Archivo de la categoría: Religión

CRISTO, UOMO DEL SUD – Cristologia del Sud del Mondo

 

CRISTO, UOMO DEL SUD

Cristologia del Sud del Mondo

di Mario Setta

Che Gesù di Nazareth, storicamente, sia “meridionale” è un dato anagrafico. Così, perlomeno, osservando la geografia fisica della parte alta dell’emisfero boreale. Ma, se l’osservazione prende in considerazione l’intera metà dell’emisfero Nord, la Palestina si colloca sostanzialmente al centro dell’emisfero e quindi Cristo è, storicamente, “centrale”. Non è facile dire quale influenza possa aver avuto sulla persona di Gesù il luogo di nascita, di formazione, di attività. Ma non andrebbe sottovalutato.

Adamo, il primo uomo, nasce nell’Eden. Cristo, secondo Adamo, nasce sulla terra. Questa. Mentre dell’Eden sappiamo ben poco e quel poco è leggenda, di questa terra sappiamo molto, anche se ancora troppo oscuramente. Ciò che ci lega a Cristo è l’aspetto della “terrenità”. O, ancora di più, della comune umanità. Ed è per questo che Gesù non si definisce mai esplicitamente “Figlio di Dio”, ma ripetutamente “Figlio dell’Uomo”: 69 volte nei Vangeli sinottici (Mt 8,20 “il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”; Mc 2,28 “il Figlio dell’Uomo è signore del Sabato”) e 13 volte nel vangelo di Giovanni (3,14 “…così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo”). Totale 82 volte “Figlio dell’Uomo” e 20 “Figlio di Dio”.

Quest’ultima determinazione della figura di Gesù, nel Nuovo Testamento, viene descritta per metterne in risalto la trascendenza, e “Figlio dell’Uomo” per caratterizzarne l’immanenza, la storicità. Dicendo “Gesù fu un grande uomo”, e ripetendo spesso la frase di Agostino “Per essere uomini bisogna essere più che uomini”, Ignazio Ellacurìa, assassinato con altri confratelli all’Università di El Salvador il 16 novembre 1989, intendeva sottolineare la grandezza dell’Umanità-Crocifissa, risorta con Cristo: “la speranza del trionfo, che deve avere carattere pubblico e storico è in relazione con l’instaurazione del diritto e della giustizia” (cfr. “Il popolo crocifisso”).

Cristo è quindi totalità di trascendenza e immanenza, divinità e umanità, cielo e terra. Ma, storicamente e umanamente, il modello che meglio si attaglia agli uomini è “Figlio dell’Uomo”. L’Uomo, come individuo e come società, perché nella Sacra Scrittura “Figlio dell’Uomo” è applicato sia ad un individuo che alla società. Per questo la “buona notizia” (eu-anghelos = evangelo) è Cristo stesso, persona e messaggio. Logos e Regno di Dio. Cristo è il Logos, la Parola (Gv 1,14 “la Parola si fece carne e ha posto la tenda in mezzo a noi”, come i nomadi nel deserto). Logos che diventa Sarx (carne), per essere partecipe della debolezza umana, del mondo del peccato, dell’anti-regno in modo che diventi “regno dei cieli”, “regno di Dio” qui, sulla terra.

La Parola di Dio è Gesù, il “servo di Yawé”, descritto ampiamente nel libro del profeta Isaia: “Proclamerà il diritto con fermezza, non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra” (42,3-4). Nel Vangelo di Giovanni la figura del “servo sofferente” è ricordata molto spesso. Purtroppo nei primi secoli del cristianesimo il titolo di “servo” (figlio dell’uomo) viene posto in ombra per dare importanza al trionfo della resurrezione e quindi al “Figlio di Dio”.

Tutto lo sforzo, teologico e pastorale, dei rappresentanti della teologia della liberazione, nata e affermatasi nel Sud America, è stato indirizzato a presentare il volto umano di Cristo. Uno sforzo che spesso ha implicato il martirio con “effusione di sangue” (Rutilio Grande assassinato il 12 marzo 1977, Oscar Romero assassinato durante la Messa il 24 marzo 1980, Ignazio Ellacuria, ecc.) da parte del potere politico o la condanna da parte del potere religioso cattolico, come la “Notificatio” contro Jon Sobrino approvata da Benedetto XVI il 13 ottobre 2006. “E’ urgente recuperare, soprattutto nel Terzo Mondo, – scrive Sobrino – il rapporto Figlio-Servo, poiché sarebbe triste che in un mondo crocifisso non si usasse e non dicesse nulla il titolo di Cristo che più gli somiglia”. E ancora: “Bisogna presentarlo nella sua capacità di umanizzazione, essere voce dei senza voce contro quelli che hanno troppa voce”.

“Per me, – scrive Leonardo Boff – la cosa più importante che si è detta di Gesù nel Nuovo Testamento non è tanto che egli è Figlio di Dio, Messia, ma che è passato per il mondo facendo il bene, guarendo alcuni e consolando altri. Quanto mi piacerebbe che si dicesse questo di tutti e anche di me”. Cristologia è far memoria di Cristo, coinvolgendo ogni persona, senza forzarla. La memoria di Cristo è “rivoluzionaria”, per sua natura, perché è memoria di un crocifisso. “Cristo – scrive Rutilio Grande – volle significare il regno in una cena… La celebrò la vigilia del suo impegno totale… Era il memoriale… Un pasto condiviso nella fraternità, nel quale tutti abbiano il proprio posto e il proprio luogo.”

Papa Francesco, che conosce persone e tematiche teologiche del Sud del Mondo, appare come un fratello. Un papa povero a servizio di tutti i poveri del mondo. Un papa umano. Finalmente.

 

I NUOVI CARDINALI E L’OMELIA DI PAPA FRANCESCO

 

I NUOVI CARDINALI E L’OMELIA DI PAPA FRANCESCO

                                                      

di Giuseppe Lalli

                              

           

L’AQUILA – Giovedì 28 giugno a salutare Giuseppe Petrocchi, arvivescovo dell’Aquila nominato cardinale da Papa Francesco, c’erano diverse centinaia di aquilani. La maggior parte di essi erano partiti la mattina a bordo di sei pullman. Si respirava, alla partenza e a bordo degli autobus, un clima di festa. Non era solo l’omaggio dei fedeli al pastore della Chiesa aquilana, c’era qualcos’altro. Si palpava un’atmosfera di serenità, quasi di gioia discreta, che faceva tollerare anche qualche inevitabile disagio. Dopo una lunga attesa e una lunga fila, il popolo dei cappellini verdi (era questo il distintivo dei fedeli aquilani) si è seduto nella navata centrale della grande basilica di San Pietro. Di lì a poco ha avuto inizio la cerimonia del Concistoro.

In quel tempio unico al mondo, dove la storia millenaria e l’arte sublime si inseguono, e dove tutto concorre al bello e al buono, tra le porpore dei cardinali vecchi e nuovi che poco prima avevano fatto il loro ingresso incedendo nella navata centrale come un piccolo fiume rosso lento, solenne e rassicurante, è risuonata la voce di Papa Francesco, voce un po’ stanca ma ferma, e con il solito timbro di originale freschezza. Tre frasi, chiare e penetranti, mi sono parse altrettante staffilate tirate contro la mentalità dominante. Ha ammonito, con parole rivolte a tutti, contro “la ricerca dei primi posti, le gelosie, invidie, intrighi, aggiustamenti e accordi, secondo una logica che logora e corrode da dentro i rapporti umani, provocando discussioni sterili”, e che sono da respingere anche solo in una prospettiva di igiene mentale.

Ha poi proseguito dicendo che l’unica autorità credibile è quella di chi si mette al servizio degli altri e soprattutto dei più feriti dalla vita. Ha detto infine, con parole semplici e folgoranti: “Nessuno di noi deve guardare gli altri dall’alto in basso. Possiamo guardare così una persona solo quando la aiutiamo ad alzarsi”. Questa frase, pronunciata nel cuore della cristianità, esprime amore e umiltà, due cose che vanno sempre insieme. Sono parole che valgono da sole un intero trattato di teologia morale e che ci invitano ad un profondo esame di coscienza. E’ una di quelle lezioni che, in questa nostra società dai rapporti umani sempre più rarefatti e spesso improntati al più raggelante snobismo del “Lei non sa chi sono io…”, non si ascoltano da nessuna cattedra.

Ha concluso la sua appassionata esortazione rivendicando come modello alto Giovanni XXIII, quel “papa buono” che ringraziava Dio per avergli concesso la povertà, di spirito e reale, che lo aveva aiutato – incomprensibile paradosso per la mentalità corrente – a non chiedere mai nulla (né posti, né denari, né favori) per sé, né per i suoi amici o parenti. Agisce, nel pensiero di questo papa, quel talento spirituale che sa andare diritto al cuore delle cose, come capita di leggere spesso ne “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, quel gran libro che non a caso Bergoglio ha confidato di tenere sempre a fianco a sé sul comodino del letto.

Viene da pensare ad un altro prete che si rifaceva alla ruvida chiarezza evangelica, Don Tonino Bello, di cui è in corso la causa di beatificazione, che amava ripetere che Gesù ha usato un solo paramento: il grembiule con il quale il Giovedì Santo ha asciugato i piedi degli apostoli. Il Cristianesimo, in fondo, è semplice. Siamo noi cristiani che spesso lo abbiamo complicato. Francesco ci ricorda che prima dobbiamo chinarci sul prossimo che soffre, poi possiamo parlargli di Dio. L’amore brucia tutte le tappe.

Morire di speranza: Preghiera ecumenica in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l’Europa

 

 

ACLI, Agenzia Scalabriniana Cooperazione allo Sviluppo, Caritas Italiana, Centro Astalli, Comunità Giovanni XXIII, Comunità Sant’Egidio, Fondazione Migrantes,

Federazione Chiese Evangeliche in Italia

 

Morire di speranza

Preghiera ecumenica in memoria di quanti

perdono la vita nei viaggi verso l’Europa

 

presieduta da

S.E. Mons. Marcello Semeraro

Segretario del Consiglio dei Cardinali

Basilica Santa Maria in Trastevere

Piazza Santa Maria in Trastevere – Roma

Giovedì 21 giugno 2018 • ore 18.00

 

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2018 ACLI, Associazione Centro Astalli, Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione da oltre 13 anni, organizzano una veglia ecumenica in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa a cui partecipano comunità e associazioni di immigrati, rifugiati e organizzazioni di volontariato.

Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa oltre 36.000 persone. Nel 2017 sono stati 3.139 i migranti morti nel Mediterraneo mentre tentavano di raggiungere l’Europa via mare, con una media di quasi 10 morti al giorno. E il 2018 purtroppo si mostra altrettanto agghiacciante: da gennaio ad oggi risultano morte 802 persone.

Il dato è aggiornato al 19 giugno 2018 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 27 anni. Ma i numeri reali potrebbero essere molto più grandi. Nessuno sa quanti siano i naufragi di cui non abbiamo mai avuto notizia.

Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka, si chiedono da anni che fine abbiano fatto i loro figli partiti per l’Europa e mai più tornati. Ai naufragi nel Mediterraneo si vanno ad aggiungere i viaggi che finiscono tragicamente nel Sahara, i rimpatri forzati a cui corrisponde spesso la morte in carceri disumane, e non ultimi, episodi di violenza contro i migranti che si verificano nei paesi di transito e alle frontiere.

La preghiera “Morire di speranza” è promossa per non dimenticare la speranza di tante persone e la sofferenza di chi cerca protezione in Europa; per non rassegnarsi o assuefarsi alle tragedie ma impegnarsi per un mondo più umano e giusto. Desideriamo inoltre chiedere ai governi, ai legislatori e alla comunità europea di porre in essere ogni sforzo per proteggere i profughi e salvaguardare la vita e la dignità dei migranti. Aprire vie legali per chi ha diritto di chiedere asilo, attivare programmi adeguati di reinsediamento per i rifugiati e stabilire quote d’ingresso per i lavoratori stranieri sono misure non derogabili per governare il complesso fenomeno delle migrazioni e rendere le nostre società più inclusive e per questo sicure.

Roma, 19 Giugno 2018

L’AQUILA E I SUOI CITTADINI: IL 6 APRILE 2009, OGGI E DOMANI – Le riflessioni dell’arcivescovo, Mons. Giuseppe Petrocchi, che il 28 giugno sarà Cardinale

 

17 giugno 2018

L’Aquila e i suoi cittadini: il 6 aprile 2009, oggi e domani

Le riflessioni dell’arcivescovo, Mons. Giuseppe Petrocchi, che il 28 giugno sarà Cardinale

di Goffredo Palmerini

 

L’AQUILA – Non si attenua ancora l’emozione suscitata nella Chiesa aquilana e nell’intera comunità diocesana dalla notizia della prossima elevazione alla dignità cardinalizia dell’arcivescovo dell’Aquila, Mons. Giuseppe Petrocchi. Anzi, l’emozione sta man mano crescendo in vista del 28 giugno prossimo, quando si terrà il Concistoro con la creazione dei 14 nuovi Cardinali, e il 29 per la Messa del Papa con i nuovi porporati in Vaticano. Del tutto inatteso l’annuncio che papa Francesco, con il consueto tratto di semplicità e naturalezza, ha dato il 20 maggio scorso durante l’Angelus ai tanti fedeli presenti in Piazza San Pietro, rimbalzato in Italia e nel mondo grazie alla diretta televisiva, comunicando la creazione di 14 nuovi Cardinali nel Concistoro già fissato per la Festività dei Santi Pietro e Paolo.

Inatteso l’annuncio, sorpresa per le nomine, come ormai da tempo papa Francesco ci ha abituato, rompendo costumi e consolidate tradizioni nell’attribuzione della porpora cardinalizia. Mai scelte scontate. Ogni gesto e ogni decisione di questo Pontefice vanno colti nel loro peso specifico, che costantemente sembra incarnare quella che san Giovanni Paolo II chiamava “opzione preferenziale per i poveri” (Sollicitudo rei socialis, n. 42), con uno sguardo rivolto agli ultimi, alle frontiere delle periferie e della sofferenza. Ecco perché le sue scelte quasi sempre risultano imprevedibili, sorprendenti, controcorrente.

Come felicemente sorprendente, appunto, è stato l’annuncio della nomina cardinalizia di Mons. Petrocchi, il quale, per sua stessa ammissione, in un primo momento stentava a crederci e ci ha sorriso sopra, pensando che l’interlocutore trafelato, il quale tentava di dargli la lieta notizia, volesse scherzare. Nessuno scherzo, ma una scelta, quella di papa Francesco, che con il passare delle ore e dei giorni appare pienamente nella sua grande dimensione spirituale e umana: verso Mons. Petrocchi e verso L’Aquila. E così la nomina a Cardinale dell’Arcivescovo dell’Aquila è apparsa nella pienezza del suo significato: riconoscimento dei valori del Pastore, poi anche quale straordinario “dono” alla città e ai centri colpiti dal sisma. Un segno dell’attenzione premurosa del Santo Padre verso le sofferenze delle popolazioni dell’aquilano, squassate dai terremoti del 2009 e del 2016.

Mons. Petrocchi ha raccolto nel 2013 la guida della Chiesa aquilana nel momento forse il più difficile della storia della diocesi e della città capoluogo, con le drammatiche ferite materiali e morali inferte dal terremoto del 6 aprile del 2009. Una prova pastorale che l’ha impegnato e lo cimenta ogni giorno, non solo al pensiero della ricostruzione dei luoghi di culto – quasi il 90% delle chiese della diocesi il terremoto del 2009 ha distrutto o reso inagibili – quanto soprattutto alla consapevolezza che occorre ricostruire la dimensione spirituale e sociale della comunità, lacerata dalle conseguenze del sisma. Ricostruire, insomma, la dimensione integrale di una comunità che è sì certamente mirata alla riedificazione di case, chiese, monumenti, uffici, la qual cosa, nei suoi tempi alterni, va comunque procedendo.

Tuttavia, ben più importante è la ricostruzione del senso stesso di comunità di un popolo aquilano che si deve riappropriare in pieno della propria identità civile, della speranza, del suo futuro. Specialmente se si guarda alle giovani generazioni, questa è la missione prioritaria, inderogabile. Questa, infatti, la preoccupazione quotidiana dell’arcivescovo Petrocchi sin dal suo primo giorno all’Aquila, con l’impegno pastorale assiduo, tanto intenso e operoso quanto discreto e lontano dalle esposizioni mediatiche. Un impegno pastorale duale: attenzione alla rinascita materiale della città e più ancora alla rinascita morale e sociale, con l’occhio di chi ha consuetudine ad osservare ed analizzare i problemi dell’anima e dell’animo umano – Mons. Petrocchi è psicologo e psicoterapeuta. Di questo particolare aspetto, che attiene alla ricostruzione di una comunità matura d’un umanesimo integrale e d’una coesione sociale profonda che abbia a cuore le generazioni presenti e future, vogliamo parlare con Mons. Petrocchi, in questa conversazione, partendo dall’intensità delle sue riflessioni espresse due mesi fa in occasione del nono anniversario del terremoto.

Intanto, Mons. Petrocchi, qual è stato il suo primo pensiero nell’apprendere la notizia che papa Francesco ha pensato a Lei come uno dei 14 nuovi Cardinali?

«A me è apparso subito che questa nomina sia segno di un’attenzione speciale che Papa Francesco riserva a questa comunità ecclesiale e alla città dell’Aquila. Una città simbolo della sofferenza, delle attese e della speranza che unisce tutte le popolazioni colpite dalla sequenza dei terremoti che dal 2009 al 2017 hanno martoriato l’Italia Centrale. Dunque è segno di un amore che dà coraggio e apre prospettive di speranza per il futuro. In questo senso, il servizio cui papa Francesco mi chiama vorrei ancor più rivolgerlo alla promozione di una Chiesa missionaria, che si rende prossima agli ultimi, che raggiunge le periferie.»

Ha molto colpito la singolarità del suo messaggio, il 6 aprile scorso, in occasione del nono anniversario del terremoto. Queste le sue prime parole, che sono anche i cardini di una visione di città nuova, di una comunità che si rinnova: “Per la Comunità aquilana questo è il tempo della laboriosità, della ripresa, della saggezza e della prossimità: dimensioni che debbono essere declinate al presente, ma ancora meglio in prospettiva dell’avvenire”. Qual è per lei il futuro possibile per L’Aquila e per la sua comunità, latamente intesa nei suoi Castelli fondatori?

«C’è bisogno non solo di riedificare le devastazioni esterne, ancora visibili, ma di ricomporre le fratture interiori, provocate dal sisma. Infatti, c’è un terremoto che scuote la terra, ma c’è anche il terremoto dell’anima, che ferisce la mente, gli affetti e i rapporti interpersonali. Alcuni dolori sono così acuti e profondi che non possono essere espressi “parlando”: forse la loro manifestazione più immediata e intensa è il grido. Quando è impossibile urlare, queste sofferenze restano “mute”: tuttavia il grido non si azzittisce ma diventa “silenzioso”. Per questo, i primi verbi da coniugare per la ricostruzione non sono “progettare” e “fare”, ma “ascoltare” e “incontrare”: cioè, accogliere i bisogni profondi della gente, per disporli secondo il giusto ordine di priorità, e intensificare la tessitura delle “relazioni convergenti”, che potenziano la coscienza fattiva di essere un’unica famiglia. L’Aquila non va ridisegnata al passato, ma pensata al futuro. Inoltre, L’Aquila che deve “risorgere”, non è solo quella raccolta dentro le mura, ma anche quella esterna: cioè, allargata ai centri limitrofi che l’hanno costruita.»

Lei, Mons. Petrocchi, ha riservato una particolare attenzione alle lacerazioni della dimensione personale degli aquilani, ai sismi dell’anima che tante sofferenze – e patologie – il terremoto ha provocato. Dal suo punto di osservazione, qual è la situazione che vive la città e il territorio del cratere sismico?

«Il sisma del 2009, che ha causato immensi danni e provocato molte vittime, ha conosciuto una sequenza lunga di sciami culminati con i terremoti dell’agosto/ottobre 2016 e del gennaio 2017. Ancora oggi continuano i movimenti di assestamento del suolo, che aumentano l’ansia della gente. Oltre le devastazioni materiali, c’è da sottolineare che le “scosse telluriche” hanno prolungato la loro nefasta azione propagandosi attraverso “onde sussultorie” spirituali, emotive e relazionali, determinando profonde fratture nel vissuto religioso, psicologico, economico e sociale della popolazione. Le vittime del sisma ufficialmente sono 309: ma l’elenco andrebbe rivisto e, purtroppo, aumentato. Infatti, sacerdoti, medici ed esponenti della pubblica amministrazione mi hanno riferito che nei periodi successivi al terremoto molte persone, soprattutto anziane, sono decedute per infarto, per tumore o per malattie riconducibili a sindromi cardiovascolari o a drastiche diminuzioni delle difese immunitarie, causate da forte stress. Questo triste esito viene interpretato, da diversi clinici, come un atteggiamento di “congedo anticipato” dalla vita. Anche i fenomeni di tipo depressivo o di tristezza rassegnata hanno conosciuto, nel territorio, un improvviso e vistoso incremento, come è dimostrato dalla accentuata e anomala crescita nell’uso di psicofarmaci. La gente di montagna, molto dignitosa ma di indole introversa, tende a mantenere “serrati dentro” i sentimenti che prova, correndo il rischio che il dolore scavi solchi interiori e provochi relazioni personali impoverite. In sintesi: il tessuto sociale si è fortemente sfibrato e parcellizzato.»

Quali misure, a suo parere, andrebbero prioritariamente prese per ricostruire il senso della comunità, così essenziale per la rinascita della città?

«Migliaia sono le persone ancora residenti fuori delle loro case. Gran parte della gente che ha subìto questo “trasloco forzato” ha sofferto la perdita di legami affettivi di primaria importanza e si è ritrovata priva degli spazi tradizionali di aggregazione, come anche delle aree che ospitavano consolidate “abitudini” religiose e sociali. Robusto appare anche l’esodo silenzioso di tanti Aquilani che, pur risultando anagraficamente residenti nel territorio, di fatto hanno lasciato l’area del “cratere” per insediarsi nei centri urbani del litorale abruzzese o in altre città. La causa principale di tali spostamenti è da ricercarsi nelle incertezze che gravano sul presente, con il lavoro che manca, con conseguenti ripercussioni per il futuro. Il “tasso di allontanamento” risulta ancora più alto e preoccupante tra i giovani: per questo recentemente ho parlato di una “emorragia generazionale”, ormai in atto, che ci deve allarmare. Risultano accentuate, purtroppo, le fragilità e le spinte disgregative che colpiscono numerosi nuclei famigliari, come pure appaiono in ascesa inquietanti manifestazioni di disagio giovanile, che si esprimono nel disorientamento esistenziale e in diffusi fenomeni di “dissonanza” comportamentale. Appare perciò fondato concludere che, se non si trovano le vie per dare risposte concrete e rapide a queste sfide, nel prossimo futuro il “senso di appartenenza” di molti credenti e cittadini andrà incontro a fenomeni di “atrofia” e di marcata indifferenza e l’esperienza ci insegna che si rivelano refrattari a tentativi tardivi di recupero. Mi auguro, pertanto, che sia ben presente in tutti questa preoccupazione e che ciascuno operi per sanare e risolvere tali “criticità”. La ricostruzione, per essere vera ed efficace, non può quindi contare solo su logiche ingegneristiche ed efficienze tecnico-finanziarie: ha bisogno, prima di tutto, di ritrovare un’anima, munita di intelligenza “profetica” – che sa progettare l’avvenire valorizzando l’esperienza del passato – e dotata di un cuore che pulsi amore, spirituale e civile, capace di creare coesione sociale e cittadinanza attiva. Certamente la ricostruzione dell’Aquila deve garantire anzitutto la sollecita riedificazione delle abitazioni civili, per consentire alla popolazione di ritornare presto a casa, ma anche – e in modo sincronico – deve puntare al restauro delle chiese, che rappresentano un tesoro spirituale, artistico e storico. Esse costituiscono un fondamentale fattore “identitario” dell’aquilanità. Inoltre, questi luoghi di culto e di incontro assolvono anche al fondamentale e insostituibile compito di essere “spazi di prossimità”, sul versante ecclesiale e sociale».

Qual è stato e come può essere utile alla “ricostruzione” del senso di comunità l’impegno pastorale e il contributo operoso della Chiesa aquilana?

«La nostra attenzione, quella di tutti i sacerdoti e dei religiosi, quella dell’intera comunità ecclesiale, è quotidianamente impegnata verso il popolo aquilano non solo nella dimensione spirituale, ma anche negli aspetti sociali, culturali e formativi che possano favorire la ricostruzione del senso di una comunità civile coesa, operosa e solidale, con una particolare cura rivolta ai ragazzi e ai giovani. Essenziali in quest’opera sono però le strutture e i luoghi di aggregazione, dunque chiese ed oratori – e qui con rammarico ho osservato i ritardi e i problemi nella ricostruzione della Cattedrale, che ora finalmente appaiono in via di soluzione. In tale prospettiva assume valore determinante il progetto non solo di “riparare” le chiese danneggiate, ma di costruirne di nuove, laddove nelle periferie – in cui si addensa la maggioranza degli abitanti – mancano i luoghi di incontro comunitario e di socializzazione. Penso, come prima esigenza da affrontare, ad una struttura pastorale da costruire in un’area popolosa della periferia ovest della città. Si tratta di un importante investimento verso il futuro, un segno di ripresa dato all’intera comunità, ecclesiale e civile».

25 ANNI FA GIOVANNI PAOLO II TORNAVA SUL “SUO” GRAN SASSO PER INAUGURARE LA CHIESETTA DELLA MADONNA DELLA NEVE, RESTAURATA DAGLI ALPINI

 

28 maggio 2018

25 anni fa Giovanni Paolo II tornava sul “suo” Gran Sasso per inaugurare la chiesetta della Madonna della Neve, restaurata dagli Alpini

di Goffredo Palmerini

L’AQUILA – Il 20 giugno di 25 anni fa Giovanni Paolo II tornava sul Gran Sasso d’Italia, la montagna che più amava, forse perché gli ricordava i Monti Tatra, in Polonia, e gli anni della sua giovinezza. Sulle balze delle cime più alte dell’Appennino Papa Wojtyla era stato, più o meno in segreto, oltre un centinaio di volte, a camminare in solitudine o a sciare, guardato discretamente a distanza da qualche collaboratore vaticano, da due o tre dirigenti del Centro Turistico Gran Sasso d’Italia, da alcuni funzionari della Polizia di Stato. Tutti rigorosi osservanti della consegna del silenzio sulle fugaci visite del Santo Padre al Gran Sasso d’Italia. Ma quella domenica del 20 giugno 1993, diversamente, fu per una visita ufficiale e “pastorale”, alla quale fece da sfondo il coro delle vette della catena del Gran Sasso: al centro il Corno Grande (2.912 metri), a sinistra i Pizzi Cefalone, Malecoste, Intermesoli e il Monte Corvo, a destra il Brancastello, il Prena e il Monte Camicia. Il Papa, erto sul palco allestito a Campo Imperatore tra la stazione d’arrivo della funivia e l’albergo, dopo aver benedetto la chiesetta della Madonna della Neve, riaperta dopo i lavori di restauro realizzati dagli Alpini della Sezione Abruzzi dell’ANA, recitò le preghiere dell’Angelus e rivolse parole che sono rimaste scolpite nel cuore degli aquilani e degli appassionati della montagna. Che evento stupefacente! Un inno allo spirito e alla natura le parole del Papa, nell’austera bellezza e maestosità delle montagne alle sue spalle e, di fronte a Lui, la meraviglia delle digradanti discese verso la verdeggiante conca aquilana, racchiusa tra i contrafforti della catena montuosa del Velino Sirente e, in fondo sulla sinistra, la vista imponente della Maiella.

Carissimi Fratelli e Sorelle! E’ un incontro particolare questo di oggi, nel quale ci è data l’opportunità di recitare l’Angelus nella suggestiva cornice del Gran Sasso, accanto a questa Cappella che ho appena benedetta, semplice e graziosa, incastonata com’è nel maestoso paesaggio a me ben noto e caro. Qui il silenzio della montagna e il candore delle nevi ci parlano di Dio, e ci additano la via della contemplazione, non solo come strada maestra per fare esperienza del Mistero, ma anche quale condizione per umanizzare la nostra vita e i reciproci rapporti. Si sente oggi un gran bisogno di allentare i ritmi talvolta ossessivi delle nostre giornate. Il contatto con la natura, con la sua bellezza e la sua pace, ci ritempra e ci ristora. Ma mentre l’occhio spazia sulle meraviglie del cosmo, è necessario rientrare in noi stessi, nella profondità del cuore, in quel centro della nostra persona, in cui siamo a tu per tu con la nostra coscienza. Lì Dio ci parla, e il dialogo con Lui restituisce senso alla nostra vita.

Per questo, carissimi Alpini, che vedo numerosi a quest’appuntamento, ho molto apprezzato la vostra iniziativa di ristrutturare questa Cappella, la quale vuole essere, per quanti qui giungono o sostano mentre salgono la montagna, richiamo al soprannaturale, segno della presenza di Dio, invito alla preghiera. Così è per voi, cari amici, che vi siete qui radunati, preoccupandovi di assicurare al vostro incontro festoso il respiro ossigenante della preghiera. Esso, del resto, si amalgama bene con la vostra storia e la vostra cultura, oserei dire con la vostra “spiritualità”. Voi siete infatti, come “plasmati” dalla montagna, dalle sue bellezze e dalle sue asprezze, dai suoi misteri e dal suo fascino. La montagna apre i suoi segreti solo a chi ha il coraggio di sfidarla. Chiede sacrificio e allenamento. Obbliga a lasciare la sicurezza delle valli, ma offre a chi ha il coraggio dell’ascesa gli spettacoli stupendi delle cime. Essa è pertanto una realtà fortemente evocativa del cammino dello spirito, chiamato ad elevarsi dalla terra al cielo, fino all’incontro con Dio. Voi, cari Alpini, siete esperti di questo suo misterioso linguaggio. Ascoltandolo, il vostro stesso servizio alla Patria si fa, con tutta naturalezza, servizio alla solidarietà e alla pace. Lasciate dunque che, alla ben nota simpatia che il Corpo suscita nell’opinione pubblica, io aggiunga oggi anche l’espressione del mio apprezzamento e della mia amicizia.

Da queste montagne il mio pensiero va a tutta la terra di Abruzzo, e in particolare alla diocesi dell’Aquila, che ebbi modo di visitare nel 1980. Rivolgo il mio saluto affettuoso al Vescovo, il caro Monsignor Peressin, che ha celebrato per voi l’Eucaristia. Saluto anche gli altri Vescovi di questa provincia ecclesiastica, vicini a L’Aquila, poi saluto di cuore i Presbiteri, i Religiosi e le Religiose e tutta la Comunità aquilana. So dell’impegno che state ponendo, con esemplare entusiasmo, soprattutto nella pastorale familiare. È una scelta che merita un vivo incoraggiamento, in questo tempo difficile in cui sulla famiglia si accaniscono forze corrosive che ne minacciano l’unità e la serenità. È necessario dunque che, nella società civile come nella Chiesa, per il sostegno a questa fondamentale istituzione siano investite le migliori energie. Le famiglie cristiane siano davvero lievito nella società, vivendo la loro vocazione di “chiese domestiche”, ispirate profondamente dal Vangelo, ricche di preghiera, di tenerezza, di testimonianza. Carissimi Fratelli e Sorelle! Affidiamoci a Maria, che in questa Cappella è onorata col titolo suggestivo di “Madonna della Neve”, non solo appropriato per la stupenda cornice della natura circostante, ma anche fortemente evocativo del suo mistero di donna del candore: la “tota pulchra”, l’Immacolata. Ella ci insegni la via della fedeltà a Cristo. Ci ottenga coraggio e fiducia. Benedica questa terra, e in modo speciale le sue famiglie e i suoi giovani”.  

Quell’anno, come ben racconta e documenta il giornalista e scrittore Giustino Parisse nel suo libro “Giovanni Paolo II e l’Abruzzo” (Graphitype Edizioni, 2005), ben tre volte Papa Wojtyla venne sul Gran Sasso. La prima era stata in un martedì di febbraio 1993 (il 16 o il 23) quando, reduce da una settimana di visite pastorali in alcuni Paesi africani – Benin, Uganda e Sudan –, si concesse alcune ore di libertà per una sciata a Campo Imperatore, sulla pista che poi verrà chiamata “pista del Papa”. Lo accompagnavano il suo segretario don Stanislao Dziwisz – che poi diventerà Cardinale e arcivescovo di Cracovia –, il medico Renato Buzzonetti e gli uomini della scorta. Del Centro Turistico erano presenti il presidente, Alfonso Scimia, il direttore Berardino Scimia, il direttore degli impianti Dino Pignatelli, il maestro di sci Bruno Faccia ed Enzo Volpe alla guida del gatto delle nevi.

Racconta Giustino Parisse: “[…] Il Santo Padre scia per ore, si ferma solo per consumare un pasto frugale. Bruno Faccia ha portato da Assergi dove abita, salame, prosciutto e formaggio di produzione locale e anche un po’ di vino. Il Papa apprezza pur senza esagerare e poi riprende a sciare. […]”. La seconda volta, quell’anno, era stata il 13 aprile 1993. Sempre una visita privata e discreta per concedersi qualche ora di serenità e di sci, in una mattinata tormentata dal nevischio e dal vento, sulla pista della Scindarella. A metà giornata, in una pausa per una colazione accanto alla casetta dei pastori, con gli addetti del Centro Turistico in rispettoso silenzio, “[…] il presidente del Centro Turistico, Alfonso Scimia, – scrive ancora Parisse – quello che appariva il meno “bloccato” dalla presenza del Santo Padre prese il coraggio a quattro mani e si rivolse a Karol Wojtyla dicendo: «Santità, i nostri alpini hanno quasi terminato di restaurare la Chiesetta della Madonna della Neve, vorremmo che fosse Lei a inaugurarla». Il Pontefice guardò Alfonso Scimia e dopo un attimo di pausa disse: “Vedremo”. Una risposta che al presidente del Centro Turistico sembrò un sì senza tentennamenti.”

Prende così avvio il 16 aprile la procedura d’invito ufficiale in Vaticano, con una lettera riservata del presidente Scimia, nella quale si chiede al Papa di benedire e inaugurare, il 20 giugno 1993, la restaurata chiesetta Madonna della Neve e l’autorizzazione a denominare la pista dove il Pontefice ha sciato “Pista Giovanni Paolo II”. Alla richiesta dà riscontro il 10 maggio l’arcivescovo dell’Aquila Mario Peressin con una lettera nella quale viene data per certa la visita del Pontefice domenica 20 giugno. L’ufficializzazione della visita pastorale del Papa giunge dalla Santa Sede con una lettera della Segretaria di Stato vaticana, datata 1 giugno 1993, diretta al presidente del Centro Turistico, Alfonso Scimia. Il sogno si avvera e il 20 giugno 1993 diventerà un’altra giornata memorabile nel cuore degli aquilani! Saranno così tre le visite ufficiali di papa Wojtyla a L’Aquila e dintorni: il 30 agosto 1980 nella città capoluogo, in occasione del sesto Centenario della nascita di San Bernardino da Siena, il 9 Agosto 1986 a Rocca di Mezzo e ai Piani di Pezza, dove erano in raduno 13 mila scout dell’Agesci, infine la visita del 20 giugno 1993 per inaugurare la restaurata chiesetta della Madonna della Neve a Campo Imperatore, ma in Abruzzo Giovanni Paolo II, in visita ufficiale era stato altre tre volte: nel 1993 a San Salvo, nel 1985 ad Avezzano e altri luoghi della Marsica, il 24 marzo, e il 30 giugno ad Atri, Teramo e al Santuario di San Gabriele.

Tuttavia sono oltre un centinaio le visite private e riservatissime di Giovanni Paolo II sul Gran Sasso, dal 16 ottobre 1978, data della sua elezione al Soglio di Pietro in poi. Perfino prima ne è riscontrata una, nel 1962, come documenta una foto che ritrae Karol Wojtyla a Fonte Cerreto, base della funivia del Gran Sasso. Foto rinvenuta dall’appassionata ricerca di Pasquale Corriere, presidente dell’Associazione culturale “San Pietro della Jenca” cui si deve la valorizzazione della chiesetta alle falde del Gran Sasso dove papa Wojtyla si recava in raccoglimento, diventata nel 2011 il primo Santuario dedicato a San Giovanni Paolo II. Il grazioso borgo di San Pietro della Jenca, che nel 1254 fu uno dei Castelli fondatori dell’Aquila, divenne nei secoli successivi villaggio rurale per la residenza estiva di contadini e pastori di Camarda impegnati nel lavoro dei campi d’altura o sui pascoli circostanti. Fin quando il 29 dicembre 1995 a San Pietro della Jenca, in una delle sue numerosissime e segrete escursioni sul Gran Sasso, Giovanni Paolo II non vi sostò, raccolto in preghiera nella bella chiesetta medioevale. Poi ancora altre volte. Da quel momento quel luogo sacro è diventato molto caro agli aquilani, man mano caro a tanti appassionati della montagna e ai visitatori che lo raggiungono da ogni angolo d’Italia e talvolta dall’estero. Quasi in pellegrinaggio, già da quando papa Wojtyla era ancora in vita. Ma sopra tutto è diventato un luogo dell’affetto e della devozione verso il papa sentito dai fedeli “Santo subito” dal 2 aprile 2005, giorno in cui il più carismatico dei pontefici trapassò in Cielo. Il primo maggio 2011, infatti, con Roma piena di pellegrini da tutto il mondo, in una commovente cerimonia Benedetto XVI dichiarò “beato” Giovanni Paolo II, primo passo verso la sua santificazione. Appena 17 giorni dopo, data non casuale perché giorno della nascita di Karol Jozef Wojtyla (Wadowice, 18 Maggio 1920), la chiesetta di San Pietro della Jenca divenne il primo Santuario dedicato al Beato Giovanni Paolo II, come decretato dall’allora arcivescovo dell’Aquila, Mons. Giuseppe Molinari.

In una lettera del 18 maggio 2011, per l’inaugurazione del Santuario, il Cardinale Stanislao Dziwisz, Arcivescovo metropolita di Cracovia, che di papa Wojtyla fu segretario, tra l’altro scrisse: “[…] vorrei salutare cordialmente le Autorità ecclesiastiche e civili dell’Aquila e tutti i presenti, radunati nella chiesa di San Pietro della Jenca, nel giorno della solenne dedicazione del Santuario al Beato Giovanni Paolo II. Insieme con voi ringrazio Dio onnipotente per il giorno della nascita di Karol Giuseppe Wojtyla, il secondo figlio di Karol ed Emilia Wojtyla. Ringrazio il Signore della vita per il giorno 18 Maggio 1920, il quale negli impenetrabili disegni di Dio fu il giorno della sua nascita per Dio, per la Chiesa e per tutta l’umanità. Desidero pure esprimere la mia personale gratitudine al signor Pasquale Corriere, presidente dell’Associazione Culturale San Pietro della Jenca, per la cura incessante di questa piccola chiesetta, nella quale Giovanni Paolo II pregò il 29 Dicembre 1995. Lo ringrazio cordialmente, e voi tutti, per i commoventi segni di grande amore al Santo Padre Giovanni Paolo II. Auguro che questo giorno della solenne dedicazione della chiesa di San Pietro della Jenca come Santuario di Beato Giovanni Paolo II sia per voi il momento della gioia che viene dal fatto di aver conosciuto il Santo dei nostri tempi, il quale c’insegnava come amare Dio ed il prossimo”. Il porporato era tornato ancora una volta nel borgo di San Pietro della Jenca insieme al Cardinale Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Varsavia, qualche giorno prima dell’erezione della chiesetta a Santuario, avvenuta con una solenne celebrazione dell’Arcivescovo dell’Aquila. E quello stesso anno, il 7 agosto, il Cardinale Dziwisz donò la Reliquia del Beato Giovanni Paolo II custodita nel Santuario.

Ormai da anni, e particolarmente dopo la canonizzazione di San Giovanni Paolo II, il 27 aprile 2014 da Papa Francesco, singoli pellegrini e gruppi organizzati fanno sempre più di San Pietro della Jenca una delle tappe “wojtyliane”. La testimonianza di questo flusso crescente di devozione è testimoniata nei voluminosi registri che raccolgono i nomi dei visitatori, le richieste di grazie e le emozioni provate il quel luogo suggestivo, nel quale si avverte la presenza spirituale d’un Papa santo particolarmente amato dai fedeli. E in effetti in questo luogo ormai tutto parla di Karol Wojtyla. Lungo il percorso che conduce a San Pietro della Jenca si susseguono indicazioni stradali “Santuario S. Giovanni Paolo II”, fino a quel piccolo sentiero che conduce alla Chiesetta, suggestiva nella singolarità del luogo, suggestivo ed invitante al raccoglimento. Il 18 maggio 2005, peraltro, una delle cime della catena del Gran Sasso che si erge proprio di fronte al borgo di San Pietro della Jenca, detta del Gendarme sulle Malecoste, venne intitolata al papa polacco. Sulla Cima Giovanni Paolo II è ora issata una grande croce che guarda il borgo e la valle. E’ lì a testimoniare l’attaccamento del grande Papa Santo verso il Gran Sasso, dove con assoluta discrezione innumerevoli volte Egli venne a camminare o a sciare, e il suo amore per le montagne d’Abruzzo.

FOTO

Le immagini 1-2-4-6-7-10-14-16 (20 giugno 1993) sono tratte dall’opuscolo “Il bianco e l’azzurro” pubblicato nel 1993 dal Centro Turistico del Gran Sasso d’Italia, fornitomi dall’ex direttore Berardino Scimia:

1- Giovanni Paolo II con mons. Mario Peressin (arcivescovo dell’Aquila)

2- Giovanni Paolo II con Alfonso Scimia (presidente Centro Turistico Gran Sasso)

4- il Papa all’Angelus

6- Giovanni Paolo II benedice chiesetta Madonna della Neve

7- Giovanni Paolo II all’arrivo a Campo Imperatore

10- il Papa e mons. Peressin

14- il Papa, salutato al suo arrivo a Campo Imperatore

16- Campo Imperatore, in attesa dell’arrivo del Papa

Foto di Giovanni Paolo II sul Gran Sasso (1992), fornita da Berardino Scimia: da sinistra, 3 uomini della scorta, Dino Pignatelli, Giovanni Paolo II, Alfonso Scimia, Bruno Faccia, Berardino Scimia.

Le altre foto avute dall’Associazione culturale San Pietro della Jenca. Nella foto in b/n del 1962 Mons. Karol Wojtyla a Fonte Cerreto (Gran Sasso d’Italia).

IL 19 MAGGIO 1296 LA MORTE IN PRIGIONE DI PAPA CELESTINO V – di Mario Setta

 

 

IL 19 MAGGIO 1296 LA MORTE IN PRIGIONE DI PAPA CELESTINO V

di Mario Setta

SULMONA – Il 19 maggio 1296, in una cella del castello di Fumone, in provincia di Frosinone, moriva papa Celestino V. Non più papa, dopo le sue dimissioni avvenute il 13 dicembre 1294, ma prigioniero di Bonifacio VIII, suo successore. Era stato eletto papa il 5 luglio di quello stesso anno nel Conclave di Perugia e vi era rimasto 107 giorni, dal 29 agosto, data della sua incoronazione, al 13 dicembre. Il periodo di tempo, poco più di un anno, dopo le dimissioni, fu braccato, perseguitato, imprigionato. Un accanimento, lontanissimo dall’amore cristiano. Procurato da un vicario di Cristo. Aberrazioni della storia del Cristianesimo e del Cattolicesimo in particolare. Dal 1313, anno della sua elevazione sugli altari ad opera di Clemente V, il 19 maggio è il giorno della festività canonica di San Pietro Celestino, patrono – con San Massimo, Sant’Equizio e San Bernardino – della città dell’Aquila.

Eppure la vita di papa Celestino V era stata una vita pura, limpida, dedita completamente al bene del popolo. L’Alter Christus per eccellenza. Nato nel Molise, Pietro Angelerio, divenuto Fra Pietro da Morrone, intorno al 1246 si era stabilito all’eremo sul Morrone, con alcuni monaci. In precedenza era entrato nell’Ordine di San Benedetto, ma aveva lasciato il monastero per farsi eremita, passando tre anni sul monte Palleno (Porrara). Recatosi a Roma per studiare, nel 1239 era stato ordinato sacerdote.

Il 21 marzo 1274, recandosi a Lione dove papa Gregorio X era arrivato per il Concilio Ecumenico, ottiene la Bolla di confermazione dell’Ordine dei monaci morronesi di Santo Spirito. Al ritorno, nel luglio 1274, a L’Aquila, promuove la costruzione di un Santuario dedicato alla Madonna (Santa Maria di Collemaggio), consacrato il 25 agosto 1288. Nel 1292 alla morte del papa Niccolò IV, al conclave riunito a Perugia, le due fazioni contrapposte dei cardinali (Orsini e Colonna), non riescono ad eleggere il nuovo papa. Vi si reca il re di Napoli Carlo II d’Angiò con suo figlio Carlo Martello per metterli d’accordo. Ma non ottiene nulla. Lasciando Perugia, Carlo II e il figlio Carlo Martello vengono a Sulmona.

Il 6 aprile 1294 salgono a S. Onofrio e incontrano Fra Pietro, suggerendogli di scrivere una lettera ai cardinali riuniti in conclave. La lettera fa effetto e il 5 luglio 1294 Pietro da Morrone viene eletto papa, all’età di 79 anni. L’11 luglio i delegati si avviano verso Sulmona. Anche Carlo II col figlio si dirige verso Badia di Sulmona, ma stanco per il lungo viaggio, lascia che all’eremo salga suo figlio Carlo Martello insieme ai legati. Giunti all’eremo nella tarda mattinata, l’arcivescovo di Lione, Bernard De Gout, si inginocchia davanti a fra’ Pietro e gli consegna il decreto di nomina. Pietro si ritira in preghiera e in lacrime. Poi, dichiara di accettare la nomina.

Il 25 luglio il corteo parte per L’Aquila: Pietro su un asino e ai fianchi Carlo d’Angiò e Carlo Martello. Arriva a L’Aquila il 27 luglio, dove rimane per la consacrazione episcopale e per l’incoronazione papale che avviene domenica 29 agosto 1294 alla presenza di tutti i cardinali. Prende il nome di Celestino, forse per ricordare Celestino III che aveva approvato l’Ordine di Gioacchino da Fiore.

D’altronde era evidente e noto a tutti l’interesse e il rapporto che fra’ Pietro aveva stabilito con la teoria di Gioacchino da Fiore (1130-1202), secondo cui l’età dello Spirito Santo, dopo quella del Padre e del Figlio, era imminente, e avrebbe apportato il predominio della libertà, della grazia, della Pace e l’avvento del “Papa Angelico, il successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze”, al quale “sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio… la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla battaglia”. Sulla morte di papa Celestino V sono nate numerose illazioni, senza validi riscontri. Resta il fatto, inoppugnabile e indegno: un papa, Celestino V, deceduto in carcere!

UN TESORO ABRUZZESE: L’ABBAZIA CELESTINIANA A SULMONA – Il 5 maggio, dopo anni di lavori, la Chiesa di Santo Spirito nella Badia sarà riaperta al pubblico

 

UN TESORO ABRUZZESE: L’ABBAZIA CELESTINIANA A SULMONA

Il 5 maggio, dopo anni di lavori, la Chiesa di Santo Spirito nella Badia sarà riaperta al pubblico

di Mario Setta *

SULMONA – Un tesoro d’arte e di storia, di bellezze e di sevizie: l’abbazia celestiniana, la più grande dell’Italia Centrale, situata in Badia di Sulmona. Un fabbricato a pianta rettangolare (m.119×140). All’arrivo di Fra Pietro, nel 1241 secondo Guido Piccirilli, c’era una cappella dedicata a S. Maria, che cercò di ampliare. In seguito, verso la fine del XIII secolo, fu costruita una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con convento annesso, sulla base dello stretto rapporto che Fra Pietro aveva stabilito con la teoria di Gioacchino da Fiore (1130-1202). Una teoria teologica d’avanguardia e che dimostra come Celestino V, papa, non fosse di “scarsità di dottrina”, come dichiara nel testo delle dimissioni.

Nell’abbazia sono visibili diverse rappresentazioni pittoriche della colomba, simbolo dello Spirito Santo. Secondo Gioacchino da Fiore, la storia degli uomini si basa sul modello della Trinità, scandito in tre tappe:

età del Padre: predominio della legge e della schiavitù;

età del Figlio: predominio della grazia;

età dello Spirito Santo: predominio dell’amore, della libertà, della Pace. Un’età in cui avrebbe avuto luogo l’avvento del “Papa Angelico, il successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze”, al quale “sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio… la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla battaglia”.

Fra Pietro era giunto sul Morrone intorno al 1241, stabilendosi accanto ad un oratorio dedicato a S. Onofrio, eremita della Tebaide, che risaliva ad un’epoca di passaggio dal paganesimo al cristianesimo Si chiamava Pietro Angelerio, nato nel Molise ed entrato nell’Ordine di San Benedetto. Lasciato il monastero per farsi eremita, aveva trascorso tre anni sul monte Palleno (Porrara). Poi era andato a Roma per studiare e nel 1239 ordinato sacerdote. Il 21 marzo 1274, recandosi a Lione dove papa Gregorio X era arrivato per il Concilio Ecumenico, ottiene la Bolla di confermazione dell’Ordine dei monaci morronesi di Santo Spirito.

Al ritorno, nel luglio 1274, a L’Aquila, promuove la costruzione di un Santuario dedicato alla Madonna, Santa Maria di Collemaggio, consacrato il 25 agosto 1288. Nel 1292 alla morte del papa Niccolò IV, al conclave riunito a Perugia le due fazioni contrapposte dei cardinali (Orsini e Colonna), non riescono ad eleggere il nuovo papa. Vi si reca il re di Napoli Carlo II d’Angiò con suo figlio Carlo Martello per metterli d’accordo. Ma non ottiene nulla. Lasciando Perugia, Carlo II e il figlio Carlo Martello arrivano a Sulmona. Il 6 aprile 1294 salgono a S. Onofrio e incontrano Fra Pietro, suggerendogli di scrivere una lettera ai cardinali riuniti in conclave.

La lettera fa effetto e il 5 luglio 1294 Pietro da Morrone viene eletto papa, all’età di circa 80 anni. L’11 luglio i delegati si avviano verso Sulmona. Anche Carlo II col figlio si reca a Badia di Sulmona, ma stanco per il lungo viaggio, lascia che all’eremo salga suo figlio Carlo Martello, insieme ai legati pontifici. Giunti all’eremo nella tarda mattinata, l’arcivescovo di Lione, Bernard De Gout, si inginocchia davanti a Fra Pietro e gli consegna il decreto di nomina. Pietro si ritira in preghiera e in lacrime. Poi, dichiara di accettare la nomina. Il 25 luglio il corteo parte per L’Aquila: Pietro su un asino e ai fianchi Carlo d’Angiò e Carlo Martello. Arriva a L’Aquila il 27 luglio, dove rimane per la consacrazione episcopale e per l’incoronazione papale che avviene domenica 29 agosto 1294, alla presenza di tutti i cardinali. Prende il nome di Celestino, come Celestino III che aveva approvato l’Ordine di Gioacchino da Fiore.

Il 6 ottobre 1294 il corteo di papa e re parte dall’Aquila per andare a Napoli. Il 7 ottobre arriva a Sulmona e il 9 ottobre avviene la consacrazione dell’altare maggiore della chiesa di Badia di Sulmona. Il 10 ottobre, sale a S. Onofrio e incontra fra Roberto di Salle. Il 5 novembre arriva a Napoli. Il 13 dicembre 1294 si dimette. Il successore, Bonifacio VIII, cerca in tutti i modi di inseguirlo con le sue guardie, riuscendo a farlo prigioniero e a rinchiuderlo nel castello di Fumone, in provincia di Frosinone. Il 19 maggio 1296 muore, recluso in una cella.

Nel 1299, tre anni dopo la morte di Celestino V, Carlo II d’Angiò ricostruì il convento, abbellito nel 1500, restaurato dopo il terremoto del 1706. L’Ordine dei Celestini fu soppresso nel 1807 e l’edificio ebbe varie destinazioni, fino a diventare carcere penitenziario. Il 9 maggio 1974, dal carcere penitenziario avviene l’evasione di Horst Fantazzini, un anarchico che aveva tentato una precedente evasione a Fossano, in Piemonte, ferendo varie guardie di custodia. Quello stesso 9 maggio 1974, nelle carceri di Alessandria, si verifica un tentativo di evasione, che, dopo 32 ore, alle 17.10 di venerdì 10 maggio 1974, si conclude con un tragico epilogo: 7 morti (5 ostaggi e 2 detenuti) e 16 feriti. Al carcere di Sulmona l’evasione si conclude senza spargimento di sangue.

In seguito, verso la fine del secolo scorso viene costruito un nuovo carcere e l’abbazia ridiventa una delle opere monumentali più importanti dell’Italia Centrale, affidata alle cure del Ministero dei Beni culturali. All’interno dell’abbazia c’è la chiesa a croce greca, che presenta due pregevoli opere in legno: l’organo, eseguito dal milanese G. Battista Del Frate nel 1681 e il coro di Leonardo Macchione di Pacentro. Nella chiesa, la Cappella Caldora, con affreschi attribuiti a Johannes de Sulmona. In una nicchia ad arco semicircolare il monumento sepolcrale dei Caldora, scolpito nel 1412 da Gualterius de Alemania. Fu la madre, Rita Cantelmo moglie di Giovanni Antonio Caldora, che fece erigere il monumento al primo figlio Restaino, morto giovane. Il 5 maggio 2018, dopo anni di lavori per la ristrutturazione, la Chiesa di Santo Spirito sarà riaperta al pubblico.

*storico

LOURDES: QUANDO LA FEDE SI FA POESIA – di Giuseppe Lalli

 

 

 

LOURDES: QUANDO LA FEDE SI FA POESIA

di Giuseppe Lalli

L’AQUILA – Sono passati centosessanta anni da quella fredda mattina dell’11 febbraio 1858 quando, in un angolo remoto della Francia, nel dipartimento degli Alti Pirenei (l’antica Bigorre) una ragazzina di quattordici anni di nome Bernadette Soubirous esce in compagnia di una sorella minore e un’amichetta d’un anno più giovane, per raccogliere lungo un torrente che scende dai Pirenei legna da ardere e raccattare ossi di animali da vendere per qualche moneta. E’ la figlia di un mugnaio andato in rovina e imprigionato un anno prima con l’accusa di aver rubato dei sacchi di farina. Un uomo che vive insieme alla moglie e quattro figli in una stanza di pochi metri quadrati, non riscaldata e con soli due letti: una camera fredda e buia dove il buon Dio non manda i suoi raggi, per parafrasare una canzone di Fabrizio De André. La madre racimola qualche soldo facendo lavori pesanti nelle case in cui viene chiamata saltuariamente. Una miseria nera, quella della famiglia Soubirous, la stessa che un tempo c’era nelle nostre campagne, spesso tramandataci dai racconti delle nostre nonne e bisnonne.

Marie Bernarde – questo il vero nome dell’adolescente – è di buon carattere, ma denutrita ed analfabeta. Non ha neppure frequentato il catechismo, né fatta la prima comunione. A casa non ci sono i soldi necessari neppure per acquistare un sillabario. Non parla né comprende il francese: si esprime solo nel dialetto locale, un idioma dalla forte assonanza ispanica. E’ in questa lingua che le si rivolgerà la giovane signora (petito damiselo la chiamerà) nelle diciotto apparizioni (dall’11 febbraio al 16 luglio) che dirà di avere. Nel suo peregrinare insieme alle sue due compagne alla ricerca di legna, quella mattina di febbraio, giunge vicino ad un canale, che separa le fanciulle da una grotta detta Massabielle (“la roccia vecchia”), dove si intravedono rami secchi portati dalla piena del fiume. A differenza delle sue compagne, Bernadette esita ad attraversare: la mamma le ha raccomandato di non prendere freddo per via della sua salute cagionevole. Ciò nonostante decide di togliersi le calze e le scarpe. Subito dopo…due raffiche di vento, a breve distanza l’una dall’altra, richiamano la sua attenzione in direzione della grotta, e le pare di vedere, in un incavo della roccia…qualcosa di bianco: la figura di una piccola signora.

Sarà l’inizio di un racconto dove sembra che il Cielo si sia immerso nella storia degli uomini. Ma sarà anche, per quella ragazzina misera e insignificante, l’inizio di un calvario giudiziario e di grandi sofferenze, sopportate eroicamente, alla luce delle promesse rassicuranti ricevute dalla giovane signora che sostiene di vedere. Niente fino a qualche tempo prima, alle viste umane, avrebbe potuto candidare quella grotta fuori mano a luogo di eventi straordinari, se si pensa che era un posto malfamato, dove pare si dessero appuntamento gli amanti per consumare i loro rapporti sessuali clandestini. Certo, si possono avere opinioni diverse su questo ed altri fenomeni simili. A me credente, in quel luogo ai piedi dei Pirenei, in una cornice paesaggistica e storica che mi ricorda molto da vicino il mio villaggio di origine ai piedi del Gran Sasso, pare sempre di fare esperienza fisica della speranza cristiana, a cui ci richiama una donna che, come alle nozze di Cana, torna ad indicarci il Figlio come risposta alle nostre inquietudini.

Ma ho la sensazione di incontrare, insieme alla speranza, anche la poesia allo stato puro. Mi sembra di toccare con mano il mistero e… la fiaba. Il mistero di un Dio che irrompe nella storia degli uomini, e la contamina; la fiaba di una giovane e sorridente regina che per consegnare il suo messaggio sceglie una ragazzina povera e ignorante (come la piccola fiammiferaia della storia di Andersen), alla quale si rivolge come nessuna persona prima aveva fatto, con ineffabile dolcezza, e dandole addirittura il “Voi”. Il credente sensibile all’arte non vi vede solo il riflesso di un Dio che si è fatto carne, ma anche l’immagine di un Cristo che si fa…favola. Ma non la “favola bella” dell’illusione poetica di Gabriele D’Annunzio, ma la favola vera di una regina che ci si fa incontro per accompagnarci lungo il cammino della vita e verso la gioia senza fine.

Nel suo ultimo libro su Lourdes dal titolo Bernadette non ci ha ingannati, Vittorio Messori ci ricorda che se Lourdes è vera, se la piccola e giovanissima “demoiselle” giunta dal Cielo è davvero apparsa in quella grotta adibita a rifugio comunale dei porci del villaggio, «allora sono vere anche tutte le verità della Chiesa Cattolica» e «questa grotta è dunque il salvagente regalato ai credenti in questa difficile modernità». Ci segnala altresì, il Messori, che Lourdes ricorda a cristiani distratti che il Vangelo non è un’astratta teoria, né una filosofia, né un progetto sociale, tanto meno un’ideologia, ma una rivelazione che deve abbracciare l’intera esistenza. Il celebre scrittore cattolico ci informa anche – circostanza che mai avrei immaginato – che la bellissima signorina che appare («Aquerò», cioè «quella là» nel dialetto della Bigorre, l’unica lingua che Bernadette conosce, ma soprattutto «el petito damiselo», cioè «la piccola signorina», come la ragazzina ripete spesso), quasi sempre sorridente, almeno in tre occasioni addirittura ride di cuore. Ride alla seconda apparizione, quando Bernadette, nell’evenienza che si tratti di un fenomeno diabolico, cerca di spruzzarle addosso l’acqua santa. Ride anche alla terza apparizione, quando la veggente, dietro suggerimento, porge all’affascinante signorina carta e penna affinché scriva il suo nome, ricevendone per tutta risposta uno scoppio di «riso, cristallino come quello di una bambina». Ed è a questo punto che la Vergine, che non si è ancora rivelata, scende dall’ogiva, in alto, si porta all’altezza della piccola veggente, e le due ragazze, l’una di fronte all’altra, continuano a ridere con la complicità di due coetanee. La giovanissima Vergine ride perfino nel momento più solenne, il 25 marzo, quando rivela a Bernadette di essere l’Immacolata Concezione.

Che dire? Teologia avvolta dalla poesia…A completare la bellissima “fiaba”, mi piace ricordare la toccante descrizione – sempre riferita da Messori nell’opera citata – fatta di Bernadette da un giovane e facoltoso notabile di Lourdes, JeanBaptiste Estrade, dapprima scettico, poi letteralmente rapito (e lo sarà per tutta la vita!), dopo aver assistito, spinto dalla sola curiosità, alla settima apparizione, quella del 23 febbraio 1858: «I suoi occhi divennero splendenti, un sorriso angelico apparve sulle sue labbra, una grazia indescrivibile, da regina, si sparse per tutta la sua persona, pur coperta com’era di poveri stracci. Mi sembrava che la sua anima si sforzasse di uscire dalla prigione del corpo per raggiungere ciò che vedeva…». Due piccole regine, dunque, una ricoperta di stracci, l’altra avvolta di luce, che s’incontrano in una vecchia porcilaia. Autentica, profonda, irripetibile poesia…Ai piedi dei Pirenei Maria si mostra come una ragazza dolce e sorridente, a tratti perfino allegra e gioviale, che parla di cose profondamente serie con una sua coetanea. Il fascino che promana da questa circostanza è la cifra stessa del mistero.

A Lourdes, come in nessun altro luogo sacro – lo dico con il fiato sospeso -, ho avuto l’impressione di leggere il quinto Vangelo, quello che ciascun cristiano, nella prosaicità della vita ordinaria – in famiglia e nel luogo di lavoro – è chiamato a scrivere con la sua vita mettendo in pratica i precetti dei quattro Vangeli canonici. Ma per riconoscere questa profonda verità occorre farsi bambini. Anche l’intellettuale cristiano deve farsi semplice come quell’adolescente di nome Bernadette. Ci si può chiedere: perché il fenomeno è avvenuto in quel preciso giorno? Perché in quel villaggio? Perché in quel posto? Perché quella fanciulla? Ho spesso pensato che forse bisognerebbe riscrivere la storia degli ultimi secoli alla luce di…questa Luce. E sarebbe ugualmente una storia degli uomini, ma illuminata dalla volontà di un Padre che incarica la sua figlia prediletta di additare ad altri suoi figli la via della felicità.

La lezione che ci viene da Lourdes è che Dio si nasconde tra le pieghe della storia, come l’autentica bellezza si cela tra le pieghe del tempo. Il cristianesimo è un guanto…rigirato, una verità nascosta ai sapienti e svelata ai piccoli. I cristiani hanno spesso commesso l’errore di collocare lo spirito troppo in alto, forse per metterlo al riparo dai colpi degli avversari; ma così facendo lo hanno allontanato dall’orizzonte dei loro contemporanei. Lo devono riportare in basso, a contatto con la vita vera, nelle periferie esistenziali di questa difficile ma pur sempre interessante modernità. Del resto, lo Spirito soffia dove vuole…E’ con questa disposizione d’animo che sono andato l’ultima volta in questa piccola capitale mariana, e nel rivolgere lo sguardo da lontano a quella grotta, prima di lasciarla, è maturata nel mio cuore un’invocazione, tra la preghiera e lo slancio lirico, che solo più tardi si è palesata, sgorgando dall’anima come un rigagnolo di quell’acqua nella quale ci si bagna, e che sempre ci ottiene il miracolo di rinfrescare i nostri pensieri e placare le nostre ansie.

Bianca Regina

rivestita di luce,

Vergine della roccia,

catena dolce

d’invisibile amore,

alla tua grotta

mi sono recato,

due lettere ti ho

recapitato:

una per me,

l’altra per altri…

E tu, ragazza

fatta regina,

insieme all’altra

ragazzina,

hai coperto

col tuo manto celeste

le mie piccole

due richieste.

Hai accarezzato

col tuo sguardo lieto

i turbamenti del mio

cuore inquieto,

indicandomi la via

della vera autonomia,

e ricordandomi ch’è

in Gesù, tuo figlio,

il centro d’ogni filosofia,

nel tuo eterno “sì”

l’autentica poesia.

Ti ringrazio, Maria…

 

 

 

La Madonna d’Appari e…dintorni tra storia e poesia

 

 

 

LA MADONNA D’APPARI E…DINTORNI TRA STORIA E POESIA

di Giuseppe Lalli

PAGANICA (L’Aquila) – La piccola chiesa della Madonna d’Appari, a Paganica, abbarbicata com’è sulla roccia, e l’arco che la sovrasta, me li sono sempre raffigurati, con gli occhi della mente, come la porta d’ingresso di un piccolo mondo, un angolo di paradiso terrestre nel quale volentieri indugiava la mia fantasia di ragazzo. Sarà per questo che quando l’autobus che ci riportava al nostro villaggio, Assergi, attraversava il breve tunnel scavato nella roccia adiacente al santuario, ci facevamo il segno della croce…

Paganica, poi, l’ho sempre pensata per quello che è: una piccola capitale. Ha sempre assolto, nell’immaginario degli abitanti di Assergi e di Camarda, villaggi situati più a nord, al ruolo di capoluogo della ridente valle del Raiale, contrada ai piedi del massiccio del Gran Sasso tra le più suggestive d’Abruzzo, luogo pieno di magia, come ebbe a definirlo il poeta assergese Silvio Lalli, che della sua valle era letteralmente innamorato.

A lungo sede di “mandamento” (vecchia divisione amministrativa tra il Comune e il Circondario), Paganica ha conosciuto in epoca moderna momenti di vera passione civile. Accadde nel 1799, al tempo della rivolta antinapoleonica, e negli anni ’40 dell’Ottocento, quando una parte della popolazione fu coinvolta nei moti risorgimentali. Episodi, questi, che interrompevano nelle nostre contrade un isolamento ancestrale, e sembravano ricollegare, per un momento, le piccole patrie ai destini di una patria più grande. A Paganica sono nati, in uno stesso palazzo del quartiere di Pietralata, a poche centinaia di metri dalla piccola chiesetta di cui parliamo, due protagonisti di primo piano della cultura del Novecento: lo storico Gioacchino Volpe e il giornalista, scrittore e critico teatrale Edoardo Scarfoglio.

Tornando a parlare della Madonna d’Appari, piccolo restaurato gioiello incastonato in un angolo naturale di rara bellezza, c’è da dire che in essa il martedì successivo alla Pasqua si celebra la messa e la successiva processione, nell’ambito della festa della Madonna, che la voce popolare vuole essere apparsa in età medievale in quel luogo ad una pastorella, Maddalena Chiaravalle (da qui l’espressione “Madonna d’Appari“) I nostri genitori e nonni di Assergi e di Camarda usavano andare a piedi in pellegrinaggio alla chiesetta per assistere alla messa e partecipare alla processione. Partivano al mattino, di buonora, portando, avvolti in una “sparra”, un pezzo di pizza pasquale avanzata dai giorni precedenti e del salame fatto in casa.

Ad Assergi c’era poi, fino al primo decennio del secolo scorso, un’originale e toccante tradizione, detta delle “verginelle”. Un’anziana signora, detta la “crollara” (cioè la fabbricante di corolle di paglia, oggetti utilizzati dalle donne di casa per poggiare sulla testa la conca piena dell’acqua attinta alla fontana pubblica) radunava un gruppo di bambine – le “verginelle” – e le incaricava di andare a pregare alla chiesa della Madonna d’Appari per una persona malata, nella convinzione, radicata nella fede cristiana, che le richieste dei piccoli trovassero più facile udienza presso il trono di Dio. Al ritorno dalla pia ambasciata, la persona che aveva commissionato il piccolo pellegrinaggio invitava a casa sua le adolescenti, e offriva loro una sostanziosa merenda.

Echi lontani di un mondo che la mia generazione ha appena sfiorato, voci di un secolo che ci appare innocente, dove le feste liturgiche scandivano la vita delle persone e le devozioni sacralizzavano la dura fatica dei campi. Ho spesso pensato che da queste e simili tradizioni le generazioni che ci hanno preceduto traevano i tesori del passato e i presentimenti dell’avvenire. Nato e crescuito all’ombra del ruscello che lambisce e quasi accarezza la suggestiva chiesetta, ogni volta che mi si offre l’occasione di passeggiare nei suoi pressi, ho la sensazione di accompagnarmi ad una voce amica, quella allegra e rassicurante dell’acqua del Raiale. L’ultima volta ho creduto di afferrare, per poterle fissare nella carta, parole e suoni che scorrevano tra le pietre, insieme all’acqua, per andare… chissà dove.

Cara chiesetta
un tempo solitaria,
luogo di bellezza rara,
gemma opalescente
di luce tenue,
incastonata tra
la bianca roccia
e l’acqua chiara
e fresca del Raiale,
piccolo angolo
d’incanto,
verde come
il manto
che scorre
insieme al fiume,
dove le acque
mormorano e
natura e poesia
si rincorrono ;
amica da sempre
dei miei pensieri,
a te sempre corre
il mio cuore di
ragazzo coi
suoi desideri,
a te ricorre
la mia mente
di adulto coi
suoi sospiri,
alla tua vista
riposa la mia
anima di uomo,
che aspira
alla speranza,
e all’eterna gioia
mira…