“Tipicamente Aquilani” alla kermesse di produzioni tipiche locali – Roma, 19 e 20 maggio, Mostra mercato “Città dell’Altra Economia”

 

 

COMUNICATO STAMPA

Tipicamente Aquilani alla kermesse di produzioni tipiche locali

A Roma il 19 e 20 maggio, alla Mostra mercato Città dell’Altra Economia

Una vetrina per rilanciare le aree cratere del comprensorio aquilano

L’AQUILA – Le eccellenze del territorio come vettore di rilancio per le aree del comprensorio aquilano, che a nove anni dal sisma del 2009 portano ancora i segni evidenti della difficile ripresa. Il progetto “Tipicamente Aquilani” costituisce il momento clou di un percorso avviato per dare nuovo slancio turistico al territorio aquilano, facendo conoscere le eccellenze, la storia e le suggestive tradizioni d’una terra ricca d’arte e cultura, di straordinarie bellezze naturalistiche e ambientali. “Tipicamente Aquilani” approda dunque a Roma, alla Città dell’Altra Economia, grande Mostra mercato che si svolge nel centro storico della Città eterna, in Largo Dino Frisullo al Testaccio, dal 19 al 20 maggio 2018.

Due giornate ricche di eventi, di animazioni per grandi e piccini, in cui sarà possibile scoprire e gustare i veri tesori del comprensorio aquilano, rappresentati dai loro produttori, veri paladini di questa splendida area resa ancora più attrattiva dalla presenza dei Parchi naturali. A fare da “apripista” alle produzioni aquilane, con spirito sportivo e partecipativo, la “Magnalonga in bicicletta”, arrivata alla sua decima edizione, e altre associazioni scese in campo per dare il loro contributo al successo della manifestazione.

Nella giornata di sabato 19, a partire dalle 10:30, è previsto anche un educational press con giornalisti ed operatori di settore per introdurli negli itinerari che portano alla scoperta della gastronomia e dell’artigianato locale attraverso una Guida e un video, che verranno presentati per l’occasione.

Il progetto, cofinanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico, è promosso dal GAL (Gruppo di Azione Locale) Gran Sasso Velino, organizzazione no-profit con sede in L’Aquila che coinvolge realtà economiche e amministrative al fine di favorire una crescita integrata dell’area. L’azione riguarda prevalentemente le produzioni rurali, il settore agroalimentare ed enogastronomico, l’artigianato e altre tipicità, intesi come fattori distintivi per accrescere la competitività in chiave turistica delle aree cratere.

Ufficio Stampa

One Group

Francesca Pompa

Cell. 348-2267317

Rino Gaetano, cantante sempre più attuale – Battitore libero, fuori dai conformismi che appiattivano le coscienze. Canzoni vive, mai diventate reperti

 

 

Rino Gaetano, cantante sempre più attuale

Battitore libero, fuori dai conformismi che appiattivano le coscienze. Canzoni vive, mai diventate reperti

di Domenico Logozzo *

PESCARA – Rino Gaetano, a 37 anni dalla morte, è più attuale che mai. Le sue canzoni vengono cantate da tutti, non solo dai giovani di allora, ma soprattutto dai giovani di oggi. “Almeno quattro generazioni parlano di lui, lo ricordano, lo amano, lo citano, lo diffondono”, si legge sulla pagina facebook a lui dedicata. Consensi sempre maggiori. E davvero “il cielo è sempre più blu” per Rino “artista di culto”. E lui continua a regalarci forti emozioni. E belle sorprese. L’ultima è di qualche giorno fa: pubblicato un brano inedito e incompleto registrato poco tempo prima del mortale incidente stradale del 2 giugno 1981.Rino aveva appena 30 anni. Aveva certamente ancora tanto da dirci. “Ascoltare la voce di Rino Gaetano – ha scritto Pietro D’Ottavio su Repubblica – fa venire i brividi. È l’effetto che regala Ti voglio, canzone scritta e cantata dal cantautore scomparso, ma rimasta incompleta fino a poco tempo fa”.

La riscoperta si deve alla sorella dell’artista, Anna Gaetano. Ha affidato il brano al cantautore romano Artù che ha completato il testo, con l’arrangiamento della Rino Gaetano Band, guidata da Alessandro Greyvision, nipote di Rino. Nel finale l’incisione originale con la voce del cantautore calabrese. Il videoclip firmato dal regista Maurizio Nichetti. Il brano sarà proposto per la prima volta al pubblico il 2 giugno prossimo a Roma, durante l’ottavo raduno nazionale del RINO GAETANO DAY, che ogni anno richiama oltre trentamila persone in piazza Sempione, nel quartiere tanto caro all’artista. L’ospite speciale dell’edizione di quest’anno sarà Simone Cristicchi.

Il “Rino ritrovato” riporta alla mente ricordi preziosi. La pagina facebook “Rino Gaetano-Rino Gaetano Day”, mette in copertina i “40 anni di Nuntereggae più”, scrivendo: “La canzone avrebbe dovuto essere presentata a Sanremo 1978 ma il cantautore fu convinto, per motivi discografici, a sostituirla con “Gianna“; divenne estremamente popolare dopo la partecipazione al Festivalbar 1978 a Verona con l’esibizione in accappatoio ed il simbolico lancio della trottola”. E proprio quaranta anni fa Rino Gaetano creava a Pescara la canzone “E cantava le canzoni”. Quaranta anni dopo, in Calabria, il titolo di quel brano che l’indimenticato artista di Crotone interpretò magistralmente al Cantagiro del 1978, proprio in riva all’Adriatico, dà origine al nome del concerto a lui dedicato “… e cantavo le canzoni”, della nota cantante e attrice calabrese Manuela Cricelli.

Un nuovo ed importante impegno, dopo quello dello scorso anno come cantante solista del gruppo Phaleg nello spettacolo “Sulle orme di Annibale” con Michele Placido. E’ stata protagonista dello spettacolo teatrale “L’ultima cantastorie”, omaggio a Rosa Balistreri con un concerto anche al Quirinale. Intensa attività. Ha partecipato, insieme al suo gruppo storico Arlesiana Chorus Ensemble, come vocalist e solista ai progetti musicali “Ballata per una madre” e “Taranta Opera” di Eugenio Bennato. Laureata in psicologia clinica e di comunità all’ università di Torino, Manuela Cricelli è esperta nell’utilizzo del canto come strumento terapeutico e di indagine psicologica. “Attualmente sono impegnata nella conduzione di Azione canora, un progetto di cantoterapia”, ci dice la brillante e molto apprezzata artista. “L’idea del concerto-tributo a Rino è nata in una notte d’estate, l’anno scorso, in Calabria, sulla costa jonica della provincia di Reggio, mentre tornavo a Roccella. In auto ascoltavo alla radio Sei ottavi, che è anche la mia canzone preferita. Mi sono immaginata sul palco, con il suo classico cilindro, a dare la mia interpretazione delle sue ballate! Ed ecco che, subito dopo l’estate, cominciammo le prove per realizzare il progetto con Peppe Platani, Vincenzo Oppedisano, Gianfranco Ozzimo e Paolo Staltari”.

E non si può non condividere il pensiero di Manuela. Sei ottavi è effettivamente una delle più belle canzoni di Rino. Testo meraviglioso. Come una poesia “… la luce discreta spiava e le ombre inventava/mentre sul mare una luna dipinta danzava…”. Da sogno “…mentre la notte scendeva stellata stellata/lei affusolata nel buio dormiva incantata/chi mi dirà buonanotte stanotte mio Dio/la notte le stelle la luna o forse io”.

Perché a 37 anni dalla morte tutti cantano ancora Rino Gaetano?

Rino aveva una straordinaria dote: l’ironia”, ci risponde Manuela Cricelli. E sottolinea:”E’ questa sua caratteristica che lo ha reso immortale. Lo sberleffo intelligente, sempre attuale, che utilizzava nelle sue canzoni, contro la scena politica e sociale. E’ questa sua ironia, quindi, che determina la modernità del suo linguaggio accessibile a tutti e la sua “sempreverde” popolarità, anche tra i giovani di oggi! Del resto Rino stesso aveva dimostrato lungimiranza quando affermò:” …Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire. Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale”.

Cosa apprezza maggiormente di Rino?

La sua enorme creatività, la sua fantasia, la ruvidezza del suo canto, e il coraggio di fare, nelle sue canzoni, nomi e cognomi di uomini politici corrotti! Apprezzo il fatto che la sua arte non è mai stata condizionata dagli schieramenti politici! Lui diceva la verità. E la verità non ha colore politico. Le sue erano canzoni d’amore per la collettività, contaminata dal potere corrotto”.

Qual è il suo messaggio più attuale?

Credo che nelle sue canzoni lui non smetta mai di dirci di essere fuori dagli schemi, di non restare ingabbiati nelle logiche di un sistema vizioso e perduto. Con i suoi testi intelligenti e ironici, ci urla le contraddizioni sociali e le passioni, ci urla di essere individui pensanti e pieni di sentimento. Di amare e vivere con pienezza la nostra esistenza. Un messaggio più che mai attuale e universalmente valido”.

Sempre fuori dagli schemi. “Un battitore libero, fuori dai conformismi che appiattivano le coscienze”, ha scritto nel 2001 il giornalista del Tg1 di origini calabresi Vincenzo Mollica, presentando il libro “Rino Gaetano live”, pubblicato da Emanuele Di Marco. Le canzoni, l’impegno sociale, di denuncia, l’amicizia, l’amore: “Il problema me lo pongo al di fuori, con distacco, e colgo il lato tragicomico”, diceva Rino Gaetano che negli anni iniziali della carriera aveva fatto la “sperimentazione” in Abruzzo. Tante serate e anche seguitissime trasmissioni su “Radio 103”, l’emittente privata abruzzese anticipatrice dei tempi, che diede spazio alle originali proposte di tanti cantautori emergenti divenuti poi molto famosi. Gente che ha lasciato il segno. Come Rino Gaetano che ci ha consegnato messaggi ancor oggi attualissimi.

Lo ha ricordato qualche anno fa a Pescara, nella trasmissione televisiva Rai “Settimanale Tgr”, il prof. Andrea Ledda, che nel 1975 era stato l’animatore dell’avventura radiofonica coraggiosa e straordinaria di “Radio 103”. Trampolino di lancio per tanti artisti. “Cantanti-poeti”, li ha definiti Ledda, intervistato dal giornalista della Rai Berardo Aurini. “Qualcosa di diverso” entrava nel mondo della musica leggera italiana. Pescara allora era una piazza importante, anche perché proprio qui la casa discografica RCA aveva una “agenzia strategica” per il Centro-Sud. E la promozione dei cantanti partiva spesso dall’Abruzzo. Dalla radio alle feste in piazza: Pescara, Francavilla al Mare, Silvi, Città Sant’Angelo, Montesilvano e via via tutti i luoghi del divertimento della riviera adriatica.

Il prof. Ledda ricorda ancora: “Rino Gaetano era misconosciuto e aveva inciso un disco strepitoso Ma il cielo é sempre più blu. In Abruzzo tornava spesso. E proprio a Pescara gli era venuta l’idea di scrivere nel 1978 E cantava le canzoni, dopo avere fatto amicizia con un gruppo di emigranti che lavoravano in un’industria automobilistica tedesca. Li aveva incontrati in uno stabilimento balneare. E gli era rimasta impressa la ripetitività con la quale selezionavano ed ascoltavano al jukebox sempre le stesse canzoni, i successi del momento”. Dedicata agli emigranti “E cantava le canzoni” evidenziava la capacità che Rino aveva nel mettere insieme, senza banalità, la tristezza, la speranza, la bellezza della donna amata, tante sensazioni. “E partiva l’emigrante e portava le provviste/ due o tre pacchi di riviste /E partiva l’emigrante/ ritornava dal paese/ con la fotografia di Bice bella come un’attrice/ E cantava le canzoni che sentiva sempre a lu mare …” E qui l’abruzzesità dell’ispirazione l’ha voluta sottolineare, usando il dialettale “lu mare”, anzichè “al mare”. Una espressione tipica della gente d’Abruzzo che dal legame fortissimo con le radici montanare fa emergere la nostalgia del ritorno “a lu mare”.

Emigrazione e pregiudizi. Questioni importanti, affrontate da Rino sempre con molta determinazione. In un’intervista a “Ciao 2001”, che Emanuele Di Marco ha ripreso in “Rino Gaetano live”, il cantautore fece questa riflessione: “Essere emigrati è uno dei gravi problemi del Sud. In alcune città del Nord mi sono trovato con gente che ci resta male quando gli dici che sei calabrese: si aspettano ancora il baffone con la lupara, scuro e piccoletto, lo sguardo torvo e il cappellaccio. Io oltretutto sono alto e neppure moro di capelli. Ricordo che a Milano il gestore di un locale, per vendicarsi dell’ostracismo per gli italiani in Svizzera, aveva appeso un cartello: vietato l’ingresso agli svizzeri. E a un giornalista accorso a complimentarsi, rispose: “devono smetterla questi svizzeri di trattare anche noi milanesi come terroni”. Beh, credo che i portoricani stiano meglio di noi”. Una amara constatazione che evidenziava una triste realtà, facendo capire le difficoltà e le umiliazioni subite dai nostri emigranti.

L’attualità di Rino e la crescente attenzione che c’è nei confronti della sua produzione musicale, è confermata anche dal fatto che “le canzoni del cantautore – scrive Repubblica- hanno avuto persino più successo negli ultimi vent’anni di quando l’artista era in vita. “Le sue canzoni non sono mai diventate dei reperti, per il semplice fatto che sono vive”, ha scritto Vincenzo Mollica. Canzoni vive come “Mio fratello è figlio unico”. Rino, parlando nel 1976 del suo nuovo 33 giri, disse al giornalista di “Ciao 2001”: “Il tema unitario delle canzoni é quello degli emarginati. Ma non sono tanto quelli tradizionalmente riconosciuti, come i sottoproletari, gli alcolisti, i drogati, quanto noi stessi. Pochi si occupano delle cosiddette persone normali. Pensa solo ad un incidente per strada, con la gente che scappa per paura che la polizia faccia perdere tempo. Questo è “Mio fratello é figlio unico”, una persona tutto sommato normalissima”. Spiega: “Mi dispiace esasperare un po’ le cose, amo i paradossi. In fondo Ionesco, uno degli autori teatrali che preferisco, é tutto un paradosso.Vedi, dire che mio fratello è figlio unico perché é convinto che esistono ancora gli sfruttati, i malpagati e i frustrati, non è demagogia. C’è gente che sta male e non crede ci sia chi sta ancora peggio”. E a proposito dei ricchi e dei poveri, conclude: “Con i primi fai sempre le classifiche: il miliardario più ricco lo conosci. Il povero più povero no”.

*già Caporedattore TGR Rai

XXXIV Congreso de Lengua y Literatura Italianas de la Asociación Docentes e Investigadores de Lengua y Literatura Italianas 20, 21 y 22 de Septiembre de 2018 – Córdoba

XXXIV Congreso de Lengua y Literatura Italianas de la

Asociación Docentes e Investigadores de Lengua y Literatura Italianas

20, 21 y 22 de Septiembre de 2018 – Córdoba

Con Aval Académico del Honorable Consejo Directivo de la Facultad de Lenguas

(Res. Nro. 474/2017)

Segunda Circular

El Área de Italianística y la Sección Italiano de la Facultad de Lenguas de la Universidad Nacional de Córdoba, a través de la Comisión Organizadora del XXXIV Congreso de Lengua y Literatura Italianas de A.D.I.L.L.I., invitan a docentes, investigadores y estudiantes a participar en el encuentro de estudios que se realizará en la ciudad de Córdoba, durante los días 20, 21 y 22 de septiembre de 2018.

Comisión Organizadora

Coordinadora General: Prof. Norma Ceballos Aybar

Profesores: Beatriz Blanco, Mariela A. Bortolon, Claudia Bossio, Patricia Deane, Julio A. Manzanelli, Silvana Marchiaro, Egle Navilli, Carolina Negritto, Massimo Palmieri, Valeria Sapei, Silvina Voltarel, Cecilia Chiabrando, Ángela Castro, Leina Serqueira, Florencia Verzino Dantas, Enrique Rossetto, Luisa Fernández.

Tema: El espectáculo en la lengua y la literatura italianas

Fundamentación

El objetivo de este Congreso es dar continuidad a un espacio institucional propicio para la reflexión y el intercambio en torno al eje de la italianística que comprende, además de la literatura italiana y literaturas comparadas, los estudios concernientes a la lengua italiana y la lingüística. Áreas permanentes del encuentro anual son: Didáctica de la lengua italiana, Cultura, Traducción, Inmigración y presentación de Proyectos de Investigación.

En esta oportunidad, la actividad del Congreso se desarrollará sobre el tema “El espectáculo en la lengua y la literatura italianas” con la finalidad de integrar la problemática de la lengua, sus variables, los lenguajes, la literatura y la cultura italianas en todos los aspectos.

Objetivos

  • Favorecer el diálogo entre docentes e investigadores de lengua, literatura e inmigración italianas.

  • Activar mecanismos y espacios de intercambio entre los profesionales que participen.

  • Crear un espacio para la reflexión y el debate sobre problemáticas lingüísticas, literarias y culturales en torno al tema seleccionado.

  • Promover la difusión de las investigaciones en curso en nuestro país y países vecinos.

Subtemas propuestos

  • Letteratura per lo spettacolo

  • Letteratura e teatro

  • Lo spettacolo della morte

  • Lo spettacolo della corte

  • Lo spettacolo della cucina

  • Lo spettacolo della natura

  • Lo spettacolo della vita quotidiana

  • Lo spettacolo dei mass media

  • Lo spettacolo della politica

  • Il mondo come spettacolo

  • La fusione di musica e letteratura

  • La commedia dell’arte

  • Lo spettatore critico

  • La scena contemporanea

  • La messa in scena

  • L’importanza della scrittura teatrale

  • Forza e ricchezza del teatro

Subtemas sugeridos para las áreas de lengua y didáctica de la lengua

  • Lo spettacolo della lingua

  • La lingua dello spettacolo

  • La lingua come supporto della competenza scrittoria

Áreas permanentes

  • Didáctica de la lengua y de la literatura italianas

  • Literatura italiana comparada

  • La Traducción y su problemática

  • Lingüística italiana comparada

  • Proyectos de investigación

  • La herencia cultural de los inmigrantes

Actividades académicas

  • Conferencias plenarias en italiano

  • Paneles (La presentación de las ponencias no excederá los 20 minutos.)

  • Ponencias en comisión (La presentación de las ponencias no excederá los 20 minutos.)

Normas para la presentación de las comunicaciones

  • Idiomas del Congreso: italiano y español.

  • La presentación de ponencias se limitará a dos por persona, salvo en el caso de los proyectos de investigación.

  • Los trabajos de lengua deberán presentarse en italiano.

  • Los trabajos de literatura deberán presentarse preferentemente en italiano.

  • El tiempo de lectura de los paneles no deberá exceder los 20 minutos.

  • El tiempo de lectura de las ponencias no deberá exceder los 20 minutos.

  • Solo se leerán las comunicaciones cuyos autores estén presentes en el Congreso.

  • Se abonará un arancel por cada ponencia y autor. Para los trabajos grupales, abonarán inscripción al Congreso cada uno de los integrantes del equipo en forma individual.

  • Una vez aceptado su resumen, el interesado deberá efectuar el pago del arancel de inscripción al Congreso. No serán incluidos en el programa quienes no hayan hecho efectivo su pago.

  • Solo se aceptarán y publicarán aquellos trabajos que: a) se relacionen con el lenguaje, la literatura y la cultura italianas, b) se ajusten a la temática del Congreso y c) cumplan con los requisitos formales solicitados.

Formatos para la presentación de trabajos

Presentación de resumen y del trabajo en extenso

Hoja A4. Tipo de letra: Times New Roman. Cuerpo: 12. Párrafo: Interlineado 1,5. Márgenes: superior e izquierdo 3 cm, inferior y derecho 2 cm.

Resumen: Nombre y apellido del/los autor/es, institución de pertenencia del/los autor/es, correo electrónico, título de la ponencia, área temática, palabras claves. El resumen no debe exceder las 250 palabras.

Trabajo:

Carátula: Encabezamiento del Congreso, Apellido y nombre del/los autor/es, correo electrónico, lugar de trabajo, alineados a la izquierda al comienzo de la hoja, simple espacio.

Título del trabajo: Centrado y en negrita a mitad de la hoja. Área temática, palabras claves.

Cuerpo principal: 8 (ocho) páginas como máximo, incluidas notas al pie, bibliografía y anexos. Interlineado 1.5.

Citas; las citas breves deben ser incorporadas en el texto entre comillas; las que excedan los tres renglones deben ir en párrafo aparte, en Times New Roman 11, interlineado simple, con sangría izquierda de 2.5.

Notas al pie: interlineado simple, Times New Roman 10.

Espacio joven

En esta categoría podrán participar quienes se inician en la docencia y en la investigación. Los interesados deberán especificar que desean ser incluidos en este espacio en el encabezamiento del resumen, del trabajo y en la ficha de inscripción. Seguirán las normas solicitadas para la presentación. El arancel de inscripción corresponde a miembro expositor.

Plazo para la recepción de los trabajos:

Presentación de Abstracts

Hasta el 31 de Mayo de 2018

Plazo para la presentación del trabajo completo: 31 de Julio de 2018.

El resumen y trabajo completo se enviarán por correo electrónico a la dirección: adillicordoba2018@gmail.com

LINKS FORMULARIOS DE INSCRIPCIÓN:

Hasta el 30/06/2018

Hasta el 31/07/2018

Desde el 01/08/2018

Expositor

socio ADILLI

$1.400.-

$1.600.-

$1.800.-

Expositor

no socio / extranjero

$1.600.-

$1.800.-

$2.000.-

Asistente

no socio / extranjero

$1.500.-

$1.700.-

$1.900.-

Asistente

socio ADILLI

$1.100.-

$1.300.-

$1.500.-

Estudiante

expositor

$200.-

$200.-

$200.-

Estudiante

asistente

Sin cargo

Sin cargo

Sin cargo

Modalidades de pago:

  • En efectivo, Tarjeta de Débito o Crédito, en la Caja de la Facultad de Lenguas de la Universidad Nacional de Córdoba, sita en Av. Valparaíso s/nro., Ciudad Universitaria, Córdoba, de lunes a viernes, de 9:00 a 13,30 horas.

  • Mediante depósito o transferencia a la siguiente cuenta:

Titular: Universidad Nacional de Córdoba -Facultad de Lenguas
: 213-19028/90
Tipo: Cuenta Corriente
Banco: Banco de la Nación Argentina
Suc: Córdoba Centro
Código sucursal: Nº 1570
CBU: 01102132-20021319028903
CUIT: 30-54667062-3
Código Swift: NACNARBAACOR

Quienes optan por la segunda modalidad, deberán enviar una copia escaneada, vía correo electrónico,  del comprobante de depósito, a los fines de una CORRECTA imputación del mismo. El correo debe ser enviado a las siguientes cuentas de correo: adillicordoba2018@gmail.com y depositos@fl.un.edu.ar.

El importe del depósito SERÁ ACREDITADO UNA VEZ QUE SE HAYA COMPLETADO lo solicitado anteriormente.

Conserve y traiga a Córdoba el comprobante emitido por el Banco, el correo o la Caja de la Facultad de lenguas.

Es indispensable que se envíe esta información para cumplimentar correctamente la inscripción.

 

Link:

2da. CIRCULAR

UNFAKE CONNECTIONS _ Carol Goodden | Trisha Brown | Gordon Matta-Clark _ Sabato 26 Maggio 2018, ore 18.30, Fondazione Zimei (Via Aspromonte, s.n. Montesilvano-PE)

 

UNFAKE CONNECTIONS
Carol Goodden | Trisha Brown | Gordon Matta-Clark

a cura di Harold Berg e Massimiliano Scuderi
Sabato 26 Maggio | ore 18.30
FONDAZIONE ZIMEI – Via Aspromonte, s.n. – Montesilvano (Pescara)

MONTESILVANO (Pescara) – New York negli anni sessanta e settanta è stata l’incubatrice di movimenti e linguaggi artistici d’avanguardia come la Pop Art, la MInimal e la Conceptual Art. La mostra, curata da Harold Berg, membro del comitato per la fotografia del Whitney di New York, e dal direttore della Fondazione Zimei Massimiliano Scuderi, mira ad approfondire il clima di sperimentazione artistica e di contaminazione linguistica di quel momento storico, privilegiando le relazioni e le ricerche di tre grandi talenti dell’arte occidentale.

Gordon Matta-Clark, figlio del pittore cileno Roberto Matta e dell’artista americana Anne Clark, divenne famoso attraverso il suo personale metodo di sottrazione di parti di architetture, che tagliava e bucava, creando delle vere e proprie sculture. Creò insieme ad altri artisti l’Anarchitecture, movimento che fondò applicando il concetto di anarchia all’architettura; le sue opere sono presenti in tutti i musei del mondo ed è considerato un punto di riferimento imprescindibile nella storia dell’arte contemporanea. Trisha Brown, scomparsa di recente, è stata coreografa e danzatrice, considerata artista a tutto campo per le caratteristiche specifiche delle sue performance, attente ai linguaggi visivi oltre che a quelli del corpo e della danza. Riuscì ad elaborare un suo personale stile, amato sia dall’Opera di Parigi che da artisti suoi amici come Donald Judd o Laurie AndersonCarol Goodden, artista e moglie di Gordon Matta Clark, conosciuta come fotografa e interprete delle coreografie del Trisha Brown Dance Company di New York, svolse un ruolo fondamentale in questo contesto. Insieme a Tina Girouard Gordon Matta-Clark fu fondatrice di FOOD, un importante ristorante a SoHo, New York, all’incrocio tra Prince e Wooster street, un luogo in cui gli artisti potevano incontrarsi e gustare il cibo insieme.

FOOD è stato anche definito un “punto di riferimento nella storia e nella mitologia di SoHo negli anni ’70“. Dice Carol Goodden in un’intervista recente:FOOD era una  “scultura vivente”, non era solo un luogo in cui mangiare, era un luogo per pensare. Un luogo in cui incontrarsi, discu­tere idee, fare coreografie, scrivere, creare o osservare suoni (alcuni lavapiatti nel retro di FOOD, che faceva­no parte del Philip Glass Ensemble, registrarono i suoni delle stoviglie mentre venivano lavate). Per esempio alcune ossa di animale nelle mani di Gordon Matta-Clark sono diventate The Bone Dinner, sono state passate al lavapiatti, poi al gioielliere (il braccio destro di Rauschenberg, Hisachika Takahashi) che le ha infilate in una collana di corda di canapa in modo che il mecenate avesse la possibilità di indossare la sua cena a casa. Una tra­sformazione costante.

La mostra presenta oltre settanta opere dei tre artisti, insieme ad una nutrita sezione di documenti inediti e di oggetti che testimoniano la qualità delle relazioni intercorse tra gli autori. Un percorso tra fotografie, disegni e progetti, opere famosissime, come Hair Play od Office Baroque di Gordon Matta-Clark. Un’altra parte della mostra sarà dedicata alla documentazione completa di FOOD, con la riproposizione di alcune ricette originali fornite dalla Goodden stessa; concludono il percorso una sezione video con filmati inediti dei tre artisti ed un workshop in collaborazione con ACS Abruzzo Circuito Spettacolo di Teramo.

Carol Goodden sarà presente all’opening della mostra e, nei giorni precedenti, terrà una conferenza presso l’Accademia Nazionale di San Luca, evento promosso dalla Fondazione Zimei in collaborazione con l’importante istituzione romana. La Mostra sarà visitabile su appuntamento fino al 2 Luglio 2018.

info@fondazionezimei.it  –  www.fondazionezimei.it
FONDAZIONE ZIMEI
SEDE LEGALE: C.so Vittorio Emanuele II, 10 | 65121 Pescara
SEDE ESPOSITIVA: Via Aspromonte, s.n. | 65015 Montesilvano (PE)

 

La Scuola di Corropoli Vince “La Nave della Legalità” e salpa per Palermo

 

COMUNICATO STAMPA

LA SCUOLA DI CORROPOLI VINCE LA “NAVE DELLA LEGALITÀ” E SALPA PER PALERMO

La classe I E della Secondaria di primo grado supera le selezioni regionali con il progetto “Radio Aut Futura”

Un grande successo per la classe IE della Scuola secondaria di primo grado di Corropoli, guidata dal Dirigente Scolastico Manuela Divisi: il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha comunicato all’istituto vibratiano che sono proprio i giovani studenti corropolesi della classe IE della scuola secondaria di primo grado ad aver vinto la selezione regionale del Concorso Nazionale Angeli custodi: l’esempio del coraggio, il valore della memoria, promosso ed organizzato dalla Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone” di Palermo e dal MIUR. La classe IE è stata selezionata fra tutte le scuole medie della regione Abruzzo grazie al progetto multimediale “Radio Aut Futura. L’informazione libera che viene dal cielo” ideato e curato dalla docente di Lettere, prof.ssa Alessandra Angelucci, che ha manifestato grande gioia per il risultato inaspettatamente giunto. «Abbiamo pensato di presentare – racconta la curatrice Angelucci – un progetto che mettesse a frutto le conoscenze acquisite dagli alunni sulle figure dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi nel 1992 negli attentati di Capaci e Via d’Amelio, e del giornalista Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 e di cui quest’anno ricorrono i quarant’anni dalla morte. In maniera specifica gli studenti hanno riflettuto sul senso del sacrificio e dell’operato delle scorte, morte negli attentati. Sono proprio loro che nel video vengono definiti “angeli custodi” di chi ancora in terra combatte contro ogni forma di organizzazione criminale. Siamo davvero orgogliosi degli studenti: ogni passo fatto durante l’anno è stato percorso con passione e volontà. Questo risultato ci gratifica tantissimo e restituisce l’alto valore di quanto realizzato in classe e non solo nel segno della Legalità».

Il progetto ha per titolo “Radio Aut Futura. L’informazione libera che viene dal cielo”, perché l’elaborato multimediale presentato dalla classe consiste nella realizzazione di una video-trasmissione radiofonica interamente condotta dagli studenti e nella quale lo speaker radiofonico principale – Peppino Impastato – coadiuvato da due ospiti in studio, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dà vita ad una puntata tutta dedicata al ricordo di coloro che sono morti combattendo le Mafie e prestando il loro servizio allo Stato.

Cinque minuti per svegliare gli uomini che, ancora viventi e storditi dal consumismo e dall’agire illegale, sembrano aver dimenticato la bellezza di chi opera nella Legalità. Nella video-trasmissione radiofonica gli studenti della IE hanno impersonato coloro che, dopo Peppino Impastato, sono morti per difendere lo Stato dalla criminalità organizzata. Ciascuno studente, vestito degli abiti dell’epoca, ha dato un personale contributo. La trasmissione radiofonica registrata ha ricordato in modo particolare l’agire delle scorte morte negli attentati e ha fatto rivivere, sulle ali del Paradiso, tutte le anime diventate angeli in questo ambiente di libera informazione che è “Radio Aut Futura”: Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

«L’ambiente adoperato per le riprese – aggiunge la prof.ssa Angelucci – è stato realmente quello di una Radio. Il nostro ringraziamento, infatti, va a Radio G Giulianova che ha messo a nostra disposizione lo studio allestito dai ragazzi come se fosse l’antica Radio Aut che Peppino Impastato aveva costituito a Cinisi, nel suo paese di nascita, e da cui ogni giorno dava vita a discorsi di alto impegno culturale per scuotere le coscienze dei suoi concittadini. Grazie in modo particolare al direttore di Radio G Francesco Marcozzi, alla giornalista Azzurra Marcozzi e a Lorenzo Garbatini, nonché a Luca Di Mattia per il supporto dato alla regia». Con questo grande successo la classe IE salperà con la Nave della Legalità dal porto di Civitavecchia il giorno 22 maggio per prendere la rotta di Palermo. La Nave della Legalità porterà studentesse e studenti di tutto il Paese a Palermo per celebrare la memoria delle vittime delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Il 23 maggio, infatti, tutta l’Italia sarà coinvolta nell’evento commemorativo #PalermoChiamaItalia: settantamila giovani italiani uniti per dire il loro “no” alle mafie e alla criminalità organizzata.

Ecco i nomi degli studenti vincitori della classe IE: Aurora Barulli, Hakim Bassou, Mattia Bontà, Selly Branciaroli, Silvia Branella, Nicolò Capocasa, Cristina Conchedda, Kevin De Angelis, Agnese Di Francesco, Simone Di Presa, Francesca Giovannelli, Lorenzo Iustini, Erika Kaluhina, Emanuele Lupi, Sofia Marcattilio, Edoardo Misticoni, Denise Palma, Francesca Pantoli, Mauricio Antonio Ponce, Jacopo Qiu, Nicolò Quinzi, Andrea Tarquini, Giovanna Vallese.

“LA BICICLETTA DI EVA” OPERE DELLA PITTRICE EVA FISCHER – a Roma, dal 22 maggio alla Casina dei Vallati

 

“LA BICICLETTA DI EVA”, OPERE DELLA PITTRICE EVA FISCHER

Roma, dal 22 maggio alla Casina dei Vallati

ROMA – In occasione della 101° edizione del Giro d’Italia, martedì 22 maggio 2018 ore 18:30, presso la Casina dei Vallati in Roma, la Fondazione Museo della Shoah in collaborazione con l’Archivio Baumann e Fischer, inaugura la mostra “La bicicletta di Eva”. La retrospettiva dedicata alla pittrice italiana Eva Fischer (1920-2015), è realizzata con il patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, e la Comunità Ebraica di Roma. Quadri ad olio, litografie ed incisioni, scandiscono lo spazio nelle sale del 1° piano della Casina dei Vallati – Via del Portico d’Ottavia 29, Roma – sede museale della Fondazione Museo della Shoah di Roma, nelle giornate: 23, 27, 28, 30, 31 maggio e 3 giugno (dalle ore 10.00 alle 17.00), 1° giugno (dalle ore 10.00 alle ore 13.00).

“Non ero una partigiana: mi limitavo a girare in bicicletta per entrare nei teatri e nei cinema di Bologna, dover affiggevo manifesti per spingere alla lotta contro i nazifascisti”. Questa è la risposta che per tutta la vita Eva Fischer ha dato a chi le chiedesse per quale motivo fosse membro onorario dell’Associazione Nazionale Partigiani. La bicicletta di Eva, sua fedele compagna di vita, è sopravvissuta alla Seconda Guerra Mondiale, ai faticosi percorsi tra i sette colli, all’acquisto della prima autovettura alla fine degli anni ’50. Il suo scheletro metallico ha esalato l’ultima pedalata verso gli anni ’70, per

poi lasciarsi sbriciolare definitivamente dalla ruggine in un balcone di Trastevere.

Ma come può riuscire solo per merito di una fata-artista, quella Bicicletta è stata resa immortale dalle stesse mani che l’hanno guidata per decenni. Per Eva la bicicletta poteva innamorarsi, rompersi, stancarsi, riposarsi, nascondersi ed ancora fare ombra, aiutare a fuggire, portare in luoghi reali o della fantasia, morire. All’inaugurazione di lunedì 22 maggio ore 18.30, intervengono il Presidente della Fondazione Museo della Shoah, Mario Venezia, la Presidente dell’UCEINoemi Di Segni, la Presidente della CER Ruth Dureghello, e Alan David Baumann, responsabile dell’Archivio Baumann e Fischer. Un’introduzione scientifica verrà tenuta dal Prof. David Meghnagi – Assessore alla Cultura dell’UCEI e Direttore del Master della Shoah (UniRoma3).

Serena conduce Operaclassica Eco Italiano

Serena intervista il maestro Valerio Galli, direttore d’orchestra 

 

Valerio Galli, direttore d’orchestra

biografia

Nato a Viareggio, il Maestro Valerio Galli è cresciuto nella terra in cui Puccini ha scritto la maggior parte dei suoi capolavori. Non sorprende pertanto che la sua carriera sia stata lanciata nel 2007, a soli 27 anni, con TOSCA al 53° Puccini Festival. Questa produzione, diretta da Mario Corradi e pubblicata in dvd per l’etichetta Dynamic, gli vale la consegna del premio ‘Maschera d’oro 2007’ come giovane direttore emergente. Dopo la sua direzione di TURANDOT a Torre del Lago la critica ha scritto: “.. è cresciuto con Puccini nel sangue, pare che sappia bene cosa voglia dire dirigere tenendo ben desta l’attenzione dello spettatore: il ritmo è brillante, i colori accesi, grande il risalto dato a tutti i cromatismi della sgargiante partitura, una direzione robusta, ferma, giovanile e, soprattutto, efficace senza smancerie”. Nel 2013 riceve il 42° Premio Puccini, per la prima volta assegnato per la carriera.

Tra gli impegni della prossima stagione si segnalano MADAMA BUTTERFLY all’Opéra di Toulon, un concerto sinfonico al Concertgebouw di Amsterdam, TOSCA e LA RONDINE al Teatro del Maggio di Firenze, TOSCA al Teatro Comunale di Bologna, TURANDOT a San Diego, TOSCA al Michigan Opera Theratre di Detroit, IL CAPPELLO DI PAGLIA DI FIRENZE a Napoli. Nella stagione passata ha diretto CARMEN al Michigan Opera Theatre di Detroit, LA BOHÈME al Teatro San Carlo di Napoli, PAGLIACCI al Teatro Filarmonico di Verona, LA BOHÈME al Teatro Regio di Parma, DON CARLO al Teatro Carlo Felice di Genova, TOSCA per la stagione estiva del Teatro Bellini di Catania. I recenti impegni includono alcuni fra i titoli meno frequentati del repertorio operistico quali FEDORA al Teatro Carlo Felice di Genova e ADRIANA LECOUVREUR a Skopje con Daniela Dessì, il dittico ZANETTO e CAVALLERIA RUSTICANA a Livorno, LA RONDINE per il Fresno Grand Opera e LE VILLI a Managua, oltre a MADAMA BUTTERFLY al Teatro Municipale di Picenza, a Modena, Lucca, Livorno, Rovigo, TURANDOT per l’inaugurazione del Huafa Theater di Zhuahi (Cina), il recital verdiano di Daniela Dessì a Parma con la Filarmonica ‘A. Toscanini’, TOSCA per l’inaugurazione del 61° Festival Puccini, LA FORZA DEL DESTINO al Teatro Verdi di Pisa, TOSCA al Teatro Coccia di Novara, MADAMA BUTTERFLY (versione Brescia 1904) al Teatro Carlo Felice di Genova. Ha riscosso un sensazionale successo di critica e di pubblico nel suo debutto al Michigan Opera Theater di Detroit con TURANDOT (Opera news: “Galli contributed greatly to the seamless success of a memorable evening”) e ne LA BOHÈME al 60° Festival Puccini, con protagonisti Daniela Dessì e Fabio Armiliato per la regia del Maestro Ettore Scola, spettacolo trasmesso sulle reti Rai e pubblicato in DVD con il sistema 4K.

Ha diretto titoli quali IL TROVATORE, NORMA, UN BALLO IN MASCHERA, SUOR ANGELICA e GIANNI SCHICCHI, L’ELISIR D’AMORE e PAGLIACCI, collaborando con artisti quali Dimitra Theodossiou, Alberto Cupido, Piero Giuliacci, Carlo Guelfi ed Elisabetta Fiorillo. Si segnalano inoltre il dittico IL CAMPANELLO e GIANNI SCHICCHI a Genova, che ha visto alternarsi nell’opera pucciniana grandi interpreti quali Rolando Panerai e Juan Pons, RIGOLETTO nell’allestimento di Giancarlo Cobelli al Teatro Comunale di Bologna dove si alterna col M° Bruno Bartoletti, CARMEN al Teatro Coccia di Novara dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto nella precedente stagione con LA TRAVIATA, TURANDOT firmata da Ezio Frigerio e Maurizio Scaparro e MADAMA BUTTERFLY a Torre del Lago, TURANDOT al Teatro Verdi di Pisa con Giovanna Casolla, LA TRAVIATA al Teatro Sociale di Mantova, TOSCA presso il Teatro Sociale di Trento, il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro Sociale di Rovigo, per l’apertura del Daegu International Opera Festival 2008 (Corea) e al Teatro Nacional Rubén Darío in Nicaragua. Inoltre i concerti per il XXII° Kecskeméti Tavaszi Fesztival, la Casa Internazionale della Musica di Mosca, il Teatro Goldoni di Livorno con un programma interamente dedicato al repertorio verista, il Teatro Carlo Felice di Genova, il Teatro Pavarotti di Modena, i Concerti di Capodanno al Teatro del Giglio di Lucca e al Teatro Verdi di Pisa, i concerti sinfonici con l’Orchestra della Toscana ORT, l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, l’Orchestra Sinfonica di SanMarino, la serata inaugurale del 57° Festival di Santander con i solisti Eva Mei e Giacomo Prestia.

Valerio Galli si è diplomato in pianoforte nel 2002 con il massimo dei voti, lode e menzione ad honorem sotto la guida di Fabrizio Papi e Nadia Puccinelli e in composizione nel 2008 con il massimo dei voti nella classe di Pietro Rigacci. Parallelamente ai corsi con Paul Badura-Skoda, Bruno Canino, Piero Rattalino e Franco Scala, svolge un’ intensa attività concertistica che lo porta ad esibirsi come pianista a Budapest, Barcellona, New York, Los Angeles, Santa Barbara, Amsterdam, Francoforte, Shanghai, Parigi, Tokyo, Londra, Pechino, Abu Dhabi, Tripoli. Dal 2003 intraprende lo studio della direzione d’orchestra con i maestri Piero Bellugi, Aldo Faldi, Donato Renzetti e Carlo Moreno Volpini ed inoltre collabora nel 2005 come assistente del M° David Kram presso Her Majesty’s Theatre di Melbourne. Il suo debutto come direttore avviene nel 2004 con MADAMA BUTTERFLY ad Orvieto, seguito dalle opere per bambini THE LITTLE SWEEP di Britten e I VESTITI NUOVI DELL’IMPERATORE di Zangelmi.

https://www.youtube.com/watch?v=XU3xNo1Quzg

LORO 1 E LORO 2

 

 

LORO 1 E LORO 2: FRA CRONACA E FANTASIA

Emanuela Medoro

In programmazione i due film di Paolo Sorrentino, Loro 1 e Loro 2, protagonisti in ambedue Toni Servillo e Elena Sofia Ricci. Non entro nel merito della scelta di dividere la narrazione in due parti, ma mi permetto di dire che bastava abbreviare alcune scene descrittive per fare un solo film. Da decenni viviamo il protagonismo di Silvio Berlusconi nella vita italiana, prima imprenditore del settore immobiliare, poi proprietario di televisioni private, dal 1994 più volte presidente del consiglio dei ministri. Il regista Paolo Sorrentino rielabora questi fatti di cronaca noti a tutti come un percorso esistenziale, con geniale fantasia di immagini e parole.

In Loro 1, prima parte, c’è un notevole prolungarsi delle scene di sesso, che contribuiscono a costruire il filo conduttore del film, dove due uomini si impegnano in competizione fra di loro a reclutare donne da offrire al consumatore finale. Per gli appassionati fan di S. Berlusconi ricordo che si trattava di un articolato sistema di sfruttamento delle donne, ben diverso e da non confondere con avventurette di poco conto, del genere di quelle del fimminaro Mimì di Andrea Camilleri.

In Loro 2 insieme ad immagini di sicura bellezza di ambienti sia interni che esterni, emergono i geniali monologhi e dialoghi del protagonista, imprenditore, ma soprattutto venditore, il più bravo di tutti. Quasi ipnotizzante la telefonata/monologo in cui lui cerca di vendere un appartamento di Milano 2 a una donna sola, che si sente misteriosamente raggiunta e messa in imbarazzo da uno sconosciuto che sembra sapere tutto di lei.

Questi film, centrati sulla bellezza che è un valore estetico piuttosto che politico, lasciano perplessi, confusi, ammirati per le straordinarie immagini e i geniali dialoghi. Ricordo che nelle mie note su un altro film di P. Sorrentino “La grande bellezza” notai quanto fosse triste la bellezza della nobiltà da lui descritta. Da notare che anche in ambedue i film Loro si avverte un sottofondo di tristezza che emerge di tanto in tanto in feste affollate, divertimenti di persone che sniffano polvere bianca, dialoghi e monologhi della vita privata del protagonista.

Però la politica c’è, si trova nella puntuale enunciazione dei vari reati commessi dal genio della comunicazione, elencati dalla moglie Veronica Lario quando, dopo tanti anni di convivenza, finalmente liberatasi dalla dipendenza dal suo fascino accecante, chiede il divorzio: favoreggiamento della prostituzione, evasione fiscale, leggi ad personam. Lui ha una risposta per tutto, tranne che per l’ultima affermazione di lei relativa all’origine della sua fortuna, un lascito del padre di 130 miliardi di lire di indubbia provenienza. E qui lui abbassa gli occhi in silenzio.

Sottolineo la scena conclusiva del terremoto dell’Aquila, avvenuto nel 2009 durante un periodo di presidenza di S. Berlusconi. Il rombo assordante, profondo, lo sconquasso di tutte le cose, il dolore della fila di tende e dei mucchi di rovine mi hanno fatto rivivere quei momenti. Queste scene esplicitano un contrasto violento, duro, sorprendente con la bellezza calma e opulenta degli ambienti in cui vive il protagonista, significativa sintesi di tutte le difficoltà del vivere quotidiano dei comuni mortali.

Scena finale: un Cristo morto faticosamente recuperato dai Vigili del fuoco dalle macerie di una chiesa, disteso su un mucchio di rovine. Simbolo e metafora dell’Italia post Berlusconi. Le cronache di oggi ci fanno sapere che questo genio della comunicazione è stato riabilitato da un tribunale di Milano; riabilitato non significa assolto, la condanna per evasione fiscale resta. Sufficiente però per scendere di nuovo in campo. Prepariamoci ad altre avventure, sempre che sia immortale, e a vedere un Loro 3.

medoro.e@gmail.com

13 maggio 2018.

Aldo Moro

L’AQUILA, RICORDANDO ALDO MORO

Il 9 maggio 2018, a quaranta anni dalla morte del grande statista ucciso dalle Brigate Rosse

di Luigi Fiammata

Si è svolto il 9 maggio scorso a L’Aquila, organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, un Convegno commemorativo con le di Paolo Mieli, giornalista, dei professori universitari aquilani Fabrizio Marinelli e Fabrizio Politi, di Claudio Martelli, politico socialista di primissimo piano. Ha concluso il Convegno il prof. Paolo Ridola, preside della Facoltà di Giurisprudenza della Università “La Sapienza” di Roma. Mi permetto di svolgere qualche riflessione, a margine di quel che ho ascoltato. E spero d’essere perdonato, se sarò lungo nel racconto, ma la materia lo richiede.

Il Convegno è stato introdotto da Paolo Mieli. Il suo è stato un intervento molto diretto, mirato a fissare alcuni punti fermi, a suo parere. In primo luogo egli ha tenuto a dire che la vicenda di Aldo Moro è stata oggetto di cinque processi, spintisi ciascuno al grado della Cassazione, e di quattro Commissioni Parlamentari d’Inchiesta. La sua opinione, nonostante le risultanze della Commissione d’Inchiesta parlamentare chiusasi con la scorsa legislatura che pongono numerosi interrogativi aperti, è che la verità sul “caso Moro” si conosca tutta. E che non ci siano oscure trame che non si siano volute scoprire. La verità, sostiene Paolo Mieli, è che chi ha rapito e ucciso Moro, aveva una matrice comunista e nasceva dentro le idee del ’68. L’Italia, secondo Mieli, nel corso del sequestro Moro, si divise tra “fronte della fermezza”, che negava ogni rapporto possibile con le Brigate Rosse, e un fronte della “trattativa”, il quale sosteneva possibile che un gesto di clemenza verso una brigatista detenuta senza fatti di sangue a suo carico, malata e incinta, avrebbe consentito la liberazione di Aldo Moro.

Chi Moro più aveva contribuito a far avvicinare, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, furono coloro, sostiene Mieli, che più furono inflessibili. E Mieli cita un passo dalle lettere di Aldo Moro dalla sua prigionia: “ricevo come premio dai comunisti, una condanna a morte”. Sostiene Mieli, sia falsa la ricostruzione storica, secondo la quale Aldo Moro venne rapito ed ucciso per la sua volontà di unione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista; e, tranne coloro che sostennero la possibilità di una trattativa (Socialisti, Radicali, Lotta Continua), in realtà, tutti volevano la morte di Aldo Moro, poiché, come sosteneva lo scrittore Enzo Forcella, “sarebbe stato più semplice occuparsi di Moro da morto, che non da sopravvissuto al rapimento e alla prigionia”. Un’intera classe politica si era perduta allora, ritiene Paolo Mieli; i capi politici della DC, del PCI, del PRI, non furono capaci di far politica, rendendo scoperta una debolezza di sistema, simile a quella odierna.

Il contributo dei professori Marinelli e Politi si sono centrati sulla figura umana di Aldo Moro, sulla sua formazione politica, tesa alla realizzazione di equilibri politici sempre più avanzati; sulla sua considerazione della centralità del Parlamento, nell’ordinamento dello Stato, quale luogo della rappresentanza politica, e quindi del dialogo tra ispirazioni politiche diverse. Sugli interventi di Aldo Moro, nella fase della Costituente, per una Scuola Pubblica al servizio di tutti. Sulla sua costante preoccupazione contro ogni forma di autoritarismo, per questo congiunta ad una azione continua affinché masse sempre maggiori di persone fossero integrate nello Stato, sfuggendo alle seduzioni autoritarie; sulla sua centratura sui valori della Persona, della sua libertà e della responsabilità. Sulla sua tensione ad aderire alla realtà, interpretando con intelligenza gli avvenimenti, e confrontandosi sempre con quanto emergeva nel Paese.

Claudio Martelli ha esordito, nel suo intervento, dichiarandosi completamente d’accordo con le tesi espresse da Paolo Mieli, distanziandosi da ogni ipotesi complottistica, anche relativamente alle stragi di mafia del ’92-’93. Ci sono troppe verità, sostiene Claudio Martelli. Dovrebbero essere noti gli esecutori materiali delle stragi, ma, mentre si ricercano presunti mandanti oscuri e presunte trattative Stato-mafia, in realtà, neanche gli esecutori sono noti, visto che la Magistratura si è lasciata ingannare, in particolare nel caso dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, visto che per quella strage sono state condannate persone, autoaccusatesi, che invece non erano colpevoli. Forse, ritiene Martelli, non è stato del tutto chiarito, nel caso Moro, quali furono le interferenze esterne all’Italia, ed interne, sulla vicenda, capaci di inquinare o sabotare le indagini, in particolare da parte della Loggia massonica P2. Ma non debbono dimenticarsi le verità acclarate e, in particolare, come mai proprio nel caso di Aldo Moro si scelse di non effettuare alcuna trattativa, quando invece, soprattutto successivamente a quell’episodio, si è trattato sempre, anche con forze del terrorismo islamista, per semplici persone o giornalisti; per ogni ostaggio, compreso Ciro Cirillo, per il quale ci si rivolse addirittura alla camorra, perché ne mediasse con le Brigate Rosse, la liberazione.

Si disse, all’epoca, che la trattativa era resa impossibile anche da vincoli di alleanza esterni all’Italia; ma, secondo Claudio Martelli, questo è solo indice di un comportamento costante della politica italiana, quando vuole scaricare le proprie responsabilità. Come avviene con l’Europa oggi, e non si comprende, per quali motivi i cittadini tedeschi dovrebbero accollarsi il Debito Pubblico italiano, cui invece dovrebbe essere nostra responsabilità far fronte. La volontà a non trattare la liberazione dell’ostaggio Moro, fu, per Claudio Martelli, l’atto iniziale dell’antipolitica oggi trionfante. Considerare la politica, contemporaneamente, come massima responsabile della situazione ed inetta a porvi rimedio, è la premessa per avviare una nuova forma della politica, una forma autoritaria. Non più capace di mescolare, élites e popolo. Da quel momento storico, ricorda Martelli, tutta l’area dell’Autonomia Operaia e dei gruppuscoli extraparlamentari, venne assimilata al terrorismo. Non era Moro, ricostruisce Martelli, a volere il cosiddetto “Compromesso Storico”, con il PCI; era questa invece una strategia del solo Enrico Berlinguer. Era l’inizio, allora, di una crisi di sistema. Che oggi dispiega pienamente i suoi effetti. E cui non pare esservi argine.

Il professor Ridola ha concluso il Convegno puntando i riflettori sull’apporto essenziale di Aldo Moro nella scrittura della Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare sull’articolazione generale del testo e sull’Articolo 2. E sui costanti assilli, nel suo lavoro politico ed intellettuale: l’insistenza sull’uomo e sulla persona; sulla funzione sociale dello Stato, e addirittura, sulla funzione sociale dei Diritti.

Immagino, ora, di poter esprimere, a margine del Convegno del 9 maggio scorso, sommessamente qualche mia considerazione.

A quaranta anni di distanza dalla tragica fine della vicenda umana e politica di Aldo Moro, credo possa dirsi, con tutta franchezza, che essa resta totalmente aperta. Nella sua analisi storica. Nel giudizio politico su quella temperie. E, per certi versi, persino nel suo concreto svolgersi criminale, come adombra in modo assai inquietante, la Relazione conclusiva della Commissione d’Inchiesta Parlamentare della scorsa Legislatura. D’altra parte, anche Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono stati processati, riconosciuti colpevoli e assassinati sulla sedia elettrica senza che con questo si possa dire che la verità processuale corrisponda con quella storica. La morte di Aldo Moro, può essere letta in una chiave odierna, come hanno fatto Martelli e Mieli, per regolare vecchi conti politici del passato; tra socialisti e comunisti italiani, e tra PCI e aree extraparlamentari, spesso governate da giovani d’estrazione borghese, per i quali il PCI era il primo nemico da abbattere. Non mi sento in grado, in questa sede, di affrontare una discussione sulla questione fondamentale della necessità di una Trattativa, per la liberazione dell’ostaggio Aldo Moro, o sul rifiuto di essa, in nome della responsabilità a non fornire alcuna legittimazione politica alle Brigate Rosse, non avallando l’idea che in Italia fosse in corso una Guerra Civile, in cui i contendenti avessero pari dignità. Voglio limitarmi a guardare alcune delle conseguenze reali, di quegli accadimenti.

La vicenda di Aldo Moro spiega, secondo Claudio Martelli e Paolo Mieli, ma anche secondo Rino Formica che lo sostiene in un’intervista a “L’Espresso”, sia pure non nei termini ascoltati nel Convegno, il trionfo odierno di forze politiche populiste, la cui origine, è tutta da ricercarsi nel rifiuto ad assumere una responsabilità politica, trattando per liberare l’ostaggio, da parte del Partito Comunista Italiano, in modo particolare, nel cui grembo, erano pure germogliate le Brigate Rosse. La storia degli ultimi quaranta anni, diviene quindi la storia di un fallimento. Quello della ipotesi di condurre al governo del Paese le sue classi subordinate, tradite da gruppi dirigenti, prima incapaci di rispondere politicamente alla sfida lanciata dalle Brigate Rosse, e poi travolti dall’emergere della semplificazione populista di fronte alla crisi globale, ai fenomeni migratori, alle nuove sfide del progresso tecnologico.

E’ una lettura molto partigiana, quella proposta. E senza contraddittorio. Esattamente come accade nel pieno di una battaglia per l’egemonia culturale. In cui chi si senta vincitore, dentro un percorso storico, riscrive i passaggi fondamentali che conducono all’oggi, ad uso e consumo della propria visione del mondo. Perché producano nuovi e coerenti effetti. Aiutata la lettura, in questo caso, anche dall’assordante mutismo di chi potrebbe produrre un’altra visione dei fatti, anche alla luce della propria concreta esperienza storica ed ideale. Ma, nel campo occupato una volta dal Partito Comunista Italiano, e da autorevolissime figure intellettuali, oggi non vi è più nessuno. E non parlo tanto di ideologia o di schieramento. Quanto proprio di presenza politica, di ispirazione ideale e morale. Neppure su un piano culturale, salvo pochissime eccezioni, vi è più qualcuno che abbia la tempra per aprire seri dibattiti storici o sull’attualità, all’altezza della sfida che taluni relatori del Convegno, nel deserto, hanno posto. Un po’ perché quell’esperienza storica non è stata davvero in grado di rileggere se stessa, alla luce degli accadimenti dopo il 1989, e un po’ perché chi si è voluto autonominare erede di quelle esperienze, non ne aveva né lo spessore intellettuale e morale, e, col tempo, ne ha perduto anche ogni credibilità politica.

Io frequentavo la terza media, nel 1978. I ragazzini di tredici e quattordici anni, allora, parlavano abitualmente di politica. Ne avevano esperienza diretta, persino nella periferica Lecce, dove allora vivevo. Mi colpì moltissimo, il giorno dopo il rapimento di Aldo Moro, leggere, sul muro di un palazzo posto dinanzi all’ingresso principale della mia scuola, una grande scritta realizzata con la vernice nera: “Moro: chi semina vento, raccoglie tempesta”. Era firmata “Fronte della Gioventù”, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, di chiara e non rinnegata ispirazione fascista, all’epoca. Lecce esprimeva a quel tempo percentuali di voto per il MSI ben oltre il 10% e Almirante, Segretario del MSI, spesso figurava come Capolista nelle elezioni. Quella scritta, non era casuale. Mi colpì perché, nella mia logica elementare, non riuscivo a comprendere come mai un’organizzazione di Destra attaccasse un politico, oggetto di un atto criminale compiuto da estrema Sinistra. Avrebbe dovuto, sempre secondo la mia logica elementare, invece attaccare la Sinistra, per quel che stava accadendo. Non la vittima di quegli accadimenti.

Nel 1964, quando Moro, per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana iniziò, esplicitamente, un percorso di coinvolgimento del Partito Socialista Italiano nel governo del Paese, il cosiddetto Centrosinistra, ambienti militari fascisti e reazionari, forse addirittura con il coinvolgimento del Presidente della Repubblica Segni, contrario a quell’ipotesi politica, ordirono il cosiddetto “Piano Solo”, che prevedeva di instaurare un regime autoritario nel nostro Paese, partendo innanzitutto dal rapimento, e internamento, di una serie di personalità politiche, sindacali e della società civile. E’ lunga la storia dell’avversione, anche criminale ed illegale, della Destra del nostro Paese all’ingresso della Sinistra nelle stanze del Governo. Ed è lungo il conto che la Destra voleva presentare ad Aldo Moro.

Il rapimento di Moro, nei fatti se non anche nelle intenzioni, colpiva una politica. E questa politica era segnata dall’ansia di tenere dentro i confini della democrazia le varie ispirazioni ideali del Paese, che avevano contribuito a scrivere la Costituzione della Repubblica. Quell’ansia si legava all’ansia del Segretario del Partito Comunista Italiano, che, all’indomani del sanguinoso Golpe militare realizzato in Cile da Pinochet, nel 1973, aprì una profonda riflessione teorica sulla necessità del dialogo tra le principali correnti ideali della politica italiana, quella d’ispirazione cattolica e quella d’ispirazione comunista, convinto che quella fosse la strada per rendere compiuta la democrazia, in un Paese che non poteva, e forse non doveva, essere governato solo col 51% dei voti. Questioni teoriche, e politiche, di altissimo spessore, trascinate poi nella quotidianità della lotta politica e della banalizzazione esorcizzante, in vuote formulette di alleanze e conflitti elettorali, più o meno possibili o impossibili. Perché quei politici, Moro e Berlinguer, forse senza essere capaci di esplicitarlo compiutamente, erano consapevoli della fragilità storica dello Stato italiano. E loro era l’ansia di agire contro questa condizione. Non è l’Italia, ad essere fragile, la sua identità nazionale o culturale. Ma la sua costruzione statuale. Esposta. Allora, come oggi.

Non è un caso, io credo, che ad essere uccisi, dalla criminalità organizzata, o dal terrorismo, siano stati, nel tempo, prevalentemente “Uomini di Stato”. Uomini cioè che hanno posto sé stessi e la propria opera, a servizio della Costituzione e delle Leggi. Perché è interesse di ben delineati poteri che lo Stato sia fragile, governato da uomini ricattabili. E io credo si possa dire, ad onore dei fatti, ma con grande dolore, che la violenza politica, in Italia, ha preso la mira benissimo, ed ha ottenuto i risultati che si prefiggeva. La morte di Aldo Moro ha cancellato definitivamente, dall’agenda politica italiana, la possibilità che vi fosse una azione politica qualsivoglia capace di condurre il PCI, libero finalmente dalle proprie ambiguità, dentro il possibile governo del Paese. Chi liquidi questa questione, esprimendo facili ed affrettati giudizi ex post, o riconfermando antichi livori, in realtà elude una questione di fondo, questa sì, all’origine delle soluzioni semplificatrici e pericolosamente autoritarie e populiste dell’oggi. La questione cioè se sia possibile, in Italia, che la politica svolga anche una funzione pedagogica, capace di educare alla Democrazia, al libero e consapevole e pacifico confronto e conflitto, tutti i cittadini, e non solo una parte di essi, lasciando magari indietro le aree più emarginate e deboli. Conferendo, attraverso la partecipazione democratica, pari dignità alle diverse prospettive di governo. A tutte le prospettive, anche quelle che si propongono di rimettere in discussione storici equilibri di potere.

A me pare che gli interventi “politici” al Convegno, abbiano invece delineato, sia pure per cenni e rimandi, una prospettiva che derubrichi l’esperienza politica di Moro, ma anche e soprattutto del PCI, ad un tentativo episodico, e sin dalla sua nascita fallimentare, di redimere le classi subalterne del Paese conducendole alla dignità del Governo. Tali classi subalterne, oggi affascinate dalla semplificazione offerta loro dalle piattaforme informatiche, su cui esprimere pareri superficiali ed insultanti su tutto, che veicolano i contenuti di una proposta politica populista, saranno inevitabilmente ricondotte a ragione, dalle Leggi bronzee del Mercato, che le obbligherà a pagare il prezzo dei vecchi errori di chi ha allargato le possibilità materiali, migliorato le condizioni concrete, fatto balenare l’aspirazione ad una vita ricca di possibilità e diritti. Certo, le contraddizioni del peculiare “Stato Sociale” italiano sono enormi e andrebbero aggredite, in nome di una più stringente idea di Eguaglianza e di Giustizia Sociale, oltre che di un fondamentale rigore nei bilanci. Ma quel che viene adombrata è la caduta rovinosa e, finalmente, il governo di quelli che sapranno stare nel modo giusto dentro un mondo di capitali globalizzati ed essi sì, liberi.

Infine. La morte di Aldo Moro, segna in realtà, a me pare, l’inizio di un ulteriore processo cui non sono estranee responsabilità individuali e politiche pesantissime. Anche di quella politica che si richiama, e si richiamava, ad ideali di Sinistra. Segna l’inizio della fine della partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, attraverso i corpi intermedi della Società, Partiti e Sindacati in primo luogo. Cui non si riconosce più un ruolo di promozione individuale e collettiva. Si tratta di un processo che si dispiegherà innanzi tutto, a partire dal forsennato attacco del neoliberismo globale alla mediazione sociale: l’uomo, e la donna, devono essere soli dinanzi al Mercato. E che, in Italia, conoscerà gli accenti durissimi di una folle idea giustizialista che accomuna nella esecrazione morale il semplice iscritto ad un Partito ad un suo dirigente, magari corrotto o colluso, fino a cancellare l’idea stessa della forma-Partito dal diritto di cittadinanza politico. Quella idea di Partito che i Costituenti, tra cui Aldo Moro, avevano posto invece alla base della possibilità di emancipazione delle classi subalterne del Paese, attraverso la partecipazione alla vita democratica.

Quanto al Sindacato, la compagine che si appresta a guidare il Paese si incaricherà di delinearne l’espulsione finale e definitiva dall’orizzonte degli italiani. Dopo i colpi pesantissimi ricevuti dai precedenti governi d’ogni colore politico. Del resto, è da sempre “vox populi” che la colpa sia sempre e tutta del Sindacato, che stavolta non troverà nessuno a difenderlo. Mi fanno rabbia, quei dirigenti sindacali (minuscolo), che pensano si possa ancora discutere che ancora vi siano spazi politici, che ancora si affannano in congressi totalmente autoreferenziali, avendo purgato da sé ogni contraddizione della realtà, ignorando il dolore vero della precarietà generalizzata, la periferizzazione coatta della vita nelle città. La solitudine delle persone, di fronte ad immense contraddizioni e problemi reali. Gli immensi potenziali conflitti, anche violenti, tra chi si sente sommerso e chi, erroneamente, pensa d’essersi salvato.

Insomma, una volta archiviata la ricca esperienza storica, ed ideale, delle correnti di ispirazione cattolica e comunista italiana, nel nostro Paese, sarà finalmente possibile rivedere la Costituzione della Repubblica Italiana in modo da sancire, anche formalmente, la preminenza del comando sulla Partecipazione. E sarà finalmente possibile dare il potere che spetta loro, a quelli che da tempo sono i sacerdoti del Libero Mercato finanziario globalizzato. E le classi dirigenti italiane, quelle vere, quelle che governano la vita delle città da sempre, potranno finalmente dire che “tutto deve cambiare, perché tutto resti come prima”. Ma davvero, però.

NELL’INCANTO DEL SALENTO LA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO D’ARTE E POESIA SACRA – La cerimonia di premiazione al Santuario del SS. Crocifisso, un vero gioiello architettonico di Galatone

 

 

11 maggio 2018

NELL’INCANTO DEL SALENTO LA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO D’ARTE E POESIA SACRA
La cerimonia di premiazione al Santuario del SS. Crocifisso, un vero gioiello architettonico di Galatone

di Goffredo Palmerini

 

GALATONE (Lecce) – Un’aria tiepida ed un cielo incerto di sole accompagnano la nostra nuova visita a Lecce, città bomboniera d’arte e d’architetture barocche che ne fanno uno straordinario unicum, con il dedalo di viuzze lastricate che conducono al cuore del suo centro storico. Vi entriamo dalla possente Porta Napoli, di fronte l’obelisco. Ne ammiriamo nei dettagli chiese, il teatro Paisiello, case, cortili, piazzette, portali, finestre e balconi, nella tipica pietra color miele e ambra. Il tutto è impreziosito dai ricchi ghirigori degli orpelli e delle sculture. Le vie sono strette e le prospettive più marcate, fin quando non s’arriva alla grande piazza della Cattedrale, dove la splendida città nelle sue vie contenute s’allarga nel contorno architettonico, che anzi ne è suggestiva cornice, e lo svettante campanile quasi è il guardiano di tanta bellezza. Ancora un po’ di strada angusta, piena di bottegucce con articoli di mani artigiane e souvenir, fin quando non si riconquistano spazi di cielo in Piazza sant’Oronzo, il patrono della città erto su una colonna, laddove il barocco cede alle più antiche e superbe vestigia dell’anfiteatro romano.

La città è piena di turisti, molti stranieri, che sciamano per le vie rapiti nell’ammirazione e nello stupore, in questa prima domenica di maggio. Queste sono le meraviglie del Belpaese, i suoi tesori. E Lecce ne è uno degli esempi luminosi. Lasciamo la città nel primo pomeriggio, un vago accenno di pioggia subito rientrato. Si va verso Galatone. E’ un incanto il paesaggio del Salento, ornato di ulivi d’antico impianto, di fichi fronzuti, mandorli e vigneti su terre fresate di fresco sovente divise da piccole muraglie in pietre disposte a secco. Ogni tanto tra gli ulivi spunta un “nuraghe” di sassi imbruniti dal tempo, sembra quasi un tempio nella bellezza di questa campagna salentina. Solo intristisce la vista delle ferite lasciate dalla xylella, che purtroppo sta martoriando questa parte di Puglia, il Salento, con gli ulivi dalle chiome disseccate o con i rami già mutilati. E tuttavia segni di recupero si notano, qua e là, ad alimentare la speranza della fine di tale sciagura. Appena una ventina di chilometri lungo l’agevole arteria che porta al mare di Gallipoli e già il profilo di cupole e campanili annuncia Galatone, graziosa cittadina il cui nome dal greco richiama il latte, preziosa per le sue architetture medievali e barocche che ne fanno uno dei Borghi autentici d’Italia. Con origini greco-bizantine, Galatone è stata strategica nella sua posizione, nella difesa dalle scorrerie saracene, come raccontano le sue residue Mura urbiche e il Castello normanno.

Patria del più grande umanista dell’Italia meridionale, il filosofo medico e astronomo Antonio De Ferraris (Galatone, 1444 – Lecce, 1517) detto il Galateo – cui è dedicato un importante Premio letterario – Galatone espone le bellezze architettoniche delle sue numerose chiese tardo-rinascimentali e barocche, dei palazzetti ottocenteschi e delle tipiche case con le corti. Meritano una visita la chiesa matrice Collegiata dell’Assunta, a croce latina, con splendida facciata e il campanile, con magnifico battistero lapideo finemente scolpito, le opere pittoriche di Donato Antonio d’Orlando sugli altari e un prezioso Martirio di San Sebastiano di Mattia Preti, e ancora la chiesa di San Sebastiano e San Rocco, le chiese di San Francesco, San Giovanni Battista, Madonna delle Grazie, tutte cinque-seicentesche, la chiesa della Madonna Odigitria e l’abbazia d’origine basiliana di Sant’Angelo della Salute, entrambe duecentesche, il cinquecentesco Palazzo Marchesale, infine lo splendido Santuario del SS. Crocifisso della Pietà.

Non ultimo a caso questo vero gioiello architettonico e artistico, il Santuario del SS. Crocifisso, costruito a fine Seicento dopo il crollo della preesistente chiesa. Magnificente la facciata barocca, realizzata su tre ordini in pietra leccese e carparo, arricchita di statue. L’interno finemente decorato, con ampio uso d’oro zecchino, specie nel fastoso altare maggiore riccamente lavorato, abbellito con colonne tortili e bassorilievi, alla cui realizzazione dedicò l’ingegno l’architetto Giuseppe Zimbalo. Al centro dell’altare l’icona del SS. Crocifisso, risalente al XIV secolo. Sul transetto s’alza la cupola ottagonale interamente affrescata. Interessanti anche i dipinti che corredano il tempio, elevato nel 1796 a Santuario da papa Pio VI. E’ uno degli edifici di culto più rappresentativi del barocco salentino. L’icona del SS. Crocifisso e i suoi miracoli scandirono le diverse fasi costruttive del tempio e l’opera di architetti, progettisti, capimastri, scalpellini, pittori e scultori. Questo gioiello lascia incantato e stupefatto chiunque per la prima volta vi entri, ammirato dal suo folgorante splendore.

E’ in questo luogo di magnificente bellezza e spiritualità che si “celebra” domenica 6 maggio la prima edizione del Premio di Arte e Poesia Sacra, promosso e organizzato dall’Associazione culturale internazionale Verbumladiart, che ha sede a Galatone. Presieduta dall’infaticabile operatrice culturale e poetessa Regina Resta, Verbumlandiart dirama le sue attività in campo letterario, artistico e sociale sia Italia che all’estero. Hanno dato il patrocinio e collaborazione a questo singolare Premio d’arte e poesia sacra il Rettore del Santuario SS. Crocifisso, don Angelo Corvo e la Caritas diocesana, con il suo direttore don Giampiero Fantastico, infine il Centro Studi Michele Prisco di Napoli. Grande il successo di partecipazione e di qualità delle opere presentate al Premio, nato per promuovere l’integrazione tra persone, artisti e poeti di culture diverse, che si misurano sul versante della Pace fra i popoli, sullo sfondo d’un modello di società inclusiva che vive le differenze culturali come risorsa e mai come un problema. L’evento, infatti, rientra nel Progetto della “Catena della Pace” che Verbumlandiart sta portando avanti, coinvolgendo artisti, poeti, scrittori, giornalisti, musicisti. Arte e Poesia, dunque, come strumento di dialogo interculturale e di educazione alla Pace, di formazione e sviluppo.

Sono le 6 della sera, l’ora d’inizio della cerimonia di premiazione. Antonio Settanni conduce con garbo, professionalità e speditezza una serata densa di presenze e significati. S’inizia con i saluti della Municipalità di Galatone, presente con la vice sindaco Daniela Colazzo e l’assessore ai Servizi sociali Caterina Dorato. Richiama il significato culturale del Premio la vice sindaco, unitamente ai valori profondi dei quali l’evento è portatore, nel tempo complicato che il mondo sta vivendo con il rischio di allargare le aree di guerra, con vittime innocenti specie bambini, che fanno urlare il bisogno di Pace. Ringrazia quindi Regina Resta per l’intensa opera di promozione culturale e della città, che va ben oltre i confini della Puglia. Seguono quindi gli indirizzi di saluto del Rettore del Santuario, don Angelo Corvo, e di don Giuseppe Venneri, vice direttore della Caritas della diocesi Nardò-Gallipoli, anche a nome del direttore don Giampiero Fantastico.

Quindi l’intervento della presidente Regina Resta, che nel salutare gli illustri ospiti italiani e stranieri, sottolinea la feconda attività culturale messa in campo da Verbumlandiart, che di recente ha prodotto eventi a Caserta e Pesaro e prossimamente la vedrà impegnata in un’iniziativa letteraria a Capri, in una missione in Serbia, a Novi Sad, e in altre iniziative culturali in preparazione che riguarderanno Egitto e Uzbekistan. Rivolge il saluto agli ospiti stranieri presenti, George Onsy, poeta e pittore egiziano, docente all’Università del Cairo, e dall’India Sethi Krishan Chand – poeta scrittore, fotografo d’arte, editore -, un artista di livello internazionale. Chiama quindi nel presbiterio – per l’occasione diventato un piccolo palcoscenico – l’Ospite d’onore Massimo Enrico Milone, direttore di Rai Vaticano, cui viene consegnato il Premio Speciale per il Giornalismo con una Targa che reca la seguente motivazione: “Per la coerenza giornalistica e professionale dimostrata nel corso della sua lunga esperienza nel campo dell’informazione, con visione obiettiva ed equilibrata. Misurato nello stile, ha garantito un livello giornalistico d’inchiesta di altissimo spessore”. Entrato in Rai nel 1979, presso la Sede Regionale per la Campania, Massimo Milone segue da inviato, in particolare per il TG1, alcuni dei più importanti avvenimenti, come il terremoto dell’Irpinia, il bradisismo flegreo, il terrorismo e il rapimento di Ciro Cirillo. Della TGR Campania nel 2003 diventa Caporedattore fino al 2013, quando è chiamato a Roma per assumere la responsabilità di Rai Vaticano. Numerosi i riconoscimenti per l’attività giornalistica, è autore di diverse pubblicazioni, tra libri e saggi giuridici, tra i quali tre volumi che riguardano papa Francesco, il cui pontificato egli ha seguito dall’inizio. Ha insegnato al Master di giornalismo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Dal 2002 al 2009 è stato Presidente nazionale dell’Unione Cattolica Stampa Italiana, dopo esserne stato Segretario generale.

Massimo Milone, nel ringraziare per l’onore che gli è reso con il tributato Premio Speciale, con un breve intervento tratteggia la sua esperienza giornalistica alla guida di Rai Vaticano, punto privilegiato d’osservazione dell’attività “rivoluzionaria” di papa Francesco, anche nel campo della comunicazione. Un pontefice eletto in una congiuntura particolarmente difficile, seguita alle dimissioni di Benedetto XVI – unico precedente quello di Celestino V nel 1294 – eppure così densa di cambiamenti, nella sostanza e nelle forme esteriori, non sempre giustamente compresi anche da qualche ambiente della Curia vaticana. Eppure, sebbene in presenza di difficoltà, l’opera di rinnovamento di papa Francesco prosegue, ricentrando l’attenzione della Chiesa sempre più verso le periferie del mondo e verso gli ultimi, richiamando i cristiani alla testimonianza autentica nel servire e nel farsi umili. Segni profetici che quasi ogni giorno trovano sostanza in gesti significativi del Pontefice “venuto da lontano”, eppure così vicino nel cuore e nella comunione non solo dei cristiani, ma di tutti gli uomini di buona volontà.

A questo punto ha inizio la premiazione degli artisti, le cui opere sono state esposte dal 1° maggio nella chiesa di San Sebastiano e San Rocco, in una rassegna curata dal critico d’arte Carlo Roberto Sciascia. Accanto a lui, nel presbiterio, la Giuria del Premio d’Arte sacra composta da Francesco Danieli (Presidente), storico e iconologo, Nicola Ancona, pittore, Ada Fedele, restauratrice, Giovanni De Cupertinis, storico dell’arte. Viene conferito il Premio Speciale a Tommaso Filieri per la Scultura e a Liala Cosma per l’Iconografia, Premio alla Carriera allo scultore Arnaldo Stifani. Il Premio d’Arte Sacra, a tema “Il Golgota 2000 anni dopo”, viene tributato ai vincitori così classificati nelle seguenti tre sezioni. PITTURA: 1° Franco Casalini, 2° Leonilda Fappiano, 3° Maria Comparone; SCULTURA: 1° Donato Ungaro, 2° Mariana Mele, 3° Mina Natale; FOTOGRAFIA: 1° Carlo Solidoro, 2° Paolo Lizzi ed ex aequo Miguel Acosta Jara.
Menzioni d’onore a Madia Ingrosso, Anna Alemanno, Ana Buda, Anna Frappampina, Antonio Dell’Onze, Daniela e Sebastiano Cardinale, Irma Dongiovanni, Sante Damone.

La Giuria del Premio di Poesia Sacra, composta da Annella Prisco (Presidente), scrittrice, Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, Mario Mennonna, docente di Lettere, e don Angelo Corvo, consegnano i riconoscimenti ai vincitori così classificati nelle due sezioni del Premio. POESIA SACRA a tema libero: 1° Cosetta Taverniti (Dove lo porterà la sete), 2° Giuseppe Milella (La tavolozza dell’amicizia) ex aequo Teresa Esposito (Che sia sempre Natale!), 3° Giovanna Iacovone (Gli indifferenti). Premio Speciale della Giuria a Saverio Martiradonna (Gli uomini sono come le piante) e Premio alla Cultura a Bruna Caroli. POESIA SACRA a tema “Il Golgota 2000 anni dopo”: 1° Giampiero Donnici (Dimenticato), 2° Laura Volante (Scandalo) ex aequo Augusta Tomassini (La voce di Dio), 3° Vito Casavola (Pace) ex aequo Annamaria Colomba (Quell’antico cammino di morte). Premio Speciale del Presidente ad Annalena Cimino (Col capo chino), Premio Speciale della Giuria a Sonia Colopi (Braccia aperte), Premio Speciale Verbumlandiart a Rossella Maggio (Io/Dio), Menzione d’onore a Pasqua De Siati (Redentore), Premio alla Cultura a Zorica Mitic.

Viene infine conferita Targa d’onore alla Carriera agli artisti e poeti George Osny (Egitto) e Sethi Krishan Chand (India). Significativi e toccanti i brevi indirizzi di saluto e gratitudine verso gli organizzatori del Premio che hanno consentito di gettare ponti di amicizia e futura collaborazione con Egitto e India. Nel corso della cerimonia hanno proposto apprezzati intermezzi musicali il flautista Stefano De Florio (Ave Maria di Giulio Caccini e Cantico delle creature di Riz Ortolani) e la Soprano Alessia Mariagrazia Vantaggiato Terragno (Amazing grace e Mater Jubilei), in applauditissime esecuzioni. Si conclude così la prima edizione del Premio. Con notevoli apprezzamenti e lusinghieri giudizi già pone le basi per la prossima edizione nel 2019, trovando nell’originalità del tema e nella qualità degli artisti e poeti il giusto viatico per nuovi successi. L’indomani, nella mattinata calda e rilucente d’un sole precocemente estivo, prima di riprendere la via del ritorno, con Carlo Roberto Sciascia e Leonilda Fappiano si fa una puntata sulla costiera, a Santa Maria al Bagno e Santa Caterina. Lo Jonio riluce d’azzurro, l’acqua traspare di perla e smeraldo nelle calette tra gli scogli bruni, inverditi da ciuffi d’erbe e piante salmastre. Sulle colline che degradano al mare essenze di macchia mediterranea affidano gli odori del risveglio ad una brezza leggera. E’ intrigante il mare del Salento, come i profumi e i colori di questa sapida terra, e intriganti le ancestrali tradizioni della sua gente generosa e gentile.