{"id":24866,"date":"2022-07-04T09:11:10","date_gmt":"2022-07-04T09:11:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=24866"},"modified":"2022-07-04T09:11:10","modified_gmt":"2022-07-04T09:11:10","slug":"grazia-deledda-la-confessione-i-luoghi-la-terra-e-lisola-tra-letteratura-e-antropologia-pierfranco-bruni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=24866","title":{"rendered":"Grazia Deledda. La confessione i luoghi la terra e l&#8217;isola tra letteratura e antropologia &#8211; Pierfranco Bruni"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/20220704_062255.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-24867\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/20220704_062255.jpg\" alt=\"\" width=\"196\" height=\"222\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/20220704_062255.jpg 196w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/20220704_062255-132x150.jpg 132w\" sizes=\"(max-width: 196px) 100vw, 196px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"gE iv gt\">\n<table class=\"cf gJ\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr class=\"acZ xD\">\n<td colspan=\"3\">\n<table class=\"cf adz\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td class=\"ady\"><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<\/div>\n<div class=\"\">\n<div id=\":6b\" tabindex=\"-1\"><\/div>\n<div id=\":60\" class=\"ii gt\">\n<div id=\":5z\" class=\"a3s aiL \">\n<div dir=\"auto\">\n<div dir=\"auto\">Grazia Deledda. La confessione i luoghi la terra e l&#8217;isola tra letteratura e antropologia<\/div>\n<div dir=\"auto\"><\/div>\n<div dir=\"auto\">Pierfranco Bruni<\/div>\n<div dir=\"auto\"><\/div>\n<div dir=\"auto\"><\/div>\n<div dir=\"auto\">\u00abCosima\u00bb, l&#8217;ultimo, tra gli ultimi, scritto di Grazia Deledda \u00e9 una autobiografia come confessione. O meglio la confessione come autobiografia nel segno di un genere letterario. La fenomenologia della letteratura attraversa spiritualit\u00e0, natura, luoghi. I luoghi restano fondamentali in una espressivit\u00e0 dia letteraria che direttamente antropologica. Cos\u00ec in \u00abCosima\u00bb: \u00abLe giornate erano quasi sempre grigie, nel freddo mattino del tardo autunno: ma a poco a poco il cielo si schiariva e si sollevava sopra i monti che prendevano una lucentezza opaca di stagno, e sull\u2019alto si apriva l\u2019occhio, bianco prima, poi perlato del sole, come di un dormiente che dopo aver lottato con un triste sogno si sveglia ridente alla dolce realt\u00e0. Allora tutto prendeva colore; il cielo sembrava un mare sparso d\u2019isolette rocciose, sui\u00a0rami degli alberi le ultime foglie palpitavano come farfalle d\u2019oro e i monti riprendevano le loro tinte azzurre e rosee\u00bb.<\/div>\n<div dir=\"auto\"><\/div>\n<p>I luoghi, il canto, la danza e i costumi sono la realt\u00e0 imprescindibile delle etnie e di una antropologia riferita alla immagine. Credo che ci sia una bella dialettica intorno al legame tra la antropologia dei beni culturali, la visione etnodemoantropologica e la filosofia della cultura popolare. Una dialettica che pone in essere due aspetti fondamentali: l\u2019antropos e il luogo, l\u2019uomo e il territorio. Intorno a questi due elementi si sviluppano i processi storici e il legame tra identit\u00e0 e civilt\u00e0 da sempre fondamentale per comprendere le realt\u00e0 dei popoli.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>La demoetnoantropologia, tra le altre cose, costituisce anche una innovazione nel dare un senso interpretativo alla tradizione e al moderno e rientrano in questo ambito le tradizioni, i costumi, le metafore esistenziali, i canti, la canzone, i balli, le danze. Tutto ci\u00f2 che un popolo, o una civilt\u00e0, ha o hanno prodotto. Ecco perch\u00e9 credo che sia necessario che gli altri campi dei beni culturali si confrontino costantemente con l\u2019antropologia che diventa, appunto, demoetnoantropologia. Il discorso inerente le minoranze linguistiche, etnolinguistiche e storiche, rientra in questa chiave di lettura.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>Ho visitato\u00a0 i luoghi di Grazia Deledda, ovvero la Sardegna, in modo particolare quelle comunit\u00e0 che vanno da Sassari fino al Galtell\u00ec e si protraggono oltre Olbia. La mia attenzione si \u00e8 concentrata sul territorio nel quale ho condotto il mio viaggio.\u00a0<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>A Galtell\u00ec c\u2019\u00e8 il parco letterario dedicato a Grazia Deledda dove \u00e8 stato scritto \u201cCanne al vento\u201d.Quelle canne al vento costituiscono ancora l\u2019emblema delle varie rappresentazioni storiche e teatrali, ma anche struttuali, di queste comunit\u00e0. All\u2019interno di questo tessuto territoriale la figura di Grazia Deledda ha lasciato un segno forte. Nei suoi libri, nella sua identit\u00e0 sarda, i costumi, le tradizioni, i messaggi, che non sono soltanto messaggi linguistici, ma sono messaggi in cui si ritrovano questi spazi antropologici, culturali e letterari, rappresentano una metafora del luogo che \u00e8 poi divenuta una metafisica dell\u2019anima, perch\u00e9 il luogo diventa tale nella scrittura, nella parola, nel linguaggio, nei comportamenti, nel momento in cui si trasforma da realt\u00e0 a metafora, da metafora a metafisica dell\u2019anima.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>\u201cCanne al vento\u201d \u00e8 la ricontestalizzazione di quel territorio e ho avuto modo e la possibilit\u00e0 di osservare questa ricca comunit\u00e0 in cui la cultura popolare \u00e8 un punto nevralgico. La cultura pastorizia, la cultura nuragica, la cultura pastorale vera e propria vengono rappresentate da un museo straordinario in cui convivono le testimonianze del mondo contadino che sono un punto di riferimento e di contatto con la Sardegna di un tempo, che \u00e8 diventata memoria, e un tempo in cui oggi \u00e8 possibile leggere le testimonianze di un passato. Tra questi elementi ci sono i costumi.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>Ho avuto modo di osservare con attenzione i costumi delle donne, degli uomini, in modo particolare i costumi dei bambini, maschietti e femminucce. Questi costumi ci riportano ad una tradizione che \u00e8 quella di filare i tappeti, di filare i tessuti, di filare tutto quel materiale che in fondo proveniva dal tessuto territoriale, dalla terra, dal mondo contadino, ma allo stesso tempo queste stesse forme costituiscono ancora oggi un approccio per comprendere la visione entnoantropologica nella cultura sarda. C\u2019\u00e8 tutta una realt\u00e0 che \u00e8 la realt\u00e0 legata ai colori, alle sfumature, e questi colori e sfumature sono il penetrato storico delle varie epoche. Le rappresentazioni delle donne in costume tradizionale, forme che noi oggi definiamo \u201cfolkloristiche\u201d, un tempo assumevano un preciso significato legato alla tipologia del vestito indossato. Vi era un vestito per ogni circostanza: il vestito della festa, del lutto, ecc. Ogni categoria della vita ruotava intorno ai colori e al vestito, come ad esempio il tipo di canto e di danza.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>I cantores sardi possiedono una dolente litania, malinconia, una nenia che ha un rimando pastorale ma che, allo stesso tempo, ci riporta ad un mondo mediterraneo arabo in cui la visione tirrenica ha rappresentato un crogiolo di condizionamenti e di contaminazioni.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>I cantores, che ho avuto modo di ascoltare, \u00e8 un gruppo che rappresenta la vera e propria lingua sarda e che costituisce un richiamo a quegli echi che sono gli echi di un messaggio in cui la visione cristiana diventa punto nevralgico, centrale. Qui c\u2019\u00e8 la visione cristiana vista a tutto tondo nella sua attesa e nella sua speranza come modello non solo evangelico, ma come modello di una cultura religiosa che era dentro la cultura popolare.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>Non pu\u00f2 esistere una cultura popolare, contadina, senza una cultura religiosa. Una dimostrazione ci \u00e8 data dai cantores. Si pensi anche al canto di Maria Carta, all\u2019Ave Maria di Maria Carta. Ebbene, il richiamo di Maria Carta \u00e8 un emblema di un segno tangibile in cui il linguaggio popolare, quindi la lingua che noi chiamiamo dialetto ma si tratta di lingua sarda, \u00e8 la lingua che non solo \u00e8 contaminata, non solo contamina, ma \u00e8 la lingua che parla alla quotidianit\u00e0, alla gente del territorio e cos\u00ec anche i cantores che costituiscono una rappresentazione fondamentale del recupero di questa tradizione.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>Le donne in costume ci restituiscono questa dimensione, questa rappresentazione, cos\u00ec come gli uomini in costume, e non \u00e8 detto che sia le donne che gli uomini siano la rappresentazione soltanto di un mondo pastorale. C\u2019\u00e8 un mondo in cui gli intrecci delle etnie, le contaminazioni etniche sono ben considerate, ecco perch\u00e9 parlo spesso di contaminazione vera e propria, cos\u00ec come i bambini vestiti in costume che offrono una tangibile dolcezza e tenerezza di un mondo che loro vivono come modello di educazione, come modello di apprendimento, come modello di necessit\u00e0 di conoscere, quindi un modello culturale e pedagogico.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>Tutto questo rientra in una visione demoetnoantropologica. Ho parlato di lingua, quindi siamo nella visione della demoetnoantropologia. Ho parlato di parametri etnici, della lingua in s\u00e9, delle contaminazioni in s\u00e9. Il mondo nuragico non \u00e8 soltanto una questione archeologica, ma \u00e8 anche una questione antropologica. L\u2019antropologia si fonda proprio sul recupero di questo insieme in cui l\u2019uomo si confronta con il territorio, l\u2019uomo e il territorio che recuperano il senso della civilt\u00e0 o delle civilt\u00e0 che sono state identit\u00e0 all\u2019interno di questo territorio.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>\u00c8 affascinate constatare che il ballo tondo, di cui parla Grazia Deledda, \u00e8 lo stesso ballo tondo che abbiamo trovato in molte altre civilt\u00e0: nella cultura adriatica, nei Balcani, nella cultura araba, nella cultura che mette in scena Pirandello nella \u201cGiara\u201d. Questo ballo tondo \u00e8 molto diffuso soprattutto in quelle dimensioni in cui la circolarit\u00e0 diventa uno \u201cstare insieme\u201d. Lo \u201cstare insieme\u201d nella circolarit\u00e0 \u00e8 un abbracciarsi, \u00e8 un ritrovarsi, un ritornare. Il ballo tondo \u00e8 la metafora del nostos, questo \u00e8 il dato significativo.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>Galtell\u00ec, a mio avviso, \u00e8 una di quelle realt\u00e0 che va riconsiderata e ricontestualizzata\u00a0 non soltanto nella cultura sarda, ma in tutto quel contesto di etnie sommerse che oggi si muovono all\u2019interno della temperie del contesto italiano. Ci troviamo di fronte ad una etnia storica, ad una realt\u00e0 che presenta le sue testimonianze, le sue valenze simboliche, perch\u00e9 ogni oggetto ha una simbologia, ogni colore ha una sua rappresentazione simbolica e ogni visione linguistica diventa una dimensione di un fascino rituale e, a volte, di un fascino mitico. Senza il rito e il mito non \u00e8 possibile comprendere queste realt\u00e0 che sono realt\u00e0 profondamente antropologiche.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>La Sardegna \u00e8 questa visione. Se da una lato abbiamo un mondo che \u00e8 quello catalano di Alghero (i rapporti di Alghero con la Catalogna sono evidenti) l\u2019interno della Sardegna, ovvero Sassari fino a Nuoro e fino a Galtell\u00ec, si presentano come realt\u00e0 avente una diversa struttura anche mentale in cui tutto viene legato dalla simbologia che offre il mito. La simbologia che si ricava dalla ritualit\u00e0, dal rito, ha un\u2019espressione forte, consistente che \u00e8 data dagli archetipi che si muovono nella realt\u00e0 che presentano dimensioni etnoantropologiche. \u00c8 un solo spaccato, non solo delle etnie, ma della Sardegna, e in Galtell\u00ec si vivono quelle considerazioni e constatazioni che Grazia Deledda ha rappresentato nei suoi libri.<br dir=\"auto\" \/><br dir=\"auto\" \/>\u201cCanne al vento\u201d resta un romanzo forte nella sua dimensione, nella sua avventura dei personaggi. Si pensi a Lia, a Noemi, personaggi che hanno una simbolicit\u00e0 forte, ma \u00e8 anche un romanzo dalla profonda necessit\u00e0 scavante nel territorio. Il territorio, i luoghi, i personaggi e l\u2019uomo sono dimensioni di un\u2019antropologia che oggi entra all\u2019interno di una strategia che \u00e8 la strategia dei beni culturali. La Sardegna \u00e8 una antropologia (o meglio una demo-etnia-antropologica) delle identit\u00e0 mai perdute. I suoi romanzi hanno il senso di tutto questo sia sul piano di una estetica fenomenologica che sul versante letterario e storico. D&#8217;altronde la fenomenologia si completa e diventa tale se ha nel suo interno un pensiero &#8211; pensare antropologico.<\/p>\n<div dir=\"auto\">\n<div dir=\"auto\">\u00a0La chiusa del capitolo VII di \u00abCosima\u00bb \u00e8 il tutto e la ricchezza del niente di una intera vita: \u00ab&#8230;erano tutti imbevuti del pregiudizio che ella non potesse, con quella sua passione dei libri, diventare una buona moglie: n\u00e9, d\u2019altronde, ella voleva pi\u00f9 umiliarsi con nessuno. E fu in quel momento che le venne l\u2019idea di muoversi, di uscire dal ristretto ambiente della piccola citt\u00e0, e andare in cerca di fortuna. Per dare consolazione alla madre\u00bb.<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; &nbsp; Grazia Deledda. 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