Il falso mito della middle class in crisi
Angela Casilli
Nella società moderna così frammentata e polarizzata il ceto medio, da tempo frammentato, sembra essere in crisi, anche se i numeri lo smentiscono se allarghiamo lo sguardo comparativo al mondo.
Nel Sud-Europa, come in Italia, la crisi economica e le successive crisi politiche, quasi sempre consequenziali della prima, negli ultimi quindici anni hanno moltiplicato il rischio di povertà nelle forme che conosciamo.
Disoccupazione, sottoccupazione e deprivazione hanno interessato un’ampia fascia di ceti medio-bassi, anche perché nei Paesi del Sud-Europa, compreso il nostro, al basso valore aggiunto di settori tradizionali si è unito l’effetto del labour saving, del risparmio di manodopera, dovuto alle nuove tecnologie.
Nell’Europa del Nord, al contrario di quanto detto, c’è stata una crescita dei ceti medi contraddistinti da competenza e competitività individuali, con un andamento costante di rendimento che non ha mancato di incidere positivamente sul reddito nazionale.
Lo Stato sociale, in questi Paesi, ha continuato a proteggere redditi ed occupazione, così da permettere ai ceti medi di resistere all’erosione del loro scudo protettivo – molti erano i pensionati tra di loro – e, nel contempo, sostenere “gente nuova“ con nuove professionalità.
Gli Stati Uniti, invece, hanno fatto registrare una crisi dei ceti medi molto prima che nel Sud-Europa, dovuta allo straordinario impatto del digitale, che nasce e si sviluppa esprimendo nuovi poteri planetari con l’industrializzazione della comunicazione, che ha visto la rapida ascesa dei ceti medi “tech“, innovatori più che inventori, e il pericolo di sostituzione automatica e d’impoverimento per i ceti medi tradizionali.
Se in Europa e anche in Canada i ceti medi resistono, negli Stati Uniti dimagriscono e si trasformano, nell’America Latina ristagnano, mentre in Cina e in India vivono una stagione sfolgorante di espansione, di pari passo con crescita economica e benessere.
Certo si tratta di stime, ma sono molti gli osservatori internazionali, come molte agenzie di rating, che ritengono la classe media cinese superiore in numero a quella americana perché ha lavoro e retribuzione stabile, anche se a forte competizione interna per far carriera e guadagnare posti nelle gerarchie del Partito Comunista.
In Cina, viceversa di quanto accade in Occidente, la carriera è un valore, spinge a migliorare, a progredire, come dimostrano il terziario e i servizi che rafforzano il mercato interno e i ceti medi, leader del consumo.
Anche in India a guidare i consumi sono i ceti medi, ma le differenze tra grandi città e periferie, in termini di salari e costi, sono enormi e la povertà si fa sentire. Nelle megalopoli è però cresciuta, si potrebbe dire a dismisura, la classe media, che è quella che fa turismo di lusso sulle spiagge più eleganti dell’Asia e anche da noi in Italia.
La classe media rappresenta un modello di ascesa sociale, dopo l’industrializzazione, per centinaia di milioni di asiatici che aspirano ad appartenervi.
In fin dei conti, la middle class nel mondo non gode di cattiva salute, anzi appare in brillante ascesa in Cina e India; in Occidente, fa ben sperare il rinnovamento dei ceti medi con le nuove professioni, dopo la lenta erosione del prestigio dei “colletti bianchi“ e la forte contrazione della piccola borghesia del lavoro autonomo.
Viviamo un tempo in cui è molto più facile immaginare scenari distopici che futuri desiderabili, ma la speranza, come dicevano gli antichi, è l’ultima a morire.
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