{"id":60049,"date":"2024-08-25T21:10:11","date_gmt":"2024-08-25T21:10:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=60049"},"modified":"2024-08-25T21:10:11","modified_gmt":"2024-08-25T21:10:11","slug":"alain-delon-bello-e-dannoso-con-digressioni-di-carlo-di-stanislao","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=60049","title":{"rendered":"Alain Delon bello e dannoso; con digressioni &#8211; di Carlo Di Stanislao"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/Carlo-Di-Stanislao-2.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"960\" height=\"932\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/Carlo-Di-Stanislao-2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-60050\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/Carlo-Di-Stanislao-2.jpg 960w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/Carlo-Di-Stanislao-2-300x291.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/Carlo-Di-Stanislao-2-768x746.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/Carlo-Di-Stanislao-2-150x146.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 960px) 100vw, 960px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p><strong><br>Alain Delon bello e dannoso; con digressioni<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>di&nbsp;<strong>Carlo Di Stanislao<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>\u00ab<\/strong><em>Non volevo fare questo mestiere. Venivo dall\u2019esercito. A 17 anni ero sotto le armi. La mia infanzia \u00e8 stata tragica. Poi \u00e8 successa una cosa miracolosa: il cinema \u00e8 venuto a cercarmi. Forse sono stato scelto per il mio aspetto fisico, ma non corrispondeva a chi ero davvero: era l\u2019opposto del mio travaglio interiore\u00bb.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Alain Delon<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Abbandonato dai suoi e con una infanzia difficile, da piccolo criminale,&nbsp;con tante famiglie adottive incapaci di capirlo. Espulso da scuola e dall&#8217;esercito, con infamia, per indisciplina e il furto di un fuoristrada.&nbsp;<strong>Alain Delon<\/strong>&nbsp;nasce l&#8217;8 novembre 1935 a Sceaux, nell&#8217;\u00cele-de-France: il suo nome per intero era&nbsp;<strong>Alain Fabien Maurice Marcel Delon<\/strong>. Antipatico e scostante, sessista e omofobo, ma anche irresistibile e con slanci imprevedibili di generosit\u00e0. Sullo schermo era morto 35 volte, nella vita ha iniziato a farlo dal 2005. Frequentava donne pi\u00f9 anziane di lui, con reciproca soddisfazione, finch\u00e9 un talent scout, donna naturalmente,&nbsp;<strong>Brigitte Aubert<\/strong>, lo introdusse nel mondo del cinema: il suo. \u00abDi lui &#8211; diceva&nbsp;<strong>Visconti&nbsp;<\/strong>&#8211; mi piacciono il candore malinconico, la tristezza profonda, la ribellione rimbaudiana\u00bb. Le labbra serrate in un mezzo sorriso arrogante, gli occhi di ghiaccio, lo sguardo tagliente, la faccia d&#8217;angelo inquieto, Alain era un seduttore naturale.<\/p>\n\n\n\n<p>Drammaticamente bello, pu\u00f2 avere (e ha) tutte le donne che vuole. \u00abNon ho mai corteggiato una donna &#8211; amava dire &#8211; sono loro che cercano me\u00bb. \u00abLa seduzione \u00e8 fatta di calcolo, non di fascino\u00bb. Sembrerebbe la frase di un latin lover \u00abde noantri\u00bb, ma a dirla era lui, considerato l&#8217;uomo pi\u00f9 bello del mondo. Le donne sono state parte importante della sua vita, tanto da ammettere di aver iniziato e continuato a recitare \u00abper via delle donne e per le donne\u00bb. Di lui, nel &#8217;58, s&#8217;innamora&nbsp;<strong>Romy Schneider<\/strong>: lo scapestrato ragazzo francese e la dolce ragazza austriaca. Su di lui Romy investe tutta se stessa senza accorgersi che \u00e8 l&#8217;uomo sbagliato, senza radici, troppo bello per essere di una sola. Alain la lascia (\u00abMolto bello ma vigliacco\u00bb, dice di lui Romy) per sposare&nbsp;<strong>Nathalie Barth\u00e9lemy<\/strong>, che diventer\u00e0 madre del suo primo figlio, Anthony. Lasciata Nathalie, sono&nbsp;<strong>Mireille Darc<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Anne Parillaud<\/strong>&nbsp;le donne pi\u00f9 note fra le tante che hanno una piccola parte nella sua vita esagerata.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;attore perde colpi negli anni Ottanta e stenta a ripetere i successi di un tempo. L&#8217;uomo sembra stabilizzarsi nella serenit\u00e0 quando sposa una giovane e bellissima modella olandese,&nbsp;<strong>Rosalie Van Bremen<\/strong>, da cui ha due figli: Anoucka (la sua preferita) e Alain-Fabien. Il mondo dei rotocalchi si stupisce nel vedere il mitico Delon, nel frattempo diventato nonno, interpretare due parti non tagliate per lui: quella del marito fedele e del padre amoroso di due bambini. La favola non dura. Nel 2002 Rosalie lo lascia e il maschio pi\u00f9 desiderato del Novecento si sente solo. L&#8217;edonista che viveva alla giornata, per la prima volta si guarda indietro. E si guarda dentro: vecchio, malato di cuore, malinconico, dolente, in crisi sentimentale. \u00abNon capisco le donne &#8211; dice &#8211; e morir\u00f2 senza averle capite\u00bb. Il seduttore s&#8217;interroga sull&#8217;oggetto della seduzione. &nbsp;\u00ab\u00c8&#8217; un brutto segno\u00bb, commenta un giornale francese. Nel 2005 la caduta. \u00abNon lascer\u00f2 a Dio la scelta della data della mia morte\u00bb. Il \u00abduro\u00bb \u00e8 depresso e ventila il suicidio. La notizia va impietosamente in prima pagina. Le donne d&#8217;Europa sono sconcertate: il mito \u00e8 a pezzi, il sogno di una vita \u00e8 crollato. Ma Alain resiste e, in parte, recupera. Nel 2008 torna a recitare, invecchiato, segnato, con un sorriso opaco. Non \u00e8 pi\u00f9 uomo copertina, vive con i suoi cani e i suoi ricordi.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel maggio del 2019 torna ad assaporare le luci del red carpet al Festival di Cannes per ricevere la&nbsp;<strong>Palma d&#8217;Oro alla carriera<\/strong>, tra lacrime e un discorso dai toni testamentari. \u201cIl giorno dopo questa Palma d&#8217;Oro alla carriera, mi sento di ringraziare tutti coloro che mi hanno dimostrato in un modo o nell&#8217;altro il loro affetto e la loro simpatia, e non solo. Mentre il mio viaggio volge al termine, voglio dirlo: ho conosciuto tante passioni, tanti amori, tanti successi e fallimenti, tante polemiche, tanti scandali, vicende oscure, tanti ricordi, tanti appuntamenti mancati e incontri improvvisati, tanti alti e bassi; che quando gli onori non sono altro che vani e lontani ricordi, c&#8217;\u00e8 solo una cosa che brilla con la sua costanza e longevit\u00e0: voi, solo voi. A voi che avete determinato quello che sono e che determinerete quello che sar\u00f2, devo dire grazie, grazie, grazie\u201d, scriveva l&#8217;attore al suo pubblico.<\/p>\n\n\n\n<p>Conquistare, amare e poi? E poi nulla, se non le rughe: una ruga per ogni momento d&#8217;amore o di amara tristezza. Stanco, con l\u2019aria confusa, incapace addirittura di riuscire ad elaborare una frase di senso compiuto. Sono le condizioni nelle quali \u00e8 stato trovato da un medico legale che lo scorso luglio aveva visitato l\u2019attore nella sua storica residenza di Douchy, nel sud della Francia, dove \u00e8 morto il 18 agosto a 88 anni.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIl ballo \u00e8 finito. Tancredi \u00e8 salito a ballare con le stelle. Per sempre tua, Angelica\u201d: rivivendo un&#8217;ultima volta le storiche scene che li videro indimenticabili protagonisti de \u201cIl Gattopardo\u201d,&nbsp;<strong>Claudia Cardinale<\/strong>&nbsp;affida all&#8217;Ansa le sue ultime parole per&nbsp;<strong>Alain<\/strong>. \u201cMi chiedono parole &#8211; dice &#8211; ma la tristezza \u00e8 troppo intensa. Mi unisco al dolore dei suoi figli, dei suoi cari, dei suoi fan. Il ballo \u00e8 finito\u00bb. Sul set era una star ma la sua carriera \u00e8 stata turbolenta come la sua vita privata, tra amori folli (Nathalie Delon, Jill Fouquet, Romy Schneider, Nico, Dalida, Mireille Darc, Anne Parillaud, Rosalie Van Breemen), figli trascurati ( e uno mai riconosciuto), grane legali in vecchiaia con la sua amante\/badante&nbsp;<strong>Hiromi Rollin<\/strong>, liti ricorrenti tra i figli, passioni pericolose (i cavalli, la boxe, il gioco), rischiose amicizie nella malavita e il mistero dell&#8217;assassinio del suo body-guard,&nbsp;<strong>Stevan Markovich<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Si pu\u00f2 dire di lui bello e dannato, che ha nuociuto a molti a partire da se stesso. Il Figaro, perfido, aveva scritto che \u201cla parte migliore della sua recitazione \u00e8 quando non apre bocca\u201d. Ma ridurre la straordinaria carriera di&nbsp;<strong>Alain Delon<\/strong>&nbsp;al suo magnetismo, alla sua bellezza imbronciata, ai suoi ombrosi silenzi, \u00e8 davvero ingiusto. Ora \u00e8 nella sua Prima notte di quiete, come il titolo del film del &#8217;72 da lui interpretato, diretto da&nbsp;<strong>Valerio Zurlini<\/strong>&nbsp;che parte da un verso di&nbsp;<strong>Goethe<\/strong>, che nasconde il sollievo della morte: un sonno finalmente senza sogni.&nbsp;<strong>Alain Delon<\/strong>, che si appassiona a tal punto al personaggio da partecipare al film anche in veste di produttore (non senza screzi con Zurlini), nei panni del professore crea uno dei suoi personaggi pi\u00f9 intensi, impregnato di angoscia e capace di improvvisi slanci di dolcezza.&nbsp;<em>La prima notte di quiete<\/em>&nbsp;\u00e8 un capolavoro dell\u2019arte del Novecento. E l\u00ec Alain \u00e8 pi\u00f9 i che mai se stesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Io lo ricorder\u00f2 soprattutto per&nbsp;<em>Le Samourai di Melville<\/em>, polar del 1967. Ore sei del pomeriggio. Un uomo \u00e8 sdraiato sul letto di uno spoglio monolocale, mentre volute di fumo che partono dalla sua sigaretta si levano nell\u2019aria. Sullo sfondo, tra due finestre battute dal temporale che sta investendo Parigi, c\u2019\u00e8 una grossa gabbia di metallo. Dentro la gabbia, un canarino non smette di pigolare. L\u2019uomo, che ha la bellezza algida e lo sguardo distaccato del trentaduenne&nbsp;<strong>Alain Delon<\/strong>, si chiama&nbsp;<strong>Jef Costello<\/strong>&nbsp;ed \u00e8 un \u201ctueur \u00e0 gages\u201d, un sicario assoldato per uccidere il proprietario di un night club.&nbsp;<strong>Costello<\/strong>&nbsp;spegne la sigaretta e si alza in piedi, sfiora con un cenno propiziatorio la gabbia del canarino e comincia a prepararsi per la missione. Ogni sua azione \u00e8 meticolosa e precisa, ogni suo gesto ritagliato con precisione rituale, come i gesti di un samurai. Nessun movimento superfluo, nessuna parola di troppo.Parte cos\u00ec il capolavoro realizzato da&nbsp;<strong>Jean-Pierre Melville<\/strong>&nbsp;nel 1967, che in francese si intitola, appunto,&nbsp;<em>Le samoura\u00ef<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Jef Costello<\/strong>&nbsp;condurr\u00e0 a termine il suo lavoro in modo impeccabile, ma il destino far\u00e0 incrociare la sua strada con quella di una testimone, e lui sar\u00e0 costretto a guardarsi non soltanto dalla polizia, ma dalla stessa organizzazione che l\u2019ha ingaggiato. Anche se la sua trama pu\u00f2 apparire simile a quella di molti B-movie a sfondo gangsteristico,&nbsp;<em>Le samoura\u00ef<\/em>&nbsp;segna uno spartiacque nel filone delle crime-story che hanno tra le figure centrali quella del killer solitario a sangue freddo.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima di&nbsp;<strong>Melville<\/strong>, infatti, nessun regista aveva formalizzato in modo cos\u00ec radicale i codici comportamentali del sicario, mutuandone l\u2019iconografia dalle tradizioni western e poliziesca del cinema classico americano. Tradizioni di cui i referenti pi\u00f9 immediati sono, rispettivamente, il nevrotico pistolero Wilson interpretato da Jack Palance in&nbsp;<em>Il cavaliere della valle solitaria<\/em>&nbsp;(Shane, George Stevens, 1953) e il sicario Raven interpretato da Alan Ladd in&nbsp;<em>Il fuorilegge<\/em>&nbsp;(This Gun for Hire, Frank Tuttle, 1942), al quale Melville si ispira, oltre che per il look di Costello, anche per i due minuti iniziali del film.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Anche Raven possiede un animale, un gatto che accarezza scaramanticamente prima di andare a uccidere, e in cui, come&nbsp;<strong>Costello<\/strong>, vede riflessa la propria condizione esistenziale. Parliamo ovviamente della solitudine, che gi\u00e0 prima di Costello aveva caratterizzato l\u2019universo degli (anti)eroi melvilliani, a partire dall\u2019ufficiale nazista Werner di&nbsp;<em>Il silenzio del mare<\/em>&nbsp;(Le silence de la mer, 1947) fino al gangster Gu di&nbsp;<em>Tutte le ore feriscono, l\u2019ultima uccide!<\/em>&nbsp;(Le deuxi\u00e8me souffle, 1966), ma che, nel caso di&nbsp;<em>Le samoura\u00ef<\/em>, appare per la prima volta sradicata dal contesto storico o sociale in cui il protagonista si muove, trovando la propria ragion d\u2019essere soltanto all\u2019interno della sua mente e nelle sue percezioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Costello \u00e8, infatti, uno psicotico. \u00abUn killer \u00e8 per definizione uno schizofrenico\u00bb afferma il regista nel libro-intervista&nbsp;<em>Il Cinema secondo Melville<\/em>&nbsp;di&nbsp;<strong>Rui Nogueira<\/strong>&nbsp;(Le Mani, 1994). \u00abPrima di scrivere la sceneggiatura, ho letto tutto ci\u00f2 che ho potuto sulla schizofrenia, sulla solitudine, sul comportamento muto, il ripiegamento in se stessi. [\u2026] Per lo schizofrenico, ogni atto \u00e8 un rituale\u00bb. Il termine schizofrenia deriva dall\u2019unione delle due parole greche&nbsp;<em>schizo<\/em>&nbsp;(scindo) e&nbsp;<em>phren<\/em>&nbsp;(mente). Lo schizofrenico possiede cio\u00e8 una mente divisa, frammentata. Non \u00e8 difficile intuire come mai&nbsp;<strong>Melville<\/strong>&nbsp;abbia scritto il soggetto del film pensando ad&nbsp;<strong>Alain Delon<\/strong>, l\u2019attore la cui proverbiale ambiguit\u00e0, insieme alla dote innata di rarefare ogni emozione, ha portato moltissime volte a confrontarsi col tema del doppio e con quello della ricerca (o dell\u2019affermazione) dell\u2019identit\u00e0 personale. Ricerca che spesso pu\u00f2 giungere a compimento solo tramite l\u2019omicidio, come avviene in&nbsp;<em>Delitto in pieno sole<\/em>&nbsp;(Plein Soleil,&nbsp;<strong>Ren\u00e9 Clement<\/strong>, 1960) o in&nbsp;<em>L\u2019assassinio di Trotski<\/em>&nbsp;(L\u2019assassinat de Trotski,&nbsp;<strong>Joseph Losey<\/strong>, 1972), per citare solo i film pi\u00f9 significativi di Delon in tal senso.<\/p>\n\n\n\n<p>Melville permea dell\u2019ambiguit\u00e0 e della freddezza tipiche del divo francese il senso di estraneit\u00e0 con cui Costello vive il contatto con gli oggetti, e pone dei veri e propri filtri umani nel modo in cui il samurai si relaziona con le altre persone: il maturo professionista Wiener (Michel Boisrond) con cui Costello condivide la ragazza che lo ama (Nathalie Delon), e il sicario biondo (Jacques Leroy), quasi un clone di Costello, elemento di raccordo con l\u2019organizzazione. Tali doppioni, simboli viventi della frammentazione psichica del protagonista, diventano meri strumenti che lui utilizza per i suoi scopi (la costruzione del falso alibi con cui ingannare la polizia, o scoprire l\u2019identit\u00e0 di chi ha ordinato di ucciderlo). Essi possiedono, in altri termini, la stessa, intercambiabile funzionalit\u00e0 delle automobili o dei revolver con cui il samurai porter\u00e0 a termine il suo rituale di morte. E in fondo&nbsp;<strong>Alain Delon<\/strong>, apparentemente libero e ribelle, questo di fatto \u00e8 stato dentro al cinema e nella vita: uno strumento.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal 14 agosto del 1994 mai ho smesso un solo giorno di pensare a&nbsp;<strong>Elias Canetti<\/strong>. Almeno un pensiero al giorno, come un\u2019ossessione, tanto sono estese le cose del mondo che egli riusciva a raggiungere, anche stando seduto. Oggi sono trenta gli anni che ci separano dalla sua morte, morte che ha sempre tentato di combattere, senza ovviamente vincerla: \u201cNon morire (il primo comandamento)\u201d.&nbsp;<strong>Elias Canetti<\/strong>&nbsp;nasce a Ruse in Bulgaria il 25 luglio 1905 in una famiglia di ebrei sefarditi. Ha come lingue materne l&#8217;antico spagnolo e il bulgaro. In un suo dramma il romanziere e saggista premio Nobel della letteratura nel 1981, che si intitola&nbsp;<em>Vite a scadenza<\/em>, si ipotizza che a ogni bambino venga consegnata una capsula in cui \u00e8 scritto il giorno della nascita, ma anche quello della morte. Cosa succede a un uomo se conosce quando scoccher\u00e0 la sua ora? Il signor Cinquanta (cos\u00ec chiamato perch\u00e9 \u00e8 a 50 anni che morir\u00e0) si ribella e scopre che le capsule sono vuote: la sua diventa una denuncia alla supina accettazione della morte.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed \u00e8 esattamente quanto ha voluto fare con tutta la sua esistenza e la sua opera&nbsp;<strong>Elias Canetti<\/strong>, come conferma&nbsp;<em>Il libro contro la morte<\/em>&nbsp;uscito postumo nel 2014.&nbsp;<strong>Delon<\/strong>&nbsp;ha provato ad imitarlo, ma ha ottenuto l&#8217;esatto contrario, se non nel cinema di certo nella vita. Ce lo dicono le sue parole nella lettera scritta a&nbsp;<strong>Mary Schneider<\/strong>&nbsp;dopo la tragica morte dell&#8217;attrice, nel 1982. Tra l&#8217;altro scrive: \u00abAdesso non hai pi\u00f9 paura. Non stai pi\u00f9 in agguato, non sei pi\u00f9 preda di cacciatori. La caccia \u00e8 finita e tu finalmente riposi\u00bb. Finalmente riposa anche lui. E che tristezza vedere i tre figli riconosciuti che si scannano per i suoi soldi. Davvero neanche loro lo hanno mai capito e a capirlo sono stati solo alcuni registi, alcune attrici (<strong>Brigitte Bardot<\/strong>&nbsp;per prima) e i 45 cani che lo hanno accompagnato nella vita e che sono seppelliti nel parco della sua villa-rifugio dove anche lui dal 22 scorso \u00e8 sepolto.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel maggio 2019, alla vigilia della consegna della&nbsp;<strong>Palma d\u2019Oro d\u2019onore<\/strong>&nbsp;per la sua carriera al Festival di Cannes,&nbsp;<strong>Delon&nbsp;<\/strong>aveva rilasciato diverse interviste. In una, gi\u00e0 indebolito dalla malattia, aveva espresso il suo grande desiderio di non vedere i suoi figli dilaniarsi in faide familiari: \u00abFaccio di tutto affinch\u00e9 non succeda &#8211; aveva spiegato -, non vorrei che i miei figli si facessero la guerra come i figli di Hallyday. Sto preparando tutto, non bisogna farsi prendere di sorpresa. Tutto sar\u00e0 risolto prima della mia morte, che piaccia o no. Se non lo facessi, si dilanierebbero, fra loro ci sarebbe una guerra, ne sono certo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Con il peggioramento del suo stato di salute, i suoi timori si sono rivelati fondati. Un mese dopo quell\u2019intervista, l\u2019attore \u00e8 stato colpito da due ictus, seguiti da un\u2019emorragia cerebrale. Un\u2019operazione, poi un lungo periodo di convalescenza e riabilitazione in Svizzera. Un paio d\u2019anni dopo, un annuncio: il suo ipotetico ritorno sul set. In realt\u00e0, si stabil\u00ec nel suo rifugio prediletto, la propriet\u00e0 di Douchy, nel centro della Francia, che aveva acquistato negli anni Settanta con la allora sua compagna,&nbsp;<strong>Mireille Darc<\/strong>. Lui mi fa tristezza ma molto di pi\u00f9 (accostamenti strani si fanno in estate) la constatazione che perfino in questo Sud di disoccupati e pensionati le gastronomie sono affollate e tutti spendono in piatti pronti zuppi di olio e sale. I miei connazionali non vogliono pi\u00f9 cucinare dunque non sanno pi\u00f9 cucinare. Inetti che si meritano l\u2019ipertensione e la pizza nel cartone.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec come hanno delocalizzato l\u2019industria, delegandola all\u2019Asia, gli italiani stanno delocalizzando la preparazione del cibo, delegandola a mercenari, spesso stranieri. Un popolo che non produce pi\u00f9, che non si riproduce pi\u00f9 (c\u2019\u00e8 un nesso), ha cessato la sua storia. E torniamo, prendendola larga, a&nbsp;<strong>Delon<\/strong>, al cinema alla fine di un popolo e della sua morale. Mi riferisco a Mr. Klein di Losey con Delon protagonista e produttore. Il cinema di Losey \u00e8 un cinema innanzitutto mentale, giocato sulla psicologia (spesso distorta) dei protagonisti, un cinema che predilesse di frequente la narrazione di storie d\u2019amore malate e perverse (pensiamo a classici come&nbsp;<em>Eva<\/em>,&nbsp;<em>L\u2019incidente<\/em>&nbsp;e&nbsp;<em>Messaggero d\u2019amore<\/em>), senza disdegnare incursioni nel noir, nel war-movie e addirittura nella fantascienza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ma se volessimo cimentarci nella rischiosa e difficile impresa di identificare i film pi\u00f9 rappresentativi della sua poetica, dovremmo inserire sicuramente due film:&nbsp;<em>Il servo<\/em>&nbsp;(1963), con Dirk Bogarde, un sottile e crudele gioco al massacro psicologico fra un servitore e il suo padrone che conduce al ribaltamento dei ruoli, e&nbsp;<em>Mr. Klein<\/em>&nbsp;(1976), un amarissimo apologo kafkiano ambientato in Francia durante la Seconda Guerra Mondiale, dove la storia del protagonista immaginario si fonde continuamente con la Storia nella sua accezione pi\u00f9 tragica.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Mr. Klein<\/em>&nbsp;(Monsieur Klein nel titolo originale, essendo una co-produzione italo-francese), prodotto dallo stesso protagonista&nbsp;<strong>Alain Delon<\/strong>, fu scritto e sceneggiato da&nbsp;<strong>Franco Solinas<\/strong>, uno fra i pi\u00f9 importanti autori italiani nell\u2019ambito del cinema politico: lavor\u00f2 per registi come&nbsp;<strong>Francesco Rosi<\/strong>,&nbsp;<strong>Valerio Zurlini<\/strong>&nbsp;e soprattutto&nbsp;<strong>Gillo Pontecorvo<\/strong>, ma anche&nbsp;<strong>Francesco Maselli<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Costa-Gavras<\/strong>, e pure per registi pi\u00f9 popolari come&nbsp;<strong>Sergio Sollima<\/strong>,&nbsp;<strong>Damiano Damiani<\/strong>,&nbsp;<strong>Sergio Corbucci<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Giulio Petroni<\/strong>, firmando gli script dei loro western dove la Rivoluzione Messicana diventava una metafora della lotta politica di quegli anni.<\/p>\n\n\n\n<p>Lui aveva capito e riversato sullo schermo la fine di un mondo, quello che definiamo europeo, privo di valori poich\u00e9 non crede pi\u00f9 a se stesso e con la scusa del pensiero debole \u00e8 accidioso e corrotto. E nella sua ruvida antipatia&nbsp;<strong>Delon<\/strong>&nbsp;non era certo questo. Nessun omaggio nazionale, lo aveva detto lui stesso, quando nel novembre 2018, in un&#8217;intervista, gli era stato chiesto esplicitamente se alla sua morte avrebbe voluto un tributo nazionale, una cerimonia pubblica alla presenza delle pi\u00f9 alte cariche dello Stato, come era stato per il suo amico&nbsp;<strong>Jean-Paul Belmondo<\/strong>, per&nbsp;<strong>Johnny Hallyday<\/strong>&nbsp;o&nbsp;<strong>Charles Aznavour<\/strong>&nbsp;aveva risposto secco: \u00abNo, no, assolutamente no! Assolutamente no!\u00bb. Aveva capito che in Europa non esiste pi\u00f9 uno stato ed \u00e8 molto meglio essere un individuo, almeno da morto. Stati che si comportano in modo diverso a seconda di chi vogliono sugli altari o nella polvere.<\/p>\n\n\n\n<p>Promessa del ciclismo italiano, campione azzurro Under23 nel 2010,&nbsp;<strong>Stefano Agostini<\/strong>&nbsp;militava nella Liquigas-Cannondale quando nel 2013 risulta positivo al Clostebol la stessa sostanza trovata a&nbsp;<strong>Sinner<\/strong>, solo che per lui il &#8216;trattamento&#8217; del sistema \u00e8 stato molto diverso. Il ciclista parla della stessa quantit\u00e0 (anche se nel caso di Sinner il Clostebol trovato \u00e8 stato di 86 picogrammi per millilitro mentre per Agostini si trattava di nanogrammi, quindi la quantit\u00e0 era maggiore) certamente della stessa sostanza (proibita e infatti Sinner ha perso sia il titolo vinto a Indian Wells che il premio in denaro che i punti guadagnati) ma per il ciclista italiano era scattato il &#8216;gioco al massacro&#8217; con il licenziamento dalla Cannondale e la stampa che lo aveva messo in croce. La Wada gli aveva dato 15 mesi di squalifica e per lui era arrivato il &#8216;marchio&#8217; di &#8216;dopato&#8217;. A&nbsp;<strong>Delon<\/strong>&nbsp;hanno affibbiato quello di sciupa femmine senza cuore e reazionario nazifascista, mentre certi suoi colleghi, di molto peggiori nei fatti e nelle conseguenze (<strong>Depardieu<\/strong>), hanno ricevuto tutte le possibili attenuanti. Per non parlare dell&#8217;enfasi attorno a certe morti e del silenzio quasi totale su altre (di questi giorni&nbsp;<strong>Roberto Herlitzka<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Diletta D&#8217;Andrea<\/strong>&nbsp;ad esempio).<\/p>\n\n\n\n<p>Le parole che&nbsp;<strong>David Edelstein<\/strong>&nbsp;scrisse all\u2019indomani della morte del regista confermano pi\u00f9 di tante altre l\u2019irriducibilit\u00e0 di&nbsp;<strong>Kubrick<\/strong>&nbsp;a qualunque schema ideologico, etico, politico; mostrano l\u2019incapacit\u00e0 di comprenderlo da parte di chi nutre valori assoluti e con essi giudica il mondo. Per questo vale la pena leggerle: \u00abNon posso non disprezzare&nbsp;<strong>Kubrick<\/strong>&nbsp;per aver legato la Nona sinfonia di&nbsp;<strong>Beethoven<\/strong>, Singin\u2019 in the Rain e alcune musiche tra le pi\u00f9 gloriose di&nbsp;<strong>H\u00e4ndel<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Purcell<\/strong>&nbsp;al sadomasochismo e alla disumanit\u00e0 dell\u2019uomo sull\u2019uomo\u00bb. Parole che costituiscono un esempio tra i pi\u00f9 chiari di moralismo applicato all\u2019arte. E se si leggono coccodrilli e necrologi diffusi ovunque a dismisura dopo la morte di&nbsp;<strong>Delon<\/strong>&nbsp;si percepisce lo stesso diffuso insopportabile moralismo che fa del cinema insieme un sogno e un luogo dominato dagli arconti.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo tre anni dopo&nbsp;<em>Le Samourai<\/em>,&nbsp;<strong>Alain Delon<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Jean-Pierre Melville<\/strong>&nbsp;toccano l&#8217;apice della loro collaborazione con&nbsp;<em>I Senza Nome<\/em>, altro neo-noir di incantevole fattura, con un cast incredibile che oltre ad Alain Delon, annoverava&nbsp;<strong>Gian Maria Volont\u00e9<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Yves Montand<\/strong>&nbsp;nei panni di tre rapinatori decisi a far fortuna, con un colpo ad una gioielleria di Parigi. Da un punto di vista meramente formale, forse nessun noir europeo \u00e8 alla pari di questo, minimalista eppure capace di fungere da contenitore definitivo del genere, delle sue regole a livello di semantica, struttura narrativa, identit\u00e0 visiva, arrivando a fungere sia da punto di riferimento per la classicit\u00e0 che per motore del rinnovamento.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Alain Delon<\/strong>&nbsp;\u00e8 semplicemente perfetto nei panni di questo rapinatore che naturalmente, istintivamente, si lega ad altri suoi simili in nome di quell&#8217;amicizia virile, quella ricerca di un senso e anche di una fine, che avevano reso&nbsp;<strong>Jean-Pierre Melville<\/strong>&nbsp;un regista unico gi\u00e0 a quel tempo.&nbsp;<em>I Senza Nome<\/em>&nbsp;\u00e8 quindi giocoforza l&#8217;opera testamento del grande regista francese, quella dove lui ci dona una visione del mondo, del cinema, della vita fatta di nichilismo, solitudine, della lotta senza quartiere per cercare una liberazione dell&#8217;anima che non avverr\u00e0 mai, non nella forma canonica. Anche per questo \u00e8 impossibile non farsi stregare da questo film, da questi tre personaggi, al di l\u00e0 di ogni codice morale e di ogni appartenenza al cosiddetto mondo civile.<\/p>\n\n\n\n<p>A volte anche gli arconti sono costretti a far circolare idee vere. Tanto tutti penseranno che \u00e8 solo cinema. Cos\u00ec come pensano che una tromba marina non vista sui radar e che lascia intatta ogni altra imbarcazione, faccia affondare in 60 secondi e nel porto di&nbsp;<strong>Palermo<\/strong>&nbsp;uno yacht di 56 metri costruito per solcare gli oceani come, 5 mesi fa, aveva fatto affondare, sul placido lago di Como una barca con 22 agenti segreti italiani e del Mossad a bordo. Questo s\u00ec che \u00e8 cinema.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSabato 8 giugno, intorno alle 3.00 di notte, un incendio nel cellario B 4 del CSC Cineteca Nazionale ha distrutto la quasi totalit\u00e0 delle pellicole in nitrato che vi erano conservate\u201d. Questa notizia l\u2019ha letta forse solo Superman. Perch\u00e9 sul sito del Centro Sperimentale, dove \u00e8 stata pubblicata il 12 giugno, \u00e8 rimasta solo mezz\u2019ora. Puff svanita come cenere al vento\u2026 In una interrogazione chiedo semplicemente di sapere: quali titoli sono bruciati, e di ogni titolo cosa \u00e8 rimasto? Ma soprattutto voglio capire perch\u00e9 non ne hanno dato notizia e perch\u00e9 il Ministro ha taciuto pur sapendo tutto\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La denuncia del deputato di Avs&nbsp;<strong>Marco Grimaldi<\/strong>&nbsp;che ha presentato un\u2019interrogazione parlamentare. La fondazione di via Tuscolana a Roma dal 2023 \u00e8 presieduta da&nbsp;<strong>Sergio Castellitto<\/strong>. Non si sa quante e quali siano le pellicole andate distrutte, n\u00e9 che cosa abbia provocato l\u2019incendio. Dal canto suo, il CSC fa sapere che l\u2019incendio avrebbe in realt\u00e0 danneggiato solo \u00abuna parte esigua delle pellicole, per le quali esisteva gi\u00e0 una prima copia di protezione. Allo stato attuale non \u00e8 stato ancora concluso il censimento completo delle opere che sono andate distrutte\u00bb. Intanto, le cause dell\u2019incendio rimangono incerte e sono oggetto di un\u2019inchiesta. Il presidente della fondazione, l\u2019attore e regista&nbsp;<strong>Sergio Castellitto<\/strong>, fa sapere la CSC, aveva gi\u00e0 sollevato preoccupazioni circa la sicurezza dei locali di conservazione, una questione che il Centro ha promesso di affrontare con l\u2019aiuto del ministero della Cultura, esplorando la possibilit\u00e0 di strutture pi\u00f9 adeguate per la preservazione e il restauro del patrimonio filmico. Una fonte vicina alla Cineteca ha rivelato che l\u2019indagine sta tentando di appurare se le cause dell\u2019incendio siano dolose o meno e se le pellicole danneggiate siano quelle originali, e non come si ritiene invece \u00abcopie di copie\u00bb. Sono un complottista se invece penso che si siano bruciati film scomodi o troppo veritieri?<\/p>\n\n\n\n<p>A voi \u00abl\u00bbardua sentenza\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Tutte l\u2019opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l\u2019opinione della Direzione<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alain Delon bello e dannoso; con digressioni di&nbsp;Carlo Di Stanislao \u00abNon volevo fare questo mestiere. Venivo dall\u2019esercito. 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