{"id":92803,"date":"2026-06-28T10:44:14","date_gmt":"2026-06-28T10:44:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=92803"},"modified":"2026-06-28T10:44:15","modified_gmt":"2026-06-28T10:44:15","slug":"il-ponte-sul-choluteca-della-politica-italiana-e-il-destino-del-trasformismo-istituzionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=92803","title":{"rendered":"\u200bIl ponte sul Choluteca della politica italiana e il destino del trasformismo istituzionale"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-table\"><table class=\"has-fixed-layout\"><tbody><tr><td><em>Carlo Di Stanislao<\/em><\/td><\/tr><\/tbody><\/table><\/figure>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Carlo-Di-Stanislao-1-1.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"960\" height=\"932\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Carlo-Di-Stanislao-1-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92804\" style=\"width:336px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Carlo-Di-Stanislao-1-1.jpg 960w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Carlo-Di-Stanislao-1-1-300x291.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Carlo-Di-Stanislao-1-1-768x746.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 960px) 100vw, 960px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p>\u200b<em>\u00abIn Italia non sono i partiti che fanno la politica, sono gli uomini; e gli uomini sono quasi sempre superiori ai loro partiti.\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u2014 Marco Minghetti<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<p>\u200bEsiste una straordinaria metafora ingegneristica che periodicamente torna a fecondare l\u2019immaginario della sociologia politica contemporanea: la storia del&nbsp;<strong>ponte sul fiume Choluteca<\/strong>, in Honduras. Progettato da una rinomata societ\u00e0 giapponese e inaugurato nel 1998, le strutture dovevano rappresentare il trionfo della tecnica umana sulla natura matrigna, una struttura imponente capace di resistere alle peggiori tempeste tropicali dell\u2019America Centrale. Pochi mesi dopo la sua consegna, l\u2019uragano Mitch si abbatt\u00e9 sulla regione con una violenza devastante. L\u2019infrastruttura super\u00f2 gloriosamente la prova: non una sola campata cedette, non un bullone si allent\u00f2. Tuttavia, la furia degli elementi distrusse completamente le strade di accesso da entrambi i lati del fiume e, in un supremo atto di ironia geologica,&nbsp;<strong>devi\u00f2 il corso dello stesso Choluteca<\/strong>. Il ponte rimase intatto, perfetto nella sua geometria e impeccabile nella sua solidit\u00e0 strutturale, ma tragicamente isolato: un ponte che non univa pi\u00f9 nulla con nulla, sotto il quale non scorreva pi\u00f9 alcuna goccia d\u2019acqua. Una cattedrale nel deserto, o meglio, una transizione verso il nulla.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bQuesta immagine, rievocata con finezza interpretativa dal dibattito pubblico in occasione del quarantesimo compleanno di&nbsp;<strong>Luigi Di Maio<\/strong>, offre la chiave di lettura ideale per comprendere non soltanto la parabola individuale dell\u2019ex capo politico del Movimento 5 Stelle, ma l&#8217;intera evoluzione della classe dirigente italiana nell&#8217;ultimo quindicennio. La traiettoria di Di Maio rappresenta il compimento perfetto di un esperimento di ingegneria istituzionale involontaria: la&nbsp;<strong>mutazione antropologica di un rivoluzionario senza rivoluzione<\/strong>&nbsp;che, a forza di studiare i regolamenti parlamentari e di assimilare il galateo dello Stato, ha finito per costruire una solida architettura istituzionale attorno a se stesso, proprio mentre il fiume del consenso popolare e la geografia dei partiti deviavano drasticamente altrove, lasciandolo splendido, impeccabile e politicamente deserto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bL&#8217;ascesa e la successiva ibernazione istituzionale di questa figura non possono essere liquidate come un semplice accidente di percorso o come il classico destino del giovane leader bruciato dai tempi della politica. Al contrario, vi si legge la dinamica profonda con cui lo&nbsp;<strong>Stato repubblicano digerisce, metabolizza e infine neutralizza le spinte centrifughe<\/strong>&nbsp;che ciclicamente emergono dalle piazze. Il \u00absistema\u00bb, tanto deprecato nelle prime fasi del vaffanculismo militante, ha dimostrato ancora una volta una formidabile capacit\u00e0 di attrazione, agendo come una forza centripeta che non distrugge il nemico esterno, ma lo educa, lo raffina e lo trasforma in un pezzo pregiato del proprio ingranaggio burocratico. Nel fare questo, per\u00f2, l&#8217;istituzione compie una vera e propria operazione di chirurgia politica: recide i legami di sangue e di passioni che univano il leader alla sua base, consegnando al Paese un&nbsp;<strong>amministratore perfetto ma privo di esercito<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">\u200bDall&#8217;antipolitica di piazza alla barberia di Montecitorio e l&#8217;apprendistato dei nuovi leader<\/h2>\n\n\n\n<p>\u200bPer comprendere l\u2019entit\u00e0 di questa metamorfosi, occorre riavvolgere il nastro della memoria storica fino al&nbsp;<strong>2013<\/strong>. Il panorama politico italiano era allora scosso dalle fondamenta dall\u2019irruzione nelle aule parlamentari di una truppa di neofiti, sbarcati a Roma con l\u2019esplicito mandato di&nbsp;<strong>\u00abaprire il Parlamento come una scatoletta di tonno\u00bb<\/strong>. Tra di essi, un ventiseienne campano si distinse quasi immediatamente. Mentre i suoi commilitoni si perdevano in sterili contestazioni coreografiche o in dirette streaming dal sapore assembleare, Di Maio scelse una strategia radicalmente diversa: lo&nbsp;<strong>studio matto e disperatissimo dei regolamenti di Montecitorio<\/strong>. Diventato il pi\u00f9 giovane vicepresidente della Camera della storia repubblicana, l&#8217;autodidatta sveglio intu\u00ec che il potere non si conquistava abbattendo le mura delle istituzioni, ma occupandone gli uffici con l&#8217;abito buono e la cravatta d&#8217;ordinanza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bQuella prima fase fu caratterizzata da una profonda doppiezza strategica che oggi, a posteriori, assume i contorni di un vero e proprio capolavoro di equilibrismo. Da un lato vi era il Di Maio di lotta, compagno di scorribande automobilistiche di Alessandro Di Battista, pronto a volare a Parigi per stringere la mano ai leader pi\u00f9 radicali dei gilet gialli, a invocare l&#8217;impeachment per il Presidente della Repubblica o a&nbsp;<strong>esultare dal balcone di Palazzo Chigi per l\u2019abolizione della povert\u00e0<\/strong>. Dall&#8217;altro lato, tuttavia, cresceva l\u2019interlocutore affidabile che le cancellerie internazionali e i corpi intermedi dello Stato cominciavano a osservare con crescente interesse. Chi possedeva fiuto politico, anche tra i banchi dell&#8217;opposizione, comprese rapidamente che quel giovane uomo non era un giacobino incorreggibile, bens\u00ec un&nbsp;<strong>democristiano campano della Prima Repubblica<\/strong>&nbsp;nato fuori tempo massimo, un politico plasmabile dalle logiche del potere profondo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bQuesto sdoppiamento di personalit\u00e0 politica non poteva durare per sempre. La maschera del rivoluzionario ha cominciato a mostrare le prime crepe non appena le responsabilit\u00e0 di governo hanno imposto scelte concrete, costringendo il leader a mediare tra le promesse iperboliche fatte alle piazze e i vincoli macroeconomici imposti da Bruxelles e dai mercati finanziari. \u00c8 in questa faglia che l&#8217;autodidatta si trasforma definitivamente in professionista, scoprendo che la&nbsp;<strong>grammatica del potere richiede una sintassi molto diversa<\/strong>&nbsp;da quella usata nei comizi elettorali. Il passaggio dai toni accesi delle origini alla felpata prudenza diplomatica rappresenta il primo, decisivo passo verso la costruzione di quel ponte che, di l\u00ec a poco, si sarebbe trovato senza vie d&#8217;accesso.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">\u200bL&#8217;iscrizione alla scuola dei competenti e il passaggio attraverso il laboratorio draghiano<\/h2>\n\n\n\n<p>\u200bLa vera svolta strutturale del ponte di-maiano avviene nella legislatura del&nbsp;<strong>2018<\/strong>. Dopo l&#8217;experience traumatica e per certi versi grottesca del governo gialloverde, in cui Di Maio accumul\u00f2 i ruoli di vicepremier, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, la crisi del Papeete offr\u00ec l&#8217;occasione per la prima grande deviazione del corso del fiume. Il passaggio al governo giallorosso e, successivamente, l&#8217;approdo salvifico all&#8217;esecutivo guidato da&nbsp;<strong>Mario Draghi<\/strong>&nbsp;segnarono l\u2019iscrizione definitiva di Di Maio alla scuola dell\u2019establishment. Sotto la guida dell\u2019ex presidente della BCE, l\u2019allora ministro degli Esteri complet\u00f2 la sua transizione antropologica: ripudi\u00f2 le antiche velleit\u00e0 euroscettiche, divenne un fervente custode dell\u2019<strong>ortodossia atlantista ed europeista<\/strong>, e assimil\u00f2 una postura diplomatica che sembrava cancellare con un colpo di spugna gli anni del populismo d&#8217;assalto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bL\u2019intervista rilasciata recentemente a LaSette in occasione del suo quarantesimo compleanno ci restituisce l\u2019immagine di un uomo che ha completato il suo percorso di formazione. Di Maio parla la lingua felpata delle istituzioni, difende l\u2019operato dei governi di cui ha fatto parte, esprime orgoglio per il rapporto con Sergio Mattarella e rimprovera ai suoi ex compagni di strada le ambiguit\u00e0 internazionali. \u00c8 diventato, a tutti gli effetti, un&nbsp;<strong>politico collaudato<\/strong>, un pezzo d&#8217;articolazione istituzionale perfetto, privo di spigoli e pronto all&#8217;uso. Ma \u00e8 proprio qui che si manifesta l&#8217;effetto uragano, dimostrando come il massimo della competenza tecnica possa coincidere con il massimo del vuoto politico rappresentativo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bIl laboratorio draghiano \u00e8 stato, per Di Maio e per una parte del suo vecchio movimento, una sorta di camera iperbarica in cui le tossine del populismo sono state sostituite dall&#8217;ossigeno puro dell&#8217;agenda transnazionale. In quell&#8217;ambiente protetto, l&#8217;ex leader ha potuto sperimentare l&#8217;ebbrezza di una politica sottratta al ricatto del consenso quotidiano, dove l&#8217;efficacia di un ministro si misura sui dossier internazionali e non sui sondaggi d&#8217;opinione. Tuttavia, questa permanenza prolungata in un&#8217;atmosfera cos\u00ec rarefatta ha finito per compromettere la sua capacit\u00e0 di respirare l&#8217;aria pesante delle sezioni di parti e delle periferie urbane, accelerando quel&nbsp;<strong>distacco dalla realt\u00e0 elettorale<\/strong>&nbsp;che si sarebbe rivelato fatale al primo confronto con le urne.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">\u200bL&#8217;uragano del 2022, la deviazione del fiume del consenso e l&#8217;isolamento del leader collaudato<\/h2>\n\n\n\n<p>\u200bL&#8217;uragano che ha spazzato via le strade d&#8217;accesso al ponte Di Maio ha una data precisa: le&nbsp;<strong>elezioni politiche del settembre 2022<\/strong>. La scissione da lui promossa nel Movimento 5 Stelle, finalizzata a creare un&#8217;area di responsabilit\u00e0 draghiana al centro, si \u00e8 risolta in un catastrofico fallimento elettorale, lasciandolo fuori dalle aule parlamentari. Quel voto non \u00e8 stato semplicemente una sconfitta personale, ma il segno che il&nbsp;<strong>fiume del sentimento popolare aveva cambiato direzione<\/strong>. L\u2019elettorato che un tempo lo aveva votato como vendicatore delle piazze non ha perdonato la sua trasformazione in uomo di Stato; simmetricamente, le forze moderate e conservatrici non avevano bisogno di un surrogato quando potevano votare gli originali.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bNonostante l&#8217;isolamento sul territorio nazionale, l&#8217;architettura del personaggio ha continuato a funzionare a livello internazionale, garantendogli incarichi di prestigio come quello di&nbsp;<strong>rappresentante speciale dell&#8217;Unione Europea nel Golfo Persico<\/strong>&nbsp;o i futuribili ruoli all&#8217;ONU. Di Maio \u00e8 l&#8217;esempio vivente di una classe dirigente che, una volta metabolizzata dalle istituzioni, riesce a fluttuare sopra le macerie dei propri partiti, trovando una legittimazione che prescinde dal consenso elettorale diretto. Le sue sporadiche apparizioni a Montecitorio, liquidate ironicamente con la battuta sul \u00abtaglio di capelli alla barberia\u00bb, nascondono in realt\u00e0 la tenace nostalgia di chi sa di aver compreso il funzionamento della macchina, ma di aver perso la chiave per metterla in moto in patria.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bL&#8217;isolamento del leader collaudato apre un interrogativo inquietante sulla natura stessa della rappresentanza nella Terza Repubblica. Quando un politico si specializza a tal punto da diventare indispensabile per le burocrazie sovranazionali ma totalmente estraneo ai flussi elettorali del proprio Paese, assistiamo a una vera e propria&nbsp;<strong>secessione delle \u00e9lite<\/strong>. Il ponte rimane una splendida opera d&#8217;arte ingegneristica, ammirata dai tecnici di Bruxelles e di Washington, ma i cittadini rimangono sull&#8217;altra sponda del fiume, cercando vie di guado pi\u00f9 rudimentali ma pi\u00f9 vicine ai loro bisogni immediati. La parabola di Di Maio diventa cos\u00ec il simbolo di una frattura insanabile tra l&#8217;efficienza dell&#8217;amministrazione e la passione della democrazia.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">\u200bIl ritorno immaginario nei retroscena romani e il futuro della rappresentanza democratica<\/h2>\n\n\n\n<p>\u200bLe indiscrezioni giornalistiche che descrivono un Di Maio intento a tessere tele per un clamoroso ritorno sulla scena politica italiana \u2013 magari all&#8217;interno di ipotetici ed esotici scenari di larghe intese tra il Partito Democratico e le componenti moderate del centrodestra \u2013 confermano la natura intrinsecamente \u00abponte\u00bb della sua figura. Egli resta un&#8217;infrastruttura disponibile, un punto di passaggio logico per qualunque operazione di&nbsp;<strong>trasformismo parlamentare<\/strong>&nbsp;che richieda affidabilit\u00e0 istituzionale e assenza di vincoli ideologici originari. Tuttavia, il rischio \u00e8 che questo ritorno si collochi in una dimensione puramente virtuale, nel teatro di una politica che si nutre di retroscena ma che non riesce pi\u00f9 a intercettare le reali faglie sociali del Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bQuesto eterno ritorno dell&#8217;identico, ventilato nei corridoi dei palazzi romani, si scontra con una realt\u00e0 sociale profondamente mutata. La nostalgia per i vecchi equilibri e la ricerca spasmodica di un \u00abcentro di gravit\u00e0 permanente\u00bb rischiano di apparire come l&#8217;ultimo rifugio di una casta che ha perso il contatto con il battito reale della nazione. Se il futuro del governo immaginario deve essere affidato all&#8217;asse&nbsp;<strong>Pd-Marina Berlusconi<\/strong>&nbsp;con Di Maio nel ruolo di pontiere di lusso, significa che la politica ha rinunciato a progettare il futuro per limitarsi a gestire l&#8217;esistente attraverso geometrie variabili e alleanze di pura sopravvivenza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bLa parabola di Luigi Di Maio a quarant&#8217;anni rimane un monito per l&#8217;intera stagione del populismo italiano. Essa dimostra che le istituzioni della democrazia parlamentare possiedono una&nbsp;<strong>straordinaria forza centripeta<\/strong>, capace di levigare anche i profili pi\u00f9 ruvidi e di trasformare i tribuni della plebe in impeccabili funzionari. Ma dimostra anche che la tecnica politica, se separata dal radicamento sentimentale e sociale, rischia di produrre capolavori di inutilit\u00e0. Di Maio ha costruito un ponte bellissimo, solido e conforme a tutti gli standard del buon governo; resta da vedere se la storia d&#8217;Italia decider\u00e0 mai di far passare di nuovo un fiume sotto le sue campate, o se quel ponte rimarr\u00e0 per sempre il&nbsp;<strong>monumento cartolina di una stagione che voleva cambiare tutto e ha finito per cambiare solo se stessa<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Tutte l\u2019opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l\u2019opinione della Direzione<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Carlo Di Stanislao \u200b\u00abIn Italia non sono i partiti che fanno la politica, sono gli uomini; e gli uomini sono [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[],"class_list":["post-92803","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-opiniones"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/92803","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=92803"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/92803\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":92805,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/92803\/revisions\/92805"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=92803"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=92803"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=92803"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}