{"id":64747,"date":"2024-11-10T16:49:36","date_gmt":"2024-11-10T16:49:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=64747"},"modified":"2024-11-10T16:49:36","modified_gmt":"2024-11-10T16:49:36","slug":"la-caduta-del-muro-ddi-berlino-e-gli-altri-muri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=64747","title":{"rendered":"La caduta del muro ddi Berlino e gli altri muri"},"content":{"rendered":"\n<p><em>di\u00a0Carlo Di Stanislao<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Carlo-Di-Stanislao-1.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"960\" height=\"932\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Carlo-Di-Stanislao-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-64748\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Carlo-Di-Stanislao-1.jpg 960w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Carlo-Di-Stanislao-1-300x291.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Carlo-Di-Stanislao-1-768x746.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Carlo-Di-Stanislao-1-150x146.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 960px) 100vw, 960px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p><em><br>Wrong! Do it again!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Wrong! Do it again!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>If you don\u2019t eat your meat, you can\u2019t have any pudding.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>How can you have any pudding if you don\u2019t eat your meat?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>You! Yes, you behind the bikesheds, stand still laddy!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason &#8211; The Wall, 1979.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il 9 novembre del 1989 crolla il<strong>&nbsp;muro di Berlino<\/strong>&nbsp;e da allora il mondo ha conosciuto enormi cambiamenti. La fine della guerra fredda vede prevaricare una unica super potenza: gli&nbsp;<strong>Stati Uniti d\u2019America<\/strong>. E mentre questi, allora, bombardavano la&nbsp;<strong>Serbia<\/strong>&nbsp;per la questione del Kosovo, la crisi economica asiatica metteva in ginocchio molte economie emergenti. Alcune&nbsp; grandi istituzioni come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l\u2019Organizzazione mondiale del commercio, erano del parere che il \u201cmomento unipolare\u201d fosse destinato a durare a lungo e che si sarebbe accompagnato al trionfo delle istituzioni internazionali liberali e della democrazia come unico sistema di governo per creare crescente prosperit\u00e0. Invece, sottotraccia erano gi\u00e0 in atto quei processi che avrebbero condotto al mondo di oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1980 le economie emergenti producevano solo il 25% del&nbsp;<strong>PIL<\/strong>&nbsp;mondiale, mentre quelle avanzate il restante 75%, oggi le prime hanno raggiunto quasi le seconde. Questa crescita non \u00e8 stata armonica per tutte le economie emergenti: La&nbsp;<strong>Cina<\/strong>,&nbsp;per esempio, \u00e8 oggi 13 volte pi\u00f9 grande rispetto a trent\u2019anni fa e l\u2019<strong>India<\/strong>&nbsp;\u00e8 cresciuta di circa 6 volte, mentre \u00e8 crescita meno l\u2019Africa Subsahariana (3 volte).<\/p>\n\n\n\n<p>Cambia quindi il baricentro economico del mondo: nel 1980 erea molto vicino all\u2019<strong>Europa<\/strong>, oggi \u00e8 in prossimit\u00e0 della&nbsp;<strong>Cina<\/strong>&nbsp;e dell\u2019<strong>India<\/strong>. Secondo l\u2019<strong>ISPI<\/strong>&nbsp;in futuro ci si aspetta un ulteriore spostamento ad est: entro il 2045 questo punto si trover\u00e0 a poche centinaia di chilometri da<strong>&nbsp;Pechino<\/strong>. Quello che oggi sembra emergere con crescente evidenza \u00e8 una nuova forma di bipolarismo, ovvero un mondo in cui la competizione politica ed economica globale si gioca sempre pi\u00f9 tra due grandi potenze:&nbsp;<strong>Stati Uniti&nbsp;<\/strong>e&nbsp;<strong>Cina<\/strong>. Gli altri Paesi appaiono sempre pi\u00f9 relegati a un ruolo secondario.<\/p>\n\n\n\n<p>Ciascuna di queste due potenze ha un\u2019economia che vale circa 3-4 volte quella di&nbsp;<strong>Giappone<\/strong>, 5 trilioni di dollari,&nbsp;<strong>Germania,&nbsp;<\/strong>4 trilioni di dollari,&nbsp;<strong>India<\/strong>,&nbsp;<strong>Francia<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Regno Unito<\/strong>, 3 trilioni di dollari. Ancora pi\u00f9 indietro c\u2019\u00e8 l\u2019Italia (2 trilioni), che rimane nel&nbsp;<strong>G7&nbsp;<\/strong>anche se \u00e8 sempre meno tra le prime sette economie al mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2 porta ad inquadrare una nuova \u201cbipolarizzazione\u201d del mondo, con&nbsp;<strong>Usa<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Cina<\/strong>&nbsp;a fare da poli di attrazione per gli altri Paesi. E in un contesto di contrapposizione tra due superpotenze, la conflittualit\u00e0 tra le due \u00e8 sempre dietro l\u2019angolo. Oggi infatti gli&nbsp;<strong>Usa di Trump<\/strong>&nbsp;fanno di tutto per cercare di preservare il loro ruolo di leader mondiale. La&nbsp;<strong>Cina<\/strong>&nbsp;appare invece sempre pi\u00f9 pronta a sfidare questa&nbsp;<em>leadership<\/em>, tant\u2019\u00e8 che nell\u2019ambito commerciale si sta gi\u00e0 svolgendo una vera e propria guerra commerciale. Una guerra che ha ovvie ricadute non solo per i due contendenti, ma per l\u2019intero commercio e PIL mondiale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ad avviare formalmente l\u2019escalation \u00e8 stato il presidente statunitense&nbsp;<strong>Joe Biden<\/strong>, che l\u2019anno scorso ha imposto dazi sull\u2019importazione di acciaio e alluminio dalla<strong>&nbsp;Cina<\/strong>, senza risparmiare neppure gli alleati europei. L\u2019escalation dei dazi tra i due Paesi non si \u00e8 al momento arrestata e i mercati iniziano a risentire del clima di incertezza, che colpisce di pi\u00f9 quei Paesi in cui le esportazioni rappresentano il vero motore dello sviluppo: come la&nbsp;<strong>Germania<\/strong>, che alle proprie debolezze interne aggiunge l\u2019incertezza dei mercati internazionali e rischia di trascinare verso il basso anche gli altri partner economici europei, tra cui l\u2019<strong>Italia<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma quello del commercio \u00e8 solo un primo assaggio della competizione Usa-Cina che gi\u00e0 oggi, e ancor pi\u00f9 domani, si gioca su due terreni di cruciale importanza strategica: la tecnologia e le infrastrutture. Nel primo caso la<strong>&nbsp;Cina<\/strong>&nbsp;pu\u00f2 gi\u00e0 vantare un primato mondiale nella commercializzazione del 5G e intende accelerare ulteriormente, puntando nei prossimi anni alla leadership in altri settori tecnologici fondamentali, come quello dell\u2019intelligenza artificiale. Anche nel secondo caso \u2013 le infrastrutture \u2013 la Cina ha agito prima e meglio degli USA lanciando la Belt &amp; Road Initiative (BRI), che mira ad avvicinare a s\u00e9 Paesi che spaziano dall\u2019Asia all\u2019Africa, all\u2019Europa, con diramazioni addirittura fino all\u2019America Latina. Un avvicinamento ottenuto promettendo a questi Paesi una accresciuta connettivit\u00e0 e l\u2019aumento degli scambi commerciali. Solo di recente gli&nbsp;<strong>Usa<\/strong>&nbsp;hanno risposto all\u2019attivismo cinese, avviando a loro volta progetti di cooperazione infrastrutturale nel sud-est asiatico \u2013 il cosiddetto \u201cThe Quad\u201d \u2013 con i loro tradizionali alleati:&nbsp;<strong>India<\/strong>,&nbsp;<strong>Australia<\/strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Giappone<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Un ulteriore fattore derivante dalla nuova competizione&nbsp;<strong>Usa-Cina<\/strong>, con vaste ricadute anche per le imprese italiane che si affacciano sul mondo, ha un carattere pi\u00f9 sistemico e riguarda la \u201cfluidit\u00e0\u201d del sistema di alleanze a livello internazionale. C\u2019\u00e8 infatti una sostanziale differenza rispetto alla competizione tra&nbsp;<strong>Stati Uniti&nbsp;<\/strong>e&nbsp;<strong>Unione Sovietica&nbsp;<\/strong>dell\u2019epoca della guerra fredda. Un primo lampante esempio di questa fluidit\u00e0 si \u00e8 gi\u00e0 avuto qualche anno fa. A fine 2015&nbsp;<strong>Pechino&nbsp;<\/strong>decise di lanciare la&nbsp;<strong>Asian Infrastructure Investment Bank<\/strong>&nbsp;(AIIB), una istituzione finanziaria multilaterale che sembrava in aperta competizione con la Banca Mondiale, una delle Istituzioni cardine dell\u2019ordine liberale occidentale a sostanziale guida americana. Malgrado i moniti dell\u2019allora presidente&nbsp;<strong>Obama<\/strong>, una folta truppa di Paesi Europei si affrett\u00f2 ad aderire alla nuova banca di sviluppo cinese attratta dalle opportunit\u00e0 di business per le proprie imprese. E lo stesso vale per la&nbsp;<strong>BRI&nbsp;<\/strong>(Via della Seta), inclusa la decisione dell\u2019Italia dello scorso marzo di sottoscrivere un Memorandum of Understanding (MoU) con Pechino.<\/p>\n\n\n\n<p>In definitiva, dunque, lo scenario internazionale che sembra stagliarsi all\u2019orizzonte \u00e8 quello di una nuova forma di confronto tra due grandi potenze che, da un lato, implica una inevitabile competizione, e dall\u2019altro \u00e8 segnato da una fluidit\u00e0 delle alleanze che spinge verso una crescente complessit\u00e0 e incertezza soprattutto a livello regionale. In questo nuovo scontro tra giganti il ruolo dell\u2019<strong>Europa<\/strong>&nbsp;sembrerebbe destinato a ridursi ulteriormente, con i singoli Paesi europei che rischiano di diventare semplici pedine di un gioco pi\u00f9 grande di loro. Per cercare un\u2019alternativa bisogner\u00e0 tenere conto delle caratteristiche del nuovo confronto tra \u201cgrandi\u201d, approfittandone ove possibile attraverso un adattamento di tattiche e strategie.<\/p>\n\n\n\n<p>Proprio il caso della firma del MoU Italia-Cina l\u2019Italia ha tentato di lavorare di sponda, con l\u2019obiettivo di proporre un ribilanciamento delle proprie alleanze e piani di sviluppo. Pi\u00f9 ancora di quanto accaduto all\u2019epoca della guerra fredda, periodo in cui l\u2019Italia si proponeva s\u00ec come \u201cpontiere\u201d tra la sponda atlantica e quella sovietica, ma restando saldamente ancorata alla sua appartenenza al blocco atlantico, il nostro Paese sembra oggi potersi abbandonare alla tentazione di allearsi con l\u2019una o con l\u2019altra grande potenza a seconda del dossier considerato. Un modo per estrarre il massimo dalla fluidit\u00e0 delle alleanze. Inoltre, sia l\u2019Italia sia altri Paesi Europei possono in qualche modo immaginare di poter approfittare della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che permette a chi ne resta fuori di sostituire con proprie esportazioni il vuoto lasciato dalle merci&nbsp;<em>made in Usa<\/em>&nbsp;e&nbsp;<em>made in China<\/em>&nbsp;in questi due Paesi. Va al riguardo ricordato che, secondo stime UNCTAD, 70 miliardi di dollari del commercio bilaterale Cina-Stati Uniti (50 miliardi dagli Usa e 20 dalla Cina) potrebbero essere intercettati dall\u2019Unione Europea.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sono quindi margini per approfittare della conflittualit\u00e0 tra le due superpotenze e della relativa fluidit\u00e0 delle alleanze del nuovo contesto bipolare. Ma bisogna fare molta attenzione nel distinguere tra tattiche di breve periodo e strategie di lungo periodo. Le medie potenze europee, Italia inclusa, possono anche tatticamente cercare di approfittare delle opportunit\u00e0 offerte dalla AIIB, dal 5G cinese, dalla BRI e persino dalla guerra commerciale tra Pechino e Washington.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma estendendo l\u2019orizzonte temporale, dovranno anche pianificare le proprie strategie considerando che l\u2019alleanza con l\u2019una o l\u2019altra potenza non pu\u00f2 essere senza conseguenze. Va attentamente valutato il set di valori e ideologie \u2013 anche oltre l\u2019ambito strettamente politico-economico \u2013 che le due grandi potenze offrono. Nel caso dei Paesi europei risulterebbe estremamente rischioso e controproducente abbandonare l\u2019alleanza atlantica, non solo perch\u00e9 da questa dipende ancora la nostra sicurezza nell\u2019ambito della&nbsp;<strong>NATO<\/strong>, ma anche perch\u00e9 esiste una vicinanza \u201cideologica\u201d con Washington che non pu\u00f2 certamente essere replicata con Pechino. In secondo luogo, perch\u00e9 un atteggiamento ambiguo finirebbe prima o poi per stancare l\u2019una o l\u2019altra grande potenza, se non addirittura entrambe.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, in questo \u201cgioco tra grandi\u201d i Paesi Europei possono comunque ritagliarsi un loro importante spazio attraverso l\u2019azione congiunta nell\u2019ambito dell\u2019<strong>Unione Europea<\/strong>. D\u2019altra parte anche dopo Brexit il Pil dell\u2019intera Unione Europea varr\u00e0 ancora il 17% di quello mondiale \u2013 pi\u00f9 di quello cinese. L\u2019intera UE ha quindi un peso tale, quanto meno sul piano economico, da potersi giocare le proprie carte con Cina e Usa. In alcuni casi, come ad esempio nel commercio, lo pu\u00f2 fare quasi alla pari. Ovviamente, a patto che non solo i singoli Paesi Europei, ma anche l\u2019Unione Europea siano in grado di riadattare le proprie strategie al nuovo contesto globale.<\/p>\n\n\n\n<p>Tornando alla&nbsp;<strong>caduta del Muro di Berlino&nbsp;<\/strong>che in effetti ha significato la fine anticipata di un secolo definito per questo \u00abbreve\u00bb,&nbsp;&nbsp;storia contemporanea del mondo, non solo per motivi geopolitici, e per averci lasciati in eredit\u00e0 un nuovo ordine mondiale e nuove mappe geografiche; l\u2019abbattimento del Muro \u00e8 un evento che ha avuto un impatto culturale fortissimo sulla cultura di massa europea. Ne \u00e8 un esempio il fatto che, solamente pochi mesi dopo il crollo della barriera che per ventotto anni aveva diviso&nbsp;<strong>Berlino<\/strong>, l\u2019ex leader della storica rock band&nbsp;<strong>Pink Floyd<\/strong>, Roger Waters, decise di organizzare un gigantesco concerto, destinato ad entrare nelle pagine della storia della musica e non solo, che si tenne il 21 luglio 1990. L\u2019enorme e spettacolare palco venne collocato in un\u2019area simbolo della divisione della citt\u00e0, tra Potsdamer Platz e la Porta di Brandeburgo. In un\u2019intervista alla rivista GQ,&nbsp;<strong>Waters<\/strong>&nbsp;disse: \u201cSe questo concerto vuole celebrare qualcosa, \u00e8 che il crollo del muro di Berlino pu\u00f2 essere interpretato come una liberazione dell\u2019animo umano\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Sebbene la&nbsp;<strong>caduta del Muro di Berlino<\/strong>&nbsp;sia stato un evento assolutamente eccezionale e dalla portata mondiale, non bisogna cadere nell\u2019errore di dimenticare che ancora oggi, nel mondo, e persino nella unitissima Europa, esistono altri muri e barriere che dividono e opprimono i popoli. Vediamo alcuni esempi.&nbsp;<strong>Nicosia<\/strong>, la capitale di Cipro, dal 1974 \u00e8 divisa da un muro fatto di cemento, filo spinato e torrette di controllo, la cui naturale continuazione \u00e8 la green line che spacca l\u2019isola a met\u00e0. Da un lato la&nbsp;<strong>Repubblica di Cipro<\/strong>, paese membro UE e a maggioranza greca, dall\u2019altro l\u2019autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord, ancora oggi militarmente occupata dalle truppe turche, e colonizzata da settlers arrivati dall\u2019Anatolia nel corso di 40 anni di occupazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni \u201980 invece il&nbsp;<strong>Marocco<\/strong>&nbsp;ha cominciato l\u2019edificazione di quella che \u00e8 poi diventata una barriera gigantesca, di oltre 2 mila chilometri, che, a detta del governo di Rabat, divide lo stato marocchino dal&nbsp;<strong>Sahara Occidentale<\/strong>&nbsp;per motivi esclusivamente difensivi. Non \u00e8 della stessa opinione il&nbsp;<strong>popolo Saharawi<\/strong>, uno dei pi\u00f9 perseguitati al mondo, che definisce il muro una mera scusa portata avanti dal Marocco per mantenere sotto il proprio controllo un\u2019area particolarmente ricca e strategica. In&nbsp;<strong>Algeria<\/strong>, storico alleato Saharawi, si trova tutt\u2019oggi in esilio il&nbsp;<strong>Fronte Polisario<\/strong>, l\u2019organizzazione politico-militare che rivendica la sovranit\u00e0 sul territorio del Western Sahara.<\/p>\n\n\n\n<p>Oltre al&nbsp;<strong>muro fra Usa e Messico<\/strong>, che con Trump di certo allungher\u00e0 in&nbsp;conclusione, \u00e8 doveroso menzionare quella che \u00e8 probabilmente e tristemente a tutt\u2019oggi la pi\u00f9 celebre barriera al mondo; ovvero il muro che, dal 2002, separa e divide&nbsp;<strong>Israele dalla Palestina<\/strong>&nbsp;e dai territori occupati del West Bank. La \u2018\u2019Barriera di Separazione Israeliana\u2019\u2019, come viene definita ufficialmente da Tel Aviv, \u00e8 non altro che un sistema di barriere fisiche, intervallata da muro e reticolati con porte elettroniche, lunghe circa 730 chilometri. Pi\u00f9 volte definito \u2018\u2019vergognoso\u2019\u2019 e \u2018\u2019razzista\u2019\u2019, viene considerato dal popolo palestinese e da una grandissima parte della societ\u00e0 civile internazionale, come un simbolo di segregazione razziale e apartheid.<\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Tutte l\u2019opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l\u2019opinione della Direzione<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0Carlo Di Stanislao Wrong! Do it again! Wrong! Do it again! 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