{"id":94640,"date":"2026-07-31T16:24:56","date_gmt":"2026-07-31T16:24:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=94640"},"modified":"2026-07-31T16:24:56","modified_gmt":"2026-07-31T16:24:56","slug":"pavese-brancaleone-e-la-grecita-calabrese-dellanima","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=94640","title":{"rendered":"PAVESE. BRANCALEONE E LA GRECIT\u00c0 CALABRESE DELL\u2019ANIMA"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/1000306628.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"768\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/1000306628-1024x768.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-94641\" style=\"width:342px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/1000306628-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/1000306628-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/1000306628-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/1000306628-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/1000306628-2048x1536.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>Pierfranco Bruni<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSolo ci\u00f2 che \u00e8 trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale\u00bb. Un reale che lascia il suo realismo e si fa metafora. Il 15 marzo del 1936 Cesare Pavese lascia Brancaleone di Calabria e ritorna nella sua Torino. Non lascia un luogo. Lascia una soglia iniziatica. &nbsp;Se ne va col carcere addosso, col mare negli occhi, col mito nelle mani. &nbsp;Se ne va portando la grecit\u00e0 come un peso lieve, come sale che non si scioglie.<\/p>\n\n\n\n<p>Brancaleone \u00e8 confino politico. Ma \u00e8 anche ierofania. &nbsp;Qui i simboli smettono di ornare e cominciano a rivelare. &nbsp;La pietra, il vento, la distesa non sono paesaggio. Sono segni. &nbsp;Il mare non \u00e8 acqua. \u00c8 memoria. \u00c8 \u00abcosa antica\u00bb che parla greco. La sua discesa nel rito inizia proprio da Brancaleone. Il carcere di Pavese non \u00e8 solo cella. \u00c8&nbsp; infatti discesa agli inferi. &nbsp;\u00c8 il tempo sospeso in cui l\u2019uomo si spoglia e incontra le ombre. &nbsp;E le ombre, se le nomini, diventano figure. &nbsp;\u00abNon ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola\u00bb.&nbsp; Pavese ha attraversato grazie alla parola il tempo del suo vissuto in una alchimia di suoni che sembrano onde sulle pietre levigare dagli anni.<\/p>\n\n\n\n<p>Ha attraversato Brancaleone. L\u2019ha attraversata fino in fondo. &nbsp;E da quell\u2019attraversamento \u00e8 nata una lingua nuova: asciutta, dura, sacra. Il confino gli ha dato due doni: silenzio e misura. &nbsp;Silenzio per ascoltare. Misura per non mentire. Il suo carcere invisibile \u00e8 solitudine metafisica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il sacro in Pavese filtrando il mito \u00e8 eco popolare. \u00c8 segno di una profondit\u00e0 etnica. Penso ai versi del&nbsp; Lo Stendazzu in cui il&nbsp; mito di fa lingua&nbsp; popolare e sacro. Una attrazione che nasce dalla tentazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Dedica alla Calabria pagine di prosa e poesie che restano.&nbsp; Infatti stendazzu. &nbsp;Titolo di terra. Parola che sa di legno e di vento. &nbsp;Qui il popolare non \u00e8 folklore da cartolina. \u00c8 struttura dell\u2019anima. &nbsp;\u00c8 il modo in cui il sacro entra nel quotidiano senza chiedere permesso. Da questa terra nasce il selvaggio e la donna-mito. Non \u00e8 favola. \u00c8 archetipo mediterraneo. &nbsp;Il selvaggio \u00e8 forza senza nome, istinto che resiste. Una percezione oltre il reale. Fissi nell&#8217;anima.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La donna \u00e8 attesa, promessa, destino di donna e di terra. &nbsp;Tra i due scorre il mare. E il mare \u00e8 greco: \u00abVenivano dal mare gli dei\u00bb, e con gli dei venivano le storie, le colpe, i ritorni. In Lo stendazzu la Calabria non \u00e8 descritta. \u00c8 abitata. &nbsp;E nell\u2019abitare diventa mito. La sua grecit\u00e0 si fa geografia interna. Pavese porta via la grecit\u00e0. &nbsp;Non come erudizione. Come modo di stare al mondo. &nbsp;Grecit\u00e0 \u00e8 misura e hybris. \u00c8 rito e parola. &nbsp;\u00c8 il senso che le cose hanno quando le guardi a lungo. I simboli a Brancaleone diventano ierofania. Come tale mostrano tutto ci\u00f2 che non pu\u00f2 essere perduto. Il kito cos\u00ec entra nel pensare filosofico.<\/p>\n\n\n\n<p>La conchiglia trattiene il suono del tempo. La caverna trattiene il silenzio degli antenati. Il labirinto trattiene il cammino dell\u2019uomo tra perdita e riconoscimento. &nbsp;Tutto questo Pavese lo carica e lo porta al Nord. &nbsp;Lo versa in Lavorare stanca, in Paesi tuoi, nei Dialoghi con Leuc\u00f2.&nbsp; E prima nel suo romanzo incipit dal titolo Il carcere.La Calabria diventa Leuc\u00f2. Il mare diventa voce di dei. Di quegli dei greci che ancora resistono in un immaginario poetico.<\/p>\n\n\n\n<p>Per Pavese Brancaleone \u00e8 frontiera. &nbsp;\u00c8 dove Oriente e Occidente si toccano senza confondersi. Il popolare calabrese incontra il mito greco e lo rende carne. &nbsp;Il sacro non ha bisogno di templi. Gli basta una riva, un tramonto, un nome detto piano. Pavese lo capisce. La letteratura non spiega il mito. Lo continua in una geografia di simboli.<\/p>\n\n\n\n<p>Il poeta \u00e8 legislatore del mito perch\u00e9 gli d\u00e0 corpo nuovo. Alla finr \u00e8 l\u2019andare che resta. Parte il 15 marzo. &nbsp;Ma la Calabria non lo lascia. &nbsp;Resta come suono nella conchiglia del tempo. &nbsp;Resta come nostalgia che lavora, che scava, che forma.<\/p>\n\n\n\n<p>Da Brancaleone Pavese porta via tre cose. Dunque. Il carcere indelebile e invisibile come rito di passaggio. Il popolare come lingua del sacro. La grecit\u00e0 come misura per dire l\u2019infinito. Il selvaggio e la donna continuano a camminare nei suoi versi. &nbsp;Il mare continua a rispondere. &nbsp;E l\u2019uomo, tra confino e libert\u00e0, impara che per dire il mondo &nbsp;bisogna prima averlo attraversato. Come ha fatto lui, quel giorno, lasciando Brancaleone &nbsp;e portandosi dentro un\u2019intera Magna Grecia. Quella grecit\u00e0 che non smetter\u00e0 la sua insistente presenza nel vocabolario di Pavese sino al punto in cui la fine dell&#8217;immortalit\u00e0 degli dei toccher\u00e0 il gorgo muto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab&#8230;era felice del mare, venendoci, lo immaginava come la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura&#8230;\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pierfranco Bruni \u00abSolo ci\u00f2 che \u00e8 trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale\u00bb. 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