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Il diritto negato e la rivincita dell’intramoenia: se la sanità pubblica alza bandiera bianca

A admin
10 de marzo, 2026
Carlo Di Stanislao


​»La salute è un diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività.»

— Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 32

​In un’epoca in cui il tempo sembra essersi contratto per ogni attività umana, la SANITÀ piemontese sembra invece abitare una dimensione sospesa, dove i giorni diventano mesi e le attese si trasformano in un silenzioso calvario burocratico che logora i nervi e le speranze dei cittadini. Il fenomeno non è certamente una novità nel panorama italiano, ma i dati recenti provenienti da Torino e dalle province limitrofe delineano un quadro di emergenza che non può più essere derubricato a semplice disguido organizzativo: il boom di richieste per accedere alle prestazioni in regime di «intramoenia» gratuita non è solo una statistica fredda, è il sintomo di un sistema che sta smarrendo la sua missione universalistica originaria.

​Il paradosso delle liste d’attesa e la legge dimenticata

​Il meccanismo che porta al collasso è tanto semplice nella sua dinamica quanto amaro nelle sue conseguenze sociali. Un cittadino si reca dal proprio medico di base, riceve una prescrizione per una visita specialistica o un esame diagnostico con una classe di priorità definita secondo i criteri nazionali: Urgente, Breve, Differibile o Programmata. Tuttavia, al momento del contatto con il Cup, la risposta è quasi invariabilmente una data che scavalca ampiamente i termini massimi previsti dalla normativa vigente. In molti casi, le agende risultano persino chiuse, un atto formalmente illegale che però si consuma quotidianamente sotto gli occhi di migliaia di utenti impotenti.

​È proprio in questa frattura tra il bisogno di cura e l’incapacità di erogazione che scatta la «rivincita» del paziente informato. Secondo il Decreto Legislativo 124 del 1998, se la struttura pubblica non è in grado di garantire la prestazione nei tempi previsti dalla classe di priorità indicata sulla ricetta, il cittadino ha il diritto inalienabile di richiedere la prestazione in libera professione intramuraria (la cosiddetta intramoenia) pagando esclusivamente il ticket ordinario, con l’eccedenza del costo a totale carico dell’Asl. È un principio di giustizia riparativa che mira a non far ricadere l’inefficienza dello Stato sul portafoglio o sulla salute del singolo individuo.

​Perché i percorsi di tutela sono ancora un labirinto per pochi

​Nonostante questo diritto sia sancito da quasi trent’anni, la procedura per attivarlo rimane eccessivamente macchinosa e oscura. Non basta, purtroppo, ricevere un diniego verbale dall’operatore del call center per vedersi garantito il servizio. Il paziente deve spesso trasformarsi in un esperto di diritto amministrativo: deve armarsi di moduli, inviare Pec, presentare istanze formali alle direzioni generali e attendere una verifica che spesso sembra concepita apposta per scoraggiare i più fragili. Coloro che non possiedono le competenze digitali, i mezzi culturali o semplicemente l’energia fisica per combattere contro i mulini a vento della burocrazia finiscono per rassegnarsi, rinunciando alla cura o rivolgendosi al privato puro, pagando di tasca propria centinaia di euro.

​L’automazione di questo processo rappresenterebbe la vera rivoluzione civile per la regione Piemonte. Se il sistema informatico del Cup, rilevando l’impossibilità di prenotazione nei tempi di legge, proponesse in automatico l’opzione del percorso di tutela o la visita in intramoenia senza costi aggiuntivi per l’utente, verrebbe meno quella odiosa discriminazione basata sul livello di istruzione o sulla caparbietà del malato. Togliere il peso della rivendicazione dalle spalle di chi sta già soffrendo è il primo passo per ridare dignità alla funzione pubblica.

​L’ombra della privatizzazione forzata e il drenaggio dei fondi

​Il ricorso massiccio all’intramoenia gratuita, pur essendo un atto di resistenza doveroso da parte dei cittadini, rappresenta una toppa d’oro su uno strappo enorme nel tessuto della sanità pubblica. Se l’Asl è costretta a pagare i propri medici in regime privato per sopperire alle mancanze del servizio ordinario, si innesca un cortocircuito economico e gestionale. I fondi che dovrebbero essere investiti strutturalmente per assumere nuovo personale infermieristico, per stabilizzare i medici precari o per ammodernare parchi macchine ormai obsoleti, vengono drenati quotidianamente per tappare le falle emergenziali.

​Il rischio concreto è una lenta ma inesorabile deriva verso un modello in cui la salute diventa un bene di lusso, accessibile con velocità solo a chi ha i mezzi economici per saltare la fila o a chi ha la fortuna di vivere in aree dove i percorsi di tutela funzionano meglio. Questa frammentazione del diritto alla salute crea cittadini di serie A e di serie B, proprio in quel settore che la nostra Costituzione voleva come il più uguale tra tutti.

​Nuove frontiere del disagio tra estetica e salute mentale

​L’analisi della situazione sanitaria non può però limitarsi ai soli tempi d’attesa. Il disagio sociale e psicologico che attraversa la popolazione piemontese sta assumendo forme nuove e preoccupanti. Da un lato, si registra una pressione mediatica senza precedenti che spinge le giovani generazioni verso la chirurgia estetica precoce; le ragazze chiedono ritocchi per assomigliare ai filtri digitali dei social network, cercando una perfezione artificiale che nega la biologia e la realtà del corpo. Dall’altro lato, il ritorno di pratiche mediche drastiche come la terapia elettroconvulsivante (l’elettroshock) per i casi di depressione maggiore resistente alle cure farmacologiche solleva profondi interrogativi etici e scientifici.

​Questi estremi descrivono una società che fa fatica a trovare un baricentro: tra il desiderio di un’estetica post-umana e la disperazione di chi non trova sollievo nel supporto psicologico territoriale, spesso carente o sottofinanziato. La salute mentale, in particolare, resta la «cenerentola» dei servizi, con liste d’attesa per un colloquio psicologico che possono superare l’anno, lasciando le famiglie in una solitudine devastante.

​La dignità nel fine vita e il ruolo delle istituzioni

​In questo panorama complesso, il Piemonte ha recentemente segnato un punto di svolta sul tema del fine vita. La decisione della regione di coprire le spese per i farmaci destinati al suicidio assistito è un atto di civiltà che recepisce le sentenze della Corte Costituzionale, ma è anche un segnale di come la sanità debba farsi carico della sofferenza in ogni sua fase. È una scelta che divide l’opinione pubblica su basi ideologiche e religiose, ma che sottolinea una verità ineludibile: la sanità non è solo una catena di montaggio di esami e prescrizioni, ma è il presidio ultimo della dignità umana, dalla nascita fino all’ultimo istante di vita.

​Tuttavia, garantire la dignità nel morire non deve diventare l’unica risposta efficiente di uno Stato che fallisce nel garantire la dignità nel vivere e nel curarsi. Un sistema che agevola l’addio ma nega una risonanza magnetica a chi vuole ancora lottare sarebbe un sistema cinico e sconfitto.

​Conclusione: il dovere di una reazione strutturale

​Il boom di richieste per le visite in intramoenia gratuita a Torino non deve essere letto come una semplice curiosità statistica o come l’ennesima lamentela dei cittadini. È un grido d’aiuto, un segnale che il contratto sociale tra istituzioni e popolazione si sta incrinando pericolosamente. Il cittadino ha smesso di essere un utente passivo e ha iniziato a pretendere ciò che gli spetta di diritto, ma questa non può essere l’unica soluzione nel lungo periodo.

​Serve una riforma coraggiosa che rimetta al centro la trasparenza totale delle agende, che blocchi realmente l’intramoenia «a pagamento» laddove il pubblico non garantisca i tempi minimi e che trasformi il percorso di tutela in una procedura automatica, semplice e immediata. La salute non può attendere che i bilanci regionali tornino in ordine o che le lunghe sessioni del consiglio regionale trovino un accordo politico. La salute è un bisogno che batte nel presente, in quella telefonata al Cup che non deve più concludersi con la rassegnazione di un «non c’è posto», ma con la certezza di una cura tempestiva e dignitosa.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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