{"id":94997,"date":"2026-08-08T18:57:29","date_gmt":"2026-08-08T18:57:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=94997"},"modified":"2026-08-08T18:57:29","modified_gmt":"2026-08-08T18:57:29","slug":"abitare-le-macerie-una-lettura-di-cioran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=94997","title":{"rendered":"Abitare le macerie. Una lettura di Cioran."},"content":{"rendered":"\n<p><strong>In tragico di utopia di Pierfranco Bruni.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un\u2019opera inquieta, eccedente, volutamente irregolare<\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000313101.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"627\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000313101-1024x627.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-94998\" style=\"width:284px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000313101-1024x627.jpg 1024w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000313101-300x184.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000313101-768x470.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000313101-1536x941.jpg 1536w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000313101-2048x1254.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>Maria Grazia Destratis<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Ho letto il Cioran di PierfrancoBruni (Solfanelli editore). In tragico di utopia da una posizione che non pu\u00f2 essere del tutto neutrale. Dopo aver affidato a un mio libro il titolo La Confessione, edito da Pellegrini nel 2024, riconosco che confessarsi non significa semplicemente raccontare ci\u00f2 che \u00e8 accaduto. La confessione autentica comincia quando il racconto smette di proteggerci e la parola diventa il luogo nel quale siamo costretti a incontrare ci\u00f2 che avremmo preferito non conoscere di noi stessi.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse \u00e8 per questo che le pagine di Pierfranco Bruni mi sono apparse subito familiari. Non perch\u00e9 restituiscano risposte gi\u00e0 possedute, ma perch\u00e9 abitano lo stesso territorio instabile nel quale la scrittura nasce dalla necessit\u00e0 di interrogare la vita, la morte, la memoria, Dio e il tempo, senza pretendere di ricomporli in una verit\u00e0 pacificata.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sono libri che spiegano un autore e libri che scelgono di accompagnarlo nel luogo pi\u00f9 pericoloso del suo pensiero. Quello di Bruni appartiene alla seconda specie. Non \u00e8 una biografia intellettuale di Emil Cioran, non \u00e8 un manuale e non \u00e8 una ricostruzione sistematica della sua filosofia. \u00c8 un attraversamento. Una discesa nelle regioni in cui la filosofia smette di essere disciplina e diventa esperienza della ferita.<\/p>\n\n\n\n<p>Bruni dichiara fin dalle prime pagine l\u2019impossibilit\u00e0 di affrontare Cioran attraverso gli strumenti della sola filosofia. Nel pensatore rumeno, infatti, filosofia, letteratura, mito e poesia si inseguono fino a perdere i propri confini. Il filosofo diventa \u00ablo scrittore di s\u00e9 stesso\u00bb e lo scrittore si crea nella filosofia della propria esistenza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questo uno dei punti nei quali ho avvertito maggiormente la vicinanza con la mia idea di confessione. Lo scrittore non confessa soltanto gli avvenimenti della propria vita. Confessa la propria condizione. Porta sulla pagina ci\u00f2 che non riesce a risolvere e, proprio per questo, non pu\u00f2 smettere di interrogare. La scrittura non assolve e non condanna: espone. Ci pone davanti allo specchio quando non possiamo pi\u00f9 correggere il riflesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Il libro di Bruni diventa cos\u00ec anche una confessione indiretta. Cioran \u00e8 il nome pronunciato sulla soglia, ma dietro di lui appare continuamente l\u2019autore, con la propria idea del tempo, della vecchiaia, della solitudine e della morte. Non siamo soltanto davanti a un libro \u201csu\u201d Cioran. Siamo davanti a un libro scritto \u201ccon\u201d Cioran, quasi in sua presenza, dentro un colloquio che non cerca una conclusione e non concede consolazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suo centro \u00e8 il tragico. Non un tragico astratto o soltanto filosofico, ma quello elementare dell\u2019essere nati, del vivere sapendo di dover morire, del sentire il tempo come una forza che ci attraversa e lentamente ci sottrae a noi stessi. Nelle pagine di Bruni si cammina quotidianamente nella morte, raccogliendo le macerie di un presente che si perde nello stesso istante in cui viene vissuto. Tempo e morte diventano i protagonisti di uno scenario nel quale l\u2019uomo continua a cercare un senso pur sospettando che quel senso non esista.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Da qui nasce il paradosso contenuto nel titolo. L\u2019utopia non \u00e8 la promessa rassicurante di un mondo migliore. \u00c8 il desiderio impossibile di oltrepassare il limite, di sottrarre l\u2019essere umano alla propria finitezza, pur sapendo che ogni tentativo \u00e8 destinato al fallimento. \u00c8 un\u2019utopia tragica perch\u00e9 non salva: mantiene aperta la ferita.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure la ferita, almeno nel mio modo di intendere la confessione, non coincide necessariamente con una condanna. Pu\u00f2 non guarire, ma diventare coscienza. Pu\u00f2 non restituire ci\u00f2 che abbiamo perduto, ma impedirci di mentire sulla perdita. \u00c8 forse questa la distanza che avverto tra la disperazione radicale di Cioran e il bisogno che mi ha condotta alla scrittura: davanti al buio non cerco una consolazione artificiale, ma neppure rinuncio completamente alla possibilit\u00e0 che la parola custodisca un residuo di umanit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>La tesi pi\u00f9 intensa e, insieme, pi\u00f9 problematica del volume \u00e8 quella di un Cioran profondamente religioso. Non credente nel senso confessionale, ma spirito abitato dall\u2019ossessione di Dio. La sua disperazione sarebbe una ricerca rovesciata del divino; il suo rifiuto, una forma estrema d\u2019interrogazione; la sua bestemmia, una preghiera che non confida pi\u00f9 nella risposta.<\/p>\n\n\n\n<p>Bruni vede nell\u2019angoscia di essere nati anche la metafora di una tensione verso Dio, il mistero e quella verit\u00e0 che la ragione non riesce a contenere. Cioran \u00e8 per lui uno spirito religioso proprio perch\u00e9 non riesce a liberarsi della domanda religiosa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 forse questa l\u2019intuizione pi\u00f9 feconda del libro: sottrarre Cioran alla lettura pi\u00f9 semplice del nichilista e restituirlo alla contraddizione. Cioran non crede, ma non riesce a liberarsi dalla necessit\u00e0 di credere. Rifiuta la salvezza, ma continua a interrogare i santi. Respinge la metafisica, ma ne abita le rovine. Dio \u00e8 assente, eppure la sua assenza occupa quasi tutto lo spazio.<\/p>\n\n\n\n<p>In fondo, anche questa \u00e8 una confessione: dichiarare non soltanto ci\u00f2 in cui crediamo, ma ci\u00f2 da cui, pur negandolo, non siamo mai riusciti ad allontanarci.<\/p>\n\n\n\n<p>Attorno a questo nucleo Bruni costruisce una vasta costellazione di autori: Vintila Horia, Mircea Eliade, Guido Ceronetti, Pirandello, Nietzsche, Ionesco, Manlio Sgalambro, Mishima e Maria Zambrano. Non sono semplici riferimenti bibliografici, ma presenze chiamate a formare una geografia spirituale: il Mediterraneo, l\u2019esilio, il labirinto, il ritorno, il mito, la nostalgia e l\u2019Occidente in decadenza. Ogni autore rappresenta una diversa maniera di abitare la medesima domanda.<\/p>\n\n\n\n<p>Particolarmente significativo \u00e8 il tema dell\u2019esilio. Esso non coincide soltanto con l\u2019allontanamento dalla patria, ma diventa una condizione ontologica. Si nasce separati e si vive cercando una casa che forse non \u00e8 mai esistita. Eliade cerca il centro del labirinto; Zambrano una radura nella penombra; Horia trasforma la pagina in patria. Cioran, invece, rimane sulla circonferenza, tra insonnia e macerie. Per lui non pu\u00f2 esistere un ritorno definitivo, perch\u00e9 il vero esilio \u00e8 quello da s\u00e9 stessi.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche la confessione, a ben vedere, \u00e8 una forma di esilio. Nel momento in cui pronunciamo la verit\u00e0 su noi stessi, non possiamo pi\u00f9 tornare completamente alla persona che eravamo prima di averla pronunciata. La parola ci allontana dall\u2019innocenza, ma ci avvicina alla consapevolezza. Dopo una confessione autentica non si torna indietro: si pu\u00f2 soltanto imparare ad abitare ci\u00f2 che \u00e8 stato rivelato.<\/p>\n\n\n\n<p>La scrittura di Bruni procede per onde, accumulazioni e ritorni. Alcune parole ricompaiono ossessivamente: tramonto, macerie, destino, solitudine, sacro, labirinto, memoria. Non \u00e8 una prosa argomentativa tradizionale. \u00c8 una prosa lirica, aforistica, talvolta oracolare, che cerca di pensare attraverso il ritmo e l\u2019immagine prima ancora che attraverso la dimostrazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa scelta produce pagine di notevole intensit\u00e0, ma comporta anche un rischio. Quando ogni frase vuole raggiungere l\u2019abisso, l\u2019abisso pu\u00f2 trasformarsi in paesaggio abituale. L\u2019accumulo delle metafore e dei nomi, in alcuni punti, attenua la forza delle intuizioni pi\u00f9 autentiche. Il lettore avverte talvolta il bisogno di una pausa, di uno spazio bianco, di un silenzio che lasci sedimentare le parole.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia, la ripetizione \u00e8 dichiarata dall\u2019autore stesso, che definisce il proprio itinerario \u00abparadossalmente confusionario e volutamente ripetitivo\u00bb. Non \u00e8 quindi soltanto una debolezza stilistica, ma la forma assunta da un pensiero che non procede in linea retta. Bruni ritorna sui medesimi temi perch\u00e9 certe domande non possono essere superate: possono soltanto essere percorse pi\u00f9 volte, ogni volta da una diversa solitudine.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle pagine conclusive Cioran appare come un Ecclesiaste esiliato a Parigi: un mistico senza fede, un uomo che non predica dal tempio ma annota dal caff\u00e8, che non possiede discepoli ma insonnia. La sua scrittura \u00e8 una \u00abferita che pensa\u00bb: non costruisce sistemi, raccoglie schegge; non ricompone le rovine, le rende visibili.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questa la riuscita pi\u00f9 autentica del volume. In tragico di utopia non ci consegna un Cioran pacificato, catalogato o risolto. Ci consegna la sua ombra e ci invita a sederci accanto ad essa. Non per trovare conforto, ma per comprendere che talvolta la lucidit\u00e0 consiste proprio nel non chiedere alla notte di diventare giorno.<\/p>\n\n\n\n<p>Da autrice de La Confessione, non posso non domandarmi se confessarsi non significhi, in fondo, proprio questo: restare davanti alla propria notte senza mentire su ci\u00f2 che vediamo. Non cancellare le macerie, ma riconoscerle come parte del paesaggio interiore. Non pretendere che il dolore possieda necessariamente un significato, ma impedirgli di restare privo di voce.<\/p>\n\n\n\n<p>Pierfranco Bruni ha scritto un\u2019opera inquieta, eccedente, volutamente irregolare. Ha la forza e i limiti di una confessione intellettuale: non pretende neutralit\u00e0, ma espone una fedelt\u00e0. E nella sua parte pi\u00f9 vera ci ricorda che la filosofia, quando tocca davvero la vita, non offre risposte definitive.<\/p>\n\n\n\n<p>Ferisce. Accompagna. Interroga. Poi tace. E nel silenzio lascia l\u2019uomo solo davanti alla propria irrimediabile e tragica meraviglia di essere vivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Maria Grazia Destratis<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In tragico di utopia di Pierfranco Bruni. 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