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L’illusione della periferia: oltre il pessimisimo geopolitico e il mito della nazione minore

A admin
7 de junio, 2026

Carlo Di Stanislao


​»L’Italia è un paese in cui nascono molte cose, ma in cui poche giungono a maturazione; un paese ricco di germi e povero di frutti.»

— Giacomo Leopardi

​Il dibattito sull’identità internazionale dell’Italia e sul suo reale peso specifico nello scacchiere globale oscilla da sempre tra due opposti estremismi retorici: da un lato, un velleitario e anacronistico nazionalismo muscolare; dall’altro, un’inclinazione quasi terapeutica all’auto-svalutazione. In questo solco si inserisce la tesi, volutamente provocatoria, espressa da Marcello Veneziani, il quale tratteggia un’immagine del Paese strutturalmente marginale, una «nazione minore» la cui salvezza risiederebbe proprio nel sapersi confondere nel gruppo, nel non esporsi e nel godere di una sorta di felice irrilevanza geopolitica. Sebbene tale narrazione sia sorretta da una notevole forza stilistica, la sua efficacia letteraria non coincide necessariamente con la solidità dell’analisi. Dietro l’apparente realismo della sua descrizione si nasconde infatti una visione riduttiva e parziale, che rischia di trasformare una condizione complessa e ricca di chiaroscuri in una semplificazione quasi compiaciuta della debolezza nazionale.

​L’anacronismo della potenza: l’errore della lente novecentesca

​Il primo e più evidente limite metodologico di questa impostazione risiede nel suo assunto di fondo: l’idea che il valore e l’influenza di una nazione si misurino quasi esclusivamente sulla base della potenza militare, della centralità geopolitica dura (hard power) e della capacità di incidere direttamente e unilateralmente nei conflitti internazionali. Si tratta di una prospettiva marcatamente novecentesca — e in parte persino ottocentesca — dei rapporti tra Stati, legata a un’epoca in cui la sovranità si esprimeva principalmente attraverso il controllo territoriale e la proiezione degli eserciti.

​Nel mondo contemporaneo, caratterizzato dalla globalizzazione e da reti globali diffuse, l’influenza di un Paese segue dinamiche radicalmente diverse. La rilevanza globale non si esaurisce affatto nella dimensione bellica o nella partecipazione diretta ai teatri di guerra. Elementi chiave quali l’interdipendenza finanziaria, il controllo delle filiere industriali strategiche, la capacità di mediazione nella diplomazia multilaterale e il cosiddetto soft power culturale — inteso come capacità di attrazione, autorevolezza scientifica e prestigio accademico — sono pilastri fondamentali del potere moderno che la tesi della «nazione minore» tende sistematicamente a sottovalutare o a ignorare.

​Il peso reale dell’Italia: i dati oltre la retorica

​Per comprendere quanto sia deformante la lente dell’irrilevanza, è sufficiente abbandonare per un attimo la suggestione letteraria e osservare i fattori strutturali che definiscono il posizionamento italiano nel contesto internazionale. Ridurre l’Italia a una «nazione che conta poco o nulla» significa compiere un’operazione più polemica che descrittiva.

​Il Paese si attesta stabilmente come la seconda potenza industriale e manifatturiera dell’Unione Europea, nonché come l’ottava economia del pianeta. Questa posizione si traduce in un ruolo di hub fondamentale per le catene del valore globali, in particolare nei settori della meccanica di precisione, della farmaceutica, della chimica e dell’aerospazio. Inoltre, la partecipazione dell’Italia come membro stabile del G7, del G20, della NATO e come Stato fondatore dell’Unione Europea garantisce un accesso diretto e permanente ai tavoli decisionali che orientano le politiche dell’intero blocco occidentale.

​A livello geopolitico regionale, la proiezione dell’Italia nel Mediterraneo allargato la rende un attore imprescindibile per la sicurezza energetica del continente, per la gestione dei flussi migratori e per i tentativi di stabilizzazione dell’Africa settentrionale. Davanti a questo quadro, l’idea di un’Italia costantemente periferica si scontra con la realtà di un Paese che, pur gravato da un debito pubblico imponente e da croniche inefficienze istituzionali, rimane un ingranaggio insostituibile dell’ordine geopolitico attuale.

​Il rischio della rassegnazione: l’iperbole come destino

​Un secondo punto critico della narrazione della marginalità riguarda il tono di auto-svalutazione generalizzata su cui essa si regge. L’argomentazione di Veneziani procede attraverso una sequenza di immagini iperboliche — la periferia, la piccolezza, l’invisibilità — che rischiano di scivolare dal piano dell’analisi a quello della profezia che si autoavvera, traducendosi in un discorso di rassegnazione culturale.

​Affermare che la nostra salvezza sia stata storicamente il «confondersi nel gruppo» suggerisce una lettura fatalistica e passiva della storia italiana, come se la penisola fosse stata soltanto un oggetto della storia altrui e mai un soggetto capace di scelte autonome. Questa è un’evidente semplificazione storica. La traiettoria dell’Italia repubblicana, pur nelle svariate complessità, è costellata di momenti di straordinario protagonismo diplomatico (si pensi alla firma dei Trattati di Roma del 1957 o alla politica mediorientale di mediazione della Prima Repubblica), di profonda innovazione economica (il miracolo economico e la nascita dei distretti industriali) e di una persistente influenza scientifica e culturale a livello planetario.

​Inoltre, la valorizzazione della strategia del «non esporsi», presentata quasi come una forma di furbizia o di sopravvivenza intelligente, merita un’attenta decostruzione. Se è indubbio che la prudenza diplomatica sia stata spesso una necessità dettata dai rapporti di forza usciti dalla Seconda Guerra Mondiale, trasformare questa contingenza in una virtù strutturale significa legittimare il disimpegno. La debolezza di lungo periodo di alcuni nostri strumenti strategici e l’esitazione nel firmare impegni internazionali non sono il frutto di una superiore saggezza e preveggenza, bensì il riflesso di limiti irrisolti del nostro sistema politico, caratterizzato da una cronica instabilità istituzionale e dalla difficoltà di elaborare una visione strategica di lungo termine.

​Il fraintendimento dello spazio europeo

​All’interno di questa visione pessimistica, anche la rappresentazione dell’Unione Europea viene piegata alla logica della marginalità. L’UE viene implicitamente percepita come un’entità burocratica e distante, uno spazio grigio dove le identità nazionali si annullano nell’irrilevanza. Anche in questo caso, l’analisi non coglie la reale natura del potere contemporaneo.

​L’Unione Europea, pur con tutte le sue evidenti contraddizioni, le sue lentezze decisionali e i deficit democratici che spesso la rallentano, rappresenta uno dei poli economici, commerciali e normativi più influenti del pianeta. Essere uno dei paesi cardine di questo blocco non significa diluire la propria importanza, ma amplificarla. Il potere globale oggi si esercita stabilendo gli standard tecnologici, ecologici e di mercato (il cosiddetto Brussels Effect), ambiti in cui l’Europa detta le regole del gioco a livello mondiale. Ignorare questa dimensione significa rimanere ancorati a una definizione di sovranità che non esiste più.

​Conclusione: il compiacimento del disincanto

​In ultima analisi, il vero pericolo della tesi della «nazione minore» risiede nella sua tendenza retorica al compiacimento della propria condizione. L’invito a «godere del nostro statuto di nazione minore» non è una semplice constatazione clinica, ma un suggerimento a interiorizzare la subalternità come se fosse un destino naturale o, peggio, un rifugio confortevole per evitare le responsabilità che derivano dall’essere una grande democrazia occidentale.

​Questo atteggiamento finisce per produrre una forma di disincanto politico che non ha nulla a che vedere con il sano realismo o con la rigorosa analisi critica. Si tratta, al contrario, di una rinuncia preventiva alla possibilità di incidere sul presente e sul futuro. La visione dell’Italia come Paese strutturalmente marginale si rivela così debole e parziale: una narrazione costruita su un pessimismo selettivo che illumina i nostri reali difetti e le nostre storiche debolezze, ma oscura deliberatamente le nostre risorse, le nostre eccellenze e le nostre potenzialità. L’Italia non è una potenza imperiale, ma non è nemmeno uno spettatore inerte; è un Paese complesso che richiede soluzioni complesse, lontano tanto dalle illusioni di grandezza quanto dal conforto dell’irrilevanza.

​Note di lettura consigliate

​Per approfondire i nodi storici, politici e geopolitici affrontati nell’articolo, si suggeriscono i seguenti testi:

  • Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi (Rizzoli) – Una ricostruzione lucida delle costanti e delle debolezze strutturali della nostra diplomazia, utile per comprendere i margini di manovra reali del Paese dalla fine del secondo conflitto mondiale.
  • Vittorio Emanuele Parsi, Vulnerabili: Come la pandemia cambia il mondo (Piemme) – Un’analisi contemporanea su come le interdipendenze globali e le crisi sistemiche ridefiniscono il concetto di potere, superando la sola dimensione militare dell’influenza statale.
  • Marta Dassù, Mondo privato. Diario di politica estera (Laterza) – Una prospettiva ravvicinata sulle dinamiche decisionali internazionali, sui tavoli europei ed atlantici, essenziale per smentire la narrativa dell’irrilevanza assoluta italiana nei processi decisionali globali.

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