Se Nietzsche e Marx si davano la mano.
La tragedia, la materia e l’anima che abitano le radici. A Grottaglie il 30 giugno. Una filosofia della conoscenza
Pierfranco Bruni
Sacrificare il mondo reale? Nietzsche e Marx si davano la mano. Di questo si discuterà a Grottaglie il prossimo 30 maggio con un incontro organizzato dal Centro Studi Giuseppe Battista diretto da Ciro Marseglia. Non nella storia. Nella dialettica e nella metafisica. Non sul terreno della prassi, ma sul crinale del tragico. Uno ha annunciato la morte di Dio. L’altro la morte dell’uomo alienato. Entrambi hanno smascherato il secolo. Entrambi hanno avuto a che fare con Hegel perché Hegel aveva riconciliato. E la riconciliazione è la tomba della filosofia. Marcello Veneziani mettendo nel «cerchio» Nietzsche e Marx li ha pensati insieme perché ha capito che la destra e la sinistra sono categorie del finito. L’anima è infinita. E nell’infinito nessuno è perso. È nel finito che perdersi è terribile. E Veneziani abita il finito con l’eleganza di chi sa che la lode è catena. Il suo è un percorso che attraversa generazioni: non ideologia, ma destino. Non partito, ma mito. Una filosofia della conoscenza e non certamente hegeliana. Perché Hegel chiude. Sistema. Assolve. Qui invece tutto resta aperto. Tutto è ferita. Tutto è contraddizione nell’affascinamento tra il dubbio e la visione di un’ipotetica certezza. Qui la filosofia è. Quando non concilia. Quando sanguina. Marcello Veneziani nel suo «Nietzsche e Marx si davano la mano», Marsilio, fa un attento richiamo all’uomo.
La tradizione è un centro in cui il labirinto è richiamo al focolare domestico come avrebbe detto Eliade. Tradurre la tradizione in memoria non è trasportare parole. È custodire il sacro. È sapere che ogni lingua è una patria e che ogni esilio è una lingua perduta. Il labirinto non è prigione. È tempio. È il luogo dove il Minotauro non è mostro, ma enigma. E l’enigma, se lo affronti, diventa casa. Eliade lo sapeva: il centro è ovunque. Il focolare è dove l’uomo accende il fuoco del mito. E il mito, oggi, è tradurre. Tradurre Nietzsche in Marx. Tradurre il tragico in storico. Tradurre la disfatta in eleganza. Perché senza traduzione resta solo la barbarie. Restano solo gli uomini che rendono i popoli barbari perché scambiano la propria certezza per verità. Il tempo e la cultura identitaria diventano luoghi del sapere dell’anima. Non folklore. Non museo. Non slogan. L’identità non è documento. È memoria. È radice. E richiamare le radici è metafisica dell’anima. La modernità ha barattato il tempo con l’attimo. Ha barattato la cultura con il consumo. Ha barattato l’anima con l’algoritmo. E ha chiamato questo progresso. Ma il progresso senza memoria è barbarie che si fa legge. È assolutismo che si fa tolleranza. È menzogna che si fa consenso.
L’anima sa. Sa che il tempo è una follia negli attimi solo quando l’attimo rinnega l’eterno. Sa che la cultura è identitaria solo quando l’identità è apertura, non chiusura. Quando è focolare, non filo spinato. Quando è traduzione, non monologo. Quando è bellezza che promette la felicità senza garantirla. Un vissuto che è un confronto non dialettico ma metafisico e qui vengono fuori le differenze tra esistenza tragica e materialismo storico. La dialettica hegeliana vuole la sintesi. Vuole l’Aufhebung. Vuole la pacificazione. Ma Nietzsche non si pacifica. Marx non si pacifica. Veneziani non si pacifica. L’esistenza tragica dice: l’uomo è l’animale che sa di morire e canta lo stesso. Il materialismo storico dice: l’uomo è l’animale che produce e sarà libero quando non produrrà più per altri. Uno guarda il cielo. L’altro guarda la terra. Uno vede la morte del sole. L’altro vede la rivoluzione.
Ma entrambi sanno che la verità non è certezza. È dubbio della certezza. Entrambi sanno che ogni assolutismo diventa menzogna. Entrambi sanno che la lode è catena. E qui si danno la mano. Non per fondare un sistema. Per testimoniare un naufragio. Per dire che la filosofia, se non è contraddizione, non è. La bellezza e il sottosuolo. Dostoevskij nel sottosuolo. Cioran nell’insonnia. Sgalambro nell’empietà. Ceronetti per le strade della Vergine. Il sottosuolo è dove la bellezza si rifugia quando il mondo diventa decorazione. È dove la parola non è lode, ma confessione. È dove l’onore è destino del silenzio. La bellezza non sta nei palazzi. Sta nelle rovine. Perché la visione delle rovine e delle macerie è il ricordo che una volta c’è stata vita… ci sono stati gli uomini i popoli o meglio la civiltà. La bellezza promette la felicità e mostra la disfatta. E proprio per questo è vera. Perché non mente. Perché non tradisce. Perché è ciò che non è menzogna e tanto meno tradimento.
Ma memoria e il ricordo? Non sono archivio. Sono etica. Sono metafisica. Sono l’unico antidoto all’abuso dell’idea. Perché l’idea, quando si fa ideologia, diventa polizia. Diventa gulag. Diventa mercato. La memoria è Antigone che seppellisce il fratello contro la legge della città. È Socrate che beve la cicuta contro la legge del consenso. È l’uomo che ha dignità e vive il destino del silenzio perché sa cosa è l’onore. È colui che non ha dimenticato perché non ha mai smesso di essere uomo. E allora si può vivere senza verità o senza la certezza della verità? Si può. Ma è vivere da sonnambuli. È vivere nel finito sentendosi persi. È vivere nel tempo come follia di attimi. Occorrerebbe vivere come se non fossimo ancora nati? Ma siamo nati. E allora restiamo. Restiamo con l’obbligo di comprometterci con la ragione, sapendo che la ragione non salva. Restiamo con l’eleganza di chi non tradisce, sapendo che la fedeltà non sarà lodata.
Nietzsche e Marx si davano la mano sul bordo dell’abisso. Non per salvarsi. Per guardarlo. Per dire che l’abisso, se lo guardi, ti guarda. E che quello sguardo è già filosofia. È già anima. È già patria. Richiamare le radici è metafisica dell’anima perché le radici non sono passato. Sono promessa. Sono il focolare domestico che Eliade riconosceva nell’attraversamento del labirinto. Sono il centro che è ovunque. Sono l’infinito che irrompe nel finito e dice: qui nessuno è perso. E finché c’è un uomo che scrive, che traduce, che ricorda, che custodisce la bellezza nel sottosuolo, la civiltà non è morta. È in esilio. Ma l’esilio, per chi ha dignità, è già casa. È già verità. È già eternità. Mi sembra che potrebbe essere una strada percorribile nella lettura del libro di Veneziani. Perché come egli stesso afferma: «…restituire vita e umanità ai due autori, un invito ai lettori di sponde rivali, se esistono ancora sponde, a riconoscersi reciprocamente, a parlarsi e confrontarsi». Nietzsche e Marx dunque? Si davano la mano.
