Abitare l’attesa. Un finito che parla di Infinito
Paolo Arces
Abbiamo aspettato tutto l’anno l’estate. Ad un certo punto è arrivata. Ma cosa è cambiato realmente? È finita la scuola, il lavoro, gli impegni, inizia la “vacanza”. Tra i clamori estivi di feste e viaggi arriva una giornata vuota: siamo persi. Non avere nulla da fare è straziante, non ne reggiamo l’urto. Ogni volta che avvertiamo quel brivido che osiamo chiamare “noia” siamo dinanzi alla verità ultima del nostro essere uomini. E se provassimo a capirla quella noia? Oggi “tutto cospira a tacere di noi”.
Ogni brivido di malattia viene ammutolito da medicine. Eppure la malattia ci rende autoimmuni. Proviamo a curare la noia in ogni modo tranne che abitandola. La noia è l’urto della nostra piccolezza con l’immensità del tempo. Ancor più, la noia è qualcosa di radicalmente umano: è l’impatto tra la mia domanda di senso e l’istante che sto vivendo. Se avessimo chiaro il senso del nostro esistere allora non ci sarebbe noia. Eppure viviamo nella società del nonsenso dove sadicamente viene esaltata la nostra libera scelta di significato. Ma Sartre non sorrideva mentre pronunciava: “l’uomo è condannato a essere libero”.
Ora che la scuola è finita “siamo liberi”: siamo dinanzi al vuoto. Ogni istante palpita di una richiesta di senso. Ogni singolo momento chiede significato. Eppure siamo disincantati da questa verità. Il senso è qui ed ora, è stato e sarà. Non bisogna confondere senso con fine perchè ci si limita ad un senso venturo. Questo è il nostro tipico atteggiamento dinanzi alla vita. Non è una casualita che abbia esordito col verbo “aspettare”.
L’attesa è tendere verso qualcosa. Siamo soliti rivolgerla al futuro perchè non ne vediamo la capacità di soddisfarci al presente. La nostra postura è l’attesa. Forse se con la vecchiaia diventiamo gobbi è perchè abbiamo vissuto sempre tesi in avanti. Insomma, siamo sempre in attesa di qualcosa che, nel suo futuro, renda questo istante valso. Concepiamo l’attesa come un moto che, dal futuro, mi compie ora. Non si tratta di chiacchiere sul vento ma di una verità oltre la superficie. Ogni anno viviamo la scuola, il lavoro o chicchessia, tesi verso l’estate, verso le vacanze. In pratica, diamo senso alla fatica del presente in vista del futuro. Si può scendere più nel particolare.
Ogni settimana di scuola passa perchè trascorsa in vista del week-end, dell’uscita del sabato sera. Arriva la fantomatica uscita, che solitamente non ci soddisfa sino in fondo, ed eccoci di nuovo nel ciclo dell’attesa. Questi giorni passano con leggerezza perchè aspetto il prossimo sabato. Insomma, una giornata diventa vivibile solo in attesa di un impegno. Questo nostro eterno moto è canticchiato angosciosamente in una remota canzone di Fausto Amodei: “Qualcosa da aspettare”. “Se tu vuoi che nel momento che vi avete da lasciare non si senta lo spavento di non saper più cosa fare. Se la tua vita normale, in assenza del tuo amore, vuoi che resti tale e quale, e persino un po’ migliore. Se pretendi che il lavoro, l’amicizia, l’altrui stima abbian sempre un senso loro chiaro ancora più di prima. Basta solo ricordarsi, perchè avvenga tutto questo, la promessa di trovarsi e vedersi ancora presto. Questa promessa è poi la sola cosa che abbia un valore vero ti fa sembrare un po’ color di rosa il mondo anche più nero… Basta che non ci debba mai mancare qualcosa da aspettare!”.
Ad oggi è qui che si mostra la trepidante domanda di senso: cerchiamo sempre qualcosa da aspettare. Eppure… cosa veramente aspettiamo se nulla soddisfa la nostra attesa? Questa nostra attesa è cosi fragile. Per trovare consiglio è sempre utile tornare a Recanati, nel “sabato del villaggio”… “Questo di sette è il più gradito giorno, / Pien di speme e di gioia: / Diman tristezza e noia / Recheran l’ore, ed al travaglio usato /Ciascuno in suo pensier farà ritorno.”.
Camminando tra i preparativi della festa del giorno seguente, Leopardi ci rivela che è il sabato a superare la domenica: è l’attesa a superare l’atteso. La struttura umana è sospesa tra il desiderio e la disillusione. Negare questa dimensione nell’uomo significa negare il bisogno di felicità, il bisogno di pienezza. E Pavese, che ha fatto dell’attesa il suo “mestiere di vivere”, ci rivela che “aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile”.
L’attesa è cosi straziante ma al contempo necessaria, è la sostanza del nostro io, è indelebile: “Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”. Ancora, la nostra è un’attesa infinita. Ma allora… un’attesa infinita può aspettare unicamente l’infinito! La portata del nostro desiderio di senso è tanto immensa da poter essere saziata solo da un immensità. Come si implica questo infinito nel nostro quotidiano? Nell’orientamento dell’attesa. Bisogna allora darne una nuova definizione. L’attesa è sempiterna: era, è, sarà. Ma, è fondamentale riconquistare la dimensione del presente.
Cosa c’entra questo istante con il senso della mia vita? Cosa c’entra questo istante con l’infinito? Come questa uscita, questa chiacchierata, questa persona, mi parla dell’infinito? Cosa c’entra tutto questo con la mia domanda di felicità? È qui che l’atteggiamento di attesa deve diventare attenzione. Bisogna avere uno sguardo rivolto all’istante che, privo di pregiudizio, ne colga il nesso con l’infinito. Insomma, bisogna rivolgere lo sguardo all’infinito. L’attesa dell’infinito, soprattutto nell’immanenza, restiutisce ad ogni “senso” che vanamente idealizziamo il proprio volto di un finito infinito.
Nell’assolutizzazione di quel “qualcosa da aspettare” ne viene deturpato il reale valore: la finitudine si perde nell’eterna attesa. Quello sguardo fisso verso l’infinito non solo non vanifica la nostra finitudine ma anzi la esalta: ridesta effettivamente la bellezza che è unica dell’identità delle cose. Ma ancor più l’attenzione si rivela nell’atto di aprire gli occhi e accettare il reale. L’attenzione è l’apertura dinanzi ad una realtà finita che è rupe verso un infinito.
L’atteggiamento che è richiesto nell’attesa è allora quello di riconoscimento: si tratta della postura di un vivere. Pretendere di saziare la fame di infinito con cibi estremamente finiti non solo la acuisce ma anzi deturpa persino il sapore dell’umano. Cibarsi di infinito ridesta il gusto del finito, si tratta del famoso “centuplo quaggiù”.
Non si puo rinnegare la nostra statura di uomini in attesa, bisogna invece riconoscerla e anzi approfondirla. L’attesa è sempre rivolta ad Altro, o anzi, Oltre. Torna sempre a parlarci Pavese: “Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito”. La postura ultima della vita è quella del bambino. Il bimbo è onesto, apre gli occhi e, senza pregiudizio, vede la realtà per come è.
Se tutti avessimo quegli occhi sinceri allora l’infinito albergherebbe tra noi. Perchè in fondo forse, il segreto per iniziare a Vivere è uno: vedere quanta Vita c’è nel finito, in un finito che parla di Infinito.
