{"id":92019,"date":"2026-06-17T14:00:42","date_gmt":"2026-06-17T14:00:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=92019"},"modified":"2026-06-17T14:00:42","modified_gmt":"2026-06-17T14:00:42","slug":"la-scomparsa-di-carlo-ginzburg-lo-storico-tra-critica-paradigma-e-lezione-gramsciana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=92019","title":{"rendered":"La scomparsa di Carlo Ginzburg. Lo storico tra critica paradigma e lezione gramsciana"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000273948.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"768\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000273948-1024x768.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92020\" style=\"width:344px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000273948-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000273948-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000273948-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000273948-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/1000273948-2048x1536.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>Pierfranco Bruni\u00a0<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Fu hegeliano nel metodo e nella visione tra storia e eventi in un accadere di sistema. Diede ai fatti un \u00abparticolare\u00bb appreso dalla sua formazione completamente gramsciana. Carlo Ginzburg, nato a Torino&nbsp;il &nbsp;15 aprile&nbsp;1939&nbsp;e morto a&nbsp;Bologna&nbsp;il 17 giugno&nbsp;del &nbsp;2026, si &nbsp;colloca entro una tradizione storiografica che rifiuta l\u2019identificazione tra narrazione storica e giustificazione del potere. La sua prassi di ricerca ha assunto il \u00abparticolare anomalo\u00bb come chiave di accesso alla norma, rovesciando il rapporto tra centro e periferia documentaria. In tal senso, il cosiddetto paradigma indiziario elaborato alla fine degli anni Settanta non costituisce soltanto una proposta di metodo. Rappresenta una presa di posizione epistemologica che mette in discussione l\u2019equivalenza tra razionalit\u00e0 e sistematicit\u00e0 inaugurata dalla filosofia hegeliana della storia. La traccia, il lapsus, la variante testuale divengono luoghi di resistenza ermeneutica rispetto alle grandi sintesi. Lettore attento di Machiavelli scrisse: \u00abAnzich\u00e9 di teologia politica preferisco parlare di \u00absecolarizzazione\u00bb, la quale \u00e8 un processo tutt&#8217;altro che concluso e di esito non scontato, attraverso cui lo Stato si impadronisce delle armi della religione. In questa traiettoria, che ha radici molto antiche, Machiavelli ha avuto un&#8217;importanza decisiva\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019eredit\u00e0 di Ginzburg va misurata su tre piani distinti. Sul piano storiografico, la microstoria ha introdotto un mutamento di scala che non si risolve nel localismo. Ridurre l\u2019oggetto di indagine consente di moltiplicare le variabili e di restituire spessore al vissuto degli attori subalterni. Infatti il suo \u00abIl formaggio e i vermi\u00bb del 1976 resta l\u2019esempio pi\u00f9 noto di tale procedura. Attraverso il caso di Menocchio, mugnaio friulano processato dall\u2019Inquisizione, la cultura popolare del Cinquecento emerge come campo di negoziazione e conflitto, non come residuo inerte. Sul piano teorico, Ginzburg ha sottoposto a critica la nozione di contesto come gabbia esplicativa. In \u00abIl giudice e lo storico\u00bb del 1991, l\u2019analisi del caso Sofri diviene occasione per distinguere tra prova giudiziaria e prova storica, rivendicando l\u2019autonomia del discorso storiografico rispetto alle esigenze processuali. La storia non assolve e non condanna. Interpreta. Qui mi pare che si spinga oltre la funzione dello storico. Lo storico non dovrebbe avere una sua ermeneutica. Piuttosto una documentazione dei fatti. Non si tratta di giudicare. Certo. Ma di riportare i fatti. Non di interpretarli.<\/p>\n\n\n\n<p>Formatosi in un ambiente familiare segnato dall\u2019antifascismo e dal marxismo critico, Ginzburg aderisce in giovent\u00f9 al Partito Comunista Italiano. Il distacco matura progressivamente tra gli anni Sessanta e Settanta. Non si tratta di una rottura clamorosa, ma di una presa di distanza dalla concezione strumentale della cultura e dal dogmatismo storiografico. La sua recensione del 1974 al volume di Paolo Spriano su Gramsci contiene gi\u00e0 i segnali di un dissenso. Ginzburg contesta l\u2019uso selettivo dei \u00abQuaderni del carcere\u00bb e rivendica la necessit\u00e0 di leggere Gramsci fuori dall\u2019apparato di partito. Qui mi sembra che abbia svolto un ruolo decisamente preciso. Tale posizione si consolida nel decennio successivo. La microstoria nasce anche come risposta alla crisi dei modelli macroanalitici di derivazione marxista. L\u2019attenzione al singolo, al deviante, al processo inquisitoriale risponde all\u2019esigenza di restituire complessit\u00e0 a soggetti che la storia sociale di impianto strutturalista rischiava di ridurre a funzioni. L\u2019allontanamento dal PCI \u00e8 dunque filosofico prima che politico. \u00c8 il rifiuto di una filosofia della storia che subordina il frammento alla totalit\u00e0 tutta da comparare comunque.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il percorso di ricerca di Ginzburg pu\u00f2 essere scandito attraverso quattro snodi. \u00abI benandanti\u00bb del 1966 affronta il nodo del folklore inquisito e individua in una \u00absetta\u00bb agraria friulana il nucleo originario su cui si innesta la demonologia colta. \u00abStoria notturn\u00bb del 1989 amplia l\u2019indagine e propone l\u2019ipotesi di un sostrato sciamanico eurasiatico alla base del sabba. La tesi ha suscitato ampio dibattito e dimostra la disponibilit\u00e0 dell\u2019autore a connettere storia e antropologia su lunghissima durata. Un percorso, questo, di notevole importanza perch\u00e9 pone degli interrogativi alla storia stessa. Ovvero lo storico ha bisogno anche dell&#8217;antropologo per capire il fenomeni. \u00abOcchiacci di legno\u00bb del 1998 raccoglie saggi dedicati al rapporto tra distanza e prospettiva. Qui Ginzburg riflette sul ruolo dell\u2019estraneamento come strumento conoscitivo. \u00abIl filo e le tracce\u00bb del 2006 sistematizza la riflessione sul rapporto tra vero, falso e finto, distinguendo il patto referenziale che lega lo storico al lettore da quello che fonda la finzione letteraria. In tutti i volumi permane la centralit\u00e0 della fonte come interrogazione e non come deposito. Quindi il superamento della interpretazione. Perch\u00e9 come egli stesso scrive:&nbsp; Gli storici (e, in modo diverso, i poeti) fanno per mestiere qualcosa che \u00e8 parte della vita di tutti: districare l&#8217;intreccio di vero, falso, finto che \u00e8 la trama del nostro stare al mondo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Il confronto con Antonio Gramsci attraversa l\u2019intera opera di Ginzburg. A differenza delle letture di partito, lo storico torinese ha insistito sulla natura aperta e sperimentale dei \u00abQuaderni\u00bb. Nel saggio \u00abAntonio Gramsci e la cultura italiana\u00bb del 2012, poi confluito in \u00abPaura reverenza terrore\u00bb, Ginzburg rilegge la nozione gramsciana di egemonia alla luce del problema della prova. L\u2019egemonia non \u00e8 soltanto direzione politica. \u00c8 costruzione di verosimiglianza. Pertanto lo storico deve sottoporre a critica i meccanismi di naturalizzazione del consenso. In questo senso Gramsci diviene un alleato nella decostruzione delle retoriche della necessit\u00e0 storica di matrice hegeliana. Campeggia dunque la visione di Hegel come sistema in modo preciso.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra le pubblicazioni pi\u00f9 recenti vanno segnalati \u00abLa lettera uccide\u00bb del 2021, dedicato al rapporto tra diritto, retorica e interpretazione, e \u00abAncora a distanza\u00bb del 2024, che riprende il tema dello straniamento come categoria storiografica. In questi lavori Ginzburg torna sulla questione della traducibilit\u00e0 culturale e sulla responsabilit\u00e0 dello storico di fronte alle manipolazioni del passato. La polemica contro gli usi pubblici della storia e contro le leggi memoriali attraversa le pagine conclusive. La difesa del dubbio e della verifica documentaria resta l\u2019asse del suo magistero. Cosi scrive: \u00abLa verit\u00e0 esiste, ma raggiungerla non \u00e8 facile e la storia, l&#8217;esperienza unilaterale di ognuno possono aiutare anzich\u00e9 essere d&#8217;ostacolo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019eredit\u00e0 di Carlo Ginzburg non coincide con una scuola. Consiste in un atteggiamento. L\u2019attenzione al dettaglio discordante, la diffidenza verso le grandi narrazioni assolutrici, la rivendicazione della distanza critica costituiscono un\u2019etica della conoscenza. In un tempo che richiede adesioni e abiure, il paradigma indiziario ricorda che la libert\u00e0 della ricerca nasce dal diritto all\u2019inciampo. Per questo la sua opera resta inattuale. E per questo continua a interrogare. Si \u00e8 occupato anche di Cesare Pavese, il quale era di casa nella sua famiglia e ha offerto dettagli interessanti sulla sua vita che sono confluiti in molte pagine di Natalie Ginzburg. Ho avuto modo di conoscerlo a Torino proprio in occasione di un nostro discorso su Cesare Pavese dopo l&#8217;uscita di un mio libro su Cesare. Testimonianze dirette e anche doloranti. Tanto che preferiva poco parlare di Pavese nonostante qualche sua intervista. Comunque Carlo Ginzburg resta uno storico che ha visto in Gramsci un riferimento e in Hegel un sistema per comprendersi la storia come fenomenologia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pierfranco Bruni\u00a0 Fu hegeliano nel metodo e nella visione tra storia e eventi in un accadere di sistema. 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