{"id":10924,"date":"2020-07-08T13:32:14","date_gmt":"2020-07-08T13:32:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=10924"},"modified":"2020-07-08T13:32:14","modified_gmt":"2020-07-08T13:32:14","slug":"racconti-in-quarantena-lestate-dei-cocomeri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=10924","title":{"rendered":"Racconti in quarantena &#8211; L&#8217;ESTATE DEI COCOMERI"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<div id='gallery-1' class='gallery galleryid-10924 gallery-columns-3 gallery-size-thumbnail'><figure class='gallery-item'>\n\t\t\t<div class='gallery-icon landscape'>\n\t\t\t\t<a href='https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?attachment_id=10925'><img decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"150\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Alberto-Moravia-con-Domenico-Colantoni-150x150.jpg\" class=\"attachment-thumbnail size-thumbnail\" alt=\"\" \/><\/a>\n\t\t\t<\/div><\/figure><figure class='gallery-item'>\n\t\t\t<div class='gallery-icon landscape'>\n\t\t\t\t<a href='https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?attachment_id=10926'><img decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"150\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Cocomeraio-150x150.jpg\" class=\"attachment-thumbnail size-thumbnail\" alt=\"\" \/><\/a>\n\t\t\t<\/div><\/figure><figure class='gallery-item'>\n\t\t\t<div class='gallery-icon portrait'>\n\t\t\t\t<a href='https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?attachment_id=10927'><img decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"150\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/M.-Narducci-1-150x150.jpg\" class=\"attachment-thumbnail size-thumbnail\" alt=\"\" \/><\/a>\n\t\t\t<\/div><\/figure>\n\t\t<\/div>\n\n<p>Racconti in quarantena \u2013 L\u2019ESTATE DEI COCOMERI<\/p>\n<p>di Mario Narducci<\/p>\n<p>L\u2019estate dei cocomeri, quell\u2019anno, a Roma, si risolse tutta in una notte di follia. Trascorsa tra Monteverde e Montesacro, con la calura che ti si attaccava addosso con tutti i vestiti che portavi, leggeri ma sempre di troppo, il bicchiere di Frascati in eccesso, l\u2019allegria di uno scapolato di ritorno per via delle mogli che stavano in vacanza, non pienamente convinte di lasciarci soli, io al giornale, il mio amico nel suo studio di pittore a Ponte Bianco. Era una di quelle notti romane che invitano a dormire all\u2019aperto, sulla panchina di un parco, se vuoi, disteso sull\u2019erba che \u00e8 meglio, mentre il \u201cventicello de Roma\u201d t\u2019accarezza il volto dandosi la voce, come nella fortunata canzone di Rascel, dall\u2019Aventino, con quello del Gianicolo. Anche le stelle c\u2019erano tutte; e c\u2019erano, sotto l\u2019alberi di un\u2019altra canzone romanesca, le mille bocche che si baciavano, complice la luna che cresceva. Forse non era nemmeno proprio cos\u00ec, come nelle canzoni, ma l\u2019atmosfera c\u2019era tutta e, dietro l\u2019angolo, c\u2019era quella notte di irripetibile follia.<\/p>\n<p>Il mio amico pittore era Domenico Colantoni, passato nel tempo dal surrealismo al realismo con i ritratti impietriti di coppie anche famose come quella del regista Robert Altman e le gigantesche nature morte sullo sfondo del Fucino, la sua terra d\u2019origine. Amico di Moravia (al quale dedic\u00f2 una mostra di successo) e De Chirico, protagonista del fermento culturale romano per almeno un trentennio a partire dagli anni settanta, conteso dai maggiori galleristi, frequentatore di scrittori e poeti quali Elio Pecora, recensito dai critici d\u2019arte dei maggiori quotidiani e periodici italiani, richiesto da reali e capi di Stato all\u2019estero, Colantoni aveva fatto della sua casa un salotto frequentato da artisti e letterati del tempo, tra i quali mi onoravo di figurare anch\u2019io, di certo pi\u00f9 nel nome della comune abruzzesit\u00e0 che per ingegno.<\/p>\n<p>Raggiunsi Ponte Bianco con i mezzi e l\u2019idea iniziale era solo quella di stare a cena insieme, alla Fraschetta. Ma nessuno dei due all\u2019uscita, baciato con malia dall\u2019aria di Trastevere, riprese la via di casa e incominciammo a percorrere Roma a piedi come sbandati, soffermandoci con bramosia tra gli acquaroli di grattachecca e i banchi dei cocomerai che s\u2019annunciavano di lontano con tremore chiaro di luci. A quei tempi, negli anni settanta, le strade di Roma ne erano ancora piene, a incominciare dai bordoponti del lungo Tevere. Originari tutti e due dell\u2019Abruzzo aquilano, fummo subito allettati dai cocomerai. Non \u00e8 forse il cocomero il frutto per eccellenza dell\u2019estate, vivace nel colore, invitante nel rosso spaccato al mezzo e disteso a fette sui blocchi di ghiaccio? Non era il frutto dell\u2019estate, il cocomero, quello che ci si portava dietro nelle gite fuori porta, che veniva tenuto al fresco nel fiume in attesa d\u2019essere distribuito alla voracit\u00e0 arsurata dei presenti?<\/p>\n<p>Tutto questo era il cocomero, cui un detto dialettale aquilano attribuisce una triplice azione benefica a modico prezzo: \u201cdieci lire la petaccia: ci magni, ci bii e ti ci lavi la faccia\u201d (una fetta dieci lire, ci mangi, ci bevi e ti ci lavi la faccia). E fu sull\u2019onda di questi ricordi d\u2019infanzia, che riconquistammo quell\u2019aria sbarazzina che ci port\u00f2 per le vie di Roma, da Trastevere al Nomentano, stazionando puntualmente davanti a tutti i banchi dei cocomeri, per immergere il muso nelle fette rinfrescanti e sbrodolanti. Il cocomero appariva in quel momento come il massimo della trasgressione.<\/p>\n<p>Nessuno di noi che avesse pensato a infedelt\u00e0 di sorta. C\u2019era una specie di passione strana, forse anche compensativa, in quel gesto compiuto in apnea, come se la fetta di cocomero rappresentasse una immersione in acque profonde, dalle quali si riemergeva solo momentaneamente appagati per rituffarci in un nuovo perdimento. Era il cocomero l\u2019amante di quella notte che ci avvolgeva nella furia del tradimento. E l\u2019appagamento diventava allegria, spensieratezza, voglia di volare, di invadere il cielo con le nostre risate, di tirarci addosso le stelle con i nostri canti impazziti, di toccare la luna con l\u2019indice puntato l\u00e0 dove lei tremolava tra la serigrafia dei rami in controluce, che potevi contarne le foglie ad una ad una, anche se il respiro che le muoveva ti faceva ricominciare ogni volta da capo.<\/p>\n<p>A Piazza Esedra l\u2019orchestrina estiva del bar parve accompagnare la nostra follia. Sempre a piedi raggiungemmo Porta Pia cantando alle cento penne dei bersaglieri, per fare subito sosta al primo cocomeraio della dirittura nomentana. Una, due, tre soste fino alla Batteria. Una passione vorace ogni volta nuova e fino in fondo assaporata. Dieci, venti fette? Nemmeno la voglia di contarle, solo intuirle, magari, dalla cintura dei pantaloni che progressivamente s\u2019era costretti ad allargare. A Via Val Chisone, dove abitavo, sembravamo due ubriachi che non hanno voglia d\u2019altro se non di letto per smaltire la sbornia, e cos\u00ec fu.<\/p>\n<p>Era il quattordici di agosto del 1977. L\u2019indomani il giornale sarebbe stato a ranghi ridotti perch\u00e9 tanto a ferragosto non succede mai nulla. E invece successe. Proprio nel giorno di ferragosto, Herbert Kappler, colui che individu\u00f2 il rifugio di Mussolini a Campo Imperatore, consentendo l\u2019Operazione Quercia per liberarlo; il sanguinario responsabile dell\u2019eccidio delle Fosse Ardeatine, fugge dall\u2019ospedale militare del Celio, dov\u2019era ricoverato, coadiuvato dalla moglie che aveva sposato da ergastolano.<\/p>\n<p>Una fuga rocambolesca e mai chiarita che gli permise di raggiungere la Germania e della quale la moglie Anneliese forn\u00ec in seguito versioni contrastanti: nella prima il marito sarebbe stato accompagnato fuori come un normale visitatore; nella seconda sarebbe stato calato con una corda dalla finestra della sua stanza, entro una grossa valigia. Tutto avvenne nel mistero di una sorveglianza inesistente e forse con qualche connivenza altolocata. La verit\u00e0 non \u00e8 mai venuta alla luce. Tocc\u00f2 a me lavorare su questo fatto oscuro di cronaca, che cost\u00f2 le dimissioni al ministro della difesa Lattanzio, anche nei giorni successivi. E fu la mia estate. Goduta appena per una notte. La notte folle dei cocomeri. Appunto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Racconti in quarantena \u2013 L\u2019ESTATE DEI COCOMERI di Mario Narducci L\u2019estate dei cocomeri, quell\u2019anno, a Roma, si risolse tutta [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[43,10],"tags":[],"class_list":["post-10924","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-historias","category-italiano"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/10924","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=10924"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/10924\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=10924"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=10924"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=10924"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}