{"id":9289,"date":"2020-01-23T09:42:46","date_gmt":"2020-01-23T09:42:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=9289"},"modified":"2020-01-23T09:42:46","modified_gmt":"2020-01-23T09:42:46","slug":"giornata-della-memoria-ebrei-in-abruzzo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=9289","title":{"rendered":"Giornata della Memoria: Ebrei in Abruzzo"},"content":{"rendered":"<div id='gallery-1' class='gallery galleryid-9289 gallery-columns-3 gallery-size-thumbnail'><figure class='gallery-item'>\n\t\t\t<div class='gallery-icon landscape'>\n\t\t\t\t<a href='https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?attachment_id=9290'><img decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"150\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2020\/01\/1-1-150x150.jpg\" class=\"attachment-thumbnail size-thumbnail\" alt=\"\" \/><\/a>\n\t\t\t<\/div><\/figure><figure class='gallery-item'>\n\t\t\t<div class='gallery-icon landscape'>\n\t\t\t\t<a href='https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?attachment_id=9291'><img decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"150\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2020\/01\/2-1-150x150.jpg\" class=\"attachment-thumbnail size-thumbnail\" alt=\"\" \/><\/a>\n\t\t\t<\/div><\/figure><figure class='gallery-item'>\n\t\t\t<div class='gallery-icon landscape'>\n\t\t\t\t<a href='https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?attachment_id=9292'><img decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"150\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2020\/01\/3-1-150x150.jpg\" class=\"attachment-thumbnail size-thumbnail\" alt=\"\" \/><\/a>\n\t\t\t<\/div><\/figure><figure class='gallery-item'>\n\t\t\t<div class='gallery-icon landscape'>\n\t\t\t\t<a href='https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?attachment_id=9293'><img decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"150\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2020\/01\/4-1-150x150.jpg\" class=\"attachment-thumbnail size-thumbnail\" alt=\"\" \/><\/a>\n\t\t\t<\/div><\/figure><figure class='gallery-item'>\n\t\t\t<div class='gallery-icon landscape'>\n\t\t\t\t<a href='https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?attachment_id=9294'><img decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"150\" src=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2020\/01\/5-1-150x150.jpg\" class=\"attachment-thumbnail size-thumbnail\" alt=\"\" \/><\/a>\n\t\t\t<\/div><\/figure>\n\t\t<\/div>\n\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Giornata della Memoria<br \/>\nEBREI IN ABRUZZO<br \/>\na cura di Mario Setta<\/p>\n<p>\u201cUn legame come tra madre e figlio\u201d<br \/>\nGIOVANNI FINZI CONTINI<\/p>\n<p>Preambolo. Il Regio Decreto Legge del 17 novembre 1938 n. 1728 &#8211; Provvedimenti per la difesa della razza italiana Art. 10 recitava: \u201cI cittadini italiani di razza ebraica non possono prestare servizio militare in pace e in guerra\u201d. Mussolini non voleva ebrei nemmeno come carne da macello. Forse gi\u00e0 sapeva che Hitler ne avrebbe fatto carne da bruciare. Eppure ebrei che avevano un profondo amore per l\u2019Italia, disposti a dare la vita per la patria, erano numerosi, tenendo conto che il numero complessivo degli ebrei in Italia era piuttosto esiguo: 47252 secondo il censimento del 1938. \u201cMinuscola minoranza\u201d la definisce Giovanni Preziosi, l\u2019acerrimo antisemita italiano, consigliere di Mussolini. In Abruzzo e Molise vi risiedevano 138 ebrei. Renzo De Felice, nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, afferma: \u201cGli ebrei italiani si inserirono rapidissimamente nella nuova societ\u00e0 italiana, diventando quasi sempre patrioti ferventi\u201d. Nel 1932, poco prima dell\u2019arrivo di Hitler in Germania, Mussolini afferma: \u201cL\u2019antisemitismo non esiste in Italia\u2026 Gli ebrei italiani si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente\u201d. Ma non passer\u00e0 molto tempo, solo pochi anni, e Mussolini si convertir\u00e0 alle teorie del razzismo scrivendo il Manifesto della razza e pubblicandolo il 14 luglio 1938. La scelta di quella data storica, l\u2019inizio della rivoluzione francese con la presa della Bastiglia, non poteva essere casuale. Era il segnale dell\u2019inizio d\u2019un\u2019altra rivoluzione ben pi\u00f9 sanguinosa e disumana: il genocidio degli ebrei. Gli amici ebrei di Mussolini, da Margherita Sarfatti agli ebrei \u201csansepolcristi\u201d e ai tanti che avevano partecipato alla \u201cmarcia su Roma\u201d, non rappresentarono una remora per bloccare Mussolini nella sua folle corsa dietro a Hitler.<\/p>\n<p>SULMONA<br \/>\nIl treno per Dachau. Nell\u2019ottobre del 1943, dal carcere dell\u2019abbazia di Santo Spirito al Morrone, i tedeschi deportarono circa 400 detenuti nel campo di sterminio di Dachau, con la collaborazione dei fascisti e delle autorit\u00e0 locali. Da qui, poi, i deportati furono trasferiti negli altri campi dell\u2019universo concentrazionario tedesco. Molti di loro non fecero mai pi\u00f9 ritorno a casa. La maggior parte, tra cui due minorenni di Roccacasale, fu eliminata nelle camere a gas. Oscar Fu\u00e0: con la caduta di Mussolini, il 25 luglio, la firma dell\u2019armistizio il 3 settembre del 1943, e l\u2019arrivo degli alleati nel 1943-\u201844, molti ebrei italiani, che erano riusciti a nascondersi e a scampare le camere a gas di Auschwitz, si schierarono con la Resistenza e con la lotta di liberazione. Furono circa duemila. Tra loro, un ragazzo di Sulmona: Oscar Fu\u00e0. Diciassette anni. Era stato nascosto, con tutta la famiglia, nelle case di amici sulmonesi. Si verificava a Sulmona ci\u00f2 che avveniva ad Amsterdam, dove in un edificio di via Prinsengracht 263, vivevano nella clandestinit\u00e0 la famiglia Frank, i signori Van Daan e il signor Dussel. Il celeberrimo Diario di Anna Frank descrive l\u2019isolamento e la paura di essere scoperti. Ma a differenza dei Frank che furono traditi e deportati nel lager di Bergen Belsen dove morirono, la famiglia Fu\u00e0 non venne denunciata n\u00e9 scoperta. Con l\u2019arrivo a Sulmona dei patrioti della Brigata Maiella, Oscar Fu\u00e0 vi si arruola con l\u2019obiettivo di contribuire alla liberazione d\u2019Italia. Dopo pochi mesi, il 4 dicembre 1944, viene ucciso in battaglia a Brisighella, in provincia di Ravenna. Qualche tempo prima, passando da Recanati, aveva acquistato una cartolina del paese con alcuni versi di Leopardi, indirizzandola alla sorella Giuseppina. Non era riuscito a spedirla. Gliela trovarono in tasca. Fu Stelio Consorte che port\u00f2 la notizia ai familiari e consegn\u00f2 alcuni oggetti del ragazzo: la cartolina non spedita, un portafoglio, un pezzo di stoffa dei pantaloni.<\/p>\n<p>SCANNO<br \/>\n\u201cIo qui passai alcuni mesi con alcuni amici, in particolare con un amico ebreo, un vecchio amico livornese\u201d. Sono parole di Carlo Azeglio Ciampi. L\u2019amico ebreo si chiamava Beniamino Sadun, che, con la madre, stava fuggendo verso sud, dopo l\u20198 settembre 1943. Si rifugiarono a Scanno, per mesi, nascosti in una soffitta, in casa Puglielli. Il 4 agosto 1996, Carlo Azeglio Ciampi, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Scanno, ha detto:<\/p>\n<p>\u00abGiunsi in questo paese, dopo l\u20198 settembre 1943 quasi per caso, e il caso si imperson\u00f2 nell\u2019amico Nino Quaglione. Vi giunsi dopo aver provato, come tanti giovani militari, l\u2019amarezza della dissoluzione dell\u2019esercito, l\u2019umiliazione della disfatta, la rabbia perch\u00e9 non ci era stato dato modo di reagire\u2026 [\u2026] Nel silenzio di queste montagne, si avvi\u00f2 un dialogo, una riflessione in primo luogo all\u2019interno di noi stessi, con le nostre coscienze. Ci ponevamo la domanda sul come ritrovare il fondamento del vivere civile. Riconquistammo la serenit\u00e0 nei nostri animi a mano a mano che acquisimmo la consapevolezza intima dei valori alla base della vita di una collettivit\u00e0: in primo luogo la libert\u00e0, interpretata e applicata nel quadro del vivere in comune, il rispetto cio\u00e8 della libert\u00e0 e dei diritti degli altri come condizione per rivendicare la libert\u00e0 e i diritti propri. Rinacquero in noi il sentimento dei valori che uniscono una comunit\u00e0, che ne fanno un tutt\u2019uno, i valori delle tradizioni, della cultura comune, tutti quegli elementi che costituiscono la Patria, le nostre radici, la terra dei nostri padri. Patria \u00e8 una parola che non dobbiamo avere esitazione a pronunciare con orgoglio. Se fummo capaci di ritrovare i punti cardinali di riferimento, di riconquistare la serenit\u00e0 dell\u2019animo, di fare le conseguenti scelte e di perseguirle con determinazione, di sentirci di nuovo parte viva di una societ\u00e0 di uguali, ci\u00f2 fu dovuto al clima umano che respirammo in queste montagne, in questa terra d\u2019Abruzzo. Una popolazione povera, provata da anni di guerra, semplice ma ricca di profonda umanit\u00e0, accolse con animo fraterno ogni fuggiasco, italiano o straniero; vide in loro gli oppressi, i bisognosi, spart\u00ec con loro \u201cil pane che non c\u2019era\u201d; visse quei mesi duri, di retrovia del fronte di guerra con vero spirito di resistenza, la resistenza alla barbarie.\u00bb<\/p>\n<p>E all\u2019Aquila, il 23 settembre 1999, nella visita ufficiale in Abruzzo, dopo pochi mesi dalla sua elezione a Presidente della Repubblica Italiana:<\/p>\n<p>\u00abSono stati ricordati i rapporti miei, antichi e recenti, con la terra d\u2019Abruzzo. Sono rapporti che lasciano un segno. Vissi qui alcuni mesi particolarmente intensi. Posso testimoniare di persona, per esserne stato beneficiario, di quello che fu l\u2019atteggiamento degli abruzzesi nei confronti di coloro che si trovavano in condizioni di bisogno, fossero essi prigionieri alleati, fossero essi ebrei, fossero ufficiali o soldati dell\u2019esercito italiano. Io qui passai alcuni mesi con alcuni amici, in particolare con un amico ebreo, un vecchio amico livornese. E un episodio, in particolare, mi \u00e8 rimasto impresso nella mente. Quando, camminando una sera per una piccola via di Scanno, da una finestra un\u2019anziana scannese mi fece un cenno, mi invit\u00f2 a salire nella sua casa e mi offr\u00ec un pezzo di pane e un pezzo di salame. Questo mi ricorda quel bellissimo libro che hanno scritto gli alunni e gli insegnanti di una scuola di Sulmona \u2013 e che io conservo gelosamente \u2013 il cui titolo, se ben ricordo, \u00e8 \u201cE si divisero il pane che non c\u2019era\u201d.\u00bb<br \/>\nIl rapporto tra Ciampi e l\u2019Abruzzo risale agli anni della seconda guerra mondiale, dopo l\u20198 settembre 1943. Da Roma, dove si trovava in casa dello zio Masino, a viale Liegi, nel quartiere Parioli, Carlo Azeglio parte, con l\u2019amico abruzzese Pasquale Quaglione, alla volta di Scanno. Partendo da Roma, con una tradotta che andava a Pescara, Ciampi e Quaglione si erano accordati con il macchinista, in modo che il treno rallentasse alla stazione di Anversa-Villalago-Scanno ed avere quindi la possibilit\u00e0 di scendere dal treno in corsa, senza serie conseguenze. Cosa che avvenne felicemente. Ma, alla stazione di Anversa degli Abruzzi, inaspettatamente, Ciampi trova un amico di Livorno, sua citt\u00e0 natale, che con la madre sta cercando di raggiungere Napoli, seguendo la linea ferroviaria Sulmona-Carpinone-Napoli. E\u2019 l\u2019amico ebreo Beniamino Sadun.<\/p>\n<p>\u00abHo incontrato casualmente Ciampi alla piccola stazione di Anversa\u00bb ha ricordato Beniamino Sadun. \u00abEravamo molto amici con la famiglia Ciampi, a Livorno. Io sono nato il 14 gennaio 1917, e sono pi\u00f9 grande di quasi quattro anni di Carlo. Da piccoli andavamo a passare le vacanze allo stabilimento balneare Acquaviva di Livorno. Carlo era pi\u00f9 legato a mio fratello Elvio, mentre io ero pi\u00f9 amico di Pinino, il fratello di Carlo; ma quando ci siamo incontrati in quell\u2019occasione drammatica, ad Anversa, siamo stati molto vicini l\u2019uno all\u2019altro. Mio padre era ingegnere ed aveva fondato una impresa edile con sede a Livorno e a Roma. Dopo l\u20198 settembre 1943, io mi trovavo a Roma, e lavoravo nella societ\u00e0 di mio padre, che era deceduto nel 1936. Tutta la mia famiglia fu sconvolta a causa delle leggi razziali.\u00bb<\/p>\n<p>La generosit\u00e0, la solidariet\u00e0 di poveri tra poveri, non pare sia soltanto lo stereotipo letterario della gente abruzzese. Sembra un dato ricorrente, un leit-motiv, se innumerevoli testimonianze di ex-prigionieri alleati hanno posto in rilievo l\u2019aiuto disinteressato, ricevuto dalla gente. E non poche persone, per quel tozzo di pane offerto ai \u201cnemici\u201d, furono barbaramente trucidate. Jack Goody, antropologo di fama mondiale, docente a Cambridge, anch\u2019egli allora fuggiasco sulle montagne della Valle del Sagittario, scrive: \u201cC\u2019era il pane, qualche volta era il pane di campagna fatto di farina e qualche altra era una specie di torta piatta di mais, con in mezzo il grasso di prosciutto\u201d (Oltre i muri. La mia prigionia in Italia). L\u2019Abruzzo \u00e8 stata considerata terra di rifugio per eremiti, eretici, perseguitati di ogni genere. Ignazio Silone, ne \u201cL\u2019avventura d\u2019un povero cristiano\u201d, parlando del monte Morrone e della Maiella, scrive: \u201cNegli stessi luoghi dove un tempo, come in una Tebaide, vissero innumerevoli eremiti, in epoca pi\u00f9 recente sono stati nascosti centinaia e centinaia di fuorilegge, di prigionieri di guerra evasi, di partigiani, assistiti da gran parte della popolazione\u201d.<\/p>\n<p>PIZZOLI<br \/>\nA Pizzoli, in provincia di L\u2019Aquila, era confinato Leone Ginzburg, ebreo, di origine russa, nato a Odessa. Aveva ricevuto la formazione culturale in Italia, a Torino, studiando con Cesare Pavese, Vittorio Foa, Norberto Bobbio, Giulio Einaudi. La moglie, Natalia, ha raccontato in molte sue opere la loro vita, a Pizzoli. E non era certo una villeggiatura. Leone morir\u00e0 nel carcere di Regina Coeli il 5 febbraio 1944. All\u2019et\u00e0 di 35 anni. Aveva scontato due anni di galera, due anni di sorveglianza speciale, tre anni di confino. E\u2019 una delle figure pi\u00f9 nobili della cultura italiana. Di lui Norberto Bobbio ha scritto: \u201cLeone \u00e8 morto senza dire la sua ultima parola, senza dire addio a nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio. Per questo non possiamo rassegnarci; n\u00e9 perdonare. E\u2019 morto solo, come se non avesse pi\u00f9 nulla da dire. E invece il suo discorso era appena cominciato. Gli siamo grati della lezione di umanit\u00e0, di nobilt\u00e0, di coraggio, di serenit\u00e0, di fiducia nella vita, di fermezza nella tragedia, che egli ci ha lasciata. Ma avremmo voluto averlo ancora con noi\u201d. Nel maggio del 1929, dopo il discorso di Benedetto Croce contro la firma di Mussolini ai Patti Lateranensi, un gruppo di studenti torinesi sottoscrive una lettera di solidariet\u00e0 a Croce. Leone ritiene opportuno non firmare, perch\u00e9 non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana. Gli verr\u00e0 accordata nell\u2019ottobre 1931. A Parigi, dove si era recato per motivi di studio, incontra e stringe amicizia con Salvemini, Carlo Rosselli e con tutto il gruppo in esilio dei fondatori e aderenti a \u201cGiustizia e Libert\u00e0\u201d. Tornato a Torino, con Carlo Levi di cui \u00e8 grande amico, costituisce un gruppo clandestino di GL. Accetta l\u2019incarico, che gli viene affidato dall\u2019universit\u00e0 di Torino, di libero docente in letteratura russa. Ma, dopo poco tempo, di fronte all\u2019ordine di firmare il giuramento di fedelt\u00e0 al fascismo, rifiuta, lasciando l\u2019incarico. Trova lavoro come insegnante in un Istituto magistrale di Torino e diventa collaboratore della casa editrice Einaudi. Nel marzo 1934, due componenti del gruppo torinese di \u201cGiustizia e Libert\u00e0\u201d, mentre cercano di rientrare in Italia con materiale di propaganda politica clandestina, vengono arrestati alla frontiera. E\u2019 l\u2019occasione per la polizia fascista di scoprire e arrestare decine di aderenti e simpatizzanti del movimento. Una sessantina, in tutto. Nella retata cadr\u00e0 anche Leone Ginzburg. Al processo, che avr\u00e0 luogo il 6 novembre di quell\u2019anno, Ginzburg subisce una condanna a quattro anni di carcere. Li trascorre prima a Regina Coeli e, in seguito, al carcere di Civitavecchia. Erano stati arrestati, tra gli altri, Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Carlo Levi, Vittorio Foa, Massimo Mila. Dopo aver scontata la pena, Leone sposa il 12 febbraio 1938 Natalia Levi. Nello stesso anno, a causa delle leggi razziali, sar\u00e0 privato della cittadinanza italiana e nel giugno 1940, subito dopo la dichiarazione di guerra, verr\u00e0 condannato al confino a Pizzoli, in provincia dell\u2019Aquila. Con lui vanno la moglie e i due figli, Carlo e Andrea. La sorella Marussia sar\u00e0 costretta a trasferirsi a Chieti. A Pizzoli, Leone e Natalia continuano la loro attivit\u00e0 culturale: scrivono, traducono, correggono bozze.<\/p>\n<p>Vittorio Giorgi, che \u00e8 stato parlamentare comunista, in un intervento penetrante e appassionato nell\u2019aula consiliare del paese, il 7 dicembre 1991, ha ricordato: \u201cFu a quel tempo che conobbi Leone e Natalia Ginzburg. Era l\u2019estate del 1940 ed avevo fatto ritorno a Pizzoli\u2026 Trascorrevamo lunghe serate a discutere della guerra e delle sue terribili conseguenze. Parlavamo del fascismo e dell\u2019antifascismo ma discutevamo anche di altro. In verit\u00e0 a parlare era quasi sempre lui, Leone. Io ascoltavo e cercavo di memorizzare\u2026 A volte tra me e me dicevo: ma come \u00e8 possibile che persone di questo livello culturale e politico si attardano a parlare con uno come me che ha fatto appena la quinta elementare? Nei confronti dei Ginzburg scatt\u00f2 un sentimento di grande simpatia [\u2026] Il rapporto con lui e con Natalia fu sempre intenso.\u201d Nell\u2019agosto 1943, subito dopo la caduta di Mussolini, Leone va a Roma, celandosi sotto il nome di Leonida Granturco. Gli sono affidate la direzione della casa editrice Einaudi e quella del giornale \u201cL\u2019Italia libera\u201d del Partito d\u2019azione. Il 20 novembre, arrestato e condotto di nuovo a Regina Coeli, viene scoperta la sua vera identit\u00e0. Durante l\u2019interrogatorio subisce la frattura d\u2019una mascella. Per i detenuti politici e gli ebrei c\u2019era un trattamento speciale: la tortura. William Simpson, un ex-prigioniero inglese fuggito dal campo di concentramento di Chieti, rifugiatosi dapprima a Sulmona e poi a Roma, dove era stato catturato, ha scritto: \u201cDi notte, lamenti e urla provenivano dalla stanza degli interrogatori, che si trovava proprio di fronte alla mia cella. Il rumore di qualcosa, come di un pesante bastone, scagliato sul corpo dell\u2019interrogato, accompagnava l\u2019implacabile bombardamento di parole\u201d. Il libro di Simpson, dal titolo \u201cA Vatican Lifeline \u201844\u201d, tradotto in italiano a cura del Liceo Scientifico Statale \u201cFermi\u201d di Sulmona col titolo \u201cLa guerra in casa 1943-1944. La resistenza umanitaria dall\u2019Abruzzo al Vaticano, \u00e8 una testimonianza agghiacciante della vita nel carcere di Regina Coeli. In quell\u2019ambiente di tortura fisica e morale, Leone crolla. Il mattino del 5 febbraio 1944 viene trovato morto. Natalia Ginzburg, nel romanzo autobiografico Lessico famigliare ha scritto: \u201cAvremmo lasciato l\u2019Abruzzo con dispiacere, come l\u2019avevano lasciato con dispiacere Miranda e Alberto\u2026 Partii dal paese il primo di novembre\u2026 Mi venne in aiuto la gente del paese. Si concertarono e mi aiutarono tutti\u201d. E parlando del marito scrive: \u201cLeone, la sua capacit\u00e0 d\u2019ascoltare era incommensurabile e infinita; e sapeva ascoltare i fatti degli altri con profonda attenzione, anche quando era profondamente assorto a pensare a se stesso.\u201d<\/p>\n<p>ROVERE<br \/>\nA Rovere, frazione del comune di Rocca di Mezzo, trova rifugio e accoglienza la famiglia Camiz: Paolo (5 anni), Elena e Vito, i genitori. Ne ha raccontato la vicenda il figlio, Paolo, oggi 80 anni, nel libro \u201cUn anno a Rovere(1943-1944)\u201d. Il libro non vuole essere uno dei tanti che hanno speso fiumi d\u2019inchiostro per raccontare le vicende degli ebrei perseguitati e finiti nei campi di sterminio. Consapevoli della loro situazione familiare critica non si arrendono, ma si adattano a tutte le condizioni di disagio materiale e psicologico. Nella frazione di Rovere, dove arrivano subito dopo l\u20198 settembre, trovano accoglienza e amicizia sincera. Lui \u00e8 l\u2019ingegnere. Il personaggio pi\u00f9 qualificato del paese, capace di difendere i contadini perfino parlando con i tedeschi nella loro stessa lingua. Passano cos\u00ec i nove mesi della guerra in Abruzzo, con la fame che si cercava di lenire dividendo il pane che non c\u2019era e con la forza d\u2019animo di non cedere mai allo scoraggiamento e all\u2019umiliazione. Nel mese di luglio del 1944, la famiglia Camiz ha la possibilit\u00e0 di tornare a Roma e di riprendere una nuova vita: non pi\u00f9 quella di tentare in tutti i modi di emigrare nelle nazioni europee o sudamericane per evitare di essere arrestati dai nazisti e spediti nei forni crematori, ma la vita di tutti gli uomini degni di questo nome.<\/p>\n<p>NAVELLI<br \/>\nA Navelli, paese dell\u2019aquilano, si trova la famiglia Fleischmann, con padre internato perch\u00e9 ebreo. Uno dei componenti, allora ragazzo, ne ha raccontato la storia in un libro autobiografico dal titolo Un ragazzo ebreo nelle retrovie (1999). Il diario comincia con la data Settembre 1943: \u201cNavelli si pu\u00f2 trovare facilmente su una buona carta dell\u2019Abruzzo. E\u2019 un paese di pi\u00f9 o meno duemila abitanti e nella forma non \u00e8 molto differente dagli altri villaggi di montagna dell\u2019Appennino centrale: si arrampica su di una collina e finisce in cima con il solito castello. [\u2026] la nostra colonia di internati \u00e8 variamente composta: siamo tre famiglie di ebrei: Fleischmann, Degen e Billig, una famiglia di inglesi, Osmo-Morris, altre due signore inglesi, e un paio di confinati politici, come Giordano Bruno, un toscano ex-combattente di Spagna, e uno slavo, Dussan.\u201d \u201cSono gi\u00e0 pi\u00f9 di tre anni, da quel 19 giugno 1940 quando, alle quattro di mattina, vennero i neri con le baionette inastate, a portarlo via. E da allora pap\u00e0 \u00e8 passato da un campo di concentramento all\u2019altro: dalla reclusione a Fiume, portato via con altri trecento ebrei come un delinquente\u2026\u201d. Vivono tra Navelli, Bominaco, Caporciano, Civitaretenga e in altre zone nei dintorni di Navelli. Vengono aiutati e sfamati dalla gente. \u201cI contadini qui sono meravigliosi. Sebbene nessuno abbia detto nulla, cominciano a portare forme di formaggio o pezzi di pane o uova, e presentano tutto con un fare imbarazzato, come se si vergognassero\u201d.<\/p>\n<p>MONTEREALE-L\u2019AQUILA-PESCARA-PENNE<br \/>\nMario Pirani, nell\u2019autobiografia dal titolo Poteva andare peggio, mezzo secolo di ragionevoli illusioni, scrive: \u201cI Pirani discendono da una famiglia di kohanim che, per sfuggire alla peste nera, abbandon\u00f2 la Germania sul finire del 1300 e ripar\u00f2 a Pirando d\u2019Istria. Di qui il nome: i Coen di Pirano, Coen-Pirani o Pirani-Coen\u201d. Il padre, seguito dalla famiglia, nel mese di giugno 1940, viene obbligato all\u2019internamento a Montereale, in provincia di L\u2019Aquila. Nel mese di ottobre la famiglia viene trasferita all\u2019Aquila (prima in via Paganica e poi in via Majella). Nel 1943 la famiglia si trova da qualche anno a Pescara, dove Mario ha rapporti d\u2019amicizia con Leopoldo Ferrara, Tommaso Taddonio, Glauco Torlontano. Il bombardamento del 31 agosto 1943 li costringe ad allontanarsi dalla citt\u00e0. Si trasferiscono a Penne, prendendo in affitto alcune stanze delle sorelle del parroco. Un giorno, per sfuggire al rastrellamento, Mario trova rifugio nella canonica, aiutato dal parroco, che lo nasconde in un armadio a muro. \u201cQuel giorno &#8211; racconta Mario Pirani &#8211; sarei potuto finire ad Auschwitz. Eravamo piombati in una delle pi\u00f9 immani tragedie della Storia. Ormai era in gioco la vita di ogni ebreo e di chiunque avesse una traccia di sangue ebraico\u201d. Ma anche nel confino abruzzese, l\u2019odissea della famiglia Pirani non ha tregua: da Penne a Sant\u2019Agnello e da qui a Pescara: quattro anni e mezzo. Finalmente, il 28 novembre 1944, il ritorno a Roma. Mario Pirani diventer\u00e0 funzionario del Partito Comunista, che abbandoner\u00e0 nel 1961, accettando l\u2019offerta di assunzione all\u2019Eni, firmata da Enrico Mattei.<\/p>\n<p>ATESSA<br \/>\nGiovanni Finzi-Contini, componente della famiglia ebrea resa celebre dal romanzo di Bassani e dal film di Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi-Contini, \u00e8 spesso tornato a scrivere dei suoi rapporti con Atessa, la cittadina abruzzese che aiut\u00f2 la sua famiglia. Ultimamente, con il libro Cara cugina (2002), anche se ricorre alla finzione letteraria, riesce a trovare parole poeticamente toccanti: \u201cTemo di amare questa terra e non ne sono certo; ma avverto una sorta di corrispondenza biologica, oserei dire animale, cugina mia cara, tra la mia carne e le forme di questo paese sperduto: quasi che il vento gelido che a sera scende dalla lontana Maiella [\u2026] abbia per me ormai un significato personale e individuale troppo radicato e profondo: un legame come tra madre e figlio\u2026\u201d . E alla solidariet\u00e0 dimostrata dalla gente, Finzi-Contini d\u00e0 una sua risposta: \u201c\u2026un simile comportamento non pu\u00f2 non derivare da consuetudini remote, da una sapiente tolleranza e da un superiore rispetto per l\u2019uomo ormai connaturali a queste popolazioni\u2026\u201d.<\/p>\n<p>LANCIANO<br \/>\nC\u2019\u00e8 una testimonianza poco conosciuta, ma sconvolgente sui campi di concentramento per ebrei, situati in Abruzzo: L\u2019internata numero 6 di Maria Eisenstein (Tranchida, Milano 1994). Sono stati affrontati aspetti generali sui vari campi di concentramento per ebrei in Abruzzo. In merito, l\u2019opera di Costantino Di Sante, I campi di concentramento in Abruzzo 1940-1944 resta fondamentale. Come lo sono le testimonianze degli ebrei confinati o fuggiaschi, nascosti in Abruzzo: da Ginzburg a Finzi-Contini, da Fleischmann a Pirani, dalla famiglia Modiano ai Fu\u00e0, fino a Beniamino Sadun con la madre, nascosti insieme all\u2019amico Carlo Azeglio Ciampi, a Scanno. Manca per\u00f2 una ricostruzione approfondita ed esauriente sulla situazione degli ebrei in Abruzzo. Nella prefazione al libro della Eisenstein, Gianni Giovannelli scrive: \u201cC\u2019\u00e8 ancor oggi chi si ostina a negare l\u2019esistenza dei campi di concentramento nella penisola onde accreditare la falsa immagine del fascista italiano buono\u201d. Una ricostruzione del campo di internamento di Lanciano \u00e8 esposta nel libro di Gianni Orecchioni, I sassi e le ombre. Storie di internamento e di confino nell\u2019Italia fascista (2006).<\/p>\n<p>CASOLI<br \/>\nA Casoli, ci fu uno dei pi\u00f9 importanti e famosi campi di internamento per ebrei, al Palazzo Tilli. Oggi \u00e8 uno tra i campi pi\u00f9 documentati in Abruzzo attraverso il lavoro mediatico realizzato da Giuseppe Lorentini. Livio Isaak Sirovich ha scritto \u201cNon era una donna, era un bandito\u201d, (Cierre, Verona 2015) in cui ha ricostruito una parte importante della vita di Rita Rosani, unica donna italiana medaglia d\u2019oro della Resistenza, avvalendosi di una documentazione che riguardava il campo di internamento di Casoli.<\/p>\n<p>PIZZOFERRATO<br \/>\n\u00c8 uno dei vari paesi in cui viene confinato, Nino Contini (1906-1944), ebreo e sionista di Ferrara, La sua storia, scritta nei diari, \u00e8 stata pubblicata a cura dei figli Bruno e Leo col titolo \u201cNino Contini (1906-1944): quel ragazzo in gamba di nostro padre\u201d, Giuntina, Firenze 2012.<\/p>\n<p>Riflessioni conclusive<br \/>\nIl clich\u00e9 dell\u2019italiano-buono nei confronti degli ebrei sembra pi\u00f9 un personaggio da romanzo, che un personaggio storico. Michele Sarfatti (La shoah in Italia) ha cercato di smentire, sulla base dei documenti d\u2019archivio, la tesi di Renzo De Felice, fatta propria da molti storici italiani e stranieri (perfino da Hobsbawm, storico ebreo) che in Italia il fascismo fu piuttosto blando nei confronti della caccia agli ebrei. Ma non \u00e8 vero. Basta leggere la pagina del diario della Eisenstein, che sembra l\u2019incipit del \u201cProcesso\u201d di Kafka: \u00abLa mattina del 17 giugno 1940, sette giorni dopo l\u2019entrata in guerra dell\u2019Italia e sei giorni dopo aver ricevuto la notizia della morte di mio padre in Polonia, alle sette e minuti, un ometto in borghese, mal vestito, si present\u00f2 a casa mia\u2026\u00bb. E\u2019 vero che molti ebrei trovarono ospitalit\u00e0 e complicit\u00e0 da parte di famiglie italiane che li accolsero e li sfamarono. Ma resta il fatto che Mussolini e il fascismo condivisero e sostennero la politica della \u201csoluzione finale\u201d di Hitler.<\/p>\n<p>Secondo Jacob Taubes, teologo ebreo, l\u2019antisemitismo ha radici particolarmente cattoliche. A suo parere, Hitler, Goebbels, Heidegger, Schmitt erano di formazione cattolica. Lo stesso Carl Schmitt, ritenuto da Taubes il pi\u00f9 grande costituzionalista del secolo, gli aveva detto: \u00abLa Chiesa \u00e8 coscientemente ambivalente: io sono cristiano e non c\u2019\u00e8 altra possibilit\u00e0 di esserlo, se non con una punta di antisemitismo\u00bb (In divergente accordo). Carl Schmitt, presidente dell\u2019associazione dei giuristi tedeschi durante il regime nazista, processato e assolto dopo la caduta di Hitler, ritiene che debba essere la forza d\u2019una Legge Costituzionale ad evitare le deviazioni e le dittature. Per questo l\u2019ebreo Taubes e il tedesco-cattolico Schmitt ricorrono ad un concetto di San Paolo, il \u201ckat\u00e9kon\u201d. Nella \u201cII Lettera ai Tessalonicesi\u201d (2,6), lancia una parola, misteriosa e sconvolgente, dal punto di vista politico: \u201ckat\u00e9kon\u201d, la forza frenante. Ci deve essere sempre un \u201cQualcuno\u201d o \u201cQualcosa\u201d che eviti all\u2019umanit\u00e0 di precipitare nel caos. Solo una Legge da tutti e per tutti pu\u00f2 trattenere, frenare un Potere Assoluto. Un\u2019idea che, con secoli e millenni, si trasformer\u00e0 nel processo storico delle carte costituzionali: la \u201cMagna Charta libertatum\u201d (1215), la \u201cDichiarazione dei diritti dell\u2019uomo e del cittadino\u201d (1789), l\u2019ONU (1945), ecc.<\/p>\n<p>Nel corso della storia lo scontro cristianesimo\/ebraismo ha avuto momenti di alta tensione. Gli ebrei venivano considerati \u201cpopolo deicida\u201d. Aspetti ideologici \u201canti-ebraici\u201d sono stati presenti nel Cattolicesimo fino a poco tempo fa. Nella vecchia liturgia del Venerd\u00ec Santo, tra le preghiere del Missale Romanum, vi era quella per i \u201cperfidi\u201d giudei perch\u00e9 Dio potesse rimuovere il velo dai loro cuori (auferat velamen de cordibus) e sanarli dalla loro cecit\u00e0 (obc\u00e6catio). La serie delle lamentazioni e dei rimproveri posti in bocca a Dio, durante la stessa azione liturgica, \u00e8 d\u2019una drammaticit\u00e0 sconvolgente: \u201cPopolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho contristato? Rispondimi. Io ti ho assistito per quarant\u2019anni nel deserto, e tu hai preparato una croce al tuo Salvatore; io ti ho aperto il mare e tu mi hai aperto il fianco con una lancia; io ti ho dato uno scettro regale e tu mi hai dato una corona di spine; io ti ho esaltato e tu mi hai appeso al patibolo della croce\u2026\u201d.<\/p>\n<p>Fortunatamente oggi non si pu\u00f2 parlare di antisemitismo nel Cattolicesimo, dopo le dichiarazioni del Concilio Vaticano Secondo e le solenni prese di posizione degli ultimi pontefici. Ma c\u2019\u00e8 una pagina ancora da scrivere: riconoscere e assumersi le colpe storiche, come italiani e cattolici, nei confronti dello sterminio degli ebrei. L\u2019opera di Daniel Jonah Goldhagen \u201cUna questione morale. La Chiesa cattolica e l\u2019olocausto\u201d (2003) che presenta una analisi approfondita del problema della Shoah sotto gli aspetti storico, giuridico e morale pone interrogativi ai quali \u00e8 dovere morale rispondere perch\u00e9 non si ripetano tragedie cos\u00ec disumane. Michele Battini, l\u2019autore del libro \u201cPeccati di memoria. La mancata Norimberga italiana\u201d ha scritto: \u00abLa ricerca paziente della verit\u00e0 storica rimane una via necessaria per la comprensione e il superamento del passato\u00bb. Solo cos\u00ec si realizzeranno le parole di Primo Levi, impresse nel lager di Auschwitz: \u201cil frutto orrendo dell\u2019odio non dar\u00e0 nuovo seme, n\u00e9 domani n\u00e9 mai\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Giornata della Memoria EBREI IN ABRUZZO a cura di Mario Setta \u201cUn legame come tra madre e figlio\u201d GIOVANNI [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[43,10],"tags":[],"class_list":["post-9289","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-historias","category-italiano"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9289","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=9289"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9289\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=9289"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=9289"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=9289"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}