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L’INVERNO DEMOGRAFICO ITALIANO

A admin
4 de mayo, 2026

Durante un recente convegno al CNEL è stato presentato un numero monografico su “Il cambiamento demografico nella realtà italiana: prospettive, cause e conseguenze”. Il rapporto è stato curato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche e coordinato da Gian Carlo Blangiardo, già presidente dell’ISTAT. I dati illustrati e le prospettive non sono incoraggianti.

L’invecchiamento della popolazione comporta conseguenze plurime di carattere economico e sociale. Le più evidenti sono quelle relative alla sostenibilità del mercato del lavoro e delle prestazioni. La riduzione delle nuove nascite nel corso degli ultimi anni si è progressivamente trasferita sulle persone in età di lavoro, basta guardare come la quota dei lavoratori over 50 abbia superato da circa tre anni la coorte dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni. In più, da qui al 2040, avremo una perdita di circa 4 milioni di persone in età di lavoro. Ora più che mai è necessario costruire una silver economy per mobilitare le risorse finanziarie, tecnologiche e umane per coniugare l’invecchiamento della popolazione con il mantenimento di benessere e di dignità delle persone anziane e non autosufficienti”.

Noi viviamo la realtà che ci circonda, ma spesso non ci rendiamo conto dei cambiamenti, perché essi sono lenti. Però se i cambiamenti, negli anni, vanno sempre nella stessa direzione, essi sono capaci di cambiare sensibilmente la struttura della popolazione. È quello che accade con il progressivo invecchiamento della popolazione. Nel 1991 il rapporto tra popolazione sotto i 35 anni e quella sopra i 65 anni era di 5:1; nel 2050 tale rapporto sarà 1:1. Appare quindi opportuno conoscere i fenomeni in atto e misurarsi con essi, in modo da poter trasformare i problemi in opportunità, se possibile.

Quello che riesce ancora difficile è immaginare come si vivrà tra 25 anni, quando oltre un terzo del totale degli abitanti avrà più di 65 anni. Oggi invece gli over 65 sono il 26%.
Sicuramente ci saranno più spese per pensioni e sanità. Il circuito pensionistico verrà messo a dura prova, perché il numero dei lavoratori che lo alimenta si assottiglia. Basti pensare che nel 1990 c’erano quasi 5 lavoratori per ogni pensionato; oggi ci sono 1,5 lavoratori per ogni pensionato: nel 2050 il rapporto scenderà a 1 a 1. Per la sanità è assai probabile che le Regioni, cui spetta la regolamentazione, o ridurrà gli investimenti negli altri settori per mantenere lo stesso livello dei servizi sanitari e assistenziali o innalzerà le tasse regionali.

L’aumento dell’età inciderà direttamente su alcuni settori produttivi. I trasporti, i ristoranti, l’abbigliamento e le calzature, soffriranno perché gli anziani spendono meno in queste cose. Di contro ci saranno più spese per l’assistenza medica e per l’assistenza domiciliare, ma anche per la sicurezza e per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Probabilmente si avrà anche una contrazione del numero di persone alla guida delle auto, con beneficio per il traffico.

Effetti negativi si faranno sentire anche sul mercato delle costruzioni residenziali tradizionali. La minore presenza di giovani farà calare il numero degli acquirenti delle nuove case, spingendo al ribasso i prezzi e scoraggiando gli investitori. È difficile che il movimento migratorio interno e l’immigrazione giovanile estera possano sostenere il settore. Di sicuro interesse immobiliare saranno invece le residenze attagliate ai bisogni della popolazione anziana.

I progressi della medicina hanno allungato la vita dal punto di vista biologico-quantitativo, ma non da quello esistenziale e qualitativo. Insomma, hanno prolungato la vecchiaia. In Italia, gli anziani sono già una grossa fetta della popolazione e le proiezioni ci dicono che nel 2050 saranno venti milioni, un terzo della popolazione”. Così Umberto Galimberti, che ha scritto e parlato spesso di terza e quarta età, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti culturali e sociali. “La questione è che se un tempo gli anziani erano i depositari di informazioni utili, oggi scienza e tecnologia possono svolgere la stessa funzione con maggiore efficacia. Inoltre, per effetto della velocità del progresso, soprattutto in ambito informatico, i giovani adesso ne sanno più dei vecchi che sono diventati quelli che non riescono più a stare al passo con i tempi. Ciò che resta non sostituibile è il loro patrimonio cognitivo ed etico-affettivo. Ma dal momento che gli “over” vengono visti come portatori di equilibrio, prudenza, dolcezza, per essere accettati, devono corrispondere a tutte queste qualità, da cui i giovani sono dispensati. In loro non è ammesso il desiderio sessuale e, quindi, ci si aspetta che rinuncino ai contatti fisici. Devono essere allegri ma senza esagerare, perché altrimenti potrebbe essere letto come un segnale di non accettazione della propria vecchiaia, dolci, sensibili ma non troppo: se un anziano si commuove in modo eccessivo “potrebbe avere l’arteriosclerosi” o problemi di demenza. Devono prendere parte alla vita familiare e sociale, ma senza pretendere di avere voce in capitolo e guai a ripetere un aneddoto già raccontato, avere interessi, senza entrare in campi considerati adatti ai ventenni e, infine, essere autonomi e indipendenti: in altre parole “soli”. La vecchiaia, oggi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli altri. Ora, nessuno vuole negare che con l’età che avanza si verifichino processi degenerativi dal punto di vista della funzionalità e dell’estetica, ma oltre che per questioni di tipo biologico, si invecchia anche e soprattutto per ragioni culturali, nello specifico per l’idea che la nostra cultura si è fatta della vecchiaia come di un tempo inutile”.

Dr. Arch. Franca Colozzo

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