Pierfranco Bruni
Albert Camus ebbe a scrivere di San Francesco d’Assisi che fu un ribelle chiedendosi: «Cos’è un ribelle? Un uomo che dice no!». Il suo «uomo in rivolta», tutto mediterraneo, è una metafisica dell’uomo spirituale. Non accetta la modernità e viaggia lungo la strada del paziente ribelle. Comprende la speranza e coglie il segno dal quale proprio nella speranza si spegne il tragico.
Con la luce della speranza si apre l’uomo nuovo che nasce appunto dalla ribellione – rivolta. Proprio come lo aveva definito Ernesto Buonaiuti nel suo libro del 1925 su Francesco considerandolo, in fondo, un ribelle che non accetta la teologia ma si veste di rivoluzionario contro la modernità. Lo definisce «…un puro e semplice come un primitivo» e la sua spiritualità come «La primavera della disciplina francescana creando un percorso «della vita umana e della passione di Cristo, dal presepio di Greccio al Golgota della Verna».
Una visione quella di Buonaiuti che spinge ignazio Silone a riflettere comparando la dimensione francescana al suo Celestino V, il Papa della grande rinuncia, considerandolo come «un povero cristiano». Silone trova nel povero cristiano «L’uomo che pensa con la propria testa e conserva il suo cuore incorrotto, è libero».
Non è proprio l’immagine di Francesco? Dirà di più Silone quando sostiene sostanzialmente che il cristiano vive un «mondo semplice, chiaro, evidente» che non ha la «tentazione del potere».
Il francescanesimo è quell’umiltà che per Silone trova nei suoi «cafoni». Ancora Buonaiuti conclude il suo lavoro su Francesco scrivendo: «I grandi maestri della fraternità umana vivono immortali proprio in virtù del lento, macerante martirio a cui debbono essere sottoposti le loro aspirazioni e il loro programma, per fiorire e fruttificare sul solco arido, ingrato e tardo della vita associata».
Siamo chiaramente dentro i «codici» metafisici dei «Fioretti». Su questa strada è leggibile il tratto di Francesco Grisi nei suoi saggi sul Santo d’Assisi. Soprattutto quando afferma che «Il destino di Francesco era la vocazione. (…) Aveva intuito che era necessario accettare e svuotare di ogni contenuto le forme mediocri nella Chiesa e fuori».
È naturale che la presenza di Gioacchino da Fiore è incisiva. Mario Pomilio in riferimento a ciò dirà: «Dietro di lui c’era stato Gioacchino da Fiore, e anche lui s’era richiamato all’esigenza di liberare i Vangeli dai formalismi della ‘lettera’ e di leggerli secondo lo ‘spirito'». Pomilio insiste: «… sarebbe stato il recupero della ‘lettera’ dei Vangeli la vera restituzione dello »spirito’ dei Vangeli. Che fu la novità e il paradosso di San Francesco. È certo che non si tratta di una visione eretica di Francesco nella temperie medievale.
Piuttosto di un «uomo in rivolta» per riprendere appunto la chiosa di Camus o anche di un viandante e di un giullare di Dio come ben sottolineò Hermann Hesse.
Il cammino di Francesco nei linguaggi della letteratura è una «tensione» dell’anima che attraversa i deserti ma si riconcilia nella preghiera che resta la forte «rivolta metafisica» (Camus) che è volontà e potenza della cristocentricità. In Francesco insiste la rivolta di Cristo. Ovvero la vera ubbidienza a Dio.
