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Il bivio dimenticato: come l’Italia ha scambiato la rivoluzione digitale con il moralismo

A admin
4 de junio, 2026
Carlo Di Stanislao

​»Il pericolo maggiore nei periodi di transizione non è il tumulto in sé, ma il fatto di agire con la logica di ieri.»

— Peter Drucker

​Nel nostro presente, la diagnosi del declino italiano si condensa in un’unica, limpida e drammatica istantanea temporale: il 30 aprile del 1993. Quel giorno la storia bussò alle porte del Paese con due volti antitetici. Da un lato, il clamore stridulo delle monetine lanciate contro Bettino Craxi davanti all’hotel Raphaël a Roma, simbolo viscerale della fine di un’era politica. Dall’altro, a Ginevra, il CERN rilasciava al pubblico dominio il codice sorgente del World Wide Web, l’infrastruttura immateriale che avrebbe ridisegnato i confini del pianeta. L’Italia, distratta dal crollo del vecchio mondo, scelse di guardare solo al primo evento. Per oltre tre decenni abbiamo trasformato la giustizia e la questione morale nell’unico, asfittico teatro del dibattito pubblico, ignorando che la vera ricchezza e la sovranità geopolitica stavano migrando verso i bit, le reti e i microchip. Oggi quel ritardo strutturale ci presenta un conto salatissimo.

​La trappola del moralismo e l’analfabetismo della classe dirigente

​L’errore fatale della seconda metà del Novecento italiano non è stato, ovviamente, il perseguimento dell’illegalità, ma l’aver creduto che l’onestà sbandierata dalle piazze potesse sostituire la competenza, la caratura intellettuale e la visione industriale. Con la caduta della Prima Repubblica si è fatta strada un’illusione ottica che ha scambiato la distruzione dei partiti tradizionali con il rinnovamento.

​A distanza di trent’anni, emerge un profondo e ragionato rimpianto per la stagione del governo Craxi e per una classe politica che, al netto delle derive sistemiche, possedeva uno spessore statistico e una preparazione culturale oggi impensabili. Erano gli anni in cui lo Stato centrale interloquiva alla pari con le grandi potenze mondiali e pianificava lo sviluppo a lungo termine grazie a politici veri come Domenico Susi – figure radicate nel territorio, capaci di tradurre le istanze sociali in grandi riforme e di governare i processi macroeconomici con competenza tecnica, visione del welfare e senso delle istituzioni. Figure parlamentari e di governo che leggevano i mutamenti della società e cercavano di guidarla verso la modernità industriale, ben prima che la politica si riducesse a una pura gestione del consenso immediato sui social media, priva di memoria e di strategia.

​Mentre la successiva classe dirigente si avvitava in uno scontro ideologico permanente basato sulla demolizione dell’avversario, lo Stato perdeva completamente il contatto con i motori dell’innovazione globale. I leader che si sono succeduti, orfani di quella scuola politica che aveva reso l’Italia la quinta potenza industriale del mondo, non hanno compreso che la ricchezza delle nazioni stava mutando pelle. Negli stessi anni in cui nella Silicon Valley venivano fondati i colossi che oggi governano i mercati, l’Italia frammentava il proprio tessuto produttivo, cullandosi nell’illusione che le micro-imprese potessero reggere l’urto della globalizzazione senza alcuna infrastruttura tecnologica di sistema.

​L’illusione dell’onestà: la corruzione rimasta intatta

​Il paradosso più tragico di questa transizione incompiuta risiede proprio nel fallimento dell’obiettivo che la nazione si era posta come prioritario. L’enorme sacrificio collettivo, che ha visto il blocco di intere riforme industriali e la paralisi decisionale della politica in nome della purezza morale, non ha prodotto i frutti sperati. Inoltre, la corruzione non si è ridotta; si è semplicemente evoluta, frammentata e capillarizzata, perdendo la centralità e la responsabilità decisionale dei grandi leader nazionali per annidarsi nei rivoli della burocrazia locale, degli appalti polverizzati e delle infinite commissioni straordinarie.

​Il moralismo di facciata non ha reso il Paese più onesto, ma lo ha reso decisamente più lento e timoroso. La paura della firma da parte dei funzionari pubblici e il proliferare di norme di controllo sempre più farraginose hanno creato un sistema in cui l’onestà viene confusa con l’immobilità. Al danno etico di pratiche illecite che continuano a sottrarre miliardi di euro alle casse dello Stato, si è sommato il beffardo danno economico di una macchina amministrativa incapace di decidere, incapace di innovare e terrorizzata da qualsiasi cambiamento tecnologico che possa portare trasparenza algoritmica.

​La forbice della produttività: un Paese fermo al palo

​Le conseguenze economiche di questa cecità strategica non sono opinioni, ma dati macroeconomici consolidati. La forbice della produttività e, di conseguenza, dei salari tra l’Italia e il resto d’Europa ha iniziato ad allargarsi drammaticamente proprio a partire dalla metà degli anni Novanta, subito dopo il crollo strutturale dei vecchi partiti.

​Mentre Germania e Francia investivano massicciamente nell’automazione, nella digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e nella creazione di grandi reti di telecomunicazione, l’Italia rimaneva immobile. Gli investimenti in ricerca e sviluppo si sono stabilizzati su livelli inferiori alla metà della media europea, mentre le infrastrutture di rete sono rimaste a lungo frammentate e a macchia di leopardo.

​Le aziende italiane sono rimaste microscopiche, spesso a conduzione familiare e prive di quella massa critica indispensabile per accedere ai mercati finanziari globali o per sostenere reparti di sviluppo avanzati. Oggi la borsa di Milano esibisce un nanismo finanziario imbarazzante rispetto ai principali partner continentali: tolte le grandi aziende energetiche di Stato, i campioni del nostro mercato sono gli stessi degli anni Sessanta. Non abbiamo generato giganti tecnologici, non abbiamo costruito data center sovrani, abbiamo trattato l’informatica come un costo di cancelleria anziché come il sistema nervoso del Paese.

​Dal PNRR all’Intelligenza Artificiale: gli errori del passato si ripetono

​Ci si auspicherebbe che una lezione così dura sia servita da monito, ma la gestione dei fondi straordinari del Next Generation UE (il PNRR) racconta una realtà ben diversa. Di fronte a una disponibilità finanziaria senza precedenti, l’istinto burocratico del Paese ha risposto nell’unico modo che conosce: la frammentazione e la parcellizzazione della spesa.

​Invece di concentrare le risorse su pochi e decisivi nodi strategici – lo sviluppo di sistemi avanzati di intelligenza artificiale, la creazione di hub per la microelettronica, il potenziamento radicale delle competenze scientifiche nelle scuole – la politica ha preferito assecondare le richieste locali. I soldi sono stati dirottati sulla sistemazione di aiuole, il rifacimento di marciapiedi e la ristrutturazione di borghi fantasma. Interventi meritori per l’arredo urbano, ma totalmente irrilevanti per l’indice di produttività di un Paese che sta scivolando verso i margini del mondo industrializzato.

​Nel frattempo, la reazione collettiva davanti all’irrompere dell’intelligenza artificiale oscilla pericolosamente tra il luddismo e la rassegnazione. Si discute di tutele, divieti e barriere protettive, dimenticando che le tecnologie di frontiera non si fermano per decreto. Chi non le domina e non le produce è destinato a diventarne un mero consumatore passivo, cedendo quote residue di ricchezza e di indipendenza cognitiva a piattaforme estere.

​Un Paese anziano in fuga dal proprio futuro

​Il ritardo tecnologico ha finito per alimentare il dramma demografico. Un sistema economico stagnante, che non riconosce il valore delle competenze specialistiche e premia l’anzianità di servizio rispetto all’innovazione, spinge inevitabilmente i suoi giovani migliori alla fuga. Le università italiane continuano a formare eccellenze nei settori scientifici e tecnologici, ma queste intelligenze vengono regolarmente regalate a mercati esteri che sanno come valorizzarle e remunerarle.

​L’Italia si ritrova così in un circolo vizioso: un Paese sempre più anziano, culturalmente arroccato sulle glorie del passato – dal cibo ai musei – che consuma il proprio capitale accumulato senza produrre nuovo valore. Se la discussione pubblica continuerà a focalizzarsi su mance elettorali, bonus facciate e polemiche di giornata, la transizione verso un declino irreversibile da terzo mondo avanzato sarà inevitabile. È tempo di smetterla di guardare le monetine del 1993 e cominciare, finalmente, a progettare il domani.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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