{"id":80463,"date":"2025-10-09T12:10:20","date_gmt":"2025-10-09T12:10:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=80463"},"modified":"2025-10-09T12:10:45","modified_gmt":"2025-10-09T12:10:45","slug":"paolo-bonacelli-lattore-che-sfido-la-luce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=80463","title":{"rendered":"Paolo Bonacelli: l\u2019attore che sfid\u00f2 la luce"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Carlo Di Stanislao<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/descarga-2.jpeg\"><img decoding=\"async\" width=\"225\" height=\"225\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/descarga-2.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-79976\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/descarga-2.jpeg 225w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/descarga-2-150x150.jpeg 150w\" sizes=\"(max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><strong>Da Pasolini a Benigni, un viaggio tra potere, ironia e verit\u00e0. Si \u00e8 spento a Roma, a 88 anni, uno dei volti pi\u00f9 lucidi e inquieti del cinema italiano.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Non andartene docile in quella buona notte. Infuria, infuria contro il morire della luce.\u00bb \u2014 Dylan Thomas<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>La morte di Paolo Bonacelli, avvenuta a Roma all\u2019et\u00e0 di 88 anni, \u00e8 una di quelle notizie che sembrano chiudere una stagione del cinema italiano. Non solo perch\u00e9 Bonacelli apparteneva a una generazione di interpreti formatisi nel teatro e approdati al cinema come a un territorio di esplorazione morale, ma perch\u00e9 in lui convivevano rigore e inquietudine, controllo e vertigine. Era un attore di pensiero, di mestiere e di corpo, capace di attraversare mezzo secolo di teatro, cinema e televisione senza mai ridursi a \u201cfaccia nota\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Nato a Roma il 28 febbraio 1937, Bonacelli si form\u00f2 alla scuola del teatro classico, che per lui non fu mai solo palestra tecnica, ma luogo di interrogazione etica. Amava Pirandello e Shakespeare, ma anche Brecht e Moli\u00e8re: autori che costringono l\u2019attore a misurarsi con il gioco della maschera, con l\u2019ambiguit\u00e0 dell\u2019essere e dell\u2019apparire. Da questa radice teatrale derivava la sua capacit\u00e0 di dare spessore e misura a ogni parola, a ogni silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni Sessanta e Settanta divenne presenza riconoscibile nel panorama teatrale italiano, ma fu il cinema a consegnarlo alla memoria collettiva. Pier Paolo Pasolini lo volle in Sal\u00f2 o le 120 giornate di Sodoma (1975), affidandogli uno dei ruoli pi\u00f9 duri e memorabili: uno dei quattro signori che incarnano il potere e la violenza del dominio borghese. Bonacelli, con il suo sguardo freddo e controllato, seppe dare al personaggio un\u2019inquietudine che andava oltre la crudelt\u00e0 di superficie. In quel film, forse il pi\u00f9 controverso e discusso del Novecento italiano, Pasolini trov\u00f2 in lui un interprete capace di restituire l\u2019intelligenza del male: un volto che sapeva pensare.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo Pasolini, Bonacelli continu\u00f2 a muoversi tra autori di rango. Lavor\u00f2 con Michelangelo Antonioni, Lina Wertm\u00fcller, Liliana Cavani, Francesco Rosi, Peter Yates, John Boorman, e molti altri. Ogni incontro diventava una tappa della sua esplorazione del potere, della colpa, della libert\u00e0. In Fuga di mezzanotte (Midnight Express, 1978) di Alan Parker, interpret\u00f2 Rifki, un detenuto ambiguo e crudele, in una performance che gli valse riconoscimento internazionale. Non era comune, allora, che un attore italiano venisse notato da Hollywood senza tradire la propria identit\u00e0 artistica. Bonacelli portava nel film la stessa intensit\u00e0 con cui affrontava il teatro: mai un gesto superfluo, mai una parola detta per compiacere.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure, la sua carriera non si lasci\u00f2 mai imprigionare da un solo registro. Dietro la durezza dei ruoli drammatici c\u2019era un\u2019ironia sottile, spesso mascherata da distacco. Quella vena trov\u00f2 spazio nella collaborazione con Roberto Benigni, che lo volle accanto a s\u00e9 in Johnny Stecchino (1991). L\u00ec Bonacelli interpretava l\u2019avvocato D\u2019Agata, personaggio viscido, furbo e irresistibilmente umano, in cui seppe coniugare misura comica e ambiguit\u00e0 morale. Per quella prova ricevette nel 1992 il Nastro d\u2019Argento come miglior attore non protagonista. Fu un riconoscimento simbolico: il suggello di una carriera in cui la comicit\u00e0 non era evasione ma intelligenza, una forma altra della verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Chi lo ha conosciuto racconta di un uomo riservato, ironico, colto, dotato di una curiosit\u00e0 inesauribile. Non amava le interviste n\u00e9 le etichette, e parlava del mestiere d\u2019attore come di un \u201cartigianato dell\u2019anima\u201d. Diceva che recitare \u00e8 \u201cfare luce su ci\u00f2 che non si vede\u201d, frase che oggi suona come il manifesto della sua vita artistica. Bonacelli non recitava per apparire, ma per scavare. Ogni personaggio diventava una soglia, un varco tra il visibile e l\u2019invisibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel suo percorso si riflette la storia stessa del cinema italiano del secondo Novecento: dal realismo di Pasolini e Rosi, all\u2019alienazione moderna di Antonioni, fino alla leggerezza visionaria di Benigni. Ma anche nella televisione seppe mantenere uno stile inconfondibile, fatto di misura e precisione. Non cercava mai la popolarit\u00e0, e forse per questo la sua immagine \u00e8 rimasta limpida, priva di sovraesposizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Riguardare oggi le sue interpretazioni significa riascoltare una voce che non recitava solo battute, ma pensieri. Bonacelli apparteneva a quella categoria di attori che portano in scena l\u2019interiorit\u00e0 del testo. Dietro il personaggio, lo spettatore intuiva sempre una coscienza vigile, un lavor\u00eco intellettuale che trasformava ogni gesto in segno. Era, per usare le parole di Roland Barthes, \u201cun corpo che pensa\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei film di Cavani e Antonioni incarn\u00f2 la frattura dell\u2019uomo moderno, diviso tra desiderio e colpa; in Pasolini, la crudelt\u00e0 come forma estrema di conoscenza; in Benigni, la leggerezza come resistenza al disincanto. Sempre, dietro ogni ruolo, emergeva la stessa domanda: come rappresentare la verit\u00e0 dell\u2019uomo attraverso il gioco della finzione? Forse fu questa la sua ossessione artistica, la ricerca che unisce tutti i suoi personaggi, dal pi\u00f9 oscuro al pi\u00f9 ironico.<\/p>\n\n\n\n<p>La morte di Bonacelli \u00e8 anche un invito a riflettere sul destino dell\u2019attore in un tempo che sembra aver smarrito il senso del mestiere. Oggi, nell\u2019epoca dell\u2019immagine rapida e del consumo seriale, il suo modo di intendere la recitazione appare quasi anacronistico: preparazione, disciplina, capacit\u00e0 di sottrarsi, di ascoltare. Ma \u00e8 proprio in questa fedelt\u00e0 al lavoro che risiede la sua attualit\u00e0. Bonacelli non ha mai cercato di \u201cfarsi notare\u201d: ha preferito farsi attraversare dai ruoli, lasciando che fossero loro a parlare.<\/p>\n\n\n\n<p>Rivederlo oggi, in Sal\u00f2, in Fuga di mezzanotte o in Johnny Stecchino, significa ritrovare una forma di presenza che il cinema contemporaneo raramente offre: quella dell\u2019attore come testimone. Testimone del proprio tempo, della propria fragilit\u00e0, del rapporto tra potere e libert\u00e0. La sua recitazione, anche nei ruoli minori, era un atto di resistenza contro l\u2019oblio, un modo per dire che l\u2019arte, se \u00e8 sincera, non consola ma svela.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Nastro d\u2019Argento ricevuto nel 1992 per il film di Benigni assume oggi un valore simbolico. Non solo come riconoscimento, ma come metafora di un legame: un \u201cnastro d\u2019argento\u201d che unisce passato e presente, sorriso e malinconia. In quell\u2019avvocato D\u2019Agata, tra il grottesco e il poetico, Bonacelli trov\u00f2 forse la sintesi di tutto il suo percorso: la consapevolezza che la vita \u00e8 una commedia tragica, dove il confine tra serio e ridicolo \u00e8 sottilissimo.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la sua scomparsa, il cinema italiano perde una voce appartata ma necessaria. Bonacelli rappresentava una tradizione di attori che non si limitano a interpretare, ma pensano il proprio lavoro come una forma di conoscenza. Era, come amava dire, \u201cun artigiano del mistero\u201d, e in questo mistero continuano a vivere i suoi personaggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse \u00e8 per questo che la citazione di Dylan Thomas, posta in apertura, suona come un epitaffio naturale. Paolo Bonacelli non \u00e8 mai andato docile in quella buona notte. Ha infuriato, artisticamente, contro il morire della luce \u2014 contro la banalit\u00e0, contro l\u2019oblio, contro la resa. E quella luce, la luce del cinema, continuer\u00e0 a proiettare il suo volto ogni volta che qualcuno accender\u00e0 uno schermo per rivederlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 un attore, quando \u00e8 vero, non muore: si trasforma in memoria.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Carlo Di Stanislao Da Pasolini a Benigni, un viaggio tra potere, ironia e verit\u00e0. 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