo fa, e non impedisce l’orrenda strage di Srebrenica del 1995, ai danni di migliaia di civili musulmani bosniaci da parte dei cristianissimi soldati di Ratko Mladic.

Questi conflitti, questi rivolgimenti, avvengono sotto l’occhio delle telecamere. In larga parte. In un mondo dove gli spostamenti delle persone sono diventati sempre più facili. Dove le tecnologie informatiche, sempre più iniziano a diffondere globalmente messaggi e dottrine, in modo esponenzialmente più veloce e diffusivo rispetto ad ogni altra esperienza del passato. Le tecnologie dell’informazione iniziano ad essere l’infrastruttura globale necessaria, non solo ad una economia che travalica ogni confine statuale, ed anzi confligge con gli stati, imponendo loro sempre più pesanti limitazioni del potere, ma anche il veicolo con il quale, da una caverna dell’Afghanistan, l’ex alleato degli USA contro l’ex-Unione Sovietica, Osama Bin-Laden, lancia i suoi proclami di Guerra Santa contro il Satana occidentale. Incontrando orecchie attentissime ovunque. E’ in questo magma di contraddizioni irrisolte, di errori, di sottovalutazioni, di furbizie, di cinismo ipocrita, di strumentalizzazioni continue; è in questo mondo di oppressioni e di sfruttamento, di polarizzazione della ricchezza e di diffusione della povertà, dove grandi multinazionali private posseggono quasi tutte le sementi per la coltivazione, determinano le politiche energetiche e le guerre degli stati: è qui che si apre il grande inganno della seconda guerra del Golfo, dopo il trauma degli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Una operazione militare costruita scientificamente sulla base di informazioni false, contro un nemico debole e indifendibile anche sotto ogni profilo (il facile capro espiatorio Saddam Hussein), determinata prevalentemente da ragioni di carattere geopolitico e di interesse sul petrolio iracheno, che produce la disgregazione dell’entità statuale dell’Iraq, artificialmente creata dopo la Prima Guerra Mondiale e posta allora sotto protettorato inglese, liberando schegge di conflitto in tutto il mondo. E un terrorismo che, ancora oggi, uccide centinaia di migliaia di civili iracheni.

Il tempo che intercorre tra l’invasione dell’Afghanistan, da parte dell’ex-Unione Sovietica, e l’invasione dell’Iraq, a caccia di fantomatiche armi di distruzioni di massa (1979-2003) è il brodo di coltura in cui fermenta una nuova specie di conflitto. Probabilmente destinata a caratterizzare un tempo lungo del nostro futuro. Il conflitto armato che oppone soggetti privati transnazionali ad entità statuali. E’ una tipologia di conflitto sostanzialmente nuova nella storia umana. Che pure ha conosciuto movimenti di liberazione, o guerre civili, o colpi di stato, o forme varie di terrorismo, anche da parte della criminalità organizzata. E’ una “privatizzazione” del conflitto, come disse profeticamente Hobsbawm alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo. Potremmo dire, visti anche gli ultimi avvenimenti sul suolo europeo, una “individualizzazione” del conflitto. Che appare essere addirittura fine a sé stesso, senza i tradizionali legami con ideologie e gruppi di riferimento, che appaiono sullo sfondo, costituendo una sorta di holding della rivendicazione, più che una struttura logistico-militare capace di ispirare, ed appoggiare, le azioni compiute in un disegno bellico organico e coerente.

Siamo noi, colpiti nei nostri Paesi, mentre nei Paesi del Medio Oriente, in prevalenza, la maggioranza assoluta delle vittime (il cui numero assoluto è incomparabilmente superiore alle vittime “occidentali”) professa la religione musulmana, a cercare e immaginare di comprendere una strategia complessiva. Dando a queste azioni, il crisma di una pianificazione di attacco al “modo di vita occidentale”, ai suoi diritti, alle sue libertà. Siamo noi che abbiamo “bisogno”, per spiegare tanta inumanità, di collocare gli assassinii collettivi che avvengono in Europa e nel mondo, contro obiettivi “occidentali”, in una cornice che provi a darne conto razionalmente. La disgregazione degli Stati di Siria (ultimo avamposto di riferimento della Russia nello scacchiere del Medio-Oriente, anche per questo abbattuto), ed Iraq, e poi della Libia; l’ambiguo comportamento della Turchia, in funzione anti-curda, e degli stati arabi del Golfo, da sempre “alleati” dell’Occidente e finanziatori di fondamentalismo islamista, ha prodotto un nuovo modo della guerra. Un tentativo di nuova unità statuale, il cosiddetto Califfato, che dichiara guerra in ogni direzione. E che trova ascolto in Europa, prevalentemente, da parte di figli dell’Immigrazione.

Nell’era dei social network, della economia di mercato globalizzata e finanziarizzata; nel permanere di una gravissima crisi economica globale iniziata nel 2008, che genera ovunque disoccupazione, marginalizzazione e polarizzazione della ricchezza, diseguaglianze diffuse, la violenza armata non è più neanche conflitto, ma distruzione e auto-distruzione disperata, folle, irredimibile, senza mediazioni possibili. Assume quasi i contorni di uno scontro globale che gli adoratori della morte portano nelle nostre città, e, soprattutto, in interi territori, dall’Iraq, alla Siria, alla Libia, alla Somalia, alla Nigeria. La vera posta in gioco, su un piano politico-culturale, prima che si apra la prospettiva di una guerra totale e globale, è quella di impedire che si saldino due fronti contrapposti: noi contro loro, e loro contro noi. Che è un obiettivo presente in entrambe i fronti “in formazione”. I confini, tra “noi” e “loro”, sono in realtà labilissimi. Mentre chi lucidamente punta allo scontro vorrebbe fossero semplici e nitidi, confini di “razza” e di religione.

All’interno dei paesi europei, ma anche negli USA, forze molto potenti cercano di compiere un’operazione culturale estremamente pericolosa. Quella dell’identificazione tra immigrazione e terrorismo. E, ad accrescere la pericolosità di questa operazione culturale, sociale prima ancora che politica, è la coincidenza, fisica persino, tra chi stabilisce questa equazione folle e quelli che sono i principali responsabili dell’attuale disastro economico globalizzato: liberisti selvaggi, ortodossi custodi dei pareggi di bilancio e di politiche monetarie restrittive, cultori della diseguaglianza spacciata per meritocrazia. Saccheggiatori delle risorse energetiche, privatizzatori convinti. Sono loro che ci condurranno sull’orlo del baratro dell’annientamento totale, per mascherare il fallimento delle loro false promesse di un mercato che, da solo, sarebbe capace di diffondere il benessere, annientando gli Stati e l’intervento pubblico nell’economia, depredando e distruggendo i Beni Comuni, a partire dall’Ambiente. L’Europa, la parte migliore e più generosa delle sue popolazioni, dopo la distruzione del Secondo Conflitto Mondiale, ha costruito società aperte, solidali, per quanto possibile. Oggi pesantemente sotto scacco dall’ortodossia economica che peggiora le condizioni materiali dei suoi cittadini. Una società aperta non è, e non può essere, strutturalmente, del tutto difendibile da attacchi indiscriminati. Dobbiamo saperlo. Purtroppo. Ne abbiamo testimonianza dolorosamente frequente in questi tempi. A meno di non mutare la propria natura, in una società militarizzata.

Chi, in questi giorni di dolore e disorientamento, evoca l’esempio di Israele, come quello di una società “democratica” che, quotidianamente, affronta i costi umani ed economici per tentare di avere una sicurezza reale per i propri cittadini, omette, in modo scandalosamente colpevole, di ricordare che tra i prezzi che quella società paga, per questo obiettivo, c’è il prezzo dell’apartheid verso il popolo palestinese e il prezzo dell’essere una potenza nucleare che costruisce muri, per separare, e porta via terre ed acqua. Senza avviare alcun processo di Pace concreto. La militarizzazione della società, ha un prezzo: quello della Libertà. Io penso che l’Europa non debba chiedere a sé stessa di somigliare ad Israele, o agli USA vagheggiati da Donald Trump, in cui ognuno possa liberamente armarsi e immaginare di poter separare il proprio destino da quello del resto del mondo. Mi permetto di scrivere queste righe, sapendo di correre il rischio della presunzione, perché credo che sia necessario, oggi più che mai, ragionare. Articolare, distinguere. Ascoltare. E combattere. Combattere contro chi, per pura scena mediatica, per semplificazione strumentale, per creare un clima favorevole a provvedimenti restrittivi della Libertà, per un consenso elettorale miserabile, continua a dire che “siamo in guerra”.

Abbiamo memoria, di cosa fu, la Seconda Guerra Mondiale? L’orrenda contabilità di morti, feriti, deportati; delle distruzioni? Nonostante il dolore, e anche la rabbia, noi non siamo in guerra. Noi siamo dentro uno scontro globale, che non ha confini riconoscibili, che vuole, come obiettivo, sostituire la paura alla ragione. Che vuole creare le condizioni per una separazione tra culture e persone, armandole le une contro le altre, in un ciclo di risentimento infinito, in cui ci si perda dietro la ricerca delle colpe mentre ci si continua ad uccidere. Io non posso permettermi di dire di avere ricette capaci di risolvere problemi che, probabilmente, segneranno il mondo nei prossimi anni. Però, mentre ogni azione di contrasto possibile al terrorismo va posta in essere, io credo si debba anche intervenire per togliere ogni alimento alle macchine di morte.

Occorre intervenire sui flussi finanziari. E su una globalizzazione della finanza che ha prodotto e produce solo danni. Occorre liberalizzare gli stupefacenti che sono un formidabile elemento di finanziamento del terrorismo e del malaffare. Occorre una politica energetica che superi la dipendenza dal petrolio. Occorre una ridefinizione delle relazioni internazionali che metta al centro i principi della reciprocità nei diritti e nelle tutele. E isoli dittature e teocrazie. Occorre creare uno Stato Palestinese, e anche uno Stato Curdo. Occorre una politica che smetta di depredare le risorse dei Paesi poveri e li metta realmente in condizione di dare un futuro ai propri cittadini. A partire dall’istruzione e dalla parità tra uomini e donne. Occorre una politica che governi i flussi migratori, anche in nome di un riconoscimento vero dei valori che informano la vita civile dei Paesi di accoglienza. In Europa, e nei cosiddetti Paesi occidentali, le politiche devono virare nel segno dell’Eguaglianza. Io penso che sia ora, in questo tempo, che ancora possiamo dare una possibilità alla Pace e alla Giustizia. E sconfiggere, anche con i nostri comportamenti quotidiani, gli adoratori della morte e i fomentatori vili dell’oppressione e della diseguaglianza.

Infine, credo sia giusto porsi la questione anche, in questo quadro, di cosa un Ente Locale come il Comune dell’Aquila possa concretamente compiere, in funzione di un’idea di convivenza, di integrazione, di scambio, tra culture diverse. Occorre innanzitutto riconoscere che esistono, dei conflitti. Nella mia esperienza di lavoro, io mi sono sentito dire, da un muratore macedone, che bisognava impedire l’afflusso di nuovi migranti dall’Africa, perché ruberebbero il lavoro, che già è scarso. Il potenziale conflitto sul lavoro si disarticola solo se le regole del lavoro vengono fatte applicare ovunque. Se non si permette, negli appalti, nell’assenza di controlli, il lavoro nero, strozzando al massimo ribasso le soglie d’accesso; se, per quanto possibile, la competizione tra imprese, si sposta sul piano della qualità e non su quello dei costi. E’ inammissibile che nei cantieri della ricostruzione il personale che lavora sia, nella sua quasi totalità, inquadrato come “manovale”. Attraverso questa strada si sfrutta illecitamente il lavoro delle persone, dequalificando le professionalità. Si tengono bassi illecitamente i costi, aumentando i margini di profitto e costruendo conflitti tra le persone, che possono divenire anche conflitti tra etnie. Così vale anche per la pratica diffusa, e ricattatoria, cui deve sottostare chi è più debole. E che, per questo, diventa concorrenza sleale verso chi appaia più garantito, delle buste paga da lavoratori part-time, che invece lavorano a tempo pieno, con una parte del salario, erogata in nero, o con la pratica di buste paga firmate per importi, che, invece vengono versati in contanti, in forma ridotta, rispetto a quanto dichiarato.

Il Comune dovrebbe promuovere, in collaborazione con altri Enti ed Istituzioni, campagne di controllo delle regole del lavoro, anche negli orari diversi dei locali aperti la sera: l’applicazione eguale di regole nel lavoro, è uno degli elementi che previene il conflitto tra persone, ed etnie. L’Educazione è il terreno privilegiato della integrazione e dello scambio culturale. In ogni ordine e grado delle Scuole, dai Nidi e fino alle Superiori, il Comune potrebbe promuovere programmi specifici di conoscenza reciproca, anche sul piano culinario, ad esempio. Puntando, in particolare, sull’educazione delle donne e delle bambine, sullo sport. E’ sulla libertà delle donne, delle migranti, in particolare, che si gioca il processo di integrazione e di dialogo tra culture. Ed è qui, che andrebbero predisposti specifici programmi educativi, e di confronto. Senza rinunciare alle nostre leggi, cui tutti e tutte devono conformarsi. E neppure alle nostre tradizioni, anche, che possono essere messe a confronto con le tradizioni di altre culture. E, come per il lavoro, il Comune dovrebbe promuovere piani di intervento e di controllo, sul piano fiscale, per tutte quelle prestazioni di carattere sociale che possono essere erogate. La certezza della parità di diritti, e di doveri, è uno degli strumenti che previene il crearsi dei conflitti. Così come il Comune deve impedire il formarsi di enclaves abitative a caratterizzazione etnica. Ma deve anzi promuovere la mescolanza delle persone e la convivenza pacifica, e l’uso di spazi comuni, soprattutto per i bambini e per i loro giochi.

Ad Avezzano, luogo di fortissima immigrazione, ho visto persone di religione islamica, recarsi in angoli nascosti della città, e trovare lì un cartone sul quale inginocchiarsi, e una bottiglia d’acqua, per lavarsi simbolicamente le mani. E, per strada, pregare rivolti in direzione della Mecca. L’isolamento produce conflitto. La degradazione nel praticare un culto, produce risentimento. Chiusura. E’ necessario immaginare un luogo di culto islamico a L’Aquila. Sottoposto alla nostra legislazione civile. E che possa favorire apertura. Il dialogo interreligioso.

Nessuno distrugge, quel che impara ad amare.