{"id":91062,"date":"2026-05-30T12:53:59","date_gmt":"2026-05-30T12:53:59","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=91062"},"modified":"2026-05-30T12:53:59","modified_gmt":"2026-05-30T12:53:59","slug":"edgar-morin-dallantropologia-alla-filosofia-dellesistenza-un-mosaico-in-cui-le-etnie-le-civilta-le-identita-le-appartenenze-costituiscono-il-viaggio-fondamentale-dei-popoli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=91062","title":{"rendered":"Edgar Morin. Dall\u2019antropologia alla filosofia dell\u2019esistenza. Un mosaico in cui le etnie, le civilt\u00e0, le identit\u00e0, le appartenenze costituiscono il viaggio fondamentale dei popoli\u00a0"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/1000260163.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"768\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/1000260163-1024x768.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-91063\" style=\"width:396px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/1000260163-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/1000260163-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/1000260163-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/1000260163-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/1000260163-2048x1536.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>Pierfranco Bruni\u00a0<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Era nato a Parigi il giorno 8 luglio del&nbsp; 1921. Scomparso il 29 maggio scorso (2026).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum, \u00e8 uno dei maggiori studiosi che ha intrecciato antropologia filosofia e sociologia con uno sguardo attento alla storia e alla contemporaneit\u00e0. Ovvero una cultura comparata tra tradizione e modelli etno-ermeneutici. C&#8217;\u00e8 da dire subito che quando si apre un suo libro non si comincia a leggere. Si comincia a camminare tra i linguaggi. Ovvero soprattutto tra i campi della Bretagna e le foreste africane, tra i laboratori della biologia e le piazze delle rivoluzioni, tra i miti di Omero e le crisi del nucleare. Morin non costruisce sistemi chiusi. Apre sentieri. La sua opera \u00e8 una traversata lunga una vita, dall\u2019antropologia che osserva gli uomini sul campo alla filosofia che interroga l\u2019uomo sul destino. L\u2019intuizione che lo muove, fin dall\u2019inizio, \u00e8 semplice e rivoluzionaria. L\u2019essere umano non si capisce a pezzi. Non si capisce separando il corpo dalla mente, l\u2019individuo dalla societ\u00e0, la ragione dalla follia, la scienza dal mito. Si capisce e si comprende solo collegando. Questa \u00e8 la radice del suo \u201cpensiero complesso\u201d. Una radice che affonda nella terra dell\u2019antropologia e poi sale, ramo dopo ramo, fino alla filosofia dell\u2019esistenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Morin comincia da vicino. Da Plod\u00e9met, un villaggio bretone che negli anni Sessanta sta cambiando pelle. In \u00abCommune en France. La m\u00e9tamorphose de Plod\u00e9met\u00bb lui non fa il sociologo distaccato. Fa il cronista di una metamorfosi. Guarda i contadini che smettono di esserlo, i giovani che partono per la citt\u00e0, le chiese che si svuotano, le case che cambiano funzione. Perch\u00e9 ogni etnia, ogni comunit\u00e0 piccola, \u00e8 un laboratorio dove l\u2019umanit\u00e0 intera sperimenta se stessa. Una antropologia applicata si direbbe. L\u2019etnia non \u00e8 una teca di museo. Non \u00e8 folklore da cartolina. \u00c8 un processo vivente. \u00c8 il luogo dove l\u2019identit\u00e0 si negozia ogni giorno tra memoria e cambiamento. Morin scrive che \u201cl\u2019etnia non \u00e8 museo. \u00c8 processo vivente dove identit\u00e0 e cambiamento si combattono e si abbracciano\u201d ( cos\u00ec in \u00abJournal de Californi\u00bb, 1970). E questo lo impara anche nei suoi viaggi in Africa, quando studia le popolazioni locali e scopre che anche l\u00ec, sotto cieli diversi, si ripete lo stesso dramma: come restare se stessi senza irrigidirsi, come cambiare senza dissolversi.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questa esperienza nasce la sua diffidenza verso ogni idea di purezza culturale. Le etnie, le civilt\u00e0, i popoli non nascono puri. Nascono meticci. La Bretagna ha i Celti, i Romani, i Francesi. L\u2019Africa ha le rotte dei mercanti arabi, dei missionari europei, dei commerci interni. Non esistono culture vergini. Esistono culture che hanno saputo tradurre l\u2019altro e farsi tradurre. Allora. Da Plod\u00e9met Morin alza lo sguardo. E la domanda diventa pi\u00f9 grande: che cos\u2019\u00e8 una civilt\u00e0? La risposta che d\u00e0 ne \u00abLa M\u00e9thode\u00bb, nei sei volumi scritti tra il 1977 e il 2004, spazza via ogni immagine di civilt\u00e0-fortezza, civilt\u00e0-muro, civilt\u00e0-identit\u00e0-chiusa. Le civilt\u00e0, dice Morin, sono sistemi aperti. Vivono se respirano. Respirano scambi, traduzioni, prestiti.<\/p>\n\n\n\n<p>La Grecia non sarebbe Grecia senza l\u2019Egitto e la Mesopotamia. L\u2019Islam medievale non avrebbe avuto i suoi scienziati senza Aristotele tradotto. L\u2019Europa moderna non esisterebbe senza la carta cinese, la bussola araba, l\u2019argento americano. Ogni civilt\u00e0 che si crede autosufficiente comincia a morire. Muore quando smette di ascoltare. Li afferma con una frase che suona come un monito: \u201cUna civilt\u00e0 muore quando smette di tradurre l\u2019altro nella propria lingua e se stessa nella lingua dell\u2019altro\u201d (cfr. \u00abLa Voie. Per l\u2019avvenire dell\u2019umanit\u00e0\u00bb, 2011). Tradurre dunque non significa solo passare da una lingua all\u2019altra. Significa soprattutto accogliere l\u2019esperienza dell\u2019altro dentro il proprio modo di pensare il mondo. Significa tra l&#8217;altro riconoscere che il mio \u201cnoi\u201d \u00e8 pi\u00f9 grande se include anche il tuo \u201cvoi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>E qui l\u2019antropologo diventa filosofo. Perch\u00e9 capisce che le civilt\u00e0 non avanzano come treni su binari. Avanzano come barche sul mare. A volte con vento favorevole, a volte contro. Tra ragione e follia, tra ordine e disordine. L\u2019uomo, sostiene Morin in \u00abL\u2019uomo e la morte\u00bb, \u00e8 \u201chomo sapiens demens\u201d. Sapiente e folle insieme. Ed \u00e8 questa tensione che fa muovere le civilt\u00e0. Se c\u2019\u00e8 solo ragione, la civilt\u00e0 si irrigidisce. Se c\u2019\u00e8 solo follia, si dissolve. La vita sta nel dialogo tra le due. Il cuore del pensiero di Morin batte sul tema dell\u2019identit\u00e0. Un tema che oggi infiamma le piazze e i social, ma che lui tratta con una calma ostinata. Contro chi riduce l\u2019identit\u00e0 a carta d\u2019identit\u00e0, a solo passaporto, Morin propone l\u2019idea di \u201cidentit\u00e0 complessa\u201d. Un\u2019identit\u00e0 che non \u00e8 una, ma plurale. Non \u00e8 data una volta per tutte, ma si tesse ogni giorno.<\/p>\n\n\n\n<p>In \u00abTerra-Patria\u00bb, scritto con Anne Brigitte Kern nel 1993, Morin dice una cosa che sembra semplice e invece \u00e8 radicale: siamo locali e planetari insieme. Siamo figli di una strada, di un dialetto, di una cucina di famiglia. E siamo, nello stesso tempo, abitanti di un unico pianeta che condivide aria, acqua, destino. Sottoscrive una affermazione importante: \u201cSono bretone, sono francese, sono europeo, sono terrestre. Queste appartenenze non si escludono. Si compongono\u201d ( in :La T\u00eate bien faite\u00bb, 1999]. Questa composizione \u00e8 la grande arte dell\u2019uomo. L\u2019arte di tenere insieme cerchi diversi senza farli a pezzi. Il cerchio dell\u2019io, con la sua biografia irripetibile. Il cerchio del noi, con la lingua, la storia, la memoria condivisa. E il cerchio pi\u00f9 grande, la Terra-Patria, con la consapevolezza che di fronte all\u2019ecologia distrutta, alle guerre nucleari, alle migrazioni di massa, non ci sono pi\u00f9 \u201cloro\u201d e \u201cnoi\u201d. C\u2019\u00e8 solo una comunit\u00e0 di destino. Una visione certamente straordinaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Morin critica con uguale forza due derive. La deriva nazionalista, che chiude il cerchio del \u201cnoi\u201d e butta fuori tutti gli altri. E la deriva globalista omologante, che cancella tutti i cerchi piccoli per lasciare solo un cerchio grande, liscio, senza rughe, senza dialetti, senza sapori. La sua proposta \u00e8 un\u2019altra: \u201cradici mobili\u201d. Avere radici profonde, s\u00ec. Perch\u00e9 senza radici si \u00e8 foglie al vento. Ma radici che non imprigionano. Radici che permettono di viaggiare, di incontrare, di tornare arricchiti. Come un albero che affonda nel terreno e stende i rami verso il cielo. Il passaggio pi\u00f9 profondo Morin lo compie quando smette di parlare di cultura come \u201cinsieme di usi e costumi\u201d e comincia a parlare di cultura come esistenza. \u00c8 il salto che compie in \u00abL\u2019uomo e la morte\u00bb, gi\u00e0 citato, del 1970 e che matura in \u00abIl Metodo 5: L\u2019umanit\u00e0 dell\u2019umanit\u00e0\u00bb del 2001.<\/p>\n\n\n\n<p>Per Morin la cultura non \u00e8 un vestito che l\u2019uomo si mette sopra la natura. \u00c8 la condizione stessa dell\u2019essere umano. Senza cultura l\u2019uomo biologico muore. Muore di senso, prima ancora che di fame. La cultura \u00e8 il velo sottile che l\u2019uomo stende tra s\u00e9 e il caos, tra s\u00e9 e la morte. \u00c8 il modo in cui l\u2019uomo resiste al tempo. Entra infatti in una dimensione filosofica.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa cultura-esistenza ha quattro dimensioni intrecciate. La dimensione simbolica: l\u2019uomo vive di miti, di riti, di nomi. Non sopporta il mondo muto. Deve dargli un nome, una storia, un senso. La dimensione affettiva: l\u2019uomo non \u00e8 cervello che calcola. \u00c8 cuore che ama, che piange, che spera. Una razionalit\u00e0 senza affetto \u00e8 un cadavere. La dimensione poetica: l\u2019uomo ha bisogno di eccesso, di festa, di bellezza inutile. La poesia non \u00e8 un lusso per i tempi di pace. \u00c8 il pane quotidiano dell\u2019umanit\u00e0. E la dimensione etica: solo l\u2019uomo si chiede \u201cdevo\u201d. Solo l\u2019uomo sente il peso della responsabilit\u00e0 verso l\u2019altro e verso le generazioni che verranno. \u201cVivere \u00e8 resistere alla morte attraverso la cultura. La cultura \u00e8 la nostra antropodicea: la giustificazione dell\u2019umano nell\u2019umano\u201d (cfr. ancora \u00abL\u2019uomo e la morte\u00bb, 1970). Con questa parola difficile, antropodicea, Morin dice una cosa chiarissima: noi giustifichiamo la nostra presenza al mondo creando cultura. Creando legami, opere, memorie. \u00c8 questo che ci rende umani e non solo animali intelligenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutta questa riflessione Morin la raccoglie in quella che \u00e8 la sua opera-mare, \u00abLa M\u00e9thode\u00bb. Sei volumi che non sono un trattato chiuso, ma una via aperta. Metodo, per Morin, non significa ricetta. Significa strada, viaggio, cammino. \u201cLa conoscenza \u00e8 navigazione in un oceano di incertezze, attraverso arcipelaghi di certezze\u201d (\u00abI sette saperi necessari all\u2019educazione del futuro\u00bb, 1999). Emerge cos\u00ec che i tre principi che reggono questa navigazione sono la dialogica, l\u2019ologrammatica, la ricorsivit\u00e0. La dialogica dice che nel mondo vivono insieme coppie che la logica classica vorrebbe separate: ordine e disordine, vita e morte, individuo e societ\u00e0. Non si tratta di scegliere una parte e uccidere l\u2019altra. Si tratta di tenerle insieme, in tensione creativa.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ologrammatica dice che la parte \u00e8 nel tutto e il tutto \u00e8 nella parte. Come in un ologramma: ogni frammento contiene l\u2019immagine intera. Cos\u00ec ogni individuo porta dentro di s\u00e9 la societ\u00e0 intera, con le sue leggi, le sue lingue, le sue contraddizioni. E ogni societ\u00e0 vive solo attraverso gli individui che la abitano. La ricorsivit\u00e0 dice che causa ed effetto si scambiano continuamente. L\u2019uomo produce la cultura, ma \u00e8 la cultura che produce l\u2019uomo. Non c\u2019\u00e8 un inizio assoluto. C\u2019\u00e8 un circuito, una spirale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIl pensiero complesso non \u00e8 pensiero completo. \u00c8 pensiero che accetta l\u2019incompletezza e la trasforma in ricerca\u201d (\u00abIntroduzione al pensiero complesso\u00bb, 1990). Questa frase \u00e8 la carta d\u2019identit\u00e0 di Morin. Contro ogni dogmatismo, contro ogni verit\u00e0 finale, lui propone un pensiero umile e ostinato. Un pensiero che sa di non sapere tutto, ma che non smette di cercare. In altri libri di stagioni pi\u00f9 vicine, \u00abLa Voie\u00bb del 2011 e \u00abCambiamento di rotta\u00bb del 2013, Morin guarda con attenzione al nostro tempo. Vede la crisi ecologica che minaccia la Terra, vede le democrazie che si svuotano, vede le identit\u00e0 che si chiudono in paura. E non offre soluzioni tecniche. Propone una scommessa.<\/p>\n\n\n\n<p>La scommessa \u00e8 che l\u2019umanit\u00e0 pu\u00f2 salvarsi solo se si riconosce come \u201ccomunit\u00e0 di destino\u201d. Non perch\u00e9 siamo tutti uguali. Siamo diversissimi. Ma perch\u00e9 condividiamo la stessa barca. E se la barca affonda, affondiamo tutti. Ricchi e poveri, bianchi e neri, credenti e atei. \u201cL\u2019umanit\u00e0 non \u00e8 data. \u00c8 compito. \u00c8 ci\u00f2 che dobbiamo diventare\u201d (in \u00abLa Voie:, 2011). Questa \u00e8 una&nbsp; lezione forte di Morin. L\u2019umanit\u00e0 non \u00e8 un titolo che ci \u00e8 stato consegnato alla nascita. \u00c8 un lavoro da fare ogni giorno. Un lavoro di comprensione, di solidariet\u00e0, di cura della Terra. Da Plod\u00e9met alla Terra-Patria, il percorso di Morin \u00e8 questo: partire dal particolare per arrivare all\u2019universale, senza cancellare il particolare. Partire dall\u2019etnia per arrivare all\u2019umanit\u00e0, senza dissolvere l\u2019etnia. Partire dall\u2019antropologia sul campo per arrivare alla filosofia dell\u2019esistenza, senza dimenticare il campo.<\/p>\n\n\n\n<p>E la cultura? Alla fine del viaggio, Morin ci dice che la cultura non \u00e8 un settore, non \u00e8 un \u201cministero dei beni culturali\u201d. La cultura \u00e8 l\u2019esistenza stessa dell\u2019uomo che resiste al tempo. \u00c8 il modo in cui la polvere di stelle di cui siamo fatti, come scrive lui stesso, \u201cha imparato a pensare\u201d (\u00abIl Metodo 5\u00bb, 2001). Ed \u00e8 la nostra gloria, ma anche la nostra responsabilit\u00e0 immensa. Un piano di lavoro che diventa strategia. In fondo \u00e8 la grande e vera capacit\u00e0 ermeneutica di uno studioso che \u00e8 riuscito a innovare le antropologie inserendole in un mosaico dove i tasselli costruiscono un puzzle in cui l\u2019umano \u00e8 l&#8217;esistenziale e l\u2019esistenza costituisce non un viaggio rettilineo. Bens\u00ec un labirinto nel quale non bisogna dimenticare nulla.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pierfranco Bruni\u00a0 Era nato a Parigi il giorno 8 luglio del&nbsp; 1921. 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