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Intervista 2° finalista narrativa, Kaos

 

 

 

KAOS 2017, ALESSANDRO SAVONA “ONORATO E FELICE” FINALISTA CON “CI SONO IO”. L’INTERVISTA: M’INTERESSA L’ONESTÀ NEI CONFRONTI DEI LETTORI E DELLA MIA COSCIENZA

“Onorato e felice”: si definisce così lo scrittore Alessandro Savona, fra i cinque finalisti per la narrativa all’edizione 2017 di Kaos, festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana che l’8 e il 9 dicembre avrà luogo nei locali dell’Accademia Michelangelo di Agrigento. Il suo romanzo s’intitola “Ci sono io. Un adulto, un bambino, un viaggio. Oppure un rapimento?” (Dario Flaccovio editore, 240 pag., 18€). L’intervista.

Il titolo è davvero molto evocativo, sembra contenere in sé tutto il sentimento del piccolo protagonista: è così?

La frase “Ci sono io” può significare “Non preoccuparti, ti aiuto e difendo io” oppure, da un punto di vista diametralmente opposto, “Mi vedi? Ti accorgi di me? Guarda che esisto”. Rispecchia pertanto i sentimenti sia dell’adulto che del bambino, nel primo in quanto adulto e depositario di una maturità socialmente pretesa, nel secondo perché è chiara la richiesta di attenzione, di protezione. Ma sappiamo che ogni adulto è anche il bambino che è stato in passato. Quindi, nella doppia valenza, la frase si accorda sia all’uno che all’altro.

È stato facile scegliere il titolo per una storia così delicata?

Il primo titolo conteneva la parola “viaggio” ed era descrittivo. Aggiungerei, inutilmente descrittivo. “Ci sono io” è invece una frase che ricorre nel libro un paio di volte, la seconda nell’ultima parte in cui se ne rivelano altre sfumature. Sì, è stato facile sceglierla.

Come separare gli eventi della propria vita privata da quelli riportati su una pagina? Lei lo ha fatto? in che maniera e misura?

C’è soltanto un modo, lasciare che il tempo trascorra. Tra la mia prima esperienza di volontario di una casa famiglia e il momento in cui ho iniziato a scrivere questa storia intercorrono circa quattro anni. Nel mezzo c’è l’essere diventato affidatario di un minore. Ogni autore racconta sempre di sé, pure se narra la storia di una foglia. E’ importante che la materia narrata sia trattata con lucidità, non perdendo di vista gli elementi della costruzione. Solo così si evitano le trappole di inutili sentimentalismi e sdolcinature che allontanano il lettore dal sentirsi partecipe della storia, attraverso quel magico processo che è l’immedesimazione.

Il libro fa conoscere la possibilità di affido anche a una coppia gay: può condividere con noi qualche ricordo e risultato dell’esperienza sua e del suo compagno?

Lo fa indirettamente perché di fatto non si parla di affido ma del rapporto tra un non padre e un non figlio, tra un adulto e un bambino ospite di una casa famiglia, due estranei che si cercano nell’amore di una famiglia utopica. L’adulto ha il desiderio di salvare il bambino dal tempo morto delle lungaggini burocratiche, dalla diffusa mancanza di sensibilità, dall’essere un numero tra i numeri, un bambino dall’infanzia tradita. Ho assistito a molti episodi deplorevoli durante il volontariato e non mi riferisco soltanto all’insensibilità dei burocrati. Molti bambini sono spesso “restituiti al mittente” da famiglie selezionate per l’adozione per i più disparati motivi: non va bene il colore dei capelli, l’odore della pelle, l’età. E’ il momento di dire basta a questa mercificazione che, a mio avviso, è frutto di insano egoismo. L’istituto dell’affido, disciplinato dalla stessa legge dell’adozione, è di fatto una soluzione per garantire a tanti bambini – ricordiamo che in Italia i minori in attesa di adozione o affido sono oltre 28.000 – il diritto a crescere tra persone che li amano e li rispettano. Quando ci è stato proposto l’affido di un minore eravamo frastornati, felici e spaventati di non essere all’altezza della circostanza. Si trattava di un ragazzo di sedici anni. I suoi fratellini avevano già trovato accoglienza presso altre famiglie. In genere i bambini che superano i sei anni sono considerati scarti, non li vuole nessuno e sono destinati a essere sballottati da una comunità all’altra fino al raggiungimento della maggiore età.

Ricordo ancora con emozione il primo incontro, l’aria smarrita di Marco – il nostro piccolo eroe – e la sua allegria. Oggi ha superato i vent’anni e, per sua scelta, seguita a vivere con noi. Siamo orgogliosi di lui, dei suoi risultati nel campo del lavoro e, inutile dirlo, lo amiamo enormemente.

Cercando su internet, ho notato che a partire dal suo libro ci si è concentrati molto sulla questione dell’affido e delle adozioni e forse il valore in sé del romanzo viene un po’ tralasciato. Era quello che voleva ottenere o comunque è contento intanto del riscontro ottenuto?

Parte dei proventi del libro andrà, per mia scelta, a una associazione onlus che si occupa attivamente di sensibilizzazione in materia di affido. Penso che un libro abbia quasi sempre una funzione sociale, racconta di noi, ci mette di fronte alle nostre paure, all’avventura dell’amore, all’incertezza del vivere e alla meraviglia del quotidiano. In più gode del privilegio di rivolgersi senza filtri a ogni singolo lettore. Mi fa piacere essere invitato in TV – da Bianca Berlinguer come da Maurizio Costanzo – ma so che la vera sfida la giocherà il libro. Sfida che spesso ha vinto perché le redazioni serie invitano gli scrittori solo dopo aver letto le loro opere. A me, sinceramente, interessa l’onestà nei confronti dei lettori e della mia coscienza.

Cosa le piacerebbe che i lettori percepissero a livello di sensibilità dalla lettura di “Ci sono io”?

Mi auguro che il libro induca a riflettere sul senso distorto dell’amore al quale spesso siamo abituati. E a correggere il tiro.

Nel romanzo l’adulto e il bambino in che modo si conosceranno fra loro e in quale aspetto ognuno riscoprirà se stesso?

Si conosceranno attraverso un viaggio di tre giorni che li porterà avanti e indietro nel tempo, lungo strade impervie, tra paesaggi reali, incursioni tra le ombre e luoghi magici. Saranno l’uno lo specchio dell’altro. Nel bene e nel male. Perché così è la vita. Giovanni Zambito.

IL LIBRO

Un adulto e un bambino di sei anni. L’adulto è un uomo alla resa dei conti con la propria vita e le incertezze sentimentali di un’omosessualità consapevole. È anche volontario, nel tempo libero, in una casa-famiglia di cui il bambino è uno degli “inquilini” in attesa di adozione. Insieme affrontano un viaggio di due giorni che prende l’aspetto di una fuga, se non di un rapimento. Li unisce l’intesa che può esservi soltanto tra un padre e un figlio. Il romanzo invita a una riflessione sul tema dell’infanzia, sulle comunità di accoglienza, sul rapporto tra genitori biologici e/o affidatari e adottivi. E su cosa sia l’amore, quando esso è negato ai bambini che spesso pagano per le colpe dei padri.

Il romanzo dà anche voce ai minori che non hanno la forza di affrontare la palude burocratica nelle cui maglie si inceppa il loro diritto all’infanzia. Una corsa contro il tempo, un viaggio tra passato e presente, mentre la complicità, le risate, i dialoghi tra un non-padre e un non-figlio si intrecciano fino a un inatteso epilogo. Una lettura capace di emozionare.

Ci sono io si rivolge a tutti, in particolare a chi è interessato alle tematiche sociali e civili e a chi cerca una lettura capace di fare emozionare.

L’AUTORE

Alessandro Savona ha pubblicato romanzi e racconti con vari editori, tra cui “Etica di un amore impuro” che dal 2008 continua a riscuotere interesse. Libero professionista (arredatore di interni e scenografo), si occupa intensamente di volontariato e affido; dal 2013 il suo stato di famiglia include Marco, un ragazzo che lui e il suo compagno hanno avuto in affido come seconda coppia in Italia, con un decreto che segna una svolta nazionale in materia di affidamento minorile alle coppie omosessuali.

Vive e lavora a Palermo.

PROGRAMMA IPA ADRIATIC – EVENTO FINALE, lunedì 4 dicembre Scuola Ispettori GdF L’AQUILA

 

 

L’EVENTO FINALE DEL PROGRAMMA IPA ADRIATIC CBC

2007-2013

            L’Aquila – lunedì 4 dicembre 2017 ore 10.00

 

Auditorium Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza

 

 

Alla presenza del Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani

Si svolgerà il prossimo 4 dicembre in L’Aquila, presso l’Auditorium della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, l’evento finale del Programma IPA Adriatic Cross-Border Cooperation 2007-2013, con l’autorevole presenza del Presidente del Parlamento Europeo On. Antonio Tajani. L’evento, fortemente voluto dall’Autorità di Gestione del Programma IPA Adriatic CBC,  Avv. Paola Di Salvatore, si tiene nella città di L’Aquila, sede della Managing Authority, per condividere con le più alte cariche istituzionali nazionali, europee e dei Paesi in pre-adesione partecipanti al Programma, non solo i rilevanti obiettivi conseguiti in tutte le fasi attuative del Programma IPA Adriatic, il più importante Programma di Cooperazione Territoriale Europea dell’area Adriatica, con uno stanziamento di circa €  244.000.000, ma ancor più per un dialogo condiviso sul futuro della Politica di Coesione Europea nell’area adriatico-ionica, con un ruolo centrale della Regione Abruzzo, coniugando anche le risultanze del tavolo tecnico riunitosi in Bruxelles il giorno 8 novembre 2017 su “Il futuro della Politica di Coesione Europea: dialogo aperto sulla pre-adesione”.

Dopo il saluto di benvenuto del Comandante della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, Generale di Divisione Gianluigi Miglioli, seguirà l’intervento tecnico dell’Autorità di Gestione sulle fasi più rilevanti del Programma IPA Adriatic CBC, sull’impatto del Programma, sul complesso percorso di pre-adesione degli Stati dell’area balcanica, sulla capitalizzazione dei risultati conseguiti attuando nel 2016 i primi progetti del Piano di Azione Tecnica della Strategia Adriatico Ionica, sull’adozione di misure ed azioni finanziarie  preventive delle irregolarità e frodi nell’utilizzo dei fondi UE a tutela del bilancio dell’UE, sulla necessità di un sistema di governance delle nuove sfide dell’Area Adriatico-Ionica, per condividere obiettivi strategici dell’UE nella Politica di vicinato e di adesione. Seguiranno gli interventi del Generale di Corpo d’Armata Giorgio Toschi, Comandante Generale della Guardia di Finanza, del Sottosegretario di Stato con delega alla Giustizia Federica Chiavaroli, del Presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso e del Presidente del Parlamento Europeo On. Antonio Tajani.

Dopo la proiezione di un breve video-intervento del Membro del Parlamento Europeo On. Cecile Kyenge, interverranno il Giudice Ezio Perillo, componente italiano del Tribunale dell’Unione Europea presso la Corte di Giustizia Europea,  il Segretario Generale del Comitato delle Regioni Periferiche Marittime (CRPM) Eleni Marianou, il Primo consigliere del Decano – Camera V della Corte dei Conti Europea Gabriele Cipriani, il Membro della Sezione di Controllo Affari Comunitari e Internazionali della Corte dei Conti Italiana Carlo Mancinelli, ed il Generale di Divisione Comandante del Nucleo della Guardia di Finanza per la repressione delle frodi nei confronti della UE presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri Francesco Attardi.

Presenti le delegazioni di tutti gli Stati partecipanti al Programma con le più alte cariche istituzionali: il Ministro per gli Affari Europei della Repubblica di Montenegro Aleksandar Andrija Pejovic, il Ministro dell’Interno della Regione Herzegovina-Neretva (Bosnia Erzegovina) Sladan Bevanda, il Primo Ministro della Repubblica Srpska Zeljka Cvijanovic, il Presidente del Consiglio Regionale di Tirana e Vice Presidente dell’Euro-regione Adriatico-Ionica Aldrin Dalipi, il Sindaco di Tirana Erion Veliaj. Modera l’evento Marco Panara, giornalista de La Repubblica.

Breve sintesi sul Programma

IPA ADRIATIC CBC 2007-2013

IPA (Instrument for Pre-Accession Assistance) CBC (Cross-Border Cooperation), strumento di assistenza per i Paesi candidati o potenziali candidati all’adesione alla UE, è un Programma di Cooperazione Territoriale Europea (CTE) transfrontaliero della Commissione Europea –  DG Regio, rivolto al conseguimento dell’acquis communitaire nell’area adriatica per permettere l’adesione all’UE, degli Stati dell’area balcanica, scenario della drammatica e violenta guerra dei Balcani. Programma diretto a creare e costituire un dialogo  tra ben 8 Stati che, sebbene affacciati sullo stesso mare  Adriatico hanno diversità ordinamentali, politiche e socio-economiche ancor oggi molto profonde.

Al Programma IPA Adriatic CBC partecipano otto Stati di cui quattro in UE (Italia, Grecia, Slovenia, la Croazia dal 2013) e i Paesi candidati o potenziali candidati (Albania, Bosnia-Herzegovina, Montenegro). La Serbia partecipa al Programma in phasing-out.

Dal 13 marzo 2013 l’incarico di Autorità di Gestione del Programma IPA Adriatic CBC è stato affidato all’Avv. Paola Di Salvatore, Dirigente nel ruolo della Regione Abruzzo, titolare del Servizio della Cooperazione territoriale IPA e dal 2017 del Servizio Europrogettazione, superando la gravissima situazione creatasi a seguito delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto il Programma nel gennaio 2012.

Il Programma IPA Adriatic ha subito una dolorosa sospensione con Decisione della Commissione Europea, revocata grazie al complesso, difficile e tenace lavoro dell’Autorità di Gestione Avv. Paola Di Salvatore, neo insediata, che, con un Action Plan trasmesso alla Commissione Europea, in rafforzamento del principio di affidabilità tra gli Stati membri e le Istituzioni europee, rilevando gravi irregolarità imputabili in via diretta alle annualità 2009-2010-2011-2012, è riuscita a far revocare la sospensione. Questo complesso lavoro tecnico-amministrativo ha ricevuto una nota formale di apprezzamento dalla stessa Commissaria Europea Corina Cretu, con la successiva Decisione del febbraio 2016 di sblocco dei fondi. Ma ancor più ha contribuito a creare un clima di dialogo per lo sviluppo progettuale innovativo con i territori dei Balcani, monitorando in una complessa analisi finanziaria, l’intera attuazione progettuale di circa 244.000.000,00 €. A corollario delle attività, nella fase finale del Programma, ben tre Protocolli di intesa a titolo gratuito, sono stati siglati nell’area balcanica a Mostar ed a Tirana, creando il primo polo di formazione sulla Politica di coesione Europea.

 

Il Programma IPA Adriatic CBC è il più importante strumento di Cooperazione Territoriale dell’area Adriatico-Ionica, con un budget di circa 244 milioni di euro, ha finanziato ben 104 progetti con il coinvolgimento del rilevante numero di 893 beneficiari e 191 associati aventi sede legale nei territori di eleggibilità degli  8 Stati partecipanti.

Tra i 104 progetti, rivestono particolare rilevanza gli 11 nuovi progetti finanziati nel 2016 con l’innovativa “Targeted call on Eusair”, fortemente voluta dall’Autorità di Gestione quale prima concreta attuazione del Piano di azione tecnica dell’EUSAIR, che rappresenta la Strategia adottata dalla Commissione Europea per l’area Adriatico-Ionica. Il rilevante valore aggiunto apportato dal bando riguarda la capitalizzazione dei risultati di ben 38 progetti precedentemente finanziati dal Programma IPA Adriatic, attraverso la condivisione, l’ottimizzazione e il trasferimento degli output realizzati, con l’obiettivo di rafforzare la Cooperazione Transfrontaliera coniugando, attraverso studi di fattibilità e la condivisione delle best practices, le priorità del Programma IPA Adriatic con i quattro pilastri dell’EUSAIR.

Il Programma Adriatic IPA CBC, su iniziativa dell’Autorità di Gestione ed in stretta collaborazione con il Nucleo antifrode della Guardia di Finanza presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento delle Politiche europee, si è fatto promotore di un ciclo seminariale dal titolo “La prevenzione e il contrasto delle irregolarità e delle frodi nei Programmi di Cooperazione Territoriale Europea”, che ha consentito di valorizzare e capitalizzare l’esperienza del Programma IPA Adriatic in Italia e nei Paesi partecipanti al Programma al fine della creazione di una metodologia condivisa, conforme ai  Regolamenti ed alle fonti tecniche dell’Unione Europea, in materia di gestione dei fondi e nelle opportune azioni e misure amministrative e finanziarie. L’azione è stata finalizzata al rafforzamento delle funzioni di controllo di primo livello, da capitalizzare in tutti i Programmi di CTE, sia nell’arco temporale di programmazione 2014-2020, ma ancor più per la futura programmazione 2021-2027, sia negli Stati in UE che negli Stati in pre-adesione, a tutela del bilanci europeo e nazionali.

Il Programma IPA Adriatic, così come da Regolamento attuativo CE n. 718/2007, termina tutte le sue funzioni al 31.3.2018, con l’obbligo per l’Autorità di Gestione di inviare alla Commissione Europea tutti i documenti  di chiusura, completando in questi giorni le fasi finanziarie, di monitoraggio sui progetti e di verifica del conseguimento degli output attesi. In tal modo sarà possibile procedere al pagamento delle fasi di spesa finale a favore di tutti i Partners, svolgendo un’ulteriore analisi amministrativa su ogni Ufficio di controllo di primo livello, nonché sulle performance amministrative e finanziarie anche in relazione al percorso di preadesione.

Links: COMUNICATO STAMPA 04.12_evento finale_ENG

 www.ipadriaticbc.eu

managingauthority@adriaticipacbc.org 

Roma, LUMSA: Convegno internazionale sulla Scuola 1° dicembre – Workshop sulle Migrazioni 2 dicembre

 

Chi ha paura della scuola: nuovi bisogni e desideri, sfide e proposte credibili

Roma, Università Lumsa

1° dicembre Convegno internazionale

2 dicembre Workshop sui fenomeni migratori,

a cura di Tiziana Grassi

(programma in allegato)

ROMA – Un nuovo Convegno sulla scuola? Sì, ma si tratta di un evento di diverso segno. Il VII Convegno internazionale promosso a Roma per i giorni 1 e 2 dicembre 2017 dai Consorzi Universitari Fortune e Humanitas in collaborazione con la Lumsa, intende affrontare gli aspetti di criticità che interessano da tempo la nostra scuola, che sembra disallineata rispetto alle esigenze che la contemporaneità propone; ma, accanto a pericoli, minacce e paure in atto, è possibile leggere sotto l’interrogativo retorico (“Chi ha paura della scuola”) che dà titolo al Convegno anche desideri, voglia di bellezza e ricerca di senso.

Tutto ciò nella direzione della volontà di rilegittimare un’istituzione, quella scolastica, che ha perso credibilità in un quadro sociale in forte mutamento.

Sono invitati a discuterne, tra gli altri, Derrick De Kerckhove (Università di Toronto-Politecnico di Milano), sociologo e pensatore di fama mondiale, Gianpiero Gamaleri (Uninettuno Roma), Luca Serianni, Accademico dei Lincei, la scrittrice Wanda Marasco, entrata nella cinquina dell’ultimo Premio Strega, la nota psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi.

Sarà il direttore di Tuttoscuola, Giovanni Vinciguerra, ad aprire i lavori. Dopo i saluti e gli interventi istituzionali (Francesco Bonini, Rettore della LUMSA; Carmela Di Agresti, Presidente del Consorzio Universitario Humanitas; Gildo De Angelis, Direttore Generale USR-Lazio, Virginia Kaladich, Presidente FIDAE; Laura Baldassarre, Assessorato alla Persona, Scuola e Comunità solidale del Comune di Roma) il prof. Antonio Augenti, curatore del convegno, ne introduce le tematiche. Il Convegno si svolge presso l’Aula Magna dell’Università LUMSA in Roma, Borgo S.Angelo 13.

Dalle 11,15 gli interventi di Luca Serianni (Università La Sapienza Roma) «Per una scuola che insegni a pensare e a convivere» e di Maria Maddalena Novelli (Dirigente Generale del Miur) «Linee innovative del piano di formazione dei docenti». Dalle 12,30 alle 13,30 si parla di «Pietro Prini: attualità di un pensiero» con Gianpiero Gamaleri (curatore del “Il paradosso di Icaro”), Walter Minella e Giorgio Sandrini (Università degli Studi di Pavia). Il pomeriggio (ore 14,30) è dedicato alla presentazione di testimonianze ed esperienze, con l’intervento di Wanda Marasco (finalista Premio Strega 2017) sul disagio scolastico ed educativo e di Marcella Vaccari educatrice specializzata che insieme allo studente Achille Missiroli parla di «Come vivere una relazione credibile». Segue la relazione di Gabriella Agrusti (Università Lumsa) e Maria Cinque (Università Lumsa) su «Identità digitale e web literacy: implicazioni didattiche e valutative».

Chiude la giornata la presentazione di esperienze-problemi, affidata al dirigente scolastico Ottavio Fattorini, che funge da introduzione ai

6 workshop paralleli su alcune delle principali tematiche affrontate nel convegno (tra cui fenomeni migratori del passato e contemporanei, a cura della giornalista e studiosa di migrazioni Tiziana Grassi, referente comunicazione INMP Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà, ente pubblico del Ssn, afferente al Ministero della Salute), in programma per la mattina del 2 dicembre dalle ore 9:00 alle 12:30.

Per informazioni: convegni@consorziohumanitas.com

Dr.ssa Anna Camana 335 6186478

 

Link: Convegno sulla Scuola 1° Dicembre – Workshop su Migrazioni 2 dicembre – LUMSA

Festival Kaos, intervista 1° finalista narrativa

FESTIVAL KAOS 2017, IGNAZIO BASCONE: LA SCRITTURA È UN’ARCHITETTURA SULLA CARTA. L’INTERVISTA SU “LA SPIAGGIA INSANGUINATA”

Il 9 e 10 dicembre si svolgerà l’edizione 2017 della manifestazione Kaos festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana nei locali dell’Accademia Michelangelo di Agrigento. Ci saranno come ogni anno ncontri con autori, mostre e performance teatrali e musicali, per una contaminazione culturale ricca di appuntamenti. Fra i cinque finalisti per la narrativa c’è Ignazio Bascone con il romanzo La spiaggia insanguinata edito da Libridine: “Quando mi sono ritrovato tra i finalisti del premio Kaos – ammette l’autore – la gioia è stata immensa. Per la prima volta ho avuto un riconoscimento”. L’intervista.

Non se l’aspettava proprio…

La spiaggia insanguinata” non è il mio primo romanzo, segue “Tommaso l’Omu cani” e “Petralia”, entrambi editi da Libridine. Sebbene i primi due libri, ritengo, siano stati importanti per Mazara in quanto, grazie a loro, la vicenda del barbone Tommaso, sotto le cui spoglie poteva nascondersi Majorana, e di Vincenzo Modica, partito fascista per la guerra e diventato comandante partigiano in Piemonte, abbiano assunto la dimensione di storia ed entrati nella memoria collettiva della città, (a Petralia, prima sconosciuto, è stata intitolata la sede locale dell’ANPI), sono stato sempre guardato con diffidenza e trattato con scarsa considerazione. Non che avessi pretese, però un minimo di soddisfazione…

Se dovesse presentare ai futuri lettori il suo romanzo in tre frasi che cosa scriverebbe?

La mia è una scrittura d’istinto con un vago pensiero preordinato. Solo in un secondo, terzo, quarto… tempo, faccio ordine. Per presentare il mio romanzo, sforzandomi, direi:

– “La spiaggia insanguinata” parla della Sicilia e di certi Siciliani.

– È una storia raccontata con uno schema inconsueto che non si pone sulla scia attuale dei romanzi noir.

– È scritta con uno stile moderno ma che sa d’antico, con una fluidità che spinge il lettore a consumare i capitoli.

Quali sono le sue fonti d’ispirazione?

Mazara è la mia prima fonte d’ispirazione, a seguire un po’ la mia vita, la lettura dei classici moderni siciliani, Sciascia, Bufalino, Consolo. Camilleri non lo leggo perché ne temo l’influenza.

“La spiaggia insanguinata” è un luogo preciso, reale o solamente della fantasia?

La spiaggia insanguinata è l’enigmatico e reale Capu Fetu, al fondo della spiaggia di Tonnarella, Mazara. Luogo di incontri segreti, come descritto nel prologo.

La sua professione di Ingegnere in che maniera si riversa sulla scrittura?

Considero la scrittura un’architettura sulla carta. Tutte le mie storie hanno schemi, costrutti, vicende che a fronte di una apparente frammentarietà, si ricongiungono ponendosi uno accanto o sopra o sotto all’altro e reggendosi tra loro costruiscono la vicenda, che pian piano diventa Storia.

Le piace mettere disseminare nei personaggi un po’ di se stesso, delle sue manie, delle sue qualità?

Nello scrivere metto la mia passione per la vita, l’inquietudine che avverto ogni volta che ritorno nella mia città, talvolta fatti che ho vissuto.

Qualche esempio?

Vanni mai aveva visto una cerimonia tanto intensa. Forse una volta, a San Miniato, sopra Firenze, dove un pomeriggio d’aprile si commosse assistendo ai canti gregoriani vespertini dei monaci e fu l’ultima volta che pigliò la comunione.

Oppure:

Presero la macchina e, senza dire una parola, traversarono la città. Giunti sulla litoranea di Fata Morgana trovarono un traffico così intenso che l’aria era irrespirabile. Una fiumana di auto si trascinava a passo d’uomo tra migliaia di persone che passeggiavano. I falò illuminavano la spiaggia. Pareva che tutti gli abitanti di Amhria ci si fossero riversati.

Oppure:

La donna non si fece attendere. Ritornò con un asciugamano attorno al seno, lungo appena da nascondere il pube, il viso senza lacrime, gli occhi con un filo di trucco, i capelli neri sciolti, più corti rispetto due anni addietro.

Quando ha iniziato la stesura del romanzo aveva già presente la fine oppure questa è arrivata come logica e naturale conclusione?

No, non conoscevo la fine. Sebbene la storia tragga spunto da una vicenda realmente accaduta, i fatti che si susseguono hanno avuto vita propria. La conclusione è un po’ la stessa degli altri racconti: tanto scannamento per cosa? Tanto alla fine tutto si conclude sempre alla stessa maniera. Giovanni Zambito

NOTE DI LETTURA

 

NOTE DI LETTURA. Secondo Piano di Laura Benedetti

Emanuela Medoro

Nel romanzo Secondo Piano, Pacini Editore, 2017, la scrittrice Laura Benedetti, nata e cresciuta a L’Aquila, da anni ordinaria di Lingua e Letteratura Italiana alla Georgetown University di Washington, conferma la solida e sicura vena di narratrice, già dimostrata nel suo primo romanzo, Un paese di carta.

L’autrice costruisce una trama narrativa fatta di esperienza, immaginazione e problematiche attualissime. Rivolge uno sguardo disincantato, pieno di sottile ironia al mondo accademico americano, vede gli aspetti più meschini dell’applicazione pratica dell’idea, quasi un mito, di meritocrazia, e quelli tragici, a tratti anche comici, della scelta degli argomenti dei corsi di lingua e cultura italiana da parte dei docenti per attrarre studenti. Studenti sono spesso definiti clienti dalla dirigenza, termine quasi sorprendente per noi, ma denso di prospettive per la didattica e la valutazione del profitto.

Due gare segnano il filo del discorso, una partita di tennis fra i due protagonisti, Ralph e Fede, e gli indovinelli o giochi di parole che Marco rivolge al padre Fede. Apre la vicenda la partita di tennis, descritta a lungo con precisa competenza tecnica delle regole del gioco e delle traiettorie della pallina, metafora del rapporto dialettico fra i due protagonisti.

A movimentare la situazione, la morte improvvisa, all’interno dei locali dell’università, di un professore anziano con cinquant’anni di servizio. Questo avvenimento sembra spostare la narrazione verso una indagine di polizia sulle cause della morte, in realtà l’indagine si sposta all’interno della mente e dei sentimenti del suo più stretto collaboratore, amico e discepolo. E così la storia si muove agilmente fra passato e presente e vengono fuori le nostalgie per il paese natio tipiche degli emigrati, ma anche le delusioni e le difficoltà proprie dello studioso umanista nel mondo degli scienziati e degli economisti, sempre più sperso in profonda e deprimente solitudine in un mondo troppo diverso dal suo.

Ogni giorno più difficile la lotta per l’esistenza stessa dei corsi di Lingua e Letteratura Italiana, lingua neolatina parlata in una provincia di 60 milioni di persone, non considerando l’uso dei dialetti, con una cultura fatta di medioevo e rinascimento. Oggi solo calcio (n. b. il romanzo è stato scritto prima della recente disfatta con la Svezia), vino, pizza e moda sarebbero argomenti in grado di portare un numero di clienti necessario alla sopravvivenza dei corsi e al rinnovo delle nomine di alcuni emigrati italiani sottopagati e poco considerati.

Fra i tanti e stimolanti aspetti del romanzo, mi soffermo su uno in particolare. Il romanzo è scritto in italiano, non inglese. Peccato, la narrativa di Laura Benedetti sarebbe interessante anche per i lettori americani. Mi interessa una frase in particolare: “…lui per contratto era costretto ad occuparsi di cose moderne. I concetti ce li aveva chiari ma non era abituato a illustrarli in pubblico, e in inglese”. (pag. 104).

“…E in inglese.” Riporto questa frase che sintetizza l’esperienza di bilinguismo di una persona nata, cresciuta ed istruita in Italia, che ha frequentato il liceo e l’università in Italia, e si trasferisce in età matura negli USA, dove lavora in ambiente americano, fra gente istruita. Ebbene, con quella frase l’autrice evidenzia la difficoltà di esprimere concetti complessi in una lingua non nativa, anche se praticata nella vita quotidiana. Non basta parlare la lingua in famiglia e con gli amici, la padronanza della lingua cresce e si arricchisce della cultura.

E qui emergono anche i limiti della traducibilità di questo testo creativo, intelligente, colto espresso in una lingua italiana scorrevole, piacevolissima alla lettura. Tradotto così come è un americano non capirebbe mai tutti i riferimenti letterari del testo. “Sena mi fé…” etc. La citazione dantesca è un solido riferimento culturale per un italiano colto, ma che significa per uno che non ha mai sentito parlare di Dante? Stesso discorso nel primo libro della Benedetti, dove una maestra italiana da poco emigrata negli Usa, ricordava sempre il congiuntivo, i suoi significati e la coniugazione dei verbi in italiano, colonne della sua vita di emigrata.

Concludo queste note di lettura con la citazione di due passi particolarmente significativi.

Ralph cita una frase di Dante trovata per caso su Google, la reazione di Fede la dice lunga sulla psicologia dei cervelli in fuga dall’Italia.

Fu la citazione a far perdere le staffe a Fede. Perché va bene essere disprezzati, sottopagati, messi alla berlina, però sentire le proprie cose più care banalizzate, anzi prostituite così, lo mandò su tutte le furie…la sua romanità travolgeva la diga eretta da decenni di educazione e buone maniere anglosassoni.”

Ricordo anche un punto di vista critico sul mondo della cultura americana, stimolante perché di grande attualità anche nella nostra sponda dell’oceano:

Rendetevi conto di che cosa sarà un mondo affidato esclusivamente ai tecnocrati, agli esperti del business…State creando un popolo di servi nel mondo della democrazia occidentale. Lo sai che cos’è la democrazia senza l’istruzione, Ralph? Un gigante cieco che si agita e tira randellate al vento. È demagogia pura, è l’anticamera del fascismo…”

Intelligenza lucida e acuta, brillanti abilità narrative. Laura Benedetti un bel talento aquilano all’estero di cui essere orgogliosi.

medoro.e@gmail.com

L’Aquila, 27 novembre 2017.

Amore oltre le barriere. Matrimonio tra una cattolica e un musulmano in tempo di guerra

 

AMORE OLTRE LE BARRIERE

Matrimonio tra una cattolica e un musulmano in tempo di guerra

di Mario Setta

Abdul Razak Al Kadi era nato a Derna, in Cirenaica, il 29.10.1921. Nell’ultima guerra, il 28.6.1942 viene fatto prigioniero a Gireula Marsa Matruk dai soldati tedeschi di Rommel e trasportato in Italia. L’8 settembre 1943, il giorno dell’annuncio dell’armistizio, è rinchiuso nel campo 78 di Fonte D’Amore, a Sulmona.

In una intervista ha raccontato: «Conosco molto bene la lingua italiana per averla studiata in Libia. All’armistizio, il campo di Fonte d’Amore fu aperto. Io fui tra i primi ad uscire. Ero con un mio compagno, un palestinese. Ci eravamo procurati molti viveri, forzando la porta del magazzino. Ho saputo da altri prigionieri che era stato Santacroce a far aprire i cancelli. Io non l’ ho conosciuto, ma ricordo bene il nome, anche perché è facile da ricordare (Abdul fa un segno di croce con le dita). Ci siamo allontanati, nascondendoci sotto un cespuglio, in modo da tenere d’occhio la situazione. Passarono alcune donne di Bagnaturo recatesi al campo per vedere se c’era la possibilità di prendere qualcosa. Le ho chiamate, dicendo loro: “Ho tanta roba da mangiare, perché non mi procurate dei vestiti?” Le donne andarono a casa e tornarono con i vestiti. Prendo dagli zaini cioccolata, the, caffè, zucchero e glieli consegno. Ci dicono quindi di andare con loro a Bagnaturo, perché avremmo trovato più facilmente un posto dove nasconderci. Dormimmo in una cantina, Dal momento che parlavo bene l’italiano, nessuno poteva immaginare che ero straniero. Il mio amico palestinese, non sapendo parlare italiano, preferì unirsi ad un gruppetto di prigionieri che si diressero verso Popoli. Rimasto solo, vengo ospitato, sempre a Bagnaturo, da Laurina Petrella. Nel frattempo, un pratolano mi aveva procurato un documento falso, una carta di identità bianca che io stesso avevo riempito con un falso nome. Di falsi nomi ne ho avuti tanti. Perfino lo scrittore sudafricano Uys Krige che parla di me nel suo libro “Libertà sulla Maiella” mi indica col nome falso di Achmed (cfr. pag. 87, n.d.r.). Per il timbro, mi sono arrangiato con un turacciolo di sughero e ho falsificato la firma del podestà, tanto i tedeschi non ci capivano niente. Mi misi a lavorare proprio con i tedeschi, che mi ritenevano italiano. Imparai anche un po’ di tedesco. Mangiavo sempre in casa di Laurina. Una volta mi disse che mi avrebbe fatto conoscere una ragazza, sua parente. Bionda e molto bella. E che certamente mi avrebbe fatto impazzire.»

Maria Leondina De Dominicis, nata a Pratola Peligna il 26.11.1922, interviene raccontando la sua storia: «Un giorno del mese di gennaio del 1944, ero in piazza, a Pratola, e vedevo gente che piangeva. Stavano facendo un rastrellamento. Mia sorella chiedeva ai tedeschi che rilasciassero un ragazzo, perché troppo giovane. Era il cognato. Io mi avvicinai e dissi una parolaccia al tedesco, che capisce e mi risponde: “Tu perché brutta parola?” Aveva estratto la pistola e voleva spararmi. Mi misi a correre e mi nascosi in un vicoletto. Poi vennero le mie sorelle e mi portarono a Bagnaturo, in casa di Laurina Petrella, molto amica di mia madre. Ma in casa di Laurina ho visto per la prima volta Abdul.»

Abdul: «La forza del destino ha voluto che questa ragazza venisse da Laurina. Io credo al destino. Io sono musulmano e credo che certi avvenimenti sono stabiliti da Allah! »

Maria Leondina: «Sono rimasta da Laurina otto giorni. E vedevo questo giovane. Volevo imparare l’inglese e chiesi ad Abdul di insegnarmelo. Accettò ben volentieri. Ci siamo frequentati. E così nacque l’Amore».

Abdul: «Le guerre portano tante sorprese! Il 13 aprile 1944, mentre stavo in casa di Laurina, vicino al fuoco, bussano e sento dire in tedesco che cercano un prigioniero. Fui catturato e portato al carcere di S. Pasquale. Da qui trasferito immediatamente a Laterina, da dove il 10 giugno 1944, saputo dello sbarco in Normandia, riuscii a fuggire e a ricongiungermi con l’esercito alleato. Restai in servizio fino alla fine del 1944. Scrissi una lettera alla mia futura moglie. Mi rispose. E mentre ero a Bengasi, per procura, ci sposammo. Era il 23 gennaio 1947».

Abdul è stato funzionario del governo libico. Con la moglie, Maria Leondina De Dominicis, e due figli ha trascorso il tempo tra l’Italia e la Libia. E’ deceduto a Pratola il 17.9.2002.

Questa storia d’amore sembra una delle tante che richiamano alla mente “Le mille e una notte”. Il capolavoro della letteratura araba, il cui antefatto si fonda sulla vendetta di due fratelli califfi, Shahriyar e Shahlzaman, contro le rispettive mogli, uccise per palese tradimento. Shahriyar, deluso e amareggiato dal comportamento delle donne, decide di passare ogni notte con una donna diversa e ucciderla il mattino seguente. Ma due sorelle, la maggiore Shaharazad e la minore Dinazard, accettano di passare 282 notti con Shahriyar, raccontando storie fino al mattino, restando sane e salve. Un’opera, “Le mille e una notte”, in cui la donna viene presentata come merce di compravendita, ma anche come mito incorruttibile di bellezza e d’amore.

Nella “duecentesima notte” si racconta la fine tragica di due fidanzati, logorati reciprocamente dal mal d’amore e bloccati perfino dall’angoscia di trovarsi insieme. Il fidanzato, Ali ibn Bakkar “fece un profondo sospiro e l’anima gli uscì dal corpo”, udendo parole poetiche: “Quanto è amara la brama dell’amore…” e la ragazza, Shams al Nahar “proruppe in lacrime e cadde a terra priva di sensi”. Furono sepolti insieme a Baghdad. Perfettamente in linea con la celeberrima storia, forse precedente a “Le mille e una notte”, di Layla e Maynun, narrata da Nezami Ganjavi, dove gli amanti non riescono a sposarsi a causa dei contrasti tra le loro famiglie. Alla fine Layla si ammala e muore, mentre Maynun impazzisce e viene ritrovato morto nel 688 accanto alla tomba di Layla.

Comunicato su mostra fotografica

“Asinara”, isola alla luce della luna

A Cagliari una mostra di Marco Delogu, fotografo di fama internazionale, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra

Paesaggi sospesi, catturati alla “luce e temperatura perfette delle lune d’estate”: torri, carceri, strade, golfi, spiagge, cisterne, piccoli villaggi e molta natura. Scorci quasi metafisici, che raccontano la bellezza sublime dell’archetipo isolano e i segni dell’intervento dell’uomo sul paesaggio. C’è tutto questo al centro di “Asinara”, mostra fotografica di Marco Delogu, promossa dalla Fondazione di Sardegna nell’ambito di AR/S – Arte Condivisa in Sardegna, la piattaforma progettuale che – alla promozione di mostre dedicate all’arte sarda – alterna progetti dedicati all’attualità, diffusi su tutto il territorio regionale. La mostra comprende 25 opere che saranno esposte negli spazi della Fondazione di Sardegna, in via San Salvatore da Horta 2 a Cagliari, a partire dal 30 novembre 2017 sino a fine febbraio 2018.

Così Marco Delogu spiega la genesi del progetto artistico: “Ho scelto di lavorare sull’Asinara per via della sua storia e della sua geografia. Da bambino l’isola mi veniva narrata come una specie di inferno, e da ragazzo mi colpivano i racconti di un amico di famiglia, avvocato, che difendeva Renato Curcio e Raffaele Cutolo e andava a incontrarli sull’isola. Più tardi, a partire dal 1997, lavorando a Rebibbia per i ritratti di «Cattività», avevo incontrato una serie di detenuti che erano stati all’Asinara, e dalle loro voci avevo ascoltato la storia delle rivolte di Fornelli. Non sono andato in Sardegna per moltissimi anni e per il mio «ritorno» fotografico ho scelto un’isola che non conoscevo, così piena di ricordi dolorosi a contrasto con il grandissimo senso di bellezza e libertà che ora si prova”.

Delogu, fotografo di fama internazionale e attuale direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra, ha operato un lavoro di ricognizione sul paesaggio “notturno” dell’Asinara, nella splendida ambiguità di un contesto ambientale profondamente segnato da 100 anni di storia. “L’isola è fortemente connotata dalle metamorfosi territoriali legate all’umana costrizione, prima sanitaria e poi carceraria, che l’ha caratterizzata nel corso di oltre un secolo fino al 1997, anno di fondazione dell’Ente Parco”, scrive Antonello Cabras, presidente della Fondazione di Sardegna. Con Delogu, aggiunge Cabras, assistiamo al recupero dello spazio simbolico e di riflessione rispetto al nostro patrimonio identitario, i cui orizzonti interpretativi inevitabilmente mutano in funzione della luce (o dell’ombra) con cui li osserviamo”.

La mostra “Asinara” sarà raccontata anche nelle pagine di un volume edito da Punctum con le opere fotografiche di Marco Delogu affiancate dai testi dello scrittore Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega 2016. Per oltre 20 anni insegnante nel carcere di Rebibbia, vicino alle tematiche della detenzione, Albinati come Delogu ha vissuto un’esperienza di residenza all’Asinara, prestando le proprie parole allo sguardo dell’artista.

Scrive Albinati: “Con le sue fotografie notturne, Marco Delogu raggiunge un punto inedito dove le tensioni estreme sono sospese. Le figure e i profili si spogliano del loro significato, e, se non ci fosse il titolo a ricordare la funzione che rivestivano (“Check point”, “Il bunker”, “Ossario”), diventano meravigliosamente anonime. Misteriose sì, ma non più minacciose. La bellezza e il male, poli assoluti e intransitivi dell’isola, non vengono eliminati, né conciliati tra loro (impossibile) ma messi tra parentesi. Almeno per una notte”.

La mostra, visitabile gratuitamente, tutti i giorni dalle 10 alle 19, sarà inaugurata presso la sede cagliaritana della Fondazione di Sardegna giovedì 30 Novembre 2017, a partire dalle ore 18.



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Sebastiano Catte

Agenzia Comunica

Michel Faber ospite d’onore del Premio Letterario “L’Aquila” – Bper Banca, intitolato a Laudomia Bonanni. Gli appuntamenti delle due giornate

 

L’Aquila, 22 novembre 2017

PREMIO LETTERARIO “L’AQUILA” – BPER BANCA, INTITOLATO A LAUDOMIA BONANNI – XVI EDIZIONE

INCONTRO DI POESIA DI MICHEL FABER CON LA COMUNITA’ DI PAGANICA

L’AQUILA – Venerdì 24 novembre alle ore 17.00, MICHEL FABER, ospite d’onore dell’edizione 2017 del Premio Letterario “Laudomia Bonanni”, presso il Centro Civico di Paganica incontrerà la comunità della popolosa frazione aquilana, duramente colpita dal sisma del 2009.

A L’Aquila, nella mattinata di venerdì 24, alle ore 10:30, nella sala Biblioteca della Direzione Territoriale Bper, in via Pescara 4, Michel Faber incontrerà i giornalisti. Sabato 25, alle ore 10:30, presso l’Auditorium del Parco, si terrà la cerimonia di premiazione dell’edizione 2017 del Premio Letterario “L’Aquila – Bper Banca” intitolato a Laudomia Bonanni.

Luca Marchetti

Segreteria Organizzativa Premio Bonanni

Opera, intervista al tenore Enea Scala

OPERA, ENEA SCALA: MIO PADRE, IL MIO MAGGIORE SOSTENITORE E IL MIO PRIMO CRITICO. L’INTERVISTA

All’Opera di Gent fino al 6 dicembre “Il duca d’Alba“, con la direzione musicale di Andriy Yurkevych narra la lotta all’oppressione politica religiosa e culturale della Spagna sul popolo fiammingo. Due livelli durante la messa in scena sono costantemente presenti: il piano lugubre e oppressivo della potenza spagnola e il piano della sofferenza del popolo fiammingo oppresso.

La scena iniziale, dove esplode una statua di una Madonna rappresentata secondo gli stereotipi dei santini (inconsapevole analogia con Het varken van Madonna film del regista Frank Van Passel), si manifesta la rabbia e la voglia di uscire dalle catene di una dominanza politica che è anche conformismo. La regia di Carlos Wagner e la scenografia di Alfons Flores lavorano all’unisono restituendo all’opera di Donizetti una lettura corale, dove il confronto politico diventa scontro culturale, bisogno di un popolo minoritario di preservare una propria identità, e forse l’origine catalana di Flores ha permesso di rendere appieno il carattere a volte opprimente del potere politico centrale. Belli i costumi che sembrano risentire nella loro significativa semplicità delle finezze stilistiche delle Fiandre.

Nel ruolo di Henri de Bruges il tenore siciliano Enea Scala, che ritroviamo a distanza di due anni un po’ cambiato: “ero un po’ più grasso – ci dice – ero quindici chili in più”.

Ma non influisce questo sulla voce?

Influisce in positivo: non devi essere ovviamente pompato ma se sei asciutto e tonico, il tuo corpo è più leggero e ci si muove meglio in scena e anche a livello di supporto fisico i muscoli sono più pronti a reagire in momenti di difficoltà, quando manca il fiato per esempio. Più sei sportivo e salutare, più canti meglio: è la mia opinione, ma un artista, un cantante è un atleta.

Perché prima gli artisti erano tutti più grassi?

Perché prima c’era una cultura diversa: i registi non erano così esigenti come oggi nel volere i cantanti come gli attori di cinema, infatti oggi noi recitiamo come in una scena cinematografica; in ogni performance facciamo un’espressione come se la camera ci stesse inquadrando in primo piano. I cantanti generalmente sono persone pigre perché dormono fino a tardi quando ci sono le recite intendo, mangiano tardi dopo le recite cose pesanti, si beve e si va a letto tardi, quindi tutto contribuiva a un appesantimento. Poi molti cantanti non avevano la cultura di tenersi in forma ed erano belli gonfi, ma essere grassi non significa avere più voce, anzi a volte è il contrario.

Mi confermi l’impressione che l’opera si è trasformata in qualcosa di più completo con performance più dinamiche…

Io mi considero un artista moderno e per me non esiste l’opera in cui posso solo cantare senza pensare il personaggio: le due cose vanno insieme e sicuramente con la grazia e la recitazione miglioro la prestazione canora e grazie alla tecnica del canto miglioro la recitazione. Devi trovare le tue posizioni, il tuo regista te le può cambiare se eventualmente non andassero bene per te senza che ti comprometta l’appoggio e con il regista Carlos Wagner è stato sempre così: ogni giorno mi veniva incontro.

Nel Duca d’Alba c’è molto pathos e il tuo personaggio si presta molto alle cose che stai dicendo: c’è molto movimento anche interiore. Che ne pensi?

Per me è un personaggio ideale perché ha tutto: c’è l’eroicità e l’infantilismo del rapporto con un padre che scopre per la prima volta di avere, cosa per me molto forte e romantica perché è una cosa nuova nel ruolo tenorile. Nel “Guglielmo Tell” per esempio Arnold si commuove per la morte del padre che non ha potuto aiutare. Qui, invece, c’è la commozione e l’emozione nello scoprire che lui ha un padre; purtroppo non è il padre che voleva, è un padre assassino, tiranno, che lui stesso ha combattuto per anni e combatte perché vuole vendicare la morte dei fiamminghi, quindi è ovvio che è una situazione molto ambigua, ma per come la sento io Henri de Bruges, essendo combattuto, non ha comunque fatto una scelta bella, nel senso che alla fine è stato neutro, o certamente non ha scelto Hélène. Alla fine si sacrifica lui stesso.

A proposito di Bruges, siamo in Belgio, l’opera è ambientata in Belgio: tu torni spesso qui?

Questa è la mia seconda volta all’Opera Vlandereen e verrò ancora per la Juive del 2019: di recente a Bruxelles ho cantato Tancredi in concerto e mi piace lavorare molto in Belgio; i teatri si prestano benissimo alle opere che sono ideali per me, il pubblico è assolutamente accogliente con il mio tipo di personalità vocale e scenica, il teatro mi supporta perché evidentemente vede in me una personalità artisticamente solida e scenicamente valida, un artista moderno senza falsa modestia. Uno non dice di essere il nuovo Pavarotti o Del Monaco, ma almeno dice i suoi pregi. L’Opera Vlandereen si fa valere e per me è importantissimo tornarci.

E cantare in francese…?

Per me è la terza volta che canto in francese per un pubblico che conosce bene la lingua, quindi esigente, per cui ho lavorato molto con coach francesi ma sono abituato ad affrontare questa lingua senza tralasciare raffinatezze: si può sempre migliorare, ovvio, ma sono sicuro che la mia ricerca va per la giusta direzione e non approssimativa.

La tua famiglia che ruolo ha avuto nel tuo percorso?

Mio padre ha sempre avuto un ruolo importantissimo sicuramente più negli ultimi anni. Quando ero adolescente lui per motivi di lavoro era sempre fuori e non eravamo uniti, era un rapporto distante e quando lui tornava non ci consoscevamo fondamentalmente. Poi, sono andato via da casa per l’università e il conservatorio e lui, dopo che andò in pensione, fu quello in casa che mi appoggiò più di tutti nel mio percorso perché lui è un musicista autodidatta, suona tanti strumenti. Lui mi ha supportato fin dal primo momento in cui ho scelto questa strada anche quando non ero in carriera: purtroppo, oggi è il mio primo critico perché avendo un orecchio da musicista nota tutte le imperfezioni e mi riporta le critiche negative che magari io non leggo. Capisco che lo fa perché è contento e vuole sempre stimolarmi.

Giovanni Zambito

A FRANCESCO GIORGINO, GOFFREDO BUCCINI, MASSIMO SEBASTIANI, GOFFREDO PALMERINI, DESIO CRISTALLI IL PREMIO GIORNALISTICO NAZIONALE “MARIA GRAZIA CUTULI” 2017

19 novembre 2017

A Francesco Giorgino, Goffredo Buccini, Massimo Sebastiani, Goffredo Palmerini, Desio Cristalli

il Premio Giornalistico Nazionale “Maria Grazia Cutuli” 2017

 

SAN SEVERO (Foggia) – Francesco Giorgino (caporedattore TG1 e saggista), Goffredo Buccini (editorialista e inviato del Corriere della Sera, scrittore), Massimo Sebastiani (caporedattore ANSA), Goffredo Palmerini (giornalista Stampa internazionale e scrittore) e Desio Cristalli (direttore Gazzetta di San Severo) sono stati insigniti del riconoscimento a conclusione di due intense giornate del Premio Giornalistico Nazionale “Maria Grazia Cutuli”, XVI edizione, organizzato dal Centro Culturale Internazionale “Luigi Einaudi” di San Severo. Le manifestazioni conclusive del premio, condotte dalla presidente del Centro, Prof. Comm. Rosa Nicoletta Tomasone, con il Presidente Onorario del Premio, Prof. Hafez Haidar, insigne poeta e romanziere, docente all’Università di Pavia e candidato al Premio Nobel per la Pace, si sono nell’Auditorium “P.Giannone” di San Marco in Lamis e a nelle Cantine “Le Grotte” di Apricena, presenti sindaci, autorità, studenti, docenti e numeroso pubblico.

Nell’Albo d’oro del Premio, istituito nel 2002, prestigiose firme del giornalismo quali Aldo ForbiceGiovanna Botteri, Elisabetta RosaspinaMichele Santoro, Antonio Ferrari, Duilio Giammaria, Gabriella Simoni, Ferdinando Pellegrini, Tiziana Ferrario, Vittorio Dell’Uva, Lorenzo Cremonesi, Giovanni Porzio, Enzo Nucci, Giuliana Sgrena, Francesco Faranda, Pietro Raschillà, Pino Scaccia, Michele Farina, Francesca Sforza, Carmen Lasorella, Toni Capuozzo, Andrea Nicastro, Stefano Boccardi, Gabriele Torsello, Paolo Conti, Lilli Gruber, Ettore Mo, Barbara Schiavulli, Paolo Di Giannantonio, Lucia Annunziata, Carmela Giglio, Lucia Goracci, Carlo Bollino, Enzo Nucci, Marco Clementi, Enrico Bellano, Claudio Accogli, Marc Innaro, Elvira Serra, Mimmo Candito, Maria Giannitti, Alessandro Plateroti, Marcello Masi, Aldo Cazzullo, Maria Cuffaro, Alessandro Cassieri, Roberto Napoletano, Cecilia Rinaldini, Alberto Negri, Hafez Haidar, Andrea Iacomini, Flavio Mucciante.

Il Premio giornalistico Maria Grazia Cutuli Per non dimenticare e per costruire la Pace”, è un evento di caratura nazionale per la difesa dell’informazione, come condizione di libertà e di democrazia, e per la difesa dei diritti e della dignità della persona. Fortemente voluto dalla Presidente del Centro Culturale “L. Einaudi”, Comm. Rosa Nicoletta Tomasone, il Premio, partendo dal “dovere della memoria”, si proietta nel futuro e verso quei Paesi ancora all’affannosa ricerca della libertà e della democrazia, se non addirittura del proprio diritto di esistere, e sintetizza il suo impegno nella promozione della Pace. 

Maria Grazia Cutuli, cui il Premio è intitolato, inviata del Corriere della Sera in Afghanistan, fu assassinata il 19 novembre 2001, insieme a Julio Fuentes inviato del quotidiano spagnolo El Mundo e a due corrispondenti dell’agenzia ReutersHarry Burton e Hazizullah Haidari., nei pressi di Sarobi, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul. Nata a Catania nel 1962, era entrata subito nel giornalismo, collaborando con il quotidiano La Sicilia, poi  con il mensile Marie Claire e con il settimanale Epoca. Diventata giornalista professionista, dopo una collaborazione con l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, venne assunta dal Corriere della Sera e subito destinata alla redazione Esteri, quindi come inviata in Afghanistan, due giorni dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle.