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Settimana della Sociologia Italiana alla Sapienza – intervento della giornalista e studiosa di migrazioni Tiziana Grassi

Tiziana Grassi giornalista e studiosa di migrazioni al convegno della Sapienza per la Settimana della Sociologia Italiana ”Un paese ci vuole..’’

Il contemporaneo: l’alfabeto migrante nelle asimmetrie dell’altrove, focus dell’intervento della studiosa Grassi

di Mimma Cucinotta

 

Roma, 18 ott. 2017 –  All’interno del palinsesto composito della Settimana della Sociologia Italiana (www.settimanadellasociologia.it/) si è svolto oggi  al Centro Congressi di via Salaria a Roma ”Un paese ci vuole: la Sociologia di fronte alla crisi italiana” . Il convegno  a cura del  Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, ha messo in luce attraverso i risultati della ricerca temi e fenomeni come fiducia/sfiducia nelle istituzioni, paure, terrorismo, migrazioni, l’innovazione sociale e tecnologica, creatività e trasformazioni dello spazio urbanoIstituzioni, esperti e opinion leader hanno interloquito con i ricercatori sui temi dei singoli panel, in un tentativo di sinergia tra saperi sociologici e interessi istituzionali, sulle  nuove dinamiche socio-culturali, innovazione e nodi critici della società italiana del terzo millennio.

 

A chiudere i lavori della giornata sulle nuove morfofologie urbane che ospitano comunità di immigrati, la giornalista Tiziana Grassi, invitata dalla Sapienza nel ruolo di ‘discussant’ sull’intervento di Marco Bruno, docente di Sociologia dei processi culturali. La studiosa di migrazioni ha portato la sua esperienza di autrice per molti anni di programmi di servizio per gli italiani all’estero a Rai International e attualmente referente della comunicazione dell’INMP Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà, ente pubblico del sistema sanitario nazionale con sede a Roma presso l’ex ospedale S. Gallicano. “Essere stata a contatto con i nostri connazionali all’estero, con il loro vissuto di emigrazione, e quindi dolore, sogni e conquiste – ha dichiarato Tiziana Grassi – mi ha permesso di ampliare la percezione del vissuto lacerante di chi oggi viene in Italia alla ricerca di una vita migliore. Essere a contatto diretto con i migranti di ieri e di oggi, dal di dentro, in una sorta di patto di fiducia empatico, mi permette di cogliere i loro bisogni espressi e inespressi e di cercare di sensibilizzare alcuni colleghi giornalisti a trattare con il dovuto tatto, anche nell’uso del lessico, delle informazioni e della titolazione meno ad effetto, la delicata questione migratoria. Ed è necessario, nelle sfide del nostro tempo, riconoscere formalmente la figura del mediatore transculturale in ambito sanitario, figura professionale che opera presso l’Inmp, fondamentale per cogliere e accogliere le persone immigrate comprendendone non solo in senso stretto la lingua, ma tutto l’ampio universo culturale di cui è portatore. Diversi infatti sono i modi per esprimere il dolore, i sintomi, nelle culture dei Paesi dell’Africa, e noi dobbiamo essere preparati a rispondere adeguatamente. Per queste persone che vengono dall’altrove, anche le necessarie visite mediche di controllo sanitario durante la gravidanza, o la prescrizione dei farmaci, sono ‘eventi’ che vanno spiegati in un accompagnamento consapevole”. Sottolineando ruolo e responsabilità dei media nella narrazione dei fenomeni in corso, che plasmano l’opinione pubblica, la Grassi ha auspicato un racconto che non si fermi all’emergenza, agli sbarchi, ma anche tutta quell’Italia che accoglie e integra, che è ancora sottaciuta. Le riflessioni su Roma – focus della giornata – hanno poi toccato anche i nuovi paesaggi con cui i nativi si confrontano nelle resistenze verso il nuovo, osservando che sono certo di tipo semiotico – pensando alle attività commerciali degli immigrati in zone della città come l’Esquilino che ricordano le Little Italy negli USA – ma anche di tipo olfattivo, linguistico e acustico, fonetico – pensando ai nuovi cognomi delle persone immigrate – quindi onomastico. Ma che in futuro potranno riguardare anche l’aspetto della toponomastica: come i nostri connazionali all’estero, dopo anni di impegno, coinvolgimento delle comunità di origine e di destinazione, ostacoli burocratici e numerose resistenze, hanno ottenuto con orgoglio di vedere istituite le varie “Via Italia” nel mondo, cambiando così il nome dei luoghi che riconoscevano la loro presenza e il grande contributo allo sviluppo dei Paesi di accoglienza, altrettanto dobbiamo ipotizzare nel futuro nei nostri contesti cittadini. “Siamo pronti, nei prossimi anni, a ricevere queste istanze?”, è stata la domanda che ha scosso i presenti. “Perché – la studiosa ha evidenziato – dobbiamo fare un salto cognitivo e superare le immotivate paure verso l’Altro, come ci insegna questa città di antica vocazione ecumenica e cosmopolita, accogliendo le persone immigrate e le differenze, ma non in maniera rassegnata – Grassi ha proseguito ricordando il monito del padre dell’Illuminismo tedesco Lessing – ma, nella lungimiranza del superamento della dicotomia noi/loro, nel superamento dell’equivoco su un’emergenza che non c’è perché la mobilità è un processo endemico delle società, conquistare la consapevolezza che apparteniamo, tutti, alla comunità umana, e non c’è un’umanità in eccesso o di serie B, da tenere fuori dal banchetto della vita e dei diritti. L’augurio è quindi – ha concluso la studiosa di migrazioni  – quello di tesaurizzare la natura diasporica del nostro tempo quale fattore di sviluppo, di ampliamento degli orizzonti, di conoscenza e dialogo con l’Altro, un’occasione che rivela un potenziale creativo senza precedenti”.

 

Il convegno di oggi ha anche coinvolto esperti degli altri Atenei romani e rappresentanti di istituzioni come Prefettura e Comune di Roma, Associazioni e Fondazioni, Istituti di ricerca, giornalisti e manager di testate nazionali e locali.

La Donna, ieri e oggi da Mario Setta

 da

2000 anni dalla morte di Ovidio

LA DONNA, IERI E OGGI

Ovidio, nato a Sulmona nel 43 a.C,, è un “cittadino del mondo” nel senso che ha rappresentato l’umanità nei suoi vari aspetti, pur accentuandone la dimensione “amorosa”. Per questo, come lui stesso si definisce, è il “magister amoris”.

Ego sum praeceptor amoris” afferma nell’ “Ars Amatoria”. Le celebrazioni del bimillenario della sua morte offrono l’occasione per riflettere e ripensare il ruolo della donna. Donna, spesso condannata all’annichilamento della propria natura, della propria essenza, a causa dei travisamenti delle diverse culture, diverse religioni. Se il Cristianesimo evangelico ha liberato la donna, la chiesa-istituzione ha tentato, in un passato non troppo remoto, di schiavizzarla. Ridotta a “merce”, tanto da prescrivere nel matrimonio il “debitum coniugale” (debito coniugale) per la moglie e lo “jus in corpus” (diritto sul corpo) per il marito. In realtà solo diritti per gli uomini e solo doveri per le donne. Una morale lontana dagli insegnamenti e dagli atteggiamenti di Gesù. Ma, in altre forme religiose, la sessualità della donna viene negata, cancellata, eliminata fisicamente. Si pensi alle Mutilazioni Genitali Femminili, contro le quali, proprio cinque anni fa, il 14 giugno 2012, fu approvata una risoluzione congiunta del Parlamento Europeo per porne la fine (END FGM). Mutilazioni addirittura diversificate nei minimi particolari fisici come circoncisione, escissione, infibulazione, cauterizzazione.

La storia della Donna è una storia di ingratitudini, repressioni, violenze. La donna come oggetto, come strumento, come schiava.

Ovidio è stato certamente un interprete della natura umana sotto la dimensione amorosa. Nulla a che fare con le tecniche o con le aberrazioni erotiche, ma con un solo scopo preciso e dichiarato dall’inizio “…ut longo tempore duret amor” (I,38), perché l’amore duri a lungo. Nel periodo dell’esilio, anche se di fatto è un “relegatus non exul” (Tristia II,2), sembra pentirsi di aver scritto tanto sull’amore, essendone uscito con una “ricompensa funesta” (pretium triste) e perfino esecrando il giorno della sua nascita:

Ecce supervacuus – quid enim fuit utile gigni? –

Ecco l’inutile giorno della mia nascita; che mi è servito infatti essere nato?” (Tristia III, 13).

Un uomo umano, troppo umano. Ed è questo che ce lo rende profondamente vicino. Come se volesse condividere ciò che tanti altri letterati di ogni tempo hanno sottolineato: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Terenzio), o “Nel mondo dell’uomo tutto è umano” (J.P. Sartre).

Ci sono quattro versi negli “Amores” di Ovidio che sembrano ridurre l’amore al numero di amplessi con le donne. Addirittura di coiti in una notte con la stessa donna, Corinna. Nove volte. Un numero che sfinirebbe qualsiasi maschio. Forse, oggi, perfino un cosiddetto“giovane stallone” dei siti dating-online americani.

At nuper bis flava Chlide, ter candida Pitho,

Ter Libas officio continuata meo est;

Exigere a nobis angusta nocte Corinnam ,

Me memini numeros sustinuisse novem.

(“Di recente ebbero di seguito il mio ufficio

Due volte la bionda Chlide, tre la candida Pitho,

Tre Libas; in una breve notte Corinna,

ricordo, pretese nove volte e riuscii”)

Questi versi non sono la dimostrazione che Ovidio sia un don Giovanni. Nell’opera di Mozart, su testo di Lorenzo da Ponte, Leporello fa l’elenco delle donne del padrone: “Madamina, il catalogo è questo delle belle che amò il padron mio: in Alemagna 231, 200 in Francia, in Turchia 91 in Ispagna sono già 1003…” Kierkegaard, nel “Don Giovanni”, si sofferma proprio sul numero 1003: “Voglio solo lodare il numero 1003, che è dispari e casuale; la cosa ha la sua importanza, perché dà l’impressione che la lista non sia ancora finita…”

Se il rapporto uomo/donna assume aspetti statistici si entra nel calcolo matematico che nulla ha a che fare con l’amore. Che, per sua stessa natura, non è quantificabile. Un simile argomento, anche se da postribolo, apre una delle pagine più tristi e drammatiche della storia della donna nei secoli e millenni. La donna è compartecipe, nel rapporto amoroso. Ma la sua dignità di persona umana è stata sempre sminuita, negata. Una non-persona.

Solo con la Rivoluzione Francese, nel 1792 uscì un libro dal titolo “Rivendicazione dei diritti della donna” di Mary Wollstonecraft. Ma è con Freud e la psicanalisi che si cercherà di scoprire il “continente nero”, come Freud definisce la donna, l’impossibile comprensione per un uomo di conoscere la complessità della sessualità femminile. E sorge il dibattito sull’orgasmo femminile clitorideo e vaginale. Per Freud la donna che rifiuta l’orgasmo vaginale è una donna “non cresciuta”. Ma alla tesi di Freud risponde una donna con un libro dal titolo “Il mito dell’orgasmo vaginale” (1941) di Anne Koedt, una femminista, che contesta la tesi di Freud. Carla Lonzi pubblica nel 1971 il libro “La donna clitoridea e la donna vaginale”, in cui sostiene che l’uomo, per motivi di dominio, “ha imposto il modello di piacere vaginale”.

La rivoluzione femminista del ‘900 ha cercato di affermare il ruolo e la dignità della donna-libera. Una rivoluzione che non ha conseguito risultati definitivi, ancora in fase di acquisizione. Si sono verificati anche gesti di esasperazione, come quello di Valerie Solanas, amica di Andy Warhol, col libro dal titolo: “S.C.U.M., manifesto per l’eliminazione dei maschi”. D’altronde la donna non sembra tollerare le mezze misure, perché non cerca la comprensione, ma l’uguaglianza, non l’indulgenza ma il rispetto, non la concessione ma il diritto. Basterà ricordare le molte opere scritte dalle femministe.

Dalla metà degli anni ’80 del secolo appena trascorso sembra “difficile parlare di femminismo al singolare visto il precisarsi e consolidarsi di posizioni teoriche assai differenti tra loro. […] Alcune femministe storiche… prendono posizione contro gli sviluppi che considerano negativi del femminismo degli ultimi anni” (Franco Restaino e Adriana Cavarero, Le filosofie femministe).

Il femminismo non più come rivendicazione di genere, ma come affermazione della natura umana in quanto tale.

La grande sfida dell’umanizzazione, con la pari dignità tra sessi, sarà vinta solo quando l’atto più nobile, più amorevole, più razionale, donato all’Uomo per ri-creare la vita, non sarà più sottoposto alla deplorevole irrazionalità disumana, causa di efferate violenze sul corpo indifeso della donna. Luce Irigaray, famosa scrittrice che ha affrontato le tematiche femminili, sottolinea come la differenza tra uomo e donna non è stata mai superata e che resta ancora autentico il mito della caverna di Platone: la donna prigioniera nella caverna e l’uomo libero fuori dalla caverna. Come nel mito, è la donna stessa a spezzare le catene per uscire dalla caverna e conquistare la libertà.

Teilhard de Chardin, filosofo e paleontologo, nelle sue opere non fa che presentare una società in cammino verso la planetizzazione umana, in cui “la pace si avvererà di sicuro; per una fatalità che è solo suprema libertà” e che “bisognerà decidersi a riconoscere nell’amore l’energia fondamentale della vita”.

Mario Setta

 

A LECCE TAGLIO DEL NASTRO PER L’ACADEMY POINT KALOS ARTE&SCIENZA – Il 10 ottobre, alle ore 18, presso Città di Lecce Hospital, il via ad un singolare Progetto

 

3 ottobre 2017

A LECCE TAGLIO DEL NASTRO PER L’ACADEMY POINT KALOS ARTE&SCIENZA

Il 10 ottobre, alle ore 18, presso Città di Lecce Hospital, il via ad un singolare Progetto

LECCE – Il 10 ottobre, alle ore 18, presso Città di Lecce Hospital, sarà inaugurato l’Academy Point che dà il via ad un importante progetto dell’Associazione di Promozione sociale Kalòs Arte&Scienza. L’associazione, infatti, ha elaborato un progetto, ideato dalla sua Presidente Giovanna Politi, che si propone l’umanizzazione della medicina, attraverso l’arte, favorendo le relazioni medico-paziente-infermiere-familiare del paziente, in coerenza con gli attuali orientamenti in materia di legislazione sanitaria. Taglieranno il nastro il Magnifico Rettore dell’Università del Salento, Vincenzo Zara, e l’Assessore Regionale alla Cultura, Loredana Capone. Seguiranno alcuni interventi per illustrare la rilevanza del Progetto Kalòs Arte&Scienza. Poi, alle ore 19, il concerto con Michele D’Elia, pianista dell’Accademia della Scala di Milano, Fernando Greco, medico neonatologo dell’ospedale di Tricase e baritono per passione, e la soprano Adriana Martello.

Qui di seguito gli eventi preliminari che hanno permesso di elaborare e dare vita al significativo progetto sociale, artistico e scientifico. ll 14 giugno scorso, alla presenza del notaio Massimo Anglana, si è costituita a Lecce l’Associazione Kalòs Arte&Scienza. Presidente è stata eletta la scrittrice leccese Giovanna Politi, che ne ha ideato, promosso e curato l’omonimo Progetto, avente come finalità un dialogo empatico tra mondo scientifico e mondo artistico. Il Consiglio direttivo dell’associazione è composto da Gianni Bredice (anestesista rianimatore), Wojtek Pankiewicz (docente di diritto pubblico, Università del Salento), Federica Quarta (commercialista), Carlo Alberto Augieri (docente di letteratura ed ermeneutica, Università del Salento), Anna Maria Colaci (pedagogista, Università del Salento), Annarita Miglietta (linguista, Università del Salento). Tra i soci fondatori anche i componenti del Comitato artistico-scientifico: Maria Agostinacchio (storico dell’Arte), Eraldo Martucci (giornalista e musicologo), Anna Maria Manna (psicologa), Giovanni Felle (docente di storia dell’arte e scultore), Anna Maria Quarta (esperta di comunicazione), Alessandro Ruggeri (avvocato), Silvia Grasso (sociologa), Franco Massari (neurologo), Elena Calasso (infermiera).

Il Progetto “Kalòs Arte&Scienza” era stato annunciato il 19 e 20 maggio 2017, presso la Sala Convegni di Città di Lecce Hospital, con due giornate di relazioni e di performances artistiche sul tema “Arte e Scienza per una Comunicazione Empatica del Sentire e del Riconoscersi“. L’Arte, con il suo potere salvifico, incontra la Scienza in un connubio perfetto, perché le due possano ossigenarsi e trarre forza dal medesimo respiro. Il Progetto “Kalòs Arte&Scienza“, ormai definito in ogni dettaglio, sarà ospitato nelle scuole di ogni ordine e grado, negli ospedali, nelle carceri e sarà anche un progetto di Ricerca scientifica all’interno dell’Università del Salento. Il Progetto si avvale del sostegno di GVM Care&Research, Università del Salento, Conservatorio “Tito Schipa”, Ordine degli Avvocati di Lecce, Fondazione Città del Libro, Gallerie Art&Co, Fondazione Ettore Sansavini e di molti Comuni della Puglia e extra regione, come il Comune di Matera.

L’Associazione Kalòs Arte&Scienza, inoltre, lo scorso 10 luglio ha stipulato un Protocollo d’intesa con la Clinica Città di Lecce, nella persona dell’amministratore delegato, dr. Giuseppe Straziota, per avviare un rapporto di collaborazione volto alla realizzazione di iniziative artistiche e culturali destinate al personale medico, paramedico, infermieristico, ai pazienti e alle loro famiglie. Proprio in esecuzione di tale Protocollo martedì 10 ottobre s’inaugura l’Academy Point, una sala per i degenti attrezzata con strumenti musicali, biblioteca e attrezzature tecnologiche. A gestirlo saranno le sociologhe Marianna Latorre e Silvia Grasso e le psicologhe Anna Maria Manna e Michela Francia, in stretta collaborazione con il personale medico e infermieristico della struttura (referente il dr. Gianni Bredice) e con alcuni docenti dell’Università del Salento (referente Annarita Miglietta, docente di linguistica italiana). Saranno divulgate pubblicazioni scientifiche a sostegno di quello che sarà soprattutto un progetto di ricerca.

PROGRAMMA

Martedì 10 Ottobre 2017

Ore 18,00

Inaugurazione Academy Point

TAGLIO DEL NASTRO

Vincenzo Zara

Magnifico Rettore Università del Salento

Loredana Capone

Assessore alla Cultura Regione Puglia

BENEDIZIONE

S.E. Mons. Domenico D’Ambrosio

Arcivescovo Metropolita di Lecce

SALUTI

Giuseppe Speziale

Vice Presidente Gvm Care & Research

INTRODUCE

Giovanna Politi

Ideatrice e Presidente Kalòs Arte&Scienza

INTERVENTI

Giuseppe Straziota

Amministratore Delegato Città di Lecce Hospital

Vincenzo Zara

Magnifico Rettore Università del Salento

Loredana Capone

Assessore alla Cultura Regione Puglia

Wojtek Pankiewicz

Docente di Diritto Pubblico Università del Salento

Annarita Miglietta

Docente di Linguistica Italiana Università del Salento

Presentazione dell’installazione ambientale “Cielo” dell’artista Giovanni Felle, a cura dello storico dell’arte Maria Agostinacchio.

Cocktail

Ore 19,00

CONCERTO

GALLIPOLI E GALATONE S’ILLUMINANO CON ARTE E LETTERATURA – Al clou i Premi International Art e Città del Galateo, nel segno della Pace e del dialogo tra Culture

 

29 settembre 2017

GALLIPOLI E GALATONE S’ILLUMINANO CON ARTE E LETTERATURA

Al clou i Premi International Art e Città del Galateo, nel segno della Pace e del dialogo tra Culture

di Goffredo Palmerini

LECCE – Come sempre densa d’attesa la vigilia di due prestigiosi Premi che giungono all’epilogo in questo fine settembre a Gallipoli e Galatone, due perle del Salento che affidano anche all’universale messaggio dell’arte e della letteratura, oltre che alle bellezze architettoniche e naturali, il proprio futuro. Due Premi internazionali, l’uno artistico, l’International Art Gallipoli 2017, l’altro letterario di Poesia e Prosa “Città del Galateo”, entrambi nel segno del progetto “La Catena della Pace”, con il quale l’Associazione internazionale VerbumlandiArt, guidata dall’infaticabile Regina Resta, da alcuni anni va investendo un forte impegno sui valori della Pace e del dialogo tra Culture, in Italia e all’estero, grazie a collaborazioni e partenariati di assoluto rilievo. “L’Associazione culturale VerbumlandiArt – annota la presidente Regina Resta – si fa portavoce dei valori culturali delle varie nazioni, dei loro sentimenti di pace che, nel rispetto delle rispettive identità culturali, possono nascere soltanto dall’empatia tra diversità e dal dialogo con l’altro. VerbumlandiArt infatti, con il progetto “La Catena della Pace”, vuole offrire efficaci stimoli per la formazione di persone d’una società sempre più aperta e multiculturale, che viva in un clima di pace e di dialogo continuo. La Cultura della Pace, oggi, deve uscire dall’intimità individuale e diventare fenomeno sociale e comunitario, promuovendo centri di aggregazione – quale appunto vuole essere la “Catena della Pace” – in cui si possa vivere la diversità etnica, religiosa e culturale come una ricchezza e non come problema. Deve pertanto poter formare nuovi ‘cittadini del mondo’ che siano in grado di affrontare e governare, con sapienza ed apertura, i problemi generati dalla convivenza di culture, religioni e convinzioni politiche diverse”. Questa, in pillole, la filosofia che anima VerbumlandiArt, con le numerose attività che promuove e realizza in Italia e all’estero, in collaborazione con associazioni culturali che sui medesimi valori di fondo basano le loro finalità statutarie.

Necessaria questa premessa per entrare nello spirito dei due Premi internazionali che avranno il loro epilogo venerdì 29 settembre l’International Art Gallipoli 2017, poi sabato 30 il Premio internazionale di Poesia e Prosa “Città del Galateo”, alla sua 5^ edizione, insignito della Medaglia del Presidente della Repubblica. Ma andiamo con ordine. Si era inaugurata il 3 settembre scorso nel Castello Angioino di Gallipoli la rassegna internazionale d’arte contemporanea “Premio International Art Gallipoli 2017”, organizzata da VerbumlandiArt e dalla Pro Loco di Caserta. Il Premio, legato al progetto “La Catena della Pace”, è stato coniugato sui temi “Pace, Ambiente e Legalità”. L’esposizione, dal 16 settembre, dal Castello Angioino si è spostata al vicino Hotel Bellavista Club, dove si terrà l’evento conclusivo con la consegna dei riconoscimenti agli Artisti vincitori, valutati da una Giuria composta da prestigiose personalità: Luca Filipponi, presidente di Spoleto Festival Art; Hafez Haidar, scrittore e docente all’Università di Pavia, candidato al Premio Nobel per la Pace; Carmen De Stasio, saggista e critica d’arte; Angelo Sagnelli, poeta, esperto d’arte e critico letterario, presidente di Spoleto Festival Art Letteratura; Giovanni Vinciguerra, direttore di Galleria d’arte; Wojtek Pankiewicz, docente Università di Lecce; Sashia Piccolo, critica d’arte. Dell’evento sarà Ospite d’onore l’artista fiorentino Luca Alinari.

L’organizzazione generale dell’evento, curata da VerbumlandiArt e dall’associazione Pro Loco di Caserta, si è avvalsa della presidenza di Regina Resta e della direzione artistica di Carlo Roberto Sciascia, con la preziosa collaborazione di Carlo Solidoro, Guido Vaglio e Ottavia Patrizia Santo. Il programma del 29 settembre prevede, alle ore 17 presso il Bellavista Club di Gallipoli, la Premiazione degli Artisti vincitori e alle ore 18 la consegna dei Premi alla Carriera. Alle ore 19 segue un importante appuntamento culturale con Amedeo Postiglione, giudice emerito della Suprema Corte di Cassazione e autore del volume “I diritti dell’uomo nell’Islam“, che dialogherà con Hafez Haidar e Carlo Alberto Augieri (Università di Lecce), moderatore il giornalista Vincenzo Sparviero della Gazzetta del Mezzogiorno. La serata si concluderà con i musicisti Stefano De Florio, Paolo Vantaggiato e la sua band, e con i versi di Bruna Caroli e Anna Maria Colomba.

Intensa la giornata del 30 settembre a Galatone, quando il Premio di Poesia e Prosa “Città del Galateo” assegnerà i riconoscimenti ai vincitori. Organizzato da VerbumlandiArt e dall’Associazione culturale “Valori e Rinnovamento” di Lecce, presieduta da Wojtek Pankiewicz, il prestigioso Premio, oltre che dall’Italia, ha visto la partecipazione di diverse centinaia di autori da molti Paesi del mondo (Argentina, Cina, India, Tunisia, Vietnam, Iraq, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, Slovenia, Macedonia). Il Premio è intitolato al grande umanista e scienziato salentino Antonio de Ferrariis (Galatone, 1444 – Lecce, 1517), detto il Galateo, una delle personalità intellettuali più significative del periodo rinascimentale.

Ricca di particolarità e suggestioni la giornata del 30 settembre. Ospite d’onore l’insigne scrittore e poeta di origine libanese Hafez Haidar, da molti cittadino italiano, che ha dedicato la propria vita alla causa della Pace e del dialogo interculturale e tra religioni (cristiana, islamica ed ebraica). E per questo candidato al Nobel per la Pace. La giornata conclusiva del Premio inizia alle 9:30 con un percorso poetico nel borgo antico di Galatone, protagonisti i poeti insigniti del riconoscimento. A mezzogiorno, nella Torre Belmonte Pignatelli, si svolgerà la cerimonia di consegna del Premio ai vincitori e degli altri riconoscimenti e segnalazioni di merito. La Giuria del concorso letterario, composta da Hafez Haidar, Carlo Alberto Augieri, Luigi Grasso, Anna Colaci, Mirjana Dobrilla, Annella Prisco, Carmen Moscariello, Lorenzo Spurio, ha già diffuso le classifiche delle varie sezioni del Premio. Qui, per brevità, si riportano i nomi dei soli vincitori primi assoluti: Enzo Bacca per Tempus fugit (Poesia a tema), Dorotea Matranga per Antonio de Ferrariis Galateo (Saggio a tema), Gabrielle De Rosa per Cosa sei? (Poesia Giovani a tema), Enrico Del Gaudio per I fanciulli del Bataclan (Poesia Adulti a tema libero), Domenico Ruggiero per La scena delle ombre perdute (Silloge Adulti), Lidia Popolano per Rotto (Racconto Adulti), Sara Donadei per Big Ben (Poesia Giovani), Vittoria Cimino per L’arte della recitazione (Silloge Giovani), Marika Stapane per Il fiore di primavera (Racconto Giovani). Nella Sezione Libri editi, questi i primi classificati: ex aequo Vito Adamo (Antica terra, Lupo editore) e Elvio Angeletti (Refoli di parole, Intermedia Edizioni); nella Sezione Romanzo, Valentina Perrone (Memorie di Negroamaro, Edizioni Esperidi); nella Sezione Saggio, Fabio Squeo (L’altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza, Edizioni Bibliotheka).

Nella Sezione Poesia in lingua straniera, questi i poeti primi classificati per Paesi: Milojka JELOVAC (Montenegro), Refika DEDIĆ (Bosnia Erzegovina), Zdravko ODORČIĆ (Croazia), Boban Boki PAUNOVIĆ (Serbia). Nella Sezione Poesia in lingua inglese la Giuria ha ritenuto meritevoli ex aequo, classificandoli al primo posto, i seguenti Poeti di varie nazionalità: Volkan HACIOĞLU, Mesut ŞENOL, Nisa LEYLA, Fethi SASSI, Mai VAN PHAN, Ali AL-HAZMI, Neval SAVAK, Tzemin ITION TSAI, Malek SALEH, Sethi Krishan CHAND. Nella Sezione Prosa in lingua straniera, questi i primi classificati per Paesi: Mirsada BIBIĆ ŠABOTIĆ (Montenegro), Nedeliko TERZIĆ (Serbia), Nada VUČIČIĆ (Croazia), Joze BRENČIČ (Slovenia), Biljana BILJANOVSKA (Macedonia), Ana CALIYURI (Argentina).

Il Premio “Città del Galateo” si concluderà con la Serata di Gala “Tutti insieme per la Pace”, presso il Teatro comunale di Galatone. Uno straordinario parterre è previsto scorrendo la lunga lista degli ospiti, delle autorità istituzionali del Governo, del Parlamento, della Regione Puglia, del mondo accademico, culturale e diplomatico, in primis Ilija Zelalic, Ambasciatore della Croazia in Italia, che sarà l’Ospite d’onore della Serata -, quindi Rosa Alò, Console di Croazia per le regioni Puglia e Basilicata, e Vittorio Giorgi, Console onorario dell’Uzbekistan in Campania. Condurranno la serata Giovanna Politi, poetessa e scrittrice, e il giornalista Giovanni Sparviero. Nel corso della manifestazione saranno consegnati Riconoscimenti alla Carriera ad alcune Personalità e conferito il Premio Speciale della Critica letteraria ai seguenti autori – scrittori e poeti – per il particolare valore delle loro opere: Valeria Siclari, Slavica Pejovic, Maria De Giovanni, Borisav Blagojevic, Francesco Staglianò, Domenico Polito e Goffredo Palmerini. La serata proseguirà con la musica, con la cantautrice Federica Palma e la soprano Mariagrazia Vantaggiato Terragno, e con i musicisti Stefano De Florio, Paolo Vantaggiato, Federico e Giorgio Sergi. Infine con la danza, con performance affidate a Deborah Congedo, Giada D’Amico, Giorgia Caputo, Sara e Francesca Spano, per le Coregografie di Dario De Leo.

Viva soddisfazione ha espresso Regina Resta, presidente di VerbumlandiArt, per la vasta eco suscitata dalle iniziative promosse dall’associazione nell’ambito del progetto “La Catena della Pace”. Tra le iniziative più significative il Premio “La voce dei poeti” tenutosi a Lecce, il Premio d’arte poesia e prosa “Caserta 2017 – Catena della Pace”, la missione di una delegazione VerbumlandiArt in Serbia nel maggio 2017, su invito dell’Associazione culturale “Majdan” presieduta dalla poetessa Slavica Pejovic, con la sottoscrizione di un protocollo di collaborazione. Infine ieri a Soleto, in provincia di Lecce, l’evento “Soleto incontra Hafez Haidar” nella quale l’insigne scrittore, candidato al Nobel per la Pace, ha incontrato nella mattinata gli alunni della locale Scuola secondaria, presentando “Le mille e una notte”, nella sua traduzione sugli antichi testi curata per la Mondadori, diventata un grande successo editoriale. A sera, infine, presso il Centro Anziani Hafez Haidar ha presentato il volume “Donne che urlano senza essere ascoltate” di Kahlil Gibran, curato dallo stesso Haidar, che è uno dei maggiori studiosi al mondo delle opere di Gibran (Bsharre, 1883 – New York, 1931), grande poeta pittore e filosofo libanese. All’evento, moderato da Enza Miceli, hanno partecipato il sindaco di Soleto, Graziano Vantaggiato, gli assessori alla Cultura Davide Cafaro e alle Pari Opportunità Dori Mengoli, e Regina Resta. Le presentazioni dei due volumi sono stati ulteriori tasselli di dialogo tra culture, che hanno fatto la storia delle civiltà. Un contributo significativo all’affermazione del valore della Pace, fondato sulla conoscenza e sul reciproco rispetto, alla base del progetto “La Catena della Pace”.

Stefano Ianni – Mar Giallo: dalle porte del Bosforo alla terra dei due fiumi

 

COMUNICATO STAMPA

MOSTRA

MAR GIALLO

Dalle porte del Bosforo alla terra tra i due fiumi

di

Stefano Ianni

Sabato 30 settembre

Ore 16.30

Pile Island

L’Aquila

Continua il ciclo delle acque arrivando alla terra tra due fiumi: da aprile a giugno 2017 dalle salite che da Tophane vanno verso Piazza Taksim inerpicandosi nel quartiere per stradine come Cezayir Sokağı, una strada a scalinata, con locali a destra ed a sinistra che collega i distretti di Beyoğlu e Tophane, la prima mostra del ciclo Mar Giallo di Stefano Ianni si è svolta presso la RussoArt Gallery di Istanbul con la NeoArt Gallery di Ferdan Yusufi e Giorgio Bertozzi.

Il 21 giugno con il solstizio d’estate presso lo spazio “UsoMagazzino” di Pescara una selezione dell’omonimo ciclo è stato esposto insieme ad un’installazione di Lucio Rosato “per cielo e per terra” inaugurando il nuovo ciclo di incontri denominato “accoglienze” fino a quasi tutto il mese di luglio. Il 26 agosto in un’unica giornata, dall’alba al tramonto, l’allestimento di un intero trabocco ha permesso di adeguare l’intero ciclo del Mar Giallo in un’unica grande installazione presso il Trabocco “Sasso della Cajana” di Marino Verì in località Rocca San Giovanni, Vallevò (CH).

Ora è la volta, finalmente, dell’Aquila. Sabato 30 settembre presso Pile Island/la terra tra i due fiumi sarà possibile visitare un nuovo adeguamento installativo del ciclo Mar Giallo presso

quest’amena località a ovest dell’Aquila. L’allestimento delle opere sarà accompagnato da una performance a cura della violoncellista Flavia Massimo, con musiche della stessa esecutrice e della compositrice Roberta Vacca.

Mar Giallo, l’ultima ricerca del pittore, è ispirata al mare inteso nelle sue tante accezioni ma soprattutto come flusso continuo, il “fluctus” latino inteso come onda tutelata dal dio Nettuno poi il colore giallo simbolo di vita e di gioia di vivere, di allegria e di immaginazione. Questi due concetti creano insieme opere intense e di grandissimo impatto realizzate usando tessuto in pile, gommapiuma, pellicole trasparenti e compensato, come avviene nella più grande per dimensioni (200X360) di esse dal titolo, appunto, “Grande Mar Giallo” composta da ben 52 pannelli, in cui Ianni “immerge completamente l’osservatore in un’installazione verticale che contrasta con il bisogno rassicurante di un “mare orizzontale” e rafforza il senso di spaesamento dello spettatore”. Inizia così un vero e proprio viaggio di scoperta guidati da un’onda gialla che ti fa imbattere in indefinite creature marine che hanno il tratto denso e potente che semplifica e cancella i particolari e ne evidenzia la forza e la capacità di attrazione. Sono “Mostri Gentili” (da “un’opera quasi completamente gialla intitolata Mostri Gentili, che illustra la raccolta di poesie omonima di mia madre Anna Ventura, io ritrovo i germogli che mi hanno portato a questo nuovo lavoro insieme anche ad una serie di opere dove la materia è messa sottovuoto e dove su tutto, domina il giallo”) che guidano lo spettatore a non perdere la rotta dell’esperienza visiva e, al tempo stesso, sono elementi che ci riportano alla realtà, al nostro ambiente, che sia mare, terra o cielo. Sono queste creature a prenderti per mano e a narrarti la storia di Mar Giallo, a raccontarti l’emozione di un luogo ancestrale fatto di mistero, dominato dalla bellezza e dalla purezza di una forza vitale e positiva. “Tutti questi lavori recenti, legati al cambiamento radicale della mia vita dopo il terremoto che ha distrutto la mia città, tendenzialmente si offrono al pubblico – spiega Stefano Ianni – Quando ho iniziato ad utilizzare pelliccia sintetica, quando non è messa sottovuoto, volevo che le mie opere fossero toccate, era un modo per far interagire il pubblico con il mio lavoro. Adesso l’elemento dirompente è il giallo. Questo tipo di giallo molto forte ed intenso, molto saturo e carico che suggerisce il massimo della positività. E’ un colore molto vicino alla spiritualità del bianco, allo stesso tempo ha una grande carica di energia fisica, residuo della luce solare. Insieme a questa forza vitale c’è il tema del mare che deriva sia dalle dimensioni del lavoro, perché ho realizzato oltre cinquanta pannelli, sia dagli elementi visivi che dialogano con il giallo. Anche questi sono resti delle mie ricerche precedenti sulla natura morta.

info:

Mar Giallo

Dalle porte del Bosforo alla terra tra i due fiumi

Inaugurazione: Sabato 30 settembre ore 16.30

Visitabile negli altri giorni su appuntamento fino a sabato 7 ottobre 2017

Pile Island

L’Aquila

Via della Stazione, angolo Piazzale Pertini

Stefano Ianni: 338 9656195

 

 

L’Italia non dimentica Kristian Zahrtmann

 

L’ITALIA NON DIMENTICA KRISTIAN ZAHRTMANN

A cento anni dalla scomparsa, Il pittore danese è stato ricordato a Civita d’Antino, paese che elesse a sua seconda patria

Antonio Bini

Cento anni fa scompariva a Copenaghen il pittore Kristian Zahrtmann (1843-1917), maestro per generazioni di pittori scandinavi, che visse una parte significativa della sua vita in Italia ed in particolare a Civita d’Antino, piccolo paese nascosto tra le montagne abruzzesi.

E’ proprio a Civita d’Antino l’artista è stato ricordato nel corso di un convegno, durante il quale è stata data diffusione gratuita di una cartolina commemorativa.

La figura e la storia di un artista come il pittore danese Kristian Zahrtmann sceso nella seconda metà dell’800 è assai singolare e solo negli ultimi anni sta riemergendo sia nei paesi scandinavi che in Italia, con eventi e pubblicazioni. In Svezia la storia di questa comunità di artisti è stata raccontata da Johan Werkmaster, con un racconto di viaggio dal titolo “Lärkorna i L’Aquila, Abruzzo, Italiens hjärta”, ed. Carlssons, 2015, che sembra ripercorrere l’impronta letteraria di un nuovo Grand Tour,

A Pistoia deve riconoscersi il merito di aver dedicato – nel 1999 – una prima coraggiosa mostra dedicata a Kristian Zahrtmann, che pure aveva realizzato nella città toscana una sola opera, “Matrimonio pistoiese”, ispirata alla tradizione locale legata all’insediamento del nuovo vescovo.

Dieci anni dopo,una successiva – “La lunga strada dal nord” – fu allestita a Pescara, a cura della Fondazione Pescarabruzzo.

Negli anni successivi è venuta sempre più ad emergere dall’oblio seguito al catastrofico terremoto del 1915 lo speciale rapporto che l’artista stabilì con Civita d’Antino.

Dopo aver fatto di Roma il terminale del suo primo soggiorno in Italia, il pittore si mosse alla conoscenza di altre località come Portofino, Pistoia, la costiera amalfitana, Sora, per poi approdare nell’estate 1883 a Civita d’Antino. Fu amore a prima vista. Stregato dalla posizione del paese, una terrazza isolata e come sospesa nella Valle Roveto, a oltre novecento metri di altezza, al centro di una corona di montagne.

Come scrisse la storica dell’arte Hanne Honnens de Lichtnberg, che ricostruì la straordinaria esperienza della “Zahrmann Skole”, “.. quel piccolo paese di montagna divenne sempre più presente, al punto che Zahrtmann lo ritenne un posto importante per lo sviluppo dell’arte danese”. Dei circa duecento allievi del maestro, provenienti dall’intera Scandinavia, almeno la metà lo seguì anche a Civita d’Antino, con soggiorni più o meno lunghi, soprattutto nel periodo estivo. Seguirono il maestro anche amici artisti come P.S. Kroyer, P. Skoovgard, e altri. Il risultato fu una imponente produzione di opere, non facile da ricostruire.

Una selezione di queste fu addirittura esposta nella mostra “Civita d’Antino af danske kunstenere” (Civita d’Antino dei pittori danesi), che si tenne presso il Kunstforeningen di Copenaghen nella primavera del 1908.

Più recentemente l’ambasciatore di Danimarca in Italia Birger Riis- Jørgensen, dopo aver visitato il paese, scrisse che “per Zahrtmann, e i suoi tanti amici artistici nordici, Civita d’Antino ha rappresentato per molti anni un rifugio meraviglioso dove crescere artisticamente..”.

Il paese, che allora contava duemila abitanti, rappresentava un luogo appartato, isolato dal mondo, raggiungibile – ancora fino agli inizi del novecento – solo attraverso una tortuosa mulattiera che saliva al paese dal fondovalle.

Zahrtmann era un romantico visionario, attratto dalla luminosità dei paesaggi, dall’innato senso di ospitalità della popolazioni e dalla disponibilità di modelli.

Per tutti era il “signor Cristiano”.

Nel corso del convegno, tenutosi presso il Museo Antinum, L’incontro pubblico, introdotto dal saluto del v. sindaco Alessio Tomei e da Mauro Rai, presidente dell’Associazione Culturale “Il Liri”, è stato seguito dagli interventi di Marco Nocca (storico dell’arte,  Accademia BB.AA. di Roma), Manfredo Ferrante (Archivio Ferrante), Antonio Bini (autore di  “L’Italian dream di Kristian Zahrtmann”, ed. Menabò, 2009),  Roberto Zaina (creatore del sito www.civitadantino.com), Goffredo Palmerini (scrittore e giornalista); Sergio Bini (Università LUMSA di Roma). Paolo Accettola (Centro Studi Sorani “Vincenzo Patriarca” di Sora). Il convegno, seguito da numerose persone provenienti anche da fuori regione, è stato coordinato dalla giornalista Maria Caterina De Blasis, che ha anche dato lettura di alcuni scritti con cui  Kristian Zahrtmann descrisse il suo primo soggiorno a Civita nell’estate 1883.

E‘ stato ricordato il suo forte rapporto con Civita d’Antino, di cui fu cittadino onorario, mecenate e benefattore dei poveri del paese.

Era intimamente legato al piccolo paese tanto da voler estrosamente denominare “Casa d’Antino” la sua nuova casa, fatta costruire dopo essere diventato un pittore di successo, come ricorda una targa all’esterno, ancora oggi visibile.

Molte le persone presenti al convegno rimaste affascinate dalla storia di Zahrtmann, le quali si chiedevano come era stato possibile che una vicenda così significativa fosse rimasta così a lungo ignorata.

Nell’occasione è stata presentata una cartolina commemorativa che riproduce un quadro di Johannes Wilhjelm, in cui l’artista è ripreso mentre dipinge nella affollata piazza di Civita d’Antino. Lo storico dell’arte Marco Nocca ha così commentato l’opera: “Il quadro di Wilhielm del 1905 esprime in sintesi mirabile l’esperienza della comunità d’artisti nordici in Abruzzo. Al centro del dipinto Zahrtmann, infaticabile caposcuola, è al lavoro al tramonto sulla piazza di Civita D’Antino, su cui si staglia l’infiammata mole del palazzo Ferrante: nel gesto di dipingere “en plein air”, in piena libertà. E’ evidente la stessa ferrea volontà che aveva animato gli Impressionisti francesi, di avvicinarsi alla verità del reale senza mediazioni. Intorno al maestro, concentrato sul suo cavalletto, una comunità ammirata e incuriosita: lo circondano incalzanti i popolani, a spiare il miracolo della creazione artistica, e, a più rispettosa distanza, i colleghi nordici e i notabili del luogo. Sullo sfondo la vita del borgo che continua a scorrere, quasi incurante di ciò che accade, la natura selvaggia dell’Abruzzo: le montagne, paesaggio insolito, di cui gli artisti scandinavi hanno cercato la lingua segreta, cornice dei riti contadini della comunità, e il cielo, di un blu fresco di colore, fondale solenne della vita di tutti i giorni, nella luce dell’Italia“.

E proprio i “i giorni della luce” sono stati il filo conduttore dell’importante mostra itinerante “I Italien lys” (La luce dell’Italia), che si è conclusa lo scorso giugno a Lillehammer (Norvegia). Diverse sono state le opere di Zahrtmann e di altri artisti ispirate a Civita d’Antino ed esposte nella mostra inaugurata dal presidente del parlamento norvegese, alla presenza dell’ambasciatore d’Italia Giorgio Novello. Significativo il ruolo dell’Istituto Italiano di Cultura di Oslo, diretto da Matteo Fazzi. Nei mesi precedenti era stata proposta anche in Danimarca, a Viborg e a Copenaghen. Nella capitale danese la mostra è stata inaugurata dal Ministro della Cultura, alla presenza dell’ambasciatore italiano Stefano Queirolo Palmas.

Tornando alla cartolina commemorativa, si nota che nel

retro del frontespizio è riportato uno stralcio dalla lettera datata 18 agosto 1905 in cui lo stesso Zahrtmann racconta all’amico S. Danneskiold-Samsøe la lavorazione in corso del quadro .. “Wilhjelm sta disegnando un grande quadro nella piazza nella quale siedo e dipingo, circondato da molti civitani curiosi. E’ un lavoro grande ed energico, al quale sta dedicando tutta l’estate”.

Non era infrequente per la comunità di artisti scandinavi ritrarsi vicendevolmente, forse con un pizzico di ironia, anche confusi tra la popolazione. Tra questi sarebbe stato riconosciuto l’artista norvegese Kristen Holbo. A riferirlo è una sua discendente, Anne Holbø Wendelbo, che per la prima volta ha visitato nei giorni scorsi Civita insieme alla storica dell’arte Dyveke Bast.

Insieme con loro ripercorro le strade deserte di Civita, attraversando Porta Flora e fiancheggiando la Pensione Cerroni – da anni chiusa – che ospitò per tanti anni Zahtrmann e la sua comunità di artisti. Sostiamo davanti al portone per poi riprendere silenziosamente il cammino, facendoci guidare dal paese immaginario che rivive ancora nelle tantissime opere che ispirate ad ogni angolo del paese, spesso circondate dai paesaggi della verdeggiante Valle Roveto, fino a raggiungere l’antico cimitero napoleonico, dove rendiamo omaggio alla tomba di Anders Trulson, il giovane pittore svedese rimasto per sempre tra queste solitarie montagne.

L’AQUILA, AL VIA LA PRIMA MASTERCLASS ISA IN DIREZIONE D’ORCHESTRA – L’ISA ospita 21 giovani direttori d’orchestra provenienti da tutto il mondo

    1. ISTITUZIONE SINFONICA ABRUZZESE

    2. ENTE MORALE, ONLUS

Mibact – Direzione Generale Spettacolo

sotto il Patrocinio della regione Abruzzo e del Comune dell’Aquila

COMUNICATO STAMPA

L’AQUILA, AL VIA LA PRIMA MASTERCLASS ISA IN DIREZIONE D’ORCHESTRA

L’ISA ospita 21 giovani direttori d’orchestra provenienti da tutto il mondo

L’Aquila, 24 settembre 2017 – Al via oggi, domenica 24 settembre la prima edizione della IMCAQ 2017 – International Conducting Masterclass. Un nuovo tassello dell’impegno dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese per la formazione dei giovani talenti musicali che va ad aggiungersi alle altre iniziative messe in campo dall’Istituzione Sinfonica Abruzzese (ISA) come, ad esempio, il programma “Esperienza d’orchestra” che l’ISA realizza in partnership con i Conservatori dell’Aquila e di Teramo e che in questi giorni ha visto l’Orchestra regionale prima impegnata nelle lauree dei corsi di direzione e composizione del “Casella” dell’Aquila, e ieri con la direzione del M° Simone Genuini, protagonista dell’inaugurazione della Rassegna concertistica del Conservatorio G. Braga “Non resta che la musica” a Teramo.

La prima Masterclass di Direzione d’Orchestra targata ISA rappresenta “Un’occasione di incontro stimolante per i giovani per trovare anche in Abruzzo un punto di riferimento per la loro crescita artistica. Ottima la risposta che abbiamo ricevuto: abbiamo selezionato 21 giovani direttori provenienti, oltre che da diverse regioni italiane, da Germania, Giappone, Australia, Finlandia, Argentina, Lussemburgo e Cina che accoglieremo dal 24 settembre al 1 ottobre, nella sede del Ridotto del Teatro Comunale dell’Aquila.” Così Luisa Prayer, direttore artistico dell’orchestra e ideatrice della masterclass. Una settimana di intensa attività didattica, sotto la guida del direttore principale dell’Orchestra, il M° Ulrich Windfuhr, che è anche docente dell’Università di Amburgo.

Al termine della masterclass, sabato 30 settembre e lunedì 1 ottobre alle 18, due concerti ingresso libero per presentare al pubblico i migliori allievi direttori, con la partecipazione di due giovani soprano, Claudia Muschio, del Conservatorio di Ferrara, e Lorena Grazia Scarselli, allieva del Casella dell’Aquila, vincitrice del premio delle Arti di canto 2017. Su questo progetto masterclss l’ISA è partner dell’International Conducting Competition “Nino Rota”, che si terrà a Matera, dal 3 al 9 settembre, promosso dall’Orchestra ICO della Magna Grecia. L’ISA e la ICO della Magna Grecia hanno creato un programma di promozione dei giovani direttori grazie a un accordo di rete “Platform routes” che vede le due orchestre partner di una serie di attività.

A seguire, un ottobre di grandi appuntamenti aspetta l’Orchestra Sinfonica Abruzzese che il 5 ottobre sarà a Siena sul palco del gran Teatro dei Rinnovati di Piazza del Campo dove presenterà la sua recente produzione Assedio – Frammenti di reportage, basata sul lavoro di inviata in Siria e Iraq di Lucia Goracci, realizzato in collaborazione con RAI News 24, che ha debuttato in luglio ai Cantieri dell’Immaginario dell’Aquila, catalizzando l’attenzione della stampa e dei media nazionali.

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Altra trasferta domenica 8 ottobre: l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, diretta dal M° Rino Marrone, sarà al festival nazionale Reate Festival con Concerto per Amleto, protagonista l’attore Fabrizio Gifuni. Un’altra fortunatissima produzione targata ISA che vede dialogare i capolavori di due grandi Maestri, Shakespeare e Shostakovic, dedicati ad uno dei più celebri ed emblematici protagonisti del teatro di tutti i tempi.

Al rientro l’OSA sarà nella prima nazionale di Geek Bagatelles, opera multimediale del compositore francese Bernard Cavanna, che verrà presentata in anteprima all’Aquila il 12 ottobre in un matinée dedicato ai giovani delle scuole, e sarà presentata al Parco della Musica di Roma nell’ambito del RomaEuropa Festival, uno dei più prestigiosi festival italiani. In questo lavoro, Cavanna rielabora frammenti “estratti” dalla IX Sinfonia di Beethoven utilizzando un coro di smartphones che sarà gestito da un gruppo di alunni del liceo Gullace di Roma. Il concerto, realizzato in collaborazione con il Centro Ricerche musicali di Roma, sarà diretto da Gabriele Bonolis e completato da opere Boccherini/ Berio, Couperin / Ravel, Bach/ Webern, tutte dedicate al tema della rilettura di opere del passato. A fine ottobre l’inaugurazione della Stagione concertistica dell’ISA all’Aquila numero quarantatre.

Ufficio stampa Istituzione Sinfonica Abruzzese: Elisa Cerasoli 0862.411102

FOTOPASSIONE – di Domenico Logozzo

FOTOPASSIONE

di Domenico Logozzo *

Questa foto ha 45 anni. L’ho scattata non lontano dal borgo aspromontano di Careri (Reggio Calabria), nei giorni della terribile alluvione che sul finire di dicembre 1972 e l’inizio di gennaio 1973 sconvolse la provincia di Reggio Calabria. Scrivevo per il Giornale di Calabria, che era nato nell’aprile del 1972 e ancora non si stampava nello stabilimento di Piano Lago di Mangone (Cosenza), ma a Roma nella tipografia di Momento Sera. Mandavamo tutto nella capitale, dove in via Due Macelli c’era la Redazione Centrale. Gli articoli li dettavamo per telefono. Le foto venivano inviate per “Fuori Sacco”, consegnando la busta al Capotreno. Le più urgenti inoltrate attraverso il servizio Telefoto delle Poste Centrali, che ovviamente era attivo solo nei capoluoghi.

Tempi ben diversi da quelli attuali! Io ho sempre avuto il…vizio di camminare in “compagnia” della macchina fotografica. Come si fa oggi con i cellulari… tanto per capirci. In effetti da quando poco più che sedicenne, negli anni Sessanta, avevo iniziato a fare il Corrispondente per quotidiani regionali e nazionali, portavo sempre con me la mitica Rolleiflex per documentare anche fotograficamente i fatti di cronaca. Mentre con la Cinquecento mi arrampicavo tra mille difficoltà, frane, torrenti di fango, pioggia battente, vento, freddo, dopo una curva ho visto su uno spiazzo questo pastorello al quale era stato affidato dai genitori il compito di badare alle pecore sopravvissute. Sono sceso dalla macchina. Gli ho chiesto se aveva bisogno di aiuto. “No, grazie”, mi ha risposto. Il suo volto, i suoi occhi raccontavano … E anche per questo gli ho chiesto se potevo scattargli una foto, per documentare il ruolo che i bambini stavano svolgendo in quei giorni tristi e drammatici. Come i grandi. Ragazzo di poche parole. Con un cenno della testa mi ha fatto capire che sì, potevo. Così è nata questa foto.

L’ho custodita con tanta cura e ammirazione per quel bambino che troppo presto ha conosciuto le asperità della vita dei pastori. E mi è venuto alla mente Corrado Alvaro e quanto scriveva nel libro “Gente in Aspromonte”, considerato tra le più alte espressioni della letteratura meridionalistica e tra le più significative del nuovo realismo del Novecento. “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante”. 


Assordante, come quella alluvione vissuta drammaticamente anche dal piccolo grande uomo dell’
Aspromonte. Ho visto in lui una maturità che mi ha commosso. Profondamente. Gli ho ripetuto se potevo fare qualcosa per aiutarlo. E lui ancora con umiltà ed estrema cortesia: “No, grazie”. Sono risalito in macchina per raggiungere il vicino paese e realizzare il reportage per il Giornale di Calabria. Davanti ai miei occhi una condizione drammaticamente sconsolante. Scarsi e in netto ritardo i soccorsi. In quella desolante condizione generale mi aveva sorpreso la grandissima dignità con la quale la gente affrontava la situazione. Tutti si davano da fare. Con coraggio. Cercavano di salvare il poco che c’era rimasto e che la furia delle acque aveva risparmiato. Bilancio catastrofico per la provincia di Reggio Calabria. Danni pesantissimi. Una nuova tragedia dopo la sconvolgente alluvione del 1951.

E purtroppo non è stata l’ultima. Anche negli anni successivi al 1972-73 e di recente si sono registrate alluvioni devastanti. Il territorio merita maggiore attenzione! Facendo al ritorno la stessa strada non ho più visto il pastorello. Speravo di incontrarlo. Fermarmi ed abbracciare quel piccolo grande uomo del profondo Sud che non si arrende neppure davanti alle ricorrenti catastrofi naturali. In Calabria, nella tanto martoriata Locride, c’era e c’è gente che nei momenti più difficili riesce a trovare la forza per non soccombere definitivamente. Cade e si rialza, perché ci sono radici robuste e voglia di ripartire. Nonostante tutto.


*già Caporedattore TGR Rai

 

OPERA DI LIEGI, DAL 22 SETTEMBRE IL SOPRANO ANNA PIROZZI È MANON LESCAUT. L’INTERVISTA.

 

OPERA DI LIEGI, DAL 22 SETTEMBRE IL SOPRANO ANNA PIROZZI È MANON LESCAUT. L’INTERVISTA

ROMA – Riapre la stagione operistica a Liegi: a 23 anni dalla sua ultima rappresentazione nella città belga, dal 22 settembre è di scena il primo grande successo di Giacomo Puccini, cioè Manon Lescaut, una ragazza destinata alla vita monastica di cui Des Grieux s’innamora a prima vista. Nei panni della protagonista il soprano Anna Pirozzi, che abbiamo intervistato.
Prima opera a Liegi: in questi giorni di prove sta imparando a conoscere la città? 
Liegi è una città molto carina, mi piace, è a misura d’uomo, mi dispiace un po’ per il clima, avrei voluto un po’ più di tepore.
Come si sta preparando al “debutto”?
Mi preparo a questo importante debutto studiando e preservandomi dagli sbalzi di temperatura, stando a casa.
Nel corso della sua carriera ha già incrociato tanti rinomati colleghi, registi e direttori d’orchestra: che cosa cerca di serbare di ogni incontro?
Di questi grandi nomi tra colleghi, registi e direttori porto con me tutto ciò che mi danno, sia il buono che il cattivo, è un arricchimento personale e artistico in tutti i casi.
Le piace Manon Lescaut come donna? 
Come donna non mi piace molto il suo modo di agire ma amo la sua frivolezza, gioia di vivere e bellezza. Mi affascina molto come ruolo invece, mette in luce i vari aspetti del mio carattere. Purtroppo il suo attaccamento “al bello” come dice il M. Mazzonis la porterà alla morte, questo aspetto di Manon non lo amo.
Des Grieux s’innamora di Manon immediatamente: lei crede all’amore a prima vista?
Sì, credo nell’amore a prima vista, perché no. Mi è capitato, ed è bellissimo, anche se spesso non ha un buon epilogo.
Quale consiglio tiene sempre presente nel suo percorso artistico?
Cerco sempre di tenere a mente nel mio percorso qual è la vita reale, e per me, è la famiglia. Poi tanto studio e preparazione e avere bene i piedi per terra.
Ha ricevuto tante soddisfazioni dalle sue interpretazioni: ricorda con particolare piacere un personaggio che le ha dato tanto?
Sicuramente il personaggio che mi ha dato di più è Abigaille assieme a Leonora del Trovatore. Il primo non lo amo molto ma devo a lui il mio successo. Il secondo è un amore viscerale, mia figlia si chiama Leonora.
Napoli, Valle d’Aosta, Torino… può riassumerci brevemente che cosa significano per lei queste tre città?
Napoli, la città nativa, le mie radici, la mia terra, la amo molto e mi sento napoletana. Tornarci è come tornare bambina, tanta emozione. Aosta, città di adozione, crescita scolastica e personale, mi ha dato tanto ma altre cose sono dovuta uscire per trovarle. Ho molti ricordi e sono ancora legata, la mia famiglia vive lì. Torino, senz’altro città fortunata per me, per gli studi (brevi) e per il mio debutto nel mondo dei grandi palcoscenici. Lì, ho conosciuto persone giuste che mi hanno aiutata. Città che tengo nel cuore.
In questi anni ha viaggiato tanto: facile tenere certi ritmi e allo stesso tempo preservare voce e vitalità per le opere da rappresentare?
Viaggio tanto, e adesso con la famiglia al seguito è ancora più difficile e faticoso ma, ne giova la mia stabilità mentale e affronto con più gioia gli ostacoli di questa carriera, ma anche e soprattutto le grandi soddisfazioni. Certo, ci vuole più riposo, ma non è questo il periodo (ride, ndr), ho un bimbo piccolo di 5 mesi.

TORNIAMO A BOMBA (Chieti) … – di Mario Setta

 

 

L’Aquila, 9 settembre 2017

Si è svolto ieri a Chieti un convegno su Silvio Spaventa (Bomba, 12 maggio 1822 – Roma, 20 giugno 1893), al quale hanno partecipato il Ministro dell’Economia e Finanze Pier Carlo Padoan, il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Giovanni Legnini, il Presidente della Regione Luciano D’Alfonso ed altre personalità e studiosi. Il convegno sulla figura di Silvio Spaventa, che fu Senatore e Ministro del Regno d’Italia, mi ha richiamato una recente corrispondenza che ho avuto con Mario Setta, nella quale tra l’altro lo storico mi parlava dei fratelli Spaventa, ma in particolare di Bertrando (Bomba, 26 giugno 1817 – Napoli, 20 febbraio 1883), filosofo, figura di primo piano nel panorama culturale italiano. L’eredità culturale dei fratelli Spaventa, annota Setta, passerà al nipote Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli 20 novembre 1952), che dopo aver perso il padre, la madre e la sorella a Casamicciola, sotto le macerie del terremoto che devastò l’isola d’Ischia il 28 luglio 1883 venne affidato alla tutela degli zii Silvio e Bertrando. Con l’autorizzazione dell’autore mi piace condividere questa spigolatura di Mario Setta, partendo da un’espressione diventata d’uso comune: Torniamo a Bomba! (goffredo palmerini)

TORNIAMO A BOMBA…

di Mario Setta

Torniamo a Bomba” è un’espressione divenuta luogo comune, per riprendere il discorso lasciato interrotto. Pare sia stata pronunciata da Silvio Spaventa, durante un suo intervento in Parlamento. C’è, anche, chi sostiene che esistesse già nel medioevo al gioco del nascondino. Ma “tornare a Bomba” è soprattutto un impegno a ricordare il passato, a riesaminare tempi e uomini che hanno segnato nel bene e nel male la storia. Bomba è un piccolo paese in provincia di Chieti che ha dato i natali a due grandi personalità della filosofia e della politica: Bertrando e Silvio Spaventa. Grandi artefici del risorgimento italiano. Uomini che hanno sofferto persecuzione e prigionia, per affermare le loro idee di libertà.

In un tempo in cui abruzzesi come i fratelli Spaventa, Ottavio Colecchi, Leopoldo Dorrucci, Panfilo Serafini, Angelo Camillo De Meis si ritrovano a combattere battaglie culturali e politiche a fianco di Luigi Settembrini, Pasquale Galluppi, Francesco De Sanctis, i fratelli Poerio, Antonio Ranieri amico di Leopardi, e tanti altri amici, costretti a subire ogni vessazione dai poteri politici ed ecclesiastici. Angelo Camillo De Meis, “filantropo generoso e sprezzantissimo del denaro”, chiamato “l’angelo dell’emigrazione”, aiutava quelli che chiamava “poveri esuli, che vivono giorno per giorno e se arrivano a campar oggi, non sanno sempre come si farà a campar domani”. “Senza una rivoluzione ideale, sarà impossibile una rivoluzione politica” scriveva Bertrando Spaventa, fratello maggiore di Silvio.

Bertrando, abbandonato il sacerdozio, si occuperà di filosofia, apportando in Italia il pensiero filosofico di Hegel, soprattutto in riferimento allo Stato. In polemica con la rivista “La Civiltà Cattolica” dei gesuiti, che aveva tacciato Cesare Beccaria come “uomo d’una superficialità burbanzosa”, Bertrando Spaventa li accusa di misconoscere che altri gesuiti delle origini della Compagnia (Lainez e Bellarmino) avessero sostenuto come il vero sovrano fosse il popolo e tale sovranità popolare un diritto inalienabile. Non solo. Ma Bertrando denuncia apertamente come la mentalità servile degli italiani, causa principale del male nazionale, dipendesse dal predominio della chiesa cattolica e del suo potere temporale. Per rigenerare la purezza del sentimento religioso sarebbe stato necessario che lo Stato riconoscesse la libertà dei vari culti e la netta separazione tra spirituale e temporale.

Problema, affrontato anche da Panfilo Serafini, coetaneo di Bertrando, nel libro “Sulla caduta della teocrazia romana”, definita “opera infernale” nella sentenza del 21 marzo 1854 che lo condannava “a venti anni di ferri”. Gioberti, che aveva proposto un ritorno al primato del pontefice con la teorizzazione del neo-guelfismo, veniva criticato aspramente da Bertrando, che scrivendo al fratello Silvio, dice: “Non mi è mai piaciuto, ma ora mi sembra un fanfarone… Una chiacchiera perpetua, un dommatismo perpetuo, una fantasticheria perpetua. Povero paese nostro!”

Sia Bertrando che Silvio, fautori dell’unità italiana, parteciperanno attivamente alla costruzione della nazione, anche se i risultati saranno piuttosto deludenti. Ma le idee sulle quali fondano il loro operato sono chiarissime: “Noi italiani abbiamo bisogno di libertà interiore, morale, religiosa, scientifica, filosofica, per poter essere liberi politicamente, esteriormente, all’aria aperta…”. L’eredità culturale passerà a Benedetto Croce, nipote dei fratelli Spaventa, salvatosi miracolosamente nel terremoto di Casamicciola.

La cura delle opere filosofiche di Bertrando venne affidata da Silvio a Donato Jaia e da questi all’allievo Giovanni Gentile. Sia Croce che Gentile rappresenteranno, dialetticamente, la linea di continuità d’un liberalismo culturale e politico che doveva essere “una conquista delle coscienze di tutti i cittadini” (Fernanda Gallo, “Dalla patria allo Stato”, Laterza 2012). I cittadini del piccolo paese si fregiarono d’aver dato i natali ai due fratelli, ma misconobbero Bertrando come “anima dannata”, perché aveva abbandonato il sacerdozio. In paese, la memoria di Silvio fu molto più celebrata di quella di Bertrando perché “era naturale essere fiero di un illustre statista, ma più arduo appropriarsi i meriti di un filosofo e superare la circostanza che egli fosse un sacerdote che aveva lasciato l’abito” (Elena Croce).

Bertrando e Silvio Spaventa non tornarono a Bomba. Ma, oggi, in quest’Italia post-fascista, post-democristiana, post-berlusconiana, nel vuoto politico, nel disastro economico e nella catastrofe del concetto di libertà, tornare a quei princìpi e all’esempio di quegli uomini è un fondamentale obbligo morale.