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Il Premio “Mario La Cava” a Claudio Magris, fedele lettore ed amico dello scrittore scomodo, non usabile per nessuna bandiera – di Domenico Logozzo

Il Premio La Cava a Claudio Magris, fedele lettore ed amico

dello scrittore scomodo, non usabile per nessuna bandiera

di Domenico Logozzo *

GIOIOSA JONICA – “Il nostro è un Paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare”. Le parole di Leonardo Sciascia sono di forte attualità dopo la decisione del comune di Bovalino di dare concretamente vita al “Premio Mario La Cava”, lo scrittore calabrese morto nel 1988 al quale Sciascia era legato da profonda amicizia, testimoniata anche dalla fitta corrispondenza intercorsa fra i due dal 1951 al 1988, pubblicata in “Lettere dal centro del mondo” a cura di Milly Curcio e Luigi Tassoni (Rubbettino). Dopo tanti rinvii, che stavano per far perdere il finanziamento regionale, si è ora concretizzato un atto tangibile di riconoscenza verso il grande scrittore del Novecento che ha dato lustro con le sue opere al paese natio e alla Calabria, terra dalla quale non si è mai allontanato.

Il premio, promosso in collaborazione con il Caffè Letterario Mario La Cava e con il patrocinio della Regione Calabria, verrà consegnato il 17 dicembre al prof. Claudio Magris, uno fra i più importanti scrittori internazionali. Il suo nome è stato fatto anche per il Nobel. Scelta migliore non poteva essere fatta perché “a Claudio Magris viene attribuita una statura intellettuale e culturale di rara grandezza”, ha scritto recentemente Andrea Bressa su Panorama. Spiegando che “con le sue opere di saggistica e l’insegnamento ha saputo dare una svolta molto importante nel campo degli studi sulla letteratura mitteleuropea, allargando lo sguardo alle influenze reciproche fra lingue e tradizioni diverse”.

Il prof. Claudio Magris è considerato “un profondo conoscitore ed estimatore della produzione letteraria di Mario La Cava”. Amico e fedele lettore, come ha evidenziato con grande orgoglio lo scrittore triestino nell’elzeviro “Ritratto di due amici nati un secolo fa. La Cava e Voghera gemelli di stile”, pubblicato dal Corriere della Sera il 28 settembre 2008. “Due scrittori appartati, radicati in due periferie geografiche e culturali come la Calabria di Mario La Cava e la Trieste di Giorgio Voghera, accomunati da una profonda stima reciproca e amicizia, che induceva ogni tanto La Cava a “salire” a Trieste (“lassù a Trieste”, si diceva un tempo) a trovare il più sedentario e, negli ultimi anni, malandato Voghera, sebbene anche La Cava pensasse ,come dice la lapide preparata per il suo centenario nella sua Bovalino, che, “più che viaggiare, è mettere le radici che può capire il significato della realtà”. E’ grazie a questi suoi viaggi a Trieste per incontrare Voghera – col quale ho avuto un rapporto intenso e affettuoso, non scevro di quelle ambivalenze latenti, come lui sapeva meglio di me, in ogni rapporto affettivo – che ho conosciuto La Cava, diventandogli amico dopo essere stato un suo fedele lettore”.

Lo stretto rapporto tra lo scrittore di Bovalino e quello di Trieste, aveva spinto Magris a proporre un gemellaggio tra il capoluogo del Friuli Venezia Giulia ed il paese della provincia di Reggio Calabria. “Fra tanti motivi occasionali di gemellaggio fra città diverse – rilevò -, ci potrebbe essere pure l’amicizia letteraria e dunque Trieste potrebbe gemellarsi con Bovalino Marina”. Amicizia ulteriormente consolidata ora dal riconoscimento del comune di Bovalino a Magris, che è nato a Trieste come Giorgio Voghera. Dopo 10 anni sarà l’occasione buona per dare seguito all’ idea di Magris. Le premesse ci sono e l’impegno dimostrato dagli attuali amministratori per il Premio La Cava fanno ben sperare. Si può fare. Se si vuole fare. Bisogna essere uniti, affidarsi a persone autorevoli e competenti. Condizioni imprescindibili se si vogliono ottenere risultati positivi anche nella realizzazione degli altri progetti di valorizzazione e sviluppo culturale.

Quello di Bovalino si preannuncia come un appuntamento letterario di alto profilo. Prestigio di livello nazionale. Si parte bene. Omaggio dovuto “ad un personaggio culturale di così alto spessore, personaggio attaccatissimo alla sua terra, ai suoi costumi ed alle sue tradizioni, che tanto ha dato e tanto può ancora dare alle future generazioni”, sottolinea Domenico Calabria, genero dello scrittore e presidente del Caffè Letterario Mario La Cava. Una realtà culturale molto attiva e propositiva che tanto ha fatto e continua a fare per la crescita non solo della Locride, ma anche della Calabria e del Mezzogiorno. Nel segno di La Cava “uno scrittore scomodo, difficile da etichettare, impossibile da irreggimentare, non usabile per nessuna bandiera”, come ha scritto sulla Stampa di Torino il critico Giorgio Bàrberi Squarotti il 17 novembre 1988, dopo la morte del narratore di Bovalino.

Dalla sua Calabria La Cava ha portato spirito di chiarezza e di finezza e spirito dei lumi nella nostra letteratura novecentesca, che proprio non ne ha avuto troppo. E’ questa la sigla della sua originalità e del suo valore”. Valore più volte sottolineato da Leonardo Sciascia. “Vecchio e grande mio amico, scrittore e uomo cui voglio bene ed ammiro”, scriveva sul quotidiano piemontese nel giugno del 1987, lanciando un appello con un gruppo di amici – tra questi Walter Pedullà e Saverio Strati – per l’autore di Caratteriingiustamente dimenticato, quasi ottantenne e in difficili condizioni all’ospedale”. Sciascia rivolgeva “un’esortazione – a chi tale esortazione compete – che si applichi al suo caso la cosiddetta legge Bacchelli”. Appello che, per fortuna, non cadde nel vuoto.

Sciascia definiva “La Cava uomo di inarrivabile semplicità, schiettezza e discrezione, di saldi e giusti principi. E scrittore sagace, acuto: di ragione, e anche delle ragioni del cuore che mai tradiscono la ragione”. Esempio da seguire “Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello di come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità cui aspiravo. Sicchè quando, nel 1939, Le Monnier pubblicò Caratteri (in una collanina, stampata con gusto longanesiano, che si intitolava “L’orto”: nome di evidente intendimento strapaesano), io lo tenni come un piccolo breviario, e facendovi qualche esercizio di imitazione”.

Quasi ottantenne, ammalato, sperava ancora di scrivere il miglior libro, superiore a tutti i precedenti. “Voglio ancora scrivere, ho ancora molte trame da raccontare”, aveva confidato alla saggista e giornalista Mirella Serri, che nel giugno del 1987 in una stanza dell’ospedale San Filippo Neri di Roma, dove era ricoverato da cinque mesi dopo la paralisi che lo aveva colpito mentre a Siderno stava tenendo una conferenza su Corrado Alvaro. “Ma quello che è stato più terribile, è stata la perdita della parola. L’ho vissuta come un’umiliazione, perché per uno scrittore non potere più né scrivere né parlare è la peggiore delle amputazioni. Non sono stato stoico né di fronte al dolore né di fronte alla morte. E poi lo ripeto: voglio ancora scrivere. Ho ancora molte trame da raccontare”. E l’argomento? “Ancora e sempre il Sud. E spero di scrivere il libro migliore di tutti i miei precedenti”. Purtroppo è rimasto solo un sogno. Non si è più ripreso. Le sue condizioni si sono progressivamente aggravate. Dopo quasi un anno e mezzo da quella intervista, il 16 novembre 1988 se ne è andato con il Sud nel cuore.

E a quasi 30 anni di distanza, per ricordare l’impegno meridionalistico di La Cava, sarà assegnato un riconoscimento speciale a Raffaele Nigro, scrittore e studioso della letteratura meridionale, ex direttore e capo redattore della Rai di Bari. Saranno inoltre ospiti della serata del Premio La Cava, condotta da Maria Teresa D’Agostino, lo scrittore e giornalista di origini lucane Andrea Di Consoli e l’attrice Anna Melato che ha interpretato il ruolo di Caterina nel film del regista Luigi ComenciniIl matrimonio di Caterina”, tratto dall’omonimo romanzo di Mario La Cava. E sempre nell’ambito del premio è stata pubblicata un’edizione speciale del romanzo “Le memorie del vecchio maresciallo“(Einaudi, 1958). Per Magris è tra i libri “godibili e coinvolgenti” di La Cava. Sciascia aveva inserito i Caratteri tra i libri “che non si muovono, che non si rimuovono, che non conoscono ascese e cadute, cui né ombre né risalto danno il mutare dei gusti, delle mode. Libri, si potrebbe dire, che stanno: e nessuna mano che li tira giù da uno scaffale mai li butterà via con impazienza”.

Il Premio La Cava rappresenta un’occasione importante per far conoscere alle giovani generazioni le straordinarie lezioni che personaggi come lo scrittore di Bovalino ci hanno lasciato in eredità. Cose ben fatte. Da rispettare. Non dimenticare. Valorizzare i grandi valori della memoria per andare avanti sulla buona strada. “Il futuro non ha futuro – sostiene Celentano – se non si porta per mano anche il passato”. Come non essere d’accordo con lui?

*già Caporedattore TGR Rai

Foto:

1-Lo scrittore Mario La Cava

2-Lo scrittore Claudio Magris riceverà il 17 dicembre a Bovalino (Reggio Calabria) il Premio Mario La Cava

3-Mario La Cava con la moglie Maria Muscari a Roma in una foto del 1964

4- Lo scrittore Leonardo Sciascia è stato grande amico di Mario La Cava

5- Per l’impegno meridionalista riconoscimento speciale allo scrittore Raffaele Nigro

 

A Passeggio su una nuvola

 

A PASSEGGIO SU UNA NUVOLA

Emanuela Medoro

Bellissimo, ma a che serve tutto questo spazio?” Se lo chiedeva pure Romano Prodi, ieri 7 dicembre 2017, visitando gli immensi spazi, vuoti per ora, della Nuvola di Fuksas all’EUR. Nelle immediate vicinanze della fermata della metro EUR Fermi, in mezzo a grattacieli svettanti, il fabbricato potrebbe passare inosservato, un parallelepipedo di dieci piani, le mura esterne, chiamiamole così, pannelli di cristallo scuro e trasparente sostenute da cavi di acciaio, lasciano intravedere all’interno una forma bianca ondulata e morbida, in alto. Si entra dentro, e ci si sente sperduti per l’immenso spazio d’ingresso, quasi vuoto, da percorrere. Un servizio bar ad un lato, riconcilia con il mondo dei normali. Scale mobili conducono in alto, verso i piani superiori.

A piano terra, attraverso porte nere si entra nello spazio espositivo, dal 7 al 10 dicembre 2017 occupato dalla fiera del libro: “Più libri, più liberi”, lo slogan di questa fiera, quanto mai attuale. Ordinati per file tagliate da un ampio corridoio centrale, centinaia di espositori, piccoli e medi editori. Ho chiesto ad uno di loro quanti ce ne fossero allineati lì, mi ha detto che ce ne stanno circa 500, un quarto degli editori operanti in Italia. Ho attraversato tutti i corridoi, sperduta e confusa. Sebbene passi tanto tempo a leggere libri e giornali, completamente ignara della dimensione complessiva dell’editoria italiana.

Ai piani alti, incontri e interviste con personaggi della politica e della cultura, in mezzo a una nuvola, alla nuvola pensata dall’architetto Fuksas, realizzata con pannelli bianchi trasparenti sostenuti da cavi d’acciaio dal movimento morbido e sinuoso. Da rimanere a bocca aperta, a guardare e cercare di capire!

In mezzo alla nuvola, file di sedie trasparenti accolgono il pubblico degli incontri con i politici, incontri ravvicinati che danno di questi ben noti personaggi un’impressione, umana diciamo così, che rende più comprensibili loro e quello che dicono. Mi sono trovata ad ascoltare l’incontro con Romano Prodi e quello con il ministro dell’interno Mario Minniti intervistato dal giornalista Marco Damilano. Giornali e tv danno resoconti esaurienti di queste conversazioni, aggiungo la mia voce per riportare impressioni immediate, senza entrare nel merito dei discorsi, sempre oggetto di controversie. R. Prodi, visto da vicino, mi è sembrato più giovanile di come appare in tv, ed anche capace di esprimersi, con un microfono, articolando le parole in modo chiaro e distinto. Ha ribadito tutti i concetti fondamentali del welfare state a lui cari: sanità, scuola e case popolari, colonne del benessere di una società civile e democratica. La tassazione, un male necessario per realizzarle. Esprimeva il tutto con una bonomia e una forma di saggezza ammirevoli. Da una come me, sua coetanea.

Il Ministro dell’Interno Mario Minniti, con un eloquio razionale e ordinato, ma non gelido, anzi, appassionato e sentito, ha trattato i temi più attuali e scottanti per uno stato democratico che voglia difendere le sue istituzioni: migrazioni, violenze e mafie, antiche e recenti.

Ha iniziato ricordando che il peggior periodo del secolo appena trascorso è nato con un incendio di libri. Quanto mai attuale, dunque, lo slogan della fiera Più libri, più liberi. In relazione alla recente, inquietante incursione di figuri minacciosi dal volto coperto alla redazione dei giornali La Repubblica e L’Espresso, le sue parole, ricche di passione per lo stato democratico, mi sono sembrate rassicuranti. Mi auguro che i giorni a venire non mi facciano pentire per la mia fiducia nel Ministro dell’Interno.

medoro.e@gmail.com

L’Aquila, 8 dicembre 2017.

Zampognari e tradizioni natalizie italiane

 

 

GLI ZAMPOGNARI NELLE TRADIZIONI NATALIZIE ITALIANE

Antonio Bini

Si è svolto a Moscufo l’VIII Raduno degli Zampognari promosso dal comune e dall’Associazione Zampogne d’Abruzzo, con la collaborazione della Proloco e delle altre associazioni presenti sul territorio.

L’evento, che riporta alle tradizioni natalizie del passato, è stato in parte condizionato dal maltempo, che non ha peraltro impedito a diversi appassionati di raggiungere il paese da varie parti d’Italia.

L’antico mondo degli zampognari, che l’Associazione Zampogne d’Abruzzo si impegna da anni a recuperare e valorizzare, emozionano ancora una vasta platea di persone, come dimostrato da diversi servizi andati in onda su TG4 e TG5, a cura del giornalista Gianluigi Armaroli, che hanno introdotto il tema del Natale 2017 in Italia. Il presidente dell’Associazione, Tonino Toracchio, nelle dichiarazioni rilasciate ha ricordato gli sforzi sostenuti per salvaguardare le tradizioni musicali legate allo strumento simbolo della civiltà pastorale che negli anni scorsi erano andate quasi del tutto perdute. Tutto questo nel disinteresse delle istituzioni e talvolta anche dei media. Eppure anche dei giovanissimi si sono accostati negli ultimi anni con passione alla zampogna, dedicandosi allo studio della musica e dello strumento. Tra questi anche due ragazze Irene Di Marco e Miriana Varalli. Segnali evidenti del superamento di una figura che per secoli era stata esclusivamente maschile. Altri giovani, Manuel D’Armi, Marcello Sacerdote, Luigi Varalli e Cristian Di Marco hanno formato un quartetto, che hanno denominato PETRA, e sono in partenza per un tour in Svizzera, in cui proporranno un repertorio che va oltre i brani tradizionali. E’ confortante vedere e ascoltare questi giovani, che daranno un futuro alla zampogna. A Moscufo sono presenti altri musicisti che hanno recentemente suonato in Canada e Germania, sempre attesi con affetto da tanti italiani che non hanno perduto la memoria del suono della zampogna e della ciaramella. Emerge tra tutti i musicisti presenti, anche non appartenenti all’Associazione, amicizia e armonia, è il caso di dire. Uno spirito che accomuna generazioni, dalla quindicenne, Irene Di Marco, di appena 15 anni, al meno giovane, l’ottantenne Primo Pierfelice. Una volta erano prevalentemente pastori, ora appartengono ad una eterogenea pluralità di situazioni sociali. Tra gli zampognari presenti a Moscufo anche un cardiologo, Antonino Scarinci, apprezzato ricercatore e musicologo.

Nell’ambito della manifestazione è stato ricordato il gemellaggio tra l’Associazione e il Circolo della Zampogna di Scapoli, siglato proprio a Moscufo nel 2014. Nell’occasione il fumettista Michele Arcangelo Jocca ha donato,per il tramite dell’Associazione Zampogne d’Abruzzo, un acquerello che ritrae una coppia di zampognari con lo sfondo della cinquecentesca chiesa di Santa Maria della Pietà di Rocca Calascio, oggi divenuta una delle icone dell’Italia, ma da considerare soprattutto come simbolo della scomparsa civiltà pastorale. L’artista romano, nato a Calascio nel 1925, fa parte della storia del fumetto italiano. Il suo acquerello sarà destinato ad arricchire la dotazione del Museo della Zampogna allestito dal Circolo a Scapoli, che si sta impegnando per promuovere un percorso progettuale che porti a candidare all’Unesco la zampogna come patrimonio dell’umanità.

C’è ancora il tempo per scambiare alcune impressioni con Giulio Armaroli, personaggio noto del giornalismo televisivo, in passato anche scenografo, regista, attore e conduttore di programmi musicali. Si nota facilmente che si trova a suo agio nella manifestazione, nella piazza e tra i vicoli del paese. Anche tra i sui ricordi di infanzia nella sua Bologna ci sono con gli zampognari in giro per il centro della città nei giorni precedenti il Natale. E’ scontata la sua risposta affermativa quando gli chiedo se c’è ancora spazio nel terzo millennio per il secolare patrimonio culturale rappresentato dalla zampogna in Abruzzo, come in altre circoscritte aree geografiche dell’Italia centro-meridionale, in cui lo strumento resiste con non poche difficoltà.

E’ purtroppo un certo provincialismo, osserva Armaroli, a costituire il principale limite che caratterizza la valorizzazione di molte importanti tradizioni del nostro paese, tra cui quella rappresentata dall’antico strumento simbolo del mondo pastorale del passato. Un provincialismo che riduce spesso a dimensioni locali valori culturali che dovrebbero invece emergere e trovare uno spazio anche nella società globalizzata di oggi, nella quale sarebbe sufficiente ricordare come questi singolari pastori musicisti in passato abbiano ispirato nelle loro opere anche tanti prestigiosi compositori stranieri, tra cui Georg Friedrich Händel e Hector Berlioz.

Il 9 dicembre, a Bellona (Caserta), apre la Mostra personale di Gianfranco Carbone presso la galleria Arte Vinciguerra

Comunicato stampa

Mostra personale di Gianfranco Carbone

di passo in passo …

Sabato 9 dicembre, alle ore 18:00, presso la galleria d’Arte Arte Vinciguerra di Bellona, si inaugura la mostra personale di Gianfranco Carbone dal titolo <di passo in passo>; l’esposizione, organizzata dal direttore dott. Giovanni Vinciguerra, sarà presentata dal critico d’Arte ing. Carlo Roberto Sciascia, dall’avv. Giuseppe Romano e dalla prof. Marina Scialdone.

In occasione dell’inaugurazione, alla quale sarà presente l’autore, è stato edito un catalogo a colori .

Dopo circa due anni di <alienazione> politico-amministrativa, – afferma il direttore della galleria Giovanni Vinciguerra nell’invito – ho il piacere di comunicare la ripresa dell’attività artistica dello spazio in Bellona con una serie di mostre di noti artisti, quali Fernando de Filippi, Mauro Malmignati, Ercole Pignatelli, Gino Quinto, iniziando con un giovane tra i più interessanti della nostra Provincia, Gianfranco Carbone”.

Poi, dell’artista proposto ha dichiarato: “Ho avuto modo, in questi ultimi anni, di conoscere Gianfranco Carbone e di notare l’impegno e la dedizione che egli rivolge alla pittura. Ho assistito, tra l’altro, al passaggio dal figurativo all’astratto, convincendomi che la realizzazione delle nuove tele non è frutto di semplice sperimentazione ma una svolta nella sua produzione artistica. Mi piace, perciò, mostrare una panoramica delle opere del giovane artista e offrire un momento d’incontro ad amici ed intenditori”.

Infatti, il giovane artista, attento alle diverse espressività contemporanee, in questi ultimi anni ha saputo cambiare il suo modo di riportare la propria emozione sulla superficie pittorica. Dice di lui Marina Scialdone: “Le tele di Gianfranco Carbone, frutto di un lungo contatto con la materia pittorica, rappresentano la sintesi di un lavorio interiore che, lungi dall’esaurirsi nell’aspetto coloristico, propone sempre nuove dinamiche interiori. Si scorge in ciascuna immagine un particolare stato d’animo: malessere, serenità, riflessione, ansia di ricerca, elementi che appartengono all’autore ma che sono presenti, in maniera individuale, in ciascuno di noi. I titoli talvolta ci guidano in un percorso interpretativo che pone l’accento sulla razionalità con vaghi riferimenti al <figurativo>. Il cavaliere, Rabdomanzia, La siepe, La giostra, esprimono l’esigenza di oggettivare un pensiero e di rendere più diretta la comunicazione. Altri titoli, suggeriscono, di contro, dimensioni più astratte, indefinibili come sono indefinibili le emozioni o gli stati d’animo: Essenze, Profondità, Palpiti, La quiete… In entrambi i casi il filo conduttore delle opere di Gianfranco Carbone ci riporta ad una ricerca interiore che coincide con la sempre nuova sperimentazione delle tecniche pittoriche”.

Infine, nell’analisi critica sull’artista di Carlo Roberto Sciascia, intitolata <Gianfranco Carbone e la percezione degli stati d’animo>, si legge: “Cromatismi sofferti, stemperati fino a distendersi adagiati sulla tutta superficie pittorica, concorrono a delineare la struttura in avvolgenti schemi che, grazie alla scrupolosa miscelazione, creano un effetto visivo di intima percezione. Questa è la chiave dell’opera di Gianfranco Carbone, un artista che offre al fruitore la possibilità di immergersi in un territorio, in cui la concezione di spazio/tempo perde la propria peculiarità proiettandosi in una diversa dimensione grazie ad un sistema di codici linguistici decisamente correlati tra loro; questi ultimi che, pur partecipando autonomamente all’effetto empatico globale del colore ed allo slancio gestaltico del movimento segnico che traspare lieve dal fondo, inevitabilmente colgono ogni elemento dettato dal cuore e lo evidenziano al pubblico in un letto che li fa appena percepire”.

Il critico d’Arte, poi, ha spiegato che “le opere di Carbone rappresentano ciò che egli vede intorno a sé, un mare o un’emozione, un sogno o un pensiero, e lo filtra attraverso la propria interiorità; ne nasce una trasposizione visiva, dettata dai sentimenti scaturiti, dai desideri, dai prodotti del pensiero, come pure dalla riflessione dell’anima su di sé (la psyche individuale socratica), che sa caratterizzare il senso dell’identità della persona; nell’artista si nota l’esigenza di introspezione che riconduce tutto alla coscienza del proprio <io>. In effetti, come affermava il filosofo francese Henri Bergson, mediante l’introspezione si può studiare il fluire degli stati d’animo, senza che di essi si abbia la possibilità di distinguerli nettamente”.

La mostra resterà aperta dal 9 dicembre 2017 al 14 gennaio 2018 tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle 17:00 alle 20:30 o su appuntamento (info segreteria organizzativa Marina Addelio, Rosa Guarino, Ada Vinciguerra 0823/96 51 36 – 333/71 61 004).

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Gianfranco Carbone e la percezione degli stati d’animo

di Carlo Roberto Sciascia

Cromatismi sofferti, stemperati fino a distendersi adagiati sulla tutta superficie pittorica, concorrono a delineare la struttura in avvolgenti schemi che, grazie alla scrupolosa miscelazione, creano un effetto visivo di intima percezione. Questa è la chiave dell’opera di Gianfranco Carbone, un artista che offre al fruitore la possibilità di immergersi in un territorio, in cui la concezione di spazio/tempo perde la propria peculiarità proiettandosi in una diversa dimensione grazie ad un sistema di codici linguistici decisamente correlati tra loro; questi ultimi che, pur partecipando autonomamente all’effetto empatico globale del colore ed allo slancio gestaltico del movimento segnico che traspare lieve dal fondo, inevitabilmente colgono ogni elemento dettato dal cuore e lo evidenziano al pubblico in un letto che li fa appena percepire.

L’artista sa distribuire sulla tela una forza aggregante scaturita dal proprio intimo, che è in grado di comporre ogni sensazione provata con stessa intensità ed energia mediante gesti dettati dalle sue esperienze di vita e scelte cromatiche propaganti una rarefatta <vis> primordiale, scaturita dall’intensa emotività e propagantesi in un dinamismo a volte inquietante, altre avvincente.

Le sue accattivanti elaborazioni rincorrono motivi esistenziali e spalancano scenografie dell’animo che, in quelle suggestioni avvertite e/o nelle personali apprensioni verificatesi, offrono una diversa prospettiva con la quale guardare il mondo nella sua completezza.

Le opere di Carbone rappresentano ciò che egli vede intorno a sé, un mare o un’emozione, un sogno o un pensiero, e lo filtra attraverso la propria interiorità; ne nasce una trasposizione visiva, dettata dai sentimenti scaturiti, dai desideri, dai prodotti del pensiero, come pure dalla riflessione dell’anima su di sé (la psyche individuale socratica), che sa caratterizzare il senso dell’identità della persona; nell’artista si nota l’esigenza di introspezione che riconduce tutto alla coscienza del proprio “io”.

In effetti, come affermava il filosofo francese Henri Bergson, mediante l’introspezione si può studiare il fluire degli stati d’animo, senza che di essi si abbia la possibilità di distinguerli nettamente. È un modo diverso di sentire e proporre la “normalità” di tutti i giorni, letta sulla base di sensazioni che si ritrovano nelle scelte cromatiche più che nella gestualità; queste ultime scelte inducono l’artista a fermare in una frazione temporale ciò che avverte intensamente dentro sé ed a proiettarle in un contesto intimamente personale. Il discorso si dipana in reconditi ambiti dell’inconscio per emergere in morbidi colori dalla lettura significativa e dal coinvolgimento viscerale.

È un processo percettivo guidato da vari aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali e dal pathos, i quali si sviluppano in tensioni e pulsioni dell’animo fino a disperdersi nel caos dello scorrere delle percezioni. Infatti, nello sfondo cromatico delle sue opere, in cui si accavallano pensieri ed emozioni, Carbone lascia che prenda forma la sensazione provata e ne offre i contenuti contestuali nei quali è maturata, anche quelli vicini al sogno; in questi momenti, come già detto, si nota che indiscutibilmente, più che il valore dei segni, sono le variazioni tonali e le sfumature ad essere determinati nell’espressività dell’artista e a definirne gli elementi interpretativi.

Gianfranco Carbone continua questo percorso interiore tra emozioni e lievi moti dell’animo e ne fa partecipe il fruitore. Sa far riaffacciare dalla sua mente ogni suggestione con un inconfondibile profumo confidenziale sullo sfondo di note dalle diverse tonalità del blu scuro, del tenue giallo, …, custodite nel profondo grazie ad una precisa intuizione intimistica con una semplice ma ricca e penetrante immediatezza visiva, di certo sintesi, ma anche essenza, del suo discorso rivolto all’armonia del momento laddove l’essere supera la necessità dell’apparire

Il messaggio dell’artista, decontestualizzato dall’impianto visivo e reinserito nel suo mondo intimo, si ricompone sulla tela in frammenti vivi in vibrazioni cromatiche e campiture morbide tipiche della riconoscibilità stilistica dell’artista.

MAURIZIO COLASANTI- VARIAZIONI -RETTIFICHE – CONCERTI TERAMANI DEL DIRETTORE D’ORCHESTRA DI PRETORO (CH)

 

LA BELLEZZA E L’ASCOLTO

LA VITA “DENTRO” LA MUSICA DI MAURIZIO COLASANTI

Musicista, direttore d’orchestra, abruzzese, il Maestro Maurizio Colasanti terrà due concerti a Teramo, giovedì 16 e domenica 19 novembre entrambi alle 17,30. Eventi che si terranno presso l’Università di Teramo e la Sala polifunzionale della Provincia in collaborazione con l’orchestra teramana “Benedetto Marcello”. Nella sua biografia si legge che il suo incontro con la musica è stato davvero precoce, all’età di soli 5 anni, nel paesino dove è nato “ che conta un migliaio di abitanti”, Pretoro, in provincia di Chieti,ma con una grande tradizione musicale. Ad intuire il suo talento il Maestro De Rensis con il quale inizia a studiare musica e che lo porta alla sua prima esibizione solistica a soli 7 anni.

Un bambino prodigio diremmo noi, ma per lui non è così “il vero prodigio è riuscire a fare le cose che piacciono”. Alla passione però si affianca uno studio fecondo, diplomandosi con il massimo dei voti e la lode presso il Conservatorio di Musica D’Annunzio di Pescara a cui aggiunge una laurea in Filosofia ,sempre con il massimo dei voti e la lode “perché la conoscenza non è mai abbastanza” rammaricandosi “per non aver studiato matematica”.

Nonostante i successi e le opportunità che il mondo gli offre sceglie “l’Italia, anche se nel nostro paese non c’è rispetto per le culture artistiche e musicali. Manca il piacere di investire nella cultura. La diamo per scontata ma è come se non esistesse”.

Secondo il Maestro Colasanti “all’estero c’è una grande curiosità , non si spiegano come possiamo trascurare il grande patrimonio culturale di cui disponiamo”.

La mancanza di un sistema che valorizzi le risorse culturale incide naturalmente sulle politiche della scuola, della diffusione e della cura della bellezza e a questo proposito il Maestro sostiene, come tanti altri artisti, e non solo, che “occorrerebbe educare i ragazzi alla bellezza perché la bellezza è ciò che rimane quando si è tolto tutto. Non meritiamo l’eredità storica che abbiamo ricevuto. Per meritarla dovremmo prendendocene cura. A cominciare dalla scuola, dove scelte poche oculate hanno provocato gravi carenze formative. La scuola è stata impoverita, i conservatori falcidiati dalla riforma. L’educazione musicale è una cenerentola inconsistente. Nei licei classici italiani, per esempio, non c’è spazio per la storia e l’ascolto della musica e delle arti, come se la bellezza non esistesse, mentre all’estero le scuole hanno orchestre e gruppi musicali. I Conservatori dovevano essere luoghi di eccellenza, dove forgiare talenti autentici , molto selettivi, mentre spesso sono diventati supermercati, perseguendo la sopravvivenza a discapito dell’eccellenza. Quello che manca insomma è ciò che in altri Paesi si è sempre fatto e che in Italia stenta ad istituzionalizzarsi, ovvero investire nella cultura, nella scoperta e nella valorizzazione dei talenti che altrimenti sono costretti a trovare altrove gli spazi di crescita”.

Maurizio Colasanti ha studiato direzione d’orchestra presso le scuole di Vienna, Ginevra e Budapest. Docente in importanti conservatori di musica internazionali come l’Illinois State University di Chicago, la Royal College of Music di Melbourne e il Conservatorio di Musica di Quito, ha collaborato con musicisti come A. Rosand, A. Pay, C.M. Giulini, A. Braxtone, G. Shuller, M. Larrieu, P. Badura Skoda . Nel 2012 è stato eletto direttore principale e direttore artistico dell’Osuel.

Nella sua intensa carriera esibizioni concertistiche italiane ed internazionali con: Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari, Seoul Philarmonic Orchestra, Teatro dell’Opera di Roma, St.Martin in The Fields, Royal Accademy of Music, Orchestra Sinfonica Siciliana,Teatro Lirico di Cagliari, Orchestra Sinfonica Abruzzese, Finnish Symphony Orchestra, Orchestra Sinfonica di San Remo, Miami Symphony Orchestra, Karnten Simphonieorkester, Solisti del Teatro alla Scala di Milano, Illinois Symphony, Minas Gerais Symphony Orchestra, Villa Lobos Symphony Orchestra, Orchestra Sinfonica di San Remo, Carnegie Hall, Melba Hall, Seoul Opera House, New England Symphony Orchestra, Lithuanian Chamber Orchestra, Orchestra Sinfonica Porto Alegre, Nancy Philarmonic, Camerata Istropolitana Bratislava.

Alcuni compositori del nostro tempo: S.Rendine, N. Bogorelich, G. Vainio, A. Viana, hanno dedicato a lui opere sinfoniche.

Nei concerti teramani presenterà un repertorio di musica contemporanea.

Mira Carpineta

CS ISA concerto straordinario 16 novembre

 

COMUNICATO STAMPA
L’OSA IN PRIMA ASSOLUTA A L’AQUILA E A ROMA CON ROBERTO HERLITZKA

 

L’Aquila, 15 Novembre 2017 Questa settimana l’Orchestra Sinfonica Abruzzese sarà ospite per la seconda volta, in questa stagione, del festival internazionale RomaEuropa Festival, dove presenta in prima assoluta un lavoro di teatro musicale prodotto dall’ISA insieme all’associazione nazionale di compositori Nuova Consonanza: si tratta dello spettacolo De Rerum Natura, creato dal grande Roberto Herlitzka, decano degli attori italiani, che ha preparato una sua originale traduzione di alcune parti dell’omonimo poema latino di Lucrezio Caro, musicata da quattro importanti compositori, i romani Matteo d’Amico e Enrico Marocchini, il teramano Lamberto Macchi e Ivan Vandor, ungherese di nascita ma da tempo residente nel nostro paese.

Lo spettacolo debutta all’Aquila giovedì 16 novembre alle ore 19 presso il ridotto del teatro Comunale “V. Antonellini”, come evento straordinario della 43° stagione dei concerti ISA, e viene presentato a Roma il 17 e 18 novembre, alle ore 21, al Teatro Vittoria.

Un nuovo appuntamento con la classicità, dopo l’omaggio a Ovidio presentato in apertura di stagione- commenta il direttore artistico Luisa Prayer- coniugata questa volta con la cultura contemporanea, di cui l’ISA si fa sovente promotrice nei suoi programmi”.

Herlitzka è qui autore, attore e regista dello spettacolo e porta sul palcoscenico i frutti di un lungo lavoro di studio e di ricerca rendendo in terzine dantesche il grande testo classico che fu manifesto della dottrina epicurea: dall’esametro latino alla lingua di Dante un sapiente lavoro di trasferimento linguistico, che si coniuga abilmente con il linguaggio musicale contemporaneo, in un raffinato spettacolo di poesia e musica.

Nella sua pluridecennale attività Roberto Herlitzka si è affermato nei ruoli più complessi del teatro, da Edipo a Don Chisciotte, da Iago a re Lear, Shylock, zio Vanja, lavorando con i più grandi registi della scena teatrale, da Costa, Lavia, Calenda, a Missiroli, Ronconi, Pagliaro, Squarzina, Proietti, Stein, Pedroni, Cappuccio, e del cinema, come  Bellocchio, Wetmüller, Montaldo, Mikhalkov, Sorrentino, Magni, Faenza, De Serio, Maselli, Piccioni. E’ stato insignito di numerosissimi premi, tra cui il Flaiano di Pescara, e poi i premi Veretium, IDI, Nastro d’Argento, David di Donatello, Tribeca, Olimpico, Ubu, Vittorio Gassman, Pirandello, Hystrio. 

  Dirige l’Orchestra Sinfonica Abruzzese il Maestro Enrico Marocchini, uno dei compositori autori delle musiche dello spettacolo, che ha al suo attivo una intensa collaborazione con scrittori come Benni, Saviano, Maraini, per la creazione di opere in cui musica e testi letterari si coniugano per creare un piano narrativo nuovo e attuale.

Biglietti 43° Stagione ISA – L’Aquila

Intero Euro 10,00; Ridotto Euro 8,00; Giovani Euro 5,00

Info: www.sinfonicaabruzzese.it;

Ufficio Stampa: Marianna Di Nardo – 3492509539

Rassegna documentari Franco Simongini, Accademia di Belle Arti di Roma, 21-24 novembre, in collaborazione con Rai Teche

Link: Comunicato Franco Simongini rassegna ABAR

 

Comunicato stampa, finalisti premio letterario Kaos 2017

 

KAOS, FESTIVAL DELL’EDITORIA, DELLA LEGALITÀ E DELL’IDENTITÀ SICILIANA: I FINALISTI DEL CONCORSO LETTERARIO 2017

Sarà l’Accademia Michelangelo di Agrigento, nella sua nuova sede al centro di Girgenti, a ospitare, il 9 e 10 dicembre, l’edizione 2017 della manifestazione Kaos festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana.

La formula, proposta dal direttore artistico Peppe Zambito, rimane invariata: fiera del libro, incontri con autori, mostre e performance teatrali e musicali, per una contaminazione culturale ricca di appuntamenti.

Quest’anno abbiamo scelto l’Accademia Michelangelo – spiega Zambito – perché siamo convinti che gli spazi delegati all’insegnamento rappresentano fucine di arte e di sapere, luoghi aperti e fruibili, capaci di dialogare e coinvolgere i contesti territoriali”.

Mostre, presentazioni, esposizioni, laboratori, un considerevole parterre di autori: il ricco programma della due giorni in Accademia si legherà ai festeggiamenti per i 150 anni dalla nascita del premio Nobel Luigi Pirandello.

Michele Gambino, scrittore e giornalista, è il presidente della giuria del premio Kaos di quest’anno.

In queste ore è stata resa nota la rosa dei finalisti dei premi per le diverse sezioni del concorso:

Per la narrativa: Ignazio Bascone con La spiaggia insanguinata edito da Libridine; Pancrazio Buzzuro con Il funerale del gran Coglione edito da Armando Siciliano; Alberto Bellavia, Adriana Iacono, Lia Lo Bue con La bellezza dell’acqua, Edizione Leima; Angelo Andrea Cellura con Ho perso le chiavi le casa, ed. Medinova; Alessandro Savona con Ci sono io, Dario Flaccovio Editore.

Per i racconti: Maria Concetta de Marco con Blanco, Giuseppe Graceffa con Il giusto compenso, Maria Carmela Miccichè con Il pezzetto d’America sotto il cuscino.

Per la poesia: Cetta Brancato con Una lacrima di luna, Elisabetta Ternullo con Dietro un incanto, Michele Barbera con Amore nudo.

A breve saranno resi noti i nomi delle personalità che riceveranno i premi speciali per l’edizione 2017 previsti dal Festival.

Per info e interviste: addetto stampa Daniela Gambino 3288775341.

SUCCESSO CONCERTO EL SISTEMA A UN ANNO DAL TERREMOTO

 

 

ººººººººº Musica e speranza all’Abbazia di Fiastra a un anno dal terremoto

Ad un anno dal terremoto, si è svolta il 30 ottobre all’Abbadia di Fiastra (Mc) una giornata “Tra Memoria e speranza”, conclusasi con un concerto dell’Orchestra El Sistema di Macerata, l’Orchestra Music Academy di Ascoli e del coro Uteam formato dalle università della terza età, provenienti dalle zone maceratesi più colpite dal sisma.

Una serata fortemente simbolica – voluta dai monaci dell’abbazia cistercense, in collaborazione con il Centro di spiritualità e cultura “La Porta Bella” con il patrocinio della Regione Marche e del Comune di Tolentino – che ha avuto come protagonisti i più giovani da una parte e gli anziani dall’altra, entrambi testimoni, con il loro messaggio musicale, della volontà della terra maceratese ricominciare e di guardare avanti. E’ stata un’iniziativa molto importante per il territorio, un lavoro di più realtà animate dal desiderio di offrire al pubblico una serata di bellezza e di serenità, occasione unica anche per le tre realtà coinvolte che hanno presentato brani eseguiti sia dai singoli gruppi, sia da tutte le formazioni unite.

Grande successo, dunque, per un grande concerto che, nella suggestiva cornice dell’abbazia di Fiastra, ha proposto musiche di Charpentier, Capoferri, Cecchini, Rossini, Dvorak, Mameli e Verdi. Alcuni brani sono stati eseguiti dai nuclei di Ascoli e Macerata e dal coro Uteam singolarmente ed altri insieme. Emozionante l’Ave Maria di Schubert cantata da Denis Bonjaku, 12 anni, alunno del Maestro Aldo Cicconofri, che tra i vari concorsi vinti, ha recentemente ottenuto la medaglia d’oro al Concorso internazionale “Crossroad of the muses” nella categoria “pop giovani” ed il Grand Prix a Sofia, Bulgaria. Il tutto sotto la guida musicale dei maestri Mirthe Goldman, Luca Cecchini, Aldo Cicconofri e Luciano Feliciani.

Le orchestre del Sistema fanno parte di un progetto avviato ormai da 5 anni a Macerata ed Ascoli Piceno. Il Sistema è un’esperienza unica ed originale, un modello didattico musicale,

ideato e promosso in Venezuela da José Antonio Abreu, dal 1975 e consiste in un sistema di educazione musicale, diffusa e capillare, con accesso gratuito e libero per bambini e ragazzi di

qualsiasi provenienza, e basato fondamentalmente sul suonare in orchestra.

IL SISTEMA vuole proprio porsi come un metodo di inclusione sociale e di educazione attraverso

la musica, per bambini italiani e stranieri, sani e portatori di handicap, basato sulla pratica musicale di gruppo, unendo alla relazione umana, la condivisione artistica e il senso di responsabilità reciproca, così che i bambini ed i ragazzi possano già crescere in una dinamica di rapporti positivi imparando insieme anche la musica.

La musica può essere una straordinaria esperienza di crescita personale per ogni bambino e

adolescente, ma anche una grande occasione di rinnovamento per la società, efficace strumento di integrazione sociale e sociale e come modalità per lo sviluppo delle intelligenze dell’essere umano.

L’insegnamento della musica è diventato una risposta all’assenza di speranza e di prospettive per il futuro. Per questo, educare i giovani sin dalla più tenera età attraverso la musica è un progetto

rivoluzionario.

La situazione sociale e civile che viviamo in Italia ha ovviamente caratteristiche differenti da quella venuezuelana infatti si pone non solo come aiuto e sostegno a famiglie e ragazzi con difficoltà economiche, psichiche e sociali, ma si propone anche come risposta al bisogno di significato e compagnia. Questo progetto sta sempre più prendendo la forma di una educazione musicale che mira allo sviluppo di intelligenze umane ed emotive, delle relazioni interpersonali ed empatiche. L’apprendimento della musica avviene attraverso un canale emozionale piacevole, dove la percezione del bello e del positivo motivano anche la fatica. Il gruppo musicale diventa così una comunità umana dentro la quale si vive un processo di apprendimento che diviene occasione di crescita personale verso un grande obiettivo comune che è la realizzazione di un evento artistico.
Il Sistema in Italia quindi si pone come risposta ad una emergenza educativa che si è manifestata sempre più chiaramente negli ultimi anni.
 

Nucleo di Macerata

La Scuola Civica di musica Stefano Scodanibbio di Macerata, ha tra i suoi punti di forza la

realizzazione del progetto del Sistema dei Cori e delle Orchestre Giovanili e Infantili Italiani. Il

nucleo di Macerata è rivolto a circa 80 bambini e ragazzi tra i 4 e i 15 anni, l’impianto didattico

prevede uno staff di 9 insegnanti con formazione specifica.

L’orchestra vissuta come strumento pedagogico di riscatto sociale, di integrazione e di prevenzione, come veicolo per migliorare l’impegno dello studio, motivare, unire e promuovere il progresso dei bambini e della società in generale. Esperienza aperta a tutti, perchè la musica deve essere un’esperienza per tutti, attraverso l’esperienza dell’orchestra ci si educa alla disciplina, all’autostima e ai valori di comunità e convivenza. Il sistema di Macerata è basato su una filosofia “inclusiva” che promuove l’accesso alla formazione musicale con la possibilità di frequentare gratuitamente per le famiglie con fasce di reddito basse e con scaglioni di tariffe a secondo il reddito. Ma nel tempo questo favorisce l’emergere di talenti e di persone che prenderanno la musica a livello professionale.

Il percorso musicale è suddiviso in:

Orchestra di carta ( per bambini dai 3 ai 5 anni)-
Ritmica ( per i bambini dai 7 ai 10 anni iscritti per il primo anno) -Baby orchestra ( bambini dai 5 ai 7 anni) –
Junior orchestra ( bambini dai 6 agli 8 anni) –
Big orchestra ( ragazzi dai 9 ai 15 anni) –
Orchestra crescendo ( adolescenti delle comunità per minori della cooperativa sociale Pars )

Nucleo di Ascoli Piceno

Il nucleo della Music Academy Ascoli, è un’associazione culturale affiliata ad Acli Arte e

Spettacolo, che opera nel panorama artistico Piceno dal 1993. E’parte integrante di un centro di

aggregazione giovanile (Tekne Music Club) che si propone di aiutare, soprattutto i giovani, a

riscoprire i valori artistici, culturali e sociali della musica dal vivo di qualità, non soltanto attraverso

l’apprendimento degli strumenti e dell’uso della voce, ma anche e soprattutto attraverso la

diffusione nella società civile di concerti e spettacoli mirati, atti a riconquistare il pubblico, oggi

deviato da mode passeggere e diseducative, alla riscoperta dei valori dell’arte attraverso la musica

dal vivo. Lo start-up del Nucleo ha permesso a circa 500 bambini della scuola dell’infanzia e della

primaria di studiare gratuitamente musica per ben 3 anni.

Il Coro Uteam – Università della terza età dell’alto maceratese
Il Coro dell’Uteam nasce per convinta determinazione del presidente Adriano Vissani, nel 2009. Si esibisce per la prima volta, al Castello di Lanciano a conclusione dell’anno accademico 2009, in occasione della cerimonia dei 20 anni di fondazione dell’Associazione, istituita dalla comune volontà dell’Università di Camerino, della Curia arcivescovile e dai Comuni di San Severino M. e di Camerino. Il Coro rappresenta, all’interno delle varie proposte culturali dell’Università della Terza Età dell’Alto Maceratese, un messaggio di apertura e di contatto con il territorio e, nello stesso tempo, riscopre il valore immortale della musica capace di unire diverse generazioni in nome di valori assoluti.
Il Coro attualmente composto di circa 30 elementi, provenienti dai Comuni di San Severino

Marche, Pioraco, Camerino, Castelraimondo, Visso, ha offerto in molte occasioni civili e religiose

un repertorio vario e significativo, ha avuto un grande successo in occasione dell’Infiorata a

Castelraimondo nel segno della rinascita dopo gli eventi sismici, in cui il Coro ha fatto da sfondo,

con Canti verdiani, ai cantanti lirici della Macerata Opera Festival 2017 nello spettacolo

“ Florilegio di note “ con brani d’opera e poesia, condotto dall’attrice Maria Pilar Perez Aspa.

Nelle foto: momenti della serata a un anno dal terremoto

Alla scoperta delle meraviglie del Bel Paese – L’incantesimo del barocco tra colori e odori della Sicilia orientale

Alla scoperta delle meraviglie del Bel Paese

L’incantesimo del barocco tra colori e odori della Sicilia orientale

di Goffredo Palmerini

Il numero Autunno 2017 del magazine i-Italy – attualmente in distribuzione a New YorkWashington DCLos AngelesSan FranciscoBoston e presto anche in altre città degli Stati Uniti – dedica 8 pagine alla Sicilia, delle quali 5 con un mio racconto di viaggio. La rivista diretta da Letizia Airos, dopo i miei articoli sull’Abruzzo, sul Gargano, su Matera e la Basilicata, sul lago di Garda, sulla Calabria jonica, con questo servizio sulla Sicilia sud orientale (Siracusa, Noto, Modica, Scicli) continua il viaggio nel Bel Paese per interessare i lettori americani – il magazine è in lingua inglese – alle straordinarie meraviglie e singolarità dell’Italia. Se può essere d’interesse, qui di seguito ne riporto il testo in italiano, che la redazione del magazine ha tradotto per l’impaginazione. L’articolo è pubblicato da pag. 70 a 74. 

http://www.i-italyny.com/magazine/2017_FALL/files/assets/basic-html/index.html#1

***

Quando finisce di sorvolare il Tirreno e di lato scorrono i Monti Peloritani l’aereo inizia la sua discesa verso Catania. Qualche minuto e già la sagoma dell’Etna si staglia possente. Un piumino bianco sulla cima, una nuvola. O forse fumo del vulcano. Gli si deve rispetto, al vulcano, è patrimonio dell’umanità, anche se le eruzioni danno qualche grattacapo. Ma è davvero uno spettacolo l’Etna visto dall’alto, nero di lava sulla vetta ma rigoglioso di verde più giù, in questi giorni d’inizio estate. La terra lavica che lo contorna dona vini sapidi, rossi e bianchi, dai sapori speziati. Splendida città, Catania, l’Etna le fa da gendarme. Meriterebbe una visita, la faremo in altra occasione. Siamo diretti al sud est della Sicilia, questa volta. In aeroporto ci attendono i nostri amici di Modica. Giusto il tempo d’un pasto veloce, in un ristorantino di periferia, e già la Sicilia ci accoglie con un tripudio di sapori: pasta alle sarde, con profumo di finocchio, innaffiata da un ottimo bianco dell’Etna, trancio di pesce spada alla griglia, infine spicchio di cassata siciliana e un buon caffè. Si prende l’autostrada, per Siracusa. Il sole incandescente indora campi d’agrumi e colture d’ortaggi di questa terra generosa e feconda. Oleandri fioriti, vivaci i colori, fanno da quinta al nastro d’asfalto, fin quando a sinistra il profilo degli impianti chimici ci rivela Augusta. La città è sulla punta nord della baia, con il suo porto, mentre al centro del golfo splendono i resti dell’antica e prospera Megara Iblea. Fondata nell’VIII secolo a.C. da coloni greci dell’Attica, ne restano le vestigia delle mura, dell’agorà, del tempio di Afrodite e delle terme. Un antiquarium espone reperti e corredi funerari della necropoli. Sulla punta meridionale del golfo sono invece i resti di Thapsos, risalente all’età del bronzo.

Appena un quarto d’ora di strada e all’orizzonte spicca alta una cuspide, quasi una piramide. E’ il santuario della Madonna delle Lacrime, imponente tempio circolare d’ardita architettura, all’ingresso di Siracusa. Una visita breve, perché il nostro interesse è per la città vecchia, nell’isola di Ortigia. Ha una storia millenaria, Siracusa. La sua fondazione risale al 734 a.C. ad opera dei greci di Corinto. Tra le più grandi città della classicità, per potenza e ricchezza, fu in competizione con Atene, che tentò invano d’assoggettarla, e principale rivale di Cartagine, città dei Fenici. Solo Roma, nel 212 a.C., riuscì a conquistarla, non senza difficoltà. Patria di artisti, filosofi e scienziati, Siracusa diede i natali ad Archimede. La visitarono personalità illustri. Platone vi soggiornò tre volte, ma anche Eschilo, Pindaro e Senofonte. Poi Cicerone, che la lodò come la più bella città greca. Nei secoli successivi fu luogo d’incrocio di popoli e dominazioni: bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi. Un crogiolo di culture che hanno fatto della Sicilia una straordinaria sintesi di civiltà.

All’ingresso di Ortigia ci fermiamo ad ammirare l’antico tempio dorico dedicato ad Apollo. Frotte di turisti animano il dedalo delle strette vie che penetrano nell’isoletta, regalando quella suggestione che solo città con una lunga storia sanno procurare. Seguiamo la fiumana di varia umanità, mentre procede curiosando tra vetrine di souvenir. Finalmente, a destra, un’ampia strada lastricata annuncia il cuore della città, aprendosi in una lunga piazza rettangolare. Vi prospettano la magnificente Cattedrale, costruita sui resti del tempio dorico ad Atena, il Palazzo municipale, l’Episcopio, la Chiesa di Santa Lucia alla Badia, ed altri palazzi di elevata dignità architettonica. Il duomo coniuga un insieme di stili: all’esterno dal barocco al rococò, all’interno dai resti greci alle parti medioevali realizzate dai Normanni. Ma è nella chiesa di Santa Lucia – la santa qui nata e patrona della città – dove andiamo dritti ad ammirare il Seppellimento di Santa Lucia, grande tela del Caravaggio, uno dei capolavori del maestro della luce. Tante altre meraviglie la splendida città offre ai visitatori, ma il nostro tempo è tiranno. Si riprende il viaggio e presto incontriamo Avola. La si vede sulla sinistra, verso il mare. Rinomata per le sue mandorle e particolarmente per il “Nero d’Avola”, vino rosso corposo con sentori di ciliegia e prugna, il cui territorio d’elezione sta nella fascia di territorio costiero tra Avola e Pachino. Scorriamo ora veloci, verso Noto.

Non possiamo fare a meno d’una sosta nella città definita capitale del barocco siciliano. Noto fu riedificata interamente dopo il distruttivo terremoto del 1693, ma su un nuovo sito. Entriamo dalla Porta Reale su corso Vittorio Emanuele. La chiesa di Santa Chiara, i magnifici palazzi, monumentali scalinate, il Palazzo Ducezio, la Cattedrale, le chiese di San Carlo e San Domenico, mostrano la loro bellezza, mentre il sole calante risalta le preziose architetture. La città, patrimonio dell’umanità, è un’autentica bomboniera. La via centrale che percorriamo è conquistata da visitatori incantati. La bellezza, sull’uno e l’altro lato del Corso, inebria. Stupenda la Cattedrale, con la facciata indorata dal sole, completata di recente nei lavori di restauro dopo il crollo della cupola nel 1996. In stile tardo barocco e in pietra calcarea tenera, ha un’impronta neoclassicista. Coronata dalle statue degli Evangelisti, opera dello scultore Giuseppe Orlando nel 1796, mostra nel primo ordine tre maestosi portali delimitati da colonne corinzie. L’ingresso centrale ha la porta in bronzo dello scultore Giuseppe Pirrone raffigurante alcune scene della vita di San Corrado Confalonieri, Patrono della città, le cui spoglie sono conservate all’interno in un’urna finemente lavorata a cesello. Il tempio s’erge sulla sommità d’una maestosa scalinata a tre rampe, d’origine settecentesca. L’interno è a croce latina su tre navate, con affreschi risalenti a metà del secolo scorso, realizzati dagli artisti Nicola Arduino e Armando Baldinelli. Nelle cappelle laterali diverse opere, tra le quali si segnalano un’Adorazione dei pastori di Giovanni Bonomo (1783), la tela Spasimo di Sicilia di Raffaele Politi (1809) ed alcune interessanti sculture. Ci resta solo il tempo per una granita rinfrescante e un cannolo, prorompente e immancabile dolcezza da gustare.

Ora, riprendendo il viaggio, procura una piacevole trepidazione l’andare verso Modica, specie quando a Rosolini l’autostrada d’improvviso finisce, confluendo in un’arteria di rango minore. Il che non disturba, anzi consente d’osservare meglio il paesaggio di questa parte di Sicilia, mentre attraversiamo l’ampio tavolato roccioso dei monti Iblei. I campi ostentano varietà di colture. Vigneti, frutteti, ulivi e fronzuti alberi di carrubo punteggiano una terra che alterna il verde degli erbaggi all’oro del frumento pronto per la mietitura. La sequela di campi recinti mostra ordinate muraglie a secco, pietre per secoli raccolte dalla terra e composte con cura da generazioni di contadini, come ci racconta il colore del tempo che recano. E’ davvero un belvedere, questi muretti di pietre a secco, fitta maglia di confini a piccole proprietà, geometrica armonia di poderi coltivati, dove si vedono al pascolo mucche, pecore e capre. L’aria è pulita, il cielo terso è d’un azzurro intenso.

Nei pressi di Ispica la roccia di calcare nel corso dei millenni è stata scavata in profondità dai corsi d’acqua. La vegetazione ardita ne esalta l’aspetto selvaggio. Le chiamano “cave” queste profonde scanalature nella roccia. Sulle pareti a strapiombo spesso affacciano grotte. In queste caverne comparvero le popolazioni preistoriche, come hanno rivelato le necropoli di Pantalica e Cava d’Ispica, risalenti a 2200 anni prima di Cristo. Vi si sono rinvenuti importanti reperti e affreschi rupestri, mentre nella periferia di Modica si trovò l’Ercole di Cafeo, statuetta bronzea di raffinata fattura, del III secolo a.C., ora esposta nel museo civico. Stiamo intanto arrivando a Modica. Dopo una serpentina di curve già si scopre il profilo della città alta, dominata dalla chiesa di San Giovanni e più sotto dalla maestosa facciata del duomo di San Giorgio. E’ davvero una suggestione la vista della città, arroccata sulle pareti di due canyon, scavati nei millenni da due torrenti che nella città bassa s’univano in un unico corso d’acqua. E’ così Modica, con l’impianto urbano particolare che l’ha fatta definire “la città più singolare dopo Venezia”, per l’intricata rete di scalinate e strette viuzze che arrancano sulle coste, fino alle sommità di quattro colli.

L’esposizione urbana dà forti emozioni, trapuntata com’è da un centinaio di chiese tardo-barocche, da palazzi gentilizi, monasteri e conventi di vari ordini religiosi, che nei secoli passati fortemente influirono sulla vita culturale della città. Per il suo valore architettonico Modica è riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità. La sua fondazione risale al 1360 a.C., una storia plurimillenaria. La città però conobbe il periodo di massimo splendore dal 1296, quando re Federico II d’Aragona nominò conte di Modica Manfredi Chiaromonte. La Contea di Modica per quasi cinque secoli divenne il più grande, ricco e potente stato feudale dell’isola. In Sicilia la figura del Conte di Modica coincideva di fatto con quella di Viceré del Regno. E i Chiaramonte godevano d’un prestigio indiscusso, anche perché il casato discendeva da Carlo Magno.

L’11 gennaio 1693, però, la tragedia. Tutta la Contea venne colpita da un terremoto disastroso che interessò una vasta parte della Sicilia sud orientale, fino a Catania, distruggendo città e castelli. Centomila i morti. Tuttavia l’opera di ricostruzione fu rapida e le città risorsero più belle di prima. Fu appunto dopo quel terribile sisma che nella ricostruzione operarono i migliori architetti siciliani – Rosario Gagliardi, Paolo Labisi, Vincenzo Sinatra ed altri. Artisti raffinati e qualificate maestranze artigiane dettero vita a quella fioritura d’opere d’arte del “barocco siciliano”, le cui massime espressioni sono oggi dichiarate dall’Unesco patrimonio mondiale, come appunto sono riconosciute le città di Modica, Noto, Ragusa, Catania, Scicli, Palazzolo Acreide, Caltagirone e Militello. Oggi Modica, esempio stupendo dell’arte barocca siciliana, è una bella città di 55mila abitanti. Vi nacque nel 1901 Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura. E’ la città del cioccolato. Apprezzato in tutto il mondo, il cioccolato di Modica ha una preparazione particolare che ne esalta il gusto. Numerose le case di produzione. Ma una in particolare si vuole citare: Casa don Puglisi. Produce cioccolato e dolciumi tipici, ma con i proventi della produzione sostiene l’omonima casa di accoglienza per persone in difficoltà e un centro di solidarietà.

Il nostro viaggio prosegue verso Scicli, altra perla di quest’angolo di Sicilia, impreziosita da magnifiche chiese e superbi edifici tardo-barocchi, come il Palazzo Beneventano e il Palazzo Civico. Quest’ultimo assai noto, per essere la “Questura” del commissario Montalbano, nei film prodotti dalla Rai e tutti girati da queste parti, tratti dai famosi romanzi di Andrea Camilleri. Magnifici i templi, come la Matrice di San Matteo e le chiese di San Giovanni Evangelista, di Santa Maria la Nova, della Consolazione, di San Bartolomeo. Curiosità in due chiese di Scicli: la statua d’una combattiva Madonna a cavallo che travolge due Saraceni, mai vista così la Madre di Cristo, e una tela – ne è autore don Juan de Parlazin, nel 1696 – con un Gesù Crocifisso coperto dai fianchi fino ai piedi con una singolare “sottana” bianca ricamata. Un soggetto che non ha eguali, tranne un’opera analoga a Burgos, in Spagna. 

Scendiamo infine verso il mare, a Pozzallo, dove il nostro viaggio si conclude. L’aria è pulita, il cielo terso. Il mare riflette i bagliori del sole, in una giornata luminosa e tiepida. E’ bella la costa, l’arenile ampio e pulito, l’acqua trasparente nella sua calma, quasi immobile. Siamo qui per una visita alla casa natale di Giorgio La Pira (Pozzallo, 1904 – Firenze, 1977), ora diventata Museo della Fondazione familiare che porta il nome del grande uomo politico siciliano. Giorgio La Pira, insieme a Giuseppe Dossetti e a Giuseppe Lazzati personalità insigni del pensiero cattolico-democratico, fu deputato alla Costituente e membro del Gruppo dei 75 che scrisse il progetto di Costituzione, poi discussa ed approvata a fine dicembre 1947 dall’Assemblea. Dal 1951 fu storico sindaco “santo” di Firenze, per due mandati. Docente dell’ateneo fiorentino, fervente cattolico e figura profetica nel suo tempo, – di Lui è in corso il processo di beatificazione, avviato nel 1986 da Giovanni Paolo II -, La Pira aprì sentieri nuovi per la Pace e nel dialogo est-ovest, in un mondo allora diviso dalla guerra fredda. Il piccolo Museo “Giorgio La Pira” di Pozzallo dà certamente un’idea abbastanza compiuta della grandezza dell’uomo politico, grande amico di Quasimodo. Semmai richiama l’esigenza di una maggiore e doverosa attenzione delle istituzioni nazionali, spesso corte di memoria, su una delle personalità politiche più significative e lungimiranti dell’Italia repubblicana.