Enrico Berlinguer e il pensiero come responsabilità tra Hegel Croce e Gentile
Pierfranco Bruni
Il pensiero se non è responsabilità diventa trauma dell’effimero. La politica che muore è la perdita della responsabilità storica e culturale. Dietro la politica nel «c’era una volta» viveva la responsabilità della conoscenza dell’assenza culturale. In politica campeggiava soprattutto una filosofia della consapevolezza. Più volte mi sono soffermato du Alfo Moro. Ora il ricordo mi porta a Berlinguer. Negli anni universitari Enrico Berlinguer pensava a una tesi su Hegel, Croce e Gentile. Scegliere quei tre nomi significava scegliere il luogo in cui la filosofia italiana si è fatta Stato, coscienza storica, destino. Significava interrogare la dialettica, l’idealismo, l’attualismo, per capire come un’idea diventa istituzione e come un’istituzione può tradire l’idea. Un politico non sceglie Hegel per citazione. Lo sceglie perché avverte che la storia non è somma di fatti. È movimento. È contraddizione che lavora. Croce e Gentile sono i figli inquieti di quel movimento. Uno ha cercato di salvare la libertà dalla furia della sintesi. L’altro ha tentato di far coincidere pensiero e azione fino all’identità. Berlinguer, già allora, stava sulla soglia tra la fedeltà al reale e la tentazione del sistema. La tesi crrdo mai scritta, vorrei sbagliarmi però, è rimasta come interrogazione aperta: come tenere insieme la ragione della storia e la storia della ragione senza sacrificare l’uomo. Hegel consegna all’Occidente l’idea che il vero è l’intero. La realtà è processo. Lo Spirito si realizza alienandosi, perdendosi per ritrovarsi. Ogni epoca è momento. Ogni momento è necessario. Da qui nasce la tentazione totalizzante: se tutto è necessario, anche il potere è giustificato dal suo apparire.
Benedetto Croce raccoglie Hegel e lo disarma. Distingue. Separa estetica, logica, economia, etica. Salva la libertà come categoria dello Spirito, ma la sottrae alla prigione della necessità. La storia è storia della libertà, non della necessità. Il liberalismo crociano è metafisica della distinzione perché l’uomo non è ingranaggio. Giovanni Gentile porta Hegel alle estreme conseguenze. L’attualismo dice che pensare è fare. Il soggetto non contempla il mondo. Lo crea nell’atto stesso del pensiero. Così la filosofia diventa pedagogia di Stato. Lo Stato etico non è fuori dell’individuo. È l’individuo nella sua forma compiuta. Qui la libertà rischia di diventare identità con il potere. Tra questi tre fuochi Berlinguer avrebbe dovuto camminare. Cosa avrebbe scritto? Forse che la dialettica non può essere alibi. Che la distinzione crociana è presidio contro l’idolatria della Storia. Che l’attualismo gentiliano, quando perde il senso del limite, trasforma la politica in religione. E la politica, se diventa religione, smette di essere laica. Da un politico come Berlinguer non ci si sarebbe aspettato esegesi. Ci si sarebbe aspettato scavo. La filosofia, per lui, non era ornamento. Era metodo. Era il modo di stare nel conflitto senza trasformarlo in annientamento. In Hegel avrebbe cercato la ragione del mutamento. In Croce il senso del limite. In Gentile il rischio dell’assoluto.
La sua politica porta i segni di quella tesi mancata. Il compromesso storico non è calcolo. È dialettica senza sintesi forzata. È riconoscimento che l’avversario non è errore da sopprimere. È parte della totalità che non si chiude. L’eurocomunismo è crociano: rivendica l’autonomia del soggetto storico italiano rispetto alla necessità del blocco. La questione morale è gentiliana rovesciata: se pensare è fare, allora la corruzione del pensiero è corruzione dello Stato. Ma è anche anti-gentiliana: lo Stato non è etico per definizione. Nel 1976 dice: “Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico «anche» per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia”. È frase hegeliana e crociana insieme. Hegeliana perché legge la realtà come equilibrio di forze, come razionalità del reale. Crociana perché difende l’autonomia del particolare, dell’Italia che non è funzione di un disegno altrui.
Nel 1986, parlando con Oriana Fallaci disse: “Un regime politico che non garantisce il pieno esercizio delle libertà”. Qui è Croce che parla, contro ogni totalità che sacrifica l’individuo. La libertà non è momento da superare. È fondamento. Senza libertà la storia è meccanica. E la meccanica non ha anima. Nella lettera a monsignor Bettazzi (c’è un ricco carteggio) del 1977: “Nel Pci esiste ed opera la volontà non solo di costruire e di far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista, non antiteista, ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch’esso dunque non teista, non ateista, non antiteista”. È la distinzione crociana portata nella carne della politica. Lo Stato non è chiesa. Il partito non è fede. La laicità non è negazione. È spazio. È soglia. È riconoscimento che il destino dell’uomo non si risolve in una formula, né di partito né di altare.
“Sul sole dell’avvenire oggi discutono più gli scienziati che i comunisti”. Adornato raccoglie questa confessione. È il tramonto dell’utopia come teologia. Berlinguer avverte che la dialettica, se non resta aperta, diventa retorica. Il sole dell’avvenire non è più meta della storia. È ipotesi, ricerca, rischio. La politica che non sa dubitare diventa religione secolarizzata. E ogni religione secolarizzata finisce per chiedere sacrifici. Qui Gentile è ammonimento. L’identità di pensiero e azione, quando perde la mediazione del limite, brucia il reale sull’altare dell’Idea. Berlinguer sceglie la mediazione. Sceglie la lentezza. Sceglie la democrazia come metodo, non come esito. Perché il metodo salva l’uomo. L’esito, da solo, può perderlo.
Forse ancora oggi avrebbe scritto che Hegel insegna a non temere la contraddizione. Che Croce insegna a non idolatrarla. Che Gentile insegna che senza atto non c’è pensiero, ma che l’atto senza limite è violenza. Avrebbe scritto che la filosofia non è algebra della storia. È custodia del possibile. Che la politica non è applicazione di un sistema. È assunzione di responsabilità dentro il tempo. Avrebbe scritto che il comunismo, se vuole restare umano, deve farsi crociano: deve accettare che la libertà non è momento da superare, ma orizzonte da custodire. Che deve farsi hegeliano: deve leggere la realtà, non sognarla. Che deve rifiutare Gentile quando Gentile consegna l’individuo allo Stato. Avrebbe scritto che la laicità è la forma politica della distinzione. Che senza distinzione tra Stato e Chiesa, tra partito e verità, tra potere e spirito, la democrazia muore. E muore non con un colpo. Muore per soffocamento. Berlinguer non si laureò con Hegel, Croce e Gentile. Si laureò con la storia. La sua politica fu la tesi. Ogni discorso, ogni scelta, ogni esitazione furono note a margine di quel testo mai consegnato.
Come nel suo ultimo discorso a Padova del 7 giugno del 1984: «Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita». Uomo e vita. È la sintesi dei trent’anni filosofi citati.
La filosofia, per lui, non era citazione. Era stile. Stile di stare nel mondo senza possederlo. Stile di stare nel conflitto senza odiare. Stile di stare nel partito senza farne chiesa. Stile di stare nell’Occidente senza farne idolo. Resta la tesi non scritta. Ma resta soprattutto il metodo: pensare è già agire, ma agire è già limitarsi. Tra Hegel, Croce e Gentile, Berlinguer scelse la soglia. E sulla soglia, ancora oggi, la politica può ritrovare il suo spessore. Perché la soglia è il luogo in cui l’uomo non è né dio né numero. È uomo. E basta. Quindi trattasi di una visione in cui la politica, non solo in termini aristotelici, ha bisogno di scavare dentro per restituire la formazione, l’ermeneutica, il pensare. Perché senza questi tre criteri non c’è alcun dovere. Il dovere nasce non dai valori. Oggi. Ma dal pretendere una politica che abbia la capacità di dirsi tale. Ma la politica è fatta dagli uomini. Se mi trovo davanti a espressioni politiche che non siano in grado di capire la storia il tempo che viviamo la forza intellettuale perché «io» dovrei sentirmi l’obbligo di mantenere fede a un dovere? Un interrogativo che resta. I tempi di Hegel di Croce di Gentile, dello stesso Berlinguer, avevano cultura capacità dialettica, pur tra scontri, e forza progettuale. Siamo oggi in un tempo di macerie.
