{"id":91391,"date":"2026-06-09T20:35:28","date_gmt":"2026-06-09T20:35:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=91391"},"modified":"2026-06-09T20:35:29","modified_gmt":"2026-06-09T20:35:29","slug":"alain-delon-la-bellezza-il-mito-e-lo-specchio-a-due-anni-dalla-scomparsa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=91391","title":{"rendered":"Alain Delon. La bellezza il mito e lo specchio. A due anni dalla scomparsa\u00a0"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/descarga-3-1.jpeg\"><img decoding=\"async\" width=\"290\" height=\"174\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/descarga-3-1.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-91392\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>di Pierfranco Bruni<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>La vita \u00e8 una recita. Pu\u00f2 essere una maschera e pu\u00f2 essere uno specchio. La recita! Ci sono attori che recitano. E ci sono attori che accadono. Alain Delon \u00e8 accaduto. \u00c8 accaduto al cinema come il lampo accade alla notte: non la illumina, la rivela. A due anni dalla sua scomparsa, il 18 agosto 2024, il suo volto continua a essere un\u2019ossessione franco &#8211; mediterranea. Perch\u00e9 Delon non \u00e8 stato un divo. \u00c8 stato un mito. E il mito, come sapeva Pavese, \u00ab\u00e8 un vivaio di simboli cui appartiene una particolare sostanza di significati che null\u2019altro potrebbe rendere\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Delon \u00e8 quel vivaio. Zigomo come scogliera, occhio di ghiaccio e di brace, silenzio che pesa pi\u00f9 del dialogo. In lui il cinema ha trovato la sua contraddizione perfetta: la bellezza che non salva, lo stile che non redime, il personaggio che non si riconcilia. \u00c8 l\u2019angelo caduto di Visconti, il samurai di Melville, il malinconico di Losey. Ma soprattutto \u00e8 l\u2019uomo che ha fatto della malinconia una forma d\u2019arte, e dell\u2019arte una forma di congedo.<\/p>\n\n\n\n<p>Alain Delon nasce due volte. La prima l\u20198 novembre 1935 a Sceaux, figlio di una rottura: padre e madre separati, collegio, guerra, Indocina. La seconda nel 1957, quando Yves All\u00e9gret lo mette davanti a una macchina da presa in \u00abQuand la femme s\u2019en m\u00eale\u00bb. Da quel momento Delon non interpreta personaggi: li abita fino a consumarli. Rocco Parondi, Tom Ripley, Jef Costello, Tancredi Falconeri, Klein. Non sono ruoli. Sono stazioni di una via crucis laica.<\/p>\n\n\n\n<p>Il personaggio-Delon \u00e8 sempre un orfano. Orfano di padre, di patria, di morale. E proprio perch\u00e9 orfano, si fa legge. Non la legge dello Stato, ma quella del codice. Il codice del samurai, il codice del gangster, il codice dell\u2019aristocratico che sa di morire. In \u00abLe Samoura\u00ef\u00bb del 1967, Jean-Pierre Melville gli cuce addosso il silenzio. Jef Costello non parla perch\u00e9 ha gi\u00e0 detto tutto con il modo in cui indossa l\u2019impermeabile, in cui allinea gli uccelli in gabbia, in cui muore senza una smorfia. \u00c8 il cinema che torna alla sua radice antropologica: il rito. Delon \u00e8 sacerdote di un rito che celebra la solitudine come unica etica possibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure, l\u2019orfano-Delon \u00e8 anche figlio. Figlio del Mediterraneo. Il suo vero padre non \u00e8 Fabien Delon, \u00e8 la luce. Quella luce che a Sceaux non c\u2019\u00e8 e che lui va a cercare a Roma, a Saint-Tropez, a Douchy. \u00c8 luce caravaggesca: taglia, scolpisce, condanna. Per questo Rocco in \u00abRocco e i suoi fratelli\u00bb del 1960 \u00e8 credibile solo con quel viso. Visconti lo capisce: la bellezza di Delon non \u00e8 decorativa, \u00e8 tragica. \u00c8 la bellezza che si fa espiazione. Rocco salva gli altri e perde s\u00e9. \u00c8 il Cristo laico del meridione trapiantato a Milano. \u00c8 gi\u00e0 tutto Delon: la grazia e la colpa nello stesso fotogramma.<\/p>\n\n\n\n<p>La bellezza di Alain Delon ha destabilizzato il Novecento perch\u00e9 non era rassicurante. Non era la bellezza di Tyrone Power o di Tab Hunter. Era bellezza greca, ma dopo la caduta degli d\u00e8i. Naso dritto, labbra sottili, sguardo che non chiede permesso. Una bellezza che non promette felicit\u00e0, promette destino. Roland Barthes avrebbe detto che Delon \u00e8 \u00abun senso ovvio che nasconde un senso ottuso\u00bb. Il senso ovvio \u00e8 il sex symbol, il pi\u00f9 bello del mondo, l\u2019uomo che Romy Schneider non dimenticher\u00e0 mai. Il senso ottuso \u00e8 la ferita. Perch\u00e9 quel volto \u00e8 sempre sul punto di rompersi. In \u00abLa piscina\u00bb del 1969, Jacques Deray lo immerge nell\u2019acqua e nel sole di Ramatuelle per farlo annegare nell\u2019erotismo e nella colpa. Delon \u00e8 Jean-Paul, ma \u00e8 anche il doppio di Maurice Ronet, \u00e8 anche l\u2019amante di Romy, \u00e8 anche il fantasma di s\u00e9. La bellezza, qui, diventa arma. Uccide. E nel farlo, si autocondanna.<\/p>\n\n\n\n<p>Il cinema ha provato a imbrigliarla, quella bellezza. L\u2019ha vestita da principe in \u00abIl Gattopardo\u00bb del 1963. Tancredi Falconeri \u00e8 l\u2019Italia che cambia, il trasformismo che sorride. \u00abSe vogliamo che tutto rimanga come \u00e8, bisogna che tutto cambi\u00bb. Basterebbe quella battuta a spiegare Delon: \u00e8 il cambiamento che ha il volto dell\u2019eterno. Visconti lo gira come si gira una statua: profili, controluce, guanti bianchi. Ma la statua sanguina. Perch\u00e9 Delon non \u00e8 marmo. \u00c8 carne che sa di morire. E la sua bellezza \u00e8 sempre un memento mori.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo stile di Alain Delon non \u00e8 moda. \u00c8 metafisica. Il trench di \u00abLe Samoura\u00ef\u00bb, il doppiopetto di \u00abBorsalino\u00bb, il dolcevita nero di \u00abLa piscina\u00bb, la divisa da aviatore di \u00abL\u2019aereo pi\u00f9 pazzo del mondo\u00bb. Non sono costumi. Sono armature. Delon ha insegnato al cinema che l\u2019eleganza \u00e8 una forma di distanza. Si \u00e8 vestiti non per piacere, ma per non essere toccati.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Jean-Pierre Melville diceva: \u00abDelon porta il cappello come se fosse un elmo\u00bb. \u00c8 esatto. Perch\u00e9 il suo stile \u00e8 militare. Nasce in Indocina, tra i par\u00e0, nell\u2019adolescenza che puzza di guerra e di addio. Da l\u00ec viene il rigore, il culto del dettaglio, l\u2019ossessione per la simmetria. Jef Costello che mette i guanti prima di uccidere non \u00e8 feticismo: \u00e8 liturgia. \u00c8 l\u2019uomo che sa che la morte \u00e8 un mestiere e il mestiere vuole divisa. Ma lo stile-Delon \u00e8 anche disperazione. \u00c8 l\u2019eleganza di chi sa che finir\u00e0 male. In \u00abMonsieur Klein\u00bb del 1976, Losey lo spoglia lentamente. Il mercante d\u2019arte che vive del dolore degli altri scopre di essere lui stesso ebreo, lui stesso preda. Il cappotto, il cappello, i guanti cadono. Resta il nudo. E il nudo di Delon \u00e8 insostenibile, perch\u00e9 \u00e8 il nudo di un classico che ha perso l\u2019Olimpo. Lo stile, allora, non salva. Testimonia. \u00c8 l\u2019ultima dignit\u00e0 prima della deportazione, l\u2019ultimo gesto prima del buio.<\/p>\n\n\n\n<p>La filmografia di Delon \u00e8 un\u2019autobiografia che rifiuta di chiamarsi tale. Eppure, ogni titolo \u00e8 una confessione. \u00abL\u2019insoumis\u00bb del 1964: \u00e8 lui, l\u2019insottomesso, il legionario che torna dall\u2019Algeria con la morte addosso. \u00abLa Tulipe noire\u00bb&nbsp; del 1964: \u00e8 lui, il doppio, il mascherato, il giustiziere che si sdoppia perch\u00e9 uno non basta a contenere la contraddizione. \u00abNotre histoire\u00bb del 1984: \u00e8 lui, l\u2019uomo che incontra una donna in treno e le racconta la vita come se fosse un film, perch\u00e9 la vita vera \u00e8 insopportabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Delon ha attraversato la Nouvelle Vague senza appartenervi, il cinema politico senza sposarlo, il cinema commerciale senza svenderlo. Ha detto no a Visconti per \u00abMorte a Venezia\u00bb, no a Spielberg per \u00abIncontri ravvicinati\u00bb. Perch\u00e9 Delon non cerca registi. Cerca specchi. E quando lo specchio non c\u2019\u00e8, preferisce il silenzio. Dopo il 1997, dirada. Rifiuta Hollywood, rifiuta la televisione, rifiuta la nostalgia. \u00abHo dato tutto. Non ho pi\u00f9 niente da dire\u00bb. \u00c8 la frase di un samurai che ripone la spada. Non per resa. Per coerenza.<\/p>\n\n\n\n<p>La sua storia privata \u00e8 la stessa: amore e guerra. Romy Schneider, l\u2019idillio e lo strazio. Nathalie Barth\u00e9lemy, il figlio Anthony, il divorzio. Mireille Darc, la malattia, la devozione. Rosalie van Breemen, Anouchka e Alain-Fabien. E poi gli amici morti, Belmondo prima di tutti. Delon sopravvive a tutti come sopravvivono i miti: per raccontare la fine. Negli ultimi anni, Douchy diventa isola. Si circonda di cani, rifiuta il mondo, chiede l\u2019eutanasia. \u00abLa vita non mi porta pi\u00f9 nulla. Ho visto tutto, conosciuto tutto. Ma soprattutto, odio quest\u2019epoca\u00bb. \u00c8 l\u2019ultimo copione. Jef Costello che non ha pi\u00f9 uccelli da allineare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco il punto. La malinconia di Alain Delon non \u00e8 francese. \u00c8 mediterranea. \u00c8 la malinconia di chi ha visto il sole e sa che dietro il sole c\u2019\u00e8 l\u2019ombra. \u00c8 la malinconia di Ulisse che torna a Itaca e non riconosce nessuno. \u00c8 la malinconia di Tancredi che danza mentre il mondo crolla. Delon \u00e8 malinconico perch\u00e9 \u00e8 classico. E il classico, in un\u2019epoca barocca, \u00e8 sempre fuori posto. La sua malinconia ha il colore del mare a settembre, quando i turisti se ne vanno e restano i cani e le barche tirate in secco. \u00c8 la malinconia di \u00abLe Cercle rouge\u00bb del 1970: tre uomini, un colpo, la morte. Nessuna psicologia, solo destino. \u00c8 la malinconia di \u00abDeux hommes dans la ville\u00bb del 1973: l\u2019amicizia tra un ex galeotto e un educatore, la societ\u00e0 che non perdona. Delon piange poco, nei film. Ma quando piange, \u00e8 l\u2019intero Mediterraneo che piange con lui.<\/p>\n\n\n\n<p>A due anni dalla scomparsa, quella malinconia \u00e8 diventata nostra. Perch\u00e9 Delon ci ha lasciato orfani di un\u2019idea di cinema, di uomo, di stile. Ci ha lasciato orfani di un modo di stare al mondo senza chiedere scusa. In un\u2019epoca di opinioni, lui era un volto. In un\u2019epoca di rumore, lui era un silenzio. In un\u2019epoca di like, lui era un enigma.<\/p>\n\n\n\n<p>Se dovessi scegliere un\u2019immagine per chiudere, sceglierei questa: Alain Delon, 2019, Palma d\u2019Oro alla carriera a Cannes. Sale sul palco, appoggiato alla figlia Anouchka. Prende il premio e dice: \u00ab\u00c8 un omaggio postumo, ma da vivo\u00bb. Poi piange. \u00c8 la prima volta che lo vediamo piangere davvero. Non \u00e8 Rocco, non \u00e8 Klein. \u00c8 Alain. E in quel pianto c\u2019\u00e8 tutto: la gratitudine, la resa, la consapevolezza che il mito, alla fine, \u00e8 solo un uomo che ha fatto sognare altri uomini.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure, Delon non se n\u2019\u00e8 andato. Ha fatto come il suo Robinson, quello che sto riscrivendo da mesi: ha rifiutato di tornare. \u00c8 rimasto nell\u2019isola. L\u2019isola \u00e8 Douchy, l\u2019isola \u00e8 il cinema, l\u2019isola \u00e8 il nostro sguardo quando rivediamo \u00abLe Samoura\u00ef\u00bb e comprendo realmente che l\u2019eleganza \u00e8 una forma di eternit\u00e0. Il mito non si consuma. Si trasmette. Come una malattia sacra. Come una nostalgia che non guarisce. Come un fotogramma che, per quanto lo si riveda, trova sempre un angolo di luce che non avevamo notato.&nbsp; Alain Delon \u00e8 quell\u2019angolo di luce. E finch\u00e9 ci sar\u00e0 un uomo disposto a vestirsi di silenzio per non tradire s\u00e9 stesso, lui sar\u00e0 vivo. Vestito da samurai. Con un uccello in gabbia. E il destino in tasca, come una pistola scarica che per\u00f2 pesa ancora. Come una prima notte di quiete o un Casanova che ha visto troppo e si \u00e8 ritirato in in castello di ombre in Boemia.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora? Lascio in ultimo due film che fanno parte della mia vita e anche dei miei studi. Il primo mi ha formato. \u00c8 un film in cui Alain Delon smette di essere mito e diventa uomo. \u00c8 \u00abLa prima notte di quiete\u00bb del 1972 di&nbsp; Valerio Zurlini. L\u00ec Delon non \u00e8 pi\u00f9 il samurai, non \u00e8 pi\u00f9 il principe, non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019angelo di Visconti. \u00c8 Daniele Dominici, professore supplente a Rimini d\u2019inverno, giocatore, amante, perdente. \u00c8 l\u2019orfano che non ha pi\u00f9 neppure l\u2019eleganza per nascondere la sconfitta.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Zurlini lo spoglia. Gli toglie il trench di Melville, il guanto di Klein, il cappotto di Tancredi. Gli lascia un eskimo, le mani in tasca, la sigaretta che si consuma come si consuma una vita sbagliata. Delon \u00e8 livido, sfatto, magnifico. Recita in italiano con la voce di Massimo Turci, ma \u00e8 il corpo a parlare: le spalle curve, lo sguardo che non buca pi\u00f9, che chiede perdono. \u00c8 il Delon che il cinema francese non ha mai voluto vedere, perch\u00e9 troppo umano, troppo prossimo alla disfatta.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa prima notte di quiete\u00bb&nbsp; \u00e8 un film straziante perch\u00e9 non racconta una storia: racconta una condizione. La provincia adriatica d\u2019inverno \u00e8 la metafora di un\u2019esistenza senza scampo. Nebbia, sale giochi, motel, corse in auto nella notte. Daniele Dominici insegna letteratura, ma non crede pi\u00f9 alle parole. Ama Vanina, Sonia Petrovna, studentessa e amante, ma la ama come si ama un\u2019ultima possibilit\u00e0. E la perde. Perch\u00e9 Delon, qui, \u00e8 l\u2019uomo che tradisce prima di essere tradito. Tradisce la moglie, tradisce s\u00e9 stesso, tradisce il talento. \u00c8 Tom Ripley invecchiato, senza pi\u00f9 crimini da commettere, solo debiti da pagare.La morte arriva in auto, nella nebbia, senza musica. Una morte senza stile, senza codice, senza samurai. \u00c8 la morte di un uomo, non di un mito. Zurlini costringe Delon al martirio laico: mostrare la bellezza che sfiorisce. Le rughe, il disincanto, la bottiglia vuota. \u00c8 il Cristo rovesciato: non salva nessuno, non salva s\u00e9. Eppure, proprio in quella discesa agli inferi, Delon tocca il vertice. Perch\u00e9 solo chi ha abitato l\u2019Olimpo pu\u00f2 raccontare l\u2019abisso con dignit\u00e0. Dal vertice al vortice. Un fratello maggiore di Pavese che di porta la morte negli occhi. \u00c8 un film che mi ha sempre accompagnato dagli&nbsp; anni 70 (1971) a oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma se \u00abLa prima notte di quiete\u00bb \u00e8 la passione, \u00abIl ritorno di Casanova\u00bb del 1992, diretto da Edouard Niermans, \u00e8 la resurrezione e il funerale. Delon ha 57 anni. Non \u00e8 pi\u00f9 il pi\u00f9 bello del mondo. \u00c8 un uomo che fa i conti con lo specchio. E lo specchio, questa volta, non mente.Casanova non \u00e8 il libertino di Fellini, non \u00e8 il genio di Commedia dell\u2019Arte. Delon lo interpreta come si interpreta un testamento. Ogni gesto \u00e8 misurato, ogni sorriso \u00e8 una maschera, ogni seduzione \u00e8 un ricordo. Non c\u2019\u00e8 eros, c\u2019\u00e8 archeologia. Casanova non conquista: si congeda. C&#8217;\u00e8 la bellezza del ricordo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 il film pi\u00f9 autobiografico che Delon abbia mai fatto, proprio perch\u00e9 non sembra autobiografico. Casanova \u00e8 Delon se Delon fosse vissuto nel Settecento. Stesso culto della donna, stessa ossessione per lo stile, stessa solitudine truccata da avventura. Ma nel 1992 il corpo non obbedisce pi\u00f9 al mito. La macchina da presa indugia sulle mani, sulle pieghe, sulla stanchezza. Delon accetta la sfida: si lascia guardare. E in quello sguardo c\u2019\u00e8 la tragedia del classico che invecchia.Il film \u00e8 straordinario perch\u00e9 \u00e8 impudico. Mostra un Casanova che fallisce. Che viene respinto da Marcolina, che perde a carte, che scrive memorie perch\u00e9 la vita non gli basta pi\u00f9. \u00c8 il Delon che, dopo Romy, dopo Mireille, dopo Nathalie, sa che la bellezza \u00e8 stata un prestito. E il prestito scade. La sequenza finale \u00e8 un trattato di estetica: Casanova si allontana da Venezia in barca, nella nebbia. Ancora la nebbia, come in Zurlini. Solo che qui non c\u2019\u00e8 morte. C\u2019\u00e8 peggio: c\u2019\u00e8 l\u2019oblio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Delon-Casanova \u00e8 l\u2019attore che guarda il proprio mito andarsene. Non lo insegue. Lo accompagna alla porta. \u00c8 il congedo pi\u00f9 alto che il cinema abbia dato a s\u00e9 stesso. Perch\u00e9 tutti i divi vogliono morire giovani. Delon ha avuto il coraggio di invecchiare in scena. Di mostrare che il tempo \u00e8 l\u2019unico assassino che non porta guanti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa prima notte di quiete\u00bb e \u00abIl ritorno di Casanova\u00bb sono lo stesso film girato a vent\u2019anni di distanza. Cambiano i costumi, resta la ferita. In Zurlini, Daniele tradisce Vanina e la perde. In Niermans, Casanova tradisce la giovinezza e perde s\u00e9. In entrambi, Delon \u00e8 l\u2019uomo che arriva tardi. Tardi all\u2019amore, tardi alla salvezza, tardi alla riconciliazione. C&#8217;\u00e8 disperazione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure, tardi \u00e8 ancora tempo. \u00c8 il tempo del mito che si fa umano. Daniele Dominici e Giacomo Casanova chiedono perdono con gli occhi. \u00c8 la prima volta. \u00c8 l\u2019unica volta. Per questo sono strazianti.<\/p>\n\n\n\n<p>La morte, in questi due film, non \u00e8 epica. \u00c8 domestica. Un incidente, un esilio. Non c\u2019\u00e8 il cerchio rosso di Melville, non c\u2019\u00e8 il Gattopardo che balla. C\u2019\u00e8 la provincia che inghiotte, c\u2019\u00e8 la laguna che dimentica. Delon accetta la morte senza stile perch\u00e9 ha capito che lo stile, alla fine, \u00e8 sopravvivere. E lui, in questi due film, non sopravvive. Vive. E vivendo, si condanna.In quella crepa del&nbsp; tempo, in quella resa, in quella prima notte di quiete che non arriva mai, in quell\u2019ultimo ritorno di Casanova che \u00e8 un addio, continuo a vederlo. Non recitare. Accadere. Per sempre. Perch\u00e9 nell\u00bbaccadere accade tutto. Tutto si consuma tranne il ricordo. Non smetto di guardare i film di Alain. Non smetto di ascoltarli. Vedere e guardare. \u00c8 passata appunto un&#8217;epoca ma i suoi film mi hanno sempre fatto osservare.&nbsp; Un attore che si \u00e8 confrontato con la bellezza ma anche con lo specchio che, come Oscar Wilde, il tempo ha ridotto in frammenti.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Pierfranco Bruni La vita \u00e8 una recita. Pu\u00f2 essere una maschera e pu\u00f2 essere uno specchio. La recita! 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