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I SOLISTI AQUILANI E LA MUSICA RUSSA

 

COMUNICATO STAMPA

L’Aquila 2  febbraio

Auditorium del Parco, ore 18.00

 

I Solisti Aquilani tra SHOSTAKOVICH e ARENSKY

Viaggio nella musica del Novecento sotto la direzione di ANTON SHABUROV

 

Parla “russo” il concerto che I Solisti Aquilani presentano il 2 febbraio all’Auditorium del Parco, ore18.00, nell’ambito di Musica per la Città

Protagonisti Anton Shaburov, direttore d’orchestrae Gianluca Saggini, prima viola del Complesso. 

In programma la Kammersinfonie op. 110a di Shostakovich,  le Variazioni su un tema di Ciaikovski op. 35 per orchestra d’archi di Arensky e ancora di Shostakovich la Sonata per viola e pianoforte op. 147(vers. per orchestra d’archi di Vladimir Mendelssohn).

Il primo brano è una trascrizione per orchestra (operata dal violista e compositore Rudolf Barshay) del quartetto per archi n. 8 in do minore op. 110a. Il quartetto venne ispirato dalla notizia della completa devastazione della città di Dresda da parte degli alleati nel febbraio del 1945, nel quale morirono 140.000 persone.

Il brano di Arensky – tra i cui estimatori vi erano personalità del calibro di Piotr Ilic Ciaikovski e Lev Tolstoi – è una scrittura sofisticata e dalla ’incredibile” trasparenza che mette in evidenza la profonda emotività, la straordinaria spontaneità e lo spiccato virtuosismo dell’autore.

Il concerto si conclude sulle note della  Sonata per viola e pianoforte composta da Shostakonich negli ultimissimi giorni della sua esistenza. E’ dedicata a Fjodor Druzinin, uno dei maggiori violisti sovietici e membro del celebre «Quartetto Beethoven».

Sul podio ANTON SHABUROVconsiderato uno dei più promettenti direttori russi della sua generazione. Nato nel 1983 a Yekaterinburg in Russia, ha ricevuto un’eccellente educazione musicale e nel 2008 si è laureato al Conservatorio degli Stati Urali “M. Mussorgsky” (diploma con lode), dove ha poi studiato direzione d’orchestra con il M° Paverman, studente del prof. Vyacheslav Kartashov. Ha continuato gli studi con il prof. Gennady Rozhdestvensky. Ha vinto il 1° premio della III edizione dell’Ilya Musin All-Russian conducting competition. Nel 2016 Anton Shaburov ha vinto anche il 1° Premio all’International Felix Mendelssohn conducting competition (Salonicco, Grecia). Come direttore ha iniziato la sua carriera nel 2009 con la Globalis international Symphony Orchestra di Mosca diventando anche il direttore principale e artistico della Ural State Mussorgsky Conservatory Symphony Orchestra a Yekaterinburg. Durante questo periodo ha diretto più di 40 concerti e programmi anche presso molti festival, concentrandosi sul repertorio di Rachmaninoff, Liszt, Ciaikovski, Shchedrin e Zolotaryov. Nel 2014 è stato nominato direttore musicale e artistico dell’Ippolitov-Ivanov Institute Symphony Orchestra di Mosca. Insegna direzione d’orchestra al Conservatorio degli Stati Urali a Yekaterinburg.

Solista della serata Gianluca Saggini, dal 2014 Prima Viola dei Solisti Aquilani. Si è formato  sotto la guida di Giusto Cappone (leggendaria Prima Viola dei Berliner Philahrmoniker di Karajan), Vladimir Mendelssohn e Wilfried Strehle. Nel 1999 Riccardo Chailly lo sceglie quale Prima Viola dell’Orchestra Verdi di Milano. Da lì in poi cominciano le sue collaborazioni, come Prima Viola, con l’Orchestra del Teatro S. Carlo di Napoli, l’Orchestra dell’Arena di Verona, l’Orchestra del Teatro Regio di Parma, l’Orchestra “A. Toscanini”, l’Orchestra Regionale del Lazio, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, oltre a collaborazioni come concertino con l’Orchestra Regionale Toscana, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, l’Orchestra Nazionale di S. Cecilia e l’Orchestra Filarmonica della Scala. Dal 2004 è il violista del Quartetto Bernini, con il quale svolge un’intensa attività concertistica in tutto il mondo. Gianluca Saggini ha al suo attivo numerose incisioni discografiche e collaborazioni con concertisti quali C. Coin, G. Sollima, M. Brunello, V. Mendelssohn, B. Canino, R. Prosseda, A. Carbonare.  E’ docente di Musica da Camera presso il Conservatorio di Cosenza. Ha il privilegio di suonare una magnifica viola Giovanni & Francesco Grancino, Milano 1691.

INGRESSO

Intero 12.00 euro; ridotto 8.00 euro

Piero Angela e Mauro Canali tra i vincitori del Premio Fiuggi-Storia, dedicato quest’anno alla memoria di Enzo Bettiza

 

Piero Angela e Mauro Canali tra i vincitori del Premio Fiuggi-Storia, dedicato quest’anno alla memoria di Enzo Bettiza

Riconoscimenti anche all’Esercito italiano, a Silvia Cavicchioli, Adam Smulevich, Corrado Stajano, Éliane Patriarca, Carmelo Fucarino, Silvana Cirillo e Roberto Mario Quello. A Francesca Paci il “Fiuggi-Storia – Gian Gaspare Napolitano inviato speciale”.

Roma, 31 gennaio 2018 – Nel corso di una cerimonia svoltasi presso la Pontificia Università Antonianum di Roma sono stati consegnati i riconoscimenti della ottava edizione del Premio FiuggiStoria. Il Premio, promosso dalla Fondazione “Giuseppe Levi-Pelloni” in collaborazione con il Comune di Fiuggi e con i patrocini del Senato della Repubblica, Camera dei Deputati e Presidenza della Regione Lazio, è stata dedicato quest’anno a Enzo Bettiza, scomparso nello scorso mese di luglio.

Il grande giornalista e scrittore di origine dalmata è stato ricordato dalla moglie Laura Laurenzi, che ne ha tratteggiato un ritratto soprattutto privato, e da Jas Gawronski, suo amico da lunga data, con cui ha condiviso l’esperienza di corrispondente e inviato a Mosca e nei paesi dell’Est ai tempi del comunismo. E che proprio grazie anche a Bettiza ha iniziato il suo lungo e brillante percorso di reporter in giro per il mondo, da quando, nel lontano 1957, si presentò così a lui, seduto nel Café Mozart di Vienna: “Mi chiamo Jas Gawronski, vorrei fare il giornalista, ma non so come e dove dare il primo colpo di manovella”. E Bettiza, senza sospettare che quel giovane sconosciuto fosse nipote di Alfredo Frassati, il fondatore de “La Stampa”, lo incoraggiò con queste parole: “Se sei in parte polacco, se te la cavi con l’italiano, non vedo davanti a te che una sola strada: andare diritto a Varsavia e cominciare subito a scrivere, per qualche giornale anche minore”. Il ricordo di Bettiza, introdotto da Pino Pelloni, fondatore e animatore del Premio FiuggiStoria, è stato un doveroso omaggio a un eccezionale testimone del Novecento, di cui ha saputo narrare da scrittore di razza le vicende cruciali (che non di rado si sono incrociate con quelle autobiografiche) grazie soprattutto alla sua straordinaria capacità, come ha sottolineato tempo fa Giuliano Ferrara sul “Foglio” “di mescolare letteratura, filosofia, arte e solo infine giornalismo, che era quello che gli dava da vivere sempre al di sopra dei suoi mezzi, come un vero barone mediterraneo”.

La serata è poi proseguita seguendo un ideale ‘fil rouge’ con l’assegnazione del primo riconoscimento, che è andato a un altro grande testimone e maestro del nostro tempo: Piero Angela. Il popolare divulgatore scientifico ha ricevuto il premio nella sezione denominata “Epistolari e memorie” per Il mio lungo viaggio 90 anni di storie vissute (Mondadori): un’autobiografia in cui ci ha accompagnato, con una cavalcata attraverso due secoli, in un lungo viaggio cominciato all’inizio degli anni Trenta nella natia Torino quando una larga parte della popolazione italiana era analfabeta, l’aspettativa di vita era di soli 52 anni, non c’erano ancora gli antibiotici e le infezioni potevano essere letali. E poi gli anni della guerra, quelli ruggenti del miracolo economico, la nascita della televisione, lo sbarco sulla Luna, la sua straordinaria carriera di giornalista: prima da semplice cronista, poi inviato, quindi ideatore e conduttore di programmi che hanno contribuito a diffondere tra gli italiani una cultura scientifica. Nel libro sono presenti tantissimi aneddoti e storie di incontri che hanno segnato la sua vita. Come quello (“il più importante fra tutti dal punto di vista scientifico” – ha affermato) con il grande fisico Edoardo Amaldi, uno dei “ragazzi di via Panisperna”. “L’ho frequentato per molto tempo” – racconta Piero Angela, “era dotato di una notevole statura morale”. “Mi è rimasto particolarmente impresso quel che mi ha raccontato di Enrico Fermi, che era un bravissimo divulgatore e che parlando coi suoi ricercatori provava a semplificare sempre le sue teorie. Io prima di licenziare un testo lo scrivo e lo riscrivo, lo cambio, lo limo, lo macino, lo macino e lo macino fino a quando è comprensibile per la maggior parte dei lettori.” Ma nelle pagine della sua autobiografia – si legge nel retro di copertina – c’è soprattutto un grande insegnamento, che è particolarmente prezioso per i giovani che lo seguono come un mito: la passione di sapere e la voglia di scoprire possono portare molto lontano nella vita, e fare di chiunque una persona speciale.

Il tema del giornalismo è protagonista anche del premio per la saggistica, attribuito allo storico Mauro Canali per La scoperta dell’Italia: Il fascismo raccontato agli americani (1920 – 1945)(Marsilio). Un libro in cui le vicende personali, i racconti e i reportage degli inviati americani nel nostro paese ci forniscono oggi un punto di vista inedito per ripercorrere gli avvenimenti che si sono succeduti in quegli anni, offrendo allo stesso tempo uno straordinario spaccato della società del ventennio fascista, caratterizzato da un controllo sistematico sulla stampa e dall’utilizzo di una fitta rete di spionaggio. Una storia che inizia agli albori del fascismo, quando Mussolini godeva di grande popolarità presso la stampa americana e gli inviati che giungevano numerosi a Roma per intervistarlo e scrivevano articoli apologetici sul giovane dittatore (con pochissime eccezioni, a cominciare da Hemingway, giovanissimo corrispondente per il “Toronto Star”). E che non si esaurisce con la Liberazione, ma che avrà interessanti ricadute su quello che sarà il più ampio teatro della Guerra Fredda.

Quasi a simboleggiare un ideale passaggio di consegne da una generazione a un’altra di grandi reporter, si è arrivati quindi al riconoscimento “Fiuggi-Storia Gian Gaspare Napolitano inviato speciale”, che quest’anno è stato assegnato alla giornalista e inviata de “La Stampa” Francesca Paci. Già corrispondente per il quotidiano torinese da Londra e da Gerusalemme, a partire dal 2011 ha seguito direttamente sul campo le vicende legate alle cosiddette primavere arabe e più di recente il caso del rapimento e dell’uccisione in Egitto del ricercatore Giulio Regeni. La scelta del premio, consegnato da Giovanna Napolitano, figlia di Gian Gaspare e Presidente della Fondazione Levi-Pelloni, è motivata dal fatto che la Paci nella sua attività ha saputo interpretare nel modo migliore lo spirito che ha sempre guidato i grandi inviati del passato, con coraggio, scrupolosità e passione. Tutte qualità che è possibile riscontrare anche nei suoi libri, in gran parte frutto dei suoi reportage: da Islam e violenza (Laterza) Dove muoiono i cristiani (Mondadori) in cui ha raccontato storie di cristiani, uomini e donne, missionari, preti, vescovi e semplici fedeli discriminati a causa della fede religiosa; fino al recentissimo ebook Intervista con la Rivoluzione Russa: Dieci intellettuali a confronto con l’ottobre che sconvolse il mondo (Edizioni La Stampa). Alla ricercatrice e giornalista del quotidiano francese “Liberation” Éliane Patriarca è stato attribuito invece il premio nella nuova sezione “Fiuggi-Storia Europa” – istituita a partire da quest’anno – per il libro Amère libération (Flammarion, Paris, 2017).

Per la sezione “Il Tempo e la Storia” il riconoscimento è andato allo Stato Maggiore dell’Esercito per i quattro calendari dedicati al centenario della Grande Guerra, per l’alto valore didattico e rievocativo di una pagina importante della nostra storia nazionale. Quattro calendari, dal 2015 al 2018, e corredati da una ricerca iconografica di prim’ordine, che ripercorrono le vicende che da quel 24 maggio 1915 segnarono per gli italiani l’inizio di tre anni di sanguinoso conflitto. Furono milioni i soldati che chiamati alle armi nel Regio Esercito Italiano, parteciparono come attori alla Vittoria del Paese. Erano contadini, operai, intellettuali, artisti, uno spaccato dell’intera società del periodo che visse con e nell’Esercito il primo grande momento di unità nazionale. Anche le donne ne furono parte integrante: formalmente non arruolate, supportarono logisticamente e moralmente gli uomini al fronte. Il premio è stato ritirato dal Generale di Divisione Giuseppe Nicola Tota.

Per la sezione biografie vincitori ex aequo la docente di “Storia dell’Ottocento e del Novecento” presso l’Università di Torino Silvia Cavicchioli per Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi(Einaudi) e il giornalista Adam Smulevich per Presidenti. Le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma (Giuntina). Nel volume dedicato alla compagna dell’eroe dei due mondi viene ricostruita in maniera molto accurata la biografia della donna, attraverso la rivisitazione dei mesi trascorsi in Europa, dei giorni nella Roma sotto assedio e nell’ultima fuga rocambolesca, che hanno forgiato la sua immagine. L’opera ha il merito soprattutto di far conoscere i molteplici itinerari della conservazione della memoria di Anita: la nascita del mito e la genesi di rappresentazioni destinate a occupare un posto di rilievo nella simbologia patriottica nel periodo che va dall’unificazione italiana al fascismo. Nel libro di Smulevich vengono ricostruite le storie di tre protagonisti del nostro calcio, oggi quasi del tutto dimenticati: Raffaele Jaffe (colui che regalò al Casale un insperato scudetto alla vigilia della grande guerra), Giorgio Ascarelli (fondatore del Napoli) e Renato Sacerdoti (il presidente del primo scudetto della Roma). Fu il fascismo, e più precisamente furono le leggi razziali, a renderli degli indesiderati.

Per la sezione “Romanzo storico” il premio è andato a Corrado Stajano per il libro Eredità (Il Saggiatore). Infine, nella sezione “Multimedia” il riconoscimento al regista friulano Roberto Mario Cuello per il docufilm Comandante Tribuno Mario Modotti, prodotto dalla Joker Image di Udine, un toccante omaggio a un operaio che fu tra gli organizzatori (col nome di copertura di “Tribuno”), della lotta partigiana in Friuli. Tradito da una spia, Modotti fu catturato dai fascisti della Caserma Piave di Palmanova. Qui fu sottoposto a selvagge bastonature, fatto azzannare da cani feroci, sospeso ore e ore per le braccia legate dietro la schiena, senza che i fascisti riuscissero a strappargli informazioni. Fu poi processato da un Tribunale militare tedesco, condannato a morte e fucilato il 9 aprile 1945 con altri 28 partigiani nel cortile del carcere.

Nell’ambito di questa edizione è stato consegnato quindi il trofeo “Menorah di Anticoli” a Silvana Cirillo, per le ricerche dedicate alla figura di Gian Gaspare Napolitano scrittore e a Carmelo Fucarino, delegato per la Sicilia della Fondazione Levi Pelloni, per il libro Il Genio Palermo. Vita, morte e miracoli di un Dio. L’opera premio di questa edizione è stata realizzata dallo scenografoPino Ambrosetti.

Sebastiano Catte

 

IL MIO PUNTO DI VISTA: LA FAMIGLIA”NATURALE”NON ESISTE di Cinzia Rossi

LA FAMIGLIA “NATURALE” NON ESISTE 

La famiglia “innaturale” come sfida per un nuovo modello educativo

di Cinzia Rossi

In questo scritto riassumo in breve, con l’intenzione di esprimere anche il mio pensiero in merito, parte del primo capitolo del libro di Vittorino Andreoli L’educazione (Im)-possibile – Orientarsi in una società senza padri”, ed. Mondadori, 2014. Tale mia esigenza nasce dalla volontà di dare un contributo a chi si trova, come me, ad affrontare il tema dell’educazione dei figli, non volendo però ripercorrere lo schema dei propri genitori. E’ un libro che mi ha dato serenità e una qualche certezza.

 

L’educazione mancata. L’educazione imperativa: quando educare significa sottomettere.

Questo capitolo prende in considerazione il significato della parola educare e la storia dell’educazione. Che è, in definitiva, la storia del potere: di chi e come lo esercita, e/o lo ha esercitato, anche all’interno della “famiglia”. Se partiamo dal presupposto, incontestabile, che noi facciamo parte del regno animale, quindi della Natura, dobbiamo accettare, di contro, che il  termine “ famiglia naturale”, utilizzato per indicare la triade padre, madre e figlio, sia inesatta,  altrimenti dovremmo ritenere innaturale  anche l’organizzazione sociale degli orsi, degli elefanti ed anche di numerosi insetti, (che vivono in gruppo).

Il termine genitore è molto più antico rispetto a quello di padre e madre. Si comprende bene il concetto: il genitore, dal latino genitor, è colui che dà la vita. Mentre i termini padre e madre, nascono da una necessità patrimoniale: pater=patrimonio / mater = dovere di essere legata. Circa diecimila anni fa si affermò il ruolo educativo del padre, a seguito di un grande cambiamento: all’agricoltura e alla caccia si aggiunse la pastorizia. Fu dall’osservazione della vita animale che l’uomo comprese l’importanza del suo ruolo nella riproduzione umana e che non poteva essere uno spirito divino, o della natura, a “possedere” la donna e a far nascere una nuova vita.

Se prima di questa scoperta i figli erano del villaggio, in quanto la fecondazione era un mistero della natura, dopo ha cercato in tutti i modi di avere la “supremazia”. E ci è riuscito. Finito il “gruppo”, finita la condivisione, inizia l’era dell’egoismo e della guerra per ottenere territori e ricchezze da tramandare ai figli. Quindi il cambiamento terminologico è strettamente collegato alla necessità di avere certezze sulla discendenza, per motivi ereditari. Dato che la famiglia “naturale” comunemente intesa, non esiste, poiché è stata un’invenzione di natura economica, ne consegue che non si può legare il processo educativo all’economia e al potere. É ovvio che non si può.

Per millenni la donna, responsabile della nascita e crescita dei figli, fu venerata come Dea Genetrix, poiché ritenuta indispensabile per l’esistenza della società. Che era pacifica e nomade. La cultura religiosa femminile a cui noi ci riferiamo, deriva da quella ebraica che estromette la donna dal ruolo educativo spirituale, in quanto “impura” (mestruo) lasciandole il solo compito di accudire i bisogni fisici dei figli. Il padre diventa unico educatore mediante l’imposizione di regole (Tavole della Legge) e l’irrogazione di sanzioni, nel caso venissero trasgredite. La rivoluzione arriva dalla figura di Gesù il quale si contrappone a tutte le teorie vigenti all’epoca, con la forza rivoluzionaria di un giovane adolescente, i cui effetti li vediamo anche nel nostro ordinamento giuridico. Per esempio: Tutela sanitaria per tutti, tutela per le persone con disabilità (L.104/92), tutela delle vedove (reversibilità pensionistica dei coniugi L.335/95) riconoscimento dei figli nati fuori del matrimonio, leggi contro la violenza, leggi sulla libertá di scelta…ecc… ecc…

 

I Figli di questa società mostrano sempre di più il disagio di vivere e se, fino a qualche tempo fa, era possibile emarginare e/ o addirittura curare la persona con metodi coercitivi, contro la sua volontà, ora non è più possibile. Non più.

 

Scuola ed educazione

Qualcuno ricorda ancora la maestra con la bacchetta?

“Una scuola che costringa un adolescente a ricevere giudizi negativi, confronti frustranti con i coetanei e bocciature, è di fatto un sistema raffinato di tortura”

Non chiamiamolo sistema educativo. Di contro io affermo che le istituzioni sono composte di persone e non di muri e leggi. E che quindi l’impegno di un educatore deve andare oltre. Non ne abbiano a male coloro che la pensano diversamente.

I figli arrivano così come sono e li devi amare lo stesso, anche se sono diversi da te. I tuoi figli sono gli alieni che vanno compresi. Sono il cane con cui parli e da cui cerchi risposte. L’Adolescenza, scrive Andreoli, è un periodo temporale variabile, convenzionalmente creato, per sospendere il “giudizio” sul comportamento, legato all’ANORMALITÀ’. Un periodo di osservazione e cura, da parte dei genitori e della scuola, da cui nascerà un nuovo adulto. Il genitore, per conto mio, deve essere la “palestra “di vita, la famiglia deve essere per forza il luogo di confronto pacifico, per avere una società non violenta.

 

Domande che mi pongo

I genitori sono responsabili del giudizio che avrà di sé il figlio?

La scuola è responsabile?

Come può una persona avere fiducia, o fede, nei suoi genitori se loro stessi non sanno indicare la strada?

Chi può insegnare a un genitore la via, se non il suo stesso genitore?

Se abbiamo sofferto per le terribili vessazioni fisiche e psicologiche subite nella nostra stessa famiglia, perché non cambiare metodo?

Perché la persona che ha sofferto, vuole far soffrire anche gli altri?

Forse è più facile ripercorrere una strada conosciuta, piuttosto che cercare una nuova via?

Io sono stata costretta da mia madre a fare degli studi per i quali non ero portata. E questo è il risultato. Ho cercato sempre di trovare, alla fine, in quello che facevo il piacere di farlo. Con curiosità ho sempre cercato la strada che mi portava al senso sociale che mi ha sempre animato. Anche alle violenze subite ho risposto con proposte e progetti per la mia vita, piuttosto che avvitare il mio pensiero e le mie azioni intorno al pessimismo ed al senso di impotenza. Ma spesso mi sono trovata in mezzo a persone che non capivano. Con tanta sofferenza personale.

La frase che mi ripeto spesso ultimamente, rispetto alla comunicazione è “Come parlare russo a un cinese” bisogna trovare il modo di comunicare, ma farlo con persone che possono capire o trovare il linguaggio giusto per ogni persona. E farlo presto. In un mondo che cambia così velocemente, gli spunti proposti dai genitori e dalla scuola devo essere adeguati. La vita è breve per viverla solo sperando che il sistema cambi da solo… Cosa può fare un genitore di fronte a questi grandi cambiamenti sociali, ma comunque che ha ben chiari i valori di NON VIOLENZA e DIALOGO?

 

Abbiamo dentro ancora il germe dell’antico testamento, della paura del padre e della punizione divina. Dobbiamo guardare avanti, anche seguendo le indicazioni di Gesù, filosofo e uomo, il quale ha indicato la via della felicità. Anzi, secondo me, non è stato tanto lui, quanto la Madre, che poi è simbolo universale di pace e tolleranza. Quella reminiscenza della dea rivista e corretta. Ma la sua forza c’è e si vede. La forza creatrice non parla a pochi dall’alto della montagna o apparendo in segreto. AGISCE.


— 

Dr.ssa Cinzia Rossi

Esperta in politiche di parità

Pubbliche Relazioni

Presidente ANFE Provincia Pescara

C.P.O Comune di Pescara

ideatrice ed organizzatrice del rosadonna Festival dell’eccellenza femminile IN Abruzzo

cinziamariarossi@gmail.com

3289280594

ecc…ecc…ecc…

Cinzia Maria Rossi

Odilla Contessa in Salsapariglia
O’Dillah Flor

scrittrice di saggi racconti e poesie

mi trovate su facebook, su twitter e in giro per la città

 

PALMERINI ALL’UNITERZAETA’ DELL’AQUILA, CON L’ITALIA NEL CUORE – Giovedì 1° febbraio, alle ore 16, presso la Sala Benedetto Croce del Consiglio Regionale d’Abruzzo

 

30 gennaio 2018

GOFFREDO PALMERINI ALL’UNITERZAETA’ DELL’AQUILA, CON L’ITALIA NEL CUORE

Giovedì 1° febbraio, alle ore 16, presso la Sala Benedetto Croce del Consiglio Regionale d’Abruzzo

L’AQUILA – Una conferenza con Goffredo Palmerini propone l’Università per la Terza Età dell’Aquila giovedì 1° febbraio, alle ore 16, presso la Sala Benedetto Croce del Consiglio Regionale d’Abruzzo, in via Michele Iacobucci. “La più bella Italia: storie, personaggi e racconti di viaggio nel mondo”, questo il titolo della conversazione che lo scrittore aquilano terrà, spigolando gli argomenti trattati nel suo ultimo libro “L’Italia nel cuore”, pubblicato nel 2017 da One Group Edizioni, che tanto interesse sta suscitando in Italia e all’estero.

Con belle immagini di luoghi e personaggi che scorrono sullo schermo Palmerini racconterà le bellezze dell’Aquila e dell’Abruzzo, le meraviglie del Belpaese, le storie degli abruzzesi nel mondo incontrati nei suoi viaggi, con una narrazione avvincente che ha il pregio d’accompagnare il pubblico – come d’altronde i lettori dei suoi libri – a vivere in ogni dettaglio le sue intense missioni all’estero.

E’ il racconto della più bella Italia, quella dentro i confini e quella degli 80 milioni d’italiani nel mondo, quella che con il suo talento rende onore e prestigio al nostro Paese. Tema cardine nei libri di Goffredo Palmerini, studioso dell’emigrazione italiana e attento promotore delle meraviglie del Belpaese, con i suoi intriganti articoli su giornali e testate in lingua italiana di mezzo mondo.

Con Goffredo Palmerini, che è di casa all’Università per la Terza Età non solo come relatore ma soprattutto come uno dei fondatori della benemerita istituzione nel 1982, ci sarà con un intervento anche Francesca Pompa, presidente della One Group, casa editrice che ha pubblicato cinque libri del fecondo autore aquilano.

Opera Carmen, intervista e recensione

 

OPERA LIEGI, HENNING BROCKHAUS PRESENTA LA SUA CARMEN AMBIENTATA IN UN CIRCO, METAFORA DELLA VITA. L’INTERVISTA E LA RECENSIONE

La vita è fatta di equilibri, un continuo movimento di gesti semplici e complici eppure decisivi, impregnati di una perenne precarietà seppur rivestita di una concezione dilatata del tempo quasi a renderla eterna. Avrà pensato forse a un’immagine simile il regista tedesco Henning Brockhaus nell’allestire la “Carmen” all’Opéra Royal de Wallonie di Liège.

Ieri sera, alla presenza di re Alberto II e di Paola Ruffo di Calabria accolti dal direttore del teatro Stefano Mazzonis di Pralafera, ha avuto luogo la prima dell’opera di Bizet all’interno di una scenografia che riproduceva un circo, con tanto di acrobati, ballerini, animali (finti e veri).

Un’idea che all’inizio può sembrare spiazzante perché ricca, colorata, felicemente rumorosa ma che nel corso della narrazione si rivela essenzialmente per quello che è: un bel contenitore all’interno del quale si dipana la vicenda.

Brockhaus riesce perfettamente a mettere insieme le varie tessere di un puzzle ed evita – dietro l’angolo in queste occasioni – la confusione: pur nella “folla” che calpesta il palcoscenico, ogni cosa, ogni elemento, ogni artista occupa il suo posto in sincronia e in maniera organizzata anche se -è qui la vera natura della riuscita- sembrano lì in modo naturale, non artefatto, forzato, costruito.

E poi che voci! a partire dal coro dei piccoli diretti magistralmente da Véronique Tollet e dal coro guidato da Pierre Iodice. Se, infatti, per un regista non dovrebbe essere facile gestire un insieme così grande di persone, anche per chi dirige un coro l’impresa appare improba.

L’idea dei piccoli cantori che appaiono in postazioni diverse (perfino tra il pubblico) si rivela vincente ed efficacissima la presenza del coro adulto fra i palchi della struttura scenografica.

Grandissima prova per i quattro personaggi principali. Il mezzo soprano giorgiano Nino Surguladze è magnifica: si muove con disinvoltura in una dose giusta di sensualità e naturalezza, così come richiede la personalità che incarna: una donna libera di dire quello che vuole e amare chi vuole.

Il tenore belga Marc Laho le risponde con altrettanta bravura nell’interpretazione di un innamorato e geloso Don José.

Il baritono belga Lionel Lhote è perfetto nel ruolo del torero Escamillo.

E poi c’è la candida, bravissima, delicata Micaëla, impersonata dal soprano Silvia Dalla Benetta: in più momenti della serata ha regalato brividi ed emozioni.

Eccelsa la direzione musicale del M° Speranza Scappucci: decisa e misurata allo stesso tempo, ha magicamente fatto rivivere la bellezza della musica di Carmen.

Insomma, un grande successo ieri sera per Henning Brockhaus, “una grande sfida” ammette il regista. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Fra accettare la sfida e iniziare a concepirla è passato molto tempo?

Sì, soprattutto con tutte le Carmen che ci sono in giro. Da quando ho cominciato a prepararmi ad oggi ho sentito parlare almeno di trenta Carmen diverse.

Se dovesse presentare al pubblico la “sua” Carmen, che cosa direbbe?

La mia Carmen si svolge in un ambiente molto particolare, in un circo che per me è il simbolo della vita, in un circo quindi può accadere di tutto. Volevo evitare di fare una Carmen storica, pittoresca, le solite cose. E non volevo neanche fare una Carmen troppo sperimentale: allora mi è venuta in mente di proporla all’interno di un circo e mi pare che i conti siano tornati molto bene. Volevo anche avere un tocco di eros, i costumi dovevano essere molto più spinti e provocanti, ma a Liegi il pubblico è abituato a un teatro tradizionale e quindi ci hanno pregato di limitarci. Erano costumi Folies Bergère e quindi le donne erano tutte delle Carmen.

Carmen-Nino Surguladze fisicamente e nelle movenze si rivela perfetta: c’è subito stata intesa fra voi due sin dall’inizio?

Sì, grande intesa.

Dall’altro lato c’è Micaëla…

È la donna borghese, del matrimonio, quella da sposare. Per questa ragione ho inserito nelle scene il cane che viene addestrato perché lei ha in testa di addomesticare Don José, e la presenza dell’animale è una metafora di quello che succede in un matrimonio. Ho voluto anche che fosse molto bella e indossasse un costume adeguato: di solito Micaëla è grigia, una sorta di santa Maria Goretti e invece no, deve essere molto attraente, bella e sexy. Peccato che con Don José non provi alcun feeling: non c’è chimica fra i due e anche volendo, non la può amare.

Se avesse la possibilità di parlare con Carmen che cosa le direbbe?

Carmen è una donna totalmente libera, se ne frega di tutto, anche della vita…

E sulla scena, questo risalta fino alla fine. E a tal proposito, la scena finale è degna di un grande thriller: l’effetto speciale della pugnalata di Don Josè a Carmen resterà negli annali. Un istante crudele, impressionante, vero…

Giovanni Zambito

Foto Carmen di Lorraine Wauters, Opéra Royal de Wallonie

La scheda di Carmen

Direction musicale: Speranza SCAPPUCCI• /Pierre DUMOUSSAUD •

Mise en scène et lumières: Henning BROCKHAUS*

Décors: Margherita PALLI*

Costumes: Giancarlo COLIS*

Chorégraphie: Valentina ESCOBAR*

Chef des Choeurs: Pierre IODICE

Responsable de la Maîtrise: Véronique TOLLET

CARMEN: Nino SURGULADZE • / Gala EL HADIDI* •

DON JOSÉ: Marc LAHO • / Florian LACONI •

MICAELA: Silvia DALLA BENETTA

ESCAMILLO: Lionel LHOTE • / Laurent KUBLA •

FRASQUITA: Alexia SAFFERY

MERCÉDÈS: Alexise YERNA

LE DANCAÏRE: Patrick DELCOUR

LE REMENDADO: Papuna TCHURADZE

ZUNIGA: Roger JOAKIM

LILLAS PASTIA: Alexandre TIERELIERS

MORALÈS: Alexei GORBATCHEV

UNE MARCHANDE: Réjane SOLDANO

UN BOHÉMIEN: Benoit DELVAUX

Orchestre et Choeurs: Opéra Royal de Wallonie-Liège

Nouvelle production: Opéra Royal de Wallonie-Liège

*Première fois à l’Opéra Royal de Wallonie-Liège

26, 27, 28 et 30 janvier et 1, 3 février 2018

2, 4 et 9 février 2018

26, 28 et 30 janvier et 1, 3 février 2018

27 janvier et 2, 4 et 9 février 2018

Le fontanine in Mostra a Lecce , Presentazione del Libro: Quel Ponte unì l’Italia di Vito Palumbo ore 18.30 Sabato 27/Gennaio – Ex convento dei Teatini – Lecce

 

 

 

COMUNICATO STAMPA

Il mondo delle fontane pubbliche in mostra a Lecce

Sabato 27 gennaio alle ore 19,30, all’ex Convento dei Teatini, a Lecce, si inaugura la mostra fotografica “La fontana si racconta”: ottanta immagini, da quelle più antiche in bianco e nero, provenienti dall’archivio storico dell’Acquedotto Pugliese, sino a quelle più recenti, realizzate dai numerosi fan dello storico manufatto in ghisa. Una galleria di scatti che narra la storia del meridione attraverso l’epopea della conquista sociale dell’acqua grazie alla realizzazione dell’Acquedotto Pugliese, formidabile volano di crescita e di sviluppo per le comunità servite.

La mitica fontanina dell’Acquedotto Pugliese, che troneggia da oltre un secolo nelle piazze di larga parte del meridione, è “l’icona pop” a cui è dedicata la mostra allestita in una location tra le più suggestive del capoluogo salentino. Un interessante progetto itinerante di conservazione della memoria e di valorizzazione dell’acqua pubblica, che ha già riscosso grande successo a Martina Franca, Grottaglie, Acquaviva delle Fonti, Capurso, Putignano, Alberobello e Rutigliano.

L’iniziativa vuole ribadire la centralità, per i cittadini e il territorio, dell’acqua pubblica: un’acqua la cui salubrità è garantita da un’efficiente rete di laboratori, dislocati su tutta l’area servita e presso gli impianti di potabilizzazione, dove vengono effettuati 480mila controlli l’anno. Oltre 4.500 sensori sulla rete consentono, inoltre, il monitoraggio – in tempo reale – dei principali indicatori di potabilità, con possibilità di interventi immediati in caso di anomalie. La purezza dell’acqua è, infine, garantita da ulteriori stazioni di disinfezione, posizionate sui principali nodi della rete. Sul sito aqp.it e sull’app FontaninApp sono disponibili i dati relativi all’acqua distribuita dall’Acquedotto Pugliese in ogni abitato, oltre a consigli e buone pratiche per preservarne la qualità fino al rubinetto di casa.

La mostra, che si avvale del Patrocinio del comune di Lecce, si arricchisce di una galleria di scatti raccolti per iniziativa della pagina facebook : le vecchie fontanelle pensata e curata da Stefano D’aprile che ha contribuito alla realizzazione dell’iniziativa.

La mostra rimarrà aperta tutti i giorni, sino al 27 febbraio, dalle ore 10.00 alle 12.30 e dalle 17.00 alle 20.00. L’ingresso è gratuito.

Per non dimenticare

 

Per non dimenticare

ROMA – Insieme al drammatico percorso di sterminio di almeno sei milioni di ebrei (denominato Shoah) nel Giorno della Memoria, che si celebra domani, 27 gennaio, vogliamo ricordare anche 500.000 morti tra Rom e Sinti nei campi di concentramento nazisti noto come Porrajmos, divoramento.

E’ una giornata che vogliamo non fosse dimenticata e che ha coinvolto uomini, donne e bambini. Non è lontana, però, anche oggi dal sentire comune la discriminazione nei confronti di questo popolo, ancora non riconosciuto come minoranza: un popolo che, in Italia, conta 120.000 persone, di cui la metà sono minori. Persone spesso emarginate, sistemate fuori dai contesti urbani, nei cui confronti prevalgono stereotipi, luoghi comuni e pregiudizi.

La Giornata della Memoria ci aiuta a riflettere su questa minoranza mettendo al centro le persone. E’ di qualche anno fa lo studio di suor Carla Osella, pubblicato dalla Fondazione Migrantes sul genocidio dei Rom e Sinti (“Rom e Sinti: il genocidio dimenticato”, Tau editrice): un viaggio nei luoghi del genocidio Rom e Sinto, per non dimenticare “un popolo che vive e soffre nelle nostre città, non sempre riconosciuto nella sua storia e nel suo cammino”, dice oggi la Migrantes.

Troina (Enna): Giorno della Memoria 2018, conferenza e chiusura della mostra di Alberto Baumann (1933-2014), aperta dal settembre 2017

Giorno della Memoria 2018

Chiusura della mostra di Alberto Baumann : Cultura e Memoria

In occasione del “Giorno della Memoria”, sabato 27 gennaio, verrà chiusa con una conferenza la mostra Cultura e Memoria” di Alberto Baumann (1933-2014), aperta dal mese di settembre 2017 presso il museo della Torre Capitania di Troina (EN). Al dibattito parteciperanno il sindaco di Troina, Dr. Sebastiano Fabio Venezia ed il giornalista Alan David Baumann. Saranno presenti oltre cento studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore “Fratelli Testa” di Nicosia e dell’orchestra dell’Istituto Comprensivo “Don Bosco” di Troina. Coordinerà il Dr. Giovanni Gaudio.

La mostra sotto l’egida del Comune di Troina in collaborazione con “ABEFarchivio baumann e fischer”, è stata presentata dal prof. Paolo Giansiracusa. Nel catalogo, testi critici anche del prof. David Meghnagi (Psicoanalista, Università Roma Tre e Assessore alla Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e della Dott.ssa Francesca Pietracci (Storica d’Arte).

Nel lavoro dell’eclettico ed istrionico artista Alberto Baumann, attraverso forme, colori e tecniche, si aggrovigliano ebraismo, famiglia, vicissitudini della guerra, desideri reconditi e soprattutto perenne ricerca intellettuale.

Alberto è stato un comunicatore multifacciale al servizio della cultura e diceva: “… Se sei un poeta, anche dipingendo un quadro puoi scrivere dei versi”. L’uomo qualunque si perde nel proprio tempo e si ritrova attraverso una costante ricerca delle proprie origini, della società quotidiana e delle emozioni da vivere e lasciare come ricordo ed insegnamento.

Le opere sono di proprietà “ABEF – archivio baumann e fischer”.

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Giorno della Memoria 2018

Chiusura della mostra “Cultura e Memoria”

Opere di Alberto Baumann

Organizzazione e coordinamento: Dr. Giovanni Gaudio

27 gennaio 2018

Sala Miani Torre Capitania – Troina

www.albertobaumann.com http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Baumann https://www.facebook.com/albertobaumann

Biografia di Alberto Baumann

Alberto Baumann è nato a Milano nel 1933, ma è cresciuto in Toscana. All’inizio degli anni cinquanta si è lasciato “adottare” dalla città di Roma, dove si è spento il 1° novembre 2014.

Dopo la sua nascita, la famiglia si stabilì a Montecatini Terme. La madre, Estelle, scomparve quando Alberto aveva sei anni. Il padre Alessandro – giornalista ungherese ed inviato di guerra nel primo conflitto mondiale del XX secolo -, fu spedito al confino dal regime fascista in quanto ebreo, apolide e perché ne aveva rifiutato il distintivo. Alberto dovette perciò crescere con i nonni e con la “banda” della sua strada, di cui era il più piccolo.

Le peripezie di quegli anni hanno sempre accompagnato la sua estesa fantasia, quasi nutrendola : prima i svariati modi per sopravvivere, poi le fughe alle persecuzioni dei nazisti che avevano occupato Montecatini. Vagando nelle campagne toscane trovò rifugio presso dei gitani fiorentini dai quali apprese varie arti circensi.

Culturalmente, come i più indottrinati geni artistici, Alberto Baumann è stato cittadino di quel mondo perverso, senza scrupoli, duro, ma anche tenero e romantico, preciso ma dispersivo e soprattutto insaziabile ed infinito. Quel mondo ha creato il legame tra la fantasiosa epopea artistica e la nuda realtà.

E’ stato giornalista per gran parte della sua vita, iniziando come corrispondente da Montecatini per La Nazione di Firenze, poi collaborando con Il Mondo di Pannunzio e con L’Umanità diretta da Aldo Garosci. E’ stato fra i fondatori del mensile Shalom.

Scrittore e poeta, ha pubblicato la selezione di racconti “Se esco vivo da qui(1969) e le raccolte di poesie “Il sapore delle cose(1968) e “Ti presento il Signore Dio tuo(1970). E’ stato inoltre tra i precursori delle televisioni commerciali collaborando nell’organizzazione del palinsesto della GBR, una delle prime televisioni private di Roma, per la quale ha creato e diretto delle trasmissioni divenute poi dei format di successo.

Dai primi anni Ottanta ha espresso il suo estro attraverso la pittura e la scultura: “… Se sei un poeta – diceva -, anche dipingendo un quadro puoi scrivere dei versi”.

La sua opera pittorica si ispira al primo astrattismo, benché nelle sue composizioni siano riconoscibili, in grado o misura diversi, elementi figurativi che danno al suo discorso una personalissima piega filosofica di origine letteraria, con diretti richiami a poeti come Paul Celan, Giuseppe Dessì, Giacomo Noventa, Salvatore Quasimodo e ad amici come Sandro Penna, Alfonso Gatto, Rafael Alberti. Fonte di ispirazione del suo agire di getto col pennello sono state anche le musiche di compositori a lui particolarmente cari quali Chopin e Mahler, Max Bruch, Gershwin, Burt Bacharach e l’amico Ennio Morricone nonché le voci di Sinatra, Nat King Cole, Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Dean Martin.

Anche gran parte delle sue sculture rappresentano le intuizioni ricevute, ma a volte dettate, da musica, poesia e letteratura, dall’arte di cui Alberto si nutriva e respirava sin dal suo arrivo a Roma negli anni cinquanta. Le ha tramutate in totem di ferro, aggrovigliamenti di emozioni da palpare, statue che gemono ad ogni sussurro del vento, pietre che sfidano le intemperie, vortici che si incuneano nei pensieri.

La sua arte ha trovato immediatamente riscontro positivo negli Stati Uniti d’America. Sono numerosi i suoi collezionisti in California, Florida e a New York.

Con estrema naturalezza, Alberto Baumann ha giocato con le forme e i colori, interpretando vari ruoli. I contendenti – rincorsi o rincorrenti – rappresentano episodi di passione, ma anche di malavita, e tentano tutti di deviare il corso degli eventi, strappandolo da una realtà spesso crudele ed “incollandolo” o “materializzandolo” in segno di liberazione.

Per maggiori info sull’artista: www.albertobaumann.cominfo@albertobaumann.com

www.albertobaumann.com http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Baumann https://www.facebook.com/albertobaumann

L’Aquila: i Solisti Aquilani e il violoncellista Mario Brunello insieme nel nome di Bach

 

 

COMUNICATO STAMPA

26 gennaio,

L’Aquila, Auditorium del Parco ore 18.00

I SOLISTI AQUILANI e il violoncellista Mario Brunello insieme nel nome di Bach

Un ospite straordinario, il violoncellista Mario Brunello, sarà a fianco dei Solisti Aquilani per il primo appuntamento del nuovo anno con Musica per la città.

Brunello sogna un coro in ogni scuola. Crede nella musica classica libera dai cliché e dai rituali del concerto che allontanano i giovani. Pensa a musicisti, “scesi dalle torri d’avorio, disponibili a raccontarsi in pubblico”. Esegue performance in cui la musica si incrocia con poesia e pittura. Si esibisce con Claudio Abbado e duetta con Marco Paolini. Inventa palcoscenici senza palco. Straripante, visionario Tant’è multiforme la sua attività di musicista e sperimentatore culturale che si rischia perfino di dimenticarsi che stiamo parlando di uno dei maggiori violoncellisti viventi capace, nel 1986, a soli 26 anni, di andare a Mosca ad aggiudicarsi, primo e unico violoncellista italiano, un premio come l’ambitissimo “Tchaikovski”. 

Un artista che si esibisce da anni col suo inseparabile “Maggini” del ‘600 nei maggiori teatri del mondo, diretto da mostri sacri come Riccardo Muti o Zubin Mehta, o assieme a solisti del calibro di Gidon Kramer e Frank Peter Zimmermann. Le sue incisioni delle suites per violoncello di Bach sono ormai un “classico”. E la musica di Bach e l’arte interpretativa di Mario Brunello formano un binomio solido, un amore inestinguibile che mescola emozione e intelligenza oltre ogni routine. Brunello si presenta sempre più di frequente nella doppia veste di direttore e solista dal 1994, quando fondò l’Orchestra d’Archi Italiana, con la quale ha una intensa attività sia in Italia che all’estero. E in questa doppia veste si esibirà all’Auditorium del Parco.

Nell’ambito della musica da camera collabora con celebri artisti, tra i quali Gidon Kremer, Yuri Bashmet, Martha Argerich, Andrea Lucchesini, Frank Peter Zimmermann, Isabelle Faust, Maurizio Pollini.
Nella sua vita artistica Brunello riserva ampio spazio a progetti che coinvolgono forme d’arte e saperi diversi (teatro, letteratura, filosofia, scienza), integrandoli con il repertorio tradizionale. Interagisce con artisti di altra estrazione culturale, quali Uri Caine, Paolo Fresu, Marco Paolini, Gianmaria Testa, Margherita Hack, Moni Ovadia e Vinicio Capossela. Attraverso nuovi canali di comunicazione cerca di avvicinare il pubblico a un’idea diversa e multiforme del far musica, creando spettacoli interattivi che nascono in gran parte nello spazio Antiruggine, un’ex-officina ristrutturata, luogo ideale per la sperimentazione.

È accademico di Santa Cecilia, direttore musicale del Festival Arte Sella, direttore artistico del Premio Borciani e del Festival Internazionale del Quartetto di Reggio Emilia. Con I Solisti Aquilani eseguirà il Concerto in mi maggiore per violino di S. Bach,  V & V per violino, archi e nastro  di G. Kancheli, ancora Bach con il Concerto in la maggiore per oboe d’amore e il Concerto in fa maggiore per oboe d’amore,  “Fratres”, per violino, archi e percussioni   di A. Part e infine ancora Bach con il  Concerto in sol minore per violino o oboe.  Tutti i brani verranno eseguiti con il cosiddetto “violoncello piccolo”, una variante antica del violoncello, “che ha la stessa accordatura del violino, ma ha un’ottava più bassa. Così la musica – ci spiega Brunello – acquista più colore e grana”.

Ingresso

Intero 12.00 euro
Ridotto 8.00 euro