Archivo por meses: febrero 2018

GROTTA A MALE, TRA IL RACCONTO E LA STORIA – di Giuseppe Lalli

 

 

GROTTA A MALE, TRA IL RACCONTO E LA STORIA

di Giuseppe Lalli

Il resoconto di Antonio Giampaoli, pubblicato su “Assergi racconta” di una recente escursione fatta a Grotta a Male, località sita nella campagna di Assergi, e ancor più la rievocazione, fatta con accenti poetici da Giacomo Sansoni, di una giovanile epopea avente per meta gli antri della spettacolare caverna, mi inducono a conferire alla puntuale relazione di Giampaoli e all’affascinante racconto di Sansoni una cornice storica.
Ci sono luoghi, come questo, in cui pare che storia e poesia quasi si rincorrano. “Grotta a Male” è situata, come si diceva, nella campagna di Assergi, frazione dell’Aquila, nella parte sud-occidentale del Massiccio del Gran Sasso, in direzione delle cosiddette Malecoste, in un declivio a poca distanza dal fiume Raiale.
Angelo Semeraro, appassionato studioso di archeologia nonché poeta a lungo residente a Paganica, che la esplorò negli anni trenta del secolo scorso, credette di rinvenirvi reperti appartenenti ad epoche diverse che testimonierebbero della presenza, a suo dire, di una popolazione stabile che avrebbe usato la grotta come luogo di culto. Ciò lo desumeva dai tanti reperti scoperti in una località detta Macerina d’ Carrafane, che i più anziani tra gli assergesi sicuramente hanno sentito nominare.
Questa grotta dalle risonanze fiabesche è da sempre presente nell’immaginario collettivo degli abitanti di Assergi. Nella mia fantasia di fanciullo vi ambientavo la storia di Alì Babà e i quaranta ladroni, oppure, più tardi, l’abitazione dell’omerico Polifemo e l’ingresso di Dante agli inferi.
Agli inizi dell’epoca moderna questa grotta, il cui nome le deriva con tutta probabilità dall’essere situata sulla propaggine estrema delle Malecoste (ma potrebbe essere stato in origine anche “amare”, voce dialettale del termine “amaro” , quasi a voler sottolineare la difficoltà nell’accedervi) fu visitata nel 1573 da Francesco De Marchi, ingegnere militare al servizio di Margherita d’Austria, allora da poco nominata governatrice della città dell’Aquila dal re di Spagna Filippo II, nella cui giurisdizione L’Aquila ricadeva in quanto appartenente al Vicereame di Napoli.
Ma chi era questo singolare personaggio destinato ad incrociare il suo destino con la nostra terra d’Abruzzo, e nel quale i cultori di storia patria s’imbattono?
Francesco De Marchi fu spirito eclettico quanto mai. Vero italiano rinascimentale, al gusto per l’avventura univa una sincera passione per la conoscenza. Era nato a Bologna da famiglia cremasca di abili artigiani del legno. Doveva avere un animo poetico e amare la storia, se dette ai suoi due figli (avuti da una relazione con una donna bolognese che non volle mai sposare,…moderno anche in questo) il nome di Antonio e di Cleopatra. Quest’ultima, dal padre amata teneramente, dopo aver vissuto per qualche tempo nelle Fiandre insieme al genitore, si ritirò in convento, divenendo l’angelo tutelare dell’ingegnere militare.
Entrato ancor giovane al servizio del duca di Firenze Alessandro de’ Medici, ebbe modo di viaggiare e osservare gli avvenimenti con l’occhio acuto del cronista. Studiò architettura civile e militare, attività che al tempo poteva fungere, per un figlio del popolo, da ascensore sociale. Dopo l’assassinio del suo protettore, il duca Alessandro, passò al servizio della vedova, Margherita d’Austria, figlia naturale dell’imperatore Carlo V (quello sul cui impero non tramontava mai il sole), frutto di una giovanile passione fiamminga che l’imperatore ragazzo aveva coltivato con l’avvenente figlia di un modesto lavorante di arazzi. Margherita era convolata a nuove nozze con Ottavio Farnese, nipote del papa regnante Paolo III. Alle dirette dipendenze di Margherita, che di lì a poco diventerà duchessa di Parma e Piacenza, viaggiò molto, unendo all’esercizio della sua professione di ingegnere militare un acuto senso dell’osservazione, che lo portava a descrivere, con la passione dell’autodidatta, fatti, opere d’arte e fenomeni naturali nei quali la sua curiosità s’imbatteva. Nel 1568 rientrò in Italia al seguito della duchessa, che intendeva rifugiarsi nei suoi feudi abruzzesi dopo le fatiche del governo dei Paesi Bassi.
Il De Marchi, già anziano e prossimo alla fine della sua vita (morirà all’Aquila nel 1576), in uno degli intermezzi del suo “esilio” abruzzese, decise, dapprima, di scalare il Gran Sasso, impresa nella quale nessuno prima di allora si era cimentato, e poi, il giorno successivo, di discendere a Grotta a Male. Nell’ascesa sulla cima del Corno Grande fu accompagnato, oltre che da due compagni d’avventura, da tre assergesi, tra cui il cacciatore di camosci Francesco Di Domenico, che riuscì a stento a convincere ad accompagnarlo, tanto era stato il timore provato dal pover’uomo l’ultima volta che si era approssimato alla sommità della montagna. Furono necessari, un po’ impietosamente riferisce il De Marchi, “preghi e premi” per convincere i tre paesani.
L’ascesa dell’avventuroso ingegnere militare e dei suoi compagni si compì per quella che oggi si chiama “la via normale”, ma che allora dovette apparire un sentiero assai impervio che correva tra orridi dirupi. La vista che una volta giunti sulla vetta si dispiegò davanti al loro sguardo dovette rinfrancarli della fatica. A leggere il resoconto che ne fece il De Marchi, doveva essere una fulgida giornata estiva, dal momento i pionieri del Corno Grande scorsero da lassù i mari Adriatico e Tirreno, nonché, in fondo in fondo…il mar Ionio. Ma per quest’ultimo fu sicuramente scambiata la linea d’acqua lucente che riverberava dal lago del Fucino, a quel tempo vivo e vegeto.
Il giorno seguente (era il 20 agosto del 1573), nell’esplorazione alla grotta, insieme ad altri uomini, gli furono guide due sacerdoti. Fra i particolari narrati, e riferiti nel suo trattato Della Architettura militare (Libro VI, cap. IV) in un italiano non canonico ma apprezzabile, c’è la macabra scenetta di uno dei due sacerdoti, che, cacciatosi in una buca dalla quale dovettero trarlo fuori per i piedi, recava in mano un teschio. Riferisce anche il De Marchi che ai margini di uno dei laghi scrisse il suo nome e col piccone scolpì sulla roccia una croce. Poi, consumata una frugale colazione, dette fiato a un “corno d’Inghilterra”, forse cimelio di guerra, che risuonò paurosamente nei meandri dell’immensa caverna.
Particolare curioso, il 31 marzo 1962, a quattro secoli di distanza, alcuni speleologi romani, non senza emozione, rinvennero su una grande stalagmite scura la croce scolpita dal mitico ingegnere militare cinquecentesco. La duplice originale esperienza, del Gran Sasso e della grotta, dette all’avventuroso collaboratore di Margherita l’impressione di essere salito sopra le nuvole e, successivamente, di essere disceso in una tomba.
Mi piace infine ricordare che Margherita d’Austria, di cui Francesco De Marchi fu fino alla morte fedele servitore e apprezzato confidente, visse all’Aquila per diversi anni, dopo aver soggiornato a Campli, Penne, Leonessa, Cittaducale e Montereale. Fu una grande donna. Profondamente religiosa ma immune da ogni fanatismo, in un secolo insanguinato dalle guerre di religione, trovandosi a governare i riottosi Paesi Bassi, non indulse mai alla crudeltà, e per questo fu esautorata dal governo dal fratellastro Filippo II di Spagna. Non mancò inoltre, da cattolica convinta, di invocare la riforma dei costumi nella Chiesa di Roma.
All’Aquila risiedette, fin dalla nomina a Governatrice della città, nel palazzo che oggi porta il suo nome, Palazzo Margherita, che negli ultimi decenni è stata sede, prima del Tribunale, e dopo del Municipio, e che come tutti i palazzi storici del capoluogo abruzzese è stato devastato dal terremoto del 2009. Donna di forte carattere e di temperamento dinamico, impiantò e diresse in località Pile, alla periferia della città, una vera e propria moderna azienda agricola.

“L’ITALIA NEL CUORE” PRESENTATO A NAPOLI – Annotazioni e impressioni di lettura sul libro di Goffredo Palmerini – di Luciano Scateni

 

28 febbraio 2018

L’ITALIA NEL CUORE” PRESENTATO A NAPOLI

Annotazioni e impressioni di lettura sul libro di Goffredo Palmerini

di Luciano Scateni *

NAPOLI – “L’Italia nel cuore”, per un napoletano quale io sono, evoca le corrispondenze, i racconti dei grandi e illustri viaggiatori dell’Ottocento e del primo Novecento, attratti dal fascino di Partenope, del suo passato, di superfetazioni greche, romane, di dominazioni che la città ha inglobato senza perdere la sua storica specificità. Il ponderoso volume firmato da Goffredo Palmerini suscita anche invidia per non poter esibire di Napoli, ma non l’ha fatto ancora, altrettanta dovizia di personaggi ed eventi incolonnati in grandi numeri che li includano strutturalmente.

L’Italia nel cuore” è come un inno nazionale al merito del Paese, alla solidarietà, all’accoglienza dei migranti, al sentimento collettivo che, fatta eccezione per minoranze intolleranti, ha origine nella memoria delle nostre migrazioni nel mondo. L’Italia è legittimamente orgogliosa, esempio di generosa accoglienza dei migranti costretti a lasciare le loro terre martoriate da guerre sanguinose, feroci tirannie, da fame e quasi nessuna tutela sanitaria. Non c’è possibile confronto con il resto dell’Europa e l’estremo opposto è il filo spinato srotolato lungo i confini di Paesi membri che non fanno nulla per meritare l’accoglienza nella Comunità e le risorse ricevute dalla Ue: Ungheria, Polonia, in parte l’Austria.

A chi in Italia partecipa alla gara dell’espulsione dal nostro Paese e la quantifica in mezzo milione, seicentomila migranti, la storia ha il dovere di ricordare il numero di connazionali emigrati in fasi successive dal Paese economicamente in ginocchio: sono milioni e milioni, quasi 30 in cento anni. Non meno convincente dovrebbe essere il dato dell’ultimo censimento degli italiani che oggi vivono in altri Paesi. Sono quasi 5 milioni – Rapporto Italiani nel Mondo 2017, Fondazione Migrantes -, beninteso quelli che conservano la cittadinanza italiana ed hanno diritto al voto. Il numero più alto in Argentina, poi nell’ordine in Germania, Svizzera, Francia, Brasile, Belgio, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, per fermarci ai primi dieci. Ma la vera dimensione degli italiani emigrati e oriundi è ben più rilevante del dato riferito alla cittadinanza, stimata attualmente intorno agli 80 milioni. Per la maggior parte si tratta di eccellenze che il mondo accoglie e valorizza. In passato hanno contribuito all’esodo il Veneto, l’Abruzzo, le regioni del Sud, principalmente Sicilia e Campania, territori economicamente arretrati.

Come accade in questo esordio del terzo millennio per i profughi africani, anche i nostri espatriati in successive fasi storiche, coincidenti con crisi economiche epocali, hanno cercato lavoro e fortuna sopportando disagi, discriminazioni, ghettizzazioni, prima di omologarsi ai Paesi ospitanti e di integrarsi completamente, fino ad occupare ruoli istituzionali di massimo livello, posizioni preminenti nei campi della scienza, dell’arte, dell’imprenditoria.

Chi guarda lontano sa che nel tempo il fenomeno riguarderà anche l’Italia, in generale l’Europa. Già adesso il popolo dei migranti contribuisce con un apporto interessante alla nostra economia e, dato non irrilevante, rallenta la tendenza all’invecchiamento degli italiani, con la nascita dei suoi figli. Già tanti immigrati, specialmente africani, sono inseriti nel sistema italiano del lavoro – molti in condizioni disumane -, frequentano le nostre scuole, lavorano nelle nostre fabbriche e in molti casi si adattano a svolgere mansioni che i nostri connazionali rifiutano perché gravosi o mal retribuiti.

Goffredo Palmerini sta dalla loro parte, consapevole della dimensione mondiale del fenomeno e dei tanti abruzzesi emigrati. L’autore del volume “L’Italia nel cuore” è un personaggio di straordinaria poliedricità e di sorprendente universalità. Potrebbe apparire secondario, ma per chi come me si occupa di comunicazione, i dati che sto per citare hanno il carattere dell’eccezionalità. Pensate che per promuovere questo incontro, il comunicato stampa da lui redatto è stato pubblicato da 20 testate, di cui una argentina e una brasiliana. Altre particolarità: “L’Italia nel cuore” ha ricevuto 58 recensioni internazionali nei seguenti Paesi: Argentina 3, Australia, Brasile 3, Canada 6, Cile, Danimarca, Germania 2, Lussemburgo 3, Messico, Perù, Polonia, Repubblica Dominicana 2, Spagna 2, Stati Uniti 10, Sud Africa, Svezia, Svizzera 3, Uruguay 2, Venezuela 11. E ancora da 11 testate on line italiane, 37 abruzzesi, da 9 agenzie di stampa internazionali, 4 quotidiani, 7 periodici.

Questi dati rivelano antica e attuale contiguità dell’opera di Palmerini con il tema dell’emigrazione, di cui è uno stimato operatore internazionale e sottolineano le relazioni culturali che intrattiene con personalità di spicco in Paesi come gli Stati Uniti, l’Argentina, il Brasile, il Canada, il Venezuela, terre di grandi flussi migratori degli italiani.

Avrei voglia di citare con Palmerini tutti gli uomini e le donne abruzzesi raccontate dall’autore del volume “L’Italia nel cuore”, soggetti di una folta e prestigiosa rappresentanza all’estero, ma occorrerebbe ben altro spazio per non dimenticare alcuni degli innumerevoli scrittori, musicisti, scienziati, esponenti di istituzioni internazionali e persone semplici che hanno acquisito meriti speciali in tutti i campi, per generosità, altruismo, competenze.

Goffredo Palmerini, lo testimonia la sua biografia, è come dicevo una personalità poliedrica. Ha rivestito incarichi amministrativi per la città natale, L’Aquila, da assessore e vice sindaco, poi si è affermato come scrittore e giornalista. Ha pubblicato i libri “Oltre confine”, “Abruzzo Gran Riserva”, “L’Aquila nel mondo”, “L’Altra Italia”, “L’Italia dei sogni”, “Le radici e le ali” e questo imponente “L’Italia nel cuore”. Per l’attività letteraria e di giornalista ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Di recente il Premio internazionale di giornalismo “Gaetano Scardocchia” e il Premio “Maria Grazia Cutuli”. In passato Palmerini è stato insignito del prestigioso Premio “Nelson Mandela” per i diritti umani. Come ho accennato, è un apprezzato studioso di migrazioni, autore e componente del Comitato scientifico del Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo. Se merita un titolo aggiuntivo, è quello globale di ambasciatore dell’Abruzzo nel mondo.

Due colte presentazioni introducono il lettore a “L’Italia nel cuore”. Scrive Luisa Prayer, musicista di fama su Palmerini: “E’ innamorato delle storie che racconta, delle persone che incontra, perché capace di una meravigliosa disposizione interiore, aperta, disinteressata, pronta a gioire dei successi dei protagonisti dei suoi reportage”. Carla Rosati, docente universitaria, dice nella Prefazione: “Palmerini, in questo suo ultimo lavoro, ci prende per mano e ci accompagna in giro per il mondo…ci fa attraversare la sua terra…descrive paesaggi magici…annota con finezza di scrittura sensazioni ed emozioni”.

Il libro presentato a Napoli nello Spazio eventi dell’editore Guida, preceduto da una nota dell’autore, propone 60 capitoli e in appendice 9 scritti di autorevoli recensori. Per avere un’idea seppure approssimativa – ma il libro va letto con l’attenzione che merita – cito il numero sorprendente di nomi elencati da Palmerini in uno degli indici: sono 320 le persone che fanno parte della sua narrazione. Un capitolo speciale del volume porta il lettore negli Stati Uniti, dove l’autore incontra personalità abruzzesi affermate in tutti i campi della cultura e della scienza e dov’è conservata la memoria delle migrazioni italiane di cui musicisti, medici, ricercatori e amministratori italo americani sono discendenti.

Noi napoletani andiamo fieri degli innamoramenti per la nostra città, raccontata dai grandi viaggiatori come Goethe, da musicisti di fama. Riconosciamo alla nostra gente eccellenze che si sono affermate nel mondo: poeti, scrittori, drammaturghi. Ricordiamo a chi considera le criticità di Napoli che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo la città poteva esibire oltre cento primati in tutti i campi dell’economia, delle scienze, delle arti. L’operazione di Palmerini somiglia, per l’Abruzzo, a questo genere di riconoscimenti, che nella stagione attuale si manifesta con lo straordinario merito dell’accoglienza ai migranti, della negazione di ogni forma di razzismo, di una forte e sentita solidarietà.

L’opera complessiva a favore delle emigrazioni di Palmerini svela, in parallelo con Napoli, il ruolo dell’Abruzzo, della terra provata dalle catastrofi naturali, di un’umanità per questo temprata, tenace, intraprendente. E stimola il desiderio che si moltiplichino le iniziative come “L’Italia nel cuore”, per ciascuna delle venti regioni del Paese.

Mi piace concludere con una annotazione sulla ricchezza della documentazione fotografica del volume e, da giornalista, con due domande all’autore. Quale futuro per le aree dell’Italia centrale colpite più volte nel tempo dal terremoto e quali garanzie che la ricostruzione, dov’è possibile, avvenga con sistemi antisismici, con piena trasparenza degli appalti. In altre parole, cioè, come vigilano gli abruzzesi sulla loro terra? Vigiliamo, risponde Palmerini, e non c’è motivo per non credergli.

*Luciano Scateni, giornalista professionista, scrittore, pittore, vive e lavora a Napoli. È stato sindacalista della CGIL e, nel 1975, addetto stampa del sindaco di Napoli Maurizio Valenzi, caporedattore del quotidiano “Paese Sera” responsabile dell’edizione della Campania. In Rai, dal 1980 ha ricoperto i ruoli di caposervizio, di inviato, radio-telecronista e, per tredici anni, di conduttore del TG3 Campania. Collabora fin dalla fondazione del periodico “La Voce della Campania”, “Voce delle Voci” e con la testata on line Goldwebtv, Ha pubblicato i volumi Violenze e dintorni (ed. L’altra Napoli), Io comunista (ed. L’altra Napoli), Diciassette (edizioni Lo Stagno incantato), L’ospitalità tollerata (Associazione J.E. Masslo), Racconti minimi (Edizioni Elio De Rosa), Su e giù con la morte (ed. Alessandro Polidoro), Di vecchiaia non si muore (ed. Eracle) e per le edizioni Intra Moenia: Amore e/o MorteFerri vecchiScugnizziComunicareVite disobbedienti, Napoli nel tempoL’Italia inedita di un secolo fa. Per le edizioni Kairos ha pubblicato i romanzi noir Ninì Santagata, commissario per casoLe disavventure di SantagataGiù la testa. Per le edizioni Polidoro Su e giù con la morte e per le edizioni Guida/Kairos La tomba profanata. Ha esposto quadri e disegni in numerose mostre personali e collettive.

***

L’Italia nel cuore” di Goffredo Palmerini (One Group Edizioni, 2017) è stato presentato a Napoli il 23 febbraio 2018 presso lo Spazio Eventi dell’editore Guida. All’incontro, moderato da Regina Resta, presidente Verbumlandiart, sono intervenuti portando il saluto l’ospite, Diego Guida, e Annella Prisco, presidente del Centro Studi Michele Prisco. Sono seguiti gli interventi dei relatori Carlo Roberto Sciascia, critico d’arte, Salvo Iavarone, presidente ASMEF, Luciano Scateni, giornalista e scrittore, e l’autore. Quello qui pubblicato è il contributo che Luciano Scateni ha svolto nel corso dell’evento di presentazione.

 

UNESCO ITALIAN YOUTH FORUM: somme e conclusioni della prima Assemblea Giovani Unesco

 

UNESCO ITALIAN YOUTH FORUM
Concluso a Matera il primo Forum Unesco dedicato ai giovani, ambasciatori di riscatto, conoscenza e sviluppo di nuovi itinerari del nostro Patrimonio Culturale 

Si è concluso a Matera il primo UNESCO ITALIAN YOUTH FORUM, assemblea – ideata e promossa dal Comitato UNESCO GIOVANI – che dava l’opportunità ai giovani, per la prima volta, dibattere sui grandi temi dell’UNESCO.

Nella Città Capitale Europea della Cultura 2019, il convegno – che ospitava numerosi relatori italiani ed internazionali su argomenti legati a patrimonio, economia, società, ambiente e lavoro, collegati alla cultura -, si è aperto con la notizia che il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha concesso all’evento la Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana, una delle massime onorificenze in tale ambito.

Rilevante anche il messaggio ricevuto da Antonio Tajani sul valore del Forum come momento molto importante in quanto occasione di confronto su idee e protezione del patrimonio: “il dialogo tra le culture deve essere considerato strumento fondamentale ed efficace per pace e stabilità. La nostra identità è basata su questa stabilità. La presenza di 143 siti in Europa rende il continente unico al mondo in termini di ricchezza culturale. Il patrimonio non è semplicemente immobile e tangibile, ma è anche una grande risorsa economica.”

Presente il Presidente Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, Franco Bernabè, che ha dichiarato: “Matera è simbolo del riscatto della tutela del patrimonio culturale. La diversità va vista come valore e non come elemento dal quale difendersi. Viviamo in una società in cui il patrimonio è concepito come bene di consumo, la protezione del patrimonio deve andare al di là di questa idea. Il processo di integrazione europea rende la protezione del patrimonio una sfida importante, dobbiamo muoverci verso questa direzione. La cultura ha valore non solo ereditario ma si basa anche su un processo di evoluzione e prosperità, un processo che si appoggia sulla creatività“.

Per Pierluigi Sacco,  Professore Ordinario di Economia della Cultura all’Università IULM di Milano, “L’impatto sociale della cultura è importante perché trasforma la sfera sociale del nostro Paese. Siamo abituati a concepire il patrimonio come stratificazione di un numero di persone che nel passato hanno avuto un ruolo tangibile (artisti, musicisti ecc..). Dobbiamo pensare anche a momenti storici significativi, come i grandi momenti di contenuti sociali e culturali, passare dall’impatto economico della cultura all’impatto sociale che questa genera”.

Luisa Montevecchi, Direttore del Servizio I, Coordinamento MiBACT – Ufficio UNESCO, ha rilevato l’importanza del continuo e sempre maggiore reclutamento di “agenti della cultura”, di cui necessita la struttura istituzionale culturale con ben 53 siti UNESCO atti a stimolare la consapevolezza della ricchezza del territorio.

Anche per Paolo Verri, Direttore Fondazione Matera Basilicata 2019, “è di estrema importanza far vivere il patrimonio, perché sono le persone e i progetti che incidono sulla sua vita e  valorizzazione”: a tale proposito è stato avviato il format “Patrimonio in gioco”,  itinerario esplorativo del patrimonio tangibile e intangibile tra i luoghi, le persone e i progetti di Matera 2019, iscritto nel cartellone degli eventi per l’Anno europeo del Patrimonio MiBACT.

Mettere in connessione la rete europea del patrimonio, creare contatti e connessioni, sviluppare nuovi modelli di business, conoscere le realtà meno popolari e interrelazionare molteplice realtà differenti, offrire le opportunità e non solo le infrastrutture: per Fabio Maccione, Senior Public Affairs Manager Flixbus Italia, è questa la rivoluzione del nostro tempo, unita alla voglia di scoprire e confrontarsi, per produrre un cambiamento significativo.
In tale contesto la Ficlu, Federazione Italiana Club e Centri per l’UNESCO (presente al Forum la vicepresidente nazionale Teresa Gualtieri, rappresenta una struttura capillare in tutta Italia per favorire la diffusione della consapevolezza Unesco a livello nazionale.

I 4 pilastri di questo anno della cultura – Partecipazione, Sostenibilità, Protezione e Innovazione – tracciano una connessione tra il patrimonio locale e quello europeo. Per perseguire un itinerario unico, secondo Lorena Aldana, Member of the European Cultural Heritage expert, bisogna dunque pensare a nuove soluzioni per proteggere il patrimonio, ad approcci più integrati e sostenibili, condividendo nuovi metodi di protezione ed esplorando percorsi originali per massimizzare il potenziale del patrimonio culturale.

Di tutto ciò i giovani incarnano il perfetto ruolo di ambasciatori: da essi e per essi è stato costruito questo primo Forum che, tra gli altri interventi, ha ospitato anche la lettura della lettera della mamma di Giulio Regeni – UNESCOgiovani sostiene infatti la campagna “Verità per Giulio Regeni”.

Al termine dell’incontro, svoltosi domenica mattina, è stata approvata all’unanimità la ratifica del nuovo statuto e il cambio di assetto e di nome del gruppo organizzatore: da Comitato giovani della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO ad Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO.

Un bilancio positivo, dunque, per il Forum e per il Presidente Paolo Petrocelli che ha dichiarato: “Con il successo del Forum di Matera, l’Associazione Giovani per l’UNESCO si conferma come una delle più importanti organizzazioni italiane in ambito culturale e sociale. Centinaia di giovani soci hanno rinnovato il loro impegno nell’andare a contribuire in tutta Italia alla promozione di un’idea di cultura, educazione e sviluppo che guarda al futuro con speranza, determinazione e ottimismo. Nei prossimi mesi, lanceremo una call per selezionare nuovi giovani soci in tutte le regioni d’Italia. Vogliamo diventare un punto di riferimento sempre più autorevole a livello nazionale. Per farlo abbiamo bisogno delle migliori giovani forze, le più qualificate, le più motivate. Siamo pronti a crescere e lavorare ancora di più su tutto il territorio”.

UNESCO ITALIAN YOUTH FORUM è un evento realizzato in collaborazione con Regione Basilicata, Provincia di Matera, Comune di Matera, con il sostegno di  BCC Basilicata, Calia Italia, Coldiretti, Lokhen, Escaffè.
Main Partner: FlixBus
Partner: Fondazione Matera 2019 – Capitale europea della cultura; Digital LightHouse; Consorzio Albergatori Matera; Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea.
Media partner: Agenzia di stampa DIRE. 

SCARICA LE IMMAGINI DEL FORUM AL SEGUENTE LINK:
https://drive.google.com/open?id=1QMYs3WcSbGEFj9PQ14AADEUiDZJJzcvb

Sito ufficiale: http://www.unescogiovani.it

Ufficio stampa: Elisabetta Castiglioni
+39 06 3225044 – +39 328 4112014 – info@elisabettacastiglioni.it
 

 

Corrige IN RICORDO DI VALENTINA FIORDIGIGLI – Deltensemble in concerto con “La musica che amo” e all’Università un focus sulla Sostenibilità ambientale

 

27 febbraio 2018

IN RICORDO DI VALENTINA FIORDIGIGLI

Deltensemble in concerto con “La musica che amo” e all’Università un focus sulla Sostenibilità ambientale

Se la dolcezza, la grazia, la tenerezza, l’armonia, l’altruismo, la bellezza, la generosità, la tenacia, il talento,

l’intelligenza e la delicatezza potessero insieme fondersi, avrebbero – hanno – trovato in Valentina la sintesi perfetta.

La fede nei valori veri e autentici e l’amore per gli altri sono stati il segno distintivo della sua vita.

La sua testimonianza cristallina resterà per sempre.

E’ uno straordinario segno di luce e di speranza per un mondo possibile e migliore, per un umanesimo nuovo.

Nella Fede ha vissuto e fatto vivere ogni giorno, qui in terra, il Paradiso a chiunque l’abbia incontrata.

Ora, nella luce e nella gioia, Lei lo vive per l’eternità. Come per sempre resterà il ricordo del suo sorriso.

L’AQUILA – Sono passati quasi quattro mesi da quella sera del 4 novembre 2017 quando, in un tragico incidente stradale a San Gregorio, Valentina Fiordigigli ha perso la vita, a 27 anni. Ma la sua testimonianza donata negli anni vissuti è stata, e rimane per sempre, autentica e forte. Nei valori veri, dei quali è stata nella semplicità del tratto un esempio fulgido, e nella sua professione di Ingegnere ambientale, laddove già nei primi passi d’impegno lavorativo ha dato prova di talento. Valentina si era laureata con il massimo dei voti in Ingegneria ambientale e stava collaborando con l’Ente Scuola Edile dell’Aquila. Era tra i dieci tecnici vincitori d’una borsa di studio dell’Inail-Cpt sulla Sicurezza nei luoghi di lavoro.

In ricordo di Valentina Fiordigigli l’Università dell’Aquila Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile-Architettura e Ambientale (DICEAA) -, in collaborazione con l’Ordine degli Ingegneri della Provincia dell’Aquila e con il patrocinio della Municipalità, ha organizzato due iniziative: la prima per richiamarne attraverso la musica la dimensione spirituale e l’altra rivolta alla competenza professionale della giovane ingegnere, attraverso un convegno scientifico sulla Sostenibilità ambientale.


Giovedì 1° marzo 2018, alle ore 18:30, presso il Catecumenicum San Pio X (L’Aquila, quartiere Torrione), il Gruppo vocale e strumentale Deltensemble in concerto presenterà “Valentina, la musica che amo”, una raccolta di brani musicali incisa su CD in ricordo di Valentina Fiordigigli. Le cantanti Micaela Mercuri, Sara Zollini, Stefania Fioretti interpreteranno i brani, accompagnate da Gianfranco Totani (sax contralto), Fabrizio Casu (violino e viola solista), Gaetano De Benedictis (2° violino), Ezio Monti (pianoforte e tastiere). Il concerto sarà replicato venerdì 2 marzo alle ore 21, presso il Palazzetto dei Nobili (L’Aquila, Piazza Santa Margherita, 2).

Sempre venerdì 2 marzo, inoltre, nell’Aula Magna della Facoltà di Ingegneria (Monteluco di Roio, L’Aquila), in memoria dell’ing. Valentina Fiordigigli, si svolgerà la Giornata di studio “Sostenibilità ambientale, economica e sociale: una sfida per gli Ingegneri”, con il programma dei lavori che si riporta di seguito.

Goffredo Palmerini

***

PROGRAMMA
L’Aquila, 2 marzo 2018 – Aula Magna Facoltà di Ingegneria

Giornata di studio “Sostenibilità ambientale, economica e sociale: una sfida per gli Ingegneri

14.30-15.00
Registrazione dei partecipanti
15.00-15.20
Saluti ai partecipanti e apertura dei lavori
15.20-15.40
Ricordo dell’Ing. Valentina Fiordigigli
15.40-16.00
La sostenibilità: irrinunciabile esigenza contro il degrado ambientale e sociale
Prof. Ing.
Gianfranco Totani (Università dell’Aquila)
16.00-16.20
Sostenibilità e attività degli ingegneri in una società globalizzata
Dott. Ing.
Giuseppe Zia (Presidente Consiglio di disciplina territoriale, Ordine degli Ingegneri della Provincia dell’Aquila)
16.20-16.40
Monitoraggio ambientale e sostenibilità; nuove frontiere per l’ingegneria per l’ambiente e il territorio

Prof. Ing. Giulio D’Emilia (Università dell’Aquila)
16.40-17.00
Sostenibilità della espansione urbana: modelli italiani ed europei
Prof. Ing.
Bernardino Romano (Università dell’Aquila)
17.00-17.20
Pausa caffè
17.20-17.40
La sostenibilità nell’ambito della gestione delle risorse idriche
Dott. Ing. Aurelio Melaragni (già direttore tecnico della Gran Sasso Acqua S.p.a)
17.40-18.00
Trasporti e mobilità sostenibile
Prof. Ing. Gino D’Ovidio (Università dell’Aquila)
18.00-18.20
Estrazione energetica dal mare: un’opportunità e una sfida
Prof. Ing. Marcello di Risio (Università dell’Aquila)
18.20-18.40
Emergenze e Sostenibilità
Dott. Ing. Angelo Ursini (Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco)
18.40-19.00
La sostenibilità in azienda attraverso l’Ingegneria del Miglioramento Continuo Strutturato
Dott. Ing.
Davide Cavuti (Production Manager)
19.00-19.20
Discussione e chiusura dei lavori

 

“Da Padre Pio a don Tonino Bello: l’uomo e il suo cammino di salvezza”, una riflessione a più voci (San Marco in Lamis, 3 marzo ore 17:30, Teatro Giannone)

 

Da Padre Pio a don Tonino Bello:

l’uomo e il suo cammino di salvezza

SAN MARCO in LAMIS. Sabato 3 marzo 2018, a San Marco in Lamis (FG) presso il Teatro del “Giannone” (via Frassati 2), alle ore 17,30, si svolgerà il Convegno “Da Padre Pio a don Tonino Bello: l’uomo e il suo cammino di salvezza”.

Il Convegno trae origine dalla visita che Papa Francesco farà: sulle orme di Padre Pio il 17 marzo a Pietrelcina e San Giovanni Rotondo; sulle orme di don Tonino Bello il 20 aprile a Alessano e Molfetta.

Scrive Martin Buber: “L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei cammini che conducono a lui, ciascuno dei quali è riservato a un uomo”.

Da qui discende una verità inoppugnabile: ogni creatura umana, che viene al mondo, è un “unicum” ed è per questo che è preziosa per Dio, che le ha riservato un destino di salvezza.

Ma questo dipende dalla persona, che deve avere la capacità di capire qual è il cammino giusto, anche servendosi di esempi e modelli straordinari come sono sia Padre Pio, sia don Tonino Bello.

È su questi riferimenti di altissimo significato che il Convegno è chiamato a far ragionare e riflettere, perché l’esistenza di Padre Pio e di don Tonino Bello è stata esemplare nella dimostrazione quotidiana che ogni gesto e ogni parola devono essere conformi all’insegnamento che ci viene dalle pagine del Vangelo, nelle quali è presente il Cristo che esorta ad essere degni del nostro Creatore.

Il Convegno ha il patrocinio di: Convento di San Matteo, Città di San Marco in Lamis, IISS “Pietro Giannone” di San Marco in Lamis, Agesci San Marco in Lamis e Volontariato Protezione Civile SM 27 di San Marco in Lamis.

Ai saluti istituzionali faranno seguito gli inteventi di: Raffaele Cera, Matteo Coco, Maria Lucia Ippolito, Francesca Pompa, Michele Illiceto, Francesco Lenoci.

L’ingresso è libero.

I SOLISTI AQUILANI E SOLLIMA A MILANO

COMUNICATO STAMPA  

I Solisti Aquilani & Giovanni Sollima alle Serate Musicali di Milano

Ancora un appuntamento prestigioso per I Solisti Aquilani che lunedì 26 febbraio suoneranno nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, nell’ambito della Stagione delle Serate Musicali. Ancora una volta partner d’eccezione Giovanni Sollima, nella doppia veste di violoncello solista e direttore.

Il concerto è dedicato alla memoria di Antonio Janigro, illuminato Maestro di Sollima e di tanti altri violoncellisti, fra i maggiori oggi in attività, come Brunello, Dindo, Berger, Flaksman, Meneses, Demenga, Tavares, Polidori.

In programma il Concerto in re minore per violino, violoncello e archi di Donizetti (violino solista Daniele Orlando); il Concerto Brandeburghese n.3 in sol magg. di Bach; il Concerto n.3 in sol maggiore per vlc e archi di Boccherini e infine un’opera dello stesso Sollima, L.B. files” per violoncello, archi e sampler. L’appuntamento milanese è uno dei tanti nel carnet del Complesso che si conferma attivissimo sulla scena nazionale e internazionale.

Il  sodalizio con Sollima, ospite, negli scorsi anni, della rassegna Musica per la città, organizzata dalla Associazione I Solisti Aquilani, ha preso il via nel novembre del 2015 con un concerto indimenticabile e appassionato, il primo di una lunga serie che ha portato l’ensemble e Giovanni Sollima nei teatri più prestigiosi d’Italia e al Quirinale, per la Festa della Repubblica

Suonare, nel giro di pochi mesi, una seconda volta per una prestigiosa Società dei Concerti italiana come le Serate Musicali di Milano, – afferma il Direttore Artistico dei Solisti Aquilani Maurizio Cocciolito – conferma l’elevato livello artistico del Complesso nonché il ruolo fondamentale che I Solisti Aquilani oggi rappresentano, a 50 anni dalla fondazione, nel panorama concertistico nazionale e internazionale”.

Giovanni Sollima è un autentico virtuoso del violoncello. Suonare per lui non è un fine, ma «un mezzo per comunicare con il mondo». È un compositore originale, con una vena melodica tipicamente italiana che nel contempo riesce a raccogliere tutte le epoche. Fin da giovanissimo collabora con musicisti quali Claudio Abbado, Giuseppe Sinopoli, Jörg Demus, Martha Argerich, Riccardo Muti, Yuri Bashmet, Katia e Marielle Labèque, Ruggero Raimondi, Bruno Canino, DJ Scanner, Victoria Mullova, PattiSmith, Philip Glass e Yo-Yo Ma. La sua attività, in veste di solista con orchestra e con diversi ensemble, si dispiega fra sedi tradizionali e spazi alternativi. Virtuoso e compositore alquanto energico e originale, con la sua personalità fuori dagli schemi ha scritto un’opera anche per Elisa e, nel 2013 e 2014 è stato direttore artistico e maestro concertatore del festival salentino della Notte della Taranta. Suo è anche l’inno di Expo 2015.

Serena conduce Operaclassica Eco Italiano

 

Serena intervista il soprano Benedetta Torre

 

 

Benedetta Torre

Soprano

Soprano, nata a Genova il 29/05/1994, inizia lo studio del canto all’età di 13 anni.

Negli anni 2011/2012 ha fatto parte del gruppo di giovani

dell’ “Ensemble Opera Studio” del Teatro Carlo Felice di Genova, dove ha seguito periodicamente masterclass tenute dal soprano Donata D’Annunzio Lombardi, con la quale continua ad oggi lo studio del canto.

In seguito al periodo dell’Ensemble, ha interpretato la Contessa di Ceprano in Rigoletto, con la direzione del M° Carlo Rizzari.

Vince il premio giovani al V Concorso Internazionale di Canto Francesco Paolo Tosti, in seguito al quale, in aprile 2013, ha sostenuto tre concerti a Tokyo e Osaka, dove è stata accompagnata dall’Istituto Nazionale Tostiano.

Finalista al Concorso Tagliavini 2014 a Deutschlandsberg (Graz, Austria), partecipa al 52° Concorso Internazionale Voci Verdiane Città di Busseto, ricevendo in finale una menzione speciale per la voce e l’interpretazione in relazione alla giovane età. E’ poi ginalista ASLICO 2015 e al Concorso Flaviano Labò 2015. Nello stesso anno, partecipa al 6° Concorso Internazionale di Canto Renata Tebaldi, aggiudicandosi il 2° premio.

Nel novembre 2014 è cover di Luisa nella Luisa Miller al Teatro Carlo Felice, con la regia e la partecipazione di Leo Nucci e con la direzione del M° Andrea Battistoni.

Nel luglio 2015 è allieva della Riccardo Muti Opera Academy come Alice Ford nel Falstaff e, nell’ottobre dello stesso anno, debutta nel Simon Boccanegra come Amelia Grimaldi all’inaugurazione della stagione del Carlo Felice di Genova, con la direzione del M° Stefano Ranzani,

Nel dicembre 2015 è Mimì ne La Bohème del Ravenna Festival, con la regia firmata da Cristina Mazzavillani Muti e la direzione del M° Nicola Paszkowski, andata in scena anche al Lithuanian National Opera and Ballet Theatre di Vilnius, al Teatro Coccia di Novara nel febbraio 2016 e al Teatro Municipale di Piacenza in novembre; nello stesso periodo è ancora Mimì al Teatro del Giglio di Lucca, sotto la regia di Marco Gandini.

Fra gli impegni recenti e futuri, L’Elisir d’Amore, nei panni di Adina, al Teatro Carlo Felice, Aida al Festival di Salisburgo 2017, dove interpreterà il ruolo della Sacerdotessa, sotto la direzione del M° Riccardo Muti, Mimì nel Circuito Marchigiano, l’inaugurazione della stagione concertistica al Petruzzelli con lo Stabat Mater di Poulenc, il debutto all’Opera di Roma nel ruolo di Susanna nella nuova produzione de Le nozze di Figaro di Graham Vick, il Requiem di Mozart con la Chicago Symphony Orchestra diretta dal M° Muti.

Febbraio 2018

Per i contributi musicali attendere la fine dell’intervista, la signora Torre ha concesso di far ascoltare per gli spettatori di operclassica ed Eco Italiano due arie della boheme di Puccini su libretto di Giacosa ed Illica

Il fascismo e i corrispondenti americani in Italia

 

 

IL FASCISMO E I CORRISPONDENTI AMERICANI IN ITALIA, IL SAGGIO DI MAURO CANALI

La presentazione del libro al Centro Studi Americani di Roma. Una lettura del ventennio mussoliniano da un punto di vista inedito, i casi Hemingway e Scott Fitzgerald.

Roma, febbraio 2018 – La scoperta dell’Italia, il fascismo raccontato dai corrispondenti americani (Marsilio Edizioni) è l’ultima opera del professor Mauro Canali, per la quale lo storico romano è stato insignito pochi giorni fa del Premio FiuggiStoria 2017 per la saggistica. Il libro è stato presentato a Roma nel corso di un incontro pubblico che ha avuto luogo presso il Centro Studi Americani e a cui hanno partecipato, oltre all’autore, Paolo Messa (direttore del Centro), Piero Craveri (presidente della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce), Mario Avagliano (giornalista e storico) e il giornalista del Messaggero Fabio Isman.

Mauro Canali, professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Camerino e membro del Comitato scientifico di Rai-Storia, è uno degli studiosi più autorevoli del fascismo, a cui ha iniziato a dedicarsi in giovane età sotto la guida del suo maestro Renzo De Felice. Ha concentrato in particolare le sue ricerche sulla struttura totalitaria e sui meccanismi informativi e repressivi del regime mussoliniano. Questo bel saggio, che si legge come un romanzo molto avvincente, nasce – come lo stesso autore ha spiegato nel corso della presentazione – soprattutto dalla necessità di scoprire e chiarire sotto quale luce il regime fascista apparisse agli occhi di un paese estraneo all’Italia come gli Stati Uniti, e come venisse descritto ai suoi lettori. Un punto di vista quindi inedito per ripercorrere le vicende di quegli anni, in grado di offrirci al tempo stesso uno spaccato molto interessante della società del ventennio fascista.

Si tratta di un lavoro che ha richiesto una lunga e meticolosa ricerca attraverso le fonti più disparate, tra cui gli archivi privati di molti corrispondenti che spesso lasciavano ai posteri dei diari e appunti legati a quel periodo storico. Rispetto ad altri testi che hanno analizzato il tema del rapporto tra gli Stati Uniti e Mussolini – a cominciare da quello dello storico californiano John Diggins (L’America, Mussolini e il fascismo, Laterza 1972) – Canali ha voluto indagare più in profondità per scoprire fino a che punto certe prese di posizione nei confronti del fascismo fossero condizionate dalle pressioni (che spesso sfociavano in ricatti e minacce) e in veri e propri tentativi di corruzione che il regime esercitava nei confronti degli inviati esteri.

Il libro mostra come nel primo periodo il fascismo venisse visto generalmente di buon occhio da parte della stampa americana. Si trattava di un giudizio che, prima ancora dell’avvento al potere di Benito Mussolini, risentiva del bagaglio di esperienze legato alla fase turbolenta post-bellica in cui si trovavano gli Stati Uniti, e del fatto che questi inviati avessero nella maggior parte dei casi una conoscenza molto superficiale della storia e della politica italiana, frutto essenzialmente di pregiudizi e di stereotipi. Il Duce era ritenuto l’artefice di una rivoluzione “bella e giovane” e veniva dipinto come l’unico credibile baluardo nei confronti del pericolo bolscevico: negli Stati Uniti infatti si avvertiva un forte allarme per quelle manifestazioni di grande conflittualità sociale che ebbero luogo in Italia nel cosiddetto “biennio rosso”, poi culminate con l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920.

Il fascismo rappresentava quindi per molti di questi corrispondenti americani una risposta efficace in quanto aveva saputo mettere a tacere i sindacati e le lotte di classe, garantendo una pax sociale fatta di ordine e disciplina. Una soluzione certo non esportabile negli Stati Uniti ma che a loro avviso si adattava bene all’Italia, che inquadravano come un paese un po’ anarcoide e tendenzialmente refrattario all’ordine costituito. Tra questi giornalisti Canali cita ad esempio Kenneth Roberts, inviato del “Saturday Evening Post” e autore del romanzo storico Passaggio a nord-ovest, che dopo aver denunciato il pericolo comunista, esaltò il fascismo come un movimento necessario per impedire che l’Italia precipitasse “in un turbine caotico di comunismo e di disastri finanziari”. Un altro corrispondente, Isaaac Marcosson, definì Mussolini addirittura “Il Theodore Roosevelt latino”, così come Lincoln Steffens del “New York American”, che arrivò a scrivere frasi apologetiche come questa: “Immaginate un Theodore Roosevelt consapevole, mentre governava, del posto che avrebbe occupato nella storia degli Stati Uniti, e avrete l’immagine di Benito Mussolini in Italia”. E poi ancora Walter Lippmann, vincitore di due premi Pulitzer e molto noto nella comunità degli italo-americani; e Anne O’Hare McCormick, autrice di molti reportage più che lusinghieri nei confronti del fascismo per il supplemento domenicale del “New York Times”, autentico megafono della propaganda del regime mussoliniano in America.

Ma tra questi corrispondenti vi era chi aveva maturato riguardo al Duce un’opinione del tutto opposta. Ci riferiamo in particolare a mostri sacri della letteratura del Novecento come Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway. In particolare Fitzgerald, che trascorse cinque mesi a Roma nel 1924 insieme alla moglie Zelda, capì subito che il fascismo si presentava con il volto del vecchio autoritarismo e in riferimento ad esso parlava senza mezzi termini di “spasmi di un cadavere”, invitando i suoi lettori a non lasciarsi ingannare dal suo dinamismo apparente. In seguito sarà costretto ad andarsene e a non mettere più piede in Italia perché fermato dalla polizia, malmenato e portato in prigione per qualche ora: racconterà questa sua brutta esperienza in uno dei suoi più celebri capolavori, Tenera è la notte.

Il caso di Hemingway è diverso: inizialmente sembrava attratto da Mussolini, che apprezzava soprattutto per le sue qualità di patriota combattente, ritenendo legittima la reazione del fascismo contro la minaccia di una trionfante rivoluzione bolscevica. Lo incontrò per la prima volta a Milano e lo descrisse sul “Toronto Daily Star” come “un uomo grande, dalla faccia scura con una fronte alta, una bocca lenta nel sorriso, e mani grandi ed espressive”. Poi solo sei mesi dopo il giudizio di Hemingway cambiò radicalmente. Nel gennaio del 1923, in un articolo pubblicato dopo aver incontrato Mussolini a Losanna in occasione del meeting internazionale che avrebbe dovuto regolare i rapporti tra la nuova Turchia di Atatürk e le potenze uscite vittoriose dalla guerra, si lascerà andare a una critica molto feroce nei confronti del duce: arriverà a definirlo “il più grande bluff d’Europa”, come uno che ha del “genio nel rivestire piccole idee con paroloni”; aggiungerà inoltre di non sapere se e quanto questo bluff potrà durare: se quindici anni o se verrà rovesciato al più presto. E racconterà un episodio a dir poco grottesco: appena entrato nel salone dove si svolgeva la conferenza stampa vide Mussolini seduto alla scrivania mostrandosi molto concentrato come per darsi delle arie da grande intellettuale “intento a leggere un libro con il famoso cipiglio sul volto”. Hemingway si avvicinò e sbirciando alle sue spalle scoprì “che si trattava di un dizionario francese-inglese, tenuto al rovescio”. Dopo aver letto quell’articolo Mussolini gli giurò che non lo avrebbe più fatto tornare in Italia. Canali svela anche che anni dopo, nel pieno della guerra di Spagna, dopo che sulla stampa americana erano apparse alcune sue corrispondenze da Tarragona fortemente critiche nei confronti degli italiani impegnati a combattere a fianco delle truppe franchiste, dei personaggi che gravitavano intorno al consolato italiano di New York avevano studiato un piano di aggressione fisica ai suoi danni.

Quest’ultimo episodio è rivelatore dell’opera sistematica di controllo che il regime esercitava nei confronti della stampa, sia attraverso tentativi di corruzione sia, come nel caso di Hemingway, per mezzo di veri e propri atti di intimidazione. E questo spiega il motivo per cui solo pochi coraggiosi inviati americani si fossero esposti fino denunciare il carattere repressivo e autoritario del regime e la presenza sempre più asfissiante del famigerato apparato poliziesco dell’Ovra nella vita quotidiana. Un apparato che già a metà degli anni Trenta sarà particolarmente raffinato e in grado di controllare la vita dei cittadini (e quindi anche degli inviati esteri) in maniera spietata e relativamente facile. I lettori americani furono così per tanti anni di fatto ingannati dai loro corrispondenti: nei direttori e negli editori delle principali testate prevalse la prudenza nel raccontare le vicende del regime, anche per evitare i costi delle inevitabili espulsioni dei loro corrispondenti. Persino dopo il delitto Matteotti i grandi giornali americani si mostrarono sostanzialmente allineati e non fecero altro che riportare le veline dell’ufficio stampa di Mussolini, quindi la versione secondo cui il deputato socialista sarebbe stato ucciso da alcune frange estremiste di fascisti fuori controllo. Il solo inviato che ebbe il coraggio di indagare sul caso fu il corrispondente del “Chicago Tribune” George Seldes, che infatti fu per questo motivo cacciato brutalmente dall’Italia.

L’idillio con il fascismo comincerà a tramontare con la guerra di Etiopia (tra il 1935 e il 1936) e in seguito con la guerra civile spagnola (1936-1939), la promulgazione delle leggi antisemite nel 1938 e il progressivo avvicinamento alla Germania nazista. Fu a quel punto che il presidente americano Frank Delano Roosevelt, che pure in passato aveva manifestato apprezzamento verso le riforme sociali fasciste legate allo stato corporativo, capì di avere a che fare con un personaggio del tutto inaffidabile e con cui non si poteva avere nulla a che spartire.

La stampa americana si pose quindi sulla stessa lunghezza d’onda del capo della Casa Bianca, assumendo finalmente una posizione non più indulgente nei confronti del fascismo, fino a denunciarne il carattere totalitario. Ci fu così un inasprimento del metodo repressivo e fioccarono inevitabilmente le espulsioni di molti corrispondenti in Italia. Tra le prime testate ad adeguarsi vi fu il “New York Times” con la sostituzione del fascistissimo Arnaldo Cortesi con Herbert Matthews, reduce dalla guerra civile spagnola e convertito all’antifascismo. Tuttavia non sarà facile giustificare questo repentino cambio di rotta. Gli articoli di Matthews erano sottoposti come quelli di tutti gli altri corrispondenti alla censura preventiva ma l’inviato del giornale newyorkese non rinuncerà a pubblicarli lasciando gli spazi bianchi che coincidevano con i tagli che venivano operati dagli uomini del regime.

Sebastiano Catte


………………………..
Sebastiano Catte

Agenzia Comunica

“BENEDETTI ABRUZZESI” – di Mario Setta

 

 

BENEDETTI ABRUZZESI

di Mario Setta *

Benedetti Abruzzesi” è il titolo di un capitolo del libro “Noi siamo Bruzzesi” (ed. Menabò, 2017) di Mauro Tedeschini, emiliano di Modena, ex direttore del giornale abruzzese “il Centro”, che sembra richiamare in antitesi “Maledetti Toscani” di Curzio Malaparte. Tedeschini non è certamente accondiscendente con gli abruzzesi. Anzi, presenta più i difetti che i pregi. Lo stesso nome deformato in “bruzzesi” è un chiaro riferimento alla zingara Vera Casamonica che a “Porta a Porta” davanti all’abruzzese Bruno Vespa dichiara: “io non sono sinti, sono bruzzese, zingara bruzzese”. È evidente che per Tedeschini gli abruzzesi non si identificano con gli zingari, anche se ve ne sono numerose comunità. Nel dialetto abruzzese “zingaro” assume il significato di chi si arrangia, si dà da fare, senza derubare gli altri.

Gli abruzzesi sono quelli “della coccia di sante Dunate”, cioè testardi e determinati, spesso senza elasticità mentale. Forse il retaggio d’un passato ripetitivo, statico, tradizionale. Per questo il campanilismo è sempre stato il fenomeno che ha caratterizzato la gente, ferma e sicura sotto il proprio campanile. Ma ci sono esempi di ragazzini, come Edoardo, dieci anni, che nella tragedia di Rigopiano, ha dimostrato intelligenza e coraggio, prendendo in braccio la piccola Ludovica e raccontandole favole. Da qui, da questo ragazzino bisogna ricominciare, scrive Tedeschini, per un Abruzzo nuovo. Un Abruzzo che abbandoni gli eroi “sbagliati, come D’Annunzio o Silone, o addirittura tipi come Antonio Razzi, per conoscere e valorizzare uomini come Ettore Troilo, fondatore della Brigata Maiella. Già Alberto Savinio, in “Dico a te, Clio” scriveva: “I suoi grandi uomini, l’Abruzzo li indìa”.

In Abruzzo l’emigrazione è stato il fenomeno che lo ha caratterizzato da un centinaio di anni, con le testimonianze di Pietro Di Donato, “Cristo tra i muratori” o di Pascal D’AngeloSon of Italy”, ma anche l’immigrazione ha permesso che un personaggio come Dacia Maraini si insediasse a Pescasseroli e ne descrivesse ambiente e personaggi come in “Colomba”. L’ultima piaga, che ha colpito profondamente la finanza abruzzese è il fallimento delle banche, per incompetenza come nel caso di Domenico Di Fabrizio della Carichieti o per mancanza di controlli come per le altre banche abruzzesi.

Ma l’Abruzzo ha scritto pagine di storia straordinaria, soprattutto nella seconda guerra mondiale, come si può leggere nel libro “Terra di libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale” a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, in cui si dimostra che a cominciare da Carlo Azeglio Ciampi alle migliaia di ex prigionieri alleati, i “Benedetti Abruzzesi” li hanno nascosti, sfamati e accompagnati verso la libertà, con l’organizzazione delle fughe da Sulmona a Casoli, dai luoghi occupati dai tedeschi alle terre liberate.

Spesso si è parlato dell’Abruzzo in maniera retorica, con stereotipi come “forti e gentili”, che Costantino Felice, tra i maggiori storici abruzzesi, ha cercato di sfatare e demitizzare, definendoli “trappole dell’identità”. Forse anche la frase di Ciampi, riportata da Tedeschini “L’Abruzzo è la terra che ti dà subito del tu” potrebbe avere sapore di retorica, ma Ciampi ha conosciuto direttamente la gente di Scanno e di Sulmona, negli anni 1943-44, che lo aiutò perfino a salvarsi dagli alleati che lo ritenevano una spia, come scrive nel diario, pubblicato nel libro “Il Sentiero della libertà, un libro della memoria con Carlo Azeglio Campi” (Laterza 2003), perché sul suo passaporto c’era un visto tedesco, avendo trascorso uno stage in Germania per motivi di studio.

C’è un Abruzzo complesso, multiforme, anche per ragioni geografiche che spesso ne determinano storia e carattere, passato e presente. Un segno evidente è la cucina abruzzese, con una storia che parte dal secolo sedicesimo, con i Caracciolo di Villa Santa Maria e la scuola di chef, che hanno girato le più famose cucine del mondo, fino a quella di Hitler, in Austria al “Nido dell’Aquila”, dov’era cuoco, Salvatore Paolini, originario di Villa Santa Maria. La storia dell’arte culinaria abruzzese continua, oggi, con Niko Romito e le associazioni dei cuochi villesi e abruzzesi. Il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 ha avviato l’orologio della morte e del dolore. Una via crucis, giunta sul calvario, in attesa d’una resurrezione ancora da arrivare.

La tragedia del terremoto aquilano ha offerto a giornalisti e scrittori di allargare il discorso sulla Regione: Carlo Petrini, Claudio Magris, Camillo Langone, ecc. Ma non è certamente una fortuna o un “gioco” per l’Abruzzo, come pare sostenga Tedeschini, avere “un ruolo importante…di ricostruire mezza Italia, ormai consapevole di essere a rischio del susseguirsi di terremoti sempre più devastanti”. Il problema della sismicità della terra è e sta diventando sempre più un problema universale. La salvaguardia del globo terrestre spetta a tutta l’umanità.

In realtà, tanti abruzzesi si sono occupati di conoscere e studiare la loro terra. Anche in base al fatto che esiste in Abruzzo l’Osservatorio Astronomico di Campo Imperatore. Interessante la ricerca di Silvia Scorrano, “Le acque sacre in Abruzzo”, che ha la caratteristica della scientificità e della seduzione. Il percorso delle Acque Sacre non è che un’immersione nella storia dell’Abruzzo, come se secoli e millenni non fossero trascorsi. Una pagina leggibile ieri come oggi, un album in cui le fotografie non sono mai sbiadite. Che l’acqua sia un elemento fondamentale per soddisfare i bisogni primari di vita è evidente. E che intorno a tale elemento sia sorta una sacralità, una devozione plurimillenaria sia pagana che cristiana, non fa che accentuare la necessità dell’uomo di trattare l’acqua come un bene assoluto. Una cosa divina. Ma in Abruzzo, negli ultimi tempi, l’acqua è diventata una calamità, per cattiva gestione e per inquinamento.

La promozione culturale, a livello internazionale, intrapresa da anni da Goffredo Palmerini, giornalista aquilano, per far conoscere la realtà italo-abruzzese, ha prodotto varie pubblicazioni, l’ultima delle quali “L’Italia nel cuore”. In realtà, si tratta di numerosi volumi. Innumerevoli i suoi articoli e i servizi pubblicati dalle agenzie internazionali e su numerosi giornali e riviste in lingua italiana nel mondo; “un conto approssimato per difetto in 50mila pagine”, sottolinea l’autore, che presenta fatti e personaggi che hanno segnato e segnano la storia. Un lavoro da certosino o da donna scannese che usa la filigrana con grande pazienza e profonda intelligenza. Mauro Tedeschini, scrive alla conclusione del suo libro: “Quel che ti dà speranza dell’Abruzzo è che basterebbe così poco per farne veramente la Svizzera d’Italia… Insomma ce la farà l’Abruzzo? Io, nel mio piccolo, faccio il tifo, perché questo pezzo d’Italia che vive all’ombra della Majella e del Gran Sasso mi è rimasto nel cuore”.

*storico

A FERRARA IL 3 MARZO APRE LA 2^TRIENNALE DI ARTI VISIVE – La Mostra, allestita dall’Associazione Primaluce nelle Grotte Boldini, resterà aperta fino al 17 marzo

 

20 febbraio 2018

A FERRARA IL 3 MARZO APRE LA 2^TRIENNALE DI ARTI VISIVE

La Mostra, allestita dall’Associazione Primaluce nelle Grotte Boldini, resterà aperta fino al 17 marzo

FERRARA – Sabato 3 marzo 2018, alle ore 10, sarà inaugurata a Ferrara, presso le sale espositive delle Grotte Boldini (Via G. Previati,18), la seconda edizione della Triennale Internazionale di Arti Visive, rassegna d’arte contemporanea di elevato spessore artistico e culturale, in programma fino al 17 marzo, promossa e organizzata dall’Associazione culturale Primaluce. Presenterà la mostra la dr. Nadia Celi, semiologa e critico d’arte. Saranno presenti al vernissage Augusto Medici (editore della rivista contemporart); Ketty Carraffa (docente di cinema, scrittrice, conduttrice tv e opinionista); Fazio Gardini (fotografo di Cinecittà, Rai, Vaticano e Mediaset); Sandro Minichiello (direttore di “Sound Italia Video Radio World Wide”) che trasmetterà l’evento “in diretta” sul web e sui social network.

La manifestazione, organizzata dall’Associazione Primaluce con il Patrocinio del Comune di FerraraAssessorato alla Cultura, Turismo, Giovani, Personale –, si propone di dare un contributo alla promozione ed allo sviluppo della ricerca creativa. Vuole inoltre essere un momento di riflessione e di confronto tra artisti, critici, addetti ai lavori e pubblico. Un appuntamento per produrre incontri e allacciare nuovi contatti nel comune interesse per l’arte. Una kermesse di tale portata costituisce un evento in grado di offrire un’ambita vetrina espositiva ad artisti noti e meno conosciuti e di rappresentare un ponte per instaurare un proficuo dialogo con il pubblico e con gli specialisti del settore, ponendo a confronto risultati ed esperienze differenti.

La realizzazione della 2^ Triennale di Arti Visive di Ferrara è una prova di grande impegno organizzativo, oltre che d’una profonda conoscenza del contesto artistico nazionale ed estero. Artisti da tutto il mondo, appartenenti a diverse culture e svariate discipline, si cimentano in questa notevole rassegna d’arte contemporanea. Un ricco catalogo presenta le opere e le riflessioni degli artisti selezionati per la mostra e pubblica tutti i nomi di coloro che si sono lasciati coinvolgere da questo importante concorso internazionale.

La Triennale, che già nel 2015 nella prima edizione raccolse un significativo successo, si privilegia di una splendida cornice qual è Ferrara, città degli Estensi patrimonio dell’Umanità, con una consolidata tradizione artistica e culturale. Le opere selezionate saranno in mostra ininterrottamente dal 3 al 17 marzo 2018 negli spazi espositivi delle Grotte Boldini, in Via Previati 18, e del Palazzo Sacrati Muzzarelli Crema, in Via Cairoli 13. Nel primo pomeriggio del 3 marzo, giorno stesso dell’inaugurazione, una Giuria altamente qualificata comunicherà i nomi degli artisti vincitori, individuati in ciascuna delle Sezioni – Pittura, Fotografia e Scultura – ai quali saranno consegnate le targhe di primo, secondo e terzo classificato.