{"id":95662,"date":"2026-08-30T22:39:24","date_gmt":"2026-08-30T22:39:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=95662"},"modified":"2026-08-30T22:39:25","modified_gmt":"2026-08-30T22:39:25","slug":"giuseppe-berto-o-il-teatro-della-dissolvenza-male-oscuro-gloria-anonimo-veneziano-la-trilogia-del-perdono-impossibile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=95662","title":{"rendered":"GIUSEPPE BERTO O IL TEATRO DELLA DISSOLVENZA. MALE OSCURO, GLORIA, ANONIMO VENEZIANO: LA TRILOGIA DEL PERDONO IMPOSSIBILE"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000331190.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"768\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000331190-768x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-95663\" style=\"width:274px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000331190-768x1024.jpg 768w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000331190-225x300.jpg 225w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000331190-1152x1536.jpg 1152w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/1000331190.jpg 1344w\" sizes=\"(max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>di Pierfranco Bruni<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il primo approccio fu negli anni Settanta. Con il film Anonimo veneziano. Successivamente con la sceneggiatura. Poi con lettura e rilettura del breve romanzo. Nel 1978 arriv\u00f2 La Gloria. Discussioni tante. Ero giovanissimo.&nbsp; Poi il romanzo di met\u00e0 anni Sessanta. Quel male oscuro, riletto negli anni post Anonimo, che mi ricondusse alla mia Calabria. Insomma una vita passata a leggerlo. Poi vennero i miei libri su di lui e i numerosi saggi. Allora. C&#8217;\u00e8 uno scrittore, nel Novecento italiano ed europeo, che non ha mai accettato di essere scrittore. Ha accettato di essere colpevole. Ha accettato di essere perduto. Questo scrittore \u00e8 Giuseppe Berto. E in questo suo accettare la perdizione come destino e come linguaggio, Berto \u00e8 forse l&#8217;unico scrittore veramente religioso che l&#8217;Italia del secondo Novecento abbia avuto. Non religioso perch\u00e9 credente. Religioso perch\u00e9 disperatamente in cerca di una religiosit\u00e0 che non consola.<\/p>\n\n\n\n<p>In Giuseppe Berto il teatro diventa il palcoscenico dell&#8217;esistenza. Non \u00e8 una metafora. \u00c8 una topografia dell&#8217;anima. La vita non \u00e8 rappresentata a teatro: \u00e8 teatro. Siamo tutti su un palcoscenico che non abbiamo scelto, con un copione che non abbiamo scritto, davanti a un Dio che forse \u00e8 il suggeritore e forse \u00e8 uno spettatore distratto, e forse non c&#8217;\u00e8. Ma noi recitiamo lo stesso. Recitiamo fino alla fine, fino alla consunzione del tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 in Berto il tempo non scorre. Si erode. \u00c8 teatro della tensione e della erosione del tempo. \u00c8 questa l&#8217;immagine che bisogna tenere ferma. Il tempo bertiano non \u00e8 quello di Proust, che ritrova. Non \u00e8 quello di Joyce, che dilata. \u00c8 un tempo che si sbriciola, che si fa calce, che si fa polvere di intonaco. Si erode come si erode una costa calabrese battuta dallo scirocco. E l&#8217;uomo, in questa erosione, non costruisce: si dissolve. L&#8217;anima \u00e8 suprema dissolvenza. Il male oscuro \u00e8 del 1964. Ma \u00e8 un libro fuori dal tempo. Potrebbe essere stato scritto nel 1600 da un mistico spagnolo. Potrebbe essere stato scritto domani da un paziente in analisi. \u00c8 il libro in cui Berto porta la sua nevrosi sul tavolo anatomico e la seziona, ma mentre la seziona prega. Non prega un Dio. Prega la sua malattia perch\u00e9 gli riveli se ha un&#8217;anima.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel cuore del tempo e di una religiosit\u00e0 che si cerca in quel suo male oscuro in cui l&#8217;anima \u00e8 suprema dissolvenza. Ecco. La religiosit\u00e0 che si cerca. Non che si possiede. Non che si ostenta. Che si cerca. Berto \u00e8 il cercatore per eccellenza. Cerca come cercavano i Padri del Deserto, ma il suo deserto \u00e8 una clinica psicanalitica a Roma, il suo deserto \u00e8 un intestino che non funziona, \u00e8 un&#8217;angoscia che gli stringe la gola. E l\u00ec, in quel male oscuro che i medici chiamano colite, nevrosi, ansia, lui intuisce la presenza di qualcosa che i medici non possono nominare: l&#8217;anima.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;anima in Berto non \u00e8 luce. \u00c8 ombra che si dissolve. \u00c8 suprema dissolvenza. \u00c8 quel che resta quando il corpo ha fallito. Eppure, paradossalmente, \u00e8 proprio quel fallimento del corpo, quel male oscuro che sale dallo stomaco alla testa, l&#8217;unica prova ontologica che l&#8217;uomo non \u00e8 solo materia. Se fossi solo materia, non soffrirei cos\u00ec. Soffro, dunque ho un&#8217;anima. \u00c8 il cogito bertiano. Doloroso, capovolto, anti-cartesiano. Il teatro qui \u00e8 la stanza d&#8217;analisi. Il lettino \u00e8 il palcoscenico. L&#8217;analista \u00e8 il sacerdote che non assolve. E Berto recita il suo male davanti a lui, ma in realt\u00e0 lo recita davanti a Dio. \u00c8 una confessione senza assoluzione. \u00c8 la tensione pura. La tensione tra il voler guarire e il voler soffrire, perch\u00e9 soffrire \u00e8 l&#8217;unico modo per sentirsi vivi, per sentirsi eletti da qualcosa, anche se da un male.<\/p>\n\n\n\n<p>Quattordici anni dopo, Berto compie il gesto pi\u00f9 eretico, pi\u00f9 scandaloso, pi\u00f9 cristiano della letteratura italiana del Novecento. Scrive La gloria. Qui accade ci\u00f2 ho definito con una formula che \u00e8 gi\u00e0 teologia: in la gloria in cui Cristo diventa il confessore di Giuda e viceversa.<\/p>\n\n\n\n<p>Bisogna capire la portata di questo rovesciamento. La tradizione cristiana, da duemila anni, ha fatto di Giuda il capro espiatorio necessario. Il traditore. Il venduto. L&#8217;infamia per antonomasia. Dante lo mette nella Giudecca, nel ghiaccio pi\u00f9 profondo dell&#8217;Inferno, masticato per l&#8217;eternit\u00e0 da Lucifero. La Chiesa lo ha usato come alibi: se c&#8217;\u00e8 un traditore, noi siamo i fedeli.<\/p>\n\n\n\n<p>Berto demolisce tutto. Non con un saggio, ma con un romanzo. Con la piet\u00e0 di un romanziere. Il suo Giuda non tradisce. Adempie. \u00c8 l&#8217;unico degli apostoli che ha capito davvero cosa Cristo gli sta chiedendo: consegnalo, perch\u00e9 senza consegna non c&#8217;\u00e8 Passione, senza Passione non c&#8217;\u00e8 Redenzione. Giuda \u00e8 l&#8217;unico che ama Cristo abbastanza da accettare di essere odiato per sempre. \u00c8 il pi\u00f9 fedele tra i fedeli, perch\u00e9 accetta l&#8217;infamia eterna per amore del disegno.<\/p>\n\n\n\n<p>E allora, chi deve confessare chi? Chi deve perdonare chi? Nel finale sconvolgente de La gloria, Cristo, risorto, va a cercare Giuda impiccato. Non per condannarlo, ma per chiedergli perdono. Per dirgli: perdonami, fratello, perch\u00e9 ti ho caricato di un peso pi\u00f9 grande di te. E Giuda, a sua volta, confessa Cristo: perdonami tu, perch\u00e9 ho dubitato che il tuo amore potesse arrivare fino a me. Il simbolo di Giuda non \u00e8 tradimento. Ma riconciliare il perduto in perdono.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa frase resta&nbsp; al centro. \u00c8 la chiave di volta di tutta l&#8217;opera di Berto. E, forse, di tutto il Cristianesimo che verr\u00e0. Non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 tradimento, c&#8217;\u00e8 riconciliazione. Non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 un perduto e un Salvatore. Ci sono due perduti che si salvano a vicenda perdonandosi. Il perduto riconciliato nel perdono. \u00c8 la pi\u00f9 alta eresia e la pi\u00f9 alta ortodossia insieme. Berto ci dice: Dio non salva l&#8217;uomo dall&#8217;alto. Dio ha bisogno che l&#8217;uomo lo salvi dal basso, perdonandolo di averlo creato cos\u00ec fragile. \u00c8 un ribaltamento totale. \u00c8 la gloria. Non la gloria trionfale, ma la gloria ferita.<\/p>\n\n\n\n<p>E poi arriva Venezia. E Venezia, in Berto, non \u00e8 mai una citt\u00e0. \u00c8 uno stato dell&#8217;anima. \u00c8 la citt\u00e0-teatro dove il tragico dell&#8217;attesa si abita. Anonimo veneziano \u00e8 del 1971, diventa film con la musica di Stelvio Cipriani, diventa pianto collettivo di un&#8217;Italia che non sa nominare la morte. Ma il libro \u00e8 altra cosa dal film. Il libro \u00e8 un trattato sull&#8217;impossibilit\u00e0 di morire. Un uomo sa che sta morendo. Una donna, che \u00e8 stata sua moglie, lo sa. Si incontrano a Venezia. Non per amarsi ancora. Per imparare a congedarsi. Il tragico non \u00e8 la morte. Il tragico \u00e8 l&#8217;attesa della morte. \u00c8 quel tempo eroso, sospeso, in cui non si vive pi\u00f9 e non si \u00e8 ancora morti. E come si abita questa attesa? Come si cerca di capire la morte? Non con la scienza, che Berto disprezza perch\u00e9 non ha mai capito il male oscuro. Ma attraverso un testo fondamentale che \u00e8 l&#8217;Ecclesiaste letto nella traduzione di Guido Ceronetti.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 Ceronetti? Perch\u00e9 Ceronetti \u00e8 l&#8217;unico traduttore che non addomestica Qoelet. Lo lascia aspro, ebraico, disperato, ironico. Qoelet non dice: la vita ha un senso. Dice: Havel havalim, tutto \u00e8 soffio, \u00e8 vanit\u00e0, \u00e8 nebbia. Vanitas vanitatum, omnia vanitas. E Berto, che \u00e8 un laico religiosissimo, capisce che solo Qoelet pu\u00f2 parlare a un uomo che sta morendo a Venezia. Venezia stessa \u00e8 Qoelet fatta pietra e acqua.<\/p>\n\n\n\n<p>Apertura di Anonimo veneziano: \u00abSfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva n\u00e9 a dissiparsi n\u00e9 a diventare pioggia, un po&#8217; disfatta da un torpido scirocco pi\u00f9 atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente anche d&#8217;immodestia confinante col peccato, la citt\u00e0 era piena di attutiti rumori, di colori stagnanti nel culmine d&#8217;una marea pigra\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Leggiamola parola per parola, perch\u00e9 ogni parola \u00e8 teatro. Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva n\u00e9 a dissiparsi n\u00e9 a diventare pioggia: \u00e8 l&#8217;anima di Berto. \u00c8 il male oscuro. \u00c8 la condizione umana sospesa tra il nulla e il pianto, tra il dissolversi e il bagnare la terra. Non riesce a essere n\u00e9 niente n\u00e9 qualcosa. Un po&#8217; disfatta da un torpido scirocco pi\u00f9 atmosfera che vento: lo scirocco \u00e8 il vento del Sud, il vento della Calabria, il vento che porta malattia e desiderio. Non \u00e8 vento che muove, \u00e8 atmosfera che opprime. \u00c8 il tempo bertiano. Assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente anche d&#8217;immodestia confinante col peccato: Venezia \u00e8 l&#8217;uomo. \u00c8 Giuda. \u00c8 ciascuno di noi. Grandezza e peccato mescolati. Splendore e immodestia. Non c&#8217;\u00e8 innocenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Piena di attutiti rumori, di colori stagnanti nel culmine d&#8217;una marea pigra: la morte non \u00e8 un colpo di cannone. \u00c8 una marea pigra. \u00c8 un colore che ristagna. \u00c8 un rumore attutito. Si muore cos\u00ec, a Venezia. Senza drammi, con una pigrizia che \u00e8 gi\u00e0 eternit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>In questa Venezia, l&#8217;uomo e la donna cercano di capire la morte con Qoelet. Ma Qoelet non spiega la morte. Dice solo: godi, finch\u00e9 puoi, la donna che ami. Mangia il tuo pane con gioia. Perch\u00e9 il resto \u00e8 nebbia. E allora l&#8217;unica risposta alla morte \u00e8 la musica. Suonare l&#8217;Adagio dell&#8217;Anonimo Veneziano fino all&#8217;ultima nota, sapendo che dopo l&#8217;ultima nota c&#8217;\u00e8 il silenzio. Ma quella nota, suonata, \u00e8 gi\u00e0 eternit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>La Calabria \u00e8 archetipo. Bisogna tornare sempre in Calabria per capire Berto. Perch\u00e9 Berto \u00e8 un veneto che ha scelto di morire calabrese. \u00c8 nato a Mogliano Veneto, ma ha vissuto e \u00e8 morto a Capo Vaticano, davanti al mare di Stromboli. Perch\u00e9? Come la profonda grecit\u00e0 che la vive nel mare di Calabria in cui tutti gli d\u00e8i escono dalle onde.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 l&#8217;immagine che chiude la trilogia. Perch\u00e9 se Venezia \u00e8 il luogo della dissolvenza, della nebbia, di Qoelet, del Dio unico che tace, la Calabria \u00e8 il luogo dell&#8217;epifania. L\u00ec gli d\u00e8i non tacciono. Escono dalle onde. Berto, dopo aver attraversato la psicanalisi (Il male oscuro), dopo aver attraversato il Vangelo eretico (La gloria), dopo aver attraversato Qoelet e la morte borghese (Anonimo veneziano), approda alla Magna Grecia. Approda al mito. Nel mare di Calabria, il Dio unico, tragico, colpevolizzante, si frantuma in mille d\u00e8i. E quei mille d\u00e8i non chiedono confessione. Non chiedono perdono. Chiedono solo di essere guardati mentre escono dalle onde, bagnati, splendenti, indifferenti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 la pace. Non la pace cristiana, che \u00e8 perdono. Ma la pace greca, che \u00e8 presenza. L\u00ec, davanti a quel mare, il male oscuro si fa chiaro. Il tradimento di Giuda si fa necessario. L&#8217;attesa di Venezia si fa ritorno. Sono proprio questi tre romanzi che creano una griglia in cui le opere di Dio si fanno mistero nel reale. La griglia \u00e8: Malattia &#8211; Tradimento &#8211; Attesa. Corpo &#8211; Spirito &#8211; Tempo. Psicanalisi &#8211; Vangelo &#8211; Qoelet. E il mistero \u00e8 che, in ognuna di queste stazioni, Dio c&#8217;\u00e8, ma non come lo aspettavamo. C&#8217;\u00e8 come malattia che rivela l&#8217;anima. C&#8217;\u00e8 come perdono che capovolge il giudizio. C&#8217;\u00e8 come musica che sfida la morte. E c&#8217;\u00e8, infine, come onda che porta a riva un dio pagano. Uno scrittore singolare del Novecento europeo.<\/p>\n\n\n\n<p>Singolare perch\u00e9 solo. Perch\u00e9 eretico. Perch\u00e9 non ha mai voluto edificare. Ha voluto solo dire: guardate, io sono malato, sono traditore, sono morente. Eppure, in questo mio essere malato, traditore, morente, c&#8217;\u00e8 una bellezza che \u00e8 pi\u00f9 grande di me. C&#8217;\u00e8 un teatro. C&#8217;\u00e8 una gloria. C&#8217;\u00e8 una Venezia nella nebbia e un mare in Calabria pieno di d\u00e8i. E cos\u00ec sia. Non smetter\u00f2 di leggere Berto.&nbsp; Non smetter\u00f2 di scrivere di Giuseppe Berto. Deve finire cos\u00ec, ogni discorso su Berto. Non con una sintesi critica. Ma con un atto di fede laica. E cos\u00ec sia. Amen, ma un amen pagano, detto davanti alle onde, mentre gli d\u00e8i escono, uno dopo l&#8217;altro, e non ci giudicano. Cos\u00ec sia. Infatti.&nbsp; Il mio Berto \u00e8 un cammino tra il tragico la rivelazione la bellezza.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Pierfranco Bruni Il primo approccio fu negli anni Settanta. Con il film Anonimo veneziano. Successivamente con la sceneggiatura. 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