Cultura

Nel mondo sciamanico di Mamani si abita l’alchimia del silenzio che parla

A admin
4 de junio, 2026

Pierfranco Bruni 

«La creatività è un senso di libertà, permette di capire che la vita dev’essere vissuta» (Herná Huarache Mamani, 1943-2016).

C’è una alchimia nel silenzio e nelle pause della vita. Qui le parole possono prendere forma. Nascono dalla terra.  Su fanno terra nel viaggio indelebile. Indefinibile. I luoghi sono anima. C’è un luogo, nel respiro delle civiltà, dove la parola smette di essere suono e diventa gesto. È il mondo sciamanico di Mamani. Non è esotismo, non è folklore da cartolina. È alchimia appunto. Alchimia di parole in silenzi, di silenzi in sguardi, di sguardi in destini. Lì il linguaggio non spiega: evoca. Non definisce: chiama. Mamani non scrive. Incide. Incide il vento sulla pietra, il passo sulla sabbia, il dolore sulla fronte. La sua è un’antropologia che non cataloga: ascolta. Ascolta la terra quando tutti parlano di progresso. Ascolta la natura quando tutti la misurano. Ascolta le solitudini, e scopre che hanno voci. Voci antiche, che non gridano. Sussurrano. E nel sussurro sta la verità delle civiltà.

Per Mamani la terra non è suolo: è sintassi. Ogni solco è frase, ogni pietra è sillaba, ogni radice è memoria. La terra chiama. Chiama con l’odore dopo la pioggia, con il crepitìo del fuoco, con il silenzio delle alture. È richiamo, non possesso. Le civiltà che hanno dimenticato il richiamo hanno costruito imperi di cemento e si sono smarrite nei corridoi. Così c’è una grammatica della terra. L’antropologia di Mamani è capovolta: non studia l’uomo per dominare la natura, studia la natura per ritrovare l’uomo. Il suo sciamanesimo non è magia: è fedeltà. Fedeltà al visibile che rimanda all’invisibile. Un gesto della mano, e il grano risponde. Uno sguardo profondo, e il fiume confessa il suo nome segreto. Le parole, allora, diventano superflue. O meglio: diventano ultime. Arrivano dopo. Dopo il silenzio che ha già detto tutto. Le solitudini che hanno voci. Noi temiamo la solitudine. La riempiamo di rumore. Mamani la abita. Perché sa che le solitudini hanno voci. La solitudine del pastore sull’altipiano non è vuoto: è dialogo con le stelle. La solitudine della donna che pesta erbe non è assenza: è alleanza con le piante. La solitudine del vecchio che guarda il mare non è attesa: è compimento.

In questo mondo sciamanico, la malinconia ha trincee. Scaviamo fossati per difenderci dal dolore, e restiamo prigionieri del fossato. Mamani insegna a uscire dalle trincee della malinconia. Non dimenticando: attraversando. La memoria non è archivio: è ferita che respira. Si esce dalla malinconia portandola con sé, come si porta una conchiglia: per ascoltare il mare anche lontano dal mare. Il rito è ascolto. O l’ascolto come rito. Infatti. L’ascolto è il primo atto sciamanico. Ascoltare anche quando tutto sembra tacere. Perché il silenzio non è assenza di suono: è presenza di senso. Il vento tace, ma sposta la polvere. Il cuore tace, ma sposta il destino. Mamani sta in ascolto come si sta in preghiera: in ginocchio, ma con la schiena dritta.

Ascoltare i destini. Non predirli: aprirli. È qui che entrano le curanderas. Non maghe: custodi. Donne che conoscono la lingua delle foglie, la grammatica delle febbri, la sintassi delle lune. La curandera non guarisce con la formula: guarisce con la presenza. Apre la strada perché ha ascoltato la strada. Il destino non è scritto: è sentiero. E il sentiero si fa camminando, ma si trova ascoltando. Ci sono gesti, sguardi, silenzi. Ovvero è l’alchimia che dipinge il vento. C’è da dire che nel mondo di Mamani il gesto precede la parola. Un filo rosso legato al polso vale più di un trattato. Uno sguardo profondo vale più di una confessione. Perché il gesto non mente. La parola può. Il gesto è la parola che si è fatta corpo, e il corpo non sa fingere.

In fondo l’alchimia è questa: trasformare il piombo del dolore nell’oro del senso. Non eliminando il piombo: trasmutandolo. Il rito sciamanico non nega la morte: la convoca. Non nega la malattia: la interroga. E nell’interrogazione, la malattia rivela il suo nome. Chiamare per nome è già guarire. Mamani cammina tra due fuochi: quello della tradizione che brucia e quello della modernità che illumina senza scaldare. Non sceglie. Li tiene insieme. Perché la civiltà non è museo: è fiume. E il fiume porta a valle le pietre antiche e le foglie nuove.

Uscire dalle trincee della malinconia non dimenticando. È l’ultima lezione. Dimenticare è la violenza dei forti. Ricordare è la resistenza dei vivi. Ma ricordare non è ripetere: è trasfigurare. Il dolore, se ascoltato, diventa canto. La solitudine, se abitata, diventa casa. La terra, se interrogata, diventa risposta. Così il mondo sciamanico di Mamani resta come resta il mare: andandosene e tornando. Non è alternativa alla ragione: è la ragione quando si ricorda di avere radici. Non è fuga dal mondo: è immersione nel mondo, fino al punto in cui il mondo parla. Ascoltare, dunque. Ascoltare la terra che ci ha generati, la natura che ci tollera, le solitudini che ci parlano, i destini che ci aspettano. Ascoltare per aprire la strada alle curanderas, cioè a quella parte di noi che sa guarire senza ferire. E quando tutto sembra tacere, ascoltare di più. Perché è nel silenzio che l’alchimia comincia. 

È nel silenzio che la parola ritrova il suo peso d’oro. È nel silenzio che lo sguardo di Mamani ci guarda, e ci dice: cammina. La trincea è alle spalle. La strada è davanti. E la strada, da sempre, ha voci. Restano. Anche quando non ci saremo più come corpo le tracce d’anima ci saranno a segnare i cammini. Sono cammini che si camminano tra le ombre e la luce. Ci saremo. Nel silenzio.  In uno sguardo. In un passo. Tutto non finisce. Il ricordare è già il non finire. Così: «Se vuoi convertire i tuoi sogni in realtà, dovrai imparare a conoscere te stesso. Quanto più ti conoscerai, tanto più ti avvicinerai a ciò che desideri ottenere. Quanto più ti conoscerai, più ti amerai. E solo nel momento in cui ti amerai davvero, potrai condividere il tuo amore con gli altri».

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