James Hillman. Gli archetipi e il tempo archetipale come visione ermeneutica dell’uomo
Pierfranco Bruni
C’è un mondo di alchimie e di onirici segni sciamanici in James Hillman. Ciò che chiama «psicologia alchemica». Metafore e archetipi. Una griglia che tocca l’anima perché l’anima ha la sua voce e il suo silenzio tra l’aurora e la notte. James Hillman. Uso una metafora per scendere negli archetipi. «Le parole, al pari degli angeli, sono forze dotate di poteri occulti su di noi. Sono presenze personali corredate da intere mitologie… e dei loro effetti monitori, blasfemi, creativi e distruttivi».
Hillman un bosco archetipale. Lui non cura: coltiva. Non interpreta: ascolta. Ha preso Jung e lo ha portato fuori dallo studio, per le strade, nei sogni, nelle patologie, nei miti che l’Occidente ha rimosso e che ora si vendicano sotto forma di depressione, di panico, di anoressia, di guerra. Per Hillman l’anima non è un’entità. È una prospettiva. È il modo in cui il mondo si fa profondo, si fa immagine, si fa pathos. «L’anima è data con il corpo», scrive, «ma è persa con la coscienza». E la psicologia del profondo, da Freud in poi, ha tradito l’anima per inseguire l’Io. Ha ridotto il mito a complesso, il simbolo a sintomo, l’angelo a meccanismo di difesa. Hillman restituisce l’angelo all’angelo. Restituisce il mito al mito. E dice: non siamo qui per guarire. Siamo qui per vedere. Il tempo archetipale non è cronologia. È kairos. È il tempo in cui Afrodite attraversa la stanza e tu ti innamori. È il tempo in cui Saturno ti siede sul petto e tu chiami depressione ciò che i greci chiamavano melaina cholé, bile nera, iniziazione. Gli archetipi non sono concetti: sono dèi. E gli dèi non abitano l’Olimpo. Abitano le nostre malattie, i nostri amori, i nostri sogni. La visione ermeneutica dell’uomo, per Hillman, comincia da qui: l’uomo non ha archetipi. È avuto dagli archetipi.
In «Il suicidio e l’anima» del 1964, Hillman compie il gesto più scandaloso: toglie il suicidio alla psichiatria e lo restituisce all’anima. Il suicidio non è patologia. È idea. È l’anima che chiede trasformazione. «L’impulso suicida», scrive, «è l’impulso a uccidere l’Io affinché l’anima possa vivere». Non è desiderio di morte. È desiderio di altra vita. L’anima muore? No. L’anima è immortale perché non è nata. È anima mundi, anima del mondo, che si incarna, che si ammala, che si perde, ma non perisce. Ciò che muore è l’Io letterale, l’Io che si crede padrone, che non sopporta l’immagine, che vuole fatti, risultati, guarigioni. L’anima, invece, vuole storia. Vuole metàfora. Vuole che la caduta diventi discesa, che la ferita diventi bocca. Per questo Hillman non previene il suicidio con il protocollo. Lo ascolta con il mito. Edipo si acceca: è suicidio degli occhi per vedere dentro. Psiche scende nell’Ade: è suicidio dell’Io per amore di Eros. Cristo muore in croce: è suicidio del dio per diventare umano. L’anima non vuole sopravvivere. Vuole significare.
«Il codice dell’anima» del 1996 è il suo libro testamentario. Lì dice: ognuno nasce con una ghianda. Con un’immagine, un daimon, un destino che non è scritto nelle stelle ma nelle pieghe del carattere. La psicologia del sé ha cercato le cause nell’infanzia. Hillman cerca la chiamata nella vocazione. Non siamo il prodotto dei genitori. Siamo il progetto dell’anima. E l’anima sceglie i genitori, sceglie le ferite, sceglie le malattie perché le servono per scolpirsi. Amore, anima e psiche sono la stessa triade. Psiche è l’anima che ama Eros. Ma per amare Eros deve attraversare prove, deve perdere, deve sporcarsi. L’amore non è sentimento. È iniziazione. «Amare», scrive Hillman, «è immaginare l’altro». Non possederlo. Non capirlo. Immaginarlo. E l’immaginazione è l’organo dell’anima. È il cuore che vede.
Anima e cuore, infatti, non sono qui metafore. Sono luoghi. Il cuore antico non era pompa: era kardia, era tempio, era il punto dove gli dèi parlavano. Hillman riprende la medicina ippocratica, la teologia di Ficino, la poesia di Keats: il cuore è l’organo estetico. Soffre non per pompa male, ma per bellezza negata. La depressione è nostalgia di bellezza. L’ansia è Afrodite che bussa e non trova casa. No. Non si deve fuggire dagli dèi. Si deve smettere di essere monoteisti in psicologia. Il monoteismo dell’Io ha prodotto l’ego, la clinica, il DSM. Ha ridotto la molteplicità dell’anima a disturbo dissociativo. Hillman rivendica il politeismo: Marte per la rabbia, Venere per l’eros, Saturno per la malinconia, Mercurio per il furto, Dioniso per la follia. Ogni patologia è un dio che non è stato riconosciuto.
«La psicopatologia», scrive in «Re-visione della psicologia» del 1975, «è mitologia». Curare non è normalizzare. È ricondurre ogni sintomo al suo dio. La depressione è Saturno: porta piombo, porta peso, porta profondità. Non si cura con la serotonina. Si onora con il tempo, con la notte, con il lutto. L’attacco di panico è Pan: il dio che irrompe. Non si seda. Si ascolta. Andare oltre l’umanesimo significa questo: smettere di mettere l’uomo al centro. L’uomo non è misura. È luogo. È teatro. È campo di battaglia degli dèi. L’umanesimo ha tolto gli dèi e ha lasciato l’Io solo. E l’Io, da solo, impazzisce. Per questo serve il ritorno agli dèi. Non per credere. Per immaginare. Il sogno, per Hillman, non si interpreta. Si frequenta. Non dice qualcosa d’altro. È. È immagine autonoma, è poesia notturna, è l’anima che parla la sua lingua. «Atteniamoci all’immagine», ripete. Non tradurre il serpente in fallo, la casa in madre, il volo in desiderio. Il serpente è serpente. E il serpente sa. Il sogno è l’essere dell’anima. E l’essere dell’anima è estetico. Per questo bellezza e malinconia sono sorelle. La bellezza, diceva Plotino, è lo splendore del vero. Ma il vero, quando appare, fa male. Perché ci ricorda l’esilio. La malinconia è la coscienza della bellezza perduta. È Saturno che piange Venere. È l’anima che sa di essere stata in paradiso e ora abita il tempo.
Hillman ha il coraggio di dirlo: la terapia non rende felici. Rende profondi. E la profondità è malinconica. Perché vede. E vedere, in un mondo di ciechi, è una condanna. Ma è anche l’unica salvezza. L’anima sa. Ma il suo sapere non è informazione. È alchimia. È nigredo, albedo, rubedo. È putrefazione, purificazione, incarnazione. La nigredo è la depressione, è la notte dell’anima, è il piombo. L’albedo è il sogno, è la riflessione, è l’argento. La rubedo è l’amore, è il sangue, è l’oro. Hillman riprende Jung, ma lo porta a valle. L’alchimia non è metafora dell’individuazione. È l’individuazione che è metafora dell’alchimia. Perché l’anima lavora come il metallo: brucia, si scioglie, si coagula. E il terapeuta non è medico. È adepto. Non guida: assiste. Non interpreta: cuoce. Il sapere dell’anima è sapore. È sapientia che viene da sapere, avere gusto. L’anima conosce assaggiando. Assaggia il lutto, assaggia l’eros, assaggia la follia. E in ogni assaggio diventa più sé stessa.
James Hillman muore il 27 ottobre 2011. Era nato nel 1926. Si dissolve nelle immagini che ha liberato. Nei sogni che non interpretiamo più. Nelle depressioni che non curiamo più, ma abitiamo. Nelle malattie che non riduciamo più a sintomo, ma leggiamo come mito. Ci ha lasciato un compito: fare anima. Fare anima significa restituire profondità alle cose. Guardare un tavolo e vedere Saturno. Guardare una rosa e vedere Afrodite. Guardare una ferita e vedere dove l’angelo è entrato. Non si deve fuggire dagli dèi. Si deve invitarli a cena. Dargli un posto a tavola. Ascoltare ciò che hanno da dire. Anche se dicono cose terribili. Perché gli dèi terribili sono gli dèi necessari. E quando l’anima fa male, non chiedere perché. Chiedi chi. Chi sta parlando? Quale dio, quale archetipo, quale immagine vuole vivere attraverso te? Lì è il codice. Lì è la bellezza. Lì è la malinconia che salva. Lì è l’alchimia che trasforma il piombo del dolore nell’oro della visione. Hillman non ha salvato l’anima. Le ha ridato voce. E la voce dell’anima, quando parla, non consola. Rivela. E rivelando, ci fa umani. Non di un umanesimo di Io. Di un umanesimo di dèi. Così: «Attraverso la forza dell’immagine, che si esprime come sintomo e avanza le pretese erratiche di Necessità, noi scopriamo una visione psicologica dell’uomo, un uomo che né il naturalismo, né lo spiritualismo, né il normalismo valgono a definire». C’è dunque la forza delle immagini. Rivelano. Le immagini anche in ombre rivelano sempre.
