L’Inferno del «Le Constellation»: L’oltraggioso comportamento delle autorità elvetiche sul caso Moretti

Carlo Di Stanislao

​»C’è un limite in cui la pazienza cessa di essere una virtù e l’indulgenza diventa complicità con il delitto.»

— Edmund Burke

​Il recente e oltraggioso comportamento manifestato dalle istituzioni del Vallese in merito alla gestione giudiziaria del rogo che ha incenerito il locale «Le Constellation» rappresenta un insulto sanguinante alla memoria di chi ha perso un figlio o un congiunto in quella maledetta notte di Capodanno. Non stiamo parlando di una fatalità imprevedibile, ma di un massacro lucidamente apparecchiato dall’avidità e protetto ora da una magistratura che sembra aver smarrito ogni senso di umanità. Ciò che sta accadendo nelle aule di Sion non è giustizia: è la sistematica demolizione del diritto di fronte al dolore di padri, madri e fratelli che hanno visto i propri affetti più cari trasformarsi in cenere o rimanere segnati per sempre nel corpo e nell’anima, nel cuore della Svizzera «civile».

​Una trappola di fumo per i nostri affetti più cari

​Nella notte tra il trentuno dicembre e il primo gennaio, il locale più rinomato di Crans-Montana si è mutato in un forno crematorio a causa di scelte scellerate. Jacques Moretti, il gestore che oggi cammina libero per le strade della cittadina, aveva stipato la sala oltre ogni limite umano, trasformando un brindisi in una condanna a morte. Le perizie hanno confermato l’orrore: soffitti rivestiti di spugna sintetica altamente tossica e infiammabile, estintori scaduti e, fatto che grida vendetta al cospetto di Dio, le uscite di sicurezza sbarrate con lucchetti per impedire che qualcuno entrasse senza pagare il biglietto.

​Per chi ha perso un figlio tra quelle fiamme, o per chi oggi deve assistere un congiunto rimasto sfigurato dal fuoco o invalido per i fumi inalati, sapere che l’oltraggioso comportamento delle autorità ha permesso a quest’uomo di non trascorrere nemmeno un mese intero dietro le sbarre è una tortura che si aggiunge al trauma. Mentre le vittime superstiti affrontano dolorosissimi trapianti di pelle e terapie intensive, la giustizia elvetica si preoccupava di garantire i diritti di chi ha permesso che quei ragazzi venissero investiti dal fuoco assassino.

​La beffa della cauzione e l’ira dei familiari

​L’atto più ripugnante di questo oltraggioso comportamento è la decisione del Tribunale vallesano di concedere la libertà provvisoria a Moretti dietro una cauzione che suona come una risata sardonica sul dolore delle famiglie. Fissare il prezzo per la libertà di un accusato di omicidio plurimo e lesioni gravissime a una cifra che un imprenditore del suo calibro può staccare con un semplice assegno circolare significa dichiarare che la vita e l’integrità fisica dei nostri cari non hanno valore.

​Non è stata imposta nessuna restrizione reale, nessun braccialetto elettronico, nessuna sorveglianza h24. Jacques Moretti può guardare lo stesso cielo che guardavano i nostri figli prima di essere travolti dal rogo, mentre a chi è rimasto è negato persino il conforto di vedere lo Stato punire con fermezza il responsabile. Questo oltraggioso comportamento istituzionale svilisce il concetto stesso di tribunale, trasformandolo in un ufficio di cambio dove la dignità umana delle vittime si baratta con i franchi svizzeri.

​La reazione del governo italiano: un fronte unito contro l’ingiustizia

​L’Italia non è rimasta a guardare in silenzio questo scempio giuridico. La reazione dell’esecutivo è stata immediata e di una durezza senza precedenti nei rapporti bilaterali con Berna. Il Ministero degli Affari Esteri ha convocato d’urgenza l’ambasciatore svizzero a Roma per esprimere lo «sconcerto profondo» della nazione, definendo la scarcerazione di Moretti come una ferita aperta per le famiglie italiane coinvolte e un segnale di debolezza inaccettabile nella lotta all’impunità.

​La Presidenza del Consiglio ha rilasciato una nota ufficiale dai toni taglienti, sottolineando che l’Italia intende attivare ogni canale diplomatico e giudiziario internazionale affinché non venga calpestato il diritto alla verità. Il Ministro della Giustizia ha chiesto formalmente l’accesso agli atti istruttori, ipotizzando una cooperazione rafforzata tra le procure per evitare che il processo si trasformi in una farsa locale. Nelle aule parlamentari, è stata chiesta a gran voce l’applicazione di sanzioni e restrizioni nei confronti delle attività economiche della famiglia Moretti, mentre il governo valuta il richiamo dell’ambasciatore per consultazioni qualora Berna non fornisca chiarimenti immediati su questa scandalosa gestione cautelare.

​La rete del silenzio: complicità tra politica e affari

​Com’è stato possibile che un locale ridotto a una polveriera potesse operare indisturbato? Il sospetto che un velo di protezione politica abbia avvolto Moretti e la sua gestione si fa ogni ora più concreto. Le segnalazioni dei vigili del fuoco erano state ignorate per anni. Qui l’oltraggioso comportamento si fa sistemico: le autorità comunali hanno chiuso entrambi gli occhi pur di non disturbare il business delle vacanze d’élite, permettendo che centinaia di viaggiatori e giovani del posto ballassero sopra una bomba a orologeria.

​Ogni congiunto dei deceduti e ogni parente delle vittime ricoverate oggi si chiede: chi ha firmato quelle agibilità? Chi ha preso mazzette per ignorare le porte sbarrate? Il silenzio di Berna è assordante e complice. La Svizzera si nasconde dietro una neutralità di facciata per non ammettere che il proprio sistema di controlli è marcito dall’interno, sacrificando la vita di giovani avventori sull’altare del prestigio turistico del Vallese.

​Un grido di rabbia per chi non ha più voce

​Le famiglie non resteranno a guardare. Vedere un figlio tornare a casa dentro una bara o vederlo soffrire in un letto d’ospedale con ustioni di terzo grado a causa dell’incuria altrui è un dolore che non conosce prescrizione, né perdona l’oltraggioso comportamento di magistrati che sembrano più avvocati della difesa che servitori dello Stato. La protesta diplomatica deve alzarsi come un boato: non si tratta di un banale incidente, ma di una strage premeditata dall’omissione di soccorso e dalla violazione di ogni norma elementare.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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