La ragione che si erge a fenomenologia e il tragico che scava le macerie: da Hegel a Cioran
Pierfranco Bruni
Non si può usare la ragione quando si vive nell’esilio. Non c’è una geografia dell’esilio. C’è invece l’esilio della propria geografia esistenziale. L’essere supera la ragione e non ha bisogno della storia. Perché non si ha bisogno di tesi e disistemi. Ma di emozioni, percezioni e sensazioni. Queste tre voci non formano un sistema o un ragionamento. Ma un tempo dell’esistenza che vive nel necessario per non essere di troppa e per non essere considerato insopportabile. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la ragione. Perché la ragione che si erge a fenomenologia della ragione è architettura. È il tempio che Hegel innalza al concetto, è il sistema che pretende di contenere il mondo, è lo Spirito che si riconosce nella storia come in uno specchio finalmente terso. La Fenomenologia dello Spirito non è un libro: è una cattedrale. Ogni gradino è dialettica, ogni navata è divenire, ogni altare è autocoscienza. Hegel non descrive: costruisce. Non interpreta: compie. La ragione hegeliana non tollera il frammento perché il frammento è bestemmia contro la Totalità. Essa vuole ricomporre, ricucire, riconciliare. Vuole che il negativo lavori, che la morte sia momento, che il tragico diventi tappa. Poi viene il deserto. Viene Cioran. E nel deserto non ci sono templi. Ci sono macerie. Il tragico non è più momento della ragione: è rivolta contro la ragione. È frammentismo che non chiede sistema, ma volto. Non vuole la sintesi: vuole il grido. Non cerca l’Assoluto: cerca una scheggia di vero tra le rovine. Se Hegel è l’architetto che chiude il cerchio, Cioran è il barbaro che entra nel cerchio e lo spezza.
La ragione, in Hegel, si fa fenomenologia perché si fa apparizione. Appare a se stessa attraverso le figure della coscienza, dal senso alla percezione, dall’intelletto all’autocoscienza, fino al Sapere Assoluto. Ogni contraddizione è gravida. Ogni lacerazione è annuncio. Persino il Venerdì Santo speculativo, la morte di Dio, è funzione: serve perché lo Spirito risorga come comunità, come Stato, come Filosofia. Il tragico, qui, è addomesticato. Antigone e Creonte sono necessari l’uno all’altro. Il loro scontro è la verità dell’ethos. La Storia non ha vittime: ha strumenti. Napoleone è lo Spirito a cavallo. La civiltà non è spezzata: è in cammino. La Sicilia di Goethe, che Hegel avrebbe amato, non è rovina: è passaggio. Il vulcano non è minaccia: è energia che si fa forma.
Questa è la supponenza della Ragione: credere che tutto abbia senso, che il dolore sia astuzia, che il male sia lavoro. È la grande riappacificazione goethiana elevata a metafisica. È il Viaggio in Italia diventato Sistema. È Odisseo che torna a Itaca e trova la casa intatta, perché la casa è la Storia e la Storia è casa dello Spirito. Ma se la casa brucia? Se Itaca è cenere? Se il ritorno è impossibile? C’è Cioran con il tragico come insurrezione del frammento. Qui entra Cioran. Entra scalzo, senza sistema, con un taccuino e una bestemmia. Per lui la ragione non si erge: crolla. E dalle macerie non nasce il sistema: nasce il frammento. L’aforisma. La scheggia. Il Sillogismo dell’amarezza. Il tragico, in Cioran, non è momento. È condizione. Non si supera: si abita. Non è dialettica: è scandalo. La lingua di Hegel è sana, è trionfante, è cattedrale. La lingua di Cioran è malata, è febbrile, è maceria. E proprio per questo è vera.
Cioran cerca le macerie non per ricostruire il tempio, ma per dare un volto al disastro. Il suo è frammentismo ontologico: sa che “senza il concetto di nulla, non si sarebbe potuto creare il mondo”. Sa che la Totalità è menzogna, che il Sistema è teologia travestita, che la Ragione che si assolve è la più spietata delle religioni. Per questo scrive: “Quando tutti sono colpevoli, nessuno lo è. Quando tutti devono dichiararsi innocenti, l’innocenza è già morta”. È l’atto d’accusa alla fenomenologia come tribunale che assolve sempre la Storia.
In Cioran il tragico è rivolta. Rivolta contro l’ottimismo, contro la sintesi, contro il “tutto è razionale”. È il Cavaliere di Dürer che non torna: prosegue nel bosco, sapendo che non c’è Itaca. È Goethe senza riappacificazione, è Ulisse senza ritorno, è il viandante nella tempesta che non cerca la capanna: cerca l’ardore. Hegel guarda Selinunte e vede lo Spirito che si è oggettivato nella pietra e ora passa oltre. Cioran guarda Selinunte e vede l’inutilità. Vede che “i fiori cadono, ma non tutte le corolle danno frutti, e questi ultimi, quando si riesce a scorgerli, sono poco visibili e stentano a maturare”. Goethe lo scriveva con malinconia. Cioran lo scrive con furore. Perché per lui la mancata maturazione non è parentesi: è verità.
Eppure, proprio nelle macerie, Cioran compie il gesto più mitico: dà un volto. Il frammento non è nichilismo: è liturgia dell’istante. È il sogno che Zolla indicava come luogo del poeta, è il silenzio da cui tutto nasce. “La lucidità è la ferita più vicina al sole”. Solo chi ha rinunciato al Sistema può vedere il sole. Solo chi ha accettato la rovina può nominare la luce. Così il tragico cioraniano è più vicino al mito di quanto non lo sia la fenomenologia hegeliana. Perché il mito, come sapeva Pavese, “è un modo di dire le cose fondamentali”, e le cose fondamentali non stanno nel Sistema: stanno nel grido, nel sangue, nel non riconciliato. Leucò è bianca perché è ferita. Non perché è sintesi.
La ragione che si erge a fenomenologia ha costruito l’Europa. Il tragico che si fa frammento ne ha denunciato il prezzo. Hegel ci ha dato la storia come tribunale. Cioran ci ha dato l’imputato. Hegel ha scritto il romanzo dello Spirito. Cioran ha scritto le lettere dal sottosuolo. Oggi, in un tempo che chiede moduli e non miti, che vuole abiure e non dialoghi, che scambia la conformità per etica, dobbiamo scegliere. Se abitare il tempio o abitare la ferita. Se firmare il sistema o firmare il frammento.
Ma forse la scelta è falsa. Perché come scriveva Goethe guardando l’Etna: “Che cosa ci fa godere ‘il guardare continuo’? Certamente la semplificazione; lo spirito converge dalla multiformità verso l’unità”. Hegel è l’unità. Cioran è la multiformità che si rifiuta di convergere. E tra i due, come sempre, sta il viandante: colui che sa che il tempio è necessario per non impazzire, e che la ferita è necessaria per non mentire. “Copri il tuo cielo, Giove”, diceva il Prometeo di Goethe. Hegel copre il cielo con il Sistema. Cioran lo lascia aperto, e nell’apertura entra il vento, entra il nulla, entra il sacro senza dio.
E io, viandanti tra Hegel e Cioran, tra la fenomenologia e la maceria, non mi resta che camminare. Con la nostalgia dei “giorni belli” che non torneranno, e con la lucidità che è “ferita più vicina al sole”. Perché il viaggio, come sapeva Goethe, è nel mito. E il mito, oggi, ha due volti: il volto del tempio e il volto della rovina. Scegliere l’uno è dimenticare l’altro. Averli entrambi, insieme, è tragico. È umano. È destino. Forse è nell’essere umani e troppo umano che si incontra quella volontà di potenza che non permette di attraversare la volontà di restare sulla soglia. Si va nel profondo senza speranza ma con il solo dubbio che ciò che si incontra è tragico o disperazione. A volte si incontrano insieme. Pur avendo una sola voce la troppa disperazione conduce al tragico. E viceversa. Nel frammento di Cioran c’è il dolore che tutto si perde e se tutto si perde tutto è maceria. Si resta tempio e deserto.
