{"id":84766,"date":"2026-01-16T22:52:28","date_gmt":"2026-01-16T22:52:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=84766"},"modified":"2026-01-16T22:52:43","modified_gmt":"2026-01-16T22:52:43","slug":"enzo-bettiza-tra-confini-giornalismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=84766","title":{"rendered":"Enzo Bettiza. Tra confini\u00a0 giornalismo.\u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Uno scrittore che raccont\u00f2 il Novecento\u00a0<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Pierfranco Bruni<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1000165972.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"768\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1000165972-1024x768.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-84767\" style=\"width:266px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1000165972-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1000165972-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1000165972-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1000165972-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1000165972-2048x1536.jpg 2048w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1000165972-150x113.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>La parole e l\u2019esilio. La costante inquietudine che si traduce in scrittura per raccontare un vissuto. Il vissuto degli uomini, dei popoli e delle civilt\u00e0 in questo vissuto si resta persona perch\u00e9 la nostalgia \u00e8 un raccapricciante gesto di memoria che scava inevitabilmente nella storia. Lo scavato della storia esce dal palcoscenico della cronaca per farsi memoria. Infinita e indefinibile. Come sono gli anni. Come \u00e8 lo stesso tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Enzo Bettiza \u00e8 stato uno scrittore che ben ha saputo legare le lingue, essendo nato a Spalato, con le identit\u00e0 che sono diventate vere e proprie appartenenze. Uomo di confine e non solo di un vissuto in cui l\u2019esilio \u00e8 stata una realt\u00e0 e una testimonianza metaforica. Un incastro estremo che ha raccolto le voci dei profughi e delle diaspore tra cultura ed esistenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Sempre con i linguaggi Bettiza ha dato senso al suo viaggio. Amico di lungo corso nelle nostre dialettiche letterarie tra gli scrittori di frontiera: da Svevo a Michelstadter. Un sottile conoscitore proprio degli scrittori della diaspora nel cuore della Dalmazia.<\/p>\n\n\n\n<p>Un vocabolario elegante nel quale si leggono radici e luoghi, terre e mari, biografia e sguardo attento alle rappresentazioni del quotidiano. Parte appunto dalla sua biografia per raccontare. Giornalista, politico, \u00e8 stato parlamentare, saggista. I suoi libri narrati, per\u00f2, restano una pietra angolare nell\u2019interminabile viaggio delle rese e delle conquiste. La famiglia e la tradizione restano centro e labirinto.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec ebbe a dire: \u201cLa mia famiglia faceva parte della aristocrazia mercantile gi\u00e0 dai tempi di Venezia. Ma il padre del mio bisnonno sfrutt\u00f2 le grandi opportunit\u00e0 del periodo napoleonico, quando il duca di Ragusa promosse l\u2019industrializzazione della zona. Ho ancora gli appunti di mio padre, un po\u2019 joyciani dal punto di vista stilistico, tra italiano, dialetto veneto e altre lingue, e le memorie in serbo-croato del fratello di mia mamma, che fu un celebrato cantante d\u2019opera. La prima lingua \u00e8 stata il serbo-croato di mia mamma. Ma all\u2019et\u00e0 di cinque, sei anni \u00e8 intervenuto il pap\u00e0, che pure parlava benissimo il serbo croato, col suo dialetto veneto. A 11 anni ero gi\u00e0 a Zara, per il ginnasio italiano. Insomma, nasco quasi trilingue, perch\u00e9 non bisogna dimenticare il tedesco. Per me era normale vivere cos\u00ec. Solo quando sono diventato un esule ho capito che ero cresciuto in un posto molto complicato, e mi sono reso conto che era un ginepraio. Per me l\u2019infanzia e l\u2019adolescenza in Dalmazia furono un\u2019epoca d\u2019oro. Vivevo in una famiglia agiata, e in un ambiente naturale bellissimo. Un paradiso perduto. Potevo diventare cittadino italiano, jugoslavo o austriaco. L\u2019esilio ha fatto di me un europeo convinto\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Uno spaccato importante che fa comprendere anche il sistema di vita nel quale si \u00e8 formato. Culturalmente di formazione mitteleuropea ha saputo confrontarsi con il mondo vasto del Novecento ben radicato nell\u2019Ottocento, ma nella sua testimonianza si contrappone con chi ha considerato il Novecento un secolo breve. Ha perfettamente ragione. Il Novecento \u00e8 stato non un solo lungo, ma lunghissimo sottoline\u00f2 pi\u00f9 volte Bettiza.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec scrisse: \u201cIl Novecento, definito da Hobsbawn \u00absecolo breve\u00bb, si sta invece rivelando lungo, lunghissimo. Stermini, esodi, carestie, guerre regionali infinite, malattie e miracoli inauditi: non si pu\u00f2 costringerlo nella camicia di forza della brevit\u00e0, facendolo coincidere quasi al millimetro con la durata del comunismo reale. Il secolo passato si \u00e8 innestato su quello attuale, senza soluzioni di continuit\u00e0. Ecco perch\u00e9 il nichilismo dolce e pigro di questi anni zero del XXI secolo non pu\u00f2 esprimerlo, se non stancamente\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo alle grandi considerazioni di La fine del Novecento, del 2009. Non ha mai temuto critiche ed \u00e8 stato sempre puntuale alla sua coerenza: \u201cLa letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda&#8230; Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l&#8217;idea stessa del male.\u201d Parte forte di una cultura pesante Bettiza ha guardato in quel destino dei personaggi e delle civilt\u00e0 che \u00e8 stato alla base di una visione, appunto, di rivelazioni (o di svelamento).<\/p>\n\n\n\n<p>La sua impostazione letteraria ha condotto Enzo ad approfondire le letterature considerandole come antropologie delle civilt\u00e0. Mi sembra molto pertinente questa affermazione: \u201cIl ripudio di tutto ci\u00f2 che sa di monocultura, di etnocentrismo sciovinistico, \u00e8 stato in me, oltrech\u00e9 costante, anche precoce e spontaneo. Fin dalla prima et\u00e0 della ragione io avevo istintivamente detestato qualsiasi forma e manifestazione di nevrosi nazionalistica. Avevo sempre resistito, proprio perch\u00e9 circondato dai loro canti seduttivi, alle varie sirene fomentatrici di odio e di fanatismo razzistico. Da solo, senza leggere Grillparzer, avevo intuito che c&#8217;era un nesso fatale e losco fra nazionalit\u00e0 e bestialit\u00e0. La mia fluida psicologia di confine, il mio carattere attirato dall&#8217;ubiquit\u00e0, il mio stesso bilinguismo, mentale nonch\u00e9 orale, mi avevano fin da bambino predisposto all&#8217;assorbimento naturale di influenze diverse e contrastanti\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Uomo e scrittore completamente del (e nel) Novecento ha studiato con molta attenzione i comunismi e la loro disfatta. I muri e i contromuri. Sapeva leggere con una peculiarit\u00e0 percettiva i fenomeni politici e storici. Sono nati libri come &nbsp;I fantasmi di Mosca, (1993), La primavera di Praga. 1968: la rivoluzione dimenticata (2008).<\/p>\n\n\n\n<p>Saggista e giornalista, narratore.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo scrittore scava il narrante nel gioco di un linguaggio che non smette mai di diventare rivelazione. Il fantasma di Trieste, &nbsp;(1958) \u00e8 un romanzo che si apre a delle innovazioni linguistiche, come anche il romanzo del 2013 dal titolo La distrazione. Il tema dell\u2019esilio \u00e8 praticamente un sottotitolo che permea tutta la sua scrittura, ma scrive un romanzo dal titolo Esilio pubblicato nel 1996. Ecco l\u2019esilio: \u201cL&#8217;esilio prolungato nello spazio e nel tempo, esilio senza ritorno, aggravato dal vagabondaggio dispersivo in altri mondi, possiede una rara quanto perforante facolt\u00e0 distruttiva: lentamente carbonizza tutto ci\u00f2 che siamo stati altrove, recide i vincoli di sangue, spegne i ricordi, fa impercettibilmente tabula rasa del passato\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Accanto a tale problematica insiste la questione dello scrittore di frontiera al quale Bettiza resta molto legato per \u201cspiegare\u201d anche la visione del confine e dell\u2019oltre. Cos\u00ec, infatti, sottolineer\u00e0: \u201cLa caccia alla totalit\u00e0, nella letteratura cui apparteniamo, porta necessariamente all&#8217; incompiutezza. A differenza dello scrittore italiano, quello di frontiera \u00e8 adatto a travalicare i confini e rompere le chiusure, favorendo il travaso di un secolo, il Novecento, solo apparentemente concluso. Le cinquecento pagine del mio Fantasma di Trieste, le duemilasette dei Fantasmi di Mosca sono la testimonianza di questa mia ricerca della totalit\u00e0. Non per titanismo o superomismo, sia ben chiaro. Ma perch\u00e9 altrimenti, secondo me, non si possono pi\u00f9 scrivere romanzi seri e credibili. Devono confluirvi vari elementi e generi contrastanti, come la narrazione, la filosofia politica, anche certe forme di giornalismo: nel tentativo di ricreare, dopo l&#8217;antiromanzo, il post-romanzo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Uno scrittore in cui la metafisica dell\u2019oltre diventa la metafisica costante della ricerca, del viaggio e dell\u2019esilio. Era nato a Spalato il 7 giugno del 1927. &nbsp;E\u2019 morto a Roma il 28 luglio del 2017.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uno scrittore che raccont\u00f2 il Novecento\u00a0 Pierfranco Bruni La parole e l\u2019esilio. 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