Comunicato stampa di arte e cultura

 

 

Macerata e la Marca Maceratese protagonisti nel Forum Marche della Bit a Milano

 

 

Macerata e la Marca Maceratese protagonisti nel Forum Marche della Bit a Milano

Macerata e distretto della Marca Maceratese protagonisti nel forum dedicato alle Marche alla Bit, la Borsa internazionale del Turismo in programma fino a domani a Fiera Milano City di Milano. Un’intera giornata in cui il capoluogo, rappresentato dal sindaco Romano Carancini, dall’assessore alla Cultura e al Turismo Stefania Monteverde e dalla direttrice artistica dello Sferisterio Barbara Minghetti, è stato protagonista nello stand delle Marche con la presentazione del progetto “Macerata Estroversa” per la candidatura a Capitale della Cultura, che avrà il suo epilogo venerdì 16 febbraio con la dichiarazione del vincitore nella sede del Mibact a Roma.

Fari puntati sulla candidatura del capoluogo rientrato nella short list del Ministero con altre 9 città di tutta Italia per il titolo di Capitale della Cultura 2020. Una grande occasione di valorizzazione per tutta la Regione che per il secondo anno è entrata nella top ten delle finaliste: nel 2016 con la candidatura di Recanati. Un dossier, quello di Macerata che guarda ad Oriente con i pionieri Padre Matteo Ricci e Giuseppe Tucci che hanno gettato le basi di rapporti di amicizia scambio e cooperazione che oggi sono le basi di veri e propri ponti interculturali e commerciali soprattutto con la Cina.

Il progetto poggia in primis sui temi dell’inclusione, della predisposizione al viaggio e all’incontro e sull’interculturalità, sentimenti che hanno reso grande la città in passato e che oggi sono risorsa imprescindibile per il futuro della città stessa e dell’intero territorio. Nel talk hanno partecipato anche le ragazze della sezione turismo del Liceo Matteo Ricci che hanno presentato un video su Palazzo Ricci, un modo per dire che primi ambasciatori del nostro territorio sono i giovani. Due gli eventi che più di tutti gli altri attirano su Macerata l’attenzione degli operatori internazionali: la mostra “Capriccio e Natura, arte nelle Marche del secondo ‘500”, grande progetto regionale in esposizione al palazzo Buonaccorsi fino al 13 maggio. E l’imminente mostra dedicata a Lorenzo Lotto, che arriverà nel capoluogo ad ottobre dentro un circuito internazionale tra Londra e Madrid.

Quelle del capoluogo – intorno a cui si è concentrata l’attenzione degli operatori internazionali che nonostante i recenti fatti di cronaca hanno confermato le presenze in città – sono solo due delle perle del viaggio nella Marca Maceratese su cui si è sviluppato il talk show del pomeriggio con gli amministratori del territorio presenti. Tra loro Angelica Sabbatini e Antonio Perticarini assessore al Tutina e funzionario del Comune di Porto Recanati (dove a marzo partirà la prestigiosa mostra su Dalì), Cinzia Pennesi assessore al Turismo di Matelica, Rita Soccio assessore alla Cultura di Recanati, Edi Castellani vice sindaco di Treia, Maika Gabellieri assessore al Turismo di Civitanova, Silvia Luconi vice sindaco di Tolentino, Paola Cardarelli vice sindaco di Bolognola. Insieme all’assessore al turismo di Macerata, Stefania Monteverde, hanno presentato il Distretto Turistico della Marca Maceratese, un’opportunità di sviluppo e di crescita che ha riscosso l’interesse degli operatori del settore.

Nelle foto momenti della presenza maceratese alla BIT

 

 

FEBBRAIO, IL MESE DEI CONCORDATI TRA CHIESA E STATO – di Mario Setta

 

 

FEBBRAIO, IL MESE DEI CONCORDATI TRA CHIESA E STATO

di Mario Setta *

Il problema del rapporto Chiesa/Stato in Italia è più che secolare. È bimillenario. Ma dal Risorgimento ad oggi il rapporto è rimasto sul piano politico, mai su quello strettamente religioso, fondato sul principio: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt. 22,21). Antonio Rosmini, dopo l’elezione a pontefice di Pio IX (1846), che aveva portato aria di rinnovamento nella chiesa, si sentì incoraggiato a pubblicare l’opera “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, in cui auspicava la fine del potere temporale e un ritorno alla Chiesa primitiva. Nella conclusione, Rosmini scriveva: «Quest’opera, incominciata nell’anno 1832, dormiva nello studiolo dell’autore affatto dimentica, non parendo i tempi a pubblicar quello ch’egli aveva scritto più per alleviamento dell’animo suo afflitto dal grave stato in cui vedeva la Chiesa di Dio, che non per altra ragione. Ma ora (1846) che il Capo invisibile della Chiesa collocò sulla Sedia di Pietro un Pontefice che par destinato a rinnovar l’età nostra …» ritiene opportuno di pubblicare il libro.

Ma l’ottimismo di Rosmini durò poco. Il suo libro fu proibito e messo all’Indice. Quando arrivò l’Unità d’Italia (1861), nel discorso che subito dopo tenne Cavour nel nuovo Parlamento sembrava echeggiassero le parole di Rosmini. E, pur non essendo un cattolico praticante, Cavour riconosceva la grande missione della Chiesa: «Noi riteniamo che l’indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa. Quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l’indipendenza del papato sarà su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà spirituale, l’autorità temporale».

La chiesa non accettò i suggerimenti di Rosmini, di Cavour e di altre personalità che le chiedevano di fare un passo indietro sul piano politico, ma ne auspicavano e favorivano l’azione sul piano religioso e morale. Dopo l’unità, il distacco tra Chiesa e Stato ebbe momenti di grande tensione: la breccia di Porta Pia (1870), la legge delle Guarentigie, il “Non expedit”. Con l’avvento del fascismo, Mussolini, pur non essendo credente si era proposto di fare del Cattolicesimo un perno del regime, tanto che la firma dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, fu considerata non solo e non tanto la fine del conflitto tra Chiesa e Stato, quanto un grande successo del Partito Nazionale Fascista.

Con la Conciliazione, pur ridotta in un modesto territorio, la Chiesa conservava la sua sovranità, confrontandosi con lo Stato italiano da sovrano a sovrano. L’idea di separazione proposta da Rosmini e da Cavour fu completamente abbandonata: regime fascista e chiesa cattolica convivevano, aiutandosi reciprocamente. La chiesa concedeva “investitura” e il regime ne beneficiava creando un modo di vivere, di sentire, di operare di stampo “fascista”. Dalle lotte delle investiture erano passati secoli, ma la direttrice politico-religiosa era rimasta invariata. Arturo Carlo Jemolo, uno dei maggiori esperti del problema, ha scritto: «Con ciò si andava oltre al precetto del “Date a Cesare”, oltre al rispetto ed alla collaborazione al governo legittimo: con ciò si consacrava non il governo, ma la mentalità e il modo di vivere fascista».

Il 18 febbraio 1984 viene firmato il nuovo Concordato tra Chiesa e Stato. Con la revisione sotto il governo Craxi, migliorano alcune situazioni, ma la linea direttrice resta immutata. Michele Ainis, docente di Istituzioni di diritto pubblico, nel volume “Chiesa padrona”, scrive: «Il vecchio Concordato ospitava una quantità di norme che contrastavano in modo sfacciato con i princìpi stabiliti dalla legge fondamentale. Una su tutte: l’art. 5, circa il divieto di assumere negli uffici pubblici sacerdoti apostati o irretiti da censura; una disposizione che a suo tempo un giurista cattolico come Mortati definì “mostruosa”. Poi, certo, l’Accordo del 1984 ha superato le norme più odiose e anacronistiche; ma anch’esso presta il fianco a varie critiche di compatibilità costituzionali».

C’è un lungo elenco di fatti, con i quali lo Stato privilegia la Chiesa cattolica e che sarebbero incompatibili con la Carta Costituzionale:

-il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio religioso;

-gli effetti civili delle pronunzie dei tribunali ecclesiastici (Sacra Romana Rota) mediante la procedura dell’annullamento;

-l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, con la nomina dei docenti da parte degli Ordinari Diocesani;

-l’8 per mille, il meccanismo col quale si è sostituita la vecchia “congrua”, per cui «a ogni livello, nazionale e locale, i cittadini sono “costretti”, volenti o nolenti, consapevoli o meno, a contribuire pecuniariamente» (Curzio Maltese, La questua)

Ma Craxi sembrava non voler lasciare chiusa la partita risorgimentale della libera Chiesa in libero Stato, tanto che in un discorso del 20 marzo 1985, per la ratifica degli accordi, auspicava “il superamento della dimensione concordataria”, precisando che la riforma attuata dal suo governo doveva considerarsi come “revisione-processo”. Sabino Cassese ha scritto che “ogni costruzione statale è frutto del tempo, avviene a pezzi e bocconi… i cambiamenti non avvengono, solitamente, per rivoluzioni, ma per evoluzione” e Paul Ginsborg, nel libro “Salviamo l’Italia” (2010), rileva come il primo grande pericolo da cui l’Italia moderna deve essere salvata è una Chiesa troppo forte in uno Stato troppo debole.

Perfino Joseph Ratzinger, prima di essere eletto papa Benedetto XVI, aveva esposto qualche riflessione critica sul comportamento della Chiesa: «Purtroppo nella storia è sempre capitato che la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti da altri; e ciò, alla fine, è stato per lei la salvezza» (Il sale della terra). In questi anni, nulla è cambiato. Siamo ancora a quel dilemma: aut Caesar aut Christus. La Chiesa non ha mai ceduto liberamente nessun potere. Ha cercato di mantenerlo a qualsiasi costo. Solo uno Stato veramente “laico”, nel senso etimologico di “popolare” (non populista), cioè di tutti, perché aperto e tollerante, potrebbe aiutarla a recuperare le sue origini e a liberarsi dalle catene che la imprigionano. Il sistema concordatario è stato e continua ad essere una catena che ne vincola la libertà, la riduce a “serva” dello Stato. Andare oltre il Concordato non sarebbe una pretesa laicista, ma una esigenza evangelica.

*storico

 

“CRIMINI AL MICROSCOPIO”, IL PRIMO ROMANZO DI GABRIELLA DONNINI – di Angelo Colangeli

 

 

CRIMINI AL MICROSCOPIO

La lettura di questo avvincente poliziesco, Crimini al microscopio edito da Polis SA Edizioni, opera prima della giovane Gabriella Donnini è un’esperienza che coinvolge e stimola tutti i nostri sensi, toccando anche alcune delicate corde della psiche umana.

L’autrice, con il suo stile fatto di dialoghi netti che si susseguono con grande ritmo, ci fa immergere già dai primi paragrafi nell’atmosfera di questo gruppo investigativo alle prese con i tanti crimini che la quotidianità gli riserva.

Un gruppo investigativo diretto magistralmente dal capitano Alfredo Piana, fortemente convinto dei poteri investigativi forniti dagli strumenti scientifici sempre più sofisticati, oggi a disposizione. Il ritrovamento di un cadavere senza alcun indizio o traccia, ad eccezione delle palpebre spillate ed una punta d’ago sul collo, mette però a dura prova la sua professionalità e quella dei suoi uomini. Nel gruppo investigativo anche il tenente Gregorio Matino e sua moglie il sottotenente Elvira Borghesi già nella squadra da tempo, oltre a tre elementi nuovi: il sottotenente Luca Ferrari esperto di informatica, il sottotenente Francesco Russo esperto di armi ed esplosivi, infine il tenente Rosita Arena, psicologa e interprete.Nelle vicende personali del capitano Alfredo Piana irrompe all’orizzonte anche la sua prima paternità.

Nel susseguirsi dei capitoli le descrizioni particolareggiate degli ambienti e delle scene dei vari fatti criminosi, l’uso molto professionale di termini tecnici e scientifici lasciano intendere la qualità e quantità del lavoro svolto dall’autrice Gabriella Donnini. Non è esagerato dire che Gabriella Donnini con questo suo stile ci fa veramente guardare i variegati scenari, entro cui si sviluppano le storie, attraverso la lente di ingrandimento di un microscopio. Il lettore si sente immedesimato nell’investigatore che attentamente scruta attraverso questo strumento quasi magico ogni minimo particolare della storia, tanto da venirne coinvolto e rapito fino all’ultimo rigo del romanzo.

Al lettore attento non sfuggirà nello scorrere del romanzo, che l’autrice tradisce nell’ordito di quest’opera la sua grande passione di lettrice di polizieschi e, ancor di più fedele spettatrice delle innumerevoli serie televisive e film i cui protagonisti si muovono ora all’interno di una unità investigativa, oppure di un commissariato se non di un reparto speciale. Un filone di innumerevoli successi fatti di tantissimi sequel sia in Italia che, soprattutto,, negli USA. L’architettura e i meccanismi investigativi e a volte umani di alcuni protagonisti, fanno pensare alla fortunatissima serie TV “RIS Roma – Delitti imperfetti” di cui Gabriella è stata una appassionata fan.

Come anticipato nell’incipit di questa sintetica nota, Gabriella Donnini attraverso i crimini da lei creati affonda il coltello nelle tante piaghe e criticità della nostra realtà quotidiana, sia dal punto di vista sociale che della psiche umana stimolando in noi riflessioni e introspezioni. Parliamo di violenze di genere, del tema delle discriminazioni omofobiche, di possessività e rapporti di coppia perversi, femminicidio, per passare a problematiche adolescenziali, il bullismo e gli amori morbosi.

Ogni capitolo ci rimanda flash e frammenti del quotidiano, un quotidiano permeato sempre più di crimini, criminalità e disagi sociali e psichici di cui siamo testimoni diretti o spettatori, attraverso i tantissimi media canali di comunicazione che ci lasciano difficile scampo.La giovane esordiente autrice però non chiude le porte alla speranza, anzi come un fiume sotterraneo per tutta la storia si percepisce un fondo di amore e desiderio di convivenza pacifica, solidarietà e sensibilità verso i più deboli e i cosiddetti “diversi”. Si fa notare subito infatti il titolo del primo capitolo “Romeo e Giulietta”.

Per noi lettori che siamo stati rapiti e incollati al microscopio di Gabriella Donnini c’è la speranza, oserei dire la certezza che il microscopio continuerà in un prossimo romanzo ad indagare e fare luce su altri crimini e altri amori più o meno celati.

Angelo Colangeli

IL GRAN SASSO E MONET – di Giuseppe Lalli

 

 

IL GRAN SASSO E MONET

di Giuseppe Lalli *

L’AQUILA – L’accostamento di Claude Monet con il Gran Sasso, che qualche commentatore ha mostrato di apprezzare, merita un piccolo approfondimento. Esso è stato dovuto al…caso. Avevo appena scritto le parole della piccola poesia, che di seguito riporto, così come mi erano sgorgate dall’anima commossa. Ho creduto poi di trovare un’immagine adatta da accostare alla foto nel dipinto del grande pittore impressionista. Ma il caso, come dice il filosofo Jean Guitton, è soltanto l’illusione della nostra ignoranza. La rassomiglianza tra le due immagini è straordinaria: il dipinto sembra la trasposizione fantastica della fotografia.

A ben vedere, i miei versi sono più appropriati a descrivere il dipinto di Monet che l’immagine della foto del Gran Sasso. In altri termini, ho prestato le parole a Monet. Sono i piccoli miracoli dell’arte, i corto-circuiti della grande anima universale, che agisce al di là dello spazio e del tempo, e quali che siano gli strumenti espressivi che si usano: parole, colori, suoni. Come ho riferito in risposta ad un commento, mi è capitato qualche anno fa di ammirare nel Musée d’Orsay, a Parigi, un quadro di Jean-Francois Millet, il grande paesaggista della Normandia, “Jeune fille gardant ses moutons” (Fanciulla a guardia delle sue pecore), e ho avuto l’impressione di avere di fronte un’immagine della campagna abruzzese di fine Ottocento.

Ho concluso che, al di là della maggiore o minore rassomiglianza dei paesaggi – francesi, europei o di altri luoghi -, nella grande tavolozza dell’anima i colori sono sempre gli stessi: si tratta di saperli usare in maniera da produrre un’opera d’arte, cioè da trasmettere un’emozione riconoscibile. Musica, pittura, scrittura sono timbri di un’unica voce: la poesia. La scrittura poetica, in qualche modo, li può riprodurre e ricomprendere tutti: si possono far vibrare le parole come le corde di un violino e dare alle descrizioni i colori del nostro vissuto. La poesia può diventare la vera lingua comune dell’Europa.

GUARDANDO IL GRAN SASSO UNA MATTINA D’INVERNO

Scivolano sulla neve
i miei pensieri,

s’aggrappano sulla roccia
i miei ricordi.
Squarci d’azzurro
e d’infinito,
spruzzi di luce
e di mistero…
Folate improvvise
di emozioni…
volti a lungo
accarezzati,
voci antiche e
sempre nuove,
sguardi leggeri
e trasognati,
come ali
che volano
verso nidi riscaldati…

*Giuseppe Lalli è nato ad Assergi, frazione dell’Aquila, il 5 settembre 1954. Nel piccolo borgo ai piedi del Gran Sasso ha frequentato la scuola elementare, alunno dell’indimenticabile Irma Castri in Vespa, madre di un noto volto televisivo, dalla quale ha appreso, insieme ai primi rudimenti, l’amore per lo studio e l’educazione ai più autentici valori della vita. Ha poi frequentato le scuole medie nel vicino centro di Paganica e si è diplomato all’Aquila presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Luigi Rendina”. Ha lavorato in una banca per più di quarant’anni. Mentre lavorava, si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Teramo e in Filosofia presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Ha collaborato per un certo periodo con il prof. Umberto Dante alla cattedra di Storia Moderna e Contemporanea della Facoltà di Scienze della Formazione dell’ateneo aquilano, in qualità di cultore della materia. Vive nel capoluogo abruzzese, è sposato con due figli e nonno di una bambina di due anni. Da quando è libero dagli impegni del lavoro professionale, si dedica allo studio del pensiero cattolico e, obbedendo al piccolo demone della scrittura dal quale si sente posseduto fin da ragazzo, collabora assiduamente con il giornale on line “Assergi racconta”.

Migrantes: mercoledì 21 febbraio la presentazione del “Rapporto Asilo 2018”

Migrantes: mercoledì 21 febbraio la presentazione del “Rapporto Asilo 2018”

 

ROMA – All’interno della cornice dei suoi studi che trattano specificatamente la mobilità umana, la Fondazione Migrantes dedica, per il secondo anno consecutivo, un’analisi specifica al mondo dei richiedenti asilo facendosi guidare e interrogare dal Messaggio di papa Francesco per la 104^ Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (celebrata il 14 Gennaio 2018), che ha proposto quattro verbi molto significativi “Accogliere, Proteggere, Promuovere ed Integrare”.

Il Diritto d’asilo – Report 2018 prova a chiedersi quanto l’accogliere, il proteggere, il promuovere e l’integrare siano già delle esigenze attuali per i governi europei e italiani, non solo nella teoria, ma anche e soprattutto nelle pratica delle politiche che stanno realizzando, e quanto lo siano allo stesso tempo per la società civile italiana ed europea.

Si mostra l’evidenza e si dà testimonianza di alcune prassi e progettualità che già all’interno e all’esterno della Chiesa stanno andando verso una direzione non solo di accoglienza e protezione, ma anche di incontro, di conoscenza e di scambio.

L’approfondimento del presente volume è dedicato per questo all’accoglienza in famiglia, una pratica e una progettualità che rispetto ai richiedenti asilo e rifugiati ha una storia quasi decennale in Italia, iniziata dal basso, dalla volontà e dall’intuizione di pochi, come spesso accade in questo campo. Questa forma di accoglienza ha le potenzialità per diventare molto più diffusa e per far crescere nuove possibilità di incontro e di relazione: può aumentare cioè quegli spazi di comprensione e solidarietà, invece che di chiusura e contrapposizione, di cui hanno così tanto bisogno sia il nostro paese che l’Europa.

Il volume “Il diritto d’asilo- Report 2018 Accogliere, Proteggere, Promuovere, Integrare”  sarà presentato a Ferrara (Sala Estense, P.tta Municipale, 14) mercoledì 21 febbraio 2018  (ore 9,30-12,30). Interverranno, per i saluti istituzionali,  S.E. Mons. Giancarlo Perego, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Avv. Tiziano Tagliani, Sindaco di Ferrara, Dott. Michele Campanaro, Prefetto di Ferrara e Dott. Giancarlo Pallini, Questore di Ferrara.

Seguirà una Tavola rotonda sul tema “Le sfide in Italia e in Europa, l’accoglienza in famiglia e le prove di comunità interculturali” moderata da Mariacristina Molfetta e Chiara Marchetti alla quale interverranno Gianfranco Schiavone e Maurizio Veglio, Veglio autori di saggi dello stesso volume mentre il Direttore Generale della Fondazione Migrantes, Don Gianni De Robertis trarrà le conclusioni.

Durante il convegno sono previste anche alcune testimonianze.

Roma, 8 febbraio 2018

Paesaggi sonori

 

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COMUNICATO STAMPA

PAESAGGI SONORI 2018 – Il “cammino verso la bellezza” riparte da L’AQUILA

Al via la nuova edizione di Paesaggi Sonori con gli #slowculturalconcert che caratterizzano la stagione invernale. E anche quest’ anno l’associazione sceglie L’Aquila come punto di partenza: città da riscoprire attraverso esperienze che coniugano la valorizzazione del paesaggio e del patrimonio storico-artistico con l’arte e la musica.

 

Se gli appuntamenti estivi prevedono trekking e concerto in quota, quelli della stagione invernale si caratterizzano invece per essere ambientati in contesti urbani ricchi di storia e cultura e il luogo del concerto si raggiunge con un trekking urbano che fa tappa nelle emergenze più significative della città o del borgo di riferimento coinvolgendo il pubblico con performance a sorpresa.

Sabato 10 febbraio l’appuntamento è nel centro storico dell’Aquila per il primo #slowculturalconcert della stagione 2018, realizzato in collaborazione con I Solisti Aquilani.

Il percorso proposto vuole consegnare ai nostri occhi la prospettiva attuale di un paesaggio urbano in evoluzione. Il patrimonio storico artistico della città, i tanti palazzi e monumenti ricostruiti dopo il sisma del 2009, una performance a sorpresa de I Solisti Aquilani  Quartetto, (Marino Capulli e Vanessa Di Cintio, violini; Luana De Rubeis, viola; Giulio Ferretti, violoncello) alle prese con W. A. MOZART e il Quartetto n. 1 in sol maggiore K 80 e il Divertimento n. 2 in si bemolle maggiore K 137. Ad accompagnare il pubblico la giovane guida qualificata, Alessia De Iure. Dopo il trekking urbano tappa a Palazzo Fibbioni – Sala Rivera – per ascoltare I Solisti e visitare anche la mostra fotografica “L’Abruzzo che cambia”, allestita nel Palazzo e organizzata dal Centro Sperimentale di Cinematografia dell’Aquila.

La giornata si conclude all’Auditorium del Parco con il concerto di Domenico Imperato, cantautore abruzzese e Premio Fabrizio De Andrè, che per l’occasione presenta con la band al completo il suo ultimo lavoro discografico “Bellavista” , uscito il 2 febbraio per Ponderosa Music&Art|La Pilla Records.

IL PROGRAMMA:

– ore 16:00 – ritrovo e registrazione partecipanti presso Auditorium del Parco del Forte Spagnolo

 – ore 16:30 – trekking urbano (visita guidata dei principali punti di interesse del centro storico, dei luoghi significativi del sisma e di quei luoghi che rappresentano il futuro della città)

– ore 17:30 – I Solisti Aquilani Quartetto Sala Rivera Palazzo Fibbioni

-ore 19:30 – concerto Domenico Imperato “Bellavista tour 2018” Auditorium del Parco

Per partecipare all’evento è necessario effettuare la prenotazione  scrivendo al seguente indirizzo email paesaggisonori.abruzzo@gmail.com

E’ possibile partecipare al trekking urbano e al concerto all’Auditorium con una quota di 15 euro, solo al concerto all’Auditorium con una quota di 13 euro. 

Adesione manifestazione Macerata

 

Comunicato stampa

Agli organi di stampa

Adesione manifestastione antifascista e antirazzista Macerata.

Partenza autobus da L’Aquila

L’Aquila risponde alla chiamata antifascista e antirazzista dell’ANPI Nazionale.

Quello che è accaduto sabato scorso è un fatto di gravità inaudita. Le dichiarazioni giustificazioniste di questi giorni non sono accettabili: le vittime, per alcune forze politiche, sono addirittura diventate i colpevoli, in una mistificante e intollerabile inversione di ruoli.

Non possiamo essere d’accordo con chi invita a tenere bassi i toni mentre è indispensabile denunciare con chiarezza e senza ambiguità il pericoloso affermarsi con sempre maggiore frequenza e gravità di episodi dettati dall’odio e dal razzismo.

Per questo invitiamo L’Aquila antifascista, antirazzista e democratica a scendere in piazza a Macerata sabato 10 febbraio per costruire tutti insieme una rinnovata stagione di impegno per la libertà, la solidarietà e la convivenza civile.

Per informazioni e prenotazioni posti autobus 3391700917.

ANPI L’AQUILA

ANPPIA L’AQUILA

ARCI L’AQUILA

La partenza fissata per sabato alle 11 da piazza d’Arti

Comunicato – Nuoro capitale della cultura 2020

 

 

Nuoro punta a diventare capitale della Cultura 2020

Ieri al Mibact la presentazione del dossier. La città del Nobel Grazia Deledda e di Salvatore Satta sembra avere le carte in regola per vincere e ha il sostegno di tutta la Sardegna.

ROMA – Quella di ieri 5 febbraio è stata una giornata storica per Nuoro: alle ore 17 nella Sala Spadolini del Ministero dei Beni Culturali il sindaco Andrea Soddu, accompagnato da una delegazione di cui ha fatto parte anche il Presidente della Regione Sardegna Francesco Pigliaru, ha presentato il dossier sulla candidatura di Nuoro a Capitale della Cultura 2020. Il primo cittadino nuorese ha esposto davanti a una commissione giudicatrice del Mibact presieduta dal professor Stefano Baia Curioni (docente dell’Università Bocconi) i punti di forza di un progetto molto ambizioso che ha richiesto mesi di preparativi e di studio con una cura certosina in ogni singolo dettaglio. “Crediamo fortemente in questo progetto perché Nuoro ha una forte necessità di aprirsi al mondo e di essere al centro dei processi culturali del Paese – ha detto il sindaco – e lo fa prendendo a esempio la scrittrice nuorese e premio Nobel Grazia Deledda. Lei, investendo sul suo talento, ha superato le difficoltà e i limiti di una comunità distante anni luce dai processi culturali italiani. Attraverso la cultura si è messa in connessione con il resto del mondo”.

La commissione renderà poi nota la sua scelta il prossimo 16 febbraio alla presenza del Ministro Dario Franceschini, al termine delle audizioni dei rappresentanti di tutte le città finaliste. Nuoro come si sa fa parte della top ten di città candidate all’ambito riconoscimento, insieme a Agrigento, Bitonto, Casale Monferrato, Macerata, Merano, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Treviso.

Alla vigilia della decisiva prova d’esame il sindaco aveva fatto intendere che la sua città avrebbe tutte le carte in regola per vincere a pieni voti questa sfida. Un obiettivo che va molto al di là del milione di euro in palio di finanziamenti assegnati alla città vincitrice ma che rappresenta una straordinaria opportunità per ritrovare progettualità e visione del futuro, a partire dalla riscoperta delle potenzialità della cultura come fattore rigenerante e come occasione di crescita. Un approccio decisamente agli antipodi rispetto al triste luogo comune secondo cui “con la cultura non si mangia”, come disse incautamente un ministro di un governo del recente passato. C’è insomma la consapevolezza che investire in cultura, in “conoscenza”, sia una risposta efficace per far fronte alle difficoltà dell’oggi e all’incertezza per il futuro. Un investimento che, se adeguatamente supportato, può ripagarci con gli interessi, come sostengono oggi alcuni economisti tra i più illuminati e come osservava quasi tre secoli fa Benjamin Franklin nel suo “Almanacco”: “An investment in knowledge pays the best interest”, il rendimento dell’investimento in conoscenza è più alto di quello di ogni altro investimento.

All’appuntamento di ieri Nuoro si è presentata forte del sostegno convinto di tutta la Sardegna, testimoniato dalla stessa presenza nella capitale del presidente della Regione Pigliaru e dal tifo compatto di tutti i maggiori sindaci dell’Isola, da quello di Cagliari Massimo Zedda a quello di Sassari Nicola Sanna. Un’unità di intenti che la Sardegna ha potuto mostrare in passato solo in rarissime occasioni e che ha spento sul nascere i rilievi benaltristi di quegli stessi nuoresi (pochi per la verità) secondo cui la città avrebbe bisogno di dotarsi di una più forte identità e seguire altri percorsi in vista di un possibile riscatto. Obiezioni rimandate al mittente da Marcello Fois,nuorese purosangue (anche se vive a Bologna) e tra i maggiori scrittori italiani, sostenitore della prima ora della candidatura della sua città, a cui si è dedicato con grande passione, contribuendo con la stesura di un progetto letterario corale che contiene 80 profili di nuoresi che hanno dato lustro alla città oggi e nel passato: “Le critiche sono tipiche del nuorese e vanno messe in conto – sottolinea lo scrittore. Molti concittadini, più che proporre, puntano a mantenere lo status quo. Nuoro è una capitale culturale a prescindere: ha più letteratura questa città che Berlino, Chicago o Bologna e questo è un dato di fatto. Qui non ci sono solo letterati, artisti del passato e un premio Nobel, ma ci sono anche tante eccellenze moderne, io ho evidenziato almeno 80 profili. Pensiamo per esempio, solo per citarne qualcuno, il designer della Ferrari Flavio Manzoni, l’eccellenza dei sistemi museali Patrizia Asproni, Gavino Murgia uno dei migliori jazzisti su piazza”.

Una vocazione naturale e una forte identità riscontrabili facilmente anche da un forestiero che volesse intraprendere un percorso di pochi centinaia di metri nel cuore del centro storico della città: a partire dalla via Sebastiano Satta intitolata a uno dei maggiori poeti dell’Isola e dove è ubicato il Man, il Museo d’Arte Contemporaneache negli ultimi anni, grazie soprattutto alle iniziative lungimiranti degli ultimi due direttori artistici (Cristiana Collu Lorenzo Giusti), ha saputo ritagliarsi un ruolo importante nel panorama artistico nazionale attraverso la programmazione di mostre di livello internazionale e come spazio di produzione e comunicazione in cui convivono memoria e innovazione, ricerca e divulgazione, pensiero globale e azione locale. In fondo alla via ecco la piazza dedicata anch’essa a Sebastiano Satta dove si possono ammirare le sculture dell’artista di Orani Costantino Nivola, molto apprezzato anche negli Stati Uniti: negli States, dove visse a lungo, fu membro della prestigiosa “American Academy and Institute of Arts and Letters”. Una ventina di metri e ci troviamo nella casa natale (a breve sarà aperta al pubblico) di Salvatore Satta, l’autore de Il Giorno del Giudizio, che George Steiner, uno dei massimi critici letterari viventi, ha ritenuto in un saggio pubblicato dalla rivista americana “New Yorker” un capolavoro della letteratura di tutti i tempi, tradotto in ben 17 lingue. Un romanzo universale, un vero classico che secondo Steiner può essere accostato persino a Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. 

Poco oltre la casa-museo che ha dato i natali a Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 (unica scrittrice italiana a ottenere questo riconoscimento) e autrice di alcune tra le maggiori opere del Novecento come Elias Portolu, Cenere, L’edera Canne al vento. Cinque minuti a piedi ed eccoci al Museo Ciusa, che ospita le principali opere di Francesco Ciusa, tra cui la celebre Madre dell’ucciso, opera simbolo della cultura figurativa sarda, che il grande scultore nuorese presentò alla Biennale di Venezia nel 1907, ricevendo il plauso della critica. E poi altre due tappe museali da non perdere: il Museo Etnografico che, con i suoi ottomila reperti, mostra gli oggetti della vita quotidiana e delle tradizioni popolari sarde; e il Museo Nazionale Archeologico, che ha sede in un palazzo ottocentesco dove visse Giorgio Asproni, politico e intellettuale sardo del XIX secolo originario di Bitti.

La candidatura coinvolge anche il territorio della Barbagia e i paesi limitrofi, che contribuiscono come una rete di attrattori a un ricco patrimonio culturale e naturalistico in cui tradizione e innovazione vanno di pari passo. “Barbagia è Oliena con il Monte Corrasi, paradiso del trekking e oasi verde, e la fonte cristallina di Su Gologone, i ricami d’oro sugli scialli e anche il vino Nepente che decantò D’Annunzio” ha scritto di recente Elvira Serra sul ‘Corriere della Sera’ a proposito del centro barbaricino che dista appena 10 Km da Nuoro e che Salvatore Satta definì come “un meraviglioso paese ai piedi del monte più bello che Dio abbia creato e produce un vino nel quale si sono infiltrate tutte le essenze della nostra terra, il mirto, il corbezzolo, il cisto, il lentischio” “L’identità sarda va a braccetto con l’arte contemporanea”, afferma Antonella Camarda, vicepresidente della Fondazione Costantino Nivola di Orani. “La designazione di Nuoro come Capitale italiana della Cultura può essere sintetizzata così. In Sardegna solo il capoluogo barbaricino ha questa attitudine: riesce a proiettare secoli di ricchezze nel futuro”.

Sono proiettati nel futuro anche i numerosi progetti che vedono Nuoro sempre più in un’ottica di maggiore apertura al mondo e al centro del Mediterraneo. Tra quelli messi in campo per la candidatura c’è anche quello che punta a far diventare Nuoro non solo capitale della cultura ma anche dei diritti umani, attraverso la costituzione di unosservatorio internazionale, come emanazione della Summer School, un centro di formazione già attivo da anni, frequentato da ricercatori e studenti provenienti dal tutto il mondo e diretto dalla professoressa Gabriella Ferranti, docente di Diritto internazionale presso la il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Sassari. Per la candidatura della città si è pensato di dedicare la quarta edizione della Summer School che si svolgerà nel 2020 alle donne e alla cultura. Con una testimonial d’eccezione, a cui è stato già inoltrato l’invito a partecipare: la Premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai, la giovanissima attivista pakistana impegnata per l’affermazione dei diritti civili e per il diritto all’istruzione delle donne.

Sebastiano Catte

 

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Sebastiano Catte

Agenzia Comunica

IL SENTIERO DELLA LIBERTA’ – La 18^ edizione il 27-28-29 aprile 2018

 

 

 

 

IL SENTIERO DELLA LIBERTÀ

Freedom Trail/Freiheitsweg/Chemin de la Liberté

a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta

Dal 2001, con la proposta e lo sprone delle associazioni degli ex-prigionieri di guerra anglo-americani, è nata una iniziativa storico-culturale per ripercorrere i sentieri di fuga dai campi di concentramento verso la libertà e far risaltare la generosità e la dedizione mostrate durante la seconda guerra mondiale dalla gente abruzzese. Una riflessione sull’idea di Libertà, come essenza della persona umana. Un sentiero di montagna, come quello che, nel 1943-1944, attraversava la linea Gustav, muro di separazione tra il Nord e il Sud d’Italia.

La Marcia Internazionale Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail/Freiheitsweg/Chemin de la Liberté intende rievocare il passato e proporre la riflessione sui valori di Libertà, Solidarietà, Pace, espressa dalle parole del Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nel discorso per la prima edizione: «Oggi un gruppo si accinge a ripercorrere quegli aspri sentieri, i sentieri della libertà. Anch’io fui uno di loro, lasciai Sulmona, lasciai coloro che mi avevano accolto come un fratello, nelle loro case qui a Sulmona. […] Vedo qui oggi tanti giovani, che sono partecipi, con tutta la passione dei loro anni, di questa straordinaria manifestazione… E a voi giovani ripeto l’invito che rivolgeva a tutti gli uomini il vostro grande poeta Ovidio: guardate in alto, rivolgete sempre gli occhi alle stelle; abbiate ideali, credete in essi e operate per la loro realizzazione. Questo è ciò che la mia generazione e la generazione dei vostri nonni vi trasmette, vi affida come messaggio che sono sicuro saprete onorare ed affermare sempre di più.»

Da quella prima edizione, 17 maggio 2001, alla quale presero parte anche centinaia di ex-prigionieri veterani che, come Ciampi, avevano affrontato la traversata nel periodo della guerra, l’Associazione Culturale “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail” programma e realizza ogni anno la manifestazione che dura tre giorni in tre tappe (Sulmona-Campo di Giove-Taranta Peligna-Casoli). Era il sentiero che da Sulmona giungeva a Casoli, valicando la Majella, percorso da migliaia di prigionieri e di giovani italiani che si dirigevano verso il Sud per combattere a fianco dell’esercito alleato. Oggi, giovani e persone mature, provenienti da varie città italiane ed estere, scelgono di ripercorrere quei sentieri per ricordare un passato di terrore e di coraggio, di barbarie e di solidarietà e vivere un’esperienza in armonia con la natura, con gli altri, con se stessi

Dopo l’8 settembre 1943, oltre diecimila prigionieri di guerra nei campi di concentramento di Sulmona, Chieti, Avezzano e L’Aquila, si dettero alla fuga sulle montagne d’Abruzzo, in particolare sul Morrone e sulla Majella. Ma con l’arrivo dei tedeschi, molti furono ricatturati. A Sulmona, fu organizzata dalla gente, semplice e povera, l’assistenza alle centinaia di ex-prigionieri, nascosti nelle case o nelle cantine. Numerose le testimonianze scritte, lasciate dai protagonisti: Libertà sulla Maiella di Uys Krige, Non aver paura di John Furman, Spaghetti e filo spinato di John E. Fox, Fuga da Sulmona di Donald Jones, La guerra in casa 1943-1944. La resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano di William Simpson, Linea di fuga di Sam Derry, Oltre i muri di Jack Goody, Un pranzo di erbe di John Verney e tante altre. Sono pagine toccanti e straordinarie, riportate nel libro “Terra di Libertà” a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, che evidenziano la solidarietà dimostrata dalla gente abruzzese, definita dagli storici “Resistenza Umanitaria”, con il rischio del carcere e della fucilazione. E furono moltissime le persone incarcerate per aver dato un po’ di pane ai prigionieri fuggiaschi. Qualcuno, come i fratelli D’Eliseo di Roccacasale o il pastore Michele Del Greco di Anversa, furono fucilati.

La prossima edizione, la 18ᵅ, avrà luogo nei giorni 27-28-29 aprile 2018 (venerdì-sabato-domenica).

Per informazioni e partecipazione: www.ilsentierodellaliberta.it

e.mail: Info@ilsentierodellaliberta.it

Facebook: Associazione Culturale “il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”