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Festival dell’Editoria e delle Arti – Castello visconteo di Belgioioso (Pavia)

 

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Indipendentemente, il primo Festival dell’Editoria e delle Arti, da venerdì 6 a domenica 8 ottobre 2017 nelle mura del Castello di Belgioioso. Indipendentemente è il primo Festival dell’Editoria e delle Arti interamente celebrato tra le mura di un castello trecentesco. Realizzato grazie al patrocinio del Comune di Belgioioso (Pavia), si terrà da venerdì 6 a domenica 8 ottobre 2017, nelle sale storiche del castello fondato dal duca Gian Galeazzo II. La residenza viscontea che fu luogo di sosta e di incontro di celebri scrittori, tra cui Foscolo e il Parini, oggi è teatro di importanti mostre, fiere ed eventi culturali di grande rilievo. Indipendentemente nasce nella scia della tradizione per proporre la voce e l’opera di apprezzati scrittori e poeti del nostro tempo, ma anche l’espressione di pittori, musicisti, storici, fotografi, drammaturghi, docenti, attori, cultori del diritto e dell’intelletto, il cui impegno esprime l’unica, vera, eredità tangibile degli uomini: l’Arte. Tra gli stand di pregiati editori indipendenti, un cospicuo numero di eventi, presentazioni artistiche e leterarie, laboratori e dibattiti offriranno al pubblico ciò che la cultura dona per cromosoma: piacere, passione, coscienza. Numerosi gli autori e gli artisti in calendario: i due grandi maestri del giallo italiano Raul Montanari e Romano De Marco, alcuni scrittori amatissimi dal pubblico come Francesco Muzzopappa, Ivano Porpora, Marco Proietti Mancini, la scrittrice e traduttrice Francesca Mazzucato, la critica Daniela Brogi, sono solo alcuni dei nomi che prenderanno parte alla manifestazione. Tra gli artisti da segnalare, il drammaturgo Rosario Palazzolo (premio della Critica teatrale 2016), il fondatore dell’Officina Calix, attore e scrittore Stefano Vigilante, l’attrice e doppiatrice Federica Sassaroli, il chitarrista genovese Luca Falomi. Il Festival nasce nella stessa sede ma non sulle ceneri di Parole nel Tempo, fiera della piccola editoria di grande successo fino al 2011. Il concetto è nuovo e prevede, oltre agli spazi per l’editoria indipendente, occasioni di confronto per gli artisti, mostre, dibattiti aperti al pubblico. Indipendentemente vuole essere un momento di condivisione culturale collettiva con alla base la più sublime missione dell’arte: creare consapevolezza. Già il nome, Indipendentemente, è una dichiarazione d’intenti. Vivere ed esprimersi in modo indipendente significa porre il proprio pensiero, e dunque le azioni, in contrasto con il conformismo passivo della società. In questo caso si promuovono espressioni artistiche, siano esse a livello editoriale che pittorico, teatrale, architettonico, poetico e d’altro genere, svincolate dai dettami del mainstream, capaci di stimolare un’attenzione vigile, deduzioni e intuizioni che non siano frutto di schemi consolidati. E poiché solo dal confronto nasce la crescita, è necessario un dibattito diretto e senza diaframmi tra gli artisti e coloro che dell’arte sanno il valore. Qualche nota storica sul luogo della manifestazione: se ai Visconti si deve la fondazione del Castello di Belgioioso, il paese sorge grazie ai duchi di Barbiano. Già nel 1575 il borgo è sede di un prestigioso vicariato e conta oltre mille abitanti. Nel Settecento Don Alberico Barbiano rinnova i giardini e le serre, vi accoglie il fior fiore della nobiltà lombarda, e tra le sue mura viene proclamato Principe del Sacro Romano Impero e di Belgioioso, con pieno diritto di battere moneta con la propria effigie. La struttura ha tre cortili interni, due dei quali muniti di ponti levatoi. Sul lato Nord, le serre ideate e costruite da Pollak, architetto della Corte imperiale di Maria Teresa d’Austria. La partecipazione all’evento è gratuita, non solo nell’accesso al castello, ma anche in tutti gli spazi in cui si terranno presentazioni, dibattiti e incontri con autori, editori, librai, musicisti, docenti, sceneggiatori, illustratori, giuristi e teatranti. Per informazioni: organizzazione@indipendentemente.eu – www.indipendentemente.eu C

Arte e Cinema, a Lamezia Terme in mostra le opere pittoriche di Carlo Rambaldi

 

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Accanto ai dipinti del maestro degli effetti speciali cinematografici anche una collettiva di artisti contemporanei. Dal 5 al 27 agosto al Teatro Grandinetti.

LAMEZIA TERME – C’è grande attesa a Lamezia Terme per la mostra “Arte e Cinema”, che sarà inaugurata oggi 5 agosto al Teatro Grandinetti alle ore 18. Promossa e curata dalle associazioni “Artepozzo Energie d’Arte Contemporanea” di Angela Maioli Parodi e “Il Quadrifoglio” di Annunziata Staltari Celea, sarà possibile visitarla fino al 27 agosto ed è dedicata al maestro degli effetti speciali Carlo Rambaldi, tre volte premio Oscar per King Kong, Alien ed E.T., tra i maggiori capolavori della storia del Cinema mondiale, conosciuti in tutto il pianeta da grandi e piccini.

La mostra, che sarà introdotta da un intervento dello scrittore e critico d’arte Mauro Giovanelli, si avvale della collaborazione della Fondazione intitolata aCarlo Rambaldi (la figlia Daniela sarà la madrina dell’iniziativa) permetterà ai visitatori di ammirare per la prima volta dal vivo le opere pittoriche del padre di E.T. Pochi sanno infatti che Carlo Rambaldi, artista eclettico e a tutto tondo, ha sempre coltivato sin da ragazzo la passione per la pittura, anche se i suoi dipinti, che spaziano dal figurativo all’astratto, non sono mai stati esposti nel passato in pubblico. 

“Le opere sono inedite e rappresentano due differenti periodi della vita di mio padre” – ha spiegato Daniela Rambaldi nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’evento. “Quello precedente al conseguimento dei premi Oscar e quello di quando era in pensione. Parliamo del 2006 ed è interessante vedere lo sviluppo della tecnica pittorica nei due periodi della sua vita”.

Non è un caso che un evento così prestigioso abbia luogo proprio a Lamezia Terme: alla cittadina calabrese, dove ha soggiornato a lungo negli ultimi dieci anni della sua vita, e alla Calabria più in generale (terra che ha dato i natali a sua moglie Bruna Basso) infatti Carlo Rambaldi era particolarmente legato, benché sia nato a Vigarano Mainarda, in provincia di Ferrara, nel 1925.

Insieme alle opere del maestro, nel piano superiore dello spazio espositivo del Teatro Grandinetti ci saranno anche quelle di altri artisti dotati di grande talento – pittori, scultori e fotografi – selezionati direttamente dalle due curatrici. Questi i nomi: Cosimo Allera, Elisa Donetti, Elisabetta Macri, Enrico De Sisto, Fabrizio Gatta, Giacomo Mozzi, Gianfranco Bianchi, Lino Monopoli, Lorenzo Bersini, Luciano Cantoni, Luciano Tigani, Marco Creatini, Maria Pia De Micheli, Mario Longhi, MBU-69 Artist, Nino Romano, Nuccio Gambacorta, Jessica Spagnolo, Valeria Ballestrazzi (Balleva).

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Info

Teatro Grandinetti – Via Colonnello Cassoli, 88046 Lamezia Terme (Cz)

Dal 5 al 27 agosto ore 18.00 – ingresso libero

Per maggiori informazioni: 368.200291

La Resistenza Umanitaria in Abruzzo. La ricerca storica e i racconti dei testimoni stanno mettendo in luce uno straordinario fenomeno – di Mario Setta

 

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La Resistenza Umanitaria in Abruzzo

La ricerca storica e i racconti dei testimoni stanno mettendo in luce uno straordinario fenomeno

di Mario Setta

Ho sentito tanti racconti dell’Italia, dai prigionieri di guerra… gente la cui vita

era stata spesso salvata dall’aiuto del tutto disinteressato di famiglie di contadini,

che non avevano nessuna particolare ragione per soccorrerli se non quella della solidarietà umana.

Eric Hobsbawm

SULMONA (L’Aquila) – Solo da pochi anni si è cominciato a parlare di “Resistenza Umanitaria”. In passato e subito dopo la seconda guerra mondiale per “Resistenza” si intendeva la “Resistenza Armata”. Non solo, ma anche Resistenza avvenuta soprattutto al Nord Italia. L’Abruzzo, questa regione al confine tra Nord e Sud, dimenticata. Eppure la Linea Gustav passava sul suo territorio e i primi eccidi sono stati subiti dalla sua popolazione. Fortunatamente, con l’impegno nella ricerca storica e con l’azione culturale e didattica proposte dall’associazione culturale “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail” la Storia comincia a far suo un patrimonio profondamente umano. In linea con il famoso slogan di Febvre, Braudel, Le Goff: “La storia è l’uomo”.

È stato lo storico inglese Roger Absalom, autore dell’indagine A Strange Alliance. Aspects of escape and survival in Italy 1943-1945 (Olschki, Firenze 1991), tradotta in italiano L’alleanza inattesa: mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945), (Uguccione Ranieri Foundation, ed. Pendragon, Bologna 2011), che nel presentare l’edizione italiana del libro di William Simpson, A Vatican Lifeline. Allied Fugitives aided by the Italian Resistance, (Cooper, London 1995), tradotto e pubblicato a cura dell’associazione “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail” col titolo La guerra in casa 1943-1944. La resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano, a sottolineare l’aspetto umanitario dell’assistenza ai prigionieri di guerra alleati: «Il fenomeno dell’assistenza spontanea era generalizzato in tutta la regione abruzzese, con punte più alte nelle province di L’Aquila, Chieti e Pescara. Sulla base di statistiche desumibili dai documenti conservati negli archivi nazionali di Washington, si può calcolare un coinvolgimento di decine di migliaia di persone nell’assistenza, sempre rischiosa, agli ex prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento, dopo l’8 settembre. In rapporto alla popolazione globale delle zone di montagna e di collina, censita nel 1936, la partecipazione si aggirerebbe intorno al 4-5%, cifra tutt’altro che trascurabile, se si pensa che i fuggiaschi alleati di passaggio e di stanza in Abruzzo non erano probabilmente più di 10.000. Altri elementi non quantitativi fanno pensare che la disponibilità a prestare tale assistenza fosse ancora più diffusa».

Secondo i dati, rilevati da Absalom, al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, in Italia vi erano circa 80.000 prigionieri di guerra. L’art. 3 dell’armistizio (short term) recitava testualmente: “Tutti i prigionieri e gli internati delle Nazioni Unite dovranno essere consegnati immediatamente al Comandante in Capo alleato e nessuno di essi potrà ora o in qualsiasi momento essere trasferito in Germania”. Una mappa della Croce Rossa inglese, (The Red Cross and St. John War Organisation, September 1943), evidenziava in Abruzzo la presenza dei seguenti Campi: il n.102 a L’Aquila, il n.91 ad Avezzano, il n.78 a Sulmona, il n. 21 a Chieti. Un dato, per lo meno curioso, ma particolarmente interessante è rappresentato dalle numerose testimonianze, dirette o indirette, lasciate dagli ex-prigionieri in Abruzzo: Uys Krige, John Esmond Fox, Donald Jones, Jack Goody, John Furman, William Simpson, John Verney, Sam Derry, J P. Gallagher, Dan Kurzman, John Broad, Hans Catz, Tony Davies, Ronald Mann, Guy Weymouth, Joseph Frelinghuysen, John Miller, Martin Schou, Stan Skinner, Gladys Smith.

Per questo, il fenomeno dell’aiuto ai prigionieri di guerra è stato definito “epopea”. Una pagina di storia, piena di episodi drammatici e toccanti, comici e romantici: ci furono ex-prigionieri nascosti per mesi nelle grotte, nelle cantine, travestiti da donne, fatti passare per sordomuti e quelli che, dopo la liberazione, contrassero il matrimonio con le figlie dei loro benefattori. Non è facile restare impassibili di fronte all’avventura di Denys Simmons, raccontata nel documentario 1943 – A Kind of Holiday di Franco Taviani o a quella di William Pusey, le cui figlie sono tornate in Abruzzo, a Castelvecchio Subequo, per spargere le ceneri del padre sulle montagne del Sirente, dove aveva vissuto “il più bel periodo della vita e incontrato l’amore”. Ma ci furono anche italiani imprigionati, condannati a morte, fucilati per aver dato loro da mangiare e ospitalità. Una forma di resistenza, in cui le donne hanno rivestito un ruolo fondamentale. Valga, per tutte, la storia di Iride Imperoli Colaprete, la staffetta che accompagnava i fuggiaschi da Sulmona a Roma, catturata e imprigionata prima in via Tasso e poi a Civitaquana, con decine di uomini e donne sulmonesi. Una sarta, Annina Santomarrone, di Roio Piano, processata per aver dato ospitalità agli alleati, deportata in Germania e morta in un lager, aveva detto: “Non li ho aiutati perché erano inglesi, ma perché sono una cristiana e anche loro sono cristiani”. Un comportamento, questo, evidenziato anche da un altro fatto tragico: la fucilazione di Michele Del Greco, pastore di Anversa degli Abruzzi, condannato a morte per aver dato da mangiare a numerosi ex-prigionieri, di passaggio. Dalla lettera alla moglie e dalla testimonianza del parroco, don Vittorio D’Orazio, che lo aveva confessato prima della fucilazione, nel carcere di Badia di Sulmona, emerge la stessa motivazione: “Sa perché mi ritrovo in questa situazione? Perché ho fatto quello che mi avete insegnato: dar da mangiare agli affamati”. Era stato arrestato il 22 novembre 1943, processato e condannato il 27 novembre, fucilato il 22 dicembre. Una figlia, Raffaella Del Greco, ne ha raccontato la storia nel libro Quei lunghi trenta giorni (Japadre, 2004).

Recentemente vari tentativi di ricerca storica hanno focalizzato questo aspetto della Resistenza abruzzese, alla luce del volume E si divisero il pane che non c’era a cura di Rosalba Borri, Maria Luisa Fabiilli e Mario Setta, (Liceo Scientifico Fermi di Sulmona, 1995), con la relativa collana di memorialistica dei prigionieri di guerra. Il 23 settembre 1999, nella visita ufficiale in Abruzzo, a L’Aquila, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ricordando la sua permanenza a Scanno, durante la guerra, aveva detto: «Sono stati ricordati i rapporti miei, antichi e recenti, con la terra d’Abruzzo. Sono rapporti che lasciano un segno. Vissi qui alcuni mesi particolarmente intensi. Posso testimoniare di persona, per esserne stato beneficiario, di quello che fu l’atteggiamento degli abruzzesi nei confronti di coloro che si trovavano in condizioni di bisogno, fossero essi prigionieri alleati, fossero essi ebrei, fossero ufficiali o soldati dell’esercito italiano. Io qui passai alcuni mesi con alcuni amici, in particolare con un amico ebreo, un vecchio amico livornese. E un episodio, in particolare, mi è rimasto impresso nella mente. Quando, camminando una sera per una piccola via di Scanno, da una finestra un’anziana scannese mi fece un cenno, mi invitò a salire nella sua casa e mi offrì un pezzo di pane e un pezzo di salame. Questo mi ricorda quel bellissimo libro che hanno scritto gli alunni e gli insegnanti di una scuola di Sulmona – e che io conservo gelosamente – il cui titolo, se ben ricordo, è E si divisero il pane che non c’era».

La gentilezza e la solidarietà degli abruzzesi, al di là della retorica o d’un abusato cliché, emergono dalle innumerevoli testimonianze degli ex-prigionieri che hanno posto in rilievo l’aiuto disinteressato, ricevuto dalla gente. Jack Goody, antropologo di fama mondiale, docente a Cambridge, allora fuggiasco sulle montagne della Valle del Sagittario, ha scritto: “C’era il pane, qualche volta era il pane di campagna fatto di farina e qualche altra era una specie di torta piatta di mais, con in mezzo il grasso di prosciutto” (Oltre i muri. La mia prigionia in Italia, Roma 1997). In una conferenza a Teramo, nel 2002, Jack Goody ha ricordato il suo breve periodo di fuga sulle montagne abruzzesi: «Non ho passato molto tempo in Abruzzo, ma il tempo che vi ho passato è stato molto intenso e mi ha segnato per sempre». Ma, forse, le parole letterariamente più squisite e commoventi sono quelle di Alba De Céspedes, nascosta a Torricella Peligna, in attesa di oltrepassare la linea Gustav: «Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo. […] Del resto attorno al vostro fuoco già parecchie persone sedevano e alcune stavano lì da molti giorni. Erano italiani, per lo più: ma non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, né valevano le leggi per la nazionalità e la razza. C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro». (AA.VV., Alba de Céspedes, Mondadori, Milano 2005).

Uys Krige, scrittore sudafricano, prigioniero al Campo 78 di Sulmona, dopo la fuga verso il Sud Italia e il ricongiungimento con gli Alleati, stabilisce rapporti di amicizia con Ignazio Silone, tanto che quest’ultimo, nelle pagine introduttive de L’avventura d’un povero cristiano racconta: «Prima di lasciare Roma e tornarsene nel Sud Africa, nel 1945, Uys Krige mi prese a testimone di due suoi voti: avrebbe scritto un libro su questa contrada che egli chiamava “terra amica e prediletta”, e appena possibile sarebbe tornato portando con sé sua figlia, nella convinzione che avrebbe giovato all’educazione della ragazza conoscere quei posti e quella gente». L’originale inglese del libro di Krige The way out, tradotto in italiano con il titolo Libertà sulla Maiella (Vallecchi, Firenze 1965) è dedicato ad un contadino di Bagnaturo di Pratola Peligna, Vincenzo Petrella, “to whom I owe my Freedom” (“cui devo la mia Libertà”). «Nel suo libro – scrive Silone – il Krige narra, in forma semplice e commossa, innumerevoli episodi della spontanea e temeraria solidarietà di quella povera gente verso lui e i suoi compagni di evasione. […] Fu in un nostro primo incontro a Roma, verso la fine del ’44 che il Krige mi parlò con le lagrime agli occhi dei pastori di Roccacasale, di Campo di Giove, di Castel Verrino, di Pietrabbondante, di Cupello. Egli non esitava ad affermare che il tempo passato fra essi era il più bello della sua vita, avendo allora intravisto, per la prima volta, la possibilità di relazioni umane assolutamente pure e disinteressate».

La storia delle traversate, dal nord al sud, e in particolare da Sulmona a Casoli, attraverso il Guado di Coccia, rappresenta un momento decisivo nella vita dei fuggiaschi. Era la via più conosciuta e più comune. Ma richiedeva l’assistenza di guide locali. E molte furono le guide sulmonesi che si misero a disposizione per questo compito. Compito rischioso, perché i tedeschi controllavano i valichi di montagna. John Esmond Fox, nel libro Spaghetti and Barbed Wire (Spaghetti e filo spinato), affronta la traversata il 13 gennaio 1944, arrivando a Casoli il 15 gennaio, dopo trentasei ore, alle undici del mattino. Arrivarono in 47, ma erano partiti circa 100. «Il libro di Fox – scrive Ottaviano Giannangeli – è realistico, circostanziato, un taccuino non privo di situazioni thrilling, che ci tengono col fiato sospeso e che spesso sfociano in dramma per questo prigioniero più volte evaso dal campo e altrettante volte ricatturato e definitivamente sfuggito alla presa dei tedeschi». Anche Donald Jones descrive le peripezie della sua vita da fuggiasco in Escape from Sulmona (“Fuga da Sulmona”) e finalmente, raggiungendo Campo di Giove, attraversa il Guado di Coccia e arriva alle linee alleate.

Carlo Azeglio Ciampi, rifugiatosi a Scanno, dopo l’8 settembre, insieme all’amico Pasquale Quaglione e a Beniamino Sadun, ebreo di Livorno, affronta la traversata il 24 marzo 1944. Il diario di quel cammino e di quel breve periodo (marzo-aprile) è stato donato personalmente dal Presidente Ciampi agli studenti di Sulmona, pubblicato nel libro Il sentiero della libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi (Laterza, Roma-Bari 2003) e riportato nel volume scritto a due mani da Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, Terra di Libertà. Storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale, che vuole essere una raccolta antologica e un vade-mecum per giovani studenti e per quanti intendono conoscere il passato e impegnarsi per un mondo da rendere dignitosamente umano. L’attività dell’associazione culturale “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail” si svolge sia sul piano della ricerca storica e sia nella organizzazione della Marcia Internazionale Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail/Freiheitsweg/Chemin de la Liberté/Camino de la Libertad, annualmente per tre giorni da Sulmona a Casoli, intorno alla festa della Liberazione del 25 aprile. L’iniziativa nata dalle Associazioni degli ex-prigionieri di guerra alleati, inaugurata nel 2001 dal Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, proseguita in questi anni dall’Associazione culturale “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”, con le 17 edizioni già realizzate dal 2001 e la 18° in fase di preparazione per il 2018, sotto la presidenza di Maria Rosaria La Morgia, giornalista e storica, ha lo scopo di essere lezione lungo i sentieri del passato, ma anche metafora del cammino dell’uomo verso la liberazione da ogni forma di schiavitù del presente e impegno per costruire un mondo fondato sui valori della Giustizia, della Solidarietà, della Pace.

*Storico

Mesagne (Brindisi), Monastero Terzo Millennio, 3 agosto ore 20: tutte le declinazioni dell’Amore, con lo scrittore Mino Milani

 

Mino MILANI nel suo studio a Pavia

L’AMORE e le sue declinazioni nella FILOSOFIA, nella LETTERATURA, nella RELIGIONE, nella SCIENZA, nel GIORNALISMO e nel TEATRO

Monastero del 3° Millennio

Mesagne, dalle ore 20, in via Reali di Bulgaria

Affascinato dalla lettura dei romanzi di Joseph Conrad, Mino Milani – giornalista, storico e fumettista ha iniziato a scrivere libri, senza mai fermarsi. E’ il creatore del cowboy Tommy River, pubblicato a puntate sul “Corriere dei Piccoli” sul quale sono stati pubblicati i suoi primi racconti. Ha collaborato con alcuni dei più importanti disegnatori italiani tra cui Hugo Pratt, Milo Manara, Dino Battaglia, Sergio Toppi. Divenne famosa anche la sua rubrica “La realtà romanzesca” su La Domenica del Corriere. Scrittore prolifico, ha al suo attivo decine di romanzi oltre che una lunga serie di premi prestigiosi. Fantasma d’amore è uno dei suoi più letti. È il romanzo da cui nel 1981 nacque l’omonimo film diretto da Dino Risi ed interpretato da Romy Schneider e Marcello Mastroianni. Il romanzo è ambientato a Pavia, città dagli scorci misteriosi e dai labirinti di stradine che, avvolti dalla nebbia, sembrano set naturali per puntare la macchina da presa. Appassionato di storia, Milani ha scritto una biografia critica su Giuseppe Garibaldi, con prefazione di Giovanni Spadolini. “Casa Milani” – così appare su una targa – è il palazzo di inizio Novecento di fronte alla chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro, a Pavia, dove è nato, vive e lavora. Infatti, Milani ha ottantanove anni e continua a lavorare. E’ prossima l’uscita di un romanzo d’avventura sulla prima nave italiana che fece il giro del mondo tra il 1866 e il 1868. Il mestiere dello scrittore per Milani è soprattutto metodo e disciplina, così come il giornalismo; è stato direttore del quotidiano “La Provincia Pavese”. Sveglia alle 6 per la colazione, e dalle 8,30 Milani scrive, fino ad un quarto d’ora prima di mezzogiorno; quindi pausa per un Martini dry che, a differenza di James Bond, beve liscio, senza ghiaccio, prima di pranzare in modo frugale, preferibilmente con un risotto. Altri segreti della vita di Mino Milani si conosceranno direttamente da lui, perché giovedì 3 agosto 2017 sarà l’Ospite d’Onore di una serata dedicata al tema dell’amore, declinato in vari modi che spaziano dalla filosofia alla letteratura, dalla religione alla scienza, dal giornalismo fino al teatro. La bella sede del “Monastero del 3° Millennio” vi aspetta dalle ore 20 di giovedì, in via Reali di Bulgaria, a Mesagne. Mino MILANI e il Ponte Coperto a Pavia

Mino MILANI all'ISBEM

Mimmo Spina, giornalista

Barbara Alberti vince il Premio internazionale Lettera d’Amore, la serata di gala del premio l’8 Agosto

 

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BARBARA ALBERTI VINCE LA XVII EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE

PER LA PRIMA VOLTA IN ABRUZZO I BHANGRA BOYS

Gabriel, tu avevi 29 anni, io 19. Era il 1987. Ci incontrammo a un convegno di poesia sulle Alpi Marittime. Io venivo da Roma, tu da Nantes. Eri piccolo e brutto come Picasso, ma con una testa da torero”, inizia così la lettera con cui Barbara Alberti ha vinto la XVII Edizione del Premio Lettera d’Amore, a cui anche quest’anno hanno partecipato scrittori da ogni regione d’Italia e anche dall’estero, dalla Francia, dal Belgio, dal Canada. La cerimonia di premiazione si terrà martedì 8 agosto alle 20 e 30, con la straordinaria presenza, per la prima volta in Abruzzo, della compagine di danza orientale dei “Bhangra Boys”, comparsa in diversi film di Bollywood. In questa danza, molto gioiosa e festosa, i residenti del Punjab indiano esprimono l’amore per la loro terra. Ad introdurre la compagnia sarà il Presidente dell’Associazione “Vivere con Gioia” Michele Meomartino.

La manifestazione, patrocinata dall’Amministrazione Comunale di Torrevecchia Teatina, presieduta dal Sindaco Katja Baboro, organizzata dal Museo della Lettera d’Amore, sarà presentata da Massimiliano Elia e Kristine Rapino, giovani attori e scrittori. Sarà ospite Franca Minnucci, che parlerà della sua ultima curatela, riguardante la raccolta delle lettere di Gabriele D’Annunzio a Luisa De Benedictis, la madre. La giuria presieduta da Vito Moretti e composta da Massimo Pamio e Massimo Pasqualone si è espressa favorevolmente sulla qualità dei testi in gara. Vincitrice del primo premio è risultata Barbara Alberti, che ha preceduto al secondo posto ex aequo Laura D’Angelo e Michela Bresciani, al terzo Therry Ferrari. La giuria ha voluto assegnare un premio speciale a testi che si sono distinti per la particolare qualità letteraria e per l’originalità, i cui autori sono: Amalia Cavorso, Margherita Di Sipio, Katia Enzo, Fantino Mincone, Alessandra Nepa, Giuliano Petaccia. Sono stati considerati meritevoli di segnalazione: Daniela Basti, Liliana Capone, Benito Crea e Diana Mazzone, Andrea Del Coco, Giorgio De Luca, Sabatino De Sanctis, Gabriele Di Giorgio, Rosanna Di Iorio, Antonio Di Marino, Vincenzina Di Muzio, Silvana Marrone, Paolo Miscia, Lelia Ranalletta, Aissa Sow, Alice Valente. Riceveranno inoltre un riconoscimento tutti gli studenti delle scuole partecipanti: gli alunni della III F delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della II A delle Scuole “Vicentini-Della Porta” (Insegnante Lorella Di Renzo), gli alunni della I E delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della IV B della Scuola Primaria di Torrevecchia Teatina – Istituto Statale Comprensivo di Ripa Teatina (Insegnante Concetta De Francesco). Barbara Alberti è nata in Umbria e vive a Roma, dove si è laureata in filosofia. È scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, autrice di romanzi, saggi e biografie fantastiche. Impegnata anche in ambito cinematografico, ha firmato le sceneggiature di pellicole quali Il portiere di notte (1974) per la regia di Liliana Cavani, e Melissa P (2005) diretto da Luca Guadagnino. Tra i suoi romanzi e saggi, ricordiamo il picaresco Memorie malvage (1976), il meditativo Vangelo secondo Maria (1979), prove venate di umorismo e provocazione come Il signore è servito (1983), Povera bambina (1988), Parliamo d’amore (1989), Delirio e Gianna Nannini da Siena, entrambe del 1991, e Il promesso sposo (1994), un gustoso profilo dedicato al critico d’arte Vittorio Sgarbi e presentato sotto le spoglie di un’autobiografia “mancata”. Di genere umoristico è La donna è un animale stravagante davvero: ottanta ritratti ingiusti e capricciosi (1998), nel quale la Alberti ha rappresentato un Don Giovanni immaginario con accanto alcune figure femminili note della sua generazione. Nel 2003 ha pubblicato Gelosa di Majakovskij, romanzo ispirato dalla vita del celebre poeta (per il quale, nello stesso anno, ha ricevuto il Premio Alghero Donna, e Il principe volante, in cui ha raccontato con malizia e amorevolezza la vita di Antoine de Saint-Exupéry, mentre nel 2006 il libro di racconti Il ritorno dei mariti.

BHANGRA BOYS

IN-HABIT, studio sul concetto di muro – L’Aquila, Cantieri dell’Immaginario, 26 luglio ore 21:30 presso Museo Nazionale d’Abruzzo (MUNDA)

 

 

L’AQUILA

26 LUGLIO

Munda- Museo Nazionale d’Abruzzo

IN-HABIT – 3° studio sul concetto di muro h. 21.30

a seguire- Piazzale antistante il MUNDA

SATURA…SI

Una serata interamente dedicata alla danza, e non solo. Perché ci consentirà di apprezzare da vicino l’arte di Gino Sabatini Odoardi, artista poliedrico, ma con solidi riferimenti all’arte concettuale. A proporla il GRUPPO e- MOTION, compagnia di danza contemporanea con sede a L’Aquila, unica realtà di produzione della danza in Abruzzo finanziata dal Ministero dei Beni delle Attività Culturali e del Turismo. Alle ore 21.30 in scena In-Habit, prodotto da GRUPPO e-Motion, per I Cantieri dell’Immaginario. Lo spettacolo nasce da un’idea di Francesca La Cava, coreografa e direttore artistico del GRUPPO e-Motion, che si sviluppa attraverso un’accurata indagine sul concetto di “muro”; sull’esigenza sempre più presente nell’essere umano di creare e crearsi barriere, difensive spesso, ma al contempo estranianti, escludenti. Da questa attitudine (habit, abitudine) umana di edificare “per lasciare tracce” come sosteneva W. Benjamin e dunque di “abitare” (Inhabit) segnando al contempo un confine con il mondo e le persone, si è sviluppato il senso di In-habit che corrisponde all’abitudine di abitare luoghi, spazi e corpi: un viaggio artistico multidisciplinare che contiene non solo diverse culture ma anche e soprattutto diversi e rigenerati sguardi dell’arte contemporanea (e nello specifico dell’arte concettuale) della musica e dell’arte performativa che interagiscono tra di loro dando vita ad un nuovo rapporto con lo spazio e i confini, i luoghi e il corpo, apertura percettiva al mondo, veicolo stesso dell’essere al mondo. La drammaturgia è di Anouscka Brodacz(docente di regia e drammaturgia all’Accademia Nazionale di danza) che ha accompagnato il percorso di ricerca dell’interprete;ideazione e installazione scenica di Gino Sabatini Odoardi, musica di Lorenzo e Federico Fiume (Resiliens). I costumi sono di Maria Grazia Cimini, il disegno luci di Michele Innocenzi e la coreografia e interpretazione di Francesca La Cava. Residenze: Spazio Matta progetto Corpografie e Florian Metateatro.

Lo spettacolo si sviluppa e si snoda attorno alla installazione scenica ideata e realizzata da Gino Sabatini Odoardi, che ha al suo attivo un nutrito curriculum di mostre importanti, personali e collettive. Si è diplomato al Liceo Artistico di Pescara e successivamente in Pittura all’Accademia di Belle Arti di L’Aquila discutendo una tesi in Estetica sulla fenomenologia del “Silenzio” con Massimo Carboni.

Tra i suoi 2incontri” più significativi Mauri e Carmelo Bene.

Nel 2010 è uscito il grande volume monografico che raccoglie gli ultimi 15 anni del suo lavoro e curato da Francesco Poli e Massimo Carboni nelle ed. Logos. Nel 2011 è invitato alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte LA BIENNALE DI VENEZIA. Un artista a tutto campo, che il pubblico potrà apprezzare in occasione dello spettacolo, dove danza e installazione scenica si compenetrano.

All’interno del Munda, infatti, gli spettatori di troveranno avvolti da “Ventiquattro panneggi termoformati manualmente in polistirene bianchi che scendono dal soffitto appesi da altrettante corde nere”. Commenta Sabatini Odoardi. “E’ un lavoro che attraverso la metafora e la sublimazione della “piega” cerca di definire la sua incessante volontà di stratificarsi, produrre composizioni visive, rapporti aritmetici, “accordi”, che contribuiscono ad una diversa armonia(…)”.

In-Habit

Un happening “annodato” e “congelato” la cui narrazione è affidata alla danza di Francesca La Cava.

In_Habit 1 Gino sabatini Odoardi

A seguire, ma all’esterno del MUNDA, SATURA…SI. La narrazione di una società, quella odierna, completamente appiattita sulla tecnologia. Una tecnologia fatta di televisione, di smartphone, di social network che ci condiziona, che influenza i nostri rapporti e il nostro modo di agire, che ci omologa. Un lavoro coreografico fortemente esplicativo portato in scena con la giusta leggerezza, senza cadere in toni censori. Un invito, ironico e provocatorio, a prendere le distanze, anche solo per un momento, da tutto questo “essere hi-tech”, proprio come ci esortano gli stessi danzatori sul finale della coreografia “spegnendo” la loro performance.” (Simona Pucciarelli, Teatrionline).

Luca Castellano, Sara Pischedda, coreografia, danza e costumi; musica AAVV, Ivano Cugia luci

produzione ASMED – Balletto di Sardegna

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA PER IN- HABIT

TF. 3395838563

INGRESSO LIBERO PER SATURA…SI

Premio Alferano, le otto mostre e la premiazione, a Castellabate (Salerno)

 

imm nevePREMIO PIO ALFERANO 2017

22 LUGLIO 2017

Notte di molte stelle del firmamento dello spettacolo, della cultura e dell’arte per la grande serata del Premio Pio Alferano 2017, e non mancano, a celebrare questa sesta edizione, giornalisti, politici e imprenditori che si sono distinti particolarmente nei settori dell’arte, della cultura e dell’ambiente e a cui andrà il Premio Pio Alferano 2017, rappresentato quest’anno dalla preziosa scultura in ceramica dell’artista di Caltagirone Nicolò Morales dal titolo Mediterraneo

imm navedoro

Così, a partire dalle ore 21:00 del prossimo 22 luglio presso il Castello dell’Abate di Castellabate (SA) si incontreranno sul palcoscenico, chiamati a dialogare dal giornalista Nicola Porro, conduttore della serata, l’attrice Diana Del Bufalo, il regista Pupi Avati, la giornalista Livia Azzariti, lo scrittore Paolo Crepet, l’artista Piero Guccione, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il generale dei Carabinieri Giovanni Nistri, il presidente di FareAmbiente Vincenzo Pepe, l’editore Franco Maria Ricci, gli imprenditori Antonio Longo e Corrado Del Verme, l’attore Ricki Tognazzi, l’attrice Simona Izzo e lo chef Gianfranco Vissani. Un Premio speciale del Comune di Castellabate sarà consegnato a Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice. Eseguirà un piccolo repertorio di canzoni della tradizione cilentana la cantante Piera Lombardi

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Protagonista della serata è il critico d’arte Vittorio Sgarbi, Direttore Artistico della Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito, promotrice del Premio, dell’evento e di tutte le iniziative collaterali che fanno del Premio uno degli appuntamenti culturali più attesi dell’estate italiana. 

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Al termine delle premiazioni si aprirà una vera e maratona dell’arte, otto inaugurazioni per otto mostre allestite a Castellabate per questa edizione del Premio. La piccola città si trasforma in un museo a cielo aperto e ospita, nell’ordine, la mostra di Piero GuccioneL’armonia dell’invisibile” a cura di Giuseppe Iannaccone; la mostra di Carlo Guarienti “Finzione ambigua” a cura di Giuseppe Iannaccone; la mostra di Pino NavedoroDi-segno e destino” a cura di Cristina Mazzantini; la mostra di Rocco Iannelli “Paesaggi cifrati” a cura di Michele Ainis; la mostra di Nicolò Morales “Mediterraneo” a cura di Giampaolo Cagnin; la mostra di Grazia Cucco “Il paradiso ritrovato” a cura di Sabrina Colle; il grande murale dello street-artist Neve dal titoloLeucosia” a cura di Simona Capodimonti e la mostra “I Novantiani. Giovinezza della pittura. Censimento primo” a cura di Camillo Langone. 

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Il Premio Pio Alferano, della Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito, è nato per onorare la memoria del Generale Alferano, che negli anni Settanta ebbe un ruolo determinante al Comando del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, quando sotto la sua guida e grazie alla sua abilità investigativa furono ritrovate opere d’arte illecitamente sottratte e dal valore inestimabile. 

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Come dichiarato da Santino Carta, Presidente della Fondazione e ideatore del Premio: “Il Premio oggi rappresenta l’impegno costante di portare all’attenzione del pubblico quei valori imprescindibili di tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico, di cui l’Italia è senz’altro il paese più ricco al mondo. Fra i premiati di questa edizione vi è il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Questa menzione è nata per elogiare il primo cittadino del capoluogo toscano che ha voluto un significativo progetto per la gestione e risoluzione dei tanti e gravosi problemi ambientali e culturali provocati dall’ingente flusso di visitatori che gravitano in una capitale mondiale del turismo quale è Firenze. L’esempio di Firenze, che pone al centro la tutela del patrimonio e il benessere dei cittadini, ci auguriamo divenga un vero e proprio modello. Come per tutte le edizioni abbiamo molti premiati illustri e abbiamo creato un considerevole circuito espositivo, il nostro Premio vuole essere sinonimo di arte e di cultura, di ambiente e di tutela, ciò per cui è nato”.

1985-1987OLIO SU TELAcm. 84x108 - CON CORNICE cm. 105x130x7FOTO PAOLO VANDRASCH

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Ufficio Stampa: Rosi Fontana Press & Public Relations – info@rosifontana.it – +39 335 5623246

L’ARTE DI TOMMASO COLONNELLO – Un artista ortonese sulla via della seta

 

foto Tommaso Colonnello a Delhi 1935COMUNICATO STAMPA

L’ARTE DI TOMMASO COLONNELLO – Un artista ortonese sulla via della seta

Palazzo Farnese di Ortona dal 30 luglio al 30 settembre 2017

Promossa dalla Associazione Romano Canosa per gli studi storici sarà inaugurata il 29 luglio 2017 ore 18,00 a Palazzo Farnese di Ortona, la mostra dedicata a Tommaso Colonnello (1896 – 1975) artista ortonese di formazione e fama internazionale, che visse la sua fase professionale più importante in India dove affrescò, negli anni Trenta, il Palazzo dei Vicerè a New Delhi.

Oggi questo maestoso palazzo di pietra rosa, più vasto della reggia di Versailles, si chiama Rashtrapati Bhavan ed è la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica dell’India. Costruito all’inizio del secolo scorso su progetto di Sir Edwin Luytens, ritenuto il più grande architetto inglese dell’epoca, per ospitare i Vicerè inglesi, può essere definito l’ultima grande espressione del potere coloniale inglese.

All’inaugurazione della mostra Tommaso Colonnello, un ortonese sulla via della seta interverranno: Lucia Arbace, Direttore del Polo Museale dell’Abruzzo, Franco Farinelli, Università di Bologna, Aman Nath critico d’arte, Andrew Hopkins Università dell’Aquila, Andrea Rapini, Università di Modena e Reggio Emilia, Gaetano Basti, Editore e Isabella Colonnello ideatrice della mostra oltre ai saluti del Sindaco di Ortona, Leo Castiglione, di Vincenzo D’Ottavio, già Sindaco di Ortona e di Aldo D’Anastasio, Presidente dell’istituzione Palazzo Farnese.

Tommaso Colonnello nasce da una famiglia di viaggiatori o meglio di naviganti di Ortona con rapporti costanti con l’India. Il nonno aveva fondato nel 1887 la società The Italian Stores con magazzini aperti a Bombay, Singapore e Hong Kong per rifornire di generi alimentari i piroscafi delle grandi compagnie di navigazione che collegavano l’Italia con l’estremo oriente.

Affreschi al palazzo del Presidente della Repubblica dell'India

Per quasi tutta la sua produzione artistica realizzata a New York a Buenos Aires e a Milano, Colonnello si ispira ai grandi maestri dell’arte cinese, giapponese (Hokusai, Hiroshige, Hutamaro) ed ai grandi miniaturisti persiani e indiani, declinandola in varie forme, affreschi, decorazione sui mobili, ceramiche, acquerelli creando piccoli e grandi capolavori, espressione della fluttuante leggerezza e sensualità del mondo orientale. A seguito degli entusiastici encomi della stampa internazionale il Re d’Italia Vittorio Emanuele nel 1936, gli riconosce l’onorificenza di cavaliere per “i suoi importanti lavori artistici specialmente quelli eseguiti all’estero”.

La mostra ripercorre le opere e le tappe della sua avventurosa e affascinante vita riproducendo immagini degli affreschi di Delhi, corredati da pannelli, paraventi e mobili decorati. Tommaso Colonnello ci ha lasciato nella sua amatissima Ortona, dipingendo fino all’ultimo suo giorno il 20 giugno 1975.

Link: 01_InvitoMostraOrtona

Ufficio Stampa: Francesca Rapini cell. 347 701 9545

Presentazione RIPATTONIARTE2017 “IL CORAGGIO E L’ARTISTA” – Ripattoni (Teramo) – 22/29 Luglio 2017

                                         RipattoniArte 2016.2jpg Man 70×100

                                      RIPATTONIARTE2017

IL CORAGGIO E L’ARTISTA

Ripattoni (Teramo) – 22/29 Luglio 2017

E’ giunta alla sua dodicesima edizione RIPATTONIARTE, la manifestazione culturale che negli ultimi quattro anni è stata diretta da Gianni Melozzi. Una direzione artistica fortemente incentrata sulla valorizzazione del territorio e dei talenti che esso è capace di esprimere, nelle più diverse forme “per recuperare il formidabile rapporto che esiste tra il territorio -borghi antichi e loro vivibilità- e il sistema di produzione culturale, la cui principale risorsa è costituita dal talento e dalla creatività, anche e soprattutto locale”. Così Gianni Melozzi a cui abbiamo chiesto di illustrare l’evento 2017: “E’ un evento corale che vede la partecipazione attiva della Pro Loco, presieduta dal dott. Alberto Santori, e delle associazioni Bellantarte e Agorà. Percorsi creativi caratterizzati anche, ma non solo, dall’uso delle nuove tecnologie che pongono l’arte al servizio della comunicazione. Sempre nella cornice di Palazzo Saliceti e negli angoli più suggestivi del borgo di Ripattoni nel Comune di Bellante dove si svolgerà il percorso tra mondo digitale, cultura letteraria e musicale”.

Quali sono il tema e le proposte di questa edizione?

Occorre oggi avere coraggio e visione, due ingredienti necessari a sostenere il nostro territorio in questo periodo, quando a causa di eventi naturali, si sono verificati fenomeni drammatici. Anche dove le mura hanno retto al tremare della terra, sono stati le menti e i cuori a non reggere. Paura? Insicurezza? Fragilità umane? Una terra generosa e accogliente, con un’antica attitudine all’ospitalità, ha visto i propri figli fuggire, si spera momentaneamente, e lasciar intendere il suo abbandono. C’è qualcosa che rompe un millenario equilibrio. Come se l’anima stessa ne risentisse. RipattoniArte oppone una manifestazione culturale a questa tendenza, pensando invece che l’anima di un luogo abbia energia sufficiente a dare coraggio e visione e fornire utili anticorpi. Il CORAGGIO e L’ARTISTA è il tema guida dell’edizione 2017 dove la congiunzione tra le due parole diventa anche appropriazione della propria identità artistica nel contesto emozionale evocato”.

Quanti e quali artisti saranno presenti quest’anno?

Le proposte si svilupperanno intorno a mostre d’arte e fotografiche, concerti, presentazione di libri. Saranno creativi provenienti da diverse parti del mondo, oltre che del nostro territorio, con l’intento di rinnovare il dibattito sempre aperto sul significato di essere artista e sul coraggio di sentirsi liberi e identificarsi nelle proprie creazioni. Il paradigma è personalizzare le opere con il proprio estro e non aver paura di mostrarsi attraverso l’arte. Anche perché solo così un’opera d’arte diventa indimenticabile. Il programma si svolgerà come è tradizione dal 23 al 30 luglio. Gli appuntamenti e le mostre si terranno nella prestigiosa sede di Palazzo Saliceti e nei suggestivi angoli del borgo, ospiti della locale Pro-Loco e del comune di Bellante. Oltre a cinque mostre d’arte allestite negli spazi espositivi, si porterà l’attenzione dei partecipanti sul proprio senso di coraggio e di paura. Si attraverserà il vissuto, volgendoci poi alle aspettative. Alla ricerca di risposte, di possibili risorse e di nuove proposte. Ci saranno laboratori creativi destinati a sostenere il dibattito e a “gettare” semi sul tema del coraggio e della paura.”La manifestazione si svolge nella cornice di Palazzo Saliceti e di alcuni suggestivi angoli del borgo, che accoglieranno le installazioni degli artisti, le mostre, momenti musicali e d’ intrattenimento, libri e dibattiti a tema. Ancora quest’anno, dunque, la manifestazione ha per titolo IL CORAGGIO E L’ARTISTA. Il coraggio che occorre al nostro territorio duramente provato dagli eventi catastrofici degli ultimi mesi, che hanno inferto un durissimo colpo ad una provincia già economicamente impoverita dalla drammatica crisi economica. Gli artisti, che avranno il compito di coniugare i loro talenti con la realtà in cui vivono, attraverso mostre, installazioni, reading, dibattiti, musica e intrattenimento. Tutte quelle espressioni, nonostante il difficile contesto, vivono, sopravvivono e coraggiosamente si rialzano poiché sono la vera ricchezza, le vere risorse su cui investire per ricostruire.

Ripattoni è un piccolo borgo collinare che appartiene al Comune di Bellante, le cui radici storiche sono testimoniate dall’elegante Palazzo Saliceti, che farà da cornice agli eventi, e dagli angoli più suggestivi della piccola rocca, scenografia naturale per le creazioni esposte. Il nome Ripattoni deriva da Ripa Actonis, ossia “La Rupe di Attone”. La rupe, infatti, indica la posizione del borgo mentre la parola Attone deriva da Attone di Todino, capostipite dei signori di Bellante. Nel torrione baronale la presenza di tecniche costruttive che precedono l’anno Mille, intorno al quale si presume sia stato costruito Bellante. Antiche informazioni derivano dal documento chiamato Catalogus baronum. Cenni storici raccontano che nel maggio 1286 Ripattoni fu incendiata nel corso della “guerra dei baroni teramani” contro le truppe di Carlo d’Angiò. I baroni erano guidati da Gualtieri junior di Bellante.  In quel momento Ripattoni era in possesso di Matteo di Canzano che non aveva aderito alla lega e che era rimasto fedele al francese. L’episodio dimostra che nel 1286 Ripattoni non era più in possesso dei signori di Bellante. Rimasto per secoli sotto il dominio di diverse famiglie aristocratiche (principalmente i Duchi di Atri, della casata Acquaviva), nel periodo borbonico il paese venne eretto a comune. Dopo l’Unità d’Italia, il Comune di Ripattoni fu soppresso ed il suo territorio, comprendente la frazione di S. Mauro, fu accorpato a Mosciano Sant’Angelo. Nel 1929 Ripattoni divenne frazione di Bellante

RipattoniArte 2016

L’organizzazione della manifestazione è multi-composta, perché si tratta dello sforzo corale di appassionati volenterosi che vogliono custodire e diffondere il prezioso contenuto storico-culturale di questo piccolo borgo che, simile a molti altri piccoli “gioielli” culturali, sono la vera risorsa e ricchezza del nostro Paese.

Mira Carpineta

Ufficio Stampa & Comunicazione

RIPATTONIARTE 2017

 

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GLI ARTISTI

  • Claudia Di Giuseppe e Claudia Petraroli

titolo: Resiliency of Waves

concept:

Resiliency of Waves è l’incontro in cui Claudia Di Giuseppe e Claudia Petraroli, sintetizzano attraverso un’installazione le loro esperienze in risposta al tema “Il coraggio e l’artista” dell’edizione RipattoniArte2017. La metafora analizza il concetto di resilienza sia in senso fisico che psicologico come capacità di resistere ed affrontare un urto e un trauma in maniera elastica, studiando la molteplice interpretazione delle Onde. Reazione non lineare che scioglie i nodi del trauma in maniera spontanea e sensoriale.

bios:

Claudia Di Giuseppe è nata a Teramo, studi classici, laurea in Architettura U.E. 2013, “La Sapienza”, Roma. Abilitata alla professione di Ingegnere, iscritta all’Ordine degli Ingegneri di Teramo. Libera professionista. Dal 2013 al 2016 matura esperienze nel campo della progettazione architettonica, urbanistica ed ambientale in due studi professionali ed in un’azienda d’arredamento di interni. Partecipante a concorsi di idee come il Beijing-Cityvision-Competition (2014), con l’intento di sviluppare proposte urbane e visionarie atte a stimolare nuove idee per la città contemporanea. Cityvision sceglie Pechino come simbolo di quest’analisi. Il tutto attraverso idee innovative e metodologie che possano favorire una corretta evoluzione critica della storiografia architettonica. Propone un ventaglio dettagliato di studi e ricerche con l’obiettivo di generare un dialogo tra la città contemporanea e la sua immagine futura. Momento di importante scambio culturale grazie anche alla composizione di una giuria di eccellenze nel campo sia architettonico che artistico come Ai Weiwei, Greg Lynn, Sou Fujimoto, Eric de Brochesdes Combes ed Andrea Bartoli. Si dedica nel frattempo anche alla partecipazionei ad altri concorsi sul territorio locale e nazionale. Da ottobre 2016 opera presso “Claudia Di Giuseppe Studio”, nato da un’idea dell’omonima professionista, con l’intento di portare avanti la ricerca sullo spazio come strumento migliorativo della qualità della vita, apportando esperienze nel campo di tutta la sfera sensoriale. Ritiene questo di particolare rilievo ai fini di un’autentica consapevolezza del legame fra buona architettura e migliore qualità di vita. Finalista del quinto Premio F. Fabbri per le arti contemporanee, con l’installazione illuminotecnica “Altopiano in Quiete” (2016). Vincitrice della Menzione d’onore del Premio Design d’Abruzzo P.D.A 2017, tema “ La Luce” progetto “ Shadow’s Line

Claudia Petraroli (Teramo, 1987) dopo una laurea in storia dell’arte a La Sapienza di Roma ha frequentato il Master in Fotografia dell’Accademia di Belle Arti di Brera. La sua ricerca si focalizza su una riflessione sul linguaggio fotografico, usando per lo più materiale d’archivio unito a soluzioni multimediali.

Tra le altre mostre più significative in Italia e all’estero: Braeraklasse#2, Milano; LIVEstudio#3, residenza d’artista presso la galleria Metronom di Modena; Leggere il presente, Parlamento Europeo, (Bruxelles); Giovane Fotografia Italiana #5, Fotografia Europea (Reggio Emilia); FotopubFestival a Novo Mesto (Slovenia).

***

  • Francesca Casolani

concept:

Serie di opere tratte da storie di Genesi, parte di un ciclo più ampio dal nome RiScritture, nel quale Francesca Casolani entra puntualizzando ed integrando i molteplici significati originari del racconto biblico, scanditi dal ritmo che l’artista conferisce al suo racconto per immagini. Soluzioni estetiche dal fortissimo valore simbolico, dilatate nello spazio e nel tempo, fino alla contemporaneità.

Opere: “CARTE” 2015 – dal ciclo RiScritture – installazione- tecnica mista su carta – dim. tavola singola 41×41 cm

“GIONA E IL MARE” 2015 tecnica mista su carta applicata su tavola – dim. 80×110 cm

bios:

Francesca Casolani si forma all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 2005. Due incontri importanti avvengono nel 2007; con Octavia Monaco, si specializza in Illustrazione d’autore e, con Omar Galliani, in Arte Sacra Contemporanea, presso la Fondazione Stauros di San Gabriele (TE).

Dal 2008 incontra il teatro di figura dal quale nascono i primi cicli di opere sulla figura della Marionettista, contemporaneamente alla creazione dello spettacolo “Un souffle une ombre, un rien” Experience pour marionette et spectateurs (Compagnia-Stultiferanavis 2008). “Ed è in questo universo, pieno di stupore e di emozioni, che ritrovo quel filo rosso che unisce il mondo arcaico, sacro e primitivo, motore essenziale del mio lavoro”.

Tra le principali mostre collettive: Sulla via dell’arte, Museo Diocesano 2009 Ascoli Piceno; Triennale d’arte sacra 2012 Lecce; Amor Mundi 2012 Campli; Open Space, Galleria Nazionale 2012 Cosenza; Profile, Galleria En plain Air 2012 Pinerolo (TO); Materie, Fondazione Bugatti 2013 Trezzo d’Adda; Ecce Pinocchio, Isola del Garda (BS) 2014; Credere la luce, Museo dello Splendore 2015 Giulianova; Vizi e Virtù, Museo Colonna 2016 Pescara;

Mostre personali: Marionnettiste, Espace Annexe, Charleville Mezieres, 2009 (FR);

Alkaest, AnisGras, Le lieu de l’Autre, espace de création contemporaine, Paris, 2010 (FR);

Maja Arte Contemporanea, Roma, 2012;

Ri-Scritture, Chiostro degli Zoccolanti, Montorio al Vomano (TE), 2015.

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  • Diego Feliciani e Marco Cordone

titolo: Timballo. Scatti da un film.

Concept: 

Attraverso una serie di Scatti Fotografici, Marco Cordone e Diego Feliciani raccontano la lavorazione del film Timballo.

Le fotografie hanno lo scopo non solo di documentare le complesse fasi di lavorazione, ma anche di esibire, più in generale,  il mestiere del cinema.

A volte con ironia, altre volte con grande serietà, questi scatti ci mostrano quante persone si impegnano nella realizzazione di un prodotto audiovisivo, una grande officina arricchita dalle competenze e dal talento di tanti piccoli maestri.

bios:

Marco Cordone e Diego Feliciani: abruzzesi di nascita, nel 2010 fondano quasi per gioco D&M Art Photos: una propria dimensione fotografica dove sperimentano e sviluppano due stili fotografici personali ma estremamente compatibili tra loro. Nel 2013 al “Montesilvano Scrive” con una istallazione fotografia grande quanto la parete del vecchio palazzo Ducale di Montesilvano Colli, vengono premiati come miglior performance artistico/fotografica dell’evento. Nel 2014 espongono presso la vecchia fabbrica di liquirizia Menozzi de Rosa di Atri un reportage fotografico/pittorico sul mondo del tatuaggio intitolata Art is Tattoo in collaborazione con il Pittore di Ortona Gabriele Sciusco. Dal 2014 al 2017 seguono il pilota pinetese Riccardo Ponzio come fotografi di scuderia nei rispettivi campionati: Gran Turismo Endurance, Formula 4 e Formula 2. Nel 2015 – 2016 si specializzano in story telling sotto la guida del fotoreporter Stefano Schirato.

A Luglio 2016 vengono convocati come fotografi di scena dal regista Maurizio Forcella per il cortometraggio “Timballo”.

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Le altre MOSTRE

  • IMMAGINE DI UN RICORDO

Personale di Nicola Sorgentone

  • CRE-ACTION

Collettiva d’Arte a cura dell’Associazione BellantArte

  • EN PLEN AIR GALLERY

Guarda e cerca l’artista nel borgo”

E poi, in collaborazione con l’Associazione AGORÀ, Musica, Letteratura, Proiezioni e altro ancora.

 

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A CURA DI

MIRA CARPINETA

UFFICIO STAMPA & COMUNICAZIONE

RIPATTONIARTE 2017

Link: Man 70×100

L’OMAGGIO DELL’ABRUZZO A MARIO FRATTI PER IL SUO 90° COMPLEANNO – Il riconoscimento del Consiglio Regionale per i meriti del drammaturgo, che sarà all’Aquila il 5 luglio prossimo

 

Mario Fratti (2)

30 giugno 2017

L’OMAGGIO DELL’ABRUZZO A MARIO FRATTI PER IL SUO 90° COMPLEANNO

Il riconoscimento del Consiglio Regionale per i meriti del drammaturgo, che sarà all’Aquila il 5 luglio

di Goffredo Palmerini

L’AQUILA – “Sarà un 5 luglio particolare il prossimo che Mario Fratti trascorrerà a L’Aquila sua città natale”, questo l’incipit della nota diramata ieri dall’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale d’Abruzzo per annunciare l’iniziativa che il Presidente del Consiglio Regionale, Giuseppe Di Pangrazio, insieme all’Ufficio di Presidenza, ha inteso promuovere per la giornata del Novantesimo compleanno del grande drammaturgo, per rendere omaggio ad un abruzzese tra i più insigni al mondo. Un gesto di profonda sensibilità e di orgoglio della più alta istituzione regionale nel voler rendere un particolare riconoscimento a Mario Fratti, scrittore fecondo e docente emerito di prestigiose università americane, “per l’onore reso all’Abruzzo attraverso la sua straordinaria attività letteraria e culturale, riconosciuta e stimata in tutto il mondo”. Sarà dunque un’altra giornata memorabile per Fratti, al pari di quella che visse il 5 luglio 2007, nel giorno del suo 80° genetliaco, quando la città natale, per iniziativa della Municipalità e del Teatro Stabile Abruzzese, gli dedicò una festa a sorpresa. “La più bella giornata della mia vita”, confidò Fratti in un’intervista ad un giornale americano, sebbene di soddisfazioni, premi e riconoscimenti egli ne abbia raccolti a bizzeffe nella sua lunga carriera d’autore teatrale, in un settore dove la gloria raramente arride ai viventi e gli autori il successo solitamente lo raccolgono attraverso gli eredi.

E’ dunque meritoria l’attenzione che la Regione, attraverso l’Assemblea legislativa, rivolge ad uno dei suoi figli più affermati e prestigiosi. L’amore per la terra delle proprie origini e per la città natale è un sentimento dominante per Mario Fratti. Ovunque egli si rechi in giro per il mondo non manca mai di parlare dell’Abruzzo e dell’Aquila, specie dopo il terremoto, con l’orgoglio delle radici ma anche per le meraviglie d’arte, di cultura e bellezze naturali che la sua terra custodisce. Bene quindi ha fatto il Presidente Di Pangrazio a raccogliere la segnalazione che gli è arrivata da New York dall’associazione abruzzese Orsogna Mutual Aid Society. Così il presidente Tony Carlucci ha scritto nella sua lettera al Presidente del Consiglio Regionale: “Quest’anno un grande abruzzese che vive a New York compie 90 anni. E’ il drammaturgo di fama internazionale prof. Mario Fratti, che ha per molti anni insegnato in prestigiose università degli Stati Uniti. E’ una figura di primo piano per il teatro mondiale e nel mondo culturale americano. Qui a New York è un punto di riferimento per la Cultura italiana. Per gli Abruzzesi di New York, come per questa nostra Associazione Orsogna MAS, e per tutti gli Italiani d’America, il prof. Fratti è motivo di vanto e di orgoglio per l’onore che egli riversa sulla sua amata terra d’origine, l’Abruzzo, e sulla sua città natale, L’Aquila, capitale della nostra regione. Le sue numerose opere teatrali, che tanti Premi prestigiosi hanno ricevuto, vengono rappresentate negli Stati Uniti e all’estero con straordinario successo. Spesso il prof. Fratti raggiunge ogni angolo del mondo, dove è chiamato a tenere conferenze sul teatro o alle prime rappresentazioni delle sue commedie. Ma il suo più grande piacere è quello di tornare quasi ogni anno in Abruzzo, nella città dove nel 1927 è nato. Anche quest’anno, abbiamo saputo, egli tornerà nei primi giorni di luglio, per celebrare nella sua città natale il novantesimo compleanno, che cade il 5 luglio. Sarebbe molto importante e significativo se il Consiglio Regionale organizzasse un’iniziativa ufficiale per rendere onore all’illustre corregionale prof. Mario Fratti, che tanto prestigio conferisce all’Abruzzo con la sua eccezionale attività di scrittore, drammaturgo e giornalista. […]”.

Nell’attesa di conoscere i dettagli dell’evento, previsto nella mattinata del 5 luglio a L’Aquila, presso il Consiglio Regionale d’Abruzzo, piace segnalare la “festa a sorpresa” che lo scorso Primo Maggio il mondo teatrale americano ha riservato a Mario Fratti. In quel giorno s’apriva al Cherry Lane Theater di New York la quinta edizione del Festival In Scena! Questo almeno s’aspettava Fratti, sempre attento alle novità teatrali e in particolare a questo festival, diretto dalla regista Laura Caparrotti, cui il drammaturgo aquilano ha dedicato attenzione e sostegno sin dalla prima edizione. Si è trovato, invece, nel bel mezzo d’una serata di festa, interamente dedicata agli incipienti suoi 90 anni, con le testimonianze affettuose di personalità del mondo del teatro, dello spettacolo e della stampa. Ne ha dato conto Valeria Di Giuliano in un bell’articolo per La Voce di New York, giornale diretto da Stefano Vaccara, che così ha aperto il pezzo: “Tutti invitati stasera al Cherry Lane Theater per la festa a sorpresa dedicata a Mario Fratti. L’Opening night di In Scena! infatti quest’anno è dedicata a Mario Fratti che il prossimo 5 luglio compirà 90 anni e che per il festival, così come per il teatro italiano a New York, è una figura centrale e di riferimento. La serata prevede l’intervento di alcuni artisti che hanno lavorato e che ammirano il drammaturgo e columnist de La Voce e che lo omaggeranno con la loro arte, con tanto di brindisi finale. Mario Fratti, drammaturgo e critico di origine aquilane, trasferitosi a New York nel 1963, rappresenta ad oggi una vera e propria istituzione nel panorama culturale e sociale della Grande Mela.

Sono dunque andate in scena non le pièces, ma le testimonianze di Laura Caparrotti, direttrice e fondatrice del Festival, Donatella Codonesu, associate director, Carlotta Brentan, executive producer e attrice brillante, Berardo Paradiso, presidente dell’Italian American Committee on Education (IACE), Jonathan Slaff, attore – che ha raccontato come nel 1989 Mario organizzò uno scambio culturale a L’Aquila tra il Theater for the New City e La Piccola Brigata, compagnia teatrale abruzzese –, Rosario Mastrota e Dalila Cozzolino, due giovani artisti italiani che nel 2013 parteciparono al Festival In Scena!, Stefano Vaccara, direttore de La Voce di New York: “Conosco Mario da vent’anni. La prima volta che lo vidi fui fortunatissimo: mi portarono nella sua casa-palcoscenico-teatro e parlammo tra le sue carte, i suoi libretti e libroni, poster, locandine e quadri che mostrano quanta genialità la mente vulcanica di Fratti deve far sgorgare ogni giorno. Ho avuto l’onore di lavorare come suo editor, prima su US Italia Weekly e poi su La Voce di New York, dove inventò in esclusiva i colloqui tra Chiara e Benito, una coppia di una certa età, italiani emigrati a NY, lei liberal, tendente molto a sinistra, lui conservatore tendente all’estrema destra. Bastava leggere le discussioni tra la Chiara e il Benito di Mario Fratti di qualche anno fa, per capire perché sarebbe arrivato Trump!”.

L’ultima testimonianza, non espressa direttamente, ma letta durante la serata speciale di New York, è stata quella di chi scrive. Nella mia nota ho raccontato al pubblico del Festival e agli ospiti della serata speciale in onore di Mario Fratti la “sorpresa” che L’Aquila riservò al suo illustre figlio il 5 luglio 2007, per il suo 80° compleanno. Un ricordo che ho poi affidato alla stampa, così ne resti traccia duratura. L’Aquila si prepara quindi al doveroso tributo di riconoscimento e all’omaggio che il Consiglio Regionale d’Abruzzo dedicherà a Mario Fratti. Giova qui accennare brevemente alla sua intensa vita, con qualche annotazione sulla sua scrittura teatrale e sulle sue opere, rappresentate in ogni continente.

Stefano Vaccara e Mario Fratti - ph. Lucy Sergent Lyons

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Nato a L’Aquila il 5 luglio 1927, dopo la laurea alla Ca’ Foscari di Venezia, Mario Fratti avvia alla fine degli anni Cinquanta una ricca produzione drammatica. E’ del 1959 il suo primo dramma Il nastro, vincitore del premio RAI. Non fu mai radiotrasmesso. Giudicato allora sovversivo, narra le confessioni sotto tortura di alcuni partigiani, poi fucilati dai fascisti. L’autore era arrivato trentenne a scrivere per il teatro, dopo giovanili esperienze poetiche. Anche un romanzo all’inizio della sua vita letteraria, ma pubblicato solo nel 2013. Una lunga e cruda storia sui fatti dell’occupazione nazista a L’Aquila, intessuta con il racconto della successiva conversione democratica di molti fascisti della sua città natale, riconoscibili dal loro nome, che diversi editori si guardarono bene dal pubblicare. Fu così che scelse di scrivere testi teatrali. Legata al caso la circostanza che lo porta negli Stati Uniti. Nel 1962 presentò al Festival di Spoleto il suo atto unico Suicidio. Piacque a Lee Strasberg, che lo volle dirigere all’Actor’s Studio di New York. In quella fucina delle avanguardie teatrali divenne un vero successo. Poi ne seguirono altri, fino ad oggi. Nel 1963 Fratti approda a New York, dove al lavoro come autore teatrale aggiunge la docenza presso la Columbia University e l’Hunter College della CUNY. In quel Paese, dunque, il grande apprezzamento per le sue opere, tradotte e rappresentate poi sulle scene di ogni continente. Dall’America all’Europa, dalla Russia al Giappone, dal Messico all’Argentina, dal Brasile alla Cina, dall’India all’Australia. Esse si connotano per l’immediatezza della scrittura teatrale, asciutta e tagliente come la denuncia politica e sociale senza veli che egli vi trasfonde.

Le opere drammaturgiche di Mario Fratti sono finora tradotte in 21 lingue e portate in palcoscenico in più di 600 teatri sparsi in tutto il pianeta. Da decenni ormai il successo lo rincorre. Circostanza assai singolare, in America, dove i riflettori sugli autori teatrali si accendono giusto il tempo della rappresentazione a Broadway d’una loro buona opera. Poi l’interesse svanisce, talvolta per sempre. Ha quindi del sensazionale il successo che ininterrottamente, da decenni, hanno le opere di Fratti. Un destino che non è toccato neanche a grandi autori americani come Tennessee Williams o Arthur Miller, riscoperti dopo la loro morte. Come pure a scrittori europei del calibro di Sartre, Anouilh, Brecht, Toller, Pirandello, De Filippo. Egli dunque è sicuramente, tra gli autori per il teatro viventi, uno dei più illustri al mondo. Un italiano famoso, nell’olimpo del teatro, ma che tuttavia non perde un briciolo della sua schietta indole aquilana. A Manhattan, dove vive dal primo giorno della sua emigrazione dall’Italia, in una bella dimora sulla 55^ Strada – una casa museo piena di libri, trofei, manifesti e locandine delle sue opere, pergamene, targhe e riconoscimenti vari, opere d’arte e ninnoli vari –, a due passi da Broadway, è un punto obbligato di riferimento culturale. La sua rubrica settimanale sulle novità teatrali su Oggi 7 – il magazine culturale di America Oggi, giornale in lingua italiana che si pubblica a New York – è attesa sempre come un evento. Per questa attività di critico segue almeno trecento spettacoli l’anno nei teatri della Grande Mela. Ma Fratti si schermisce, non si considera tale, perché alle stroncature preferisce invece incoraggiare le novità interessanti, i giovani autori e soprattutto promuovere il teatro italiano.

Mario Fratti interpreta GaribaldiFratti confessa: «Il teatro mi ha insegnato a non essere letterario. Nei testi teatrali bisogna essere concisi e precisi. Niente retorica, niente letteratura». Oggi la sua produzione raggiunge una novantina di opere. Negli Stati Uniti, sin dal suo arrivo, lo accoglie con favore la critica. Il suo stile è perfettamente compatibile con l’indole americana, aliena dalle ridondanze, dalle metafore e dalle sfumature tipiche del teatro europeo. Lo aiuta per di più la completa padronanza della lingua inglese e la conoscenza profonda della letteratura americana. Ma Fratti scrive anche commedie per musical. Nine, una sua commedia scritta nel 1981 e liberamente ispirata dal film 8 e mezzo di Federico Fellini, è diventata un musical d’enorme successo di pubblico e di critica, un vero e proprio fenomeno teatrale con oltre duemila repliche. L’ultima versione, con Antonio Banderas interprete, è rimasta per anni in cartellone al teatro Eugene O’ Neil, a Broadway. Molte le produzioni negli Stati Uniti e anche all’estero. Tanti i riconoscimenti all’autore teatrale, un elenco lunghissimo. Cito per brevità i 7 Tony Award vinti, che nel teatro sono quel che gli Oscar sono per il cinema, il premio Selezione O’ Neil, il Richard Rogers, l’Outer Critics, l’Heritage and Culture Award, ben 8 Drama Desk Award e altri 8 Award for Political Theater, come pure altri riconoscimenti prestigiosi come il Magna Grecia Week, il Capri Award alla Carriera, il Premio Vallecorsi. E in Abruzzo il Premio John Fante.


Paul T. Nolan, docente alla University of Southern Louisiana, riguardo la letteratura drammaturgica in America che ha in Eugene O’ Neil, Thornton Wilder, Arthur Miller, Tennessee Williams e Edward Albee le sue punte di diamante , rileva come il successo negli States per questi autori sia stato tardivo, spesso legato all’eco di qualche fortunata rappresentazione in Europa. Come pure il teatro europeo, quantunque sempre considerato con molto rispetto e ammirazione negli Stati Uniti, ha visto gli autori europei viventi, anche di prima grandezza, raramente baciati dalla fortuna in quel Paese. Si è dovuto attendere la loro morte per riscontrare apprezzamenti e successo. Una sorte simile toccò a Bertolt Brecht e Jean Paul Sartre. Davvero una singolare difficoltà di relazione tra due letterature teatrali, tra due scuole e contesti artistici, quasi una sindrome di contaminazione del linguaggio e dell’espressione drammatica, quantunque siano comuni le radici culturali tra l’America ed il vecchio continente. Differente e singolare, invece, il caso di Mario Fratti.

Nolan annota “[…] Questa bizzarra relazione tra il teatro americano e quello europeo sembra aver stabilito la regola secondo cui il drammaturgo europeo ha la sua reputazione in America solo se resta “europeo”. Fortunatamente per il dramma moderno, Mario Fratti ha spezzato questa regola con un gran successo. Ha dimostrato che può fondere gli elementi della sua tradizione europea con l’esperienza americana, creando un tipo di dramma che fa onore ad entrambi i continenti. I futuri storiografi teatrali indicheranno probabilmente nella sua carriera di drammaturgo l’importante inizio di una nuova fase: lo sviluppo di una comunità teatrale veramente internazionale […]”.  E ancora, “[…] E’ importante capire che il successo di Fratti, in un’avventura dove Brecht e Sartre fallirono, è dovuto al fatto che l’autore non ha portato solo la sua eredità drammatica europea ed il suo talento di drammaturgo. Ha anche portato in una nuova società simpatia, curiosità e giudizi umani […]. Fratti scrive come nessun autore americano potrà mai, perché porta alla sua comprensione della società americana non solo la compassione e l’indignazione morale di ogni uomo sensibile, ma anche la tolleranza presente solo in scrittori associati in un’antica civiltà […].

Come pure in un saggio del 1977 sul teatro di Fratti aveva scritto Mario Verdone: “[…] Le sue qualità più evidenti (di Mario Fratti, ndr) restano l’attualità, la sensibilità per il documento e la cronaca, l’abilità di costruire per il teatro e di suscitare sorprese, la capacità di interpretare e discutere l’epoca d’oggi, la super-nazionalità che gli permette di restare al di sopra del mondo americano o italiano, per esprimere, con conoscenza dei mezzi teatrali, un mondo proprio, tutt’altro che ovvio o vecchio: con asciuttezza, misura, essenzialità e carica emozionale. Un autore, dunque, da esaminare con più interesse e rispetto, in considerazione di un’opera complessa, calibrata, solida; e d’un successo che ben pochi autori italiani possono registrare con pari dimensioni geografiche […]”. Jean Servato, alcuni anni fa, così si esprimeva sullo scrittore aquilano: […] Noi rendiamo merito a Mario Fratti, da questa vecchia Europa, anche se un oceano finge paratie insormontabili e ci fa credere lontane tali ferite: sono sempre lacerazioni umane che occorre sanare e che Fratti trascrive nei suoi drammi, con uno stile eccezionale, di altissima fattura, che lo pone accanto ad Arthur Miller, a Tennessee Williams, ad Eugene Jonesco, agli italiani Luigi Pirandello ed Ugo Betti, quale testimone attento, meticoloso inimitabile del suo tempo, nel cuore, pur sempre stupendo, del ciclone America […]”. 

Qualche anno fa, in una breve intervista, chiesi a Mario Fratti quali fossero gli autori di teatro italiani che più ammirava. “Grandi maestri come Pirandello, Betti, De Filippo e Fo – mi rispose Fratti –, ma mi sento spesso colpevole. Ci sono in Italia una decina di bravissimi autori che meriterebbero lo stesso mio successo. Aldo Nicolaj, Alfredo Calducci, Vincenzo Di Mattia, Giorgio Fontanelli, Anton Gaetano Parodi, Maricla Boggio, Mario Moretti, Giuliano Parenti, Luigi Lunari, Roberto Mazzucco. Ed ancora un’altra ventina, che solo per brevità non cito, sono di buon valore. Purtroppo non sono tradotti. E questo è un grave handicap. C’è poi in Italia il singolare vezzo dei registi di fare quasi sempre commedie straniere, ignorando gli autori italiani. Una vergogna! Guadagnano di più sulle opere straniere – è questione di royalties – questo il motivo discutibile della loro scelta. Basterebbe allora che in Italia lo Stato obbligasse i teatri che sovvenziona a rappresentare un buon numero di testi italiani ed il problema sarebbe risolto. Appunto come fanno in America, Francia e Germania”. Una risposta che fa riflettere sulla nostra politica culturale.

Goffredo Palmerini e Mario Fratti a Little Italy NYMario Fratti, Goffredo Palmerini, Letizia Airos a Casa Zerilli MarimòM. Fratti al tavolo di lavoroM.Fratti.1Consiglio Regionale d'Abruzzo