{"id":95257,"date":"2026-08-18T08:06:47","date_gmt":"2026-08-18T08:06:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=95257"},"modified":"2026-08-18T08:06:48","modified_gmt":"2026-08-18T08:06:48","slug":"leco-del-silenzio-congo-siria-libia-marocco-mali-la-minaccia-di-nuovi-fronti-tra-iran-paesi-arabi-e-usa-con-il-ruolo-delloman-e-la-mappa-delle-guerre-dimenticate","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=95257","title":{"rendered":"L\u2019eco del silenzio: Congo, Siria, Libia, Marocco, Mali, la minaccia di nuovi fronti tra Iran, paesi arabi e USA con il ruolo dell&#8217;Oman, e la mappa delle guerre dimenticate"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Carlo Di Stanislao<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Carlo-Di-Stanislao-1-1-1-1-1-1-1.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"960\" height=\"932\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Carlo-Di-Stanislao-1-1-1-1-1-1-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-95226\" style=\"width:362px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Carlo-Di-Stanislao-1-1-1-1-1-1-1.jpg 960w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Carlo-Di-Stanislao-1-1-1-1-1-1-1-300x291.jpg 300w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Carlo-Di-Stanislao-1-1-1-1-1-1-1-768x746.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 960px) 100vw, 960px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p>\u200b<em>\u00abLa guerra non si pu\u00f2 umanizzare, si pu\u00f2 solo abolire.\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u2014 Albert Einstein<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<p>\u200bLa nostra attenzione collettiva \u00e8 un bene prezioso e drammaticamente scarso, continuamente monopolizzato dalle crisi geopolitiche pi\u00f9 fotogeniche o strategicamente vicine, mentre l\u2019eco del silenzio avvolge regioni devastate da sofferenze immense che la memoria collettiva sceglie scientemente di ignorare. Esiste una geografia del dolore che scorre parallela alle prime pagine dei giornali e ai notitiziari della sera. \u00c8 una mappa tracciata da linee di frattura storiche, risorse naturali contese, eredit\u00e0 coloniali mai rielaborate e ingerenze esterne che alimentano conflitti cronici. Quando i riflettori si spengono o non si accendono affatto, la violenza non cessa di divorare vite umane; semplicemente cambia natura, trasformandosi in una condizione di esistenza quotidiana e normalizzata per centinaia di milioni di persone.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200b<strong>Il gigantismo della sofferenza nell\u2019Africa centrale<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u200bNessun luogo incarna il paradosso dell\u2019indifferenza globale quanto la Repubblica Democratica del Congo. Da quasi tre decenni, la parte orientale del paese \u00e8 il teatro di uno dei conflitti pi\u00f9 sanguinosi e complessi, con un bilancio stimato in oltre sei milioni di vittime dirette e indirette. Non si tratta di una guerra tradizionale tra due eserciti contrapposti, ma di un ecosistema di violenza strutturale in cui convivono oltre cento gruppi armati, dalle milizie locali alle formazioni ribelli transnazionali come il movimento M23 e le ADF.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bAl centro di questa tragedia c\u2019\u00e8 un paradosso geografico ed economico brutale: l\u2019immensa ricchezza mineraria del sottosuolo congolese. Coltan, cobalto, oro, diamanti e rame, materiali indispensabili per la transizione energetica, per l\u2019industria bellica e per la produzione di tecnologia di consumo, alimentano un circuito economico informale che finanzia direttamente la guerra. Le comunit\u00e0 contadine del Nord e Sud Kivu si trovano schiacciate tra gli interessi delle \u00e9lite politiche locali, le avidit\u00e0 delle multinazionali e le ambizioni dei paesi vicini. Lo stupro viene utilizzato sistematicamente come vera e propria arma di guerra per decontestualizzare e terrorizzare le popolazioni rurali, provocando la fuga di oltre sei milioni di sfollati interni che vivono in condizioni d\u2019emergenza umanitaria perenne.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200b<strong>L&#8217;ombra del Golfo Persico: l&#8217;Iran, gli USA, la stabilit\u00e0 araba e la corda tesa dell&#8217;Oman<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u200bMentre l&#8217;attenzione oscilla tra crisi conclamate ed emergenze rimosse, un&#8217;ombra gravissima minaccia di spalancare nuovi fronti catastrofici nel Medio Oriente. La costante escalation delle tensioni tra l\u2019<strong>Iran<\/strong>&nbsp;e la coalizione a guida&nbsp;<strong>USA<\/strong>, unita alle fragili architetture di sicurezza dei&nbsp;<strong>paesi arabi<\/strong>&nbsp;del Golfo, rischia di trasformare l&#8217;area in un incendio sistemico su vasta scala. La prolungata guerra d&#8217;influenza condotta attraverso gruppi d&#8217;azione regionale, unita ai dossier mai risolti sul programma nucleare e sulla sicurezza delle rotte commerciali vitali, ha spinto la regione sul ciglio di un precipizio.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bIn questo scenario altamente infiammabile, l\u2019<strong>Oman<\/strong>&nbsp;ha storicamente rappresentato l&#8217;incudine e il martello della diplomazia regionale. Il Sultanato di Muscat ha coltivato per decenni una posizione di rigorosa \u00abneutralit\u00e0 attiva\u00bb, ponendosi come il canale d&#8217;ombra e il mediatore invisibile ma indispensabile tra Teheran, i vicini arabi e Washington. Tuttavia, questa tradizionale funzione di cuscinetto appare oggi drammaticamente sotto pressione. Il controllo strategico dello Stretto di Hormuz, varco essenziale per il commercio energetico, mette l&#8217;Oman direttamente sulla linea di fuoco in caso di collisione aperta. Se il delicatissimo equilibrio diplomatico garantito da Muscat dovesse spezzarsi sotto il peso di provocazioni incrociate o errori di calcolo strategici, la crisi travolgerebbe l&#8217;intero Golfo Persico, costringendo gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo a schierarsi e convertendo un confronto a bassa intensit\u00e0 in uno scontro dagli esiti devastanti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200b<strong>Il congelamento ingannevole della crisi siriana<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u200bSpostandosi verso il Medio Oriente continentale, la Siria rappresenta un esempio tragico di come la stanchezza possa trasformare una catastrofe in corso in uno sfondo indistinto della geopolitica. Dopo oltre un decennio dall&#8217;inizio delle rivolte, il paese rimane profondamente frammentato, lacerato e impoverito. Il regime di Damasco ha riassunto il controllo formale di gran parte del territorio nazionale grazie all\u2019intervento decisivo di alleati esterni, ma si tratta di una vittoria ottenuta sulle macerie di un\u2019intera societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bLa percezione che il conflitto sia finito \u00e8 del tutto fallace. Il nord-ovest del paese, in particolare la provincia di Idlib, resta una polveriera sotto il controllo di formazioni islamiste e costantemente esposta a bombardamenti aerei. Il nord-est gestito dalle forze curdo-siriane affronta continue pressioni militanti e incursioni, mentre la presenza residua dello Stato Islamico continua a rappresentare una minaccia asimmetrica letale nei territori desertici dell&#8217;interno. Pi\u00f9 dell\u2019ottanta per cento della popolazione vive oggi sotto la soglia della povert\u00e0 estrema, provata dalle sanzioni, dall\u2019iperinflazione e dalla distruzione delle infrastrutture sanitarie ed idriche. I milioni di profughi siriani sparsi nei paesi confinanti affrontano un&#8217;ostilit\u00e0 crescente, bloccati in un limbo istituzionale senza prospettive di rientro sicuro n\u00e9 di integrazione definitiva.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200b<strong>La frammentazione libica e l\u2019instabilit\u00e0 nel Nord Africa<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u200bL\u2019instabilit\u00e0 nel bacino del Mediterraneo trova il suo epicentro nella Libia, una nazione ricca di idrocarburi che dopo la caduta del precedente regime non \u00e8 mai riuscita a ritrovare una sintesi statale unitaria. Divisa tra amministrazioni rivali, milizie territoriali, mercenari e reti criminali, la Libia \u00e8 diventata un laboratorio di caos sistemico in cui la sovranit\u00e0 statale \u00e8 stata polverizzata.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bQuesta paralisi istituzionale ha trasformato il paese nel principale hub del traffico di esseri umani verso l\u2019Europa. Centinaia di migliaia di migranti provenienti dall\u2019Africa subsahariana e dal Corno d&#8217;Africa restano bloccati in un sistema punitivo fatto di centri di detenzione arbitrari, torture, estorsioni e lavoro forzato. Sul piano diplomatico, la situazione libica viene mantenuta in uno stato di stallo calcolato dalle potenze regionali ed estere, pi\u00f9 interessate alla sicurezza delle forniture energetiche e al contenimento dei flussi migratori che alla ricostruzione di un tessuto democratico legittimo e trasparente.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bSpostandosi lungo la fascia nordafricana, anche il Marocco vive una complessa realt\u00e0 diplomatica e di sicurezza collegata al contenzioso mai risolto del Sahara Occidentale. La tensione congelata con il Fronte Polisario si ripercuote sulla stabilit\u00e0 dell&#8217;intera regione magrebina, alimentando corse agli armamenti e ostacolando qualunque processo di integrazione economica regionale. Il dramma dei rifugiati sahrawi che vivono da decenni nei campi nel deserto \u00e8 l&#8217;ennesima riprova di come le crisi prolungate tendano ad assuefare la diplomazia, trasformando l&#8217;eccezione in norma.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200b<strong>L\u2019incendio invisibile del Sahel e del Mali<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u200bProseguendo verso sud, la fascia del Sahel affronta una delle escalation di violenza pi\u00f9 rapide e letali. In Mali, la crisi iniziata con l\u2019insurrezione tuareg si \u00e8 rapidamente evoluta in un contagio jihadista orchestrato dai gruppi affiliati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico. Le istituzioni statali, fragili e percepite come corrotte, hanno ceduto il passo a continui colpi di stato militari che hanno progressivamente spezzato i legami di cooperazione con i partner storici per riallinearsi con la Russia e i suoi mercenari.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200bIl conflitto maliano non \u00e8 un evento isolato, ma il catalizzatore di un\u2019instabilit\u00e0 che ha gi\u00e0 travolto il Burkina Faso e il Niger, minacciando direttamente gli stati costieri del Golfo di Guinea. Gli attacchi contro i villaggi, le esecuzioni sommarie, la chiusura delle scuole e il blocco delle vie di comunicazione sono all&#8217;ordine del giorno. In questa regione, il cambiamento climatico agisce da formidabile acceleratore di conflitti, inaridendo le risorse idriche e le terre coltivabili e scatenando guerre intestine tra comunit\u00e0 pastorali e popolazioni sedentarie, prontamente strumentalizzate dai gruppi estremisti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200b<strong>Rompere il muro della distrazione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u200bL\u2019elenco dei conflitti sommersi non si esaurisce in questi territori. Dallo Yemen devastato da una crisi alimentare senza precedenti al Myanmar stritolato dalla dittatura militare, fino alle tensioni dimenticate nel Corno d&#8217;Africa e in Sudan, la geografia dell&#8217;abbandono \u00e8 sconfinata. Rompere il muro dell&#8217;indifferenza richiede un impegno critico consapevole: comprendere che l&#8217;assenza di copertura non equivale mai all&#8217;assenza di sofferenza, e che le crisi dimenticate di oggi sono inevitabilmente le emergenze irrisolvibili di domani.<\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Tutte l\u2019opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l\u2019opinione della Direzione<\/em><\/strong><br><br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Carlo Di Stanislao \u200b\u00abLa guerra non si pu\u00f2 umanizzare, si pu\u00f2 solo abolire.\u00bb \u2014 Albert Einstein \u200bLa nostra attenzione collettiva [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[],"class_list":["post-95257","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-opiniones"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/95257","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=95257"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/95257\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":95258,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/95257\/revisions\/95258"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=95257"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=95257"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=95257"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}