Historias

La scomparsa di Carlo Ginzburg. Lo storico tra critica paradigma e lezione gramsciana

A admin
17 de junio, 2026

Pierfranco Bruni 

Fu hegeliano nel metodo e nella visione tra storia e eventi in un accadere di sistema. Diede ai fatti un «particolare» appreso dalla sua formazione completamente gramsciana. Carlo Ginzburg, nato a Torino il  15 aprile 1939 e morto a Bologna il 17 giugno del  2026, si  colloca entro una tradizione storiografica che rifiuta l’identificazione tra narrazione storica e giustificazione del potere. La sua prassi di ricerca ha assunto il «particolare anomalo» come chiave di accesso alla norma, rovesciando il rapporto tra centro e periferia documentaria. In tal senso, il cosiddetto paradigma indiziario elaborato alla fine degli anni Settanta non costituisce soltanto una proposta di metodo. Rappresenta una presa di posizione epistemologica che mette in discussione l’equivalenza tra razionalità e sistematicità inaugurata dalla filosofia hegeliana della storia. La traccia, il lapsus, la variante testuale divengono luoghi di resistenza ermeneutica rispetto alle grandi sintesi. Lettore attento di Machiavelli scrisse: «Anziché di teologia politica preferisco parlare di «secolarizzazione», la quale è un processo tutt’altro che concluso e di esito non scontato, attraverso cui lo Stato si impadronisce delle armi della religione. In questa traiettoria, che ha radici molto antiche, Machiavelli ha avuto un’importanza decisiva».

L’eredità di Ginzburg va misurata su tre piani distinti. Sul piano storiografico, la microstoria ha introdotto un mutamento di scala che non si risolve nel localismo. Ridurre l’oggetto di indagine consente di moltiplicare le variabili e di restituire spessore al vissuto degli attori subalterni. Infatti il suo «Il formaggio e i vermi» del 1976 resta l’esempio più noto di tale procedura. Attraverso il caso di Menocchio, mugnaio friulano processato dall’Inquisizione, la cultura popolare del Cinquecento emerge come campo di negoziazione e conflitto, non come residuo inerte. Sul piano teorico, Ginzburg ha sottoposto a critica la nozione di contesto come gabbia esplicativa. In «Il giudice e lo storico» del 1991, l’analisi del caso Sofri diviene occasione per distinguere tra prova giudiziaria e prova storica, rivendicando l’autonomia del discorso storiografico rispetto alle esigenze processuali. La storia non assolve e non condanna. Interpreta. Qui mi pare che si spinga oltre la funzione dello storico. Lo storico non dovrebbe avere una sua ermeneutica. Piuttosto una documentazione dei fatti. Non si tratta di giudicare. Certo. Ma di riportare i fatti. Non di interpretarli.

Formatosi in un ambiente familiare segnato dall’antifascismo e dal marxismo critico, Ginzburg aderisce in gioventù al Partito Comunista Italiano. Il distacco matura progressivamente tra gli anni Sessanta e Settanta. Non si tratta di una rottura clamorosa, ma di una presa di distanza dalla concezione strumentale della cultura e dal dogmatismo storiografico. La sua recensione del 1974 al volume di Paolo Spriano su Gramsci contiene già i segnali di un dissenso. Ginzburg contesta l’uso selettivo dei «Quaderni del carcere» e rivendica la necessità di leggere Gramsci fuori dall’apparato di partito. Qui mi sembra che abbia svolto un ruolo decisamente preciso. Tale posizione si consolida nel decennio successivo. La microstoria nasce anche come risposta alla crisi dei modelli macroanalitici di derivazione marxista. L’attenzione al singolo, al deviante, al processo inquisitoriale risponde all’esigenza di restituire complessità a soggetti che la storia sociale di impianto strutturalista rischiava di ridurre a funzioni. L’allontanamento dal PCI è dunque filosofico prima che politico. È il rifiuto di una filosofia della storia che subordina il frammento alla totalità tutta da comparare comunque. 

Il percorso di ricerca di Ginzburg può essere scandito attraverso quattro snodi. «I benandanti» del 1966 affronta il nodo del folklore inquisito e individua in una «setta» agraria friulana il nucleo originario su cui si innesta la demonologia colta. «Storia notturn» del 1989 amplia l’indagine e propone l’ipotesi di un sostrato sciamanico eurasiatico alla base del sabba. La tesi ha suscitato ampio dibattito e dimostra la disponibilità dell’autore a connettere storia e antropologia su lunghissima durata. Un percorso, questo, di notevole importanza perché pone degli interrogativi alla storia stessa. Ovvero lo storico ha bisogno anche dell’antropologo per capire il fenomeni. «Occhiacci di legno» del 1998 raccoglie saggi dedicati al rapporto tra distanza e prospettiva. Qui Ginzburg riflette sul ruolo dell’estraneamento come strumento conoscitivo. «Il filo e le tracce» del 2006 sistematizza la riflessione sul rapporto tra vero, falso e finto, distinguendo il patto referenziale che lega lo storico al lettore da quello che fonda la finzione letteraria. In tutti i volumi permane la centralità della fonte come interrogazione e non come deposito. Quindi il superamento della interpretazione. Perché come egli stesso scrive:  Gli storici (e, in modo diverso, i poeti) fanno per mestiere qualcosa che è parte della vita di tutti: districare l’intreccio di vero, falso, finto che è la trama del nostro stare al mondo».

Il confronto con Antonio Gramsci attraversa l’intera opera di Ginzburg. A differenza delle letture di partito, lo storico torinese ha insistito sulla natura aperta e sperimentale dei «Quaderni». Nel saggio «Antonio Gramsci e la cultura italiana» del 2012, poi confluito in «Paura reverenza terrore», Ginzburg rilegge la nozione gramsciana di egemonia alla luce del problema della prova. L’egemonia non è soltanto direzione politica. È costruzione di verosimiglianza. Pertanto lo storico deve sottoporre a critica i meccanismi di naturalizzazione del consenso. In questo senso Gramsci diviene un alleato nella decostruzione delle retoriche della necessità storica di matrice hegeliana. Campeggia dunque la visione di Hegel come sistema in modo preciso.

Tra le pubblicazioni più recenti vanno segnalati «La lettera uccide» del 2021, dedicato al rapporto tra diritto, retorica e interpretazione, e «Ancora a distanza» del 2024, che riprende il tema dello straniamento come categoria storiografica. In questi lavori Ginzburg torna sulla questione della traducibilità culturale e sulla responsabilità dello storico di fronte alle manipolazioni del passato. La polemica contro gli usi pubblici della storia e contro le leggi memoriali attraversa le pagine conclusive. La difesa del dubbio e della verifica documentaria resta l’asse del suo magistero. Cosi scrive: «La verità esiste, ma raggiungerla non è facile e la storia, l’esperienza unilaterale di ognuno possono aiutare anziché essere d’ostacolo».

L’eredità di Carlo Ginzburg non coincide con una scuola. Consiste in un atteggiamento. L’attenzione al dettaglio discordante, la diffidenza verso le grandi narrazioni assolutrici, la rivendicazione della distanza critica costituiscono un’etica della conoscenza. In un tempo che richiede adesioni e abiure, il paradigma indiziario ricorda che la libertà della ricerca nasce dal diritto all’inciampo. Per questo la sua opera resta inattuale. E per questo continua a interrogare. Si è occupato anche di Cesare Pavese, il quale era di casa nella sua famiglia e ha offerto dettagli interessanti sulla sua vita che sono confluiti in molte pagine di Natalie Ginzburg. Ho avuto modo di conoscerlo a Torino proprio in occasione di un nostro discorso su Cesare Pavese dopo l’uscita di un mio libro su Cesare. Testimonianze dirette e anche doloranti. Tanto che preferiva poco parlare di Pavese nonostante qualche sua intervista. Comunque Carlo Ginzburg resta uno storico che ha visto in Gramsci un riferimento e in Hegel un sistema per comprendersi la storia come fenomenologia.

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