Coltivare il dubbio. Il ritorno all’uomo nel tempo delle macerie e della rabbia
Pierfranco Bruni
Non conosco. Posso percepire. È già abbastanza. Percepire in un tempo devastato dalla rabbia è già comprendere che la rabbia l’ira l’odio capeggiano. È inutile giustificare. Siamo dentro un linguaggio sospeso in cui l’amore non riesce a duventa neppure pietà. Siamo mancanti di contemplazione e di rigore. Cos’altro è il rigore se non ubbidiente ascolto del cuore. Non coltiviamo nulla. Anzi il nulla. Dovremmo almeno catturare il dubbio. Sarebbe già andare oltre la miseria della mediocrità. Coltivare il dubbio. Non dirlo: coltivarlo. Perché il dubbio non è vizio, è semina. Dubium, dal latino duo e habere: avere due strade, stare tra due. L’uomo che dubita è uomo in bilico, e il bilico è l’unico luogo in cui si nasce davvero. La nostra società, invece, ci educa alla velocità. La velocità non sopporta il bilico: taglia, decide, archivia. Ma ogni decisione che non ha tremato, è già maceria.
Ci hanno insegnato a correre. A consumare l’istante. L’immediato è diventato dio, e questo dio non ha templi: ha notifiche. Così la civiltà corre e, correndo, dimentica. Dimenticare è il vero peccato del secolo. Perché un popolo che dimentica, riduce i processi dell’uomo in idee da scaffale, in slide, in slogan. E quando le idee sostituiscono i processi, l’uomo scompare. Restano le cose. E le cose, senza uomo, sono polvere.
Quando la tradizione si riduce in folklore, abbiamo già smesso di credere. Il folklore è la tradizione imbalsamata. È il presepe che non nasce più, è il canto che non sanguina più, è la festa che non inizia più nessuno. La memoria, allora, diventa archivio impolverato. E un archivio non salva: conserva cadaveri. Eppure avremmo bisogno non solo di intelligenze, ma di un sapere saggio. L’intelligenza calcola. La saggezza indugia. L’intelligenza taglia il nodo. La saggezza lo scioglie con le mani, e nel gesto si fa preghiera. Viviamo in un’epoca in cui facciamo fatica a capire perché abbiamo sostituito il pensare con il connettere. Siamo connessi a tutto, fuorché a noi. Abbiamo smarrito il mito degli dèi, e con gli dèi abbiamo smarrito la religiosità del limite. Non la religione dei dogmi: la religiosità del tremore davanti al mistero.
Siamo scettici nonostante ci si sforzi di credere in Dio. E questo è il paradosso più feroce: crediamo senza fede, dubitiamo senza ricerca. Abbiamo trasformato Dio in idea, e l’idea non salva. Gli antichi avevano dèi immmortali, e proprio per questo erano religiosi. Sapevano che il sacro passa per la ferita. Noi vogliamo un Dio-manager, che risolva, che garantisca. Ma il divino non garantisce: interroga. Siamo sempre mortali nel tempo, perché la vanità di inseguire l’immortalità è soltanto illusione. L’immortalità che ci vendono è protesi, è filtro, è metaverso. Ma l’uomo non è eterno: è intenso. E l’intensità non abita nella durata, abita nella fedeltà. Fedeli a cosa? Al labirinto. Al cammino. Al dubbio che coltiva.
Dovremmo ritornare a pensare senza chiuderci nella caverna. Platone ci ha avvertiti: la caverna è comoda. Ci sono ombre, ci sono catene, c’è un fuoco che proietta. Oggi la caverna è algoritmo. Ci mostra solo ciò che conferma. E noi, prigionieri felici, chiamiamo verità l’eco della nostra voce. Ma pensare è uscire. È percorrere il labirinto restando fedeli. Fedeli a chi? All’uomo. Non alle cose, non al mercato, non al like. Rimettere l’uomo al centro non è umanesimo da convegno: è rivoluzione. Perché l’uomo è l’unico animale che ricorda. E ricordare è opporsi alle macerie.
Il labirinto fa paura perché non ha scorciatoie. La società della velocità odia il labirinto: vuole mappe, vuole GPS, vuole arrivare. Ma il labirinto non si attraversa per arrivare: si attraversa per diventare. Teseo non uccide il Minotauro per tornare a casa: lo uccide per tornare diverso. E il filo di Arianna non è sicurezza: è memoria. Senza memoria, nel labirinto si muore. Si riuscirà in ciò? Forse. Ma solo se smettiamo di ridurre. Ridurre l’uomo a dato, la tradizione a evento, il sacro a opinione, il dubbio a debolezza. Il pensiero forte non è pensiero che urla: è pensiero che ara. Scende nella zolla, tocca la radice, accetta il tempo del seme.
Ritornare al mito degli dèi non significa resuscitare l’Olimpo. Significa restituire religiosità al limite. Significa sapere che siamo mortali, e che proprio per questo ogni gesto è sacro. Bere un bicchiere d’acqua, se sai di essere mortale, è rito. Amare, se sai di essere mortale, è eterno. E allora usciamo. Usciamo dalla caverna con il dubbio in mano come una lampada. Percorriamo il labirinto con la memoria come filo. Non per vincere, ma per restare umani. Perché l’unica immortalità concessa è questa: aver dubitato, aver pensato, aver amato nel tempo. Il resto è velocità. Il resto è maceria. Il resto non è noi. Per essere noi dovremmo prima di tutto essere io. Un io con la reciprocità di altri io. Perché l’altro esiste. Se pensassimo che anche l’altro è un io riusciremmo non solo ad accorgerci che esistere non è solitudine. L’altro è in noi. Riusciremmo a capire che ascoltare se stessi è un mondo da ricostruire. Sono dubbio certamente. E in questo dubbio ogni fede non è distacco o distanza. Ma è superare il tempo delle rovine e andare oltre pensando che l’uomo ha bisogno di Essere.
