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Daniela Piesco e la lettura che ha trasformato un libro in quattro quadri: la serata alla Fagianella tra memoria e materia
C’è un momento, nella lettura di certi libri, in cui le parole smettono di essere parole e diventano immagini — non illustrazioni, ma corrispondenze: affinità tra ciò che la scrittura evoca e ciò che la pittura, la scultura, il gesto artistico hanno già depositato su una superficie, prima ancora che il libro esistesse. È da questa intuizione, rara e tutt’altro che scontata, che è nata la serata di giovedì 11 giugno ai giardini della Fagianella, dedicata alla presentazione di Ancora un nuovo anno da raccontare di Rosaria Ragusi.
Il libro attraversa mezzo secolo di storia italiana attraverso gli occhi di Ester, figlia di una numerosa famiglia messinese. Tutto comincia nel Capodanno del 1966, tra l’odore dei mandarini e il richiamo di un futuro che si annuncia senza ancora avere un volto, in un’Italia sospesa tra riti antichi e sogni moderni. Da quella soglia in poi, la vita di Ester si racconta come un album fotografico: la scoperta dolorosa delle proprie origini, gli amori, i lutti, le rinascite, l’andare a Nord senza smettere di portare con sé il Sud. Una scrittura che non cerca la perfezione formale, ma la verità — e che proprio in questa onestà trova la sua forza.
A restituire questa verità attraverso l’arte è stata Daniela Piesco, giornalista e critica d’arte tra le voci più riconoscibili e rigorose del panorama culturale sannita, da anni punto di riferimento per la lettura critica delle opere di Eccellenze Sannite. La sua capacità di leggere un’opera non come oggetto da descrivere ma come linguaggio da ascoltare, di trovare nella materia pittorica e scultorea le stesse domande che attraversano una pagina scritta, ha reso questa serata un momento di rara densità intellettuale ed emotiva. Con la profondità e la sensibilità che da tempo le vengono riconosciute, Piesco ha scelto quattro opere di artisti di Eccellenze Sannite e ha costruito un percorso di lettura capace di far dialogare, con un’intensità che il pubblico non si aspettava, scrittura e materia visiva.
Vincenzo Marsico, Rinascita. Un corpo si raccoglie su se stesso, mentre intorno il colore esplode senza misura — rosso, giallo, verde, blu, il caos del mondo che non risparmia nessuno. Piesco ha colto in questo gesto non una resa ma una preparazione: il movimento che ogni nuovo anno richiede, prima la contrazione e poi la ripartenza. Una lettura che ha restituito al pubblico l’essenza stessa del libro di Ragusi, fatto della stessa materia — ogni capitolo un piccolo ricominciare, ogni pagina un corpo che si chiude per poter poi tornare ad aprirsi.
Mario Ferraro, una cornice che non contiene. La superficie calda e rosata, quasi cutanea, e le macchie che la percorrono come tracce di una vita vissuta, sono state lette dalla critica in relazione alla cornice stessa: i listelli di legno che escono dalla geometria, che rompono ogni confine tra l’opera e il muro. Un’opera che rifiuta di essere contenuta — ha osservato Piesco, con un’immagine che ha colpito profondamente la sala — come una vita che non sta in un solo ruolo, in una sola identità, in un solo luogo.
Mariano Goglia, un busto in marmo policromo. Di fronte alla pietra venata e stratificata — rosso antico, grigio, bruno, bianco, il Mezzogiorno racchiuso in un solo blocco — Piesco ha sottolineato come il volto non sia finito, porti ancora i segni dello scalpello, la materia che resiste alla forma definitiva. Un parallelo, ha spiegato con la lucidità che la distingue, con le ultime parole del libro di Ragusi, «mai dire mai»: la vita, come la pietra, resta sempre aperta a un altro colpo di cesello.
Alfredo Verdile, un campo arancio. Per l’ultima opera, Piesco ha condotto il pubblico nel 1966 di Ragusi, nell’odore dei mandarini, nell’istante prima che una vita prenda direzione — restituito dal grande campo arancio in cui una creatura indefinita fluttua senza ancora una forma. E ha indicato, quasi sottovoce, la piccola radice scura nell’angolo dell’opera: l’origine, ciò che resta anche quando si va lontano. Un dettaglio che la critica ha definito, in un momento di silenzio quasi commosso della sala, «il punto più vero di tutto il quadro».
Con questa lettura, Daniela Piesco ha offerto al pubblico molto più di un commento alle opere: ha aperto un varco tra arte e scrittura, mostrando — con una competenza e una sensibilità che pochi sanno mettere in campo con altrettanta naturalezza — come la possibilità di cambiare pelle restando sé stessi, di portare le proprie radici anche lontano da casa, di ricominciare senza smettere di essere ciò che si è stati, sia il filo che attraversa, insieme, il libro di Ragusi e l’arte sannita.
La serata, condotta con grazia da Mariagiulia Romano e aperta dai saluti di Biagio Prisco, ha visto dialogare con l’autrice Lorenzo Gambatesa e Francesco Morante, le letture di Linda Ocone e Natale Cutispoto, accompagnate dal flauto di Carlo Mazzarella. Un pubblico numeroso, attento e visibilmente colpito ha riempito i giardini della Fagianella, confermando — anche grazie al contributo di Daniela Piesco — la vocazione di questo spazio, sostenuto dal patrocinio del Rotary Club di Benevento e dalla collaborazione di Eccellenze Sannite, Inner Wheel, Archeoclub d’Italia, FIDAPA, BPW Italy e Lions International, come luogo dove cultura, arte e comunità si incontrano davvero.