{"id":95918,"date":"2026-09-06T19:04:16","date_gmt":"2026-09-06T19:04:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=95918"},"modified":"2026-09-06T19:04:16","modified_gmt":"2026-09-06T19:04:16","slug":"qualcuno-ci-ha-mai-promesso-qualcosa-e-allora-perche-attendiamo-ti-ricordi-quella-cosa-chiamata-cuore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/?p=95918","title":{"rendered":"Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perch\u00e9 attendiamo? Ti ricordi quella cosa chiamata cuore?"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1000337487.jpg\"><img decoding=\"async\" width=\"390\" height=\"442\" src=\"http:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1000337487.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-95919\" style=\"width:224px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1000337487.jpg 390w, https:\/\/www.ecoitaliano.com.ar\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1000337487-265x300.jpg 265w\" sizes=\"(max-width: 390px) 100vw, 390px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>Paolo Arces<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;uomo vive nell&#8217;attesa, nell&#8217;attesa di qualcosa che arriver\u00e0. Ma cosa va aspettando, cosa arriver\u00e0? La mia felicit\u00e0. Quella strana ed inenarrabile pienezza che pi\u00f9 inseguo e pi\u00f9 mi fugge. \u00abMh, non ora&#8230; No, non \u00e8 questo&#8230; Non qui&#8230; S\u00ec, dopo arriver\u00e0, prima o poi\u00bb. Come se avessimo una spina sotto al piede, camminiamo sempre in punta, mai riuscendo ad affondare il passo con certezza: mai sentendoci vivi in quello che facciamo. Siamo diventati invisibili a noi stessi tanto da dimenticare la Felicit\u00e0. Che significa? Che non pensiamo pi\u00f9 di voler essere Felici. Siamo in un momento storico in cui la nostra emotivit\u00e0 \u00e8 sotto gli occhi di tutti eppure mai come ora \u00abtutto cospira a tacere di noi\u00bb. Eppure tutto, tutto in noi, tutto quello che vediamo, tutto quello che sentiamo accadere, tutto, parla del nostro bisogno di essere Felici, di essere Pieni, di essere Vivi. \u00c8 come se la felicit\u00e0 fosse diventata un&#8217;emozione, un impulso, una reattivit\u00e0: \u00abogni tanto si \u00e8 felici, ogni tanto si \u00e8 tristi, \u00e8 cos\u00ec\u00bb. La felicit\u00e0 non \u00e8 il piacere, non \u00e8 la gioia, non \u00e8 nulla di questo. La felicit\u00e0 non \u00e8 finita. Tutto questo lo sappiamo. Non lo vogliamo ammettere. Allora siamo sempre pi\u00f9 annoiati e sempre pi\u00f9 erranti. Inseguiamo il piacere perch\u00e9 \u00abquello che l&#8217;uomo cerca nel piacere \u00e8 un infinito\u00bb. Ma il piacere non ha il volto del nostro desiderio. Allora \u00aberra lo spirto umano\u00bb: riduciamo la felicit\u00e0 a qualcosa da inseguire nella quantit\u00e0, nella reiterazione, nella appropriazione, senza vedere che nulla ci soddisfa. La finitezza ci piaga. Siamo, esistenzialmente, come il bimbo di Montale: \u00abnulla paga il pianto del bambino \/ a cui fugge il pallone tra le case\u00bb, cio\u00e8 condannati a inseguire questa felicit\u00e0 che fugge. \u00c8 questa la nostra attesa. Ma, come una macchia che non scolora, noi facciamo di tutto per coprirla, eppure tutto \u00e8 vano, tutto \u00e8 inutile: ritorniamo sempre l\u00ec, nudi, specchiati nella nostra attesa.<\/p>\n\n\n\n<p>Mai l&#8217;ho visto pi\u00f9 chiaramente. Di recente mi \u00e8 capitato di presentare un libro, o meglio, di testimoniare un incontro con un amico eccezionale, Marco Gallo. Eppure in vista del mio turno non riuscivo a pensare a cosa dire. Pensavo solo all&#8217;attesa. I miei occhi non potevano non assistere alla vertigine dell&#8217;attesa. Davanti a me dei ragazzi. Ragazzi distratti, vuoti, nudi: uno parlava loro della felicit\u00e0 e loro ridevano, urlavano, bestemmiavano. Ma i loro occhi cos\u00ec persi, cos\u00ec vacui, cos\u00ec smarriti. Il mio cuore palpitava sempre pi\u00f9. Questo peso che loro ignoravano era cos\u00ec gravoso che quasi schiacciava me. Dei ragazzi come me. L&#8217;unica domanda, l&#8217;unico pensiero che mi scorreva fisso era: \u00abChe ne sar\u00e0? Voi siete felici? Vi basta?\u00bb. Perch\u00e9 a me non \u00e8 bastato fare questo? Perch\u00e9 dietro il vostro riso arrogante celate un abisso cos\u00ec profondo? Eppure loro erano qui. Perch\u00e9? Nessuno li aveva effettivamente costretti. Loro si sono sentiti scelti. Forse per la prima volta. Hanno visto qualcosa che li attendeva. Se loro non volessero, come me, essere felici, sarebbe inutile starci qui a parlare. Perch\u00e9 davanti a loro ho scelto di dire: \u00abSiete felici?\u00bb. Perch\u00e9 non riesco a soccombere davanti all&#8217;epoca in cui siamo. Tutto ci grida di accontentarci. Ma perch\u00e9? Nati per essere contenti finiamo per accontentarci. \u00c8 vero, \u00abtutto cospira a tacere di noi\u00bb, perch\u00e9 mai siamo stati educati come oggi e mai cos\u00ec insoddisfatti. Incasellati nell&#8217;emotivit\u00e0, nella reattivit\u00e0, il \u00abcome stai?\u00bb chiede \u00abquale \u00e8 la somma degli eventi che ti \u00e8 successa di recente?\u00bb e, di regola, stiamo bene se non ci \u00e8 successo nulla. Come si fa a dire \u00ab\u00e8 cos\u00ec\u00bb davanti alle cose che finiscono e alla felicit\u00e0 che le segue dietro? Chiamati a desiderare l&#8217;infinito, ci accontentiamo di questa finitezza. Il rischio educativo in cui ci imbattiamo oggi \u00e8 che tutti dimentichiamo di avere un cuore, un cuore sproporzionato. \u00c8 profetico Montale quando irrompe con l&#8217;ambivalente \u00abscordato strumento cuore\u00bb. In ogni risata di quei ragazzi, in ogni loro sguardo di complicit\u00e0, in ogni loro schiamazzo, \u00e8 l\u00ec, implicita, nascosta, dimenticata, una domanda sproporzionata, \u00abscordata\u00bb (che non si accontenta), di Felicit\u00e0. \u00abPerch\u00e9 questa risata non mi fa felice? Perch\u00e9 una volta finito questo mi sentir\u00f2 di nuovo vuoto, forse pi\u00f9 di prima, di nuovo annoiato, di nuovo infelice?\u00bb Tutti ci dicono di abituarci a questo tarlo, nessuno ci dice di stanarlo. Oggi l&#8217;amicizia diventa allora un tacere di noi: un silenzio collettivo che cerca di ingoiare il nodo per nasconderlo, per non vederlo, \u00abse non ne parliamo, se lo ignoriamo, non esiste, siamo felici\u00bb. Uno, pur di non vedere questa spina nella carne, decide di non vedersi pi\u00f9. Cos\u00ec tutti viviamo nell&#8217;ubriachezza, concreta o meno. Cos\u00ec Pavese grida \u00abla compagnia che ci facciamo serve a distrarci dalla varia attesa, dal vuoto instabile che la tentazione di tacere crea dentro di noi\u00bb. Tutti oggi cerchiamo di fuggire dal silenzio. Allora la nostra attesa \u00e8 sempre rimandata. Poco dopo la testimonianza \u00e8 partita la musica. Che divertimento, sar\u00e0 forse questo quello che aspettavano quei ragazzi! Ma allora eccoli, fermi nell&#8217;angolo, con il loro caro sballo, pi\u00f9 vuoti di prima, pi\u00f9 in attesa di prima: annoiati ma in attesa.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure tutti ci dicono che la felicit\u00e0 \u00e8 un&#8217;emozione. Ma cosa \u00e8 un&#8217;emozione se non una reattivit\u00e0, se non una istintivit\u00e0? Come possiamo accontentarci davanti ad uno che ci dice che la Felicit\u00e0 dipende dalle circostanze? Posso io vivere in balia di ci\u00f2 che mi accade? Tutti parlano di felicit\u00e0 ma tutti intendono il piacere, quello struggente ed intenso fuggiasco. \u00c8 nel piacere che noi attendiamo che si riveli qualcosa di Altro, qualcosa che ci compie, qualcosa che esaudisca quella Promessa di Eterno. Pi\u00f9 uno pensa di poter afferrare quella Felicit\u00e0 nel finito e pi\u00f9 questa fugge, corre lontana!<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;attesa urla l&#8217;infinito: \u00e8 la voce di un cuore zittito. Uno che non lascia parlare il suo cuore, che non lo lascia desiderare, che lo lascia accontentarsi, smette di vivere. Allora tutti ci sentiamo smarriti, soli in mezzo alla gente, incapaci di dire chi siamo, incapaci di dire perch\u00e9 stiamo. \u00c8 come, parlando con Montale, se ogni cosa che facciamo portasse scritto \u00abPi\u00f9 in l\u00e0!\u00bb. Davanti a questo grido cosa fai? \u00abChi ha orecchie, ascolti\u00bb. Ma chi ha orecchie? Chi si ricorda di avere un cuore. Solo lui, l&#8217;uomo desideroso, si accorge di quello stridio stroncato, che Rebora conosce bene&#8230; \u00abQualunque cosa tu dica o faccia \/ c&#8217;\u00e8 un grido dentro: \/ non \u00e8 per questo, non \u00e8 per questo!\u00bb. L&#8217;inadeguatezza ci punge sempre, \u00e8 forse inevitabile&#8230; Ma perch\u00e9? Perch\u00e9, e lo chiedo con Leopardi, \u00abse frale e in tutto vile, \/ se polve ed ombra sei, \/ perch\u00e9 tant&#8217;alto senti?\u00bb. Desideriamo l&#8217;infinito eppure siamo finiti, desideriamo l&#8217;eterno eppure siamo tempo, desideriamo l&#8217;imperituro eppure siamo caduchi&#8230; perch\u00e9? Caro Pavese, mai smettesti di indagare, mai ti abbandon\u00f2 quell&#8217; \u00abesigenza permanente\u00bb&#8230;: \u00abQualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perch\u00e9 attendiamo?\u00bb Ma senza questo desiderio cosa siamo noi? Pari ad animali, incatenati all&#8217;istante, nella gabbia dell&#8217;istinto. Eppure siamo in rivolta. Come Camus, vittima del suo labirinto, vittima del suo stesso assurdo, tenta una disperata ribellione. Il suo Sisifo \u00e8 realmente felice o si \u00e8 solo accontentato? L&#8217;uomo senza eterno \u00e8 l&#8217;uomo assurdo. \u00c8 la sua pi\u00f9 grande intuizione. \u00abL&#8217;assurdo nasce dal confronto tra la domanda dell&#8217;uomo e l&#8217;irragionevole silenzio del mondo\u00bb. Ma pu\u00f2 quello stesso uomo, cos\u00ec \u00abfrale\u00bb, cos\u00ec \u00abvile\u00bb, incolpare il mondo di tacere? E se fosse l&#8217;uomo incapace di ascoltare? \u00c8 il mondo silente davanti all&#8217;uomo o l&#8217;uomo sordo davanti al mondo? Tutto il reale parla di Altro. Rebora continua&#8230;: qualunque cosa facciamo \u00abtutto rimanda ad una segreta domanda\u00bb. L&#8217;uomo realista \u00e8 costretto ad ammettere un Mistero Infinito, una X incommensurabile verso cui tende. Lo stesso Camus lo ammette \u00abSiate realisti. Desiderate l&#8217;Impossibile\u00bb. Siamo immersi in una coscienza sociale che ci d\u00e0 certezza nella perdita di certezze: viviamo in bilico tra un bene e un altro, sull&#8217;abisso che \u00e8 il Tempo. Allora mai con tanta acuit\u00e0 la situazione dell&#8217;uomo \u00e8 stata descritta: \u00abNell&#8217;imminenza di Dio \/ la vita fa man bassa \/ sulle riserve caduche, \/ mentre ciascuno si afferra \/ a un suo bene che gli grida: addio!\u00bb. Nell&#8217;incombenza dell&#8217;Eterno, dinanzi all&#8217;uomo che desidera le stelle, tutto cospira contro di lui, tutto gli dice di accontentarsi. Eppure la vita, quindi il Tempo, \u00abfa man bassa\u00bb, deruba, mostra la finitezza delle \u00abcertezze\u00bb a cui ci aggrappiamo. L&#8217;aut aut in cui si gioca la nostra vita \u00e8 questo: smettere di attendere, smettere di desiderare, quindi, smettere di Vivere, oppure compiere la propria vita come Attesa, perch\u00e9 gi\u00e0 qui ci \u00e8 stato Promesso qualcosa, qui ed ora&#8230; (un certo centuplo). L&#8217;atteggiamento dell&#8217;uomo solo, dell&#8217;uomo senza Altro si mostra in tutte le sue sfaccettature nell&#8217;uomo dello Steddazzu. \u00abNon c&#8217;\u00e8 cosa pi\u00f9 amara che l&#8217;alba di un giorno in cui nulla accadr\u00e0. Non c&#8217;\u00e8 cosa pi\u00f9 amara che l&#8217;inutilit\u00e0&#8230; La lentezza dell&#8217;ora \u00e8 spietata, per chi non aspetta pi\u00f9 nulla&#8230; Val la pena che il sole si levi dal mare e la lunga giornata cominci? Domani torner\u00e0 l&#8217;alba tiepida con la diafana luce e sar\u00e0 come ieri e mai nulla accadr\u00e0\u00bb. Uno che smette di attendere sceglie il Nulla.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche giorno fa, recitando le lodi, mi \u00e8 quasi sembrato di star rispondendo a Pavese, di stargli mostrando un&#8217;alternativa, anzi, di fargli notare la scelta decisiva. \u00abPrima che sorga l&#8217;alba, vegliamo nell&#8217;attesa: tace il creato e canta nel silenzio il mistero. Il nostro sguardo cerca un Volto, nella notte: in cuore a Dio s&#8217;innalza pi\u00f9 puro il desiderio. E mentre, lieve, l&#8217;ombra cede al chiaror nascente, fiorisce la speranza del Giorno che non muore. Presto l&#8217;aurora in cielo ci inonder\u00e0 di luce; la Tua misericordia, o Padre, ci dia vita. E questo nuovo giorno, che l&#8217;alba per noi schiude, dilati in tutto il mondo il regno del Tuo Figlio. A Te, o Padre santo, all&#8217;unico Tuo Verbo, all&#8217;infinito Amore, sia lode in ogni tempo\u00bb. La vita ci chiede un giudizio, un giudizio essenziale: chi ha la parola ultima, le tenebre (la caducit\u00e0, l&#8217;insoddisfazione, il male) o la luce (l&#8217;eterno, l&#8217;infinito, il Bene). Allo schiudersi dal sonno, allo spalancare degli occhi, siamo chiamati a scegliere: o l&#8217;alba, l&#8217;inizio di questa giornata, \u00e8 spietata, \u00e8 \u00abinfinita vanit\u00e0\u00bb, \u00e8 \u00abnulla eterno\u00bb, oppure, e qui si gioca la libert\u00e0 dell&#8217;uomo, \u00e8 radicalmente Luce, \u00e8 l&#8217;insorgere del Mistero, \u00e8 il fiorire della speranza dell&#8217;Eterno, \u00e8, infine, la veglia dell&#8217;Attesa, che si compie in questo, \u00abil nostro sguardo cerca un Volto\u00bb, un Volto che risponda al nostro desiderio. \u00c8 grandiosa la chiamata dell&#8217;uomo. Davanti all&#8217;attesa che inevitabilmente avvertiamo, \u00e8 necessaria, \u00e8 urgente questa presa di posizione. Ma noi siamo strutturalmente \u00abtesi e in attesa\u00bb. Questa attesa \u00e8, logicamente, generativa di una tensione, noi tendiamo verso la risposta, verso il compimento di ci\u00f2 che aspettiamo nel fondo delle cose, verso quel \u00abPi\u00f9 in l\u00e0\u00bb gi\u00e0 citato.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma tesi sempre \u00abpi\u00f9 in l\u00e0\u00bb si arriva sino al \u00abdi pi\u00f9\u00bb: siamo tensione verso l&#8217;Infinito, verso Dio, verso il Volto di Uno che risponde alla mia attesa, al mio anelito d&#8217;amore. Ma insita nella nostra struttura \u00e8 che possiamo attendere solo qualcosa che c&#8217;\u00e8, che \u00abper forza ha da esserci\u00bb: se non si compie, se non ha risoluzione questa attesa, allora siamo mal fatti, mal realizzati, sbagliati, a met\u00e0. \u00c8 penetrante questa rivelazione nei versi di Pirandello: \u00abSpesso la grandezza mia consiste \/ nel sentirmi infinitamente piccolo: \/ ma piccola anche per me la terra, \/ e oltre i monti, oltre i mari cerco per me \/ qualche cosa che per forza ha da esserci, \/ altrimenti non mi spiegherei \/ quest&#8217;ansia arcana che mi tiene, \/ e che mi fa sospirar le stelle&#8230;\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo chiamati a riconoscere QualcUno di pi\u00f9 grande. Questa \u00abansia arcana\u00bb ci \u00abtiene\u00bb, ci lascia restii, chiusi, incapaci di penetrare la realt\u00e0 sino in fondo, le amicizie, gli amori, le gioie&#8230; Ma se resta solo tale allora, camminiamo, anzi precipiteremmo nel Vuoto! \u00c8 umanamente ingestibile, ma affascinante, il rischio che Montale avverte: \u00abForse un mattino andando in un&#8217;aria di \/ vetro, \/ arida, rivolgendomi, vedr\u00f2 compirsi il \/ miracolo: \/ il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro \/ di me, con un terrore di ubriaco\u00bb. Ma questa attesa, che ci fa volgere e rivolgere, ha una tensione, ci fa \u00absospirar le stelle\u00bb! Ancor pi\u00f9, queste Stelle le desideriamo perch\u00e9 nasciamo con questo \u00absospiro\u00bb, io come ogni uomo della terra, e ancor pi\u00f9 ci richiamano a loro, ci gridano, citando Ada Negri, \u00abVieni, Vieni!\u00bb. Che desideriamo l&#8217;Infinito \u00e8 la pi\u00f9 grande chiamata di, e a, Dio. Il compimento di una vita, della Felicit\u00e0, sta nel vivere ogni attimo, che \u00e8 pregno di attesa, come Vocazione. Scoprendolo con Giussani: \u00abLa mia vita \u00e8 una Voce che mi chiama, la Voce potente di Colui cui ogni cosa \u00e8 debitrice di tutto quanto \u00e8; la mia vita \u00e8 risposta a quella Voce che chiama\u00bb. Quando uno vede questo allora vede che nulla \u00e8 casuale, nulla \u00e8 inutile, ogni circostanza \u00e8 la voce con cui sono chiamato. Davanti a questo, neppure Montale, nei suoi passi nel Vuoto, pu\u00f2 resistere: \u00abDio chiama: la luce, la terra, le cose tutte sono, per cos\u00ec dire, costituite dalla chiamata di quella voce potente che rompe il silenzio infinito del nulla. Dio mi ha chiamato dal nulla\u00bb. Vivere non \u00e8 pi\u00f9 subire la realt\u00e0. Vivere \u00e8 rispondere alla sua Voce.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Paolo Arces L&#8217;uomo vive nell&#8217;attesa, nell&#8217;attesa di qualcosa che arriver\u00e0. 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