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LA STORIA DI NAVELLI NELLA STORIA DELL’ITALIA MERIDIONALE – Annotazioni sul volume “Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi” di Antonio Galeota

 

LA STORIA DI NAVELLI NELLA STORIA DELL’ITALIA MERIDIONALE

Annotazioni sul volume “Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi” di Antonio Galeota

di Giuseppe Lalli

L’AQUILA – Il 13 agosto scorso, nell’Aula consiliare del Comune di Navelli, con vista sull’antico stupendo borgo, si è svolta la presentazione del volume “Quelli che hanno dato – Storia del Meridione dal 1860 a oggi”, scritto da Antonio Galeota. Come tutte le opere originali, il libro sfugge ad una precisa classificazione di genere. Si tratta di un lungo racconto scritto sotto forma di saggio storico-politico; ma potrebbe essere anche l’abbozzo di una storia sociale dell’Italia meridionale. Lo scritto è percorso da cima a fondo da un vivo senso della giustizia e da un’esigenza di verità. In esso convivono passione civile e rigore storiografico, direi – tanto per entrare in argomento – nella migliore tradizione della cultura meridionale. In più di una pagina, ho avuto l’impressione di rileggere il Francesco De Sanctis di “Un viaggio elettorale”.

La trattazione è densa, ricca di notizie e di argomenti. Ci s’imparano molte cose. Io vi ho imparato ad apprezzare la figura di Giuseppe Garibaldi, sulla quale non avevo mai riflettuto a fondo. L’autore ce lo presenta come un personaggio di spessore a tutto tondo: non solo il grande condottiero e stratega militare che tutti abbiamo conosciuto nei libri di storia, ma anche l’uomo che pensa in maniera politica, che è disposto ad accantonare il suo repubblicanesimo e il suo radicalismo sociale convinto com’è che l’unità politica della nostra penisola si sarebbe potuta realizzare solo sotto l’egida del Piemonte di Cavour e dei Savoia. Un’altra cosa che ho appreso, nel capitolo dedicato all’emigrazione, quando si riferisce del terribile episodio avvenuto a New Orleans dell’uccisione per linciaggio di alcuni italiani (tra cui il navellese Loreto Còmitis), imputati dell’uccisione di un rappresentante delle forze dell’ordine ed assolti, è quanto, in molti momenti della sua storia, la società americana sia stata percorsa da sentimenti di odio razziale ed etnico, di cui i primi emigrati italiani fecero le spese.

La copertina del libro è assai didascalica. Sotto, sulla falsa riga di un celebre dipinto, “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo, sono raffigurate tutte quelle figure sociali, a partire da una coppia con bambino in braccio, che da sempre tirano la carretta, quelli, appunto, che hanno sempre dato. C’è il contadino, il medico, l’operaio, il carabiniere, insomma quelli che producono vera ricchezza, finanziaria e soprattutto morale. Si tratta, tutto sommato, come nel quadro di Pelizza da Volpedo, di una forza tranquilla. Sopra, invece, è raffigurata tutta quella borghesia che soprattutto nel meridione è vissuta all’ombra della rendita di posizione o, addirittura, ai limiti della legalità.

Goffredo Palmerini, nella prefazione al libro, a proposito di quella ricca articolazione di fatti locali e vicende nazionali che è uno dei tratti caratteristici del libro, evoca appropriatamente la lezione di un grande storico francese, Jaques Le Goff, autore per il quale, nella ricerca storica, fatti come la lingua, le tradizioni, i racconti, i monumenti, insomma tutto ciò che è parte viva di una memoria collettiva, ha la stessa dignità di fonte del documento scritto. A me la lettura del libro ha evocato un altro grande esponente di quella corrente storiografica che va sotto il nome di “Scuola delle Annales “, e cioè Fernand Braudel, che parla di correnti che si muovono nel sottosuolo della storia, processi di lunga durata, che agiscono sotto la superficie della politica e che da questa superficie sono toccate solo parzialmente. Sono quei piani bassi della società, su cui Antonio Galeota, in questo suo libro, getta i riflettori: quei piani abitati, appunto, da quelli che hanno sempre pagato, quelli che, alla fine, fanno la storia vera.

Una delle principali chiavi di lettura di questo saggio, che consta di otto capitoli, va ricercata a mio parere nel capitolo secondo, quello dedicato al brigantaggio e alle politiche dell’Italia postunitaria. E’ qui infatti che l’autore crede di rintracciare le radici di quella “questione meridionale” che appare tuttora non risolta. Il fenomeno del brigantaggio meridionale postunitario è, a mio avviso, esemplare di quella visione di lunga gittata di cui si parlava, perché ripropone temi che vanno al di là della stessa vicenda politica dalla quale prese le mosse. I libri di storia “ufficiale” hanno operato, su questo tema, o una rimozione, o, a mio parere, una interpretazione quasi sempre parziale. C’è una storiografia di ispirazione marxista che ha voluto vedere nel brigantaggio una rivoluzione in anticipo, una rivolta sociale che reclamava una dottrina e una guida politica. Da parte liberale, invece, si è preferito spesso sottolineare la strumentalizzazione politica operata dalle vecchie classi dirigenti spodestate: un incidente di percorso.

Nel libro c’è un approccio corretto. Si sottolinea la partecipazione contadina al movimento e si dice che si trattò di una vera e propria guerra civile, combattuta anche “da centinaia di donne in servizio armato permanente”. Si chiarisce che il brigantaggio era sì antiunitario e filoborbonico, ma non per deliberata scelta politica, ma come inevitabile risposta ad un profondo malessere sociale. Una secolare esperienza e un istinto atavico induceva i braccianti e i contadini poveri a diffidare dei cambiamenti, e a vedere nelle stesse richieste costituzionali solo la possibilità data a quella nascente borghesia agraria piccola e grande presente nei municipi e sempre pronta a cambiare cavallo, di accaparrarsi le terre, ed eliminare quelle concessioni, come i diritti di uso civico (pascolo, legnatico, seconda raccolta) che gli aristocratici riconoscevano per antica consuetudine.

I fatti, come si dimostra nel libro, daranno ragione ai contadini: niente più concessioni e, in cambio, tasse e servizio militare obbligatorio. Ma Galeota accenna, sia pure fugacemente, ad una spiegazione più profonda, che richiama quelle correnti sotterranee a cui si accennava. Per paradossale che possa apparire, le plebi meridionali percepiscono il regime borbonico come più equo, e più in sintonia con quel sentimento religioso radicato in quel mondo. Agisce insomma l’autorità di una tradizione secolare, aspetto su cui non si è abbastanza riflettuto. Non si tratta certo di alimentare sentimenti neoborbonici, che sono del tutto estranei, credo, all’autore, ma di aderire, come si diceva, ad un’esigenza di verità.

Se è vero che il processo di unificazione era scritto nel destino della nostra penisola (come aveva capito già Napoleone Bonaparte) e se è altrettanto vero che, in quel contesto determinato, esso poteva essere portato a termine solo dal Piemonte di Cavour e dei Savoia (come era convinto Giuseppe Garibaldi), questo non significa – sembra dire Galeota – che non si potesse agire in maniera diversa. L’alternativa alla famigerata legge che porta il nome di un deputato aquilano, la legge Pica del 1863, che dava all’esercito piemontese i poteri più arbitrari nella repressione del brigantaggio, era attuare “politiche giuste ed equanimi”. Galeota non manca di richiamare il quadro normativo entro il quale si consumò la grande ingiustizia. Un provvedimento a firma del Luogotenente Farini (che nel dicembre del 1862 diventerà Presidente del Consiglio), istituiva, per ogni provincia, dei commissari governativi che avrebbero dovuto provvedere alla ripartizione dei terreni del demanio pubblico, quel demanio pubblico dove erano state “accantonate” provvisoriamente le terre degli antichi feudi baronali soppressi nel 1806 da Giuseppe Bonaparte (provvedimento che i Borbone avevano mantenuto), appezzamenti che assai spesso venivano affittati ai contadini a prezzi calmierati. In ossequio a quanto stabiliva il decreto, i commissari agirono di concerto con la amministrazioni comunali. Ma finì per prevalere il criterio di assegnare le terre non ai senza-terra, ma a chi già di fatto le possedeva, vale a dire a quei proprietari che da sempre agivano all’interno dei consigli comunali.

Più tardi, in occasione della alienazione delle terre confiscate agli ordini religiosi (la cosiddetta “mano morta”) e trasferite al Demanio dello Stato nel 1862, si dispose che esse potessero essere acquistate solo da chi vantava crediti nei confronti dello Stato. Ma chi poteva vantare crediti nei confronti della Pubblica Amministrazione se non quelli che Galeota definisce “i soliti noti”? Non erano mancate voci di dissenso, come quella di un magistrato aquilano, Pasquale Carli, che a proposito delle suddette terre ecclesiastiche, aveva proposto, sul modello di quanto era avvenuto in Toscana e in Umbria, di assegnarle: prima, al demanio dei Comuni; e di ripartirle poi tra i contadini poveri, conservando inoltre i diritti di uso civico, “ In tal modo – scriveva saggiamente il Carli in un editoriale del 19 gennaio 1861 pubblicato su un giornale edito all’Aquila – non solo verrebbe tolta la causa o il pretesto alla sedizione, ma si trasferirebbero gli avversari della libertà in ardenti partigiani di essa “ .

Nel libro non si esita a sfatare anche un altro luogo comune, quello di uno Stato borbonico, al tempo della spedizione garibaldina, opprimente e retrogrado. L’autore ci mostra, dati alla mano, una realtà alquanto diversa. C’era sì un piano di infrastrutture appena abbozzato e decisamente insufficiente, ma era in corso un apprezzabile impulso allo sviluppo industriale in vari settori. Le condizioni sociali negli ultimi anni erano migliorate. Si cita uno studio del 1900 di Francesco Saverio Nitti nel quale lo statista lucano aveva rilevato che, al momento dell’unificazione, l’Italia meridionale vantava “un grande demanio, una grande ricchezza monetaria, un credito pubblico solidissimo”, ereditati dal nuovo Stato e messo a frutto non certo a vantaggio di chi li aveva prodotti e conservati.

Avviene in quegli anni, da parte delle classi dirigenti – scrive con documentata argomentazione Galeota – la deliberata scelta di favorire il solo sviluppo industriale del Nord. A ciò concorse una politica di agevolazioni fiscali e, più tardi, di protezionismo doganale, che dal punto di vista della produzione industriale, finì per trasformare il meridione – è questa l’amara conclusione dell’autore – in una sorta di colonia interna, sul modello di quanto farà l’Inghilterra con le sue colonie “esterne” (tesi certo forte e discutibile, ma niente affatto isolata nel panorama culturale italiano). Guido Dorso, forse il più appassionato e penetrante tra i meridionalisti, nel libro “La rivoluzione meridionale” del 1925, si esprime in termini assai simili. A ciò concorse anche – aggiunge Galeota – un ceto politico meridionale più attento a curare i propri orticelli locali e clientelari che a farsi portavoce di riforme strutturali a beneficio delle genti meridionali. Si manifesta qui quel costume, tipico di una certa tendenza meridionale, di coltivare virtù private e pubblici vizi, da cui nascerebbero quello scarso senso dello Stato di cui tanto si è parlato ai nostri giorni.

L’autore documenta, in altra parte del libro laddove la storia si confonde con l’attualità politica, che in termini di investimenti statali e di spesa pubblica, il divario favorevole al Nord non si è mai attenuato, a dispetto di tutta quella propaganda contro il presunto assistenzialismo meridionale. Alla denuncia del passato, recente e meno, l’autore fa seguire una serie di indicazioni. Ne parla nel capitolo 7, dall’eloquente titolo “Puntare sul meridione “. Tra le tante proposte, due meritano a mio avviso particolare attenzione. La prima, di carattere generale, è quella rivolta alla politica nazionale: si tratta di vincere le resistenze dell’Unione Europea per poter modificare una legge che, mentre permette che lo Stato finanzi, tramite una società pubblica, la Simest, con capitali della Cassa Depositi e Prestiti, la delocalizzazione delle nostre industrie in altri paesi a basso costo del lavoro, vieta che questo avvenga a favore delle due regioni del Sud che presentano redditi pro-capite molto al di sotto della media Europea. La seconda indicazione degna di attenzione riguarda direttamente il nostro territorio. Si tratterebbe, da un lato, di tornare alla cultura dell’artigianato finalizzato ai prodotti ad alto contenuto tecnico ed estetico; dall’altro di dare impulso ad un settore terziario al servizio di quel turismo che nella nostra regione sta conoscendo una fase di ripresa, in un territorio come il nostro disseminato di borghi stupendi come Navelli, con una discreta capacità ricettiva e un alto grado di attrazione.

L’autore di questo libro, come si evince fin dalle prime pagine, è un meridionalista convinto, un meridionalista però che ama analizzare la realtà nei suoi aspetti quantitativi, cercando i rimedi, piuttosto che attenersi alla sola teoria. C’è poi un’altra faccia del libro di Antonio Galeota, non meno importante, quella in cui descrive quel microcosmo sociale che è stata la Navelli dei primi decenni del secolo scorso. Vi dedica un capitolo specifico – “Tra le due guerre mondiali “ -, ma Navelli sta sullo sfondo di tutto il lungo racconto. Sembra quasi che l’autore abbia voluto saldare con questo borgo un debito sentimentale, in pagine dove spesso il dato storico e lo slancio poetico si fondono. Viene in mente quel nostro grande conterraneo, Benedetto Croce, che in appendice alla sua “Storia del regno di Napoli”, scritta nel 1924, riproduce due precedenti scritti dedicati a due paeselli d’Abruzzo, Montenerodomo e Pescasseroli, che sono i paesi d’origine rispettivamente della famiglia del padre e di quella della madre. E’ certamente un omaggio ai sentimenti e alle radici, ma risponde anche ad una esigenza intellettuale del filosofo, quella di “vedere in miniatura i tratti medesimi della storia generale”, come egli stesso scrive.

Antonio Galeota, crociano di fatto, fa una cosa analoga con Navelli. Con una differenza, mi permetto di osservare: che Benedetto Croce non potette avvalersi, nella sua ricerca su Montenerodomo e Pescasseroli, di un archivio ordinato come quello di Navelli. Antonio, come Don Benedetto, ci ricorda che siamo sempre figli, oltre che dei tempi, anche dei luoghi, come ha ricordato a noi aquilani, di dentro e fuori le mura, anche quella tremenda notte del 6 aprile di nove anni fa. Antonio ha scritto un libro pedagogico, di educazione civile, cosa tanto più importante in questi nostri giorni di confusione civile e morale. Mi viene da pensare, in conclusione, a quante volte abbiamo sentito, fin dai banchi di scuola, quel vecchio adagio secondo cui “la storia è maestra di vita”. Ebbene, se è vero che la storia è maestra di vita, è altrettanto vero che questa maestra, assai spesso, ha avuto scolari distratti. Antonio Galeota non sembra essere stato uno scolaro distratto. Ha scritto un libro in ottimo italiano, condito di ironia, punteggiato di espressioni dialettali caustiche ed efficaci. E queste sono ragioni in più per leggerlo, rispetto a quelle dianzi illustrate.

Cermignano, pubblicata e presentata la ricerca storica sui caduti della prima guerra mondiale di Walter De Berardinis

 

COMUNICATO STAMPA

L’ANA di Cermignano e Teramo pubblicano la ricerca del giuliese De Berardinis sui caduti della 1° G.M.

Presentata sabato la ricerca sui 66 caduti della 1° G.M.

Tra i morti: 2 medaglie al V.M., un sacerdote e 5 con la divisa USA

Cermignano (Teramo) – Sabato scorso, nella sala del consiglio comunale, è stata presentata l’ultima ricerca storica sui caduti della 1° Guerra Mondiale di Cermignano a cura del giornalista giuliese Walter De Berardinis. Erano presenti all’evento storico-patriottico, portando i loro saluti: il Sindaco di Cermignano, Santino Di Valerio; l’Alpino e consigliere comunale, Leonardo Rapacchietta; la direttrice dell’Archivio di Stato di Teramo, Carmela Di Giovannantonio e il nuovo Comandante dell’Ufficio Circondariale Marittimo di Giulianova, il T.V. Claudio Bernetti. La ricerca ricalca i due precedenti lavori editi dalla casa editrice Artemia Nova di Mosciano Sant’Angelo diretta da Maria Teresa Orsini: “Quando C’Era la Guerra” su Giulianova e “I caduti di Fano Adriano”. La ricerca è stata dedicata al prozio dell’autore, il Caporale Alpino Carlo De Berardinis del 7° Rgt Alpini, btg. Feltre, 24° compagnia, morto a Caoria di Canal San Bovo (TN), il 15 settembre 1917 alla conquista del Monte Cauriol in trentino. Il lavoro è stato reso possibile grazie all’interessamento del Consigliere comunale Leonardo Rapachietta, partendo dalla lettura dei nomi dei 57 caduti trascritti sulla lapide posta alla base del monumento ai caduti della 1° Guerra Mondiale, opera monumentale realizzata nel 1922 dall’artista teramano Pasquale Morganti (Teramo, 7 gennaio 1861 – Teramo, 16 giugno 1940). Nove sono stati i caduti in più ritrovati durante le ricerche presso l’Archivio di Stato di Teramo e l’Archivio comunale.  I caduti di Cermignano per la stragrande maggioranza appartenevano alla Fanteria (43), pochissimi agli altri corpi: Alpini (3), Bersaglieri (3), Genio (4), Mitraglieri (3), Artiglieri (4), Sanità (1), Cavalleggeri (1). La maggior parte dei caduti erano contadini, carrettieri, pastori e cavallari, pochissimi sapevano leggere e scrivere. Per un piccolo comune posto tra il Vomano e il Piomba, salta agli onori della cronaca ben due medaglie: La Medaglia di Bronzo al Valor Militare a Palizzi Costantino, classe 1893, del 17° reggimento, 7° compagnia (partito il 21 maggio dalla sede di pace di Ascoli), morto il 9 giugno 1915, alla conquista di Sant’Elia (San Pietro Dell’Isonzo); la Medaglia d’Argento al Valor Militare, a Castiglione Campitello, morto il 18 giugno 1918 durante i combattimenti sul Piave. Nonostante molti ragazzi di Cermignano tornarono dall’America per servire il proprio paese, ci furono altrettanti giovani cermignanesi che si arruolarono nel nascente esercito americano per partecipare, nel 1917, alla guerra contro la Germania sul fronte francese, ad oggi non sappiamo quanti giovani vestirono la divisa americana, ma purtroppo sappiamo i nomi di cinque di loro che rimasero vittime sul suolo francese indossando la divisa USA. Grazie alla passione e lavoro certosino del collega di Pavia, Luca Angeli, il quale ha redatto i profili di questi poveri soldati, oggi siamo a conoscenza di questi cinque ragazzi morti in terra straniera con un’altra divisa e citati nei rispettivi albi d’oro, USA e Italia: Regolo Matriciani, Marano Di Martino, Costantino Castiglione, Gennaro Scipione e Francesco Di Sabatino, mentre i primi quattro sono sepolti nel cimitero militare di Romagne Sous Montfaucon in Francia, l’ultimo fu sicuramente rimpatriato a Cermignano, visto che non si trova traccia della sua sepoltura. L’ultimo caduto da segnalare è un giovane sacerdote di Cermignano, Enrico De Iovita, nato il 15 ottobre 18884, da Candeloro e Eugenia Mattucci, partito con la 5° compagnia di Sanità, morto il 31 ottobre 1918 nell’ospedale militare di tappa nel veronese a Bovolone. Questi i nomi dei 66 caduti censiti da De Berardinis: Andreone Costantino, Caforno Donato, Caralla  Lorenzo Cardosi Giuseppe, Castiglione Costantino, Castiglioni Campitello, Ceci Oreste, Centerba, Domenico, D’Alesio Domenico, D’Alesio Giovanni, De Dominicis Giuseppe, De Iovita Domenico, De Iovita Enrico (Sacerdote), Del Cane Domenico, Del Cane Giuseppe, Delli Compagni Ercolino, Delli Compagni Pietro, Di Battista Alfonso, Di Battista Antonio Di Battista Antonio, Di Francesco Francesco, Di Gabriele Giustino, Di Gregorio Alessandro, Di Gregorio Pasquale, Di Marco Filippo, Di Marco Giorgio, Di Marco Pietro, Di Martino Eugenio, Di Martino Marano, Di Pietro Eugenio, Di Pompeo Carmelo, Di Sabatino Francesco, Di Saverio Luigi, Di Valerio Orazio, D’Ignazio Agostino, Fabbri Pietro, Fulminis Pietro, Giovannucci   Giovanni, Giuliani Marcellino, Iannetti Innocenzo, Iovannone Domenico, Lelli Ercole, Maranella Luigi, Marcelli Ettoli, Martella Serafino, Matriciani Regolo, Mattucci Luigi, Misantone Donato, Pallizzi Costantino, Paolone Nicola, Pennese Giuseppe, Sacripante Antonio, Sacripante Costantino, Sacripante Giuseppe, Sacripante Marino, San Lorenzo Nicola, Santori Vincenzo, Saputelli Berardo, Saputelli Domenico, Saputelli Marano, Schioppa Domenico, Schioppa Gaetano, Scipione Gennaro, Taralli Giovanni, Visciotti Donato, Zampini Antonio.

il 6 giugno 1861 moriva Camillo Benso conte di Cavour

 

 

Ricordando Cavour

di Mario Setta

In questo momento di particolare attenzione alla politica in Italia,

il ricordo di personalità come Camillo Benso di Cavour e di quanti

hanno lasciato un’orma indelebile nella storia e nella cultura della nazione,

può diventare memoria e stimolo per una leale partecipazione individuale e sociale.

Il 6 giugno 1861, 157 anni fa, all’età di 51 anni, moriva Camillo Benso di Cavour. Il più grande statista dell’Unità d’Italia. Poco prima di morire aveva ricevuto dal parroco, padre Giacomo da Poirino, un francescano suo vecchio amico, il sacramento dell’estrema unzione (oggi chiamato “Unzione degli infermi”) che il sacerdote non avrebbe dovuto amministrargli perché scomunicato. Chiamandolo per confessarsi, Cavour aveva detto: “Voglio che si sappia, voglio che il buon popolo di Torino sappia ch’io muoio da buon cristiano”. Ma non sconfessò né fece ritrattazioni sulla netta separazione tra Chiesa e Stato.

Cavour, moralmente parlando, non era certamente un “santo”, anche per le sue passioni sentimentali che lo avevano legato da giovane ad Anna Giustiniani, patriota genovese, maritata, morta suicida per non poter continuare la relazione con Cavour. In seguito, nella maturità, stabilisce una relazione con Bianca Berta Sovierzy, ballerina magiara, maritata Ronzani, con la quale Cavour ha un fitto carteggio, tanto che nel 1894 ne fu posta in vendita una serie di 24 lettere, acquistate dal suo segretario, Costantino Nigna e bruciate. Era evidente che le lettere avrebbero offuscato la fama di Cavour, grande statista. Tuttavia, anche oggi, si possono leggere le lettere di Cavour a Bianca Ronzani, pubblicate dalle edizioni Archinto, con prefazione di Lucio Villari, dal titolo “Amami e credimi”:

Purtroppo, i guai per l’assoluzione dai peccati in punto di morte data a Cavour, considerato da Pio IX acerrimo nemico, fu per il povero prete una grandissima disgrazia. Chiamato subito dal papa e dal segretario di Stato per riferire sugli ultimi istanti di Cavour e per sapere se avesse ritrattato, gli fu imposto di scriverne una dettagliata relazione. Dopo averla letta, Pio IX prese i fogli e glieli riconsegnò dicendo che erano buoni solo “per avviluppare i salami” (Lorenzo Greco, “Il confessore di Cavour”).

Convocato dal Sant’Uffizio, il tribunale dell’Inquisizione, il prete fu punito con la “sospensione a divinis”. Era la vendetta, per interposta persona, nei confronti del grande statista, artefice dell’Unità d’Italia che pochi mesi prima, il 27 marzo 1861, dieci giorni dopo la proclamazione dell’Unità, nel discorso programmatico aveva detto:

“Noi riteniamo che l’indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa. Quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l’indipendenza del papato sarà su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà spirituale, l’autorità temporale.”

Cavour aveva previsto che la Libertà sarebbe stata la migliore arma di difesa della Chiesa. Non fu ascoltato. Come non fu ascoltato quando parlò di Libertà per risolvere i problemi del Sud Italia: “Io governerò i meridionali con la libertà e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà. In venti anni saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio: ve lo raccomando”, racconta Giordano Bruno Guerri, in “Il sangue del Sud”.

Dopo 157 anni le parole di Cavour restano sulla carta. Da allora, sulla scena politica italiana, statisti capaci di realizzarle, non se ne sono visti! “Non è facile amare Cavour. Aristocratico, cosmopolita… una delle intelligenze più vive del tempo; morto più povero di quando era entrato in politica, primo ministro senza stipendio e con un appartamento di rappresentanza che non usava, preferendo invitare gli ospiti per pranzo a proprie spese… La sua figura è troppo complessa, paradossalmente troppo moderna per essere sentita vicina dall’Italia di oggi”, cosi scrive Aldo Cazzullo, nel libro “Viva l’Italia”.

Oggi, festa di San Franco d’Assergi: SAN FRANCO D’ASSERGI, DON PIETRO E FERDINANDO IV DI NAPOLI

 

SAN FRANCO D’ASSERGI, DON PIETRO E FERDINANDO IV DI NAPOLI

di Giuseppe Lalli

ASSERGI (L’Aquila) – Oggi 5 giugno, tra i Santi del giorno, la Chiesa venera San Franco d’Assergi. Il culto di San Franco d’Assergi, santo eremita del Gran Sasso, fino a qualche decennio fa, era molto diffuso in tutto l’Abruzzo e anche fuori della regione. Particolarmente cara era la memoria del santo agli abitanti del contado teramano. San Franco, infatti, oltre che di Assergi, è patrono del borgo di Forca di Valle, in provincia Teramo. A tale proposito si narra di un certo Pietro, della nobile famiglia forchese degli Iacovoni, che aveva prestato per molti anni servizio presso la corte di Ferdinando IV di Napoli in qualità di guardia d’onore.

Venendogli a noia questo sua occupazione, decise un giorno di ritirarsi a Forca di Valle, non solo per attendere ai suoi interessi di ricco proprietario terriero, ma anche per dedicarsi a suo bell’agio al culto del santo eremita, dalla cui personalità si era sentito fortemente attratto fin da ragazzo. Forse a noi smaliziati uomini moderni questi gusti fanno sorridere, presi come siamo a coltivare ben altri più …solidi miti, come quello dei cantanti, degli attori, dei sportivi, degli uomini politici; ma – che volete? – nei tempi andati accadevano anche di queste stranezze.

Era, questo Pietro, un uomo assai originale, a partire dalle sue fattezze fisiche: un vero gigante. I suoi genitori, forse presagendo le sue forme colossali, avevano pensato bene di affibbiargliene ben due di nomi: lo chiamarono Pietro Franco, quest’ultimo sicuramente in onore di San Franco. L’uomo era, per la verità, complice forse il suo eccezionale aspetto fisico, dai modi spicci, e alquanto collerico. I suoi compaesani, in segno di rispetto, lo chiamavano “Don Pietro Franco”. Parendogli troppo lungo, si faceva chiamare solo “Don Pietro”, riservando il “Franco” all’onore da tributare al santo, di cui era devoto fino all’inverosimile. Non aveva esitato a chiamare Franco entrambi i suoi figli maschi: Franco I° e Franco II°… All’entrata del paese aveva fatto erigere un tempietto in onore del santo, con tanto di iscrizione dedicatoria incisa sull’architrave del portale: “Templum fecit Petrus Iacovonis anno Domini 1774”.

E fin qui niente di male. Il male, ahimé, venne un giorno di giugno, quando a Forca di Valle si celebrava la festa di San Franco. Possiamo immaginare quanto entusiasmo e attivismo Don Pietro mettesse nel festeggiare il suo celeste beniamino. Voleva che la processione seguisse un percorso lunghissimo. Senonché, un gendarme, mandato lassù per gestire l’ordine pubblico, vedendo che minacciava di piovere, si permise di ordinare di accorciare il tragitto della processione. Apriti cielo! Don Pietro, per il quale il culto a San Franco era quasi una faccenda privata, non trovandosi per nulla d’accordo con la decisione del responsabile dell’ordine pubblico, non esitò, forte e grosso com’era, a sferrargli un pugno – quanto poderoso possiamo immaginarlo! -, tanto che la povera guardia stramazzò a terra morto.

Nemmeno in quei tempi di “oscurantismo religioso” pare che la giustizia fosse disposta a riconoscere attenuanti ai devoti di San Franco. Così Don Pietro, per sfuggire alla condanna a morte, fu costretto a darsi alla macchia, o, meglio, a fare frequenti passeggiate nei boschi, quando qualcuno aveva cura di preavvisare i familiari che stavano venendo le guardie per arrestarlo.

Stanco di questo stile di vita, e parendogli inopportuno chiedere l’intercessione del suo celeste protettore per evitargli le noie conseguenti ad un assassinio, pensò di rivolgersi, per ottenere la grazia, ad un potente più terreno, cioè a quel Ferdinando IV che aveva servito con molto zelo. “Perché – si chiese – non andargli a fargli visita? Sicuramente molti, a corte, si ricorderanno di me”. Detto, fatto. Ebbe inoltre l’originale idea di far preparare dai suoi massari una forma di cacio enorme, del diametro di un metro e alta almeno la metà: era il dono da recare al sovrano per propiziarsene il favore e ottenere la grazia.

Affrontò un viaggio molto lungo e faticoso per quei tempi. Si può immaginare la difficoltà nel trasportare indenne quella gigantesca forma di pecorino. All’arrivo nei pressi del palazzo reale, molti suoi ex compagni d’arme lo riconobbero e lo salutarono molto affettuosamente, con il tipico calore dei napoletani, sempre pronti ad apprezzare il folclore e le trovate geniali come quella messa in campo da Don Pietro per omaggiare il re. Avrà beneficiato anche loro del buon pecorino abruzzese.

Ebbene, la grazia la ottenne, ma Don.Pietrone, ammalatosi di colera, morì sulla via del ritorno, sull’altopiano delle Cinque Miglia, quando gli mancava poco per rimettere piede a Forca di Valle con la grazia reale in mano. Dove s’impara che non sempre basta avere…un santo in paradiso!

LA PIAZZA DEL MIO VILLAGGIO: MOLTO PIU’ DI UNA PIAZZA…

 

 

LA PIAZZA DEL MIO VILLAGGIO: MOLTO PIU’ DI UNA PIAZZA…

di Giuseppe Lalli

 

L’AQUILA – Sono nato e cresciuto ad Assergi, un villaggio abbarbicato sulle pendici del versante meridionale del massiccio del Gran Sasso, un villaggio costruito sulla roccia, scosceso, e con le case raggruppate e quasi abbracciate tra di loro. Visto da lontano, il mio villaggio poteva apparire come un gregge di pecore su un pendio, che si stringono per meglio difendersi da un pericolo imminente. D’inverno poi, nelle giornate di bufera, era come se una sciarpa bianca lo avvolgesse. Il villaggio, con le sue mura antiche e le sue pietre luminose, pieno di vicoli e piazzette, aveva nella piazza principale, situata a sud, verso la valle, il suo punto di convergenza e il suo baricentro. Si era allargato attraverso i secoli, a partire dalla piazza e dalla chiesa, e ad esse non aveva mai smesso di guardare.

La piazza del mio villaggio è molto bella. In passato era molto più di una piazza. Vi si accede da una via detta “la strada ritta”. C’è una chiesa quasi millenaria dalla facciata luminosa, con un portale in stile finemente romanico e un campanile superbo. All’interno, poi, dalle colonne alla cripta sotterranea, tutto concorre al bello e al buono. Al centro della piazza c’è una fontana, dove un tempo le donne di casa andavano ad attingere l’acqua con le conche, portate agilmente sulla testa. Di fronte alla fontana, un piccolo giardino di pini – “gl’arboretti” -, dove da bambini giocavamo con le biglie colorate, ricordava i caduti di quella Grande Guerra di cui ricorrono cento anni.

Nella bella stagione, al pomeriggio, la piazza si riempiva di mille voci, e diventava il teatro di infiniti giochi. Uno di questi giochi, che vedevo praticato dai ragazzi più grandi, era quello di “mazz’e lirga”. Consisteva nel colpire con una mazza di legno lunga circa mezzo metro, la “mazza”, un legnetto di circa 15 centimetri appuntito alle estremità, la “lirga”, e farla andare il più lontano possibile. Un partecipante al gioco lo raccoglieva con la mano e lo rilanciava al punto di battuta. Il battitore cercava di respingerlo colpendolo al volo con la mazza. Se il bastoncino corto cadeva a terra senza essere respinto, ma a una distanza superiore alla lunghezza del bastone grande, il battitore aveva a disposizione tre colpi per farlo vibrare in aria e rispedirlo, con un colpo ben assestato, il più lontano possibile. A questo punto, il giocatore perdente era quello che non era riuscito ad avvicinare il bastoncino corto, la lirga, alla misura necessaria rispetto al punto di battuta. Il pegno che era costretto a pagare consisteva nel portare a cavalcioni il giocatore vincente fino al punto di battuta, per il numero di volte concordato all’inizio della partita.

Altro gioco preferito da noi maschi era quello del “salt’alla mula”. Si formavano due squadre. Dopo aver fatto “alla conta”, cioè sorteggiato il turno, i componenti di una delle due squadre si disponevano a fare da sedile – da mula -, con un ragazzo dritto con la testa rigirata verso il muro a fare da cuscino, e gli altri del suo gruppo attaccati a fungere da groppa della mula. I ragazzi dell’altro gruppo, uno per volta, prendendo la rincorsa e ogni volta chiamando per nome il saltatore successivo, saltavano in groppa, e nel tempo che pronunciavano la frase di rito “Tre tre giù giù, tre tre giù giù, tre tre giù giù: giù, giù, giù”, quelli di sotto dovevano resistere a tanto peso e così alternarsi nel salto. Se non resistevano e crollavano, erano obbligati a fungere di nuovo da mula.

Le bambine, invece, praticavano giochi più fantasiosi e affascinanti. Ricordo che in uno di essi si tenevano per mano inscenando una piccola fiaba e cantavano a gruppi alterni: “ Oh quante belle figlie madama Dorè, oh quante belle fìglie…; “ Son belle e me le tengo madama Dorè, son belle e me le tèngo…”. Oppure lanciavano la palla verso il muro, e prima di riprenderla senza farla cadere a terra, dovevano muoversi con una parte del corpo, e accompagnare con le parole i movimenti. Ne venivano fuori figure bellissime: “Muovendomi…stando ferma…con un piede…con una mano…a da battere…allo zigolo lo zagolo…al violino…un bacino…tocco terra…tocco cuore…fiorellin d’amore…”. Le donne, fin da piccole, mostrano di essere molto più dell’altra metà del cielo…

Ad una certa ora, la campanella della chiesa interrompeva i giochi e annunciava la lezione di catechismo, “la dottrina”, come la chiamavamo noi ragazzi. Ci andavamo molto volentieri, perché dopo il catechismo il prete ci faceva vedere la televisione, a quel tempo assai poco diffusa nelle case. Lassie…Rin Tin Tin…Bonanza: che belle trasmissioni, che bella televisione… Ma la piazza era anche luogo di ritrovo dei vecchi, che spesso apparivano al mio sguardo di bambino in atteggiamento contemplativo: placidi, baffuti, con un bastone rudimentale in mano e, d’inverno, il mantello, anzi…la mantella. Ce n’erano di molto originali, alcuni sembravano usciti da un romanzo dell’Ottocento.

Uno di essi era soprannominato “Sciancacrapa”. Baffi bianchi e appuntiti come il suo sguardo, aveva l’aspetto di un vecchio garibaldino. Ci parlava spesso delle sue sofferenze durante il conflitto del 1915-18. Noi lo ascoltavamo increduli, col naso all’insù, e quando ci vedeva giocare alla guerra ci apostrofava: “Heh vagliò…, ha ta revenì quela guerra! …”. Un altro, chiamato “Bèbbè”, indossava una giacca nera, un cappello a bell’e meglio e un pantalone tenuto su e abborracciato da una cinta di cuoio che correva fuori dai passanti. Quando nella piazza si preparava il palco per la festa patronale, approfittava della presenza di qualche forestiero per vantarsi di una sua caratteristica anatomica di cui andava molto fiero. Asseriva scherzosamente di avere ben tre mammelle (“tre sise”), e volentieri le esibiva agli increduli ascoltatori. Si allargava la camicia nel petto, e scandiva ad alta voce: “E una…e dù…e…tre”, e mostrava un’escrescenza della pelle in corrispondenza delle costole che ricordava vagamente una mammella.

C’era poi una donnina che ricordo sempre vecchia. Si chiamava Grazia, viveva in un piccolo tugurio nella parte interna del villaggio, e andava in giro avvolta in una vestaglia stretta da una cinta di stoffa nella quale scorreva una grossa chiave. A vederla così, con quella chiave, vicino alla chiesa, me la figuravo la mamma di san Pietro. Povera Grazia! Un sorriso dolce e sdentato illuminava eternamente il suo viso di rughe che parevano solchi. Sembrava una bambina invecchiata prematuramente. Quando ti parlava ti prendeva le mani, e finiva il discorso sempre con la stessa frase, detta in dialetto, l’unica lingua che conosceva: “Ma prò…ma prò…Graziuccia nen s’ tocca…”, come a dire: ditemi quello che volete, ma sappiate che la mia onestà è a prova di bomba. E come darle torto? …

Alla festa del patrono, poi, la piazza diventava sagrato e mercato, luogo di devozione e di divertimento: film all’aperto, processioni, stendardi, banda musicale e bancarelle. Suggestiva, la sera che precedeva la festa di San Franco, il protettore principale, era la “mostra delle Reliquie”, che si faceva da un loggiato contiguo alla chiesa, che dava sulla piazza. Per noi ragazzi era quasi una festa nella festa. Partivamo dalla cripta sotto la navata centrale, ciascuno con una reliquia in mano dietro ai sacerdoti, e salivamo, tra due ali di folla di devoti, al piano superiore, per poi raggiungere il posto dell’esposizione attraverso una scala di legno a chiocciola all’interno della chiesa. Il tratto della scala era buio e, a ripensarci, sembrava di assistere ad una scena del film “Il nome della rosa”, dal famoso romanzo di Umberto Eco. A questa impressione concorreva la figura di padre Stefano, un frate cappuccino che veniva da Chieti per dar man forte al parroco, e che, con la barba, due nere e folte sopracciglia, la capigliatura rasata a corolla attorno alla testa e l’espressione grave del viso, aveva tutta l’aria di un inquisitore medievale. Per ogni reliquia, il sacerdote illustrava, con espressione di voce appropriata, il contenuto: “In questa reliquia…si conserva…”. Seguiva dalla piazza un breve stacco musicale della banda, e, subito dopo, uno sparo. E così di seguito.

Ci fu un anno in cui la cerimonia non poteva iniziare perché il rivenditore di noccioline, un commerciante di Bussi sul Tirino che veniva tutti gli anni e si metteva sempre allo stesso posto, teneva acceso il motore per tostare le arachidi, e gridava a squarciagola: “Noccioline americane!!! Noccioline americane!!!America!!!America!!!”. Allora, mentre il parroco, il compianto Don Demetrio, sbuffava contro l’affarismo che a suo dire era ormai invalso nelle feste religiose, padre Stefano, con il tono di voce stentoreo del predicatore provetto, microfono in mano, annunciò urbi et orbi: “Il rivenditore di nocelle è pregato di spegnere il motore!!!”. Il buon religioso dovette ripetere l’invito più volte perché la piazza si tacesse. Ma subito dopo, la banda, con infelice scelta di tempo e di genere musicale, accennò ad un motivetto allora molto in voga, portato alla ribalta da un cantante francese di nome Antoine, dal titolo “Le pietre” (…sei bello, e ti tirano le pietre, non sei bello, e ti tirano le pietre…). A quel punto, Don Demetrio in persona, fuori dai gangheri, prese in mano la situazione e il microfono, e gridò sdegnato verso la piazza: “eh no! eh no! le pietre proprio no!!!”. La scena, da sacra, era diventata molto esilarante, come in un film di Carlo Verdone.

Del resto, a quell’età tutto, per noi ragazzi, era occasione per ridere, come quando una compaesana a dir poco originale che abitava vicino alla piazza, di nome Lidia, preoccupata per la stabilità della sua casa, tutte le volte che durante la processione sentiva risuonare l’eco degli spari nella valle, usciva con le mani nei capelli e gridava: “A Dì mì, a Dì mì: quisti m’ fann’ spallà la casa!!!”. Cara, simpatica Lidia! Era una di quelle persone senza età, quelle che sembrano destinate a non morire mai. Ancora la rivedo, mentre attraversa la piazza col cappotto e l’ombrello, sia d’estate che d’inverno. E poi, un po’ più in là con gli anni, c’erano le interminabili partite di calcio, con la base del campanile trasformata in una delle due porte e la cunetta di raccolta dell’acqua a fungere da metà campo, attenti, sempre, che non si vedesse la camionetta dei carabinieri, che spesso ci sequestravano la palla. E, tra una partita e l’altra, i primi dibattiti di religione e di politica, in quell’età in cui i propositi si confondono con i sogni, e, insieme al pallone, si cominciano ad inseguire le vocazioni di una vita.

Quante volte questo piccolo luogo dell’anima, che è la piazza del villaggio, ha colorato le mie passioni e la mia fantasia, e fatto da sfondo alle mie letture! Quando a scuola sentivo recitare dagli insegnanti le poesie di Giacomo Leopardi – Il sabato del villaggio o A Silvia, in particolare -, essa era sempre lì, a ricordarmi che, dovunque andiamo, ci portiamo sempre dietro i colori del nostro vissuto, e che la poesia è un’infanzia che non vuol passare, un bambino che bussa sempre alla porta del cuore, e reclama…i suoi diritti.

Mi è capitato qualche tempo fa di contemplare trasognato la piazza del mio villaggio una sera di fine estate, mentre l’ultimo raggio di sole dipingeva d’argento il campanile e la campana rintoccava in solitudine. Mi sono girato per andarmene, ma…improvvisamente, mi è parso di vedere centinaia di rondini che intrecciavano con i loro voli i tetti, i pini e il campanile e…mi è parso di udire molte voci di fanciulle che cantavano… “Oh quante belle figlie madama Dorè, oh quante belle fìglie…” e, più in là… “muovendomi…stando ferma…”. E’ stato un attimo, poco prima che le ombre della sera ricoprissero i miei sogni. Però, è sempre molto bella la piazza del mio villaggio!

 

Giulianova. Grande Guerra, Sauro e De Berardinis ricordano i loro nonni nella sede della Lega Navale

 

COMUNICATO STAMPA

A 100 anni della fine della guerra i nipoti ricordano la Grande Guerra dei nonni

Sauro e De Berardinis ricordano i loro nonni nella sede della Lega Navale

GIULANOVA (Teramo) – Grazie all’ospitalità della Lega Navale di Giulianova, l’ammiraglio Romano Sauro, autore del libro “Nazario Sauro – Storia di un marinaio”, scritto insieme al figlio Francesco Sauro, ha presentato il progetto “Sauro 100” che sta toccando i principali porti italiani grazie all’ospitalità della stessa Lega Navale Italiana. L’iniziativa culturale e sociale, è partita il 4 ottobre 2016 dal porto di Sanremo, con sortite verso l’Albania, Montenegro, Croazia e Slovenia, per terminare a Trieste il 4 ottobre 2018.

Le giornate di navigazione con la barca a vela “Galiola III” (Modello Jeanneau Symphonie 32, del progettista Philippe Briand), sono alternate con gli incontri nelle scuole e presentazione del libro. I diritti d’autore della vendita saranno devoluti all’Associazione “Peter Pan Onlus” di Roma a favore dei bambini ed adolescenti affetti da malattie onco-ematologiche. Nazario Sauro fu impiccato e sepolto dagli austriaci il 10 agosto 1916 a Pola.

Finita la guerra, l’Artigliere del 3° Reggimento artiglieria da costa a Pola, Giovanni De Berardinis (1897-1973, insignito della Croce al merito di guerra il 20 giugno 1919 a Pola dal Vice-Ammiraglio Umberto Cagni e nonno del giornalista Walter De Berardinis, nativo di Mosciano Sant’Angelo, ma originario di Cologna paese) fu presente il giorno dell’esumazione del corpo di Nazario Sauro (10 gennaio 1919) e alla successiva sepoltura con gli onori militari (26 gennaio 1919) nel cimitero di Marina di San Policarpo a Pola (fu sepolto anche un marinaio giuliese, Casaccia Luigi 1903/1923).

In quell’occasione, il capo di stato maggiore della Marina, grande ammiraglio duca del Mare Paolo Thaon di Revel, consegnò la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria alla vedova. Per tale motivazione, la famiglia di Walter De Berardinis e l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, hanno consegnato una targa ricordo per questo lieto incontro a Giulianova dopo quasi 100 anni da quei tragici fatti. Prossima tappa, l’1 e 2 giugno a Grottammare e San Benedetto del Tronto.

Aldo Moro

L’AQUILA, RICORDANDO ALDO MORO

Il 9 maggio 2018, a quaranta anni dalla morte del grande statista ucciso dalle Brigate Rosse

di Luigi Fiammata

Si è svolto il 9 maggio scorso a L’Aquila, organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, un Convegno commemorativo con le di Paolo Mieli, giornalista, dei professori universitari aquilani Fabrizio Marinelli e Fabrizio Politi, di Claudio Martelli, politico socialista di primissimo piano. Ha concluso il Convegno il prof. Paolo Ridola, preside della Facoltà di Giurisprudenza della Università “La Sapienza” di Roma. Mi permetto di svolgere qualche riflessione, a margine di quel che ho ascoltato. E spero d’essere perdonato, se sarò lungo nel racconto, ma la materia lo richiede.

Il Convegno è stato introdotto da Paolo Mieli. Il suo è stato un intervento molto diretto, mirato a fissare alcuni punti fermi, a suo parere. In primo luogo egli ha tenuto a dire che la vicenda di Aldo Moro è stata oggetto di cinque processi, spintisi ciascuno al grado della Cassazione, e di quattro Commissioni Parlamentari d’Inchiesta. La sua opinione, nonostante le risultanze della Commissione d’Inchiesta parlamentare chiusasi con la scorsa legislatura che pongono numerosi interrogativi aperti, è che la verità sul “caso Moro” si conosca tutta. E che non ci siano oscure trame che non si siano volute scoprire. La verità, sostiene Paolo Mieli, è che chi ha rapito e ucciso Moro, aveva una matrice comunista e nasceva dentro le idee del ’68. L’Italia, secondo Mieli, nel corso del sequestro Moro, si divise tra “fronte della fermezza”, che negava ogni rapporto possibile con le Brigate Rosse, e un fronte della “trattativa”, il quale sosteneva possibile che un gesto di clemenza verso una brigatista detenuta senza fatti di sangue a suo carico, malata e incinta, avrebbe consentito la liberazione di Aldo Moro.

Chi Moro più aveva contribuito a far avvicinare, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, furono coloro, sostiene Mieli, che più furono inflessibili. E Mieli cita un passo dalle lettere di Aldo Moro dalla sua prigionia: “ricevo come premio dai comunisti, una condanna a morte”. Sostiene Mieli, sia falsa la ricostruzione storica, secondo la quale Aldo Moro venne rapito ed ucciso per la sua volontà di unione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista; e, tranne coloro che sostennero la possibilità di una trattativa (Socialisti, Radicali, Lotta Continua), in realtà, tutti volevano la morte di Aldo Moro, poiché, come sosteneva lo scrittore Enzo Forcella, “sarebbe stato più semplice occuparsi di Moro da morto, che non da sopravvissuto al rapimento e alla prigionia”. Un’intera classe politica si era perduta allora, ritiene Paolo Mieli; i capi politici della DC, del PCI, del PRI, non furono capaci di far politica, rendendo scoperta una debolezza di sistema, simile a quella odierna.

Il contributo dei professori Marinelli e Politi si sono centrati sulla figura umana di Aldo Moro, sulla sua formazione politica, tesa alla realizzazione di equilibri politici sempre più avanzati; sulla sua considerazione della centralità del Parlamento, nell’ordinamento dello Stato, quale luogo della rappresentanza politica, e quindi del dialogo tra ispirazioni politiche diverse. Sugli interventi di Aldo Moro, nella fase della Costituente, per una Scuola Pubblica al servizio di tutti. Sulla sua costante preoccupazione contro ogni forma di autoritarismo, per questo congiunta ad una azione continua affinché masse sempre maggiori di persone fossero integrate nello Stato, sfuggendo alle seduzioni autoritarie; sulla sua centratura sui valori della Persona, della sua libertà e della responsabilità. Sulla sua tensione ad aderire alla realtà, interpretando con intelligenza gli avvenimenti, e confrontandosi sempre con quanto emergeva nel Paese.

Claudio Martelli ha esordito, nel suo intervento, dichiarandosi completamente d’accordo con le tesi espresse da Paolo Mieli, distanziandosi da ogni ipotesi complottistica, anche relativamente alle stragi di mafia del ’92-’93. Ci sono troppe verità, sostiene Claudio Martelli. Dovrebbero essere noti gli esecutori materiali delle stragi, ma, mentre si ricercano presunti mandanti oscuri e presunte trattative Stato-mafia, in realtà, neanche gli esecutori sono noti, visto che la Magistratura si è lasciata ingannare, in particolare nel caso dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, visto che per quella strage sono state condannate persone, autoaccusatesi, che invece non erano colpevoli. Forse, ritiene Martelli, non è stato del tutto chiarito, nel caso Moro, quali furono le interferenze esterne all’Italia, ed interne, sulla vicenda, capaci di inquinare o sabotare le indagini, in particolare da parte della Loggia massonica P2. Ma non debbono dimenticarsi le verità acclarate e, in particolare, come mai proprio nel caso di Aldo Moro si scelse di non effettuare alcuna trattativa, quando invece, soprattutto successivamente a quell’episodio, si è trattato sempre, anche con forze del terrorismo islamista, per semplici persone o giornalisti; per ogni ostaggio, compreso Ciro Cirillo, per il quale ci si rivolse addirittura alla camorra, perché ne mediasse con le Brigate Rosse, la liberazione.

Si disse, all’epoca, che la trattativa era resa impossibile anche da vincoli di alleanza esterni all’Italia; ma, secondo Claudio Martelli, questo è solo indice di un comportamento costante della politica italiana, quando vuole scaricare le proprie responsabilità. Come avviene con l’Europa oggi, e non si comprende, per quali motivi i cittadini tedeschi dovrebbero accollarsi il Debito Pubblico italiano, cui invece dovrebbe essere nostra responsabilità far fronte. La volontà a non trattare la liberazione dell’ostaggio Moro, fu, per Claudio Martelli, l’atto iniziale dell’antipolitica oggi trionfante. Considerare la politica, contemporaneamente, come massima responsabile della situazione ed inetta a porvi rimedio, è la premessa per avviare una nuova forma della politica, una forma autoritaria. Non più capace di mescolare, élites e popolo. Da quel momento storico, ricorda Martelli, tutta l’area dell’Autonomia Operaia e dei gruppuscoli extraparlamentari, venne assimilata al terrorismo. Non era Moro, ricostruisce Martelli, a volere il cosiddetto “Compromesso Storico”, con il PCI; era questa invece una strategia del solo Enrico Berlinguer. Era l’inizio, allora, di una crisi di sistema. Che oggi dispiega pienamente i suoi effetti. E cui non pare esservi argine.

Il professor Ridola ha concluso il Convegno puntando i riflettori sull’apporto essenziale di Aldo Moro nella scrittura della Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare sull’articolazione generale del testo e sull’Articolo 2. E sui costanti assilli, nel suo lavoro politico ed intellettuale: l’insistenza sull’uomo e sulla persona; sulla funzione sociale dello Stato, e addirittura, sulla funzione sociale dei Diritti.

Immagino, ora, di poter esprimere, a margine del Convegno del 9 maggio scorso, sommessamente qualche mia considerazione.

A quaranta anni di distanza dalla tragica fine della vicenda umana e politica di Aldo Moro, credo possa dirsi, con tutta franchezza, che essa resta totalmente aperta. Nella sua analisi storica. Nel giudizio politico su quella temperie. E, per certi versi, persino nel suo concreto svolgersi criminale, come adombra in modo assai inquietante, la Relazione conclusiva della Commissione d’Inchiesta Parlamentare della scorsa Legislatura. D’altra parte, anche Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono stati processati, riconosciuti colpevoli e assassinati sulla sedia elettrica senza che con questo si possa dire che la verità processuale corrisponda con quella storica. La morte di Aldo Moro, può essere letta in una chiave odierna, come hanno fatto Martelli e Mieli, per regolare vecchi conti politici del passato; tra socialisti e comunisti italiani, e tra PCI e aree extraparlamentari, spesso governate da giovani d’estrazione borghese, per i quali il PCI era il primo nemico da abbattere. Non mi sento in grado, in questa sede, di affrontare una discussione sulla questione fondamentale della necessità di una Trattativa, per la liberazione dell’ostaggio Aldo Moro, o sul rifiuto di essa, in nome della responsabilità a non fornire alcuna legittimazione politica alle Brigate Rosse, non avallando l’idea che in Italia fosse in corso una Guerra Civile, in cui i contendenti avessero pari dignità. Voglio limitarmi a guardare alcune delle conseguenze reali, di quegli accadimenti.

La vicenda di Aldo Moro spiega, secondo Claudio Martelli e Paolo Mieli, ma anche secondo Rino Formica che lo sostiene in un’intervista a “L’Espresso”, sia pure non nei termini ascoltati nel Convegno, il trionfo odierno di forze politiche populiste, la cui origine, è tutta da ricercarsi nel rifiuto ad assumere una responsabilità politica, trattando per liberare l’ostaggio, da parte del Partito Comunista Italiano, in modo particolare, nel cui grembo, erano pure germogliate le Brigate Rosse. La storia degli ultimi quaranta anni, diviene quindi la storia di un fallimento. Quello della ipotesi di condurre al governo del Paese le sue classi subordinate, tradite da gruppi dirigenti, prima incapaci di rispondere politicamente alla sfida lanciata dalle Brigate Rosse, e poi travolti dall’emergere della semplificazione populista di fronte alla crisi globale, ai fenomeni migratori, alle nuove sfide del progresso tecnologico.

E’ una lettura molto partigiana, quella proposta. E senza contraddittorio. Esattamente come accade nel pieno di una battaglia per l’egemonia culturale. In cui chi si senta vincitore, dentro un percorso storico, riscrive i passaggi fondamentali che conducono all’oggi, ad uso e consumo della propria visione del mondo. Perché producano nuovi e coerenti effetti. Aiutata la lettura, in questo caso, anche dall’assordante mutismo di chi potrebbe produrre un’altra visione dei fatti, anche alla luce della propria concreta esperienza storica ed ideale. Ma, nel campo occupato una volta dal Partito Comunista Italiano, e da autorevolissime figure intellettuali, oggi non vi è più nessuno. E non parlo tanto di ideologia o di schieramento. Quanto proprio di presenza politica, di ispirazione ideale e morale. Neppure su un piano culturale, salvo pochissime eccezioni, vi è più qualcuno che abbia la tempra per aprire seri dibattiti storici o sull’attualità, all’altezza della sfida che taluni relatori del Convegno, nel deserto, hanno posto. Un po’ perché quell’esperienza storica non è stata davvero in grado di rileggere se stessa, alla luce degli accadimenti dopo il 1989, e un po’ perché chi si è voluto autonominare erede di quelle esperienze, non ne aveva né lo spessore intellettuale e morale, e, col tempo, ne ha perduto anche ogni credibilità politica.

Io frequentavo la terza media, nel 1978. I ragazzini di tredici e quattordici anni, allora, parlavano abitualmente di politica. Ne avevano esperienza diretta, persino nella periferica Lecce, dove allora vivevo. Mi colpì moltissimo, il giorno dopo il rapimento di Aldo Moro, leggere, sul muro di un palazzo posto dinanzi all’ingresso principale della mia scuola, una grande scritta realizzata con la vernice nera: “Moro: chi semina vento, raccoglie tempesta”. Era firmata “Fronte della Gioventù”, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, di chiara e non rinnegata ispirazione fascista, all’epoca. Lecce esprimeva a quel tempo percentuali di voto per il MSI ben oltre il 10% e Almirante, Segretario del MSI, spesso figurava come Capolista nelle elezioni. Quella scritta, non era casuale. Mi colpì perché, nella mia logica elementare, non riuscivo a comprendere come mai un’organizzazione di Destra attaccasse un politico, oggetto di un atto criminale compiuto da estrema Sinistra. Avrebbe dovuto, sempre secondo la mia logica elementare, invece attaccare la Sinistra, per quel che stava accadendo. Non la vittima di quegli accadimenti.

Nel 1964, quando Moro, per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana iniziò, esplicitamente, un percorso di coinvolgimento del Partito Socialista Italiano nel governo del Paese, il cosiddetto Centrosinistra, ambienti militari fascisti e reazionari, forse addirittura con il coinvolgimento del Presidente della Repubblica Segni, contrario a quell’ipotesi politica, ordirono il cosiddetto “Piano Solo”, che prevedeva di instaurare un regime autoritario nel nostro Paese, partendo innanzitutto dal rapimento, e internamento, di una serie di personalità politiche, sindacali e della società civile. E’ lunga la storia dell’avversione, anche criminale ed illegale, della Destra del nostro Paese all’ingresso della Sinistra nelle stanze del Governo. Ed è lungo il conto che la Destra voleva presentare ad Aldo Moro.

Il rapimento di Moro, nei fatti se non anche nelle intenzioni, colpiva una politica. E questa politica era segnata dall’ansia di tenere dentro i confini della democrazia le varie ispirazioni ideali del Paese, che avevano contribuito a scrivere la Costituzione della Repubblica. Quell’ansia si legava all’ansia del Segretario del Partito Comunista Italiano, che, all’indomani del sanguinoso Golpe militare realizzato in Cile da Pinochet, nel 1973, aprì una profonda riflessione teorica sulla necessità del dialogo tra le principali correnti ideali della politica italiana, quella d’ispirazione cattolica e quella d’ispirazione comunista, convinto che quella fosse la strada per rendere compiuta la democrazia, in un Paese che non poteva, e forse non doveva, essere governato solo col 51% dei voti. Questioni teoriche, e politiche, di altissimo spessore, trascinate poi nella quotidianità della lotta politica e della banalizzazione esorcizzante, in vuote formulette di alleanze e conflitti elettorali, più o meno possibili o impossibili. Perché quei politici, Moro e Berlinguer, forse senza essere capaci di esplicitarlo compiutamente, erano consapevoli della fragilità storica dello Stato italiano. E loro era l’ansia di agire contro questa condizione. Non è l’Italia, ad essere fragile, la sua identità nazionale o culturale. Ma la sua costruzione statuale. Esposta. Allora, come oggi.

Non è un caso, io credo, che ad essere uccisi, dalla criminalità organizzata, o dal terrorismo, siano stati, nel tempo, prevalentemente “Uomini di Stato”. Uomini cioè che hanno posto sé stessi e la propria opera, a servizio della Costituzione e delle Leggi. Perché è interesse di ben delineati poteri che lo Stato sia fragile, governato da uomini ricattabili. E io credo si possa dire, ad onore dei fatti, ma con grande dolore, che la violenza politica, in Italia, ha preso la mira benissimo, ed ha ottenuto i risultati che si prefiggeva. La morte di Aldo Moro ha cancellato definitivamente, dall’agenda politica italiana, la possibilità che vi fosse una azione politica qualsivoglia capace di condurre il PCI, libero finalmente dalle proprie ambiguità, dentro il possibile governo del Paese. Chi liquidi questa questione, esprimendo facili ed affrettati giudizi ex post, o riconfermando antichi livori, in realtà elude una questione di fondo, questa sì, all’origine delle soluzioni semplificatrici e pericolosamente autoritarie e populiste dell’oggi. La questione cioè se sia possibile, in Italia, che la politica svolga anche una funzione pedagogica, capace di educare alla Democrazia, al libero e consapevole e pacifico confronto e conflitto, tutti i cittadini, e non solo una parte di essi, lasciando magari indietro le aree più emarginate e deboli. Conferendo, attraverso la partecipazione democratica, pari dignità alle diverse prospettive di governo. A tutte le prospettive, anche quelle che si propongono di rimettere in discussione storici equilibri di potere.

A me pare che gli interventi “politici” al Convegno, abbiano invece delineato, sia pure per cenni e rimandi, una prospettiva che derubrichi l’esperienza politica di Moro, ma anche e soprattutto del PCI, ad un tentativo episodico, e sin dalla sua nascita fallimentare, di redimere le classi subalterne del Paese conducendole alla dignità del Governo. Tali classi subalterne, oggi affascinate dalla semplificazione offerta loro dalle piattaforme informatiche, su cui esprimere pareri superficiali ed insultanti su tutto, che veicolano i contenuti di una proposta politica populista, saranno inevitabilmente ricondotte a ragione, dalle Leggi bronzee del Mercato, che le obbligherà a pagare il prezzo dei vecchi errori di chi ha allargato le possibilità materiali, migliorato le condizioni concrete, fatto balenare l’aspirazione ad una vita ricca di possibilità e diritti. Certo, le contraddizioni del peculiare “Stato Sociale” italiano sono enormi e andrebbero aggredite, in nome di una più stringente idea di Eguaglianza e di Giustizia Sociale, oltre che di un fondamentale rigore nei bilanci. Ma quel che viene adombrata è la caduta rovinosa e, finalmente, il governo di quelli che sapranno stare nel modo giusto dentro un mondo di capitali globalizzati ed essi sì, liberi.

Infine. La morte di Aldo Moro, segna in realtà, a me pare, l’inizio di un ulteriore processo cui non sono estranee responsabilità individuali e politiche pesantissime. Anche di quella politica che si richiama, e si richiamava, ad ideali di Sinistra. Segna l’inizio della fine della partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, attraverso i corpi intermedi della Società, Partiti e Sindacati in primo luogo. Cui non si riconosce più un ruolo di promozione individuale e collettiva. Si tratta di un processo che si dispiegherà innanzi tutto, a partire dal forsennato attacco del neoliberismo globale alla mediazione sociale: l’uomo, e la donna, devono essere soli dinanzi al Mercato. E che, in Italia, conoscerà gli accenti durissimi di una folle idea giustizialista che accomuna nella esecrazione morale il semplice iscritto ad un Partito ad un suo dirigente, magari corrotto o colluso, fino a cancellare l’idea stessa della forma-Partito dal diritto di cittadinanza politico. Quella idea di Partito che i Costituenti, tra cui Aldo Moro, avevano posto invece alla base della possibilità di emancipazione delle classi subalterne del Paese, attraverso la partecipazione alla vita democratica.

Quanto al Sindacato, la compagine che si appresta a guidare il Paese si incaricherà di delinearne l’espulsione finale e definitiva dall’orizzonte degli italiani. Dopo i colpi pesantissimi ricevuti dai precedenti governi d’ogni colore politico. Del resto, è da sempre “vox populi” che la colpa sia sempre e tutta del Sindacato, che stavolta non troverà nessuno a difenderlo. Mi fanno rabbia, quei dirigenti sindacali (minuscolo), che pensano si possa ancora discutere che ancora vi siano spazi politici, che ancora si affannano in congressi totalmente autoreferenziali, avendo purgato da sé ogni contraddizione della realtà, ignorando il dolore vero della precarietà generalizzata, la periferizzazione coatta della vita nelle città. La solitudine delle persone, di fronte ad immense contraddizioni e problemi reali. Gli immensi potenziali conflitti, anche violenti, tra chi si sente sommerso e chi, erroneamente, pensa d’essersi salvato.

Insomma, una volta archiviata la ricca esperienza storica, ed ideale, delle correnti di ispirazione cattolica e comunista italiana, nel nostro Paese, sarà finalmente possibile rivedere la Costituzione della Repubblica Italiana in modo da sancire, anche formalmente, la preminenza del comando sulla Partecipazione. E sarà finalmente possibile dare il potere che spetta loro, a quelli che da tempo sono i sacerdoti del Libero Mercato finanziario globalizzato. E le classi dirigenti italiane, quelle vere, quelle che governano la vita delle città da sempre, potranno finalmente dire che “tutto deve cambiare, perché tutto resti come prima”. Ma davvero, però.

FONTE D’AMORE, LEZIONE DI UMANITÀ – di Mario Salzano e Mario Setta

 

 

FONTE D’AMORE, LEZIONE DI UMANITÀ

di Mario Salzano e Mario Setta

Non può non apparire strano che una località, alle falde del monte Morrone, sotto l’eremo di papa Celestino V, chiamata da tempi antichissimi “Fonte d’Amore”, sia stata individuata come sede di un campo per prigionieri della prima e della seconda guerra mondiale.

Donald Jones, nella autobiografia intitolata Fuga da Sulmona, ricorre al classico umorismo inglese scrivendo: “Bel nome per un campo di prigionia!”. Eppure quegli stessi prigionieri della seconda guerra mondiale, reclusi in quel Campo dal numero 78, ricordavano e sottolineavano lo “spirito di Sulmona”, quello spirito che li teneva uniti, che anche dopo aver riconquistata la libertà cercavano di conservare come stile di vita: “Quello che avevamo era diviso comunemente l’uno per l’altro. Le nostre lettere divenivano di proprietà comune, lette ad alta voce; problemi di cibo, vestiario, freddo, malattia, malinconia venivano risolti tutti quanti da quello che ancora oggi continuiamo a chiamare lo spirito di Sulmona, quello spirito che ci coltivava, ci respirava, ci tirava avanti, quello spirito che ancora ci spinge e ci guida…”

Uno di loro, John Esmond Fox, nel libro autobiografico, Spaghetti e filo spinato, ricostruisce con la tecnica del flash-back la sua avventura di prigioniero di guerra, mentre con la moglie è in visita al Campo 78, nel giugno del 1966, annotando che il mondo sarebbe un paradiso se la solidarietà, l’amicizia, l’ospitalità e la comprensione, trovate e provate in quegli anni e in quel luogo, fossero sempre presenti nel mondo: “È strano rilevare come uomini di varia estrazione sociale, diversi per lingua e costumi, credo e razza, imprigionati per qualche crudele capriccio del fato, dominati con la forza, privati e spogliati della propria individualità, ridotti al solo comune denominatore di esseri umani, siano stati capaci di gettar via l’orgoglio e il pregiudizio per un legame di amicizia… Che miracolo sarebbe se un simile cameratismo o spirito di corpo, chiamatelo come volete, prevalesse nella vita quotidiana. Il mondo allora sarebbe davvero ad un passo più vicino all’ultima Utopia dei nostri sogni più cari”.

Ma era stato William Simpson, dopo la fuga dal Campo 21 di Chieti, accolto e ospitato al Borgo Pacentrano di Sulmona, che nel dopoguerra, in qualità di rappresentante della ASC (Allied Screening Commission), nell’aula comunale di Sulmona, pronunciava queste parole: «Sulmona è stato uno dei pochi centri italiani che si siano veramente distinti in questa opera di solidarietà e di carità cristiana: questa simpatica cittadina, che mi ha ospitato gentilmente sia da prigioniero che da uomo libero, la considero come la mia seconda patria. Sulmona ha salvato dagli artigli germanici ben settemila prigionieri alleati. Difficilmente potremo dimenticarlo».

Le pagine di storia che presentano la Resistenza Umanitaria hanno come centro la città di Sulmona. È qui che la maggior parte dei prigionieri fuggiaschi trova ospitalità e nascondimento. In particolare il Borgo Pacentrano. Secondo i dati dell’ASC furono 473 i prigionieri ospitati. Un numero assolutamente rilevante per quei tempi, quando la città aveva pressoché raddoppiato il numero degli abitanti, invasa dagli sfollamenti dei paesi vicini.

Le donne ebbero un posto di rilievo nella vicenda dell’aiuto ai prigionieri alleati. Un aiuto che non si risolse soltanto nel dare il pane che non c’era, ma si manifestò concretamente e moralmente grazie a quella solidarietà tipica delle famiglie povere di mezzi ma ricche di affetti, come la descrisse mirabilmente la scrittrice Alba de Céspedes: “«Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo. […] Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro».

È nel calore della famiglia, tra le mura domestiche che si opera la ricostruzione di personalità distrutte da anni di guerra e di prigionia. Trattati nuovamente da esseri umani i prigionieri rinascono a nuova vita. Ricominciano a sperare e a credere nel loro futuro.

John Furman, nel libro “Non aver paura”, pone in rilievo la dedizione, il sacrificio, l’affetto, dimostrati dalle donne sulmonesi: per tutte basta l’esempio di Maria Santilli, che dedica le sue migliori attenzioni ad un malato di eczema, Gilbert Smith: “Maria era un angelo che avrebbe diviso la sua ultima crosta di pane con un cane affamato”.

Lo spirito di riconoscenza per l’aiuto ricevuto e per la coralità creatasi nel periodo di guerra offre la panoramica di un’umanità utopica, ideale raggiungibile quando gli uomini abbandonano legami locali e territoriali per sentirsi partecipi della stessa natura, abitanti della stessa casa.

Conflitti tra uomini e nazioni, eccidi e stragi, deportazioni e massacri disumani non fanno parte della natura umana.

L’8 ottobre 1943, un treno con oltre 300 persone indifese, partì dalla stazione di Sulmona, per giungere al campo di sterminio di Dachau. Tra loro una trentina di Roccacasale e un ragazzino di sedici anni, Angelo De Simone, che non tornerà più in paese.

Vita e morte, umanità e bestialità non sono retaggio forzato e destino ineluttabile. Per questo, le testimonianze di quanti si appellano alla dignità umana e ne valorizzano l’importanza sono lezione di vita, anche e soprattutto oggi. I familiari che ricercano le orme di genitori e parenti, sopravvissuti nel periodo di guerra, sono spinti da amore profondo e imperituro. L’amore per l’umanità.

Coloro che, spesso, tornano a Sulmona per ritrovare, conoscere e ringraziare quelle persone e famiglie che accolsero e aiutarono i loro cari, sono degni di stima e di esempio. Commovente la lezione delle tre figlie di Samuel Redden Webster, prigioniero fuggiasco dal Campo 78, arrivate dagli Stati Uniti a Sulmona per rintracciare quelli che aiutarono il loro padre.

Una lista numerosa in questi anni del dopoguerra.

L’arrivo a Sulmona, lunedì 7 maggio, dei due nipoti di Maurice Bartholomew, classe 1915, catturato in Nord Africa il 2 aprile 1941, recluso al Campo 78, fuggito nel settembre del 1943, accolto e ospitato in casa di Salvatore Petrilli, è segno di fede in un nuovo mondo. Un mondo in cui Teresa e Andrew, fratello e sorella, che abbracciano Maria Petrilli, figlia di Salvatore, apre la via alla speranza. La lezione d’una memoria che non passa e che resta impressa nei cuori.

L’ALTRA FACCIA DEL DOLORE ( una storia d’altri tempi )

 

 

L’ALTRA FACCIA DEL DOLORE ( una storia d’altri tempi…)

La storia che sto per raccontare è degna di un racconto del libro Cuore, quel libro edificante che ai bambini della mia generazione facevano leggere in quarta elementare. Ma a differenza dei racconti di Edmondo De Amicis, questa è una storia vera, che ha per protagonista una persona che ho avuto il piacere di conoscere qualche settimana fa.

Il racconto è ambientato nell’ospedale di Tivoli, città alle porte di Roma, dove l’amico presta spesso la sua opera di volontario. Si trovava un giorno nel reparto di ortopedia, quando vide la capo-sala, che usciva da una stanza, lasciarsi andare ad un piccolo gesto di sconforto. Le chiese il motivo di quel gesto, e l’operatrice sanitaria, per tutta risposta, gli disse che << il malato del numero 23 >>, come si usa dire nei reparti ospedalieri, sempre intrattabile, da giorni si rifiutava di prendere cibo. Il volontario chiese allora di entrare nella stanza del degente. Si avvicinò al suo letto e cercò di approcciarlo con dolcezza. Lo salutò con un sorriso, ma l’uomo non gli rispose. Insistette, affabile, nel salutarlo, ma il malato continuò a non degnarlo neppure di uno sguardo. Qualunque altra persona avrebbe desistito, ma il mio amico non si dette per vinto.

Tornato in ospedale di lì a qualche giorno, non vedendo il malato al solito posto, chiese spiegazione alla capo-sala, che lo informò che il signore del numero 23 era stato portato d’urgenza in sala operatoria. Lo rivide qualche giorno dopo nello stesso letto, ma più sofferente di quando lo aveva visto la prima volta. Era trasandato, e con la barba lunga. Il mio amico lo salutò con la solita dolcezza, come aveva fatto la prima volta. Sulle prime l’anziano signore non rispose, secondo il suo solito; ma poi, alla domanda se gradiva che gli tagliasse la barba, farfuglò che non aveva la lametta. Per la prima volta, aveva risposto. Il volontario allora, subito aprì il cassetto a lato del lettino e ne estrasse una bomboletta di schiuma da barba. Senza attendere il permesso del malato gli spalmò la schiuma sulla faccia, e, approfittando di non poter usare il pennello, gli…accarezzò dolcemente e a lungo la faccia. Fu a quel punto che l’anziano signore, dapprima gli strinse forte forte il polso, senza dire una parola; poi, mollando la presa, si lasciò andare ad un pianto dirotto. Piansero insieme, l’uno nelle braccia dell’altro, come avviene quando un padre e un figlio si ritrovano dopo una lunga assenza.

Quando si riprese, il vecchio disse, quasi gridò, al mio amico : << Ma perché…ma perché mi fai questo ? Io non sono stato capace di farlo a mio padre…>>.

La pietà aveva avuto la meglio. Un sentimento che premeva dentro da molto tempo parve defluire come un fiume in piena. Il senso di colpa gli aveva anestetizzato l’anina per molti anni. L’inaspettato gesto di amore aveva finito per sciogliere il ghiaccio del suo cuore.

Il mio amico tiene molto a mantenere l’anonimato : gli basta, da buon cristiano qual è, di aver contribuito a gettare un seme di speranza in un cuore indurito dalla vita e tentato dalla disperazione.

Ho scelto, per raccontare questa storia, la sera del Venerdì Santo, il giorno in cui i cristiani fanno memoria di un’altra storia d’amore, vecchia di duemila anni, quella di un Dio fattosi uomo che volle assumere sulle sue spalle tutti i mali del mondo, e mostrare che il dolore è l’altra faccia dell’amore.

Più volte il protagonista di questa storia ha prestato servizio come barelliere nei treni bianchi dell’U.N.I.T.A.L.S.I., quei convogli che portano i malati a Lourdes, e all’interno dei quali solidarietà e dolore si mescolano; mentre la speranza, virtù bambina, sembra prendere per mano, e quasi trascinare, le due sorelle maggiori, la fede e la carità, secondo la splendida immagine suggerita da Charles Peguy.

Quella che segue è una preghiera tradotta dal francese che ho copiato dagli appunti di un sacerdote esemplare che l’ha musicata. Ne è venuto fuori un brano degno di un Fabrizio De André. E’ una toccante invocazione a Maria, l’altra silenziosa protagonista di quel venerdì di duemila anni fa.

IO TI PREGO MARIA

Per i poveri sogni che salgono al cielo,

tremanti come ladri che rubano per fame,

per il sorriso triste di chi mi chiede il pane,

per l’amico malato che sa di non guarire

e per il moribondo che non vuol morire :

Io ti prego Maria…

Per gli occhi senza luce, le mani senza dita,

per tutte le speranze che muoiono deluse,

per chi soffre perché non sa pregare,

per l’offerta del giusto lasciata sull’altare,

e per chi ti bestemmia e per chi non sa amare :

Io ti prego Maria…

Per chi mi sembra ricco, per chi mi sembra felice,

per chi soffre e sorride, che soffre e maledice,

per tutte le disgrazie che non posso contare,

per l’uccello ferito e il sasso che uccide,

per l’erba che ha sete e la pioggia che cade :

Io ti prego Maria…

Per quello che non credo, per quello che non spero,

per il grande mistero che avvolge questa vita,

per il male che ho fatto e non so perdonare

per il bene che aspetto, per quel che non so dare,

per tutti i miei fratelli che non riesco ad amare :

Io ti prego Maria…