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40 anni moriva a Torino p. Domenico da Cese

 

CRESCE LA DEVOZIONE VERSO P. DOMENICO DA CESE

Il Servo di Dio ricordato a Manoppello a quarant’anni dalla morte, anche con un libro pubblicato in Germania

di Antonio Bini

PESCARA – “Il tempo trascorso, invece di affievolire il suo ricordo, fa registrare un crescente seguito, anche da parte di persone che non lo hanno conosciuto in vita”. Sono sorpresi il v. postulatore della causa di beatificazione, Padre Eugenio Di Gianberardino, e il rettore del Santuario, Padre Carmine Cucinelli, a conclusione dell’evento organizzato nel Santuario del Volto Santo di Manoppello, per ricordare Padre Domenico da Cese a quarant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 17 settembre 1978 a Torino, a seguito di un incidente stradale. La celebrazione della messa, è stata preceduta da un incontro al quale hanno partecipato numerose persone, giunte a Manoppello da ogni parte d’Italia e anche dall’estero per testimoniare la loro devozione a P. Domenico da Cese, anche fornendo dichiarazioni scritte. Non sono mancati pellegrinaggi appositamente organizzati da Ruvo di Puglia, Andria e Civitavecchia, anche se nella sala San Damiano, attigua alla basilica, sono potuti entrare a malapena i devoti più strettamente legati alla figura del cappuccino marsicano.

Introducendo l’incontro, P. Carmine Cucinelli ha illustrato il complesso iter avviato nei mesi scorsi per dare sepoltura nella basilica del Volto Santo dei resti mortali di P. Domenico da Cese, per la quale è stato curato un apposito progetto, ricordando che la questione si pose sin dai giorni immediatamente successivi la scomparsa del confratello. Infatti, da una lettera recentemente ritrovata nell’archivio del convento, emerge come l’assistente spirituale dell’Associazione del Volto Santo di Ruvo di Puglia, don Vincenzo Amenduni, in data 30 ottobre 1978, espresse caldamente, a nome di una comunità di fedeli più vasta della stessa associazione, il desiderio che la salma del venerato Padre Domenico da Cese trovasse sistemazione nel Santuario del Volto Santo di Manoppello. In proposito appare interessante cogliere le motivazioni che il sacerdote, a nome degli associati e altri fedeli, sostenesse a motivo della richiesta, ricordando che “Padre Domenico ha svolto la sua attività religiosa e sacerdotale nel Santuario, rimanendo definitivamente legato allo zelo col quale ha diffuso la devozione al Volto Santo facendosi sapiente guida morale e spirituale di quanti hanno visto in lui un padre generoso che non ha risparmiato fatiche per la formazione di molti fedeli provenienti a Manoppello da ogni parte d’Italia e d’Europa”.

Ci sembrano espressioni che ben rappresentano lo straordinario rapporto tra P. Domenico e il Volto Santo, di cui fu tenace e appassionato divulgatore, nella certezza della sua autenticità, che appare inscindibile – ieri come oggi – anche a quanti solo di recente si sono avvicinati alla conoscenza o allo studio della figura del frate e della stessa storia del Volto Santo, riemerso dall’oblio e nei suoi significati nella storia del cristianesimo soltanto negli ultimi anni. Lo stesso P. Carmine ha rivolto un affettuoso ringraziamento ai nipoti del cappuccino per aver dato il consenso al trasferimento delle spoglie di P. Domenico dalla cappella privata del cimitero di Cese, con una lettera congiunta nella quale si sono detti certi che la sua volontà sarebbe stata quella di rimanere vicino all’amato Volto Santo. Dopo che nel 2015 la Congregazione per le cause dei santi ha riconosciuto al cappuccino la qualità di Servo di Dio, nel salone dedicato agli ex voto è stata esposta una gigantografia di P. Domenico con una copia del Volto Santo in mano, con un registro aperto ai visitatori che raggiungono il Santuario, continuando a seguire il suo insegnamento.

P. Eugenio ha poi coordinato l’esposizione di numerose testimonianze di devoti, miracolati, o di personali esperienze di fatti straordinari, anche da parte di persone che si sono accostate alla conoscenza di P. Domenico solo negli ultimi anni, come ad esempio, una signora di Taranto, che ha raccontato il drammatico caso di una congiunta. Diverse e anche singolari alcune storie personali e familiari, anche di figli che raccontano le vicende dei propri genitori, come la gioia all’arrivo delle lettere di P. Domenico, il costante invito alla preghiera e alla venerazione del Volto Santo. Il superamento degli effetti di gravi incidenti stradali, come raccontato da una signora venuta dalla Francia e di altre gravissime patologie, affrontate con la preghiera e con avvertita vicinanza del Servo di Dio. Altri ancora hanno riproposto il misterioso rapporto tra Padre Domenico e Padre Pio da Pietrelcina, con storie che oltrepassano qualsiasi capacità di comprensione secondo gli ordinari meccanismi del ragionamento umano. L’intervento di P. Eugenio ha spesso offerto pacate riflessioni sul piano religioso rispetto a singole testimonianze. Tra i vari religiosi convenuti, significativa l’emozionata presenza di P. Luciano Antonelli e P. Pietro De Guglielmo, confratelli dell’indimenticato P. Domenico nel convento di Manoppello in quel lontano 1978. Il primo (ora all’Aquila) era il superiore, mentre il secondo (ora a Penne) fu incaricato di recarsi a Torino per assistere P. Domenico morente.

Particolare affetto è stato mostrato da molte persone nei confronti di fr. Vincenzo d’Elpidio, presente all’evento, che fu amico di P. Domenico e che da anni è impegnato nel sostenere la causa di beatificazione del confratello, di cui conosceva bene lo straordinario carisma, la semplicità, la totale disponibilità nei confronti degli umili e dei sofferenti e la sua instancabile dedizione alla causa del Volto Santo, che l’aveva anche portato a Torino per l’ostensione della Sindone, in quel suo ultimo viaggio, con il tragico epilogo che avrebbe peraltro previsto. Abbiamo sentito l’anziano frate confidare ad alcune persone che lo salutavano familiarmente del suo desiderio di assistere alla sepoltura di P. Domenico a Manoppello prima di lasciare questa terra. Ha seguito l’evento anche la giornalista Aleksandra Zapotoczny, che ha collaborato nel processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II e che recentemente ha pubblicato il libro “Vivi dentro di noi”, edito anche in Italia da Mondadori e contenente una interessante rassegna di testimonianze che hanno portato alla beatificazione del papa polacco. In occasione dell’evento, è stato anche presentato il libro “Padre Domenico da Cese, cappuccino: un biografia illustrata”, a cura di sr. Petra-Maria Steiner, edito da Vita Communis, Waiblingen (Germania), anche con separata edizione in lingua tedesca.

Si tratta di una interessante biografia dell’apostolo del Volto Santo, raccontata attraverso un ricco corredo fotografico e di documenti, in gran parte inediti, che l’autrice ha provveduto negli ultimi anni a raccogliere e archiviare nel convento di Manoppello, e relativi a periodi trascorsi anche in altri conventi, tra cui Avezzano, Penne, L’Aquila (dove fu anche cappellano nel locale ospedale), Vasto, Sulmona, Luco dei Marsi, Campli, Caramanico Terme, prima dell’assegnazione al convento di Manoppello, avvenuta nel 1966. Per la prima volta risultano documentate alcune vicende del periodo in cui P. Domenico fu cappellano militare di guerra a Trieste e poi in territori della ex Jugoslavia e quindi una serie di interessanti articoli pubblicati sulla rivista cattolica austriaca Grüß Gott” (in italiano, “Saluto il Signore”), di cui era responsabile la sig.ra Ida Loidl, che, quando P. Domenico era in vita, organizzava pellegrinaggi a San Giovanni Rotondo e a Manoppello.

La pubblicazione, introdotta dallo scrittore Paul Badde, è destinata ad aprire ulteriori prospettive di ricerca sulla vita del frate. Circostanze che fanno riflettere su quello che lo stesso P. Domenico sosteneva quando diceva di non desiderare che si parlasse di lui, cosa che si sarebbe potuta fare soltanto dopo la sua morte. Sono intervenuti alla presentazione del libro anche la traduttrice dell’edizione in lingua italiana, prof.ssa Wilma Peruzzi, e Dirk Weisbrod, bibliotecario di Bonn, che ha collaborato alla redazione del volume. “P. Domenico è vivo tra noi grazie anche alla vostra presenza e al vostro ricordo”, ha detto P. Carmine Cucinelli, rettore del Santuario, nel ringraziare per la partecipazione, a conclusione della messa, seguita da centinaia di persone, che hanno occupato anche le navate laterali della basilica.

Gocce di Perdono uniscono i popoli – La Fonte di Pietro Celestino

 

LA PERDONANZA NELLA STORIA AQUILANA – di Enrico Cavalli

 

LA PERDONANZA NELLA STORIA AQUILANA


di Enrico Cavalli *

Dalle origini di Aquila ai Celestini

Nella sua trattazione su “L’architettura religiosa aquilana” del 1988, Mons. Orlando Antonini, Nunzio apostolico, affermava che “il numero di chiese cospicuo a L’Aquila” non si spiega solo come semplice prevalenza dell’espressione religiosa sulla laicità, bensì da un lato con l’origine della città, nata dalla integrazione degli antichi territori amiternini e forconesi, dall’altro con la “vitalità della locale comunità cattolica”. Il riordino della penisola per effetto delle discese imperiali, vede, nel 962, coerentemente con gli assi geografici, la donazione dell’imperatore Ottone I a papa Giovanni XII delle terre che vanno da Amiternum a Beffi e dal Gran Sasso a Rocca Di Mezzo.

L’osmosi di abbazie e l’incastellamento normanno produceva la feudalità. In una lettera del 1229 di papa Gregorio IX al vescovo di Forcona, Tommaso da Padula, si permetteva alle genti dei ‘99’ Castelli situati lungo la valle dell’Aterno di estendere la “pontificia” Santa Maria di Acquili-Accula verso monte Roio, costituendo una libera città, antitetica alle circostanti baronie, nonché al Giustizierato sulmonese. Nel 1254, senza escludere del tutto una regia del cancelliere imperiale Gualtieri di Ocre (non scevra però da una possibile influenza dei Templari, imbarcantisi dalla longobarda Piscaria per le Crociate), su diploma di Corrado IV, figlio dell’imperatore Federico II, era ufficializzata Aquila, con i benefici di Innocenzo IV, il cui successore Alessandro IV vi trasferì nel 1257 la diocesi di Forcona.

Fra ghibellini e guelfi, la più grande conurbazione del Medioevo europeo, difendendo le pretese sicule di Edmondo, figlio di re Enrico III d’Inghilterra e vicino al Papa, subì nel 1259 la distruzione dallo svevo Manfredi, per risorgere nel 1265 grazie agli uffici del Nunzio apostolico Jacopo da Sinizzo presso re Carlo I d’Angiò, che, sbaragliate le truppe imperiali di Corradino di Svevia nel 1266 a Tagliacozzo, volle una sua reggia ad Aquila, poi sede dei domenicani.


Quale che sia stato il rapporto tra la Chiesa e il potere civile, di cui la stessa cerimonia del Perdono che si annunciava sarà intrisa – si pensi alla controversia sul privilegio di lettura della Bolla -, resta il fatto che le iniziative ecclesiali siano state fecondate dagli Ordini religiosi, in una città divisa in quattro Quarti, facenti capo alle chiese di
San Giorgio di Bazzano (poi, Santa Giusta), Santa Maria di Paganica, San Pietro di Coppito, San Giovanni di Lucoli (poi, San Marciano), ognuna delle quali rappresentativa dentità partecipanti alla fondazione della nuova città, avente promiscuità demaniali negli antichi Castelli, come correttamente ha osservato Fabrizio Marinelli.


Senza tacere del Francescanesimo, sostitutivo dei Cistercensi, il più indigeno fra gli Ordini religiosi stanziali è quello dei
Celestini, con identificazione civica. E questo non solo per il carisma del suo fondatore, Pietro Angelerio dal Morrone. Dopo il viaggio a Lione del 1273, ottenuta da Gregorio X la conferma e la denominazione celestiniana per la sua congregazione benedettina, l’asceta e mistico morronese nel 1287 riceve ad Aquila dal vescovo Niccolò da Sinizzo il placet per nuova chiesa e badia – al posto di Santa Maria dell’Assunzione – a Collemaggio (Colle maggiore) extramoenia.


La cerimonia della Perdonanza

A porre fine allo stallo del Conclave di Perugia, che durava dal 1292, per la successione a Niccolò IV, auspice Carlo II d’Angiò, l’eremita Pietro sarà incoronato papa Celestino V, nella chiesa di Collemaggio ad Aquila, il 29 agosto del 1294, festività della decollazione di San Giovanni Battista. C’è da notare che Pietro, non sganciandosi dallo spirito benedettino, giusta la Bolla ’Inter Sanctorum solemnia’: “Nos qui (…) in ecclesia Sancta Mariae de Collemajo, Aquilensi Ordini S. Benedicti (…)”, concedeva, in tempi di lotte civili, l’indulgenza plenaria ai fedeli che dai vespri del 28 a quelli del 29 agosto di ogni anno, sinceramente pentiti e confessati, recitanti il ”Pater Noster, Ave Maria, Gloria, Credo”, fossero entrati nella basilica di Collemaggio, facendo così esperienza del Perdono evangelico, ricevuto, vissuto e dato, che fa crescere personalmente e collettivamente, come corpo che edifica sé stesso nella carità (Ef, 4,26), per la redenzione universale.


La cerimonia della
Perdonanza non è un normale anno giubilare come quello del 1300 indetto dal successore Bonifacio VIII, ma uno stile di vita evangelico in conversione dell’animo, liberatorio di schiavitù sociali. Avveniva alla vigilia della transumanza, per una città meta di pellegrinaggi e snodo strategico sulla via degli Abruzzi da Firenze a Napoli (stando a Maria Rita Berardi). Questo crogiuolo celestiniano faceva sì che “l’Aquila sobrana, la meliore città prima della Toscana” – così eternata dalle rime di Buccio di Ranallo, l’unica autonomia demaniale nel feudalesimo meridionale – conoscesse in poco tempo una sua terza conurbazione e fieristica.


Cessato lo sconcerto a seguito dell’abdicazione, il 13 dicembre 1294 a Napoli, del primo Papa esercitante l’ufficio petrino fuori Roma, cui seguì la sua traduzione a
Fumone su volere di Bonifacio VIII, che sospese la Bolla istitutiva della Perdonanza, alla sua scomparsa ecco aprirsi lo spartiacque della canonizzazione di Pietro Celestino per miracoli riconosciuti, disposta dal papa francese Clemente V nel 1313. Come “confessore” però, contrariamente a quanto avrebbe voluto il re francese Filippo IV. Il persecutore dei Templari – e qui si profila, per Maria Grazia Lopardi, una consonanza fra l’ordine religioso-militare ed i Celestini) pretendeva infatti l’elezione del “nostro” a “martire”, allo scopo di screditare la potestà morale della Chiesa, alludendo alla fine terrena del papa eremita nelle segrete di Bonifacio VIII. E’ qui che si menzionano le tante leggende sorte sul foro nel cranio del papa santo, ascrivibili, sulla base di ricognizioni scientifiche, alle scorribande dei “sanculotti” francesi a Santa Maria di Collemaggio, al tempo dell’occupazione del 1799.


Dal Quattrocento al Seicento

Il succedersi nella città dell’Aquila di sismi ed epidemie favorì la grande diffusione del culto per il nostro Santo, innalzato dalla Congregazione delle Arti a protector urbis, ed il cui corpo, trasportato proditoriamente da Ferentino a Collemaggio nel 1327, fu oggetto di feste e venerazioni il 19 di maggio, giorno del suo martirologio, manifestazioni destinate a restare vivide nella memoria collettiva. Ora, la comprensibile obiezione sul rischio di mondanizzazione dell’evento ha un limite nella circostanza evangelica (Lc 6, 24), per cui non è la ricchezza in sé da rifiutare, ma l’uso che se ne fa, secondo un principio esplicitato nella Dottrina Sociale della Chiesa.


Fra cattività avignonese e i due Scismi d’Occidente, a fronte di un autoeclissarsi delle autorità vescovili e ai traviamenti dell’Ordine domenicano aderente all’antipapa francese
Clemente VII, i Celestini, che rafforzano la femminile claustralità ed equiziana di San Basilio, fra le due uniche in Italia ancora resistenti (lo sottolinea Alessandro Clementi), si esplicitano in campo politico-amministrativo con i priori Matteo, Marino e Giovanni, che accedono alle magistrature civiche, diventando compilatori dei municipali diplomi, bolle, sigilli.


Le qualità teologiche-umanistiche dei
Celestini saranno illustrate dai venerabili Luca Mellini, Pasquale Tristabocca e il francese Giovanni Bassando di Besançon, a riordino conventuale che necessiterà di apertura dell’Osservante Giovanni da Capestrano; quelle artistiche da Muzio Alfieri e Carlo Ruther di Danzica, pittori e restauratori di Collemaggio, senza contare che le laudi celestiniane sono antesignane forme musicali autoctone, come ricorda Francesco Zimei.


Di questa intima quanto consapevole compenetrazione fra la tiara e il gonfalone, i monaci celestiniani, per dirla con
Raffaele Colapietra, tanto attraverso le Arti quanto nella resistenza a Braccio da Montone nel 1424, incarnano lo spirito della libertas aquilana: tema fortunato nell’Illuminismo, ma carico di laicità e privo dell’animus di ricomposizione del Comitatus aquilanus, visto l’affermarsi della tesi sulla fondazione federiciana della città e la “causa sulla bonatenenza”.


Gli sviluppi socio-economici dell’Ordine celestiniano erano sottesi alla civiltà agraria, sino all’Osservanza francescana, che coi
Monti di pietà innervava in senso mercantile una città che, nel cosiddetto secolo d’oro, era seconda solo a Napoli nel regno meridionale. L’armonia fra gli Ordini religiosi viene dal richiamo ‘ad Aquilam’ di Bernardino da Siena, nel 1444, preceduto a Sella di Corno dalla “visione di Celestino V”. Le migliaia di fedeli che lucravano l’indulgenza dopo il corteo della Bolla, presa alla Cappella della torre civica dalle magistrature che si incontrano a piazza del Duomo con le autorità vescovili per poi dirigersi alla basilica di Santa Maria in Collemaggio, indussero papa Sisto IV a perpetuare la cerimonia del Perdono; e il francescano Giovanni da Capestrano, con precisa indicazione urbanistica, perorò la realizzazione di una strada tra Porta Bazzano e la basilica mariana. 


La posizione di rigorosa condanna della pratica dell’usura da parte degli Osservanti riduce gli spazi della predicazione dei Celestini sul perdono teologico, che è la risposta alla critica protestante sulle indulgenze ecclesiastiche. In linea con le istruzioni del Concilio di Trento, la cerimonia del Perdono celestiniano serve il vero messaggio evangelico della remissione dei peccati, inteso come cooperazione fra il libero arbitrio dell’uomo e la fede salvifica del Dio misericordioso. A minare la saldezza celestiniana locale stava, come dice padre
Giacinto Marinangeli, quella diarchia, già in nuce posta in essere nel 1378 dall’antipapa francese, che concedeva ai confratelli parigini la supremazia su omologhe abbazie aquilane. Si chiamò in causa una sinergia laica e religiosa nella dominazione ispanica. Si registra anche il lascito pacificatorio di Margherita d’Austria, con la statua in argento di Celestino V, che gli aquilani donavano a Clemente VIII in occasione del Giubileo del 1600; mentre Paolo V e il cardinale Roberto Bellarmino sistemavano l’Ordine celestiniano.


Dal Settecento al Novecento

Erano gli ultimi bagliori, nella modernità supposta, le contese sull’uso del pontificale e la durata delle celebrazioni in oggetto fra l’abate di Collemaggio e i vescovi aquilani. Dopo l’interdetto diocesano del 1720, l’Ordine celestiniano, riformabile da Clemente XIV nel 1773, ma non da Pio VI, tradotto in Francia col Capitolo generale del 1797 si espose alla soppressione napoleonica del 1807, concedendosi Collemaggio ai conventuali nel 1820. Fra ‘800 e ‘900 la cerimonia del Perdono vede sempre i devoti ricevere dalla torre della basilica di Collemaggio la benedizione anche per le greggi pronte per la transumanza, al suono delle campane. Da qui prende avvio l’usanza successiva di suonare i pomelli di carrozze, biciclette, automobili. Si tratta di estrinsecazioni laiche della Perdonanza, secondo l’accezione dannunziana, nel tempo in cui il direttore della Biblioteca provinciale, Enrico Casti, sollecitava migliori rielaborazioni dell’identità celestiniana.


Fra le due guerre mondiali si rievoca l’incoronazione di
Celestino V, filmata dall’Istituto Luce del sulmonese Alessandro Sardi nel 1932, nell’ambito del recupero di saghe italiche durante il Ventennio: il tutto a cura del Comitato turistico di Antonio Ciarletta ed Emilio Tomassi, in favore della Grande Aquila, mentre il vescovo Gaudenzio Manuelli ripropone Celestino V al culto locale, inserendolo nel nuovo breviario arcidiocesano. Da qui l’appello, in un volumetto del 1935 di storia religiosa aquilana di Alfonso Catignani, affinché “la gloria nostra dei Celestini, risorga in questa forte e gentile terra d’Abruzzo”.


Dopo il 1945, nel 13° Cinquantenario dell’incoronazione di
Celestino V, con esposizione delle sue reliquie sacre ad un popolo festoso e riconoscente per la fine delle ostilità belliche, c’è il ripiegamento mediatico della Perdonanza, pur in una declinazione storico-letteraria ed artistica. Riguardo all’aspetto letterario, si ripropone la sempiterna discussione sull’attribuzione dantesca al papa eremita del “gran rifiuto” (Divina Commedia: Inf. III, 58-60), sottovalutandosi il parere opposto di Francesco Petrarca, poi ripreso da Ignazio Silone nella sua “Avventura di un Povero Cristiano” e la posizione mediatoria di Jacopone da Todi. Sotto un aspetto più squisitamente artistico, si assiste invece alla progettazione dell’ostensorio della Bolla a forma di aquila, che sarà realizzato dall’artista Remo Brindisi, artista che molto darà alla città, in termini di opere insigni, anche per la Processione aquilana del Venerdì Santo.


La Chiesa del
Concilio Vaticano II apre alla riflessione su Celestino V, e Paolo VI recandosi con intento spirituale a Fumone nel 1966, su interessamento dell’arcivescovo dell’Aquila Costantino Stella, inserisce per prima la Perdonanza nelle Indulgenze ecclesiastiche, riconoscendo pertanto l’autenticità della Bolla. Da qui, a fine anni Settanta del secolo scorso, la ricerca del vero giubileo aquilano. A questo riguardo, il rettore della Basilica di Collemaggio, Padre Quirino Salomone, su idea di Umberto Cavalli e collaborazioni di Floro Panti, Carlo e Franco Gizzi, Mario e Andrea Corridore, vara “Il Fuoco del Morrone”. A rievocazione del Corteo dell’incoronazione papale, dagli eremi morronesi la fiaccola giunge fino al “Colle de Majo” il 28 agosto, tramite una staffetta podistica: è l’aspetto scenico dell’Indulgenza plenaria, atta a sanare tutte le infermità umane.

Da queste energie religiose e civiche incentrate sull’accensione del tripode prende avvio la “rivitalizzazione” della Perdonanza, il 28 agosto 1983, con il Corteo storico della Bolla e battitura con ramo d’ulivo del Getsemani per l’apertura della Porta Santa da parte di un Cardinale, che quel primo anno sarà Carlo Confalonieri. Quindi l’indomani la processione all’incontrario, dalla basilica alla torre civica, per la riposizione della Bolla nella sua antica Cappella.

Infatti in quel 1983, col favore dell’arcivescovo Carlo Martini, per impulso del sindaco Tullio de Rubeis, con la presidenza di Serafino Petricone alla Provincia, la Perdonanza viene “rivitalizzata” e istituzionalizzata con la consulenza creativa di Errico Centofanti, che ne cura la rinascita con un rigoroso progetto, essendone per diversi anni il Sovrintendente. Sotto la progressiva egida anche del Centro celestiniano, ecco dunque la Perdonanza da offrire al mondo come un tempo. Era stata lambita il 30 agosto 1980 dalla visita apostolica a L’Aquila di Giovanni Paolo II, esplicitante già parole e gesti del profetico suo lungo pontificato, che avrà fasi meditative sul Gran Sasso.


Un attento protagonista della stagione di cui si riflette,
Goffredo Palmerini, assessore comunale nell’amministrazione di Tullio de Rubeis (1980-’85), in uno scritto della “rivitalizzazione” riferisce nel dettaglio la genesi e rammenta lo spuntare di un’apposita fondazione di personalità del mondo civico e religioso durante quella sindacatura. Come pure nelle successive sindacature di Enzo Lombardi, Marisa Baldoni e Giuseppe Placidi, confermata in quelle pur culturalmente opposte di Antonio Centi e Biagio Tempesta, per gestire i vari aspetti della manifestazione, che nel versante laico hanno il clou nell’ “isola sonante”, per musicalità multitasking nelle piazze dei quattro Quarti cittadini.


Accanto alle devozioni religiose ci sono fascinazioni di massa, per manifestazioni collaterali talora discutibili, ma che prevalentemente, per spessore di esibizioni artistiche, danno visibilità mondiale a
L’Aquila, capitale della Pace tra i popoli, in ere di ridondanti guerre nel pianeta. A spezzare il quadro armonico, nel 1988, il trafugamento delle spoglie di Celestino V dal suo mausoleo cinquecentesco di Girolamo da Vicenza, perdurando, oltre il suo ritrovamento, speculazioni di vario tenore che non rendono giustizia al dato storico, per cui il dibattito in argomentum ferve e determina prese di posizione critiche fra gli studiosi locali.


In parallelo, non immune da dispute storico-letterarie, c’è una editoria sull’Ordine celestiniano che va dalla rivista ”
La Perdonanza” di Dante Capaldi, Giovanni Frassanito, alla pubblicistica di Emidio Di Carlo, Angelo De Nicola, Paolo Cautilli, Luca Ceccarelli, Maria Grazia Lopardi; una convegnistica pluridisciplinare del Centro celestiniano e della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, dal 1982 al 1995, con presenze del gotha sul medievalismo, quali Raoul Manselli, Jacques Le Goff e Edith Pazstor; per finire, ad exempla, alle trattazioni privilegiate di Daniele Pinton e Carmelo Pagano Le Rose sui codici di Celestino V, da cui la inusitata capacità di un papa legislatore, ma ammantato dell’età dello Spirito, secondo la visione profetica di Gioacchino da Fiore.


Gli anni Duemila

Nella Perdonanza del secolo XXI ci si sofferma sullo svolgimento e sulla composizione del Corteo della Bolla, anche se non sempre sono rispondenti i criteri storici ed organizzativi. Si verifica il coinvolgimento massivo di associazioni, confraternite locali e città mondiali gemellate con il capoluogo abruzzese, con un riguardo tutto particolare alla città tedesca di Rottweil, patria di quell’Adamo venuto ad Aquila nel 1472 in qualità di braccio destro di Johannes Gutenberg. Si assiste alla proposta di far scortare la teca contenente il messaggio celestiniano da una Dama e Giovin Signore, selezionati fra studenti aquilani. La superfetazione popolaresca del compito di far custodire la Bolla alla civicità, la risposta a svarioni gestionali su spettacoli e premialità legate all’evento, passano per la necessaria ripresa d’interesse per i riti religiosi.


Significativo, a parere di un “celestinologo” del calibro di
Walter Capezzali, che si sia rinvenuto il più antico ritratto del 192° papa in uno degli affreschi della chiesa aquilana di San Pietro a Coppito, prima dell’indicibile tornante sismico del 2009, che non ferma i riti della Perdonanza, e l’ingresso sia pur parziale dei fedeli alla basilica di Collemaggio. Come non ricordare il 28 aprile 2009, quando l’arcivescovo Giuseppe Molinari e il sindaco Massimo Cialente accolsero in visita alla sì tanto vessata L’Aquila papa Benedetto XVI, che donò raccolto in meditazione il suo sacro Pallio al cenotafio di Celestino V, mentre il successore di papa Ratzinger, Jorge Mario Bergoglio, fu ordinato sacerdote proprio il 13 dicembre, giorno delle dimissioni di Pietro dal Morrone, come osserva Mario Setta.


Siamo alla peculiarità della rappresentazione più virtuosa, della dialettica tra religiosità e civismo, in un contesto aquilano che attende la sua riedificazione, non disgiungibile da fattori di riconciliazione morale, fra le componenti storiche di una conurbazione basata sull’equilibrato rapporto fra uomo e ambiente, come dal dono di
Celestino. Nel suo messaggio pastorale per la Perdonanza, precedente l’anno del Giubileo Straordinario indetto da papa Francesco nel novembre 2015 dalla cattedrale centroafricana di Bangui – gestita dalle suore celestine – l’allora arcivescovo dell’Aquila sottolineava che entrambi i momenti si fondano sull’esperienza evangelica e sulla categoria teologica del Perdono, che non vuol dire cedere al torto subìto ingiustamente, ma è l’unica arma per vincere la condizione di peccato che ha indotto all’atto negativo.


La
Perdonanza, sempre svoltasi nel rispetto della storia municipale, nell’edizione del 2016, interpretando i sentimenti degli aquilani, vedeva annullate dalla Municipalità le manifestazioni laiche, in omaggio all’immane patimento delle amiche genti di Amatrice e dell’Italia centrale, colpite dal sisma del 24 agosto. Occorre, dapprima per la sindacatura di Massimo Cialente e particolarmente per l’attuale di Pierluigi Biondi, il rafforzamento delle superiori valenze religiose di un evento che si vuole accreditare a Patrimonio immateriale dell’Umanità dall’Unesco, senza accantonare le feste civili, affidate all’assessore alle politiche culturali Sabrina Di Cosimo con la direzione artistica di Leonardo De Amicis, aquilano e direttore d’orchestra.


Con la
Perdonanza 2018 la ricostruita basilica di Santa Maria di Collemaggio ridiviene centrale per l’accensione del tripode sulla sua torre chiesastica. Due mesi prima la basilica teatro della sua prima messa da Cardinale, l’arcivescovo Giuseppe Petrocchi, assieme al suo eminente collega João Braz de Aviz aprono la Porta Santa: la prima volta, in 724 anni, due porporati con mandato papale a dischiudere la prospettiva reale del dono celestiniano di riconciliazione al mondo. Al di là delle occasioni d’analisi e confronto sulla Perdonanza antica e moderna, insieme alla Indulgenza da lucrare, occorre l’impegno concreto per la conversione, se si vuole essere persone in rinnovamento, come un po’ la storia aquilana, nei secoli, all’insegna dei valori di pace, solidarietà e riconciliazione.

*storico

LA PERDONANZA CELESTINIANA: UNA FESTA DELLO SPIRITO

 

LA PERDONANZA CELESTINIANA: UNA FESTA DELLO SPIRITO

Dai Vespri del 28 agosto a quelli del 29, nella Basilica di Collemaggio in L’Aquila, il primo Giubileo della storia

di Giuseppe Lalli

L’AQUILA – Il 28 agosto, come tutti gli anni dal 1294, all’Aquila, la nostra stupenda città “di fondazione”, fondata cioè con il concorso dei Castelli vicini, che mantennero – circostanza storica forse più unica che rara – una loro traccia fuori e dentro le mura urbane, si celebra la Perdonanza Celestiniana. Si tratta di un evento eminentemente spirituale, una sorta di giubileo permanente voluto dal genio cristiano di un eremita, Pietro da Morrone, diventato papa con il nome di Celestino V ed incoronato, per sua volontà, nella suggestiva chiesa di Santa Maria di Collemaggio.

Fu pontefice per pochi mesi, ma che importa? La Bolla del Perdono regalata alla sua città e al mondo (autentica benedizione “urbi et orbi”) basta da sola a qualificare un pontificato e a dare il senso di uno stile di governo delle anime. Forse non tutti sanno che l’eremita del Morrone, dopo la sua morte, per diventare “San Pietro Celestino” dovette subire ben due processi canonici. Nel primo, concluso nel 1313, si intese accertare la sua santità fino alla vigilia della elezione a papa; mentre nel secondo processo, avvenuto all’inizio del XVII secolo, si prese in esame la sua vita a partire dall’elezione a papa e dalle sue dimissioni e fino alla morte.


Insomma, dapprima fu solo “San Pietro da Morrone” e fu dichiarato “confessore”, cioè testimone eroico della fede, ma non “martire”, come avrebbe voluto il suo antico protettore
Filippo il Bello re di Francia, che desiderava, in odio a papa Bonifacio VIII e alla sua politica, che si considerasse martirio ciò che Celestino, recluso in una cella del castello di Fumone, dove morì il 19 maggio 1296, aveva subìto ad opera del suo successore e dei suoi sgherri.


Solo molto tempo dopo – dovranno trascorrere ben tre secoli – diventò per la Chiesa anche “San Celestino V”. Si ha l’impressione che gli uomini di Chiesa, che spesso sono anche uomini di mondo, guardassero con sospetto alle dimissioni da papa, giudicate forse incompatibili con l’alta missione del pontificato. E’ successo anche ai nostri giorni – sia pure con una visione esattamente opposta a quella dei giudici di
Celestino – con un altro papa, lontano successore, ed emulo, di Pietro da Morrone, dapprima etichettato da una stampa superficiale come “reazionario”, e poi, all’indomani delle sue dimissioni, riabilitato dalla stessa stampa come “rivoluzionario”.

E’ la prova che il Cristianesimo, per chi voglia prenderlo sul serio, sfugge alle sole categorie di giudizio umane, essendo un misterioso intreccio di storia sacra e di storia profana, di verità divine e di verità umane. Il Cristianesimo è la sola religione che parla di un Dio che si è incarnato, di un’eternità che si è immersa nella storia degli uomini, e quindi aperta a tutte le possibili incrostazioni.


L’affascinante figura di
Pietro Celestino ha molto da insegnare anche agli uomini di oggi. Le cronache del tempo ci dicono che, come avveniva per tutti i solitari dello spirito, più egli si ritraeva dal consorzio umano, più le persone lo cercavano. Ricorrevano alla sua guida e al suo consiglio anche uomini potenti. Non si spiegherebbe altrimenti la fama che aveva acquistato ben al di là della cerchia dei suoi religiosi e la conoscenza che aveva degli odi tremendi che attrraversavano le comunità cittadine.

Da qui il suo messaggio di riconciliazione e di perdono, che non si capirebbe senza altre due verità che il Cristianesimo propone agli uomini: la Comunione dei Santi (la solidarietà nella Grazia che unisce i seguaci di Gesù Cristo in Cielo e in Terra) e il Giudizio Universale, dove, secondo il Vangelo, sarà Dio a giudicare la storia e non la storia a giudicare Dio (e ne vedremo delle belle…). La Perdonanza Celestiniana è un evento spirituale, dunque, con una valenza tanto profonda da oscurare le chiacchiere di chi, anche nella nostra città, ha molto da ridire e assai poco da insegnare. 

IL 4 AGOSTO, NELLA CHIESA DI PETTINO, 50° DI SACERDOZIO DEL NUNZIO MONS. ORLANDO ANTONINI

 

27 luglio 2018

IL 4 AGOSTO, NELLA CHIESA DI PETTINO, 50° DI SACERDOZIO DEL NUNZIO MONS. ORLANDO ANTONINI

Celebrerà insieme a P. Carmine Serpetti, con il quale fu ordinato da Mons. Stella il 29 giugno 1968

di Goffredo Palmerini

L’AQUILA – Mons. Orlando Antonini, Nunzio apostolico, il 4 agosto alle ore 18:30, nella Chiesa di San Francesco a Pettino, festeggerà il suo 50° di Sacerdozio presiedendo la celebrazione eucaristica, concelebrante, tra gli altri, Padre Carmine Serpetti, il francescano insieme al quale il 29 giugno 1968 egli venne ordinato dall’Arcivescovo Costantino Stella, nella Chiesa abbaziale di Arischia. La significativa ricorrenza, in un primo tempo prevista per il 29 giugno scorso, è stata dilazionata al 4 agosto perché nel frattempo diventata concomitante con le cerimonie in San Pietro, il 28 e 29 giugno scorsi, per la creazione dei nuovi Cardinali da papa Francesco, tra i quali l’arcivescovo dell’Aquila, Card. Giuseppe Petrocchi. In una cronaca di 50 anni fa, apparsa sul settimanale diocesano Voce Amica, viene sottolineato come l’arcivescovo Mons. Stella nella sua omelia richiamasse il significato dell’ordinazione dei due sacerdoti nel giorno dei Santi Pietro e Paolo, esortandoli ad iniziare la loro nuova vita “…con grande fede, alla luce della santità e del martirio dei due gloriosi Principi degli Apostoli”.

L’articolo riporta, oltre la notizia della grande partecipazione delle due comunità di Villa Sant’Angelo e Arischia, paesi natali dei due sacerdoti, anche le presenze della chiesa aquilana accanto all’arcivescovo, nel suggestivo rito dell’ordinazione presbiterale. Nomi che per gli aquilani di una certa età rievocano davvero un’epoca: l’arcidiacono Mons. Mario Durante, i canonici Mons. Gustavo Cinque e Mons. Alfredo Orpelli, il parroco di Arischia, don Giovanni D’Eramo, il parroco di Villa Sant’Angelo, don Serafino Del Giudice. E ancora don Mario Ciocca, arciprete di Cittaducale (allora diocesi dell’Aquila) e già parroco di Villa Sant’Angelo e P. Giacinto Marinangeli, Provinciale dei Frati minori d’Abruzzo, insieme a numerosi confratelli di Padre Carmine dei conventi di San Giuliano, a L’Aquila, e Lanciano, in particolare P. Ludovico Aureli, con tanti giovani studenti delle famiglie minoritiche. Insufficiente a contenere tutti i fedeli accorsi, la chiesa parrocchiale San Benedetto di Arischia, fu scelta tuttavia per consentire alla madre malata di Padre Carmine di poter assistere alla cerimonia di ordinazione del figlio.

Don Orlando, giovane prete 23enne (nato a Villa Sant’Angelo il 15 ottobre 1944, allora frazione di San Demetrio ne’ Vestini), viene subito nominato vice Rettore al Seminario dell’Aquila, mentre nel 1970 gli vengono affidate per il servizio pastorale le Parrocchie di San Martino e S. Maria ab Extra, a Picenze, dove opera fino al 1976. Erano ricchi di novità e fermenti quegli anni post Concilio Vaticano II, nelle importanti fasi di rinnovamento della Chiesa avviato con il Concilio da Giovanni XXIII e concluso da Paolo VI, non solo nei cambiamenti dei riti liturgici – con la Messa e le altre funzioni non più in latino – ma anche nell’attenzione ai temi sociali, all’apertura alla mondialità e al dialogo, al sapere scrutare e cogliere “il segno dei tempi”, nello spirito dell’insegnamento giovanneo. Con buona lena don Orlando da subito opera nelle parrocchie che gli sono affidate, avendo come punti di riferimento i principii del Concilio, di una Chiesa autentica, lontana dai privilegi, povera e attenta agli ultimi. In questo anche riducendo all’essenziale le forme, che abbandonavano rituali talvolta ridondanti. Peraltro segnando una significativa novità, come la condivisione collaborativa con altri 5 parroci – don Natale Chelli, don Alfredo Cantalini, don Domenico Marcocci, don Lucio Antonucci, don Ruggero Gallo –con i quali c’è comunione nella preghiera e nelle iniziative, in primis nel non avanzare richieste di offerte per i servizi religiosi: Messe, funerali, matrimoni e così di seguito. Una “rivoluzione” che, per quanto in linea con le riforme del Concilio, qualche insofferenza all’epoca destò e anche un qualche clamore, quando i sei giovani preti decidono che, per il loro sostentamento non affidato alle “entrate” dai servizi religiosi, debbano cercarsi un lavoro, compatibile con il loro ministero sacerdotale.

E’ così che don Orlando trova occupazione, presso la Piccola Opera Caritas di Padre Serafino Colangeli, che assiste ragazzi disagiati o portatori di handicap, allora sistemati in un’ala del Convento dei Frati minori di Paganica. Vi lavora quasi tre anni, addetto alla Segreteria, con significativa efficienza organizzativa e con una spiccata sensibilità “sindacale”, nel senso di promuovere la stipula di contratti al personale, fino ad allora retribuiti senza un criterio uniforme, dando regole certe sia riguardo le competenze nel lavoro che nel corrispettivo per le prestazioni. E tuttavia, questa specie di “rivoluzione” che negli anni si andava consolidando, determinando nel clero della diocesi discussioni e qualche malumore che invocava severi provvedimenti, alla fine trova nella saggezza e nella mitezza del nuovo arcivescovo dell’Aquila, Mons. Carlo Martini, piacentino, per molti anni Nunzio apostolico in diversi Paesi del mondo, la chiave giusta per rasserenare l’ambiente, operando nei confronti dei 6 sacerdoti scelte che valorizzino i loro carismi – hanno tutti dato prova di talento e qualità nella vita pastorale e nei compiti affidati – , piuttosto che reprimerne le potenzialità. In particolare verso don Orlando, la scelta di Mons. Martini è illuminata, avviandolo nel 1976 alla Pontificia Accademia Ecclesiastica a Roma, dove si formano i diplomatici della Santa Sede. Là don Orlando ha seguito i corsi di studi giuridici, di diplomazia e di lingue straniere, fino al marzo del 1980. Completati gli studi accademici, inizia in quegli anni la lunga e impegnativa sequela di servizio nelle Nunziature apostoliche, dapprima come Segretario poi come Consigliere, che arricchiscono il suo bagaglio di esperienze in diversi e delicati scacchieri del mondo.

Dapprima (1980 – 1981) in Bangladesh, dove fa una prima esperienza in un Paese a grande maggioranza di religione mussulmana, dove viene a contatto anche con la cultura indù. Poi in Madagascar (1981 – 1984), paese africano speciale, perché la sua popolazione è di antica ascendenza indonesiana, ormai quasi tutto cristiano con una Chiesa molto viva e organizzata, soprattutto nel laicato. Dal 1984 al 1987 è in Siria, dove compie un’altra esperienza in una nazione a forte impronta mussulmana, ma con ancora una presenza cristiana dei primi secoli molto diversificata, ricca d’un patrimonio architettonico e artistico rilevante, che va da prima di Cristo all’epoca romana, al periodo cristiano prima dell’invasione araba, all’epoca islamica, alla parentesi crociata.

Dal 1987 al 1990, è destinato in Cile, dove collabora con il Nunzio Mons. Angelo Sodano, vivendo insieme alla Chiesa locale la difficile transizione dalla dittatura di Pinochet alla democrazia. Dal 1990 al 1993 è inviato in Olanda, paese europeo moderno e eccellentemente organizzato, ma che dal punto di vista religioso potrebbe definirsi postcristiano. Dal 1993 al 1995 è a Parigi, dove interagisce con la ricchezza culturale e artistica francese. Qui si premura anche, con accurate ricerche in archivi e biblioteche, di recuperare importanti manoscritti su Celestino V e sull’ordine dei Celestini, poi riportati in una sua pubblicazione. Nel 1995 e fino al 1999 rientra a Roma, presso la Segreteria di Stato, dove collabora con Mons. Jean-Louis Tauran e dove viene incaricato di seguire gli affari dei paesi del Centro America, tra cui Cuba. Proprio riguardo al paese caraibico lavora alla preparazione dello storico viaggio di Giovanni Paolo II, nel 1998, al quale partecipa a seguito del Papa, così incontrando Fidel Castro e le personalità del regime.

Nel luglio 1999 Giovanni Paolo II lo nomina Nunzio Apostolico in Zambia e in Malawi, al contempo elevandolo alla dignità di Arcivescovo. In questi paesi africani poveri può dispiegare la sua missione diplomatica, religiosa e di promozione umana, avviando con aiuti e donazioni dall’Italia la realizzazione di vari progetti sanitari e di sviluppo. Peraltro, ha dovuto seguire la delicata questione, assai problematica, riguardante l’arcivescovo Emmanuel Milingo, con le diverse vicende nelle quali quel presule è stato invischiato. Nel 2006 papa Benedetto XVI lo invia in Paraguay, dove si trova a dover gestire lo spinoso caso del vescovo Fernando Lugo il quale, abbandonato il ministero sacro ed entrato in politica, nel 2008 viene eletto Presidente della Repubblica. Infine, nel 2009, la nomina alla guida della Nunziatura apostolica di Belgrado, in Serbia, dove è impegnato a seguire i difficili problemi di una piccola Chiesa cattolica plurietnica e gli altrettanto complessi rapporti con la Chiesa serbo-ortodossa.

Vi rimane fino al 2015, quando, per sopraggiunti motivi di salute, rientra in Italia, chiede ed ottiene di vivere nella diocesi aquilana, nella sua Villa Sant’Angelo, dove ora vive in un MAP come ancora la maggior parte della sua gente fino a quando non verrà ricostruita la sua abitazione nel centro storico, prestando la sua collaborazione pastorale, quando occorre, alla Segreteria di Stato, all’Arcivescovo e al Parroco. Ancor più si dedica agli studi e alle ricerche che sempre l’hanno appassionato, sull’architettura religiosa e urbana. Una passione coltivata durante tutti gli anni del servizio diplomatico, lavorando di notte sui documenti e sugli appunti raccolti nelle brevi vacanze a L’Aquila. In questa maniera sono nati testi di architettura sacra all’Aquila e nei paesi del Comitatus Aquilanus, come pure di storia locale connessa all’architettura urbana, diventati un vero punto di riferimento per studiosi e per chiunque voglia interessarsi di tali discipline. Lungo sarebbe l’elenco delle pubblicazioni edite – libri, saggi, articoli – un corpus di assoluto rilievo scientifico e culturale, cui si sono aggiunti dopo il terremoto del 2009 altri importanti volumi che postulano una ricostruzione post sismica al meglio della qualità delle architetture, con un imprescindibile riferimento alla Bellezza, di per sé cespite su cui investire per un turismo culturale e per il futuro economico dell’Aquila e del suo antico territorio.

Grande attesa, dunque, per questo 50° di Sacerdozio di Mons. Antonini e P. Carmine. L’ampia chiesa di San Francesco ed il vasto piazzale esterno potranno accogliere tanta gente di fedeli, parenti e amici per questa festa della Chiesa aquilana e dei Frati Minori d’Abruzzo. Numerosi anche amici ed ospiti da fuori regione che verranno a salutare Mons. Orlando Antonini e P. Carmine Serpetti, in una celebrazione che rinnoverà le promesse di un sacerdozio fecondo, al servizio dell’intera comunità aquilana. Intanto domenica prossima, 29 luglio, ad un mese esatto dalla data di ordinazione, don Orlando verrà festeggiato dalla sua comunità parrocchiale di origine, Villa Sant’Angelo, con una solenne Concelebrazione Eucaristica all’aperto, alle ore 18:30, nella piazza del paese, le cui quinte edilizie sono già quasi tutte ricostruite, a simbolo ed augurio, appunto, di resurrezione per tutto il martoriato borgo, che dopo Onna, ha patito il maggior numero di morti (17) e le maggiori distruzioni. L’auspicio maggiore era di vedere avviati i lavori di ricostruzione anche della quinta Nord dove sorge la chiesa parrocchiale: di essa è pronto il progetto, ma l’allucinante  burocrazia che sta frenando la ricostruzione pubblica non la manda ancora in gara. Infine, quando riaprirà – a Dio piacendo, e alla burocrazia – anche la chiesa parrocchiale di Arischia, don Orlando e P. Carmine potranno festeggiare il loro Giubileo d’oro proprio nell’edificio sacro che vide la cerimonia della loro ordinazione sacerdotale, in quel lontano 29 giugno del 1968.

Il cardinale Pietro Maffi in libreria

 

4

Giugno 2018, quarto titolo per la collana di letteratura della casa editrice Divergenze, Gli sparvieri è un’opera narrativa di Pietro Maffi, pubblicata in origine come romanzo d’appendice sul giornale pavese Il Ticino, nel 1898. Abitudini, fatiche, gioie e tragedie di Ballino (Corteolona), un paese che è tutti i paesi italiani di fine Ottocento, ritratto manzoniano di una società e un ambiente irripetibili.

Tratta da un evento realmente accaduto, e rielaborato con licenza narrativa, è una storia priva di nostalgie e di compiacimenti illanguiditi dal tempo, che non concede una riga alla retorica di “quanto eravamo belli” – perché lo siamo stati, ma senza rendercene conto. E quel candore semplice e ingenuo l’abbiamo perduto.

In bilico fra la ricostruzione oggettiva e il bozzettismo (memorabile il tragicomico dottor Fasolari), il Maffi compie una piccola Recherche in ambito padano: contadini, preti, genti dal mestiere antico e bie­chi intriganti, personaggi di una geografia che per citare Piero Chiara, va cercata «dove si trovano tutti i luoghi immaginari nei quali si svolge la favola della vita».

Apparato critico e ricerca archivistica a cura di Lorenzo Campanella, con una nota di Alessandro Buroni.

Pietro Maffi nasce il 12 ottobre del 1858 a Corteolona, un centro della bassa padana noto per essere stato residenza di re Franchi e Longobardi, da cui Lotario I emanò il capitolare che diede origine al futuro ateneo di Pavia. Bibliofilo, giornalista, letterato, divulgatore di scienze astronomiche e meteorolo­giche, studioso di sismologia, fondatore della «Rivista di Fisica, Matematica e Scienze naturali», di «Vi­ta Nova» e del quotidiano cattolico «Il Messaggero toscano», promotore della prima cattedra di Sociologia in un seminario, prima sacerdote e poi arcivescovo di Pisa, dopo la nomina da parte di Pio X diventa il cardinale scienziato, figura leggendaria nel dialogo tra scienza e fede. La sua opera Nei cieli: pagine di astronomia popolare esaurisce due edizioni e viene ristampata più volte. Gli astri, su di lui, esercitano un effetto magnetico. La curiosità per l’universo e i suoi misteri lo spinge a studiarne a fondo il fenomeno e la traiettoria delle stelle cadenti. Realizza, così, il globo meteoroscopico, che riproduce nei dettagli e illumina dall’in­terno come fosse un cielo in miniatura, e di cui un esemplare è presentato alla Esposizione Universale di Parigi del 1900. Membro della Société Astronomique de France, della Associazione meteorologica e della Società astronomica italiana, dell’Accademia pontificia dei Nuovi Lincei, dal 1904 è presidente della Specola vaticana. L’amore per i libri lo porta a creare la Biblioteca Maffi di Pisa, un’autentica istituzione culturale che conserva oltre cinquantamila volumi, manoscritti, incunaboli e altri testi rari.

Tra il 1894 e il 1898, sulle pagine de «Il Ticino», firma due romanzi d’appendice: Fior che muore, novella di stampo educativo, quindi Gli sparvieri, che oltre a ritrarre il paese di Corteolona nei suoi scorci più caratteristici e negli abitanti, si rivela una commedia manzoniana brillante, carica di umorismo e spaccati di umanità perduta. Ritenuto papabile nei conclavi del 1914 e del 1922, muore a Pisa il 17 Marzo del 1931.

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CRISTO, UOMO DEL SUD – Cristologia del Sud del Mondo

 

CRISTO, UOMO DEL SUD

Cristologia del Sud del Mondo

di Mario Setta

Che Gesù di Nazareth, storicamente, sia “meridionale” è un dato anagrafico. Così, perlomeno, osservando la geografia fisica della parte alta dell’emisfero boreale. Ma, se l’osservazione prende in considerazione l’intera metà dell’emisfero Nord, la Palestina si colloca sostanzialmente al centro dell’emisfero e quindi Cristo è, storicamente, “centrale”. Non è facile dire quale influenza possa aver avuto sulla persona di Gesù il luogo di nascita, di formazione, di attività. Ma non andrebbe sottovalutato.

Adamo, il primo uomo, nasce nell’Eden. Cristo, secondo Adamo, nasce sulla terra. Questa. Mentre dell’Eden sappiamo ben poco e quel poco è leggenda, di questa terra sappiamo molto, anche se ancora troppo oscuramente. Ciò che ci lega a Cristo è l’aspetto della “terrenità”. O, ancora di più, della comune umanità. Ed è per questo che Gesù non si definisce mai esplicitamente “Figlio di Dio”, ma ripetutamente “Figlio dell’Uomo”: 69 volte nei Vangeli sinottici (Mt 8,20 “il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”; Mc 2,28 “il Figlio dell’Uomo è signore del Sabato”) e 13 volte nel vangelo di Giovanni (3,14 “…così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo”). Totale 82 volte “Figlio dell’Uomo” e 20 “Figlio di Dio”.

Quest’ultima determinazione della figura di Gesù, nel Nuovo Testamento, viene descritta per metterne in risalto la trascendenza, e “Figlio dell’Uomo” per caratterizzarne l’immanenza, la storicità. Dicendo “Gesù fu un grande uomo”, e ripetendo spesso la frase di Agostino “Per essere uomini bisogna essere più che uomini”, Ignazio Ellacurìa, assassinato con altri confratelli all’Università di El Salvador il 16 novembre 1989, intendeva sottolineare la grandezza dell’Umanità-Crocifissa, risorta con Cristo: “la speranza del trionfo, che deve avere carattere pubblico e storico è in relazione con l’instaurazione del diritto e della giustizia” (cfr. “Il popolo crocifisso”).

Cristo è quindi totalità di trascendenza e immanenza, divinità e umanità, cielo e terra. Ma, storicamente e umanamente, il modello che meglio si attaglia agli uomini è “Figlio dell’Uomo”. L’Uomo, come individuo e come società, perché nella Sacra Scrittura “Figlio dell’Uomo” è applicato sia ad un individuo che alla società. Per questo la “buona notizia” (eu-anghelos = evangelo) è Cristo stesso, persona e messaggio. Logos e Regno di Dio. Cristo è il Logos, la Parola (Gv 1,14 “la Parola si fece carne e ha posto la tenda in mezzo a noi”, come i nomadi nel deserto). Logos che diventa Sarx (carne), per essere partecipe della debolezza umana, del mondo del peccato, dell’anti-regno in modo che diventi “regno dei cieli”, “regno di Dio” qui, sulla terra.

La Parola di Dio è Gesù, il “servo di Yawé”, descritto ampiamente nel libro del profeta Isaia: “Proclamerà il diritto con fermezza, non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra” (42,3-4). Nel Vangelo di Giovanni la figura del “servo sofferente” è ricordata molto spesso. Purtroppo nei primi secoli del cristianesimo il titolo di “servo” (figlio dell’uomo) viene posto in ombra per dare importanza al trionfo della resurrezione e quindi al “Figlio di Dio”.

Tutto lo sforzo, teologico e pastorale, dei rappresentanti della teologia della liberazione, nata e affermatasi nel Sud America, è stato indirizzato a presentare il volto umano di Cristo. Uno sforzo che spesso ha implicato il martirio con “effusione di sangue” (Rutilio Grande assassinato il 12 marzo 1977, Oscar Romero assassinato durante la Messa il 24 marzo 1980, Ignazio Ellacuria, ecc.) da parte del potere politico o la condanna da parte del potere religioso cattolico, come la “Notificatio” contro Jon Sobrino approvata da Benedetto XVI il 13 ottobre 2006. “E’ urgente recuperare, soprattutto nel Terzo Mondo, – scrive Sobrino – il rapporto Figlio-Servo, poiché sarebbe triste che in un mondo crocifisso non si usasse e non dicesse nulla il titolo di Cristo che più gli somiglia”. E ancora: “Bisogna presentarlo nella sua capacità di umanizzazione, essere voce dei senza voce contro quelli che hanno troppa voce”.

“Per me, – scrive Leonardo Boff – la cosa più importante che si è detta di Gesù nel Nuovo Testamento non è tanto che egli è Figlio di Dio, Messia, ma che è passato per il mondo facendo il bene, guarendo alcuni e consolando altri. Quanto mi piacerebbe che si dicesse questo di tutti e anche di me”. Cristologia è far memoria di Cristo, coinvolgendo ogni persona, senza forzarla. La memoria di Cristo è “rivoluzionaria”, per sua natura, perché è memoria di un crocifisso. “Cristo – scrive Rutilio Grande – volle significare il regno in una cena… La celebrò la vigilia del suo impegno totale… Era il memoriale… Un pasto condiviso nella fraternità, nel quale tutti abbiano il proprio posto e il proprio luogo.”

Papa Francesco, che conosce persone e tematiche teologiche del Sud del Mondo, appare come un fratello. Un papa povero a servizio di tutti i poveri del mondo. Un papa umano. Finalmente.

 

I NUOVI CARDINALI E L’OMELIA DI PAPA FRANCESCO

 

I NUOVI CARDINALI E L’OMELIA DI PAPA FRANCESCO

                                                      

di Giuseppe Lalli

                              

           

L’AQUILA – Giovedì 28 giugno a salutare Giuseppe Petrocchi, arvivescovo dell’Aquila nominato cardinale da Papa Francesco, c’erano diverse centinaia di aquilani. La maggior parte di essi erano partiti la mattina a bordo di sei pullman. Si respirava, alla partenza e a bordo degli autobus, un clima di festa. Non era solo l’omaggio dei fedeli al pastore della Chiesa aquilana, c’era qualcos’altro. Si palpava un’atmosfera di serenità, quasi di gioia discreta, che faceva tollerare anche qualche inevitabile disagio. Dopo una lunga attesa e una lunga fila, il popolo dei cappellini verdi (era questo il distintivo dei fedeli aquilani) si è seduto nella navata centrale della grande basilica di San Pietro. Di lì a poco ha avuto inizio la cerimonia del Concistoro.

In quel tempio unico al mondo, dove la storia millenaria e l’arte sublime si inseguono, e dove tutto concorre al bello e al buono, tra le porpore dei cardinali vecchi e nuovi che poco prima avevano fatto il loro ingresso incedendo nella navata centrale come un piccolo fiume rosso lento, solenne e rassicurante, è risuonata la voce di Papa Francesco, voce un po’ stanca ma ferma, e con il solito timbro di originale freschezza. Tre frasi, chiare e penetranti, mi sono parse altrettante staffilate tirate contro la mentalità dominante. Ha ammonito, con parole rivolte a tutti, contro “la ricerca dei primi posti, le gelosie, invidie, intrighi, aggiustamenti e accordi, secondo una logica che logora e corrode da dentro i rapporti umani, provocando discussioni sterili”, e che sono da respingere anche solo in una prospettiva di igiene mentale.

Ha poi proseguito dicendo che l’unica autorità credibile è quella di chi si mette al servizio degli altri e soprattutto dei più feriti dalla vita. Ha detto infine, con parole semplici e folgoranti: “Nessuno di noi deve guardare gli altri dall’alto in basso. Possiamo guardare così una persona solo quando la aiutiamo ad alzarsi”. Questa frase, pronunciata nel cuore della cristianità, esprime amore e umiltà, due cose che vanno sempre insieme. Sono parole che valgono da sole un intero trattato di teologia morale e che ci invitano ad un profondo esame di coscienza. E’ una di quelle lezioni che, in questa nostra società dai rapporti umani sempre più rarefatti e spesso improntati al più raggelante snobismo del “Lei non sa chi sono io…”, non si ascoltano da nessuna cattedra.

Ha concluso la sua appassionata esortazione rivendicando come modello alto Giovanni XXIII, quel “papa buono” che ringraziava Dio per avergli concesso la povertà, di spirito e reale, che lo aveva aiutato – incomprensibile paradosso per la mentalità corrente – a non chiedere mai nulla (né posti, né denari, né favori) per sé, né per i suoi amici o parenti. Agisce, nel pensiero di questo papa, quel talento spirituale che sa andare diritto al cuore delle cose, come capita di leggere spesso ne “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, quel gran libro che non a caso Bergoglio ha confidato di tenere sempre a fianco a sé sul comodino del letto.

Viene da pensare ad un altro prete che si rifaceva alla ruvida chiarezza evangelica, Don Tonino Bello, di cui è in corso la causa di beatificazione, che amava ripetere che Gesù ha usato un solo paramento: il grembiule con il quale il Giovedì Santo ha asciugato i piedi degli apostoli. Il Cristianesimo, in fondo, è semplice. Siamo noi cristiani che spesso lo abbiamo complicato. Francesco ci ricorda che prima dobbiamo chinarci sul prossimo che soffre, poi possiamo parlargli di Dio. L’amore brucia tutte le tappe.

Morire di speranza: Preghiera ecumenica in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l’Europa

 

 

ACLI, Agenzia Scalabriniana Cooperazione allo Sviluppo, Caritas Italiana, Centro Astalli, Comunità Giovanni XXIII, Comunità Sant’Egidio, Fondazione Migrantes,

Federazione Chiese Evangeliche in Italia

 

Morire di speranza

Preghiera ecumenica in memoria di quanti

perdono la vita nei viaggi verso l’Europa

 

presieduta da

S.E. Mons. Marcello Semeraro

Segretario del Consiglio dei Cardinali

Basilica Santa Maria in Trastevere

Piazza Santa Maria in Trastevere – Roma

Giovedì 21 giugno 2018 • ore 18.00

 

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2018 ACLI, Associazione Centro Astalli, Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione da oltre 13 anni, organizzano una veglia ecumenica in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa a cui partecipano comunità e associazioni di immigrati, rifugiati e organizzazioni di volontariato.

Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa oltre 36.000 persone. Nel 2017 sono stati 3.139 i migranti morti nel Mediterraneo mentre tentavano di raggiungere l’Europa via mare, con una media di quasi 10 morti al giorno. E il 2018 purtroppo si mostra altrettanto agghiacciante: da gennaio ad oggi risultano morte 802 persone.

Il dato è aggiornato al 19 giugno 2018 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 27 anni. Ma i numeri reali potrebbero essere molto più grandi. Nessuno sa quanti siano i naufragi di cui non abbiamo mai avuto notizia.

Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka, si chiedono da anni che fine abbiano fatto i loro figli partiti per l’Europa e mai più tornati. Ai naufragi nel Mediterraneo si vanno ad aggiungere i viaggi che finiscono tragicamente nel Sahara, i rimpatri forzati a cui corrisponde spesso la morte in carceri disumane, e non ultimi, episodi di violenza contro i migranti che si verificano nei paesi di transito e alle frontiere.

La preghiera “Morire di speranza” è promossa per non dimenticare la speranza di tante persone e la sofferenza di chi cerca protezione in Europa; per non rassegnarsi o assuefarsi alle tragedie ma impegnarsi per un mondo più umano e giusto. Desideriamo inoltre chiedere ai governi, ai legislatori e alla comunità europea di porre in essere ogni sforzo per proteggere i profughi e salvaguardare la vita e la dignità dei migranti. Aprire vie legali per chi ha diritto di chiedere asilo, attivare programmi adeguati di reinsediamento per i rifugiati e stabilire quote d’ingresso per i lavoratori stranieri sono misure non derogabili per governare il complesso fenomeno delle migrazioni e rendere le nostre società più inclusive e per questo sicure.

Roma, 19 Giugno 2018

L’AQUILA E I SUOI CITTADINI: IL 6 APRILE 2009, OGGI E DOMANI – Le riflessioni dell’arcivescovo, Mons. Giuseppe Petrocchi, che il 28 giugno sarà Cardinale

 

17 giugno 2018

L’Aquila e i suoi cittadini: il 6 aprile 2009, oggi e domani

Le riflessioni dell’arcivescovo, Mons. Giuseppe Petrocchi, che il 28 giugno sarà Cardinale

di Goffredo Palmerini

 

L’AQUILA – Non si attenua ancora l’emozione suscitata nella Chiesa aquilana e nell’intera comunità diocesana dalla notizia della prossima elevazione alla dignità cardinalizia dell’arcivescovo dell’Aquila, Mons. Giuseppe Petrocchi. Anzi, l’emozione sta man mano crescendo in vista del 28 giugno prossimo, quando si terrà il Concistoro con la creazione dei 14 nuovi Cardinali, e il 29 per la Messa del Papa con i nuovi porporati in Vaticano. Del tutto inatteso l’annuncio che papa Francesco, con il consueto tratto di semplicità e naturalezza, ha dato il 20 maggio scorso durante l’Angelus ai tanti fedeli presenti in Piazza San Pietro, rimbalzato in Italia e nel mondo grazie alla diretta televisiva, comunicando la creazione di 14 nuovi Cardinali nel Concistoro già fissato per la Festività dei Santi Pietro e Paolo.

Inatteso l’annuncio, sorpresa per le nomine, come ormai da tempo papa Francesco ci ha abituato, rompendo costumi e consolidate tradizioni nell’attribuzione della porpora cardinalizia. Mai scelte scontate. Ogni gesto e ogni decisione di questo Pontefice vanno colti nel loro peso specifico, che costantemente sembra incarnare quella che san Giovanni Paolo II chiamava “opzione preferenziale per i poveri” (Sollicitudo rei socialis, n. 42), con uno sguardo rivolto agli ultimi, alle frontiere delle periferie e della sofferenza. Ecco perché le sue scelte quasi sempre risultano imprevedibili, sorprendenti, controcorrente.

Come felicemente sorprendente, appunto, è stato l’annuncio della nomina cardinalizia di Mons. Petrocchi, il quale, per sua stessa ammissione, in un primo momento stentava a crederci e ci ha sorriso sopra, pensando che l’interlocutore trafelato, il quale tentava di dargli la lieta notizia, volesse scherzare. Nessuno scherzo, ma una scelta, quella di papa Francesco, che con il passare delle ore e dei giorni appare pienamente nella sua grande dimensione spirituale e umana: verso Mons. Petrocchi e verso L’Aquila. E così la nomina a Cardinale dell’Arcivescovo dell’Aquila è apparsa nella pienezza del suo significato: riconoscimento dei valori del Pastore, poi anche quale straordinario “dono” alla città e ai centri colpiti dal sisma. Un segno dell’attenzione premurosa del Santo Padre verso le sofferenze delle popolazioni dell’aquilano, squassate dai terremoti del 2009 e del 2016.

Mons. Petrocchi ha raccolto nel 2013 la guida della Chiesa aquilana nel momento forse il più difficile della storia della diocesi e della città capoluogo, con le drammatiche ferite materiali e morali inferte dal terremoto del 6 aprile del 2009. Una prova pastorale che l’ha impegnato e lo cimenta ogni giorno, non solo al pensiero della ricostruzione dei luoghi di culto – quasi il 90% delle chiese della diocesi il terremoto del 2009 ha distrutto o reso inagibili – quanto soprattutto alla consapevolezza che occorre ricostruire la dimensione spirituale e sociale della comunità, lacerata dalle conseguenze del sisma. Ricostruire, insomma, la dimensione integrale di una comunità che è sì certamente mirata alla riedificazione di case, chiese, monumenti, uffici, la qual cosa, nei suoi tempi alterni, va comunque procedendo.

Tuttavia, ben più importante è la ricostruzione del senso stesso di comunità di un popolo aquilano che si deve riappropriare in pieno della propria identità civile, della speranza, del suo futuro. Specialmente se si guarda alle giovani generazioni, questa è la missione prioritaria, inderogabile. Questa, infatti, la preoccupazione quotidiana dell’arcivescovo Petrocchi sin dal suo primo giorno all’Aquila, con l’impegno pastorale assiduo, tanto intenso e operoso quanto discreto e lontano dalle esposizioni mediatiche. Un impegno pastorale duale: attenzione alla rinascita materiale della città e più ancora alla rinascita morale e sociale, con l’occhio di chi ha consuetudine ad osservare ed analizzare i problemi dell’anima e dell’animo umano – Mons. Petrocchi è psicologo e psicoterapeuta. Di questo particolare aspetto, che attiene alla ricostruzione di una comunità matura d’un umanesimo integrale e d’una coesione sociale profonda che abbia a cuore le generazioni presenti e future, vogliamo parlare con Mons. Petrocchi, in questa conversazione, partendo dall’intensità delle sue riflessioni espresse due mesi fa in occasione del nono anniversario del terremoto.

Intanto, Mons. Petrocchi, qual è stato il suo primo pensiero nell’apprendere la notizia che papa Francesco ha pensato a Lei come uno dei 14 nuovi Cardinali?

«A me è apparso subito che questa nomina sia segno di un’attenzione speciale che Papa Francesco riserva a questa comunità ecclesiale e alla città dell’Aquila. Una città simbolo della sofferenza, delle attese e della speranza che unisce tutte le popolazioni colpite dalla sequenza dei terremoti che dal 2009 al 2017 hanno martoriato l’Italia Centrale. Dunque è segno di un amore che dà coraggio e apre prospettive di speranza per il futuro. In questo senso, il servizio cui papa Francesco mi chiama vorrei ancor più rivolgerlo alla promozione di una Chiesa missionaria, che si rende prossima agli ultimi, che raggiunge le periferie.»

Ha molto colpito la singolarità del suo messaggio, il 6 aprile scorso, in occasione del nono anniversario del terremoto. Queste le sue prime parole, che sono anche i cardini di una visione di città nuova, di una comunità che si rinnova: “Per la Comunità aquilana questo è il tempo della laboriosità, della ripresa, della saggezza e della prossimità: dimensioni che debbono essere declinate al presente, ma ancora meglio in prospettiva dell’avvenire”. Qual è per lei il futuro possibile per L’Aquila e per la sua comunità, latamente intesa nei suoi Castelli fondatori?

«C’è bisogno non solo di riedificare le devastazioni esterne, ancora visibili, ma di ricomporre le fratture interiori, provocate dal sisma. Infatti, c’è un terremoto che scuote la terra, ma c’è anche il terremoto dell’anima, che ferisce la mente, gli affetti e i rapporti interpersonali. Alcuni dolori sono così acuti e profondi che non possono essere espressi “parlando”: forse la loro manifestazione più immediata e intensa è il grido. Quando è impossibile urlare, queste sofferenze restano “mute”: tuttavia il grido non si azzittisce ma diventa “silenzioso”. Per questo, i primi verbi da coniugare per la ricostruzione non sono “progettare” e “fare”, ma “ascoltare” e “incontrare”: cioè, accogliere i bisogni profondi della gente, per disporli secondo il giusto ordine di priorità, e intensificare la tessitura delle “relazioni convergenti”, che potenziano la coscienza fattiva di essere un’unica famiglia. L’Aquila non va ridisegnata al passato, ma pensata al futuro. Inoltre, L’Aquila che deve “risorgere”, non è solo quella raccolta dentro le mura, ma anche quella esterna: cioè, allargata ai centri limitrofi che l’hanno costruita.»

Lei, Mons. Petrocchi, ha riservato una particolare attenzione alle lacerazioni della dimensione personale degli aquilani, ai sismi dell’anima che tante sofferenze – e patologie – il terremoto ha provocato. Dal suo punto di osservazione, qual è la situazione che vive la città e il territorio del cratere sismico?

«Il sisma del 2009, che ha causato immensi danni e provocato molte vittime, ha conosciuto una sequenza lunga di sciami culminati con i terremoti dell’agosto/ottobre 2016 e del gennaio 2017. Ancora oggi continuano i movimenti di assestamento del suolo, che aumentano l’ansia della gente. Oltre le devastazioni materiali, c’è da sottolineare che le “scosse telluriche” hanno prolungato la loro nefasta azione propagandosi attraverso “onde sussultorie” spirituali, emotive e relazionali, determinando profonde fratture nel vissuto religioso, psicologico, economico e sociale della popolazione. Le vittime del sisma ufficialmente sono 309: ma l’elenco andrebbe rivisto e, purtroppo, aumentato. Infatti, sacerdoti, medici ed esponenti della pubblica amministrazione mi hanno riferito che nei periodi successivi al terremoto molte persone, soprattutto anziane, sono decedute per infarto, per tumore o per malattie riconducibili a sindromi cardiovascolari o a drastiche diminuzioni delle difese immunitarie, causate da forte stress. Questo triste esito viene interpretato, da diversi clinici, come un atteggiamento di “congedo anticipato” dalla vita. Anche i fenomeni di tipo depressivo o di tristezza rassegnata hanno conosciuto, nel territorio, un improvviso e vistoso incremento, come è dimostrato dalla accentuata e anomala crescita nell’uso di psicofarmaci. La gente di montagna, molto dignitosa ma di indole introversa, tende a mantenere “serrati dentro” i sentimenti che prova, correndo il rischio che il dolore scavi solchi interiori e provochi relazioni personali impoverite. In sintesi: il tessuto sociale si è fortemente sfibrato e parcellizzato.»

Quali misure, a suo parere, andrebbero prioritariamente prese per ricostruire il senso della comunità, così essenziale per la rinascita della città?

«Migliaia sono le persone ancora residenti fuori delle loro case. Gran parte della gente che ha subìto questo “trasloco forzato” ha sofferto la perdita di legami affettivi di primaria importanza e si è ritrovata priva degli spazi tradizionali di aggregazione, come anche delle aree che ospitavano consolidate “abitudini” religiose e sociali. Robusto appare anche l’esodo silenzioso di tanti Aquilani che, pur risultando anagraficamente residenti nel territorio, di fatto hanno lasciato l’area del “cratere” per insediarsi nei centri urbani del litorale abruzzese o in altre città. La causa principale di tali spostamenti è da ricercarsi nelle incertezze che gravano sul presente, con il lavoro che manca, con conseguenti ripercussioni per il futuro. Il “tasso di allontanamento” risulta ancora più alto e preoccupante tra i giovani: per questo recentemente ho parlato di una “emorragia generazionale”, ormai in atto, che ci deve allarmare. Risultano accentuate, purtroppo, le fragilità e le spinte disgregative che colpiscono numerosi nuclei famigliari, come pure appaiono in ascesa inquietanti manifestazioni di disagio giovanile, che si esprimono nel disorientamento esistenziale e in diffusi fenomeni di “dissonanza” comportamentale. Appare perciò fondato concludere che, se non si trovano le vie per dare risposte concrete e rapide a queste sfide, nel prossimo futuro il “senso di appartenenza” di molti credenti e cittadini andrà incontro a fenomeni di “atrofia” e di marcata indifferenza e l’esperienza ci insegna che si rivelano refrattari a tentativi tardivi di recupero. Mi auguro, pertanto, che sia ben presente in tutti questa preoccupazione e che ciascuno operi per sanare e risolvere tali “criticità”. La ricostruzione, per essere vera ed efficace, non può quindi contare solo su logiche ingegneristiche ed efficienze tecnico-finanziarie: ha bisogno, prima di tutto, di ritrovare un’anima, munita di intelligenza “profetica” – che sa progettare l’avvenire valorizzando l’esperienza del passato – e dotata di un cuore che pulsi amore, spirituale e civile, capace di creare coesione sociale e cittadinanza attiva. Certamente la ricostruzione dell’Aquila deve garantire anzitutto la sollecita riedificazione delle abitazioni civili, per consentire alla popolazione di ritornare presto a casa, ma anche – e in modo sincronico – deve puntare al restauro delle chiese, che rappresentano un tesoro spirituale, artistico e storico. Esse costituiscono un fondamentale fattore “identitario” dell’aquilanità. Inoltre, questi luoghi di culto e di incontro assolvono anche al fondamentale e insostituibile compito di essere “spazi di prossimità”, sul versante ecclesiale e sociale».

Qual è stato e come può essere utile alla “ricostruzione” del senso di comunità l’impegno pastorale e il contributo operoso della Chiesa aquilana?

«La nostra attenzione, quella di tutti i sacerdoti e dei religiosi, quella dell’intera comunità ecclesiale, è quotidianamente impegnata verso il popolo aquilano non solo nella dimensione spirituale, ma anche negli aspetti sociali, culturali e formativi che possano favorire la ricostruzione del senso di una comunità civile coesa, operosa e solidale, con una particolare cura rivolta ai ragazzi e ai giovani. Essenziali in quest’opera sono però le strutture e i luoghi di aggregazione, dunque chiese ed oratori – e qui con rammarico ho osservato i ritardi e i problemi nella ricostruzione della Cattedrale, che ora finalmente appaiono in via di soluzione. In tale prospettiva assume valore determinante il progetto non solo di “riparare” le chiese danneggiate, ma di costruirne di nuove, laddove nelle periferie – in cui si addensa la maggioranza degli abitanti – mancano i luoghi di incontro comunitario e di socializzazione. Penso, come prima esigenza da affrontare, ad una struttura pastorale da costruire in un’area popolosa della periferia ovest della città. Si tratta di un importante investimento verso il futuro, un segno di ripresa dato all’intera comunità, ecclesiale e civile».