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il “MISERERE” del Venerdì Santo – di Mario Setta

 

 

Il “MISERERE” del Venerdì Santo

di Mario Setta

Venerdì Santo, in Abruzzo e nelle regioni del Sud Italia, è la processione del Cristo morto. In ogni paese, in ogni frazione, tra luminarie e canti, passano le statue di Cristo e di Maria. E si canta, quasi dappertutto, il Miserere, parola latina che significa: “Perdonami, abbi pietà”. Un salmo, che fa parte del libro dei Salmi dell’Antico Testamento. È il numero 50. Ne è autore il re Davide, che implora perdono a Dio, per aver commesso una colpa gravissima. Si era, infatti, invaghito di una donna, Betsabea, moglie di Uria, hittita. L’aveva messa incinta, ma aveva cercato di sfuggire alle sue responsabilità, architettando l’artificio di far tornare dalla guerra il marito, perché giacesse con la moglie, addossandogli la responsabilità della gravidanza. Ma Uria, tornato, non entrerà in casa, nemmeno dopo che Davide ha disposto di farlo ubriacare. Non giacerà con Betsabea, col pensiero rivolto ai suoi commilitoni in battaglia. Di fronte al fallimento dello stratagemma, il re Davide ordina a Ioab, il comandante, di porre Uria in prima fila, nel combattimento. E mentre Uria muore sul campo di battaglia, Ioab manda un messaggero a Davide per dargli la notizia: “Anche il tuo servo Uria l’Hittita è morto”. Così Davide ha campo libero di prendersi in casa Betsabea.

Ma… un profeta, Nathan, lo affronta e lo accusa dell’azione criminosa, ricorrendo ad un apologo: “Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero… Il ricco aveva tutto, il povero aveva solo una pecorella piccina che egli aveva comprato e allevato…. Il ricco portò via la pecora del povero e lo mandò a morire”. Quando Davide, pieno di rabbia, chiede chi fosse quel ricco, Nathan risponde: “Tu sei quell’uomo! Tu hai colpito di spada Uria l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti”. E Davide risponde a Nathan: “Ho peccato contro il Signore!” Quel rimprovero e quello smascheramento inducono Davide a pentirsi e a scrivere il Miserere. Il bambino che la moglie di Uria aveva partorito si ammala e muore. Davide si unisce di nuovo con Betsabea e nasce Salomone. Una storia raccontata nella Bibbia, Antico Testamento, Secondo libro di Samuele, capitoli 11 e 12.

Se l’uomo è la storia, e se la storia è maestra di vita, questo episodio dovrebbe indurre a riflettere, a rendere conto davanti alla propria coscienza e davanti agli altri dei nostri comportamenti. Davide lo fece. Lo potrebbe fare, oggi, qualche altro “ricco” e “potente”? La cronaca, in questi ultimi giorni, a livello mondiale, diffonde il grido delle numerose donne violentate e stuprate da personaggi ricchi e potenti, evidenziando come la lezione di Nathan a Davide è stata e resta ignorata. Sembra che si sia aperto il vaso di Pandora delle violenze sessuali e dell’abuso di potere, con il caso di Harvey Weinstein e dei tanti registi cinematografici, accusati di molestie e stupri. Una vicenda brutale e disumana che non riesce a trovare una soluzione equa e dignitosa. Ma, lo dovrebbe comunque, in nome di una autentica dignità della persona umana. Purtroppo, l’idea del “Miserere”, del pentimento per le colpe commesse, resta un’idea. Non una prassi.

I riti religiosi, con i sentimenti di pace e di serenità che producono, dovrebbero promuovere uno spirito di conversione (metànoia) e avere funzione di promozione umana. Si racconta che il grande scrittore francese Paul Claudel, entrando nella cattedrale di Nȏtre Dame a Parigi, ascoltasse il canto del Magnificat, restandone turbato, interiormente sconvolto. Il grande sociologo della religione Emile Durkheim, nel libro “Le forme elementari della vita religiosa”, sostiene che i riti fanno unire la collettività, e spesso le normali regole vengono infrante, rafforzando il legame di solidarietà. I riti collegano il presente al passato, il singolo alla collettività. Un rito è efficace quando produce stati mentali collettivi derivanti dal fatto che un gruppo è coeso al suo interno e periodicamente si riafferma. Non esiste società che non voglia ogni tanto rinsaldare i sentimenti collettivi e rivisitarli in certi periodi.

Annabella Rossi, antropologa, nel famoso libro “Le feste dei poveri” cerca di raccontare, di fotografare il comportamento dei fedeli, più che analizzarli. Ma è solo attraverso l’analisi e la discussione che la festa assume valore formativo. In questo caso, la processione del Venerdì Santo diventa momento di aggregazione, elemento emotivo che accomuna cittadini di diverse concezioni socio-politiche e perfino religiose, per ritrovare il senso comune dell’essere uomini.

Ma è anche l’istituzione che è tenuta al “mea culpa”, per scarsa o nulla evangelizzazione. La Chiesa di oggi, con l’aria di rinnovamento che si respira, può guardare con speranza alle tradizioni del passato, traendone ispirazione, rinnovandole interiormente e proiettandole verso un futuro in grado di affermare i valori più autentici della persona umana. Dal rito tradizionale si può e si dovrebbe passare ad una visione al futuro del messaggio e del contenuto rituale. Una riflessione ed una predicazione che diventano annuncio (kerigma) e testimonianza di vita in grado di coinvolgere le coscienze verso la trascendenza.  

 

Il Miserere di Saverio Selecchy a Chieti, nella più antica processione del Venerdì Santo d’Abruzzo.

“LAMERICAAA! LAMERICAAA! 1916”, L’EMIGRAZIONE RACCONTATA AI RAGAZZI Il volume illustrato di Roberto Giuliani inaugura la Collana ControVento delle Edizioni Menabò

 

28 aprile 2018

LAMERICAAA! LAMERICAAA! 1916”, L’EMIGRAZIONE RACCONTATA AI RAGAZZI

Il volume illustrato di Roberto Rosati inaugura la Collana ControVento delle Edizioni Menabò

di Goffredo Palmerini

L’AQUILA – E’ uscito a fine dicembre 2017 il volume “Lamericaaa! L’Americaaa! 1916” di Roberto Giuliani, pubblicato da D’Abruzzo Edizioni Menabò, primo libro della Collana illustrata per ragazzi “ControVento”, ideato e realizzato dall’Associazione culturale “Tutti pazzi per Corvara”. “L’obiettivo principale dell’Associazione – ci dice Anna Pia Urbano, architetto, infaticabile animatrice e presidente del sodalizio è quello di tutelare e valorizzare l’identità storica, culturale, artistica, architettonica, archeologica, paesaggistica e ambientale del territorio di Corvara, piccolo borgo in provincia di Pescara. Abbiamo pensato anche alla memoria della comunità di Corvara, che tanti dei suoi abitanti ha visto partire per le terre d’emigrazione. Lo abbiamo fatto soprattutto con e per i giovani, realizzando per loro un concorso a premio per l’illustrazione, che avesse come tema una storia d’emigrazione. E’ stato un grande successo, più grande d’ogni lusinghiera aspettativa.”


Il progetto ControVento – Collana illustrata per ragazzi prevede infatti una raccolta di storie vere, romanzate, di personaggi storici e gente comune dall’esistenza sconvolta. Percorsi di vita “controvento” obbligati dalla miseria e dalla guerra, o imposti dalla volontà di prepotenti, o ispirati da libera scelta per rincorrere un futuro migliore. Migrazioni indotte o spontanee legate da una comune sofferenza, ma soprattutto dalla speranza. Tutti i racconti riportano, in appendice, una sezione tematica di approfondimento e sono illustrati da giovani disegnatori diversi, con lo scopo di differenziare e valorizzare i testi rendendoli unici, esaltando inoltre la narrazione con una diversa interpretazione artistica, pur mantenendo gli stessi aspetti editoriali.

L’idea originale prese avvio all’inizio dello scorso anno quando l’Associazione “Tutti pazzi per Corvara” bandì il Premio CORVARAbruzzo per l’Illustrazione, concorso nato per promuovere e divulgare il patrimonio della cultura dell’emigrazione abruzzese attraverso l’illustrazione rivolta ai ragazzi. L’iniziativa, organizzata dall’Associazione in collaborazione con la Scuola Internazionale di Comics di Pescara e altri partner culturali e istituzionali, ha riscontrato una grande partecipazione di giovani di talento, con lavori di notevole creatività e pregio grafico. La Giuria professionale, tra le proposte in concorso, scelse gli elaborati grafici di Simona Pasqua, vincitrice della prima edizione del Premio, le cui illustrazioni corredano appunto “Lamericaaa! L’Americaaa! 1916” di Roberto Giuliani, primo racconto della Collana ControVento.


L’eco del Premio è giunta perfino in Rai, che sul canale dedicato agli italiani nel mondo (Rai Italia) ha dedicato un’intervista all’arch. Anna Pia Urbano nel seguitissimo programma Community, condotto da Benedetta Rinaldi e Alessio Aversa, in una delle puntate trasmesse del 2017. Ma veniamo ora alla storia raccontata in questo primo volume. E’ ancora Anna Pia Urbano a parlarne: “A cento anni dalla fine dei tragici eventi della Grande Guerra (1915-1918), come annota Goffredo Palmerini nella Presentazione al volume, viene pubblicata la storia di un ragazzo sedicenne abruzzese, Antonio Rosati, nato a Torre de’ Passeri, che il padre nel 1916 costrinse ad emigrare a New York per sottrarlo al rischio di essere chiamato alle armi e inviato al fronte dove tanti suoi coetanei avrebbero perso la vita o sarebbero rimasti mutilati, come capitò airagazzi del ‘99dopo la tragica rotta di Caporetto dell’ottobre 1917. I racconti illustrati sono tutti contestualizzati nel territorio di Corvara, un piccolo comune della Provincia di Pescara di meno di trecento abitanti, oggetto del lavoro di valorizzazione portato avanti dalla nostra associazione attraverso molteplici iniziative,  ma le storie narrate, nascoste nelle pieghe della cosiddetta “storia minore”, potrebbero appartenere a qualsiasi altro paese delle aree interne dell’Abruzzo e hanno lo scopo di sensibilizzare le nuove generazioni verso alcune importanti tematiche attraverso l’illustrazione.

L’Associazione “Tutti pazzi per Corvara”, a tale scopo, appena dopo la pubblicazione del libro, ha promosso un progetto didattico legato al tema dell’emigrazione abruzzese, con l’obiettivo di svilupparlo con le scuole durante l’anno formativo. E’ di qualche giorno fa la notizia che la prima iniziativa è stata infatti realizzata, in collaborazione con Kiwanis Club Chieti Theate, con gli alunni della Scuola Secondaria di Primo Grado dell’Istituto Comprensivo 3 “Vincenzo Antonelli” di Chieti. Agli studenti che hanno partecipato all’incontro è stato illustrato, con l’apporto dei docenti, il contesto storico nel quale si colloca la vicenda narrata in “Lamericaaa! L’Americaaa! 1916”, sia riguardo la Grande Guerra che l’emigrazione italiana. A ciascuno studente, infine, è stata donata una copia del libro. A maggior chiarezza della storia raccontata e illustrata nel volume di Roberto Giuliani, e sul valore emblematico dell’iniziativa, qui di seguito si riporta il testo integrale della Presentazione che apre il volume.

Presentazione

 

C’è un grande buco nero nella Storia d’Italia. E’ l’epopea dell’emigrazione italiana, la storia dimenticata di quasi 30 milioni d’italiani andati verso ogni continente a partire dagli anni successivi all’Unità d’Italia. Oggi, con le generazioni seguite alla prima emigrazione, gli italiani all’estero sono diventati 80 milioni, come attestano le più attendibili stime. Di quest’altra Italia poco si conosce la storia, anche se negli anni più recenti si va pian piano illuminando con studi e ricerche, ma sopra tutto con libri e pubblicazioni d’interesse. E tuttavia il problema della conoscenza del fenomeno resta ancora ampiamente insoluto e tanto ancora c’è da fare perché la storia dell’emigrazione italiana entri pienamente nella grande Storia d’Italia con tutta la sua dimensione sociale, economica e culturale. Se da un lato possiamo oggi conoscere, attraverso l’abbondanza dei mezzi d’informazione che ci connettono con il pianeta, l’aspetto glorioso della nostra emigrazione – con i risultati e i successi che gli italiani nel mondo raccolgono grazie al loro ingegno, alla loro creatività, al loro stile di vita -, molto poco però si conosce l’aspetto doloroso della nostra emigrazione. Come e a quale costo, cioè, tali traguardi sono stati raggiunti. Quali sacrifici, quali pregiudizi, quali privazioni e quali sofferenze, materiali e morali, i nostri emigrati abbiano dovuto subire prima di poter riscattare la loro condizione, di guadagnarsi il rispetto e la stima che oggi possono vantare.

C’è, insomma, un dovere di verità e il tributo di riconoscenza che l’Italia deve a tutte le generazioni dei suoi figli emigrati. Finora lacunoso sul piano della conoscenza del fenomeno, spesso molto epidermica, c’è il dovere della verità storica che colmi quel buco nero. E per questo è necessario che ogni azione che assecondi e sostenga la ricerca storica sull’emigrazione italiana sia intrapresa. Come pure è necessario che la storia acquisita sull’epopea migratoria italiana entri nella Storia nazionale, nei programmi delle scuole di ogni ordine e grado, nelle nostre università. Perché, finalmente, l’Italia dentro i confini possa conoscere e riconoscere l’altra Italia, quella che con dignità e valore opera in ogni angolo del mondo, rendendo ovunque onore alla Patria delle proprie origini, del proprio sangue, delle proprie radici culturali.

La premessa era necessaria per inquadrare nel giusto contesto il valore di questa bella pubblicazione di Roberto Giuliani, appena l’incipit d’una storia di emigrazione, quella di Antonio Rosati, ragazzo sedicenne di Torre de’ Passeri, che il padre nel 1916 “costringe” ad emigrare a New York, anche per sottrarlo ad una prossima chiamata alle armi nella Grande Guerra, dove tanti suoi coetanei avrebbero perso la vita o sarebbero rimasti mutilati, come capitò ai “ragazzi del ‘99” inviati al fronte dopo la tragica rotta di Caporetto dell’ottobre 1917. Questo lavoro di Roberto Giuliani è il racconto, in punta di penna, del viaggio migratorio e delle emozioni d’un ragazzo abruzzese. Ma avrebbe potuto essere un ragazzo d’una qualunque altra regione d’Italia. E’ dunque una storia d’emigrazione emblematica. Come questa ce ne sarebbero a migliaia di storie, a milioni. Ma è necessario che dalla memoria orale, dalle testimonianze e dalle tracce documentali queste storie siano scritte e diventino memoria collettiva, storia comune, tessere significative del grande mosaico della Storia migratoria italiana.

Voglio infine annettere a questo libro tutto il valore che merita, grazie anche alle splendide illustrazioni che accompagnano la scrittura. Un lavoro importante, proprio per la forma intrigante che sa avvicinare le giovani generazioni, i ragazzi delle nostre scuole, a prendere confidenza storica con il fenomeno migratorio italiano che ha interessato così larga parte dei nostri progenitori. Un lavoro che può essere d’esempio e stimolo affinché l’argomento, entrando suo tramite nelle nostre scuole, magari solleciti il recupero di altre storie. Un grazie sentito va pertanto ad Anna Pia Urbano e all’Associazione “Tutti pazzi per Corvara”, cui si deve il merito, oltre alla valorizzazione del borgo di Corvara e delle sue tradizioni, d’aver avviato, con il primo concorso grafico, il racconto a fumetti di questa storia d’emigrazione. Un medium che certamente avvicinerà i giovani alla questione migratoria italiana, catalizzando quella curiosità necessaria ad approfondimenti più compiuti sulla Storia di tanta parte del popolo italiano che, ovunque nel mondo, ha continuato a coltivare l’orgoglio delle proprie radici.

Goffredo Palmerini

TETO D’APRILE – PORTANTINO A PORTOFINO

TETO D’APRILE – PORTANTINO A PORTOFINO

Artista

Teto D’Aprile

Titolo

Portantino a Portofino

Etichetta

Top Records

Edizioni

Dingo Music

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Portantino a Portofino è il nuovo singolo del cantautore Teto D’aprile.
Un brano che incuriosisce molto a partire dal Sound intrigante dove la ritmica che si distacca del tutto dal penultimo singolo di Teto dal nome Klaudia.
Un testo ricco di immagini e divertenti figure retoriche convogliano l’ascoltatore in una atmosfera molto “Positive vibes” dove si cela comunque una situazione di incomprensione tra un ragazzo e una ragazza.
Ciò nonostante la canzone riflette ancora una volta quello che è oggi la realtà, come reale è la consuetudine di emigrare dal sud al nord a causa della poca offerta lavorativa nel meridione per poi accettare un lavoro stagionale a Portofino. Ma l’ironia e il sarcasmo di Teto lasciano all’ascoltatore quella positività che sempre è ingrediente delle sue canzoni.

Molfetta: “Con un’ala sola – Le visite pastorali di don Tonino Bello alle comunità di molfettesi in Australia, Argentina, Venezuela e Usa”. L’intervento del prof. Francesco Lenoci alla presentazione del volume.

 

 

Con un’ala sola

di Francesco Lenoci

Docente Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

DON TONINO BELLO: MAESTRO E TESTIMONE

Il mio sogno è portare il Sorriso, il Coraggio e la Speranza a tutti coloro che incontro”. Che sogno meraviglioso quello di don Tonino Bello…difficilissimo da realizzare…ma che don Tonino è riuscito tante volte, durante la sua vita terrena, a tramutare in realtà. Come ha fatto? Come è potuta accadere una cosa simile?

Per rispondere a queste impegnative domande, mi avvalgo di un’osservazione da Papa Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Ebbene don Tonino Bello è stato sia testimone che maestro, derivando da ciò il suo immenso carisma.

Lui parlava benissimo e scriveva ancor meglio. Come ha ricordato al Alessano il 20 aprile 2013 il Cardinale Angelo Amato, le sue omelie, le sue lettere erano materia d’esame all’Università, per cercare di comprendere l’eccezionale efficacia dei suoi discorsi. Da dove attingeva tanta forza comunicativa? Dall’esempio che forniva e dalle opere che realizzava: è la risposta che mi hanno fornito centinaia di persone che l’anno conosciuto.

Don Tonino applicava il precetto di San Francesco d’Assisi: “Fratelli, predicate il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole”. Come ha recentemente ammonito Papa Francesco: “Non si può annunciare il Vangelo di Gesù, senza la testimonianza concreta della vita”. Don Tonino Bello era l’uomo carismatico che viveva quello che diceva e sapeva comunicarlo come solo un poeta è in grado di fare.


DON TONINO BELLO: POETA

Voglio pregarti, Signore,

perché la vita sia una festa,

una danza, una gioia.

Per riuscire a non sprecarla,

per viverla intensamente,

per perderla a favore degli altri,

per spezzarla a favore degli altri.

Voglio ringraziarti, Signore,

per il dono della vita.

Ho letto da qualche parte

che gli uomini hanno un’ala soltanto:

possono volare

solo rimanendo abbracciati.

A volte, nei momenti di confidenza,

oso pensare, Signore,

che tu abbia un’ala soltanto;

l’altra la tieni nascosta,

forse per farmi capire

che tu non vuoi volare senza di me.

Per questo mi hai dato la vita:

perché io fossi tuo compagno di volo.

Insegnami, allora, a librarmi con Te.

Perché vivere non è trascinare la vita,

non è strapparla, non è rosicchiarla,

vivere è abbandonarsi

come un gabbiano all’ebbrezza del vento.

Vivere è assaporare l’avventura della libertà.

Vivere è stendere l’ala, l’unica ala,

con la fiducia di chi sa

di avere nel volo un partner grande come Te.

Ma non basta saper volare con Te, Signore.

Tu mi hai dato il compito

di abbracciare anche il fratello

e aiutarlo a volare.

Ti chiedo perdono, perciò,

per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.

Non farmi più passare indifferente

vicino al fratello che è rimasto con l’ala,

l’unica ala inesorabilmente impigliata

nella rete della miseria e della solitudine

e si è ormai persuaso di non essere più degno

di volare con Te.

Soprattutto per questo fratello sfortunato,

soprattutto per questa sorella sfortunata,

dammi, o Signore, un’ala di riserva.

INNAMORATI DI MOLFETTA

Molfetta ha un posto nella mia mente e nel mio cuore! Per spiegarlo ricorro a Marco Tullio Cicerone: “Noi siamo commossi da quei luoghi che offrono il ricordo di coloro che amiamo o ammiriamo”. Nella biografia “Don Tonino Bello: un grande organizzatore della Speranza”, una delle 25 biografie di uomini e donne che hanno operato per l’accoglienza e l’inclusione selezionate dal Movimento di Volontariato Italiano per fornire esempi positivi nel 2011 (Anno Europeo del Volontariato e 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia), abbiamo riportato le frasi che don Tonino Bello pronunciò al suo arrivo a Molfetta.

Eccomi, cari fratelli. Nel giorno della presentazione di Maria al Tempio, mi presento anch’io a questo tempio umano, fatto di pietre vive, glorioso di tradizioni di fede e di impegno, carico di storia e di cultura. Accoglietemi come fratello e amico, oltre che come Padre e Pastore. Liberatemi da tutto ciò che può ingombrare la mia povertà. Di mio non ho molte cose da darvi. Però nella mia valigia ho due cose buone. La prima me l’ha messa il Signore ed è la sua Parola, perché la dispensi lungo la strada a voi, miei nuovi compagni di viaggio, in modo che cambi il vostro povero cuore e affretti la cadenza dei vostri passi. E poi c’è un’altra cosa. Ed è la tenerezza, la sofferenza, la fede, l’amore, la speranza indistruttibile della mia piccola stupenda Chiesa d’origine e delle mie indimenticabili comunità di Alessano, Ugento e Tricase”. (Cfr. Francesco Lenoci, Carlo de Ruvo, Antonio Cecere, “don Tonino Bello: un grande organizzatore della Speranza”, in per l’Italia. 150 anni di cittadinanze attive, Esedra editrice, 2011, pag. 437).


Io sono arrivato qui questa sera dal
Salento, la terra che ha dato i natali a don Tonino Bello. Dal Salento, e precisamente da Giurdignano, ho portato un pane bellissimo, adornato dai simboli di San Giuseppe, di Maria e di Gesù, vale a dire della Santa Famiglia. Quel pane don Pinuccio Magarelli l’ha deposto sull’altare di questa chiesa, che fu benedetta da don Tonino Bello nel 1984.

Questa chiesa, per il combinarsi delle combinazioni che ha portato a spostare la sede del Convegno originariamente individuata nell’Anfiteatro “don Tonino Bello”, è la chiesa della Santa Famiglia di Molfetta. Ebbene, questa sera il pane salentino della Santa Famiglia impreziosisce l’altare della chiesa di Molfetta della Santa Famiglia…e lo impreziosisce insieme alla croce di don Tonino Bello collocata su una base fatta di legno d’ulivo salentino.

Per il combinarsi delle combinazioni ho appreso da don Pinuccio Magarelli che il periodo quaresimale è contraddistinto in questa parrocchia dal cammino spirituale verso la Pasqua, terra di Speranza, insieme ad uno straordinario compagno di viaggio che risponde al nome di don Tonino Bello. Ma il combinarsi delle combinazioni non si esaurisce qui: come mi ha rivelato don Pinuccio, il Cireneo della Gioia raffigurato nella meravigliosa Via Crucis di questa chiesa di Molfetta ha il volto di don Tonino Bello.


Avvertendo nella mia mente, nel mio cuore e nella mia anima che don Tonino Bello non può essere estraneo a questo combinarsi delle combinazioni, mi permetto di far ricordare a voi che l’avete conosciuto che don Tonino Bello era innamorato di
Molfetta: lo rivela in un suo straordinario dialogo con un Santo: Papa Giovanni Paolo II in occasione della visita ad limina del 1986.

Molfetta è sul mare?

Si, Pietro, è sul mare. Un mare più grande di quello di Galilea.

E qual è l’attività principale degli abitanti?

Pescatori, Pietro. Pescatori come te. E viaggiatori infaticabili su tutte le strade del mondo. Come te, come Paolo, come Filippo, come Tommaso.

Amano il Signore Gesù?

Come te, Pietro. Lo amano da morire. Ma lo tradiscono, anche. Come te … anzi, più di te.

La mano del Pescatore cercava Molfetta su una carta geografica, e quando il dito si è finalmente arrestato, Pietro ha fissato i suoi occhi profondi nei miei. Allora ho riconosciuto Karol Wojtyla e, insieme alla forza del suo sguardo, ho sperimentato il senso delle parole di Gesù: “Pietro, conferma i tuoi fratelli”.

Mi ha chiesto se in diocesi ci sono molti poveri. Se le mie città sono violente. Se la speranza vi è di casa. Se la fiducia convive con i giovani. Se la fede del popolo è inquinata. Se i sacerdoti sono generosi fino alla follia. Se i laici vivono con autenticità i valori del Vangelo.

Non ricordo che cosa gli ho risposto. Forse mi sono espresso con impacciata forzatura, così come un uomo innamorato può parlare della sua donna.

Mi ha chiesto della cattedrale di Ruvo. Ha voluto sapere se quelli di Terlizzi si chiamano terlizzani o terlizzesi. Mi ha domandato dell’etimologia di Giovinazzo. Mi ha incaricato di dare un saluto alle Suore e al Seminario Regionale, e di portare la sua benedizione agli ammalati.

Dieci minuti, veloci come dieci secondi, in cui si sono come “densificate” le emozioni di tutta una vita. Arrivederci Pietro. Quando mi hai abbracciato con la tenerezza di una fraternità antica, mi sono accorto che le tue spalle si sono incurvate sotto il peso del mondo.

Per questo, da oggi, ti voglio più bene”.

Molfetta, la città che, insieme alle città della diocesi, ha ricevuto in dono don Tonino Bello, vivendo con la sua presenza un’autentica primavera di umanità, prima che spirituale. A Molfetta, tanti di voi possono testimoniarlo, frequentava tutti…con la consapevolezza che dagli altri (dai poveri, dai barbieri, dalle casalinghe, dai bambini, dagli studenti, dagli operai, dai marittimi…) avrebbe ricevuto più di quanto lui sarebbe stato capace di offrire.


VISITE PASTORALI

E, se i Molfettesi non stavano più a Molfetta, come faceva ad incontrarli? Semplice, si faceva organizzare un viaggio in Australia, Stati Uniti, Argentina e Venezuela da don Giuseppe de Candia. Le premesse alle visite pastorali sono da brivido.

Verrò da povero a poveri. Senza apparati, senza clamore, con tanta fraterna solidarietà. Verrò a portarvi solo un segno d’amore della vostra Chiesa d’origine, ma anche l’assicurazione che nei Molfettesi sta crescendo la coscienza di quanto grande sia divenuto il loro prestigio nel mondo proprio grazie al vostro impegno umano e sociale. Ma verrò, soprattutto, a prendere. A prendere un frammento dei valori nei quali voi continuate a credere e che da noi forse si stanno malinconicamente logorando: 

  • la speranza, 

  • la centralità dell’uomo, 

  • la pace che nasce dalla giustizia,

  • la solidarietà con i poveri e i sofferenti, 

  • una diversa qualità della vita.

VISITA PASTORALE IN AUSTRALIA

A Fremantle don Tonino visita le famiglie. Le famiglie sono numerose e per l’occasione della visita del Vescovo si riuniscono nella casa della madre (“scimme abbascie a mammà”). (Cfr. pag. 22). A Fremantle il 23 ottobre 1983 è Pasqua. St. Patrick è gremita. Al momento dello scambio della pace, don Tonino scende dall’altare e abbraccia il console, e abbraccia il sindaco, che pur non è cattolico. Non potendo dare la mano a tutti, prende in braccio un bimbo e lo solleva, provocando un battimani che fa tremare la chiesa. (Cfr. pag. 24)

Il messaggio di don Tonino è meraviglioso. “Un grazie profondo per l’ospitalità…Vi abbiamo visti fiduciosi, impegnati nel lavoro, circondati dalla stima di tutti, protesi per costruire… Il Vangelo vale più del dollaro… L’amore vale più della macchina… Il dialogo vale più del tornaconto…La religione vale più del mercato…Sappiate arricchire l’Australia con i grandi valori della vostra civiltà italiana, più di quanto l’Australia non arricchisca voi dei suoi beni materiali. …La benedizione di Dio scenda sulle vostre case, sul vostro mare, sui vostri progetti e sulle vostre speranze…La Madonna dei Martiri, vostra dolcissima compagna di viaggio, conforti questa città e protegga i vostri figli…Vi abbracciamo a uno a uno. (Cfr. pag. 26)

VISITA PASTORALE IN ARGENTINA

A En el nombre una domenica don Tonino concelebra la Messa. Allo scambio della pace tutti i bambini presenti salgono all’altare per un besito di pace. A messa finita, i bambini attendono all’uscita i concelebranti, e li salutano: feliz domingo, buenos dias, un otro besito por favor. (Cfr. pag. 33)

A Bariloche don Tonino rivisita i barrios dei poveri.

A Buenos Aires nella Chiesa di San Giovanni Evangelista don Tonino celebra la Messa. Il tema che tratta don Tonino è “Maria donna della speranza”. “Speranza significa che la storia non è finita, significa che l’avventura non si è chiusa, significa che la vita non è alla fine, significa che il Signore rinnoverà le cose”. (Cfr. pag. 42)

A La Boca don Tonino e don Giuseppe de Candia bussano alla porta di Mauro Pisani. Apre loro la moglie che dice: “Mio marito ha 87 anni, era marinaio, è malato di arteriosclerosi, non capisce più nulla”. Don Tonino si avvicina al malato, gli prende la mano, gli dice una parola di conforto, ma il malato non reagisce. E allora don Tonino dice a don Giuseppe de Candia “Parlagli in dialetto”. “Mauro, come scimm?”. Mauro spalanca gli occhi e gli risponde “Scimm bboun”. Don Giuseppe gli porge un’immagine della Madonna dei Martiri. Mauro la bacia esclamando “E’ la Medonne noste, grazie, grazie”. (Cfr. pag. 45)

Il giorno della festa della Comunità Molfettese della Boca don Tonino dice: “Sono stato portato su questa pedana: vi chiedo perdono di stare qui, al di sopra di voi. Quando siamo andati sul rimorchiatore e ho visto che persino la Madonna prendeva il largo, mi sono sentito il cuore gonfio di tristezza. Ma la Madonna non se ne va. La Madonna dei Martiri è tornata per rimanere con voi e per consolare i vostri giorni e la vostra vita. Coraggio. Trovate questo coraggio. Trovatelo nel Signore. Trovatelo nella parola di Dio. Trovatelo nella solidarietà al vostro interno, prendendo una coscienza più forte della vostra dignità.

Stringetevi insieme, datevi la mano e vogliate bene a coloro che stano peggio di voi. La salvezza viene da qui, dalla periferia. Ricordatevi che le cose grandi Dio le ha fatte fuori della città: è nato fuori della città, è morto fuori della città. Dio vi ricolmi il cuore di una grande speranza, perché resta poco della notte”. (Cfr. pag. 52)

VISITA PASTORALE IN VENEZUELA

A Caracas presso la Missione Cattolica. Durante la celebrazione della messa. “Come siamo contenti di trovarci, non attorno alla figura del Vescovo, ma attorno a Gesù Cristo, che è presente in mezzo a noi. Gesù non è un fantasma imprendibile. Gesù lo possiamo afferrare con le mani. Gesù è venuto a darci un po’ di luce, a darci un po’ di speranza, a darci un po’ di coraggio.

Ci perdona tutti i peccati, che sono tanti: pensieri sbagliati, parole fuori posto, desideri perversi. Tutti insieme diciamo: Gesù ti chiediamo perdono, perché ti vogliamo bene. Lo sai che in fondo al cuore abbiamo te, Il tuo nome non è scritto sulla sabbia. Il tuo nome è scritto sul marmo, sulla pietra, perché ti vogliamo bene. Perdonaci, Signore, di tutti i peccati”. (Cfr. pag. 94).


VISITA PASTORALE NEGLI STATI UNITI

Nella Comunità americana rimane vivo e vivace il fruscio dell’ala di don Tonino Bello, ala che ha abbracciato tanti molfettesi nella grande metropoli (Cfr. pag. 127). Quell’ala ha accarezzato con affetto fraterno don Giuseppe de Candia.


Ho letto il libro di don Giuseppe de Candia lunedì 26 febbraio tutto d’un fiato: mi ha fatto emozionare, mi ha fatto commuovere. Ho sentito il bisogno di comunicarlo subito ad
Angela Amato: le ho inviato un messaggio. Mi ha risposto: “Ciao, Francesco. Riferirò a don Giuseppe le tue parole. Ti confesso che anche a me ha dato tanta emozione”.


Concludo.

Cammina con la certezza che Maria ti tiene per mano” è la meravigliosa dedica che don Tonino Bello era solito scrivere negli ultimi giorni prima del suo ultimo colpo d’ala in direzione del cielo.

Tenetevi forte.

Voglio, desidero, anelo…estendere tale dedica a tutti voi. “Camminate con la certezza che Maria vi tiene per mano”.


Posso farlo? Certo che si, perché ho scritto dappertutto qual è la missione di don Tonino: “Amare e servire tutti, dovunque e sempre”; qual è il sogno di don Tonino: “Il mio Sogno è portare il Sorriso, il Coraggio e la Speranza a tutti coloro che incontro”.

Quando…Adesso…Come ci ha insegnato don Tonino Bello.

Non abbiate paura

di riscaldarvi adesso,

di innamorarvi adesso,

di incantarvi adesso,

di essere stupiti adesso,

di entusiasmarvi adesso,

di guardare troppo in alto adesso,

di sognare adesso.

Non fate mai, mai…mai riduzioni sui sogni.

Se è cosi, già fin d’ora, Buona Pasqua.

NOTA

Questo l’intervento del prof. Francesco Lenoci, il 18 marzo scorso a Molfetta, presentando il volume “Con un’ala solaLe visite pastorali di don Tonino Bello alle comunità di molfettesi in Australia, Argentina, Venezuela e Usa” di don Giuseppe de Candia (ed. Associazione Molfettesi nel mondo).

I SOLISTI AQUILANI E ANNA TIFU all’Auditorium del Parco

COMUNICATO STAMPA

I Solisti Aquilani e Anna Tifu, l’enfant prodige diventata straordinaria violinista glamour

Concerto da non perdere quello che I Solisti Aquilani propongono il 26 marzo all’Auditorium del Parco, ore 18.00. Ospite della rassegna “Musica per la città” sarà Anna Tifu, considerata una delle migliori interpreti della sua generazione.
Nata a Cagliari, figlia d’arte (suo padre è stato primo violino della Filarmonica di Bucarest), dieci anni di studio con Salvatore Accardo, per Anna Tifu la grande occasione è arrivata nel 2007 con la vittoria al prestigioso Concorso “George Enescu” di Bucarest. Oggi è probabilmente la violinista italiana più conosciuta nel mondo. Ha già collaborato con direttori del calibro di Gustavo Dudamel e Diego Matheuz che al pari di lei rappresentano il volto nuovo della musica classica.
“Già a quattro anni ascoltavo mio padre suonare il Concerto di Ciajkovskij e volevo suonarlo anch’io — racconta — Gli studi sono iniziati due anni dopo, poi ho vinto il mio primo concorso a Vittorio Veneto ed ho cominciato a studiare con Salvatore Accardo, prima a Roma privatamente, poi all’Accademia Stauffer di Cremona. Da lui ho imparato anche ad affrontare il pubblico e a gestire l’ansia da palcoscenico”.

Gli impegni più prestigiosi recenti e futuri includono concerti al George Enescu Festival di Bucharest con l’Orchestra RAI di Torino e Juraj Valcuha, tournée in Russia, sempre con l’Orchestra RAI, concerto con Gustavo Dudamel e la Simòn Bòlivar Orchestra del Venezuela, inaugurazione della Stagione a Genova, Teatro Carlo Felice dove, per l’occasione, si è esibita con il famoso violino Guarneri del Gesù detto “IL CANNONE” appartenuto a Niccolò Paganini, inaugurazione a Venezia, Teatro La Fenice con Diego Matheuz, concerto inaugurale della Stagione Fondazione Società dei Concerti di Milano dove è regolarmente invitata, inaugurazione della Stagione a Verona per gli Amici della Musica, concerto allo Stradivari Festival di Cremona, dove si è esibita in uno spettacolo insieme all’Etoile Carla Fracci, concerti all’Auditorium Parco della Musica di Roma insieme a Yuri Temirkanov e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia e l’inaugurazione della Stagione a Parigi, con l’Orchestra Filarmonica di Radio France, diretta da Mikko Franck.
Recente è il suo debutto per la casa discografica Warner Classics.


Anna Tifu è stata testimonial della campagna pubblicitaria 2011 di Alitalia assieme a Riccardo Muti, Giuseppe Tornatore ed Eleonora Abbagnato.
Suona il violino Antonio Stradivari “Marèchal Berthier” 1716 ex Napoleone della Fondazione Canale di Milano.
Insieme ai Solisti Aquilani eseguirà la Ciaccona di T. Vitale, il Concerto in re min. BWV 1043 per due violini, archi e b.c.di J.S.Bach (con Daniele Orlando, spalla del Complesso), la Carmen Fantasy di P. De Sarasate, il Notturno op. 70 di G. Martucci e l’ Adagio dal Quintetto in fa magg. (trascr. per orchestra d’archi) di A. Bruckner.

INGRESSO: intero 12.00 euro – ridotto 8.00 euro.

Biglietti in vendita nella sede dell’Associazione in Viale A. De Gasperi, 47 – L’Aquila

Bruxelles: a La Monnaie una “Cavalleria rusticana” di corale toccante grandezza

 

Bruxelles, a La Monnaie una Cavalleria Rusticana / Pagliacci di corale toccante grandezza

“Hanno ammazzato compare Turiddu” è il grido che sempre conclude la “Cavalleria rusticana”; ma è come arrivare a questo grido che fa la differenza. La messa in scena che abbiamo visto a La Monnaie di Bruxelles segna a nostro avviso una pietra miliare su questo come. Mettere in scena un’opera verista non è semplicissimo, e Cavalleria rusticana, come l’ormai consolidato pendant “I pagliacci” sono una sfida non da poco. Nell’immaginario collettivo degli appassionati d’opera Cavalleria e Pagliacci sono una coppia di fatto, ma la regia de la Monnaie ci fa capire quanto siano legate facendo comparire nell’una personaggi dell’altra opera, creando così una idea di contemporaneità e di collegamento fra le due vicende: è una idea bella, che ci aiuta nella comprensione: del resto l’atmosfera, il paesino siciliano, il contesto sociale, le forti passioni sono le stesse; non a caso Pagliacci è nato come complemento di Cavalleria Rusticana quando, passato l’entusiasmo iniziale, si capì che un’ora e un quarto d’opera non erano sufficienti perché lo spettatore pagasse il biglietto. Semplice, misurata, leggibilissima, ricca oltre ogni limite questa messa in scena non fa perdere un grammo della dirompente potenza sentimentale ed emozionale delle due opere. Evelino Pidò il direttore d’orchestra, e Damiano Michieletto, regista, coadiuvati da Paolo Fantini, scenografo e da Carla Teti, costumista, hanno messo in atto una macchina perfetta, senza una sbavatura; un almalgama vellutato che incanta e che sembra frutto di una sola mano e in cui i cantanti e il coro si muovono come attori consumati, con una voce che segue le melodie della direzione musicale e che nello stesso tempo è parte credibile di una recitazione: magia del teatro, rendere credibile un’azione dove i soggetti invece di parlare cantano!

Un risultato corale straordinario: anche nella messa in scena odierna la coralità verista va a segno.

Altri meglio di me hanno lodato il talento del direttore musicale, che ha lavorato sull’edizione più vicina a quella voluta dallo stesso Mascagni, e ha saputo rendere al massimo quell’arco drammatico che senza interruzione dall’ouverture ci porta al gesto finale del declamato “hanno ammazzato compare Turiddu”. La regia ha saputo tradurre in movimenti l’arco drammatico musicale, e ci ha fatto vedere attraverso la recitazione e il movimento quello che ci raccontava la musica, come i segni lasciati dal sismografo che traducono in rapporto grafico le oscillazioni della terra. La Monnaie a mio parere ha disegnato un modello di come si mette in scena il quasi-dittico Cavalleria rusticana / Pagliacci, sgomberando il campo da modernismi/sperimentalismi egoici o da, mi si perdoni l’orrendo termine, ‘crudismi’, ossia rappresentazioni di un reale disseccato e arido, privato della sua componente spirituale.

La Monnaie ci ha regalato una Sicilia molto vicina a noi e molto lontana, un po’ oggi e un po’ medioevo, come nella realtà è, con una attualizzazione che rende il tutto molto più vicino a noi ma lo lascia avvolto in una patina di passato che non lo allontana troppo dal tempo di Mascagni e di Leoncavallo; e qui ha lavorato la bravura della costumista, con abiti/ miracolo moderni ma senza tempo; vedere arrivare Alfio /Dimitri Platanias in una Giulietta rossastra per me siciliano è stato un colpo al cuore: io quel tipo Alfio lo ricordo nella mia adolescenza e realmente aveva la Giulietta e realmente indossava quel vestito, metallizzato come la sua Giuletta! me lo ricordo con la sua arroganza, la sua ignoranza, la sua supponenza del soldo, la sua volgare esibizione dei doni portati ai parenti poveri e la sua morale immorale di tracotante carrettiere che gli fa ergere a Destino la sua misera personale giustizia.

Perfetto il Turiddu creato dalla regia (Teodor Ilincai/Leonardo Caimi), che fa percepire allo spettatore i danni creati dall’eccesso di testosterone prodotto per causa e colpa del fascino irresistibile di Lola/Josè Maria Lo Monaco: gli spettatori hanno percepito perché gli ormoni di Turiddu si sono smossi facendogli perdere la bussola: sensuale, calda, sinuosa, quel “fior di giaggiolo” ci ha sedotti e catturati, tutti avremmo voluto essere Turiddu. Abbiamo apprezzato la Santuzza/Alex Penda ma adorato la Santuzza/Eva Maria Westbroek: potenza di voce e timidezza di corpo, ha saputo rendere magnificamente il disagio della inadeguatezza nel confronto con la prorompenza di Lola; ci ha commosso Lucia, vera madre siciliana (Elena Zilio, che è di Bolzano!) che ci ha saputo far vedere, teatro nel teatro, l’attesa del dramma visto dagli occhi della madre, con le sue domande che scrutano le mezze risposte, con l’angoscia di chi pre-sente ma nulla può fare per modificare il corso di un destino che spazza le vite con la forza di un fiume in piena.

Anche in Pagliacci canto e recitazione sono un tutt’uno; Leoncavallo è un grande, ma non all’altezza di Mascagni: c’è una ‘nervosità in Pagliacci, una sorta di ‘non finito’ musicale che crea nello spettatore/ascoltatore una sensazione di sofferenza che forse però aiuta la percezione del dramma passionale in atto. In Pagliacci troviamo un formidabile episodio di teatro nel teatro che il regista ha messo in scena dandogli una potenza indimenticabile; e qui risaltano il perfido zoppo Tonio / Scott Hendricks e lo stravolto dalla passione Canio/Carlo Ventre ma incanta Nedda/Aihoa Arteta, eroica nel suo tacere fino all’ultimo il nome dell’amato per proteggerlo dalla furia omicida di Canio; ma oltre ogni cosa ci ha incantato il coro, vero protagonista dell’opera: è il coro che ha sostenuto e appoggiato, passo dopo passo, l’arco drammatico dell’opera e che ha reso concreta e tangibile la coralità verghiana; prosit al nostro grande Martino Faggiani, che tiene alta la bandiera del talento musicale italiano.

Giovanni Chiaramonte

L’Eden ritrovato, mostra personale di Carla Castaldo

 

A PALAZZO VENEZIA, via Benedetto Croce n. 19 Napoli, nella suggestiva Sala delle Carrozze

L’Eden ritrovato, mostra personale di Carla Castaldo

Inaugurazione: venerdì 23 marzo 2018 ore 17.30

Intervengono: Esther Basile (filosofa- Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) e Lucia Stefanelli Cervelli (scrittrice e saggista); videoriprese di Maria Rosaria Rubulotta (medico radiologo)

Orari di visita: tutti i giorni 10.00-13.30 e 15.30-19.00

Da venerdì 23 a mercoledì 28 marzo 2018 torna a Napoli Carla Castaldo che affida alle sue opere il proprio messaggio di pace, uguaglianza e condivisione, convinta del ruolo che può avere l’arte come linguaggio universale.

L’artista, che ha esposto nelle più importanti città italiane – da Venezia a Bologna, Spoleto, Roma, Milano, Palermo, Mantova, Torino, Firenze, Santa Maria Capua Vetere –, e nelle principali città di tutto il mondo – da New York a Dubai, Baden Baden, Londra, Berlino, Bruges, Parigi, Montecarlo – si è imposta all’attenzione di critici di tutta Europa, ricevendo nel 2017 tre premi internazionali: il Premio alla Carriera (Vittorio Sgarbi, direttore artistico), la Menzione Speciale della Critica (Paolo Levi, direttore artistico) e il Premio Internazionale Paolo Levi.

La mostra, dal titolo L’Eden ritrovato, riunisce un corpus di opere molto diverse per tecniche e materiali: si passa, cioè, dai dipinti a terzo fuoco su piastre di porcellana (antica tecnica di difficile esecuzione e quasi del tutto sconosciuta) ai bassorilievi in terracotta foggiata a mano, dai dipinti su legno con foglia d’oro ai bassorilievi e ai gioielli in lamina d’ottone lavorata a mano, dall’oggettistica in porcellana e in terracotta smaltata ai foulard in seta riproducenti alcune sue opere.

Carla Castaldo, definita dai critici “artista del trascendente”, conduce per mano lo spettatore in mondi senza tempo, fantastici e surreali, dove i colori luccicanti unitamente all’oro e al platino creano “immagini stranamente vivide e attraenti in un rapido susseguirsi”.

Come scrive Paolo Levi, nella monografia Le fantasmagorie simboliche di Carla Castaldo, “l’artista esprime una religiosità primigenia, per la quale ogni giorno rappresenta il Primo della Creazione e ogni lavoro, una preghiera. L’Immanenza di ogni contesto ispirativo diviene quindi, grazie al tocco magico che appartiene alle sue mani, l’espressione della Trascendenza.

Sono i suoi lavori… microcosmi, frammenti del suo universo interiore. Sono meditazioni su un tempo fuori dalla storia umana, ma dentro quello dell’anima di un’artista devota all’Alto. Ogni ricerca di Carla Castaldo non ne identifica il Volto né il Nome Benedetto, ma procede nella ri-Conoscenza…

La robustezza segnica, la stesura del colore, l’ispirazione lirica delle sue opere, ci rivelano un’artista sensibile e attenta, che nel panorama artistico italiano risulta essere un autentico talento, dallo stile altamente riconoscibile e originale”.

DANIELA LOMBARDI PRESS OFFICE

A.S.D. ATLETICA L’AQUILA

 

 

 

A.S.D. ATLETICA L’AQUILA

Ai servizi d’informazione

Atletica L’Aquila – Primavera dell’Atletica

Giovedì un convegno con l’Università sull’ attività sportiva giovanile e sulla disabilità

L’AQUILA – Giovedì 22 marzo inizia la Primavera dell’Atletica, manifestazione organizzata dall’Atletica L’Aquila in collaborazione con la Proloco di Coppito, l’Ufficio Scolastico Regionale Abruzzo, l’Università degli Studi dell’Aquila Dip. SCAB, la FISDIR (Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo e Relazionali), la FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera), il Comitato Regionale CIP (Comitato Italiano Paralimpico) Abruzzo e il CONI (Comitato Regionale Abruzzo – L’Aquila). A dare inizio all’evento, giovedì 22 marzo alle ore 17, sarà il convegno “Giovani atleti, lunghe strade – Fare sport nel rispetto delle tappe evolutive dei giovani atleti”, che si svolgerà presso l’Università degli Studi dell’Aquila – Dipartimento di Scienze Umane, nell’Aula magna in Viale Nizza 14.

Il convegno, in convenzione con l’Università dell’Aquila, Dip. Scienze Cliniche Applicate e Biotecnologiche – Corso di laurea in Scienze Motorie, prevede il riconoscimento per gli studenti di 1 cfu, mentre per i tecnici FIDAL di 0,5 cfu. A tutti i partecipanti verrà rilasciato attestato di partecipazione. Interverranno il prof. Claudio Mazzaufo (Dip. SCAB, Corso di laurea in Scienze Motorie), coordinatore settore salti FIDAL nazionale, sul tema “Lo sviluppo del giovane atleta; una strada irta di insidie”. A seguire il prof. Roberto Bonomi, allenatore specialista nazionale di atletica leggera, settore velocità ed ostacoli, con “Conoscere, motivare, crescere: presupposti per un’atletica d’élite”. Chiuderà gli interventi la prof. Maria Giulia Vinciguerra, presidente CAD – corso di studio in Scienze Motorie, sul tema “Il valore formativo dell’attività motoria e sportiva nella disabilità”.

Dalla sua nascita il convegno ha affrontato tematiche diverse, che riguardano l’utilizzo della forza nei giovani, gli aspetti motivazionali, i rapporti genitore-istruttore-atleta, l’alimentazione, e non è mai mancata l’attenzione sull’attività motoria per i ragazzi diversamente abili, dove lo sport diventa il veicolo e il volano della disabilità con i Giochi Paralimpici, che utilizzano il linguaggio dell’abilità e non della disabilità. Grazie all’impegno della prof. Vinciguerra, dal 2015 il convegno si svolge in collaborazione con il corso di laurea in Scienze Motorie.

Sabato 24 marzo, presso il Parco di Murata Gigotti, si cimenteranno nella corsa campestre gli studenti delle Scuole prime, seconde e terze Medie dell’Aquila e del comprensorio e gli studenti diversamente abili. Sette le Scuole Medie partecipanti: l’Istituto comprensivo Mazzini-Patini dell’Aquila, la Scuola Media Carducci e la Scuola Media Dante Alighieri dell’Aquila e di Paganica, l’Istituto comprensivo Don Milani di Pizzoli, la Scuola Media Barbara Micarelli dell’Aquila. Si svolgerà anche una Staffetta 4×100 in erba, per studenti diversamente abili e loro partner. Domenica 25 marzo, sempre al Parco di Murata Gigotti, sarà la volta dei bambini fino a 10 anni con la 5^ Corsa della Murata “Il ragazzo più veloce del Parco”, aperta a tutti bambini in età di scuola elementare e materna nati fino all’anno 2008. Per informazioni sulla Primavera dell’Atletica, consultare il sito www.atleticalaquila.com.

Articolo di riflessione politica

 

 

PER UNA DEMOCRAZIA DEI VALORI

Una riflessione sempre…attuale

 

di Giuseppe Lalli

L’AQUILA – In uno scritto del 1986 l’allora cardinale Joseph Ratzinger, alla domanda “Che cosa minaccia oggi la democrazia?” rispondeva, con profetica lucidità: “C’è innanzitutto la incapacità di fare amicizia con l’imperfezione delle cose umane: il desiderio di assoluto nella storia è il nemico del bene che è nella storia”. Il professor Ratzinger intendeva mettere in guardia rispetto alla tendenza a quell’utopia secondo la quale il passato sarebbe da considerare “una storia di non libertà […] e che finalmente ora, o tra poco, si potrà o si dovrà costituire la società giusta”. Voleva altresì ricordare che “né la fede né la ragione sono in grado di prometterci un mondo perfetto”.

Da queste premesse consegue che il futuro della democrazia pluralistica che abbiamo conosciuto nel mondo che chiamiamo “occidentale” e l’esito dell’impegno finalizzato alla promozione umana e sociale, molto dipenderanno da una coraggiosa riappropriazione dell’idea di imperfezione delle cose umane, e dal non considerare acquisiti una volta per tutte i valori di libertà e giustizia che sono alla base della democrazia liberale. Per il futuro occorrerà giudicare la moralità dei programmi politici alla luce di queste verità, che una visione disincantata della storia ci mostra.

Ad uno sguardo non superficiale non può sfuggire che i pericoli testè denunciati non si scongiurano semplicemente agendo sul terreno della politica in senso stretto. Molto dipenderà da qualcosa che viene prima della politica, la quale recepisce ciò che “sguazza” nella società. E’ illusorio e fondamentalmente irrazionale pensare che le patologie sociali che si manifestano nella politica si curino con la sola politica. E’ sul terreno culturale, cioè dei valori morali, che bisogna lavorare a fabbricare la medicina. C’è bisogno che la politica recuperi una piena coscienza di valori e di limiti, altrimenti, in questo nostro villaggio globale, la democrazia pluralistica, che non è da considerare un traguardo acquisito una volta per tutte, rischierà di apparire una scatola vuota, pronta ad essere sacrificata sull’altare della competitività economica.

La democrazia liberale è il miglior sistema di rappresentanza politica, ma necessita perennemente di un supplemento d’anima, che non sempre c’è. Siamo tutti ogni giorno sballottati tra un sentimento e l’altro, tra una mezza informazione e una disinformazione, a tutti i livelli. Ci appare estremamente arduo distinguere il grano dal loglio: la cattiva informazione si diffonde a macchia l’olio, e la buona politica, anche quando c’è, pare non godere di buona stampa. Le cronache recenti della politica, italiana e non solo, ci disegnano un quadro in cui le esigenze della propaganda sembrano prevalere sul bisogno di un sano realismo, e quelle della demagogia su quelle di una educazione civica e di una pedagogia di fondo che sempre dovrebbero presiedere al gioco democratico.

La prima cosa da fare, da parte di ogni persona di buona volontà, è quella di adottare un atteggiamento che equivale anche ad una misura di igiene mentale: attuare una continua opera di discernimento, giudicare i protagonisti della scena pubblica e i fatti di rilevanza politica e sociale per come sono realmente e per gli effetti ragionevolmente prevedibili sulla base di una coscienza formata ed informata, combattendo la tendenza a giudicare “per partito preso”. La seconda cosa consiste nell’impegno a porre in essere delle buone regole d’ingaggio e di condotta, dei meccanismi interni ai partiti e alle istituzioni pubbliche e private – non esclusi i mezzi di comunicazione di massa – che possano fungere da camera di decompressione delle passioni, e che facilitino il riconoscimento di meriti, competenze e credibilità degli attori politici. Bisognerà poi pensare ad integrare la rappresentanza politica con istanze sociali immediatamente riconoscibili, secondo metodi e forme tutte da studiare.

Alla luce della lezione del presente, c’è poi da avere coscienza del fatto che, quale che sarà la direzione che i governanti sceglieranno volta per volta nel “guidare la macchina”, sia cioè che si sceglierà la via neo-liberista, sia che ci si orienterà verso la neo-socialdemocrazia, sempre si dovranno adottare adeguate misure di protezione sociale per tutti quei cittadini che la vita o la contingenza economica avrà svantaggiato. Compiti, questi indicati, di non facile realizzazione. Bisogna tuttavia provarci. Non è sufficiente invocare organismi sovranazionali, che rischiano di apparire più un ostacolo che una risorsa. L’esito delle recenti elezioni, a mio modesto parere, denuncia, tra l’altro, la mancanza di queste garanzie preventive. E’ attorno a queste esigenze pre-politiche che si dovrebbe provare a costruire una nuova élite culturale che si impegnasse a creare le premesse per una riformulazione delle regole della convivenza sociale prima ancora di quelle delle istituzioni politiche. Sono infatti in gioco l’avvenire della società e della stessa democrazia liberale.

UN SUCCESSO LA 3^ EDIZIONE DEL PREMIO “LA VOCE DEI POETI” E LA MOSTRA D’ARTE “LA CATENA DELLA PACE PER LA DIFESA DELL’AMBIENTE”

 

UN SUCCESSO LA 3^ EDIZIONE DEL PREMIO “LA VOCE DEI POETI” E LA MOSTRA D’ARTE

La catena della Pace per la difesa dell’Ambiente

CASERTA – La cerimonia inaugurale del Premio Internazionale di Arte e PoesiaLa voce dei poeti, terza edizione, organizzata dalla Pro Loco di Caserta e da VerbumlandiArt, con abbinata la mostra d’Arte contemporanea, ha avuto luogo nel pomeriggio di sabato 17 marzo, con una grande cornice di pubblico e autorità, presso il Teatro della chiesa del Buon Pastore di Caserta, in piazza Pitesti 1. A presentare il concorso d’arte e la Mostra è stato il critico d’arte ing. Carlo Roberto Sciascia, presidente della Pro Loco di Caserta, mentre il Premio di Poesia è stato presentato dalla dr. Regina Resta, presidente di VerbumlandiArt di Galatone (Lecce). L’organizzazione dell’evento e l’allestimento della mostra sono stati curati da Ottavia Patrizia Santo, dal prof. Guido Vaglio e da Gennaro Amoriello, con il coordinamento della prof. Rosanna Della Valle con la collaborazione della Parrocchia del Buon Pastore.

Alla cerimonia inaugurale sono intervenuti con i loro saluti Don Antonello Giannotti, parroco della Chiesa del Buon Pastore e direttore della Caritas diocesiana di Caserta, il Comandante del Nucleo investigativo di polizia ambientale agroalimentare e forestale di Caserta, Cap. Marilena Scudieri, la prof. Rosalia Pannitti, presidente Associazione Genitori d’Italia – Sez. Caserta, la prof. Wilma Ambrosio, past presidente Fidapa di Maddaloni, e i componenti della Giuria dr. Bruna Caroli, psicologa, dr. Annella Prisco, poetessa e vicepresidente dell’Associazione Michele Prisco, arch. Anna Cappella, poetessa, oltre naturalmente ai presentatori dell’evento Carlo Roberto Sciascia e Regina Resta. Ha moderato gli interventi il giornalista Gianrolando Scaringi, anche addetto stampa dell’evento. Molto apprezzato l’intervento musicale del M° Pasquale De Marco, fisarmonicista e direttore della Fisorchestra Liberina, che ha incantato con la sua musica anche nella passata edizione.

Alla Mostra, che rimarrà aperta fino al 25 marzo, sono esposte le opere dei seguenti artisti: Rosa Arbolino, Gennaro Amoriello, Ana Buda, Iula Carcieri, Luisa Colangelo Maria Comparone, Rosanna Della Valle, Antonio Diana, Rosanna Di Carlo, Leonilde Fappiano, Giuseppe Ferraiolo, Anna Frappampina, Giovanna Giordano, Rosa Guarino, Stefania Guiotto, Madia Ingrosso, Paolo Lizzi, Veronica Mauro, Stella Radicati, Guy Paul Rodriguez, Lello Ruggiero, Bartolomeo Sciascia, Antonella Sirignano, Gerardo Spinelli, Pierfelice Trapassi, Anna Varone. All’esposizione sono presenti, fuori concorso, le opere degli artisti Rosario De Sarno, Antonio Del Donno, Valerio Giuffré, Maurizio Monaco, Gabriella Pucciarelli e Antonio Pugliese, oltre ad un’opera dello stesso Carlo Roberto Sciascia. Durante la settimana seguente l’inaugurazione la mostra sarà visitata dagli alunni di alcune scuole casertane.

Significativo il tema della Mostra, incentrato sulla salvaguardia del Creato, in una terra ove si brucia spesso la spazzatura per strada – di qui il nome di “terra dei fuochi” – e dove è evidente il degrado ambientale ed il colpevole silenzio di quanti, sapendo, si son resi colpevoli di omissione di atti di ufficio o di senso civico. L’evento della “Catena della Pace” ha avuto al centro dell’attenzione l’urgenza avvertita da tutti gli uomini, preoccupati per il riscaldamento terrestre, per lo scioglimento dei ghiacciai, per i cambiamenti climatici, ma anche per l’allarme relativo ai rifiuti tossici, alle scorie radioattive ed a tutte quelle violenze che non solo colpiscono tanti territori di tutto il mondo, ma contribuiscono ad innalzare pericolosamente la mortalità sia umana, che animale e vegetale. Senza la tutela dell’ambiente la Pace sulla terra non può essere possibile.

Le voci dei poeti e le opere degli artisti, dunque, intendono principalmente stimolare i cittadini del mondo a vigilare sull’ambiente in cui vivono, perché il problema non riguarda solo la Campania o un’altra regione italiana, ma tutto il pianeta. Infatti i territori, indicati dai mass media come “incriminati”, sono vere vittime di pochi squallidi ed ignoranti governanti ed approfittatori. A tal riguardo basti pensare ai rifiuti radioattivi russi buttati nel mar Baltico dalla Germania Est, alle zone inquinate di Brescia, alla continua “pioggia” di elementi pesanti, ai fumi che rendono irrespirabile l’aria di tante grandi città come Pechino, allo smog delle grandi aree urbane del pianeta.

Per raggiungere la Pace globale l’umanità deve quindi riuscire a scardinare l’indifferenza di tanti malfattori e di tanti cittadini, deve superare la filosofia del “hic et nunc” o del “carpe diem”, impegnandosi a scuotere le coscienze affinché non vi siano mai più emergenze e l’uomo impari a convivere in armonia con la terra in cui vive senza danneggiarla, ma valorizzandone ogni suo aspetto. Durante la successiva settimana la mostra sarà visitata dagli alunni di alcune scuole casertane.

Carlo Roberto Sciascia