{"id":91773,"date":"2026-06-12T08:28:02","date_gmt":"2026-06-12T08:28:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=91773"},"modified":"2026-06-12T08:28:03","modified_gmt":"2026-06-12T08:28:03","slug":"abitare-lattesa-un-finito-che-parla-di-infinito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=91773","title":{"rendered":"Abitare l&#8217;attesa. Un finito che parla di Infinito"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Paolo Arces\u00a0<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000269900.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"1018\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000269900-1024x1018.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-91774\" style=\"width:292px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000269900-1024x1018.jpg 1024w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000269900-300x298.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000269900-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000269900-768x763.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000269900.jpg 1177w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Abbiamo aspettato tutto l\u2019anno l\u2019estate. Ad un certo punto \u00e8 arrivata. Ma cosa \u00e8 cambiato realmente? \u00c8 finita la scuola, il lavoro, gli impegni, inizia la \u201cvacanza\u201d. Tra i clamori estivi di feste e viaggi arriva una giornata vuota: siamo persi. Non avere nulla da fare \u00e8 straziante, non ne reggiamo l\u2019urto. Ogni volta che avvertiamo quel brivido che osiamo chiamare \u201cnoia\u201d siamo dinanzi alla verit\u00e0 ultima del nostro essere uomini. E se provassimo a capirla quella noia? Oggi \u201ctutto cospira a tacere di noi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni brivido di malattia viene ammutolito da medicine. Eppure la malattia ci rende autoimmuni. Proviamo a curare la noia in ogni modo tranne che abitandola. La noia \u00e8 l\u2019urto della nostra piccolezza con l\u2019immensit\u00e0 del tempo. Ancor pi\u00f9, la noia \u00e8 qualcosa di radicalmente umano: \u00e8 l\u2019impatto tra la mia domanda di senso e l\u2019istante che sto vivendo. Se avessimo chiaro il senso del nostro esistere allora non ci sarebbe noia. Eppure viviamo nella societ\u00e0 del nonsenso dove sadicamente viene esaltata la nostra libera scelta di significato. Ma Sartre non sorrideva mentre pronunciava: \u201cl\u2019uomo \u00e8 condannato a essere libero\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora che la scuola \u00e8 finita \u201csiamo liberi\u201d: siamo dinanzi al vuoto. Ogni istante palpita di una richiesta di senso. Ogni singolo momento chiede significato. Eppure siamo disincantati da questa verit\u00e0. Il senso \u00e8 qui ed ora, \u00e8 stato e sar\u00e0. Non bisogna confondere senso con fine perch\u00e8 ci si limita ad un senso venturo. Questo \u00e8 il nostro tipico atteggiamento dinanzi alla vita. Non \u00e8 una casualita che abbia esordito col verbo \u201caspettare\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019attesa \u00e8 tendere verso qualcosa. Siamo soliti rivolgerla al futuro perch\u00e8 non ne vediamo la capacit\u00e0 di soddisfarci al presente. La nostra postura \u00e8 l\u2019attesa. Forse se con la vecchiaia diventiamo gobbi \u00e8 perch\u00e8 abbiamo vissuto sempre tesi in avanti. Insomma, siamo sempre in attesa di qualcosa che, nel suo futuro, renda questo istante valso. Concepiamo l\u2019attesa come un moto che, dal futuro, mi compie ora. Non si tratta di chiacchiere sul vento ma di una verit\u00e0 oltre la superficie. Ogni anno viviamo la scuola, il lavoro o chicchessia, tesi verso l\u2019estate, verso le vacanze. In pratica, diamo senso alla fatica del presente in vista del futuro. Si pu\u00f2 scendere pi\u00f9 nel particolare.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni settimana di scuola passa perch\u00e8 trascorsa in vista del week-end, dell\u2019uscita del sabato sera. Arriva la fantomatica uscita, che solitamente non ci soddisfa sino in fondo, ed eccoci di nuovo nel ciclo dell\u2019attesa. Questi giorni passano con leggerezza perch\u00e8 aspetto il prossimo sabato. Insomma, una giornata diventa vivibile solo in attesa di un impegno. Questo nostro eterno moto \u00e8 canticchiato angosciosamente in una remota canzone di Fausto Amodei: \u201cQualcosa da aspettare\u201d. \u201cSe tu vuoi che nel momento che vi avete da lasciare non si senta lo spavento di non saper pi\u00f9 cosa fare. Se la tua vita normale, in assenza del tuo amore, vuoi che resti tale e quale, e persino un po&#8217; migliore. Se pretendi che il lavoro, l&#8217;amicizia, l&#8217;altrui stima abbian sempre un senso loro chiaro ancora pi\u00f9 di prima. Basta solo ricordarsi, perch\u00e8 avvenga tutto questo, la promessa di trovarsi e vedersi ancora presto. Questa promessa \u00e8 poi la sola cosa che abbia un valore vero ti fa sembrare un po&#8217; color di rosa il mondo anche pi\u00f9 nero&#8230; Basta che non ci debba mai mancare qualcosa da aspettare!\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ad oggi \u00e8 qui che si mostra la trepidante domanda di senso: cerchiamo sempre qualcosa da aspettare. Eppure\u2026 cosa veramente aspettiamo se nulla soddisfa la nostra attesa? Questa nostra attesa \u00e8 cosi fragile. Per trovare consiglio \u00e8 sempre utile tornare a Recanati, nel \u201csabato del villaggio\u201d&#8230; \u201cQuesto di sette \u00e8 il pi\u00f9 gradito giorno, \/ Pien di speme e di gioia: \/ Diman tristezza e noia \/ Recheran l\u2019ore, ed al travaglio usato \/Ciascuno in suo pensier far\u00e0 ritorno.\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Camminando tra i preparativi della festa del giorno seguente, Leopardi ci rivela che \u00e8 il sabato a superare la domenica: \u00e8 l\u2019attesa a superare l\u2019atteso. La struttura umana \u00e8 sospesa tra il desiderio e la disillusione. Negare questa dimensione nell\u2019uomo significa negare il bisogno di felicit\u00e0, il bisogno di pienezza. E Pavese, che ha fatto dell\u2019attesa il suo \u201cmestiere di vivere\u201d, ci rivela che \u201caspettare \u00e8 ancora un\u2019occupazione. \u00c8 non aspettar niente che \u00e8 terribile\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019attesa \u00e8 cosi straziante ma al contempo necessaria, \u00e8 la sostanza del nostro io, \u00e8 indelebile: \u201cCom\u2019\u00e8 grande il pensiero che veramente nulla a noi \u00e8 dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perch\u00e9 attendiamo?\u201d. Ancora, la nostra \u00e8 un\u2019attesa infinita. Ma allora\u2026 un\u2019attesa infinita pu\u00f2 aspettare unicamente l\u2019infinito! La portata del nostro desiderio di senso \u00e8 tanto immensa da poter essere saziata solo da un immensit\u00e0. Come si implica questo infinito nel nostro quotidiano? Nell\u2019orientamento dell\u2019attesa. Bisogna allora darne una nuova definizione. L\u2019attesa \u00e8 sempiterna: era, \u00e8, sar\u00e0. Ma, \u00e8 fondamentale riconquistare la dimensione del presente.<\/p>\n\n\n\n<p>Cosa c\u2019entra questo istante con il senso della mia vita? Cosa c\u2019entra questo istante con l\u2019infinito? Come questa uscita, questa chiacchierata, questa persona, mi parla dell\u2019infinito? Cosa c\u2019entra tutto questo con la mia domanda di felicit\u00e0? \u00c8 qui che l\u2019atteggiamento di attesa deve diventare attenzione. Bisogna avere uno sguardo rivolto all\u2019istante che, privo di pregiudizio, ne colga il nesso con l\u2019infinito. Insomma, bisogna rivolgere lo sguardo all\u2019infinito. L\u2019attesa dell\u2019infinito, soprattutto nell\u2019immanenza, restiutisce ad ogni \u201csenso\u201d che vanamente idealizziamo il proprio volto di un finito infinito.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019assolutizzazione di quel \u201cqualcosa da aspettare\u201d ne viene deturpato il reale valore: la finitudine si perde nell\u2019eterna attesa. Quello sguardo fisso verso l\u2019infinito non solo non vanifica la nostra finitudine ma anzi la esalta: ridesta effettivamente la bellezza che \u00e8 unica dell\u2019identit\u00e0 delle cose. Ma ancor pi\u00f9 l\u2019attenzione si rivela nell\u2019atto di aprire gli occhi e accettare il reale. L\u2019attenzione \u00e8 l\u2019apertura dinanzi ad una realt\u00e0 finita che \u00e8 rupe verso un infinito.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019atteggiamento che \u00e8 richiesto nell\u2019attesa \u00e8 allora quello di riconoscimento: si tratta della postura di un vivere. Pretendere di saziare la fame di infinito con cibi estremamente finiti non solo la acuisce ma anzi deturpa persino il sapore dell\u2019umano. Cibarsi di infinito ridesta il gusto del finito, si tratta del famoso \u201ccentuplo quaggi\u00f9\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Non si puo rinnegare la nostra statura di uomini in attesa, bisogna invece riconoscerla e anzi approfondirla. L\u2019attesa \u00e8 sempre rivolta ad Altro, o anzi, Oltre. Torna sempre a parlarci Pavese: \u201cQuello che l\u2019uomo cerca nel piacere \u00e8 un infinito\u201d. La postura ultima della vita \u00e8 quella del bambino. Il bimbo \u00e8 onesto, apre gli occhi e, senza pregiudizio, vede la realt\u00e0 per come \u00e8.<\/p>\n\n\n\n<p>Se tutti avessimo quegli occhi sinceri allora l\u2019infinito albergherebbe tra noi. Perch\u00e8 in fondo forse, il segreto per iniziare a Vivere \u00e8 uno: vedere quanta Vita c\u2019\u00e8 nel finito, in un finito che parla di Infinito.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Paolo Arces\u00a0 Abbiamo aspettato tutto l\u2019anno l\u2019estate. Ad un certo punto \u00e8 arrivata. 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