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Sylvia Pagni giovedi 3 maggio 2018 ospite “Mattino 5” Canale 5

 

 

 

COMUNICATO STAMPA

Sylvia Pagni giovedi 3 maggio 2018 ospite “Mattino 5” Canale 5

 

 

 

PINETO – L’artista abruzzese Sylvia Pagni, sarà ospite giovedi 3 maggio 2018 su Canale 5, nel programma Mattino 5, 

Sarà intervistata dalla presentatrice Federica Panicucci​, il M° Sylvia Pagni si esibirà al pianoforte, cantando 3 dei piu famosi brani italiani e, con la sua amata fisarmonica Excelsior, presentando un inedito intitolato “No Stop“, brano di stile rock, che avrà seguito con video clip in realizzazione.

Di certo l’artista abruzzese, Sylvia Pagni, dopo la lusinghiera recensione del giornalista Paolo Giordano e dopo essere autrice di vari brani musicali trasmessi recentemente sui palinsesti delle reti Mediaset come “ Mela Verde”etc…, sarà di nuovo ospite a breve in altri programmi Mediaset.

Un orgoglio in più per l’Abruzzo che ha contribuito con altri artisti abruzzesi a rendere la regione, ultimamente martoriata da calamità naturali, al centro dell’interesse con l’arte della musica, italiana e mondiale.

Sylvia Pagni, annuncia il suo nuovo spettacolo “Notte Italiana”, che si terrà sabato 12 maggio 2018 alle ore 21:00 al teatro Polifunzionale di Pineto, recentemente ristrutturato.

Lo spettacolo è sponsorizzato dal comune di Pineto, Mas, Timmy Service.

Special guess dello spettacolo, con il tributo “ELVIS LIVES” 1° produzione del “Sylvia Pagni Music Center, sarà lo swing man triestino Loris Cattunar.

Sylvia Pagni ,sempre alla ricerca di nuove emozioni musicali mantenendo un linea melodica accattivante ha creato uno spettacolo swing-rock al passo con i tempi che avvicina i giovani alla melodia ,tantè che ha scelto di lavorare con dei musicisti ventenni.(Alessandro Susini, Matteo Serafini, Antonio Scelzi, Giulio Galli, Emanuele Pollicino )

Una Sylvia Pagni ,moderna, trasgressiva che dal tempio del classico “ La Scala di Milano” e approdata al Swing Rock

Lo spettacolo “Notte Italiana” è una produzione SLM Video-Sound –Light con la sapiente regia di Luigi Maurizio Milione

Lo spettacolo “Notte Italiana”, di sabato 12 maggio 2018 alle ore 21:00 al teatro polifunzionale della Citta di Pineto (TE) grazie ai sponsor Città di Pineto, Mas ,Timmy Service è a ingresso libero.

 

 

Ufficio Stampa SLM (Sylvia Pagni Music Center )

Loris Cattunar.

loris@slmcasting.com

info@slmcasting.com

 

 

UN TESORO ABRUZZESE: L’ABBAZIA CELESTINIANA A SULMONA – Il 5 maggio, dopo anni di lavori, la Chiesa di Santo Spirito nella Badia sarà riaperta al pubblico

 

UN TESORO ABRUZZESE: L’ABBAZIA CELESTINIANA A SULMONA

Il 5 maggio, dopo anni di lavori, la Chiesa di Santo Spirito nella Badia sarà riaperta al pubblico

di Mario Setta *

SULMONA – Un tesoro d’arte e di storia, di bellezze e di sevizie: l’abbazia celestiniana, la più grande dell’Italia Centrale, situata in Badia di Sulmona. Un fabbricato a pianta rettangolare (m.119×140). All’arrivo di Fra Pietro, nel 1241 secondo Guido Piccirilli, c’era una cappella dedicata a S. Maria, che cercò di ampliare. In seguito, verso la fine del XIII secolo, fu costruita una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con convento annesso, sulla base dello stretto rapporto che Fra Pietro aveva stabilito con la teoria di Gioacchino da Fiore (1130-1202). Una teoria teologica d’avanguardia e che dimostra come Celestino V, papa, non fosse di “scarsità di dottrina”, come dichiara nel testo delle dimissioni.

Nell’abbazia sono visibili diverse rappresentazioni pittoriche della colomba, simbolo dello Spirito Santo. Secondo Gioacchino da Fiore, la storia degli uomini si basa sul modello della Trinità, scandito in tre tappe:

età del Padre: predominio della legge e della schiavitù;

età del Figlio: predominio della grazia;

età dello Spirito Santo: predominio dell’amore, della libertà, della Pace. Un’età in cui avrebbe avuto luogo l’avvento del “Papa Angelico, il successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze”, al quale “sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio… la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla battaglia”.

Fra Pietro era giunto sul Morrone intorno al 1241, stabilendosi accanto ad un oratorio dedicato a S. Onofrio, eremita della Tebaide, che risaliva ad un’epoca di passaggio dal paganesimo al cristianesimo Si chiamava Pietro Angelerio, nato nel Molise ed entrato nell’Ordine di San Benedetto. Lasciato il monastero per farsi eremita, aveva trascorso tre anni sul monte Palleno (Porrara). Poi era andato a Roma per studiare e nel 1239 ordinato sacerdote. Il 21 marzo 1274, recandosi a Lione dove papa Gregorio X era arrivato per il Concilio Ecumenico, ottiene la Bolla di confermazione dell’Ordine dei monaci morronesi di Santo Spirito.

Al ritorno, nel luglio 1274, a L’Aquila, promuove la costruzione di un Santuario dedicato alla Madonna, Santa Maria di Collemaggio, consacrato il 25 agosto 1288. Nel 1292 alla morte del papa Niccolò IV, al conclave riunito a Perugia le due fazioni contrapposte dei cardinali (Orsini e Colonna), non riescono ad eleggere il nuovo papa. Vi si reca il re di Napoli Carlo II d’Angiò con suo figlio Carlo Martello per metterli d’accordo. Ma non ottiene nulla. Lasciando Perugia, Carlo II e il figlio Carlo Martello arrivano a Sulmona. Il 6 aprile 1294 salgono a S. Onofrio e incontrano Fra Pietro, suggerendogli di scrivere una lettera ai cardinali riuniti in conclave.

La lettera fa effetto e il 5 luglio 1294 Pietro da Morrone viene eletto papa, all’età di circa 80 anni. L’11 luglio i delegati si avviano verso Sulmona. Anche Carlo II col figlio si reca a Badia di Sulmona, ma stanco per il lungo viaggio, lascia che all’eremo salga suo figlio Carlo Martello, insieme ai legati pontifici. Giunti all’eremo nella tarda mattinata, l’arcivescovo di Lione, Bernard De Gout, si inginocchia davanti a Fra Pietro e gli consegna il decreto di nomina. Pietro si ritira in preghiera e in lacrime. Poi, dichiara di accettare la nomina. Il 25 luglio il corteo parte per L’Aquila: Pietro su un asino e ai fianchi Carlo d’Angiò e Carlo Martello. Arriva a L’Aquila il 27 luglio, dove rimane per la consacrazione episcopale e per l’incoronazione papale che avviene domenica 29 agosto 1294, alla presenza di tutti i cardinali. Prende il nome di Celestino, come Celestino III che aveva approvato l’Ordine di Gioacchino da Fiore.

Il 6 ottobre 1294 il corteo di papa e re parte dall’Aquila per andare a Napoli. Il 7 ottobre arriva a Sulmona e il 9 ottobre avviene la consacrazione dell’altare maggiore della chiesa di Badia di Sulmona. Il 10 ottobre, sale a S. Onofrio e incontra fra Roberto di Salle. Il 5 novembre arriva a Napoli. Il 13 dicembre 1294 si dimette. Il successore, Bonifacio VIII, cerca in tutti i modi di inseguirlo con le sue guardie, riuscendo a farlo prigioniero e a rinchiuderlo nel castello di Fumone, in provincia di Frosinone. Il 19 maggio 1296 muore, recluso in una cella.

Nel 1299, tre anni dopo la morte di Celestino V, Carlo II d’Angiò ricostruì il convento, abbellito nel 1500, restaurato dopo il terremoto del 1706. L’Ordine dei Celestini fu soppresso nel 1807 e l’edificio ebbe varie destinazioni, fino a diventare carcere penitenziario. Il 9 maggio 1974, dal carcere penitenziario avviene l’evasione di Horst Fantazzini, un anarchico che aveva tentato una precedente evasione a Fossano, in Piemonte, ferendo varie guardie di custodia. Quello stesso 9 maggio 1974, nelle carceri di Alessandria, si verifica un tentativo di evasione, che, dopo 32 ore, alle 17.10 di venerdì 10 maggio 1974, si conclude con un tragico epilogo: 7 morti (5 ostaggi e 2 detenuti) e 16 feriti. Al carcere di Sulmona l’evasione si conclude senza spargimento di sangue.

In seguito, verso la fine del secolo scorso viene costruito un nuovo carcere e l’abbazia ridiventa una delle opere monumentali più importanti dell’Italia Centrale, affidata alle cure del Ministero dei Beni culturali. All’interno dell’abbazia c’è la chiesa a croce greca, che presenta due pregevoli opere in legno: l’organo, eseguito dal milanese G. Battista Del Frate nel 1681 e il coro di Leonardo Macchione di Pacentro. Nella chiesa, la Cappella Caldora, con affreschi attribuiti a Johannes de Sulmona. In una nicchia ad arco semicircolare il monumento sepolcrale dei Caldora, scolpito nel 1412 da Gualterius de Alemania. Fu la madre, Rita Cantelmo moglie di Giovanni Antonio Caldora, che fece erigere il monumento al primo figlio Restaino, morto giovane. Il 5 maggio 2018, dopo anni di lavori per la ristrutturazione, la Chiesa di Santo Spirito sarà riaperta al pubblico.

*storico

Serena conduce Operaclassica Eco Italiano

 

Serena intervista il soprano Jessica Pratt

 

Jessica Pratt, soprano

biografia

Nata nel Regno Unito ma cresciuta a Sydney, all’età di otto anni inizia a suonare la tromba, passando dieci anni dopo allo studio del canto col padre Phil, tenore. Dopo aver vinto diversi concorsi di canto in patria nel 2003 si è trasferita in Italia per studiare con Gianluigi Gelmetti presso il Teatro dell’Opera di Roma e presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con Renata Scotto. Attualmente continua gli studi vocali con Lella Cuberli a Milano.[1] Dispone di un timbro luminoso corroborato da una notevole estensione e da una perfetta tecnica virtuosistica, la Pratt è una delle più importanti cantanti, richieste a livello internazionale, per il repertorio belcantistico e barocco.

Si è esibita nei teatri e festivali internazionali tra cui Teatro alla Scala [2], Teatro Regio di Torino, Teatro San Carlo, il Rossini Opera Festival, Maggio Musicale Fiorentino, Teatro La Fenice, Vienna State Opera, Opernhaus Zurich, Festival Internacional de Opera Alejandro Granda, Perù, Caramoor Belcanto Festiva [3]Deutsche Opera and The Royal Opera House Covent Garden. Sotto la direzione di maestri come Daniel Oren, Kent Nagano, Ralf Weikart, Donato Renzetti, Vladimir Ashkenazy, Wayne Marshall, Christian Thielemann, David Parry, Nello Santi and Sir Colin Davis.

Al Wiener Staatsoper debutta nel 2008 come 2. Blumenmädchen/1. Gruppe in Parsifal (opera) diretta da Christian Thielemann.

Al Teatro alla Scala debutta nel 2009 come Daria nella prima di Le convenienze ed inconvenienze teatrali portata anche in trasferta ad Aalborg e nel 2014 è la protagonista in Lucia di Lammermoor.

Al Garsington Opera nel 2010 è Armida (Rossini).

Ha debuttato al Rossini Opera Festival di Pesaro come protagonista in Adelaide di Borgogna nel 2011 trasmessa da Rai 5, è tornata come Amira (Ciro in Babilonia) e per un concerto di belcanto nel 2012 e Zenobia in Aureliano in Palmira nel 2014.

Nel 2011 al Royal Opera HouseCovent Garden di Londra debutta come Queen of the Night in Die Zauberflöte diretta da Colin Davis ed alle Terme di Caracalla Gilda in Rigolettodiretta da Donato Renzetti.

Nel 2012 è Gilda in Rigoletto diretta da Daniel Oren con Leo Nucci e Michele Pertusi al Teatro Regio di ParmaLucia di Lammermoor al Teatro San Carlo di Napoli diretta da Nello Santi con Giacomo Prestia e Claudio Sgura, Cunegonde in Candide (Bernstein) diretta da Wayne Marshall con Adriana Asti al Teatro Costanzi di Roma ed era solista nel Concerto di Capodanno di Venezia diretta da Diego Matheuz per il Teatro La Fenice.[4]

Nel 2013 è Gilda in Rigoletto a Sevilla accanto a Leo Nucci, Amina ne La sonnambula al Teatro Petruzzelli di Bari, Gilda in Rigoletto al Teatro Verdi (Padova), Inès ne L’Africaine con Gregory Kunde a Venezia e Musetta ne La bohème al Teatro Verdi (Salerno).

Nel 2014 è Lucia di Lammermoor al Teatro alla Scala di Milano e con Carlo Rizzi (direttore d’orchestra) ad Amsterdam, Violetta Valéry ne La traviata a Melbourne, Zenobia in Aureliano in Palmira al Rossini Opera Festival, Donna Anna in Don Giovanni a Venezia e Cleopatra in Giulio Cesare con Sonia Prina e Sara Mingardo al Teatro Regio di Torino. Debutta a Tokyo in un Recital.

Nel 2015 è Giulietta ne I Capuleti e i Montecchi con Sonia Ganassi a Venezia ed Elvira ne I puritani con Rossana Rinaldi all’Opera di Firenze trasmessa da Rai 5 e nuovamente Lucia di Lammermoor per l’allestimento al Teatro dell’Opera di Roma con la regia di Luca Ronconi. Debutta all’Arena di Verona ne Il barbiere di Siviglia. Debutta nei ruoli di Rosina (Verona), Amenaide in Tancredi (Losanna) e Semiramide (Marsiglia, Washington D.C.) Attualmente (settembre 2015) è impegnata al Teatro dell’Opera di Firenze, nella stagione autunnale del Maggio Musicale Fiorentino, come protagonista della Lucia di Lammermoor, alternandosi nel ruolo con Sumi Jo.

Fonte: wikipedia

 

L’Ultimo Istante a: Buongiorno con noi / NOI TV Lucca

 

L’Ultimo Istante a: Buongiorno con noi / NOI TV Lucca

02 Maggio 2018, ore 08,30: BUONGIORNO CON NOI intervista Roberto Casati sul tema delle vittime della strada.

Per offrire uno stimolo poetico ed artistico alla soluzione di un problema che riguarda tutti noi..

RICORDIAMO ANCHE LA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO L’ULTIMO ISTANTE A SEREGNO (MB)

L’Ultimo Istante è un progetto che affronta il grave problema delle vittime della strada, con una visione artistica: l’arte, unicum per comunicare e coinvolgere.

In questa occasione, il progetto viene presentato al circolo IL RITORNO, un prezioso riferimento per recuperare a nuova vita chi è uscito da un tragico incidente con gravi problematiche.

Il Ritorno ci accompagna in un percorso di recupero psicofisico per ridare speranza e vita a chi la vita l’aveva quasi persa.

Il Ritorno ha offerto un prezioso contributo al libro (vedere pagine 85, 86, 87, 88) e questa è una tappa di grande interesse per presentare il progetto nel suo insieme, in un luogo dedicato al recupero della VITA!

Ricordiamo brevemente che il libro ha raccolto numerose collaborazioni:

Rossana Suglia ed il centro Il Ritorno; la Preside, i Dirigenti e gli studenti del Liceo Artistico Petrocchi di Pistoia; i rappresentanti della Società Civile (il Presidente e la Fondazione Opera Santa Rita di Prato); Onlus e Associazioni che dedicano la propria missione al recupero dei problemi di droga e alcol (il CEISPT di Pistoia); familiari e Associazioni di vittime della strada (la Presidente dell’AIFVS, Massimiliano Massimi, la Fondazione Ciai), l’Archivio Carlo Palli e vari artisti.

Un progetto ed un libro per fare comprendere, attraverso l’emotività, la gravità del problema.

Per renderci tutti più consci sui pericoli quotidiani, ma anche per offrire un importante supporto alle problematiche del dopo.

Videoclip, “cuore” del progetto realizzato assieme agli studenti del Liceo Petrocchi (7 minuti): www.scribo.it/ultimo-istante

TV e Riviste

17 novembre 2017, Liceo Petrocchi: https://www.youtube.com/watch?v=wXOQ4p-2WhU

19 novembre 2017, Opera Santa Rita: https://vimeo.com/243835667

22 febbraio 2018, studi TVL: https://youtu.be/avjd86QM6t8

La rivista Polizia Locale per i Comandi dei Vigili Urbani: http://www.polizialocale.com/2018/03/13/35066 /

Per altre info: pagina Facebook: L’Ultimo Istante

Il libro L’Ultimo Istante è in distribuzione attraverso IBS e Amazon (www.scribo.it)

 

 

Emilio Pensuti-Speranza, un aviere aquilano alla Grande Guerra

 

EMILIO PENSUTI SPERANZA: UN AVIERE AQUILANO ALLA GRANDE GUERRA

di Enrico Cavalli *

Fra le acquisizioni storiografiche recenti in merito alla partecipazione dell’Italia alla Prima Guerra mondiale, emerge quella di un Abruzzo che insieme al Molise fornisce alla Patria il più alto numero di giovani di leva (93%) e, conseguentemente, dal 23 maggio 1915 all’11 novembre 1918, in proporzione alla popolazione di una macroregione di oltre un milione di abitanti, fra i più elevati numeri di caduti e feriti. Questo dato di enorme mobilitazione da parte di un’area amministrativa della nazione ritenuta marginale (non partecipa alle celebrazioni del 50’Unitario a Torino), pur col dovuto rispetto ai molisani separatisi dal 1963, calata in dimensione abruzzese, o meglio aquilana, discendeva dal portato delle radiose giornate di maggio 1915 e relativo patrocinio dannunziano. Sul piano regionale, esse videro una prevalenza dei fautori dell’ingresso italiano in guerra sui neutralisti e pacifisti, sia socialisti che cattolici, privi però, quest’ultimi, di importanti esponenti di riferimento, periti a causa del sisma marsicano del gennaio 1915.

Aquila, capoluogo di una provincia che era seconda sul piano nazionale per estensione, e capitale degli Abruzzi per un glorioso passato storico, fu il fulcro di un interventismo a matrice studentesca ed intrecciato al militarismo, sui crinali del moderno agonismo. Agirono i fermenti giovanilistici critici verso quel notabilato liberale fedele alla Triplice Alleanza anche rappresentato dal paganichese Edoardo Scarfoglio, fondatore del napoletano Il Mattino nel 1892. C’è da notare che, quegli animi tardo adolescenziali avevano fatto le prove generali in senso ultranazionalistico dal volontarismo per la guerra in Libia del 1911-13, vieppiù dalla circostanza che il processo ai responsabili della famosa settimana rossa del giugno 1914 – a scarso un mese, si badi, dalla scintilla di Sarajevo – si tenesse alla Corte di Assise aquilana, ove comparve, poi assolto, un Pietro Nenni. Già la testata Il Tiratore Abruzzese del 15 ottobre 1914, ad imitazione dei poligoni di Messina, Parma, Torino, Milano, aprì i suoi corsi di istruzione balistica, presso l’ex orto di Santa Maria Maddalena, ai giovani del capoluogo non solo maschi, ad “evitare il rischio di trovarsi la Patria, senza difesa dinanzi alla mobilitazione generale”. Le adesioni del gentil sesso a questa schietta pratica maschile si ebbero sul finire del conflitto, e particolare prova di destrezza nel fucile di precisione la diede la giovanissima Augusta De Paolis, rampolla del tenente colonnello Salvatore, l’ispettore regio del poligono, intitolato al condottiero aquilano Antonuccio Camponeschi, vincitore nel 1424 su Braccio da Montone che aveva posto Aquila sotto assedio.

Sulla idea fallace di un breve tuonare del cannone in Europa, il centro storico del capoluogo, pavesato dai tricolori monarchici e cartelli per la quarta guerra di indipendenza, è luogo di adunate dei giovanissimi, pronti ad arruolarsi nonostante al di sotto dell’età di leva: è il caso di Nino Palmeri, Carlo Perrone, Carlo Passacantando, Pasquale De Rosa caduto nell’inverno 1916, in combattimento all’Ortigara. Alle cartoline precetto, rispondono, saldate dai vincoli parentali, le soggettività più in vista della città capoluogo e circondario: i fratelli Ugo e Gustavo Marinucci, Dante, Umberto, Vittorio Troiani, Serafino, Beniamino De Marchis costui dal 1917 al 1920, l’erede della presidenza di Vincenzo Gentile alla Deputazione provinciale, Giuseppe Chiarizia il padre del Carlo mobile politicamente, Carlo e Tito Perrone, Giuseppe e Vincenzo Di Nanna, Amilcare e Manlio Santilli; in chiave sparsa, in possesso di titoli di studio classici e tecnici i vari Giuseppe Federici, Adelchi Serena, Oreste Cimoroni, Michele Centofanti, Raffaele Biordi, Guido Petroni e Silvio Masciocchi, Giuseppe Urbani; infine, con lunga esperienza da militi, Francesco Giuliani, Francesco Rossi e Andrea Bafile.

Le correnti nazionalistiche sopravvenivano a quelle del pacifismo cattolico e socialista, rappresentate, quest’ultime, rispettivamente, dai giovani cronisti Giuseppe Berti De Marinis e Gaetano Sollecchia, dell’arcidiocesana La Torre; Francesco Donatelli e Giuseppe Scimia fondatori assieme ad Emidio Lopardi e Cesare Falli dell’organo dei lavoratori abruzzesi L’Avvenire, giornale che presto accantonava l’antibellicismo, in nome della esistenza di una nazione in armi, senza distinzioni ideologiche e sottoscrizioni per gli irredentisti alla Guglielmo Oberdan. La contestualizzazione bellica aveva mobilitato in chiave localistica gli animi delle giovani generazioni in traduzione agonistica; e suscitavano fascinazione le cosiddette macchine volanti inventate dopo tanti sforzi umani nel 1903 dai fratelli americani Wright. L’aviazione era stata annessa solo di recente al vocabolario sportivo, a dispetto della lettura dominante che la voleva ascrivere a finalità turistiche e progressivamente di guerra. Infatti, la flotta militare aerea dell’Italia era, fra le potenze dell’Intesa, al secondo posto, dietro l’Impero zarista, anche per la notevole domanda di aspiranti alle disfide nei cieli.

La passione per il volo fu coltivata dallo studente Emilio Pensuti-Speranza, aquilano di adozione perché nato in Perugia nel 1891 dall’ispettore delle Regie finanze Andrea e Marianna Speranza. All’età di due anni, per la scomparsa prematura del padre, si trasferì alla casa materna ad Aquila degli Abruzzi, ove fu sotto l’egida del patrigno Carlo Patrignani, fiduciario militare, pioniere dello sport, ma più noto perché, da allievo di Teofilo Patini, fu restauratore del foyer al Teatro comunale e della famosa bottega dei dolciari Nurzia. Emilio, così frequentò le scuole e stabilmente fino al 1907, dando ben presto prova di avere attitudine per le arti meccaniche, conducendo, come narrano le cronache giornalistiche, una delle pionieristiche automobili per le vie di una città con cui mantenne rapporti in prosieguo di sua vita. Doti non comuni di perizia doveva possedere questo ardimentoso “figlio aquilano”, che dopo la specializzazione all’officine Falck di Sesto San Giovanni ed Asteria di Torino, conseguì il brevetto da pilota, e nel 1912 si costruì un monoplano “Friuli”. Nel frattempo, finì alle dipendenze di una delle aziende emergenti nel gotha italico dell’aviazione, quale la Caproni, fondata nel 1909 da Giambattista e Federico, emuli dei Wright ed irredentisti trentini, a Vizzola sul Ticino, in un terreno concesso dal Corpo di Armata di Milano, che in sequenza fu la sede strategica di distaccamenti del Genio Militare, Battaglione Aviatori e Scuola Aviatori. Tale stazione, denominata di Malpensa nel 1910, dall’alto graduato Giovanni Cordero di Montezemolo, fu teatro del primo volo su CAI-1 dell’ingegnere Gianni Caproni, nonché di manovre d’appoggio alle forze terrestri in Monferrato in preparazione della campagna libica.

Sotto gli elogi dei comandanti della Malpensa, capitano Gustavo Moreno e tenente Oronzo Andriani, nell’ottobre 1914, Pensuti-Speranza, da provetto collaudatore di apparecchi Caproni sfornati dalle fabbriche Breda ed a motori Fiat ed Isotta Fraschini, testò con successo il triplano militare, reputato dal generale e regio ispettore Maurizio Moris un progetto tecnicamente sbagliato e che, invece, sarebbe stato il più piccolo aereo della Grande Guerra, passato alla storia come il Breda-Pensuti o Caproni-Pensuti, in entrambi le versioni dalla tipologia ricognitoria e struttura lignea di carlinga, pronto, però, al 1918. Alle cronache nazionali Pensuti-Speranza assurse quando dalla sabauda La Stampa Sportiva, nel febbraio 1915, fu esaltato quale recordman italiano di volo ad oltre cinquemila metri su prototipo del triplano Caproni. Le sue gesta acrobatiche mandavano in visibilio le folle di astanti; ed effettivamente le evoluzioni aeree erano assai di moda e sfruttabili pubblicitariamente ed anche a sfondo benefico. Di molto suscitò interesse Pensuti-Speranza fra i personaggi in vista della nazione, da Guglielmo Marconi che lo considerò esempio mirabile del connubio fra l’aeroplano e l’uomo, ai ministri Scialoja e Corsi. La sua fama sconfinò Oltreoceano, tanto che vollero conoscerlo il capo dell’US Air Force, colonnello Bolling e, fino a dovergli la vita, le stesse personalità della missione americana, che da Milano si dirigevano al fronte bellico.

L’uomo che si librava nell’aria fu un punto di forza della terza Arma dell’esercito italiano, che lo chiamò ad affiancare i tenenti colonnelli Gustavo Moreno ed Arturo Ferrarin alla scuola di istruzione per seicento allievi ufficiali italiani e piloti inglesi ed americani. In questa alacre attività addestrativa, rientrò il principiante romagnolo di Lugo, Francesco Baracca, non ancora l’asso rampante e temibile dai cannoni e mitragliatrici delle trincee ed apparecchi Viatik asburgici. Il tenente Pensuti-Speranza, il 3 ottobre 1917, fu assieme a Carlo Matricardi a bordo del Caproni 450 hp, la punta di spicco dei trentasei omonimi aerei, che su strategia di Gabriele D’Annunzio, dovevano incentivare i raid italiani in corso da mesi sul munito porto di Pola. Il Vate, che per queste imprese istriane otterrà il grado di maresciallo e perciò coniando il fatidico “Eia eia alalà” a viatico del suo volo famoso su Vienna dell’agosto 1918, riponeva grande fiducia nell’ante litteram soldato azzurro aquilano, che nonostante lo spegnimento delle luci di bordo e tre motori in decelerazione, fra l’imperversare delle granate nemiche, pur lontano dallo stormo italico, mentre Matricardi cercava di riparare i danni, proseguì a girare sopra la base di Pola, per distrarre la difesa nemica ed agevolare in area il ritorno dei Caproni, sicché, abbassatosi col velivolo pericolosamente, lo risollevò salpando sicuro verso l’amica costa dell’Adriatico.

Giova ricordare che un altro aquilano si ritaglierà una parte nelle incursioni dei velivoli Caproni a guida D’Annunzio. In veste di osservatore per la beffa ordita agli austriaci, alle Bocche del Cattaro del 4 e 5 ottobre, troviamo un ufficiale esperto uscito dall’Accademia Navale di Livorno, Andrea Bafile, ferito gravemente nel frangente e ivi impegnato, perché, pur se uomo di mare, fu proprio lui l’installatore della bussola nella plancia di comando degli aerei, onde permetterne di rintracciare le rotte giuste nei lunghi tragitti. Non possiamo escludere rapporti di conoscenza fra Pensuti-Speranza e la futura “nostrana” Medaglia d’oro al valor militare, perché il tenente di vascello nativo di Monticchio cadrà da eroe, sul Basso Piave, il 10 marzo 1918. Dopo la disfatta di Caporetto del 24 ottobre 1917, di cui venne reputato unico responsabile il generale Luigi Cadorna che ebbe modo di studiare le tattiche di fanteria al tempo del suo comando del battaglione “Pistoia” ad Aquila, dal 1900 al 1904 – come è noto, l’esercito italiano resistette grazie alla linea del Piave, per poi lanciare la controffensiva vincente sulle residue truppe austro-ungariche.

Nel marzo del 1918, la rivista Nel Cielo, a proposito della guerra aerea offensiva, asseriva con insistenza doversi porre in atto mediante l’utilizzo di grossi plurimotori dall’elevata potenza. L’esteso impiego degli aeroplani Caproni a supporto degli assalti delle truppe italiane nelle trincee imperiali dal 1915 al’16 aveva dato popolarità tra i fanti a questo nome, usato dagli ignari combattenti di terra per indicare, per antonomasia, l’Aeroplano, che destava ammirazione anche nei fronti esteri, da quelli dell’Albania a quelli della Francia. L’aeroplano per definizione, nei modelli Ca.1, Ca.2, Ca.3, presentava le seguenti caratteristiche: a trave di coda e carlinga trimotore dai 100 a 450 hp con velocità massima di 140 km/h ed autonomia di 4 h, ovvero, un motore centrale ad elica posteriore e motori laterali ad elica anteriore; struttura resistente in legno, rivestimento in tela o compensato, le ali in tela, di circa 22 metri; equipaggio di 2 piloti; infine, più un mitragliatore ed eventualmente un osservatore.

Perplessità manifestò D’Annunzio sulla presenza di rischi nella conduzione del Caproni in versione Fiat 200 hp, in particolare, perché si incorreva nel pericolo dei ritorni di fiamma al carburatore, derivando tale difetto nel sistema dei motori, dalle esigenze di politica industriale. Con la guerra volgente a favore delle sorti della Patria italiana, il 15 aprile 1918, al suo tremilasettantesimo decollo per un’attività di collaudo e successiva ricognizione aerea, Pensuti-Speranza, “il più geniale e prestigioso pilota dei Caproni”, a duemilaottocento metri sopra Vizzola sul Ticino, scorgendo una fiamma al motore centrale, evidentemente dovuta alle ragioni suaccennate da D’Annunzio, si gettò in picchiata per atterrare velocemente, ma per questo il compagno di volo, il tenente Mario Galassini, pur lasciato il proprio seggiolino, non riuscì a recuperare l’estintore in dotazione e spegnere il divampante incendio a bordo. Pensuti-Speranza, in preda ad ustioni pesantissime, risultava ancora in grado di governare il triplano distante tre metri dalla terra, quando una nuova fiammata investì l’apparecchio, che perse il carrello e si capovolse sfasciandosi appena toccata la superficie. Dai rottami incandescenti riuscì ad uscire il prode Galassini, incredibilmente salvo e pronto a liberare dalla carlinga in fumo il suo compagno di volo, che ormai imprigionato al posto di pilotaggio, ivi periva, quasi due mesi prima di Francesco Baracca.

Il Corriere della Sera del 20 maggio 1918 lo elevava a più abile pilota della nazione in armi, perché coi galloni di capitano precipitato ventottenne. D’Annunzio gli riconobbe i tratti del “pilota nato con le ali” su La Stampa Sportiva del 1918. Encomi solenni gli furono tributati dalle gerarchie militari, tipo il tenente colonnello Carlo Cavalla, l’amico personale di questo virtuoso dell’aria. Il periodico L’Aquila” del 20 e 26 maggio 1918 dedicò articoli, a firma di Giuseppe Urbani, alla memoria del “figlio purissimo di Aquila nostra” , le cui spoglie vennero onorate in cattedrale dei SS. Patroni con rito officiato dal canonico Francesco Silveri, alla presenza dei parenti più prossimi, Francesco e Nicolina Speranza, di una folla fervida e delle massime autorità civili e militari locali. Pensuti-Speranza ricevette un “medaglione”, dovizioso di particolari intimi, a cura del fratello minore Mario ed edito a Milano, nel 1919; l’inserimento nella rivista Ali d’Italia a fine 1919, fra gli eletti ed i nomi che più hanno contribuito per le sorti italiche; la lapide commemorativa a Somma Lombarda nella piazza Vittorio Veneto, nel 1919. Alla Cascina Malpensa fu idealmente compreso in una stele agli “eroi del cielo”, astante il principe Umberto di Savoia, scolpita dall’artista Paiti e con epigrafe di D’Annunzio appostavi nel 1926: “Maestro d’ali sommo/che qui eroe d’ogni giorno/tramutando la sapienza in ardire/consegnava al volo certo/ l’opera dei costruttori ansiosi”.

Alla memoria del suo grande pilota-collaudatore dedicò il campo di volo a Taliedo la Caproni, che, congegnato un velivolo, ne basava la produzione sui test proprio di Pensuti-Speranza, e che avrebbe dovuto dare il benestare ad un nuovo prototipo in forza alla Regia aeronautica, fino al 1923. A parere degli osservatori anche internazionali, non sarebbe stato più lo stesso il know how tecnologico-operativo della Caproni, inglobata nella omologa Isotta Fraschini all’atto del riordino dell’industria di settore, condotto durante il fascismo dal ministro Italo Balbo, il trasvolatore da Roma a New York nel ’32, che poi avrebbe dato assenso alla formazione di velivoli leggeri “Pensuti-Speranza”, che sarebbero stati impiegati nella guerra d’Abissinia. Per tornare al clima del primo dopo guerra, l’agenda di celebrazioni nel capoluogo abruzzese non contemplò il sacrificio di questo aviere, aquilano a tutti gli effetti, e questo oblio spiega la mancanza di onorificenze ufficiali alla sua memoria.

Ad Aquila, alle figure senz’altro fulgide di Francesco Rossi, Andrea Bafile, Pasquale De Rosa, furono confinate le suggestioni di massa, oltre la Seconda Guerra mondiale, intitolandosi dalla cittadinanza in sequenza: la caserma Alpini, il Liceo scientifico (n.b., doveva essere dedicato a Guglielmo Marconi, nel 1936), la sede del 13° Reggimento Artiglieria. Pensuti-Speranza aveva dato la stura ad un discorso aviatorio in ambito aquilano, come dal brevetto, apparso nel 1916 sui fogli locali, di un velivolo a propulsione “Aquila” in base al disegno dell’ingegnere francese Eduard Borgo, da prodursi finanziato dal napoletano di stanza al 13’’artiglieria Occhetto, alla officina di Odoardo Frasca. Senza contare le velleità di una scuola di volo al plesso di avviamento militare alla Villa Comunale, raccordata al campo aviatorio di Piazza d’Armi. La parabola di Pensuti-Speranza poté essere richiamabile a livello municipale, se a capo della Caproni sedette l’aquilano ed ex combattente Carlo Perrone, che con il proprietario della flottiglia lombarda, il dottor Gianni, vennero a dirigere il Centro nazionale di studi minerari, voluto ad Aquila da Adelchi Serena nel 1936, per fare del capoluogo abruzzese – sia detto per inciso – il think tank della politica autarchica. Nella concezione programmatica del Grande Comune nel 1927, che previde ridotti infrastrutturali, probabilmente, i due succitati esperti di settore, scartata la piana di Preturo-Coppito, suggerirono di un campo aereo a Pizzone di Bagno, inquadrabile alla IV zona militare di Bari, secondo l’accordo progressivo fra Italo Balbo ed Adelchi Serena nel 1933-35.

Nelle more di queste progettualità, tanto che Carlo Perrone sostenne un aeroporto a Rieti concorrenziale a quello di Pescara, lì realizzato per le esigenze della Grande Guerra, si pensò a rafforzare l’atterraggio di fortuna a Piazza d’Armi per la tratta commerciale Roma-Aquila-Pescara. La buona riuscita di questa installazione indusse l’amministrazione podestarile ad un aeroporto dal profilo turistico, in base alle fibrillazioni della Esposizione Universale di Roma del 1942. Giocoforza, il discorso aviatorio nel capoluogo abruzzese, riprese allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, ipotizzandosi per lo scalo di Bagno, hangar e velivoli di addestramento per gli allievi dell’arma azzurra e poi occupanti tedeschi: tutto restò sulla carta e di queste piste, tuttavia, troppo esposte alle correnti di aria, poco o nulla si curarono gli stessi Alleati. Dopo il 1945, L’Aquila, in cerca di approcci ai grandi sistemi di comunicazione, sottese all’aeroporto di Preturo, più recentemente, in funzione della “Regione dei Parchi”, di supposte “Università del Volo” e per la Protezione Civile (intitolato all’ing. Giuliana Tamburrano, perita il 6 aprile 2009), senza che ci fossero degli agganci ideali alla memoria di un personaggio, in grado di fungere da richiamo alla più prestigiosa industria di settore ed in chiave di una generale identità cittadina, ovvero, ad un pilota di valore come Speranza-Pensuti, da ascrivere al grande contributo aquilano per la “quarta guerra d’Indipendenza”. Se dal 1915 al’18 le sorti militari italiane molto debbono alla incidenza strategica, soprattutto dopo la rotta di Caporetto, della flottiglia area, quest’ultima, in valori di efficienza è dipesa dall’opera di collaudo dei velivoli svolta da Emilio Pensuti Speranza.

A conclusione di questa modesta ricostruzione, mi sia concesso dire che del personaggio, nei testi di storia contemporanea locale, non si è mai rinvenuta traccia (absit iniuria verbis!). Forse la causa del dimenticatoio è da rinvenire in uno di quei meandri in cui si dipana la ricerca storica (che in quanto scientifica, per l’appunto, non ha mai fine, come affermava il filosofo Karl Popper nel 1976); o nella circostanza della sua nascita “forestiera”, cioè perugina. Ma in questo caso varrebbe di aggiungere che il nostro eroe mantenne importanti legami con la città d’origine (dove vissero per diversi anni i suoi familiari diretti), a ribadire quanto riportato sopra, e, che, di converso, analoghi discorsi di esclusione storiografica potrebbero farsi per altre personalità non aquilane e che sono state invece reputate meritevoli, e, sia chiaro giustissimamente, di massima considerazione civica: la medesima che dovrebbe riconoscersi, minimante, a questa figura, con tutte le disquisizioni su di un’epoca cruciale, ma a tutti gli effetti aquilana.

*Storico

 

“Piano man” pubblica le foto del suo “ultimo bambino” e annuncia: “E’ arrivato il momento di andare in pensione” – di Domenico Logozzo

 

Piano man” pubblica le foto del suo “ultimo bambino” e annuncia:

E’ arrivato il momento di andare in pensione”

di Domenico Logozzo *

“Il mio ultimo bambino…”, scrive su facebook “Piano manSante Auriti, e pubblica le foto “dell’ultimo pianoforte iniziato nell’ultimo anno di lavoro”. L’emigrante italiano di successo, originario di Orsogna (Chieti), si è guadagnato l’appellativo “Piano man”, perché da quasi 40 anni realizza strumenti musicali di alta qualità nella celebre fabbrica Steinway & Sons di New York. E nel 2009 è stato in vetrina per tre settimane per far vedere ai passanti come si realizza un pianoforte. Molto noto in America, tanto che una sua foto è stata utilizzata per una campagna pubblicitaria. “Ho deciso di smettere. Il 14 maggio 2019 saranno 40 anni che lavoro in questa prestigiosa compagnia e penso che sia giunto il momento di andare in pensione”. E chi a lui è molto vicino, come Maria Fosco, apprezzata donna di cultura nella Grande Mela, pure lei originaria di Orsogna, conferma: “Sì, Sante sta cercando di pensionarsi. Ha dichiarato che questo è l’ultimo anno, ma vediamo. Di sicuro c’è che la Steinway & Sons cerca di non perderlo. Ma lui è stanco e vorrebbe andare in pensione proprio il giorno in cui raggiunge il traguardo di 40 anni di lavoro nella famosa fabbrica”. Sante ha realizzato il sogno americano a colpi di scalpello. Competenza, passione, estrema perfezione in ogni lavoro. Una pazienza certosina e tanti mesi per creare un pianoforte composto da ben dodicimila pezzi! “Il mio bambino”, lo chiama il geniale emigrante e precisa che “per costruirlo ci vogliono almeno nove mesi, lo stesso tempo d’attesa per la nascita di un bambino”.

Partito nel 1979 dall’Abruzzo, con una valigia piena di sogni e tanta voglia di farcela, venti anni dopo “è diventato una celebrità a New York”, ha scritto il Corriere della Sera, raccontando nel 2009 “la leggenda del pianista sulla Cinquantasettesima”. Ricorda oggi Auriti: “Eravamo a marzo del 2009 e l’economia andava un po’ male. La Steinway & Sons decise di mandarmi a lavorare dove avevamo l’esposizione dei pianoforti, sulla 57esima strada di New York City. Steinway & Sons, in vetrina, lavoro “a vista” per 3 settimane. Ho intagliato il legno del mio ultimo pianoforte Luigi XV. E tutti potevano vedere. Moltissime persone si fermavano, attratte dalla novità. E tante, spinte dalla curiosità, entravano per vedere più da vicino come lavoravo. Mi facevano anche delle domande ed io ero molto felice di spiegare ogni cosa”. E la cronista del Corriere a questo proposito sottolineava: “Piano man li accompagna tra le sale dell’esposizione e mostra alcuni degli strumenti che lui stesso ha costruito. – “Questo è in noce, quest’altro in legno di rosa” -, spiega, e intanto i visitatori attraversano con lui una galleria di memorabilia che racconta un secolo e mezzo di storia della musica: lettere (dei pianisti Paderewski e Rachmaninoff, tra gli altri), disegni e premi raccolti dal 1853 a oggi”.

Ricorda ancora Sante: “Il giorno di St. Patrick si saranno fermate a guardarmi oltre quattrocento persone e il New York Times ha pubblicato la mia foto con il titolo: L’uomo che ferma il traffico. E’ stata la “Foto della settimana”, mentre il New York Daily News ha titolato: L’uomo dei pianoforte non sa suonare, ma fa grandi lavori. Nel telegiornale del canale 5, il giornalista ha detto: “Attenzione, non è Billy Joel, ma Sante Auriti”. Tutti i giornali locali mi definivano “Piano Man” riferendosi alla canzone di Billy Joel, e scrivevano: The Pianoman: It’s Not Billy Joel, But Sante Auriti. Notorietà anche oltre i confini americani. In Italia la vicenda del “maestro artigiano italiano in vetrina a New York” ha avuto un grande rilievo non solo sui giornali ma anche in tv. Mi hanno chiamato da Milano quelli di Mediaset. La soddisfazione più grande è stata quando la Rai ha trasmesso il servizio in Italia. Mia madre, gli amici e tanti paesani mi hanno potuto vedere mentre lavoravo e hanno ascoltato l’intervista che mi è stata fatta. E per me è stato proprio questo il momento più bello in tanti anni di lavoro”.

Nato nel 1951, Sante ha lasciato giovanissimo Orsogna per cercare un lavoro all’estero. “Ero un ragazzo quando sono andato per la prima volta in Germania. Operaio nel settore tessile. Avevo appena 17 anni e lavoravo 12 ore al giorno. Turni molto duri: una settimana di giorno (dalle 6 alle 18) e un’altra di notte (dalle 18 alle 6). Sono tornato in Italia per il servizio militare e poi di nuovo in Germania. Mi sono sposato e nel 1979 sono partito per l’America. Inserirmi nella società americana e adattarmi al nuovo lavoro non è stato molto difficile. Nel mio reparto si parlava italiano. Eravamo quattro di Orsogna e gli altri erano istriani e croati”.

Ma quello che sta costruendo sarà davvero il suo ultimo pianoforte?

“Sì. Ripensarci è un po’ difficile, perché ho una certa età. Confesso che mi dispiace dover prendere questa decisione. Amo troppo questo lavoro. Se hanno bisogno di me sono comunque pronto ad aiutarli. I vertici di Steinway & Sons hanno avuto fiducia in me. E li ringrazio. Sono da sempre molto attento e meticoloso sul lavoro. Ho iniziato facendo la pulizia dei pavimenti, non mi vergogno a dirlo. Poi con molto impegno, correttezza e professionalità sono riuscito ad avanzare, gradualmente. Passo dopo passo, ho raggiunto traguardi molto importanti: responsabile dei Baby Grand Piano, Chippindale e Luigi XV, dove sono rimasto fin ad oggi. Ho fatto tutte le varie serie di produzioni limitate e sto facendo un altro gruppo di 100 pianoforti. Quando ho tempo libero, lavoro ai pianoforti normali. Ogni settimana ci sono le visite in fabbrica e tutti vengono da me per ringraziarmi del lavoro che faccio. Incontro quanti vogliono acquistare i pianoforti e anche i rivenditori provenienti dagli Stati Uniti e da tutto il mondo. Mi chiamano per nome e facciamo le foto insieme. Cordialità e rispetto. Tutto questo mi fa tantissimo piacere”.

Piano man”, divenuto indubbiamente il lavoratore-immagine della Steinway & Sons, evidenzia che “nella fabbrica di New York, da quando sono entrato nel 1979 fino ad oggi, abbiamo costruito 110.550 pianoforti”. Gli chiediamo i prezzi. “Il Baby Grand costa intorno a $ 150.000, il Grand Piano oltre $ 200.000, mentre pianoforte più costoso arriva $ 2.500.000. Il 90% degli artisti usano lo Steinway e spesso e volentieri vengono nella fabbrica per vedere come si costruisce un pianoforte. E poi, quelli più importanti, fanno un concerto di mezzora per tutti i lavoratori. A Billy Joel abbiamo preparato due pianoforti, rinforzando il coperchio, perché dovevano ballarci sopra. Ma i più simpatici sono stati The 5 Browns: 3 sorelle e 2 fratelli che hanno suonato tutti insieme con cinque pianoforti. Che spettacolo!”.

Lei è considerato un maestro nella realizzazione dei pianoforti. C’è interesse per questo mestiere?

“No. Non c’è molto interesse. Il lavoro manuale nella fabbrica è fatto esclusivamente dagli emigrati. Quando ho iniziato alla Steinway & Sons eravamo cinquanta italiani, ben undici di Orsogna. Adesso sono solo io del mio paese e pochissimi italiani, tanto che si possono contare sulle dita di una mano. Ma anche dagli altri Paesi dell’Europa non arriva più nessuno. La maggior parte sono della Repubblica Dominicana, Haiti e Guyana”.

Mettere a disposizione di altri la grande esperienza acquisita. Non le è mai venuto in mente di dare vita ad una scuola dove insegnare le tecniche realizzative e creare nuovi specialisti in questo settore?

“L’esperienza che ho maturato nasce dal fatto che sono stato sempre interessato a tutto. E ho cercato di migliorare sempre di più le mie conoscenze. Ammetto anche di essere stato fortunato. Sono entrato in una grande compagnia che, voglio sottolinearlo ancora, mi ha dato fiducia. Fiducia che ho ricambiato e ricambierò fino all’ultimo giorno di lavoro. Credere in quello che si fa è necessario, necessarissimo per ottenere i buoni risultati sperati. Lei mi chiede se ho mai pensato di creare una scuola per trasmettere l’esperienza agli altri. Le rispondo con molta franchezza che non è cosa facile qui a New York. Ci vogliono innanzitutto grandi capitali. Comunque ci sono anche le scuole professionali che ti avviano nel campo del lavoro con il legno”.

Famoso a New York e fortemente legato alle radici. Non dimentica le origini. Orsogna nel cuore.

“Con il mio paese ho avuto sempre un buon rapporto. Vivo da 39 anni in America e sono tornato a Orsogna trentasette volte, rimanendo sempre un mese. E provo sempre emozioni nuove rivedendo le persone care, gli amici e i luoghi degli anni giovanili”.

*già Caporedattore TGR Rai

 

 

Foto

  1. Sante Auriti, l’emigrante abruzzese noto in America come “Piano man”, nella foto utilizzata per la pubblicità dalla celebre fabbrica di pianoforti Steinway & Sons.
  2. Sante Auriti nel laboratorio della Steinway & Sons con quello che ha chiamato “il mio ultimo bambino”.
  3. Curiosi si fermano davanti alla vetrina della Steinway & Sons nella centralissima 57esima strada di New York City, per vedere al lavoro Sante Auriti. La trovata pubblicitaria della famosa fabbrica di pianoforti nel 2009 ottenne un grande successo.
  4. Sante Auriti a colpi di scalpello ha conquistato il successo negli Stati Uniti.
  5. Sante Auriti in una immagine giovanile del 1970 ad Orsogna (Chieti)
  6. Sante Auriti
  7. Sante Auriti nel suo laboratorio alla Steinway & Sons.
  8. idem
  9. Momenti felici. Sante Auriti e Maria Fosco. Una bella coppia di arte e cultura, due orsognesi che onorano l’Abruzzo e l’Italia in America.

A GALATONE LA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO DI ARTE E POESIA SACRA (comunicato stampa)

 

COMUNICATO STAMPA

A GALATONE LA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO DI ARTE E POESIA SACRA

GALATONE (Lecce) – Si svolgerà a Galatone la 1^ edizione del Premio di Arte e Poesia Sacra, un’iniziativa che è nata per promuovere l’integrazione tra diversi soggetti e diverse culture che si misurano sul versante della Pace fra i Popoli, con la poesia e l’arte, sullo sfondo di un modello di società inclusiva che vive la differenza come risorsa. L’evento è organizzato dall’Associazione VerbumlandiArt, presidente Regina Resta, la Caritas Diocesana, direttore don Giampiero Fantastico, vicedirettore don Giuseppe Venneri e il Rettore del Santuario del SS. Crocifisso, don Angelo Corvo.

La mostra sarà inaugurata nella Chiesa di Sant’Antonio a Galatone il 1° Maggio alle ore 17.30 e resterà aperta al pubblico fino al 10 maggio. Altre esposizioni saranno nella sede della Caritas Diocesana in via Leuzzi, 85.

Si vuole puntare sul Tema della Pace e della Difesa dell’Ambiente che tutti insieme possiamo e dobbiamo promuovere per contribuire alla sensibilizzazione dell’intera società mondiale. L’evento è un’occasione di incontro e di scambio di esperienze che valorizzano l’Arte e la Poesia come veicolo di socializzazione e di coesione sociale tra persone differenti per genere, per età, per razza, cultura, religione e provenienza sociale in un contesto di reale dialogo interculturale che coinvolge tutti in una pluralità di eventi e manifestazioni culturali.

Tra gli obiettivi primari di tale evento c’è proprio quello di trarre vantaggio dai valori trasmessi attraverso la testimonianza di ospiti illustri come il dott. Massimo Enrico Milone, direttore di Rai Vaticano, ed altre personalità straniere che offriranno in questo contesto motivi di scambi culturali per lo sviluppo di conoscenze e competenze che consentono di realizzare il grande progetto dell’Associazione VerbumlandiArt della Catena della Pace che si sta diffondendo nel mondo con notevoli sforzi ed importanti capacità sociali, quali il lavoro di gruppo, la solidarietà, la tolleranza, ponendo l’attenzione sul tema dell’educazione alla Pace e al rispetto dell’Ambiente, e dell’integrazione.

La Giuria del Premio di Poesia è costituita da:

Don Angelo Corvo, Rettore del Santuario SS. Crocifisso, Galatone

Annella Prisco, scrittrice, vicepresidente Centro Studi Michele Prisco, Napoli

Goffredo Palmerini, scrittore, giornalista.

Mario Mennonna, docente di Lettere.

Curatore della Mostra: Carlo Roberto Sciascia, Critico d’arte

La Giuria del Premio d’Arte è costituita da:

Francesco Danieli, Presidente di Giuria, Storico-iconologo.

Nicola Ancona, Critico d’arte, pittore,

Ada Fedele, Restauratrice presso Museo Provinciale Sigismondo Castromediano

Giovanni De Cupertinis, Architetto

Massimo Enrico Milone – Direttore Rai Vaticano

Massimo Enrico Milone, nato a Napoli nel 1955, laureato in Giurisprudenza, è giornalista professionista dal 1978. Inizia la propria attività in campo giornalistico con l’emittente Tele Napoli e il settimanale della Confcooperative Insieme oggi collaborando con il quotidiano Avvenire del quale diventa articolista e corrispondente. Nel 1979 entra in Rai, presso la Sede Regionale per la Campania, dove segue da inviato, in particolare per il TG1, alcuni dei più importanti avvenimenti, come il terremoto dell’Irpinia, il bradisismo flegreo, il terrorismo e il rapimento di Ciro Cirillo. È promosso Caposervizio e, nel 1989, è scelto come Vice Caporedattore. Nel 1992, nell’ambito della redazione giornalistica della Sede Regionale per la Campania, gli viene riconosciuta la qualifica di Capo Redattore e assume le funzioni di coordinamento dell’informazione regionale. Nel 2003 riceve l’incarico di responsabile della Redazione Regionale TGR Campania in qualità di Caporedattore Centrale, incarico che ricopre fino al 2013, anno in cui è chiamato a Roma per assumere la responsabilità di Rai Vaticano. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per l’attività giornalistica, tra cui i premi per il Bimillenario Virgiliano, il Città di Napoli, il Dorso e il Buone Notizie. Tra il 2002 e il 2009 è stato Presidente nazionale dell’Unione Cattolica Stampa Italiana dopo essere stato Segretario Generale. È autore di diverse pubblicazioni, tra libri e saggi giuridici. Per una trilogia sui Santi del Mezzogiorno ha ricevuto il Premio Capri San Michele. Ha insegnato al Master di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

 

 

 

A Cagliari la Mostra sulla Sardegna nuragica di Gianni Berengo Gardin, il grande maestro della Fotografia

 

GIANNI BERENGO GARDIN E LA SARDEGNA NURAGICA

Un fotografo in viaggio tra le architetture di pietra, una mostra negli spazi della Fondazione di Sardegna, a cura di Marco Minoja. A Cagliari, a partire dal 26 aprile.

Cagliari, 20 aprile 2018 – Gianni Berengo Gardin torna a raccontare la Sardegna nuragica con un nuovo viaggio alla scoperta delle architetture di pietra. Lo fa a trent’anni dalla mostra milaneseSardegna preistorica. Nuraghi a Milano (1985), a cui ha fatto seguito nel 2015 l’esposizione L’isola delle Torri, allestita sempre nella capitale lombarda.

Promosso dalla Fondazione di Sardegna e inserito nell’ambito della piattaforma AR/S – Arte condivisa in Sardegna, il tour artistico si è trasformato in indagine sui luoghi e sulle persone che li abitano. Dai sette giorni di viaggio di Berengo Gardin sono nati un libro –“Architetture di Pietra – Fotografie della Sardegna Nuragica” edito da Imago – e una mostra fotografica – “Un fotografo in viaggio. Gianni Berengo Gardin e la Sardegna nuragica”: 40 opere che potranno essere ammirate negli spazi della Fondazione di Sardegna, in via San Salvatore da Horta 2 a Cagliari, a partire dal 26 Aprile 2018 sino al 31 Agosto 2018.

La Sardegna custodisce un tesoro che conta 8.000 nuraghi, uno ogni 3 km quadrati: un patrimonio archeologico rivalutato a partire dagli anni Trenta e valorizzato con la successiva istituzione, nel 1955, della prima cattedra di Antichità sarde, grazie al lavoro di Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei, considerato il padre degli studi sulla civiltà nuragica. Nel 1997, i siti nuragici sono stati dichiarati Patrimonio dell’umanità.

Il lavoro sulla Sardegna nuragica di Gianni Berengo Gardin, supportato da Marco Minoja, già soprintendente archeologo della Sardegna, rivisita luoghi oramai trasformati dal tempo che però ancora conservano l’anima profonda di una tradizione. “Un viaggio con Gianni Berengo Gardin è un’esperienza unica – scrive Minoja – un’immersione in una dimensione artistica e ancora artigianale in cui la fotografia è vera fotografia nel senso più profondo del termine. Che è quanto di più adatto, secondo me, a rapportarsi ad una realtà insieme nobile e quotidiana come la presenza delle architetture nuragiche nella Sardegna contemporanea”. Si tratta quindi di un viaggio che è un’avventura portata in cento angoli della Sardegna, un dialogo in cui alle immagini in bianco e nero si accompagnano i racconti delle giornate passate insieme, gli incontri occasionali, gli squarci del paesaggio e le narrazioni raccolte dalle tante persone che hanno condiviso il loro pezzo di conoscenza dell’archeologia nuragica. Un mondo lontano nel tempo si è fatto in questo modo vicino e presente, e si offre agli sguardi dei lettori nelle pagine dense di questo volume.

Scrive nella presentazione il presidente della Fondazione di Sardegna, Antonello Cabras“Con grande convinzione la Fondazione di Sardegna ha accolto la sollecitazione giunta dalla Soprintendenza di Cagliari di dare corso a un nuovo lavoro del fotografo; un lavoro legato intimamente al suo primo reportage archeologico, attraverso il quale Gianni Berengo Gardin aveva svelato al pubblico milanese il fascino delle grandi costruzioni nuragiche […] E l’ha accolta nella convinzione che ancora oggi seguire il filo sotteso a tutta la Sardegna della presenza dei monumenti nuragici rappresenti un modo fedele e rispettoso di entrare in contatto con l’anima della regione e rappresentarne l’identità più profonda”.

L’esposizione sarà suddivisa in sette sezioni, una per ogni giorno di viaggio nelle diverse subregioni isolane. Ogni sezione sarà accompagnata da un breve testo sotto forma di testimonianza: commenti e impressioni raccolti durante il viaggio da studiosi, archeologi e giornalisti.

La mostra, visitabile gratuitamente, dal lunedì al sabato dalle 10 alle 19, sarà inaugurata presso la sede cagliaritana della Fondazione di Sardegna giovedì 26 Aprile 2018, a partire dalle ore 18.

Per maggiori informazioni: www.fondazionedisardegna.it


Nota biografica

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita, 1930). Ha collaborato con le principali testate della stampa nazionale e internazionale, ma si è principalmente dedicato alla realizzazione di libri, pubblicando oltre 250 volumi fotografici. Ha lavorato a lungo con il Touring Club Italiano, pubblicando una serie di volumi sull’Italia e sui Paesi europei, e con le maggiori industrie italiane per cui ha realizzato reportage e monografie aziendali. Il suo archivio contiene circa un milione e cinquecentomila fotografie rigorosamente in bianco e nero, che spaziano dal reportage umanista alla descrizione ambientale, dall’indagine sociale alla foto industriale, dall’architettura al paesaggio. Ha tenuto oltre 300 mostre personali in Italia e all’Estero e le sue immagini fanno parte delle collezioni di diversi musei e fondazioni culturali internazionali, quali il Moma di New York, la Bibliothèque Nationale de France e la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Musèe de l’Elysée di Losanna, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. Tra i premi ricevuti si segnalano il Premio Brassai nel 1990 a Parigi, il Leica Oskard Barnack nel 1995 ad Arles, nel 2008 a New York il prestigioso Lucie Award alla carriera (considerato il Nobel della fotografia) e nel 2014 il Premio Kapuściński per il reportage a Roma. Nel 2009 gli è stata conferita la laurea Honoris Causa dall’Università degli studi di Milano. Nel 2016 un’importante retrospettiva al Palazzo delle Esposizioni di Roma ne ha celebrato la lunga carriera.

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Sebastiano Catte

Agenzia Comunica

 

Duilio Chilante

 

 

L’ARTE DIS-VELATA DI DUILIO CHILANTE

Emanuela Medoro

Osservo a lungo nel silenzio la mostra dell’opera di Duilio Chilante “L’Arte dis-velata”, a palazzo Fibbioni. La mostra consiste in una serie di quadri a olio su tela o su tavola e alcuni disegni a matita o a inchiostro. Nel catalogo, tanti ricordi di amici e immagini della città a partire dagli anni ’70, anni in cui D. Chilante iniziò a dipingere, mentre portava avanti l’attività professionale nel campo della comunicazione d’impresa e dell’editoria come grafico e direttore artistico. “… Un pezzo di vita è racchiuso all’interno di queste cornici…semplicemente una storia in pittura dove vengono sfiorate tantissime note…”

Noto fra i ricordi il vivace brano Il Pallone e la Farfalla, di Vincenzo Battista, docente di Storia dell’Arte, che fonde in una sintesi brillante il gioco del calcio nel campo sportivo dei salesiani con l’esercizio della pittura, in un alternarsi di parole e immagini che ci fanno conoscere gli anni della formazione giovanile di D. Chilante. “… era arrivato Duilio, lo aspettavamo, in quello spazio- cemento mitologico, per noi, per Duilio, la sua tavolozza dei colori…”

Ne “L’Arte disvelata” D. Chilante narra il suo percorso creativo di artista e stimola chi guarda a descriverlo e disvelarlo. D. Chilante pittore nasce figurativo, tocca il ritratto, e termina con immagini ricche di immaginazione e di colore costruite su geometrie da interpretare e, possibilmente, capire. Per i necessari riferimenti alla storia dell’arte, espliciti come nel caso del ritratto “Omaggio a Velasquez” o impliciti, rimando alle note introduttive del catalogo.

Vedo paesaggi di fantasia, il mare in tempesta dove al colore scuro e minaccioso delle onde si accompagna quello luminoso dorato del cielo; un paesaggio di terra, in cui lo spazio infinito della natura di terra e di acqua, delimitato e scandito da tre alberi, è unificato dalla luce del cielo, anche questa dorata come quella del mare in tempesta. Il colore dorato insieme all’azzurro diventa poi protagonista in “Tramonto”, e diventa anche il colore della terra in “Visioni prospettiche” in cui appaiono in primo piano figure umane, appena abbozzate nell’atteggiamento faticoso del lavoro. Presenti anche soggetti a carattere religioso, con un “Cristo coronato di spine” e un “Trittico Sacro”.

Oltre questo punto, il percorso di Duilio entra in una dimensione in cui i soggetti rappresentati diventano sempre più fantasia e colore, come “Campo di grano sul Tirino”, “Cerchio magico”. Noto la ricorrente miscela del verde con il blu, bellissima in “Trasparenze” e “Sogno in tecnicolor”, facilmente comprensibile in “Forme scomposte”, un po’ meno in “Finestra americana”, in cui una cornice verde e blu racchiude forme geometriche, due di esse in rosso scuro.

Vorrei concludere questa breve descrizione di Duilio Chilante artista della pittura con miei ricordi personali del suo lavoro di grafico ed editore. A suo tempo si occupò della composizione e stampa di due libretti miei, uno scritto per i vent’anni di presenza delle Suore della Dottrina Cristiana nella missione in Africa, e uno per i quadri a gessetto e a olio dipinti da mia madre Flora Fabrizi durane il suo periodo di insegnamento a Ovindoli, quasi un secolo fa, ormai. In ambedue i casi notai una sentita partecipazione di Duilio alla composizione e stampa dei miei lavori, che senz’altro ne valorizzò il contenuto. Per questo gli devo un sentito grazie.

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L’Aquila 16 aprile, 2018.