{"id":48322,"date":"2023-12-17T08:52:51","date_gmt":"2023-12-17T08:52:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=48322"},"modified":"2023-12-17T08:52:51","modified_gmt":"2023-12-17T08:52:51","slug":"laquila-convegno-gioacchino-volpe-nellitalia-repubblicana-comunicazione-lalli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=48322","title":{"rendered":"L&#8217;Aquila, Convegno \u00abGioacchino Volpe nell&#8217;Italia repubblicana\u00bb &#8211; comunicazione Lalli"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\">\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Giuseppe-Lalli.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"1022\" height=\"1024\" data-id=\"48323\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Giuseppe-Lalli-1022x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-48323\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Giuseppe-Lalli-1022x1024.jpg 1022w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Giuseppe-Lalli-300x300.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Giuseppe-Lalli-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Giuseppe-Lalli-768x770.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Giuseppe-Lalli-1533x1536.jpg 1533w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Giuseppe-Lalli.jpg 1790w\" sizes=\"(max-width: 1022px) 100vw, 1022px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/LocandinaVolpe.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"726\" height=\"1024\" data-id=\"48324\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/LocandinaVolpe-726x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-48324\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/LocandinaVolpe-726x1024.jpg 726w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/LocandinaVolpe-213x300.jpg 213w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/LocandinaVolpe-768x1083.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/LocandinaVolpe-106x150.jpg 106w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/LocandinaVolpe.jpg 908w\" sizes=\"(max-width: 726px) 100vw, 726px\" \/><\/a><\/figure>\n<\/figure>\n\n\n\n<p><strong>&nbsp; GIOACCHINO VOLPE E LE SUE RADICI<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp; di <strong>Giuseppe Lalli<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019AQUILA &#8211; Dopo i contributi scientifici di ieri e stamattina, oggi pomeriggio una coda per cos\u00ec dire colloquiale, come diceva <strong>Gianni Scipione Rossi<\/strong>, sul rapporto di <strong>Gioacchino Volpe<\/strong> con le sue radici. Se dovessimo dare a questo nostro intervento un titolo, dovrebbe essere \u201cLo storico e le sue radici\u201d: vale a dire la poesia con una piccola cornice storica. N\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno.<\/p>\n\n\n\n<p>La nostra esposizione consister\u00e0, come accennato da Scipione Rossi, nella lettura di alcuni brani autobiografici da parte di <strong>Fabrizio Pompei<\/strong>, accompagnata da qualche commento da parte mia, di brani autobiografici di <strong>Gioacchino Volpe<\/strong> tratti dal libro <em>\u201cRitorno al paese\u201d. <\/em>Richiamo qualche dato biografico di questo nostro grande conterraneo, qualche altro cenno lo far\u00f2 nel corso dell\u2019esposizione per contestualizzare, ove si renda necessario, il brano letto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gioacchino Volpe<\/strong> nacque il 16 febbraio 1876 a <strong>Paganica<\/strong> (oggi grossa frazione dell\u2019Aquila, al tempo comune autonomo, e lo sar\u00e0 fino al 1927 &#8211; tra l\u2019altro, ma non \u00e8 questo l\u2019argomento che tratteremo -, Volpe si oppose nettamente e con documentata argomentazione, alla soppressione della municipalit\u00e0 di Paganica), insieme a numerosa prole, da <strong>Giacomo<\/strong>, farmacista e segretario comunale, e <strong>Bianca Mori<\/strong>, maestra elementare nativa di <strong>Siena<\/strong>, donna \u00abche parlava \u2013 come scrive con affetto nei suoi ricordi il figlio Gioacchino \u2013 la pi\u00f9 bella lingua d\u2019Italia\u00bb.&nbsp; Nacque nella contrada di <em>Pietralata,<\/em> nella stessa casa dove quindici anni prima era venuto alla luce <strong>Edoardo Scarfoglio <\/strong>(1860 \u2013 1917) \u2013 cugino di Gioacchino per essere figlio di una sorella del padre \u2013 che sar\u00e0 fondatore, insieme alla moglie <strong>Matilde Serao <\/strong>(1856 \u2013 1927), del quotidiano napoletano <em>Il Mattino,<\/em> del quale sar\u00e0 pure direttore. Chi avrebbe mai immaginato che in un remoto angoletto della provincia italiana si sarebbe dato appuntamento tanta parte della cultura italiana del Novecento.<\/p>\n\n\n\n<p>Tracciando una biografia minima ma abbastanza eloquente dell\u2019ambiente familiare, il figlio primogenito di <strong>Gioacchino Volpe<\/strong>, Giovanni, ingegnere che sar\u00e0 anche editore, in una lettera del 1975 diretta allo storico <strong>Renzo De Felice<\/strong> (1929 \u2013 1996) scriveva tra l\u2019altro: \u00abEravamo sei figli, si viveva dello stipendio paterno e di qualche aiuto che uno zio agricoltore mandava a mia madre\u00bb. I sei figli erano, nell\u2019ordine di nascita: <strong>Giovanni Alberto<\/strong>, gi\u00e0 menzionato, <strong>Edoarda<\/strong> (Tata), <strong>Arrigo <\/strong>(che sar\u00e0 diplomatico), <strong>Simonetta<\/strong>, <strong>Vittorio<\/strong> (nato nel 1915, durante quella Grande Guerra, il suo nome era di buon auspicio per la vittoria dell\u2019Italia) e <strong>Benvenuta<\/strong>, l\u2019ultima nata: \u00abla pi\u00f9 piccinella e pi\u00f9 bisognosa, ancora, di protezione\u00bb, come scriveva affettuosamente Volpe nel settembre del \u201844 in una lettera all\u2019amata moglie <strong>Elisa Serpieri<\/strong>. Nato dunque, il nostro storico, da piccola borghesia nel ventre profondo della provincia italiana, in uno di quei piccoli centri urbani abituati a vivere ai margini della storia nazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo in due occasioni, che nel suo piccolo scritto autobiografico <strong>Volpe <\/strong>non manca di ricordare, in et\u00e0 contemporanea, <strong>Paganica <\/strong>parve scuotersi da questo torpore. Una prima volta accadde quando, sul finire del secolo XVIII, al tempo della calata napoleonica nella penisola, nel vicino capoluogo abruzzese scoppiarono rivolte antifrancesi. Si trattava di reazioni in cui agiva, come per certi aspetti sarebbe avvenuto pi\u00f9 tardi anche in <strong>Abruzzo<\/strong> con il brigantaggio meridionale post unitario, un patriottismo, \u00abche univa \u2013 come scrive Volpe \u2013 i ceti alti, il clero e le masse contadine fedeli al Re, alla religione, al costume avito, conservatore ma non senza una venatura socialmente rivoluzionaria\u00bb. Un altro sommovimento, di diverso segno, questa volta liberale, antiborbonico, diversamente patriottico, si verific\u00f2 negli anni tra il 1848 e il 1849, quando i venti rivoluzionari europei (la \u201cprimavera dei popoli\u201d, come sar\u00e0 chiamata) lambirono anche queste nostre contrade, segnando il destino di un altro Gioacchino Volpe, il nonno dello storico, \u00abmedico, cerusico, possidente e comandante della milizia\u00bb, come verr\u00e0 definito nelle carte processuali,&nbsp; che, avendo partecipato ai moti, dovette subire una dura carcerazione (accenner\u00f2 di seguito a questa vicenda). Episodi, questi, che avevano ricollegato per un momento la piccola patria paganichese alla patria pi\u00f9 grande, quella della cui vicenda storica Volpe si sarebbe interessato lungo il corso della sua lunga ed operosa vita (vivr\u00e0 novantacinque anni, e torner\u00e0 spesso nella sua Paganica).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo queste sporadiche vicende, il borgo sarebbe tornato ad essere un ridente e piuttosto fiorente paese della conca aquilana: la \u201cPaganica delle cipolle\u201d, come non esit\u00f2 a scrivere, accanto al nome dello studente Volpe, in un attestato richiesto allorch\u00e9 si trasfer\u00ec con la famiglia a <strong>Santarcangelo di Romagna<\/strong>, un addetto all\u2019amministrazione di quel ginnasio aquilano che il giovane Gioacchino frequent\u00f2 (con poco profitto, per la verit\u00e0&#8230;storica) fino all\u2019et\u00e0 di 14 anni; ma anche la Paganica delle patate, dei fagioli, degli ovini: un\u2019immagine in ogni caso assai lontana dallo stereotipo di quell\u2019Abruzzo ancestrale delle <em>Novelle della Pescara <\/em>o della <em>Figlia di Iorio<\/em> uscito dalla fervida penna di <strong>Gabriele D\u2019Annunzio<\/strong>. Le non molte pagine del piccolo scritto <em>Ritorno al paese\u201d (Paganica) \u2013 Memorie<\/em> <em>minime<\/em>, di cui leggeremo alcuni brani, sono un racconto fresco, come le acque di queste nostre montagne che Volpe tanto amava. Non dobbiamo farci ingannare dal sottotitolo \u201c<em>Memorie minime<\/em>\u201d. La prosa \u00e8 scorrevole, nitida, a tratti perfino luminosa, come quando l\u2019autore rievoca, con accenti quasi epici, lo spettacolo, che lui si godeva dalla finestra di casa \u00abdelle interminabili greggi\u2026ordinate in compagnie o battaglioni&#8230;(che) sfilavano senza tregua, un giorno, due giorni\u00bb, o come quando, all\u2019approssimarsi a <strong>Paganica <\/strong>provenendo a piedi dall\u2019Aquila insieme alla sua consorte, descrive la campagna circostante come gli appare nel tepore primaverile, per poi sorprendersi, lui gi\u00e0 affermato accademico, a bere a lunghi sorsi da una polla d\u2019acqua alla sorgente del <strong>fiume Vera<\/strong>. L\u2019opuscolo si compone di sei capitoletti, che apparvero, con gli stessi titoli, la prima volta tra il febbraio e marzo 1958 in forma di articoli sul \u00abTempo\u00bb, il giornale di quel <strong>Renato Angiolillo<\/strong> (1901 \u2013 1973) che nel dopoguerra per primo riapr\u00ec allo storico le porte della stampa quotidiana.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 la cronaca di un ritorno, come recita il titolo, per rivedere, dopo trent\u2019anni di assenza, i luoghi dell\u2019infanzia e riscoprire le proprie radici. Al centro di questa cronaca vi \u00e8 una lunga passeggiata, che, l\u2019autore, in compagnia della sua amata consorte, <strong>Elisa Serpieri<\/strong>, fa dall\u2019Aquila fino alla non lontana Paganica.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Era l\u2019aprile del 1920, ed io, nato a Paganica, ma milanese allora di adozione e consuetudine di vita, tornai a rivedere il natio Abruzzo. Mi fermai due giorni all\u2019Aquila; e, in quei giorni, battei in lungo e in largo la bella, ariosa e luminosa citt\u00e0, che alta sopra il suo poggio, ad oltre 700 metri sul mare, vede alle sue spalle e davanti levarsi i due giganti dell\u2019Appennino, Gran Sasso e Majella, ed ai suoi piedi scorrere fra alti pioppi e salici l\u2019Aterno, poi Pescara. Volevo, non tanto vedere le cose nuove, su pur ve ne erano, quanto rivedere le cose vecchie, rivederle con occhi di 40 o 45 anni, dopo che le avevo viste, spesso senza guardarle, con occhi di 8, di 10, di 12 anni. I ricordi dell\u2019infanzia mi riportarono, prima che ad ogni altro luogo, alla mia impareggiabile S. Maria di Collemaggio [\u2026]. <\/em><em>&nbsp;<\/em><em>Assai familiare era a me quella chiesa, che si leva in solitudine fuori della citt\u00e0.<\/em><em> <\/em><em>Da ragazzo, avevo abitato, per due anni, l\u00ec vicinissimo: e tutte le mattine (d\u2019inverno, rompendo col petto la neve\u2026), passavo l\u00ec davanti per andare a scuola, oltre un chilometro lontana. Era un pomeriggio sereno, quel giorno di aprile. Ed i marmi bianchi e rosa della facciata si illuminavano, si accendevano, fiammeggiavano, per riflesso del sole calante che dall\u2019opposto orizzonte vi dardeggiava sopra. Da Collemaggio passai a rendere tributo a S. Maria Paganica, la chiesa dei Paganichesi, degli antichi padri miei paganichesi, quando, nel \u2018200, concorsero con altri castelli della valle alla fondazione della citt\u00e0. Poi, ancora, la chiesa di San Bernardino, consacrata dagli Aquilani del \u2018500 al grande predicatore e santo, caro a mia madre senese. [\u2026] Dopo di che, per Piazza Castello [&#8230;] prendemmo a piedi la via di Paganica, che era \u2013 e gli Aquilani me lo perdonino \u2013 la vera meta del nostro viaggio, quasi pellegrinaggio. L\u00ec avevo aperto gli occhi alla prima luce, l\u00ec sentito il tepore del primo sole, l\u00ec bevuto la prima acqua, acqua di sorgente, l\u00ec mangiato il primo pane, l\u00ec assaporato i primi frutti della terra, di quella terra, che fa noi simili a s\u00e9.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>In quest\u2019ultima frase si coglie quel naturalismo, che anima anche la scrittura saggistica di <strong>Volpe<\/strong>, cui ieri faceva riferimento il prof. <strong>Giovanni Belardelli<\/strong>. A <strong>Santarcangelo di Romagna<\/strong>, nuova residenza scelta dalla famiglia, <strong>Gioacchino<\/strong> lo attende un \u00absottile leggero luccicante cavallo di acciaio\u00bb, la bicicletta compratagli da suo padre per consentirgli di recarsi tutte le mattine a Rimini, dove completer\u00e0 il ginnasio iniziato all\u2019Aquila, per poi frequentare il liceo a Pesaro. Nuova vita, dunque, e senza rimpianti; eppure, in un cantuccio della memoria, i ricordi del paesello natio non lo abbandoneranno mai. Seguono pagine tra le pi\u00f9 luminose, ed esemplari dello stile narrativo di Volpe, capace di muoversi, nella stessa pagina, e con pari maestria, tra piani diversi: quello della memoria accarezzata e quello dell\u2019acuta riflessione sul presente, stile ravvisabile nella sua stessa opera storiografica, che coniuga il racconto con l\u2019analisi, come accennava ieri il <strong>Prof. Pescosolido<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Presente, presentissimo, il mio bell\u2019orto di Paganica, proprio sotto casa, tutto ben cintato di mura, pieno di alberi da frutto, di viti e di verdure, formicolante di nidi, bagnato anche del mio sudore. Aiutavo mio padre nei lavori pi\u00f9 leggeri o&#8230; pi\u00f9 divertenti. Ma giornate serie, giornate campali, giornate attesissime, inebrianti, erano per me quelle d\u2019estate, quando, al tramonto, un paio di volte alla settimana, irrigavamo l\u2019orto.[\u2026] Oppure, a primavera e in autunno, lo spettacolo delle interminabili greggi, di questo o quel grande pecoraio d\u2019Abruzzo [\u2026], che due volte all\u2019anno sfilavano per Pietralata, ad un centinaio di metri da casa mia. [\u2026] Ordinate in compagnie o battaglioni, ognuno con suo bravo cane in testa, dal collare irto di punte a difesa contro i lupi, e in coda il suo pastore a cavallo, lungo bastone in mano, vello di pecora o di capra addosso, zucca a tracolla; cos\u00ec ordinate, esse sfilavano senza tregua, un giorno, due giorni. [\u2026] Chi sa perch\u00e9, quella marcia ordinata, silenziosa come di esercito, mi incantava, mi inchiodava l\u00ec per ore e ore.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Subito dopo, ricordando <em>Capovere<\/em>, una localit\u00e0 non molto distante dal centro abitato di <strong>Paganica<\/strong>, nome che indica la sorgente del <strong>fiume<\/strong> <strong>Vera<\/strong>, un grosso ruscello che subito diventava quasi fiume e irrigava, sopra il piano di Paganica, \u00abogni zolla, creando \u2013 scrive il nostro autore con bellissimo ossimoro \u2013 \u00abla povera ricchezza\u00bb dei contadini, quasi tutti piccoli proprietari, lo storico alterna espressioni di pura poesia del particolare con visione pi\u00f9 ampia: il suolo fisico diventa metafora del suolo sociale.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Io non so se allora apprezzassi molto quei doni che l\u2019acqua di Capovere, nonch\u00e9 il duro lavoro di quei contadini, offriva ai Paganichesi e al mondo (fagioli, e specialmente mandorle e zafferano, erano molto apprezzati anche fuori e oggetto di incetta all\u2019Aquila e di lontana esportazione da parte di Lombardi e Toscani e Tedeschi). Solo so che quelle sorgenti, che pareva avessero una voce, la voce della terra, quell\u2019acqua che correva da tutte le parti, che docile si prestava ai miei giuochi e lavori e quasi prendeva forma dalle mie mani, costituivano per me attrattiva grandissima. Pi\u00f9 tardi, quando cominciai a bazzicare con gli studi storici, eguale attrattiva ebbero per me certi momenti pi\u00f9 particolarmente creativi della nostra storia, quando nuove attivit\u00e0, nuovi modi di vivere, nuovi istituti, nuovi pensieri pullulano rapidamente dal suolo sociale\u2026, come l\u2019acqua delle sorgenti di Capovere, vicino a Paganica.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Analoga acuta sensibilit\u00e0, quella di trattare di un grande avvenimento avendo cura di coglierne le conseguenze sulla vita ordinaria delle persone, si potrebbe dire nei piani bassi della storia, lo studioso dimostra allorch\u00e9 rievoca un episodio della sua infanzia, quello relativo a un soldato dell\u2019aquilano sopravvissuto alla sfortunata battaglia di Dogali del gennaio 1887, in cui erano morti ben 500 soldati italiani, episodio che aveva segnato una battuta d\u2019arresto nella appena avviata politica coloniale del nostro Paese e che, vissuta come un disastro nazionale, segner\u00e0 una svolta nella politica italiana, aprendo la strada al primo governo di <strong>Francesco Crispi<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Grande folla si raccolse una sera d\u2019aprile o di maggio gi\u00f9 alla stazione dell\u2019Aquila (ed io, trascinato da essa, sommerso in essa, ma non insensibile ai sentimenti che la animavano\u2026), in attesa di un reduce e ferito di guerra, di un superstite di Dogali, di uno di quei Cinquecento che erano caduti quasi tutti sul posto di combattimento, dopo aver sparato fino all\u2019ultima cartuccia [\u2026]. Infatti, il soldato, che era un fante contadino dell\u2019Aquilano, arriv\u00f2 a notte avanzata, fra fragore di bande, grida di evviva, luci rossastre di fiaccole. I pi\u00f9 fanatici e vicini lo issarono sopra una carrozza e, staccati i cavalli, lo trainarono a braccia su in citt\u00e0, sino all\u2019albergo, sempre acclamando. Poi lo vollero al balcone. E non furono paghi se non quando l\u2019umile eroe, bianco nella sua divisa d\u2019Africa, bianco nel suo viso ancora segnato delle recenti ferite, si present\u00f2 al balcone, a salutare e ringraziare con gesti della mano e del capo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Ebbene, questo episodio, all\u2019apparenza di folclore paesano, ci fa capire forse pi\u00f9 di un saggio quanta emozione l\u2019avvenimento tragico di <strong>Dogali<\/strong> aveva suscitato nella provincia italiana e quindi nel paese reale.&nbsp; \u00c8 l\u2019irruzione, di cui si parlava all\u2019inizio, della grande storia che lascia i suoi segni nella sonnolenta periferia, di cui si parlava. Ma a questo processo dall\u2019alto verso il basso, fa poi subito seguito, nella narrazione di <strong>Volpe<\/strong>, il processo inverso dal basso verso l\u2019alto, e cos\u00ec il soldatino che torna ferito dall\u2019Africa e che vive per una sera la sua epopea, finisce per essere, nella visione dello storico, il prototipo del contadino del Mezzogiorno,<\/p>\n\n\n\n<p><em>Quel contadino povero, affamato di terra, sempre migrante, ora con le sue pecore tra monte e piano, ora con le sue varie capacit\u00e0 (non esclusa l\u2019arte culinaria e l\u2019arte di bene servire a tavola) verso Napoli e Roma, ora col suo badile e la sua zappa verso ogni paese, in ultimo verso l\u2019Etiopia conquistata e da conquistare. Al tempo di quell\u2019impresa, mi dissero che nelle formazioni volontarie andate laggi\u00f9, oppure offertesi per andare, c\u2019erano un centinaio di paganichesi [\u2026]: cento, sopra 4-5000 che sono gli abitatori di quel Comune, tutti contadini, piccoli proprietari.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Ma questo legame con la sua terra affidato ai soli ricordi dell\u2019infanzia finisce per affievolirsi, come \u00e8 nella logica delle cose; ma si ricostituisce su di un altro piano, meno emotivo ma pi\u00f9 solido: quello della conoscenza dell\u2019Abruzzo che a Volpe, dal 1895 studente della Scuola Normale di Pisa, verr\u00e0 da suoi condiscepoli abruzzesi:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Non pi\u00f9 solo ricordo di orti e somari, di pecore e sorgenti, ma ben altro&#8230;[\u2026] La mia visione dell\u2019Abruzzo, fatta sino allora solo di cose vicine e tangibili, cominci\u00f2 ad arricchirsi di elementi nuovi e diversi. Fra questi compagni, Edmondo Clerici, teramano, promettente ingegno, morto poi giovane, ma non senza averci prima dato notevoli saggi storico-letterari. Votato all\u2019ammirazione, quasi culto, di Gabriele D\u2019Annunzio, e dannunzianeggiante lui stesso nel parlare e nel gestire, il nostro Edmondo rappresent\u00f2 fra noi, non senza qualche beffa o ironia nostra, quell\u2019Abruzzo un po\u2019 vero e un po\u2019 affatturato che era l\u2019Abruzzo dannunziano. Cos\u00ec io feci la prima conoscenza dello scrittore abruzzese e del suo Abruzzo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Un debito di riconoscenza <strong>Volpe <\/strong>lo esprime anche nei confronti del suo professore di storia medievale e moderna, <strong>Amedeo Crivellucci<\/strong> (1850 \u2013 1914), straordinaria figura di storico che aveva fondato una rivista sulla quale si esercitavano i suoi allievi, e che si stampava in una piccola tipografia impiantata nella sua casa di campagna.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Fra l\u2019abruzzese e il marchigiano [\u2026], Crivellucci aveva per noi anche un altro nome, \u00abSciabolone\u00bb, suggerito, oltre che dalla statura, dal titolo di un suo libro, dedicato ad Il Brigante Sciabolone, capobanda o capomassa \u2013 uno dei tanti \u2013&nbsp; che, fra \u2018700 e \u2018800, capeggiarono nelle nostre citt\u00e0 e campagne le resistenze e le insurrezioni popolaresche e contadinesche fra l\u2019Ascolano e l\u2019Aquilano, provincie finitime, contro Francesi e loro alleati nostrani. [\u2026] <\/em>Ne seppe qualcosa anche l\u2019Aquila che i Francesi vollero liberare dalla tirannide borbonica, le masse liberare dai Francesi, di nuovo i Francesi liberare dalle masse.<em> <\/em><em>E furono, ora in ultimo, tre giorni di saccheggio e licenza soldatesca. Decine di morti, anche preti e frati. Il convento e la chiesa di San Bernardino invasi, violata la tomba del Santo e rubata la cassa d\u2019argento, pregevole opera d\u2019arte.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Era, questa dolente istoria, abruzzese e italiana, la storia drammatica di due patriottismi: quello antifrancese e conservatore (ma non senza una sua venatura socialmente rivoluzionaria anche esso) dei ceti pi\u00f9 alti, del clero e delle masse popolari e contadine, fedeli al Re, alla religione ed al costume avito; e quello dei \u00abpatrioti\u00bb o \u00abgiacobini\u00bb, alleati coi Francesi, cio\u00e8 il nuovo patriottismo liberale, il patriottismo, presso a poco, che poi trionf\u00f2, quello che noi giovani studenti accettavamo. E io mi ricordai, facendomene qualche vanto con i miei compagni, di un altro Gioacchino Volpe, possidente e medico di Paganica, mio nonno, che avendo partecipato da liberale a moti aquilani attorno al 1840, aveva sofferto il carcere, e di quelle sofferenze era, dopo uscito di l\u00e0, morto ancor giovane: donde la cospicua pensione di 25 lire annue che mio padre, rimasto orfano a dieci anni, ancora riscuoteva, come \u201cvittima politica\u201d, e seguit\u00f2 a riscuotere fino a che visse, 1929.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Parlando dei moti contadineschi, in un punto il nostro raggiunge la vetta suprema dell\u2019ironia: \u00abNe seppe qualcosa anche L\u2019Aquila, che i Francesi vollero liberare dalla tirannide borbonica, le masse liberare dai Francesi, di nuovo i Francesi liberare dalle masse\u00bb. C\u2019\u00e8 da chiedersi chi fossero i veri \u201cliberatori\u201d e chi fossero i veri \u201ctiranni\u201d, e soprattutto che fine hanno fatto le masse, che rimangono \u201cpopolari\u201d. \u00c8 una domanda che ci facciamo da pi\u00f9 di duecento anni, noi meridionali. Dedicheremo al tema un altro convegno. Ironia a parte, un breve commento merita poi la vicenda nella quale fu coinvolto il nonno dello storico, notizia che a <strong>Volpe<\/strong> perviene da una tramandata memoria familiare e che egli colloca, con approssimazione, attorno al 1840, come abbiamo letto. L\u2019episodio trova un preciso riscontro presso l\u2019Archivio dell\u2019Aquila in un fascicolo relativo ai cosiddetti \u00abFatti di Paganica\u00bb. Si tratt\u00f2 di una sorta di faida civile tra opposte fazioni politiche (una filoborbonica, l\u2019altra repubblicana, che potremmo meglio definire tardo-carbonara), una vicenda assai composita, in cui, come spesso accadeva nelle nostre comunit\u00e0 chiuse, alla contrapposizione politica si aggiunsero motivi di risentimento personale e familiare, e che si concluse senza spargimento di sangue alla fine di luglio del 1849, quando un distaccamento militare, ristabilito l\u2019ordine, traeva in arresto alcuni presunti liberali e repubblicani, tra cui il nonno dello storico: tutti accusati di far parte di una congiura finalizzata a sovvertire l\u2019ordine costituito. Il processo che ne segu\u00ec, e che vide alla fine ben 62 imputati, non tutti paganichesi, si concluse, nel 1851, con dure condanne: 19 in tutto, tra cui quella, a un solo anno di reclusione, di Gioacchino Volpe.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 che colpisce in questa vicenda \u00e8 la presenza tra gli imputati \u2013 ben i due terzi \u2013 di persone appartenenti alle classi popolari (artigiani e braccianti), nonostante la delusione che avevano subito nella precedente rivolta antiborbonica dell\u2019Aquila di qualche anno prima (1841), che aveva visto protagonisti una parte del patriziato aquilano e un numero cospicuo di artigiani e che era fallita, oltre che a motivo della inadeguata direzione politica, per la complicit\u00e0 con il potere costituito di una certa borghesia cittadina, mercantile e burocratica, quella stessa borghesia trasformistica meridionale che poi passer\u00e0 disinvoltamente dai Borboni ai Savoia.&nbsp; Ebbene, nonostante ci\u00f2, si ha l\u2019impressione che a <strong>Paganica<\/strong>, tra il 1848-49, il \u2018popolo\u2019 di Mazzini, pur tra limiti e contraddizioni, abbia risposto all\u2019appello. Per tornare a <strong>Volpe<\/strong>, dopo la laurea a Pisa, una collaborazione a Napoli alla redazione del quotidiano <em>\u201cIl Mattino\u201d<\/em> guidato da suo cugino <strong>Edoardo Scarfoglio<\/strong>, il perfezionamento all\u2019Istituto di Studi Superiori di Firenze e un breve incarico di professore in Abruzzo, a Citt\u00e0 S. Angelo, nel 1905 vince il concorso per la cattedra di storia moderna bandito dall\u2019<strong>Accademia scientifico-letteraria <\/strong>di <strong>Milano<\/strong>, dove prender\u00e0 servizio come straordinario nel febbraio del 1906. A Milano rester\u00e0 per vent\u2019anni. Nel 1925 si trasferisce a <strong>Roma <\/strong>nella nuova Facolt\u00e0 di Scienze Politiche per insegnarvi \u201cStoria della politica moderna\u201d, e dal 1936 \u201cStoria moderna\u201d. Si riavviciner\u00e0, insomma, al suo Abruzzo e alla sua <strong>Paganica<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Venti anni di Milano. Grande citt\u00e0, operosa, ricca, generosa citt\u00e0, sempre la prima a dare, quando si tratta di dare. Io personalmente, poi, non dimentico che l\u00ec sono nati i pi\u00f9 dei miei figlioli, l\u00ec ho maturato molti miei lavori, l\u00ec ebbi molti scolari con cui sono rimasto sempre legato di affettuosa amicizia [\u2026] Eppure io, abruzzese, montanaro, \u00abterrone\u00bb, stentai non poco ad acclimatarmi: come stenta ad attecchire e crescere un alberello trapiantato in terreno non suo. Strapaese in Stracitt\u00e0. Ci fu sempre, fra me e la grande Milano, come un tenue diaframma, fatto di nulla, ma pur fatto di qualche cosa: lo stesso diaframma che un uomo del Nord poteva avvertire scendendo al Sud. Ecco qui. [\u2026] Cos\u00ec, un po\u2019 per volta, con lenta marcia di avvicinamento, fattasi pi\u00f9 sollecita con la guerra, io tornai idealmente verso l\u2019Abruzzo o esso torn\u00f2 verso di me. E ora, primavera del 1920, vivido io di ricordi d\u2019infanzia, legatomi nel frattempo con tanti abruzzesi espatriati, infarinato di storia d\u2019Abruzzo, sospinto dal desiderio d\u2019Abruzzo che gli anni avevano risvegliato in me; ora eccomi all\u2019Aquila e, dopo un paio di giorni aquilani, incamminato, con la mia donna, verso Paganica. [\u2026] Davanti a noi, in alto, in basso, attorno, aspre nevose e fredde montagne, e pendici di nuda roccia rossastra: ma anche, un piano tenerissimo di verde, qua e l\u00e0 luccicante di acque; e su quelle rocce stesse, tutta una fiorita di mandorli bianco e rosa, che davano un senso come di tepore primaverile. [\u2026]. Tutto si vedeva nitidamente, in quel mattino sereno. Giunti al piano,[\u2026] C\u2019era l\u00ec Tempera, con i suoi mulini, con la Vera che vi corre in mezzo placida, limpida, profonda; c\u2019era il sentiero, tutto pioppi e salici, che, risalendo per breve tratto il torrentello, quasi fiume, giunge a Capovere. Ed ecco il professor Volpe lungo disteso sulla polla pi\u00f9 grande, liberato da tutte le sue istorie e ridiventato creatura elementare, a bere, bere, bere, come un bimbo ingordo e affamato che si attacca di furia al capezzolo materno. E poi, subito dopo, Paganica.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Sulle prime il paese e il suo figlio tornato dopo trent\u2019anni non si riconoscono, e quasi si annusano: ecco la piazzetta di Pietralata, ecco la piazza maggiore con al centro la fontana che <strong>Gioacchino<\/strong> bambino vedeva sempre affollata di donne che andavano a riempire le conche di rame lucide, ecco la grande Villa del Duca col suo grande giardino, ecco il Municipio dove lui, sempre presente quando suo padre, in funzione di sindaco, celebrava i matrimoni, riceveva il rituale cartoccio di confetti\u2026ma poi il contatto sar\u00e0 pi\u00f9 forte.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Cominci\u00f2 poi qualche pi\u00f9 vivo contatto con le persone. [\u2026] Ecco donna Concettina, ecco donna Amalia, ecco Aghituccia, donna del popolo, che una volta sfaccendava sempre in casa nostra e parlava, scriveva un suo linguaggio immaginoso e poetico. E questo \u00e8 Luigi, s\u00ec, Luigi, il contadino bracciante che, unico, era venuto a salutarci alla stazione, trenta anni prima, ora vecchio, tremulo, ma con gli occhi che gli ridevano. E poi Giustinello, fratello di Luigi; Giustinello, il ciabattino della contrada di Pietralata, il primo e maggiore amico della mia infanzia, da cui avevo imparato tante cose, come si prepara la suola, come si impecia lo spago, come si affila un coltello, ma specialmente questa: come si fa il presepe, un presepe con le sue montagne piene di neve, con le sue acque a cascata, i suoi pastori e le sue pecore, i suoi asini carichi di doni: insomma, un presepe&#8230;fatto ad immagine dell\u2019Abruzzo. [\u2026] Cos\u00ec mi rituffai per qualche giorno a Paganica, ripresi dimestichezza<\/em> <em>con quelle<\/em> <em>strade, stradette, sentieri, con quei campi, con quei rivi, con quelle sorgenti. E mi parve di ridiventar paganichese. Dur\u00f2 pochi giorni. Ma dopo di allora, quasi ogni anno sono tornato a Paganica. Anche perch\u00e9 ormai non c\u2019era pi\u00f9, fra me ed essa, la grande distanza di prima. Da Milano il ministro Gentile mi volle nel 1925 a Roma, per la Facolt\u00e0 che intendeva fondare. E fu per me quasi un rimpatrio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Ma non solo Paganica, ma l\u2019Abruzzo in generale sar\u00e0 la meta ambita dei suoi giorni di riposo o di ricerca della giusta concentrazione:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Volevo, dopo aver praticato nella mia vita ogni sport, ciclismo e podismo, nuoto e remo, corsa e palestra, lotta e braccio di ferro; volevo prima di invecchiare, veder come \u00e8 fatto lo sci, che cosa \u00e8 una volata in slitta, gi\u00f9 per un ripido pendio nevoso? Ed eccomi con i miei figli pi\u00f9 grandi Giovanni, Edoarda, Arrigo, a Roccaraso, dove \u201czi\u2019 moneca\u201d (una \u00abmonaca di casa\u00bb) teneva una specie di alberghetto familiare.&nbsp; Volevo isolarmi dal mondo per lavorare in pace, per finire o avviare un lavoro? C\u2019era Pescasseroli, nell\u2019alta Marsica, fra grandi boschi. [\u2026] Volevo riposare una due tre settimane? C\u2019era Francavilla a mare, che consentiva rapide corse alle piccole citt\u00e0 dell\u2019Abruzzo adriatico, poco noto a me.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Oppure, c\u2019era il Vasto, non la citt\u00e0 ma la localit\u00e0 sulle pendici del Gran Sasso, sopra Assergi (abbiamo tanto parlato di Paganica, adesso nominiamo il mio paese). Ed \u00e8 al ricordo di una di queste gite al Vasto insieme ai suoi figli che Volpe, con quell\u2019autoironia che mai lo abbandona, affida un suo vecchio dubbio sulla sua vocazione di storico. Ma noi che leggiamo queste pagine non abbiamo dubbi sulla sua vocazione: <strong>Gioacchino Volpe<\/strong> fu un intellettuale con la stoffa del contadino. Per lui il legame con la piccola patria (l\u2019Abruzzo e Paganica), per quanto forte, fu, come si coglie in queste stesse pagine, premessa del rapporto con la patria pi\u00f9 grande, quell\u2019Italia che seppe raccontare perch\u00e9 non smise mai di amare.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Che si poteva, che si doveva fare l\u00ec, al Vasto? Starsene lunghi distesi, ore e ore, al margine di quel piano erboso, sotto grandi alberi di noce. Assistere alla pesca delle trote destinate alla mensa, in certi minuscoli laghetti. Andare di primo mattino alla ricerca di acqua sorgiva e abbeverarsene. Conversare con gli animali. Trovai l\u00ec, vicino al casale, la mattina appresso, un asinello da latte che se ne stava poco distante dalla sua mamma: arrivato l\u00ec, un passo dopo l\u2019altro, da qualche vicino casale. Appena mi vide, si stacc\u00f2 dalla madre, si avvicin\u00f2 a me, come ad un amico di famiglia, mi si strofin\u00f2 addosso, mi cerc\u00f2 le mani, prese in bocca un pezzetto di pane, lo mangi\u00f2 con qualche stento, ma con gusto crescente [\u2026]. Poi, alz\u00f2 il capo, tese il collo, modul\u00f2, con molte note false, un suo canto o raglio. La scena si ripet\u00e9 i giorni appresso. [\u2026] Cos\u00ec passai giorni lieti, fino a che spunt\u00f2 quello di partenza. Ci avviammo gi\u00f9 per la valle: io col mio zaino in spalla, aprivo la marcia, a qualche distanza dagli altri. Ma dopo mezz\u2019ora, ecco, dietro di me, uno scalpitio rapido e lieve. Mi volto&#8230;Era il mio asinello che mi cercava. Voleva venire con me? Rimproverare me di non averlo salutato alla partenza? Ci volle del bello e del buono, grida e mani levate in alto a minaccia, perch\u00e9 l\u2019asinello tornasse indietro. Quel giorno, torn\u00f2 ad affacciarsi in me un dubbio antico: se, per avventura io non fossi nato con la vocazione del contadino abruzzese, anzi paganichese, almeno come esso era allora, sempre vicino alla terra, alla pecora, all\u2019asino, al maiale, piuttosto che con la vocazione del raccontatore di storie.<\/em><br>C\u2019\u00e8 una frase, tratta da <em>Lettere dall\u2019Italia perduta<\/em>, edite nel 2006 da Sellerio a cura di <strong>Giovanni Belardelli<\/strong>, con la quale mi piace concludere questa piccola antologia, che <strong>Volpe<\/strong> scrive al figlio <strong>Giovanni <\/strong>(Nanni) in una lettera del luglio del \u201845, a guerra appena finita, che ben sintetizza la qualit\u00e0 del rapporto che lo legava alla sua terra: \u00ab<em>Caro Nanni, torno dal mio natio Abruzzo, dalla mia pi\u00f9 che natia Paganica, sostanza della mia carne<\/em>\u00bb. Non c\u2019\u00e8 nulla da aggiungere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; GIOACCHINO VOLPE E LE SUE RADICI &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp; di Giuseppe Lalli L\u2019AQUILA &#8211; Dopo i contributi scientifici di ieri [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[10,22],"tags":[],"class_list":["post-48322","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-italiano","category-libros-y-revistas-literatura"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/48322","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=48322"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/48322\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=48322"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=48322"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=48322"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}