L’Achab di Pierfranco Bruni è un capitano metafisico nella metafora della vita. Un gran bel libro
Floriano Cartanì
«Io e Il Capitano Achab» di Pierfranco Bruni, appena pubblicato, è un immenso viaggio. Si tratta di un testo breve, appena 86 pagine, Solfanelli editore, ma costruito più come un attraversamento metaforico che come un racconto di mare vero e proprio. Non è facile incasellare questo test a livello letterario, poiché Bruni esce fuori dai clichè consolidati, fornendo al lettore un dispositivo evocativo, cioè un vero e proprio varco aperto, nella mitologia personale dell’Autore. Bruni sottrae Achab a Melville e alla sua scrittura della caccia ossessiva alla gigantesca balena bianca restituendolo, nel suo libro, a una dimensione più terrestre, quasi mediterranea. Il capitano Achab di Bruni non è più soltanto l’uomo di mare, ma è chiamato a confrontarsi con la promiscuità dei porti e delle bettole, beve grappa amara, scruta la luna come si osserva il peso del fato.
La gamba strappatagli da Moby Dick resta sempre il simbolo di un conto aperto con il destino, ma in Pierfranco Bruni non è più solo ferita, diventa invece memoria, identità, debito. Il cuore del libro di questo Autore, con la rivoluzione del personaggio del capitano Achab, se si vuole, è tutto qui: nella trasformazione cioè del mito in antropologia, come d’altronde ama operare Bruni. Riesce inoltre a intrecciare nelle 86 pagine, letteratura, religiosità arcaica e un’idea di mare che non è solamente scenario di un’avventura, ma oracolo vivente che manda segnali. La balena non rappresenta perciò una preda da catturare e vincere, ma la forma stessa dell’inafferrabilità della vita. Achab in Bruni legge la Bibbia come Robinson, è vero, ma lo fa “annusando il sale”, come se la Scrittura dovesse essere prima respirata che interpretata. La prosa di Bruni insomma, suggerisce in “Io e il capitano Achab” e rispetto a Melville, un confronto non solo esteriore ma anche profondamente scavante la natura dei loro propri animi. Ogni frase sembra allora quasi incisa e riconoscibile. con la sua tipica visione analitica, fatta di un gustoso “Mediterraneo Metafisico”.
Qui Bruni apre interrogativi più che risposte ma, attenzione, lui non riscrive Melville e non racconta una storia solo di mare, ma ricompone Achab e la sua poliedricità. Lo fa attraverso un libro che evoca un viaggio del destino. E ricorda pure che il viaggio vero della vita, non ha porti conosciuti ma ha ferite aperte da approdare. Forse, alla fine dell’ultima pagina del libro, l’Achab di Pierfranco Bruni, si svela come ciascuno di noi, soprattutto quando smette di cercare e lascia che sia invece il fato a trovarlo: e la ricerca ricomincia.
